Visualizzazione post con etichetta manifesto sardo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta manifesto sardo. Mostra tutti i post

sabato 17 gennaio 2026

Un ricorso contro la decisione del presidente del Consiglio regionale sardo di non portare alla discussione la proposta di riforma della legge elettorale - Lucia Chessa


Lo avevamo detto e lo abbiamo fatto. Abbiamo presentato il ricorso contro la decisione del presidente del Consiglio Regionale sardo, Piero Comandini, di non portare alla discussione la nostra proposta di riforma della legge elettorale.

Non ci fermiamo. Continuiamo anche con questo strumento a sollecitare il superamento di una legge elettorale vergognosa che produce un Consiglio regionale inadempiente, inconcludente e screditato per le modalità stesse con le quali è eletto, e cioè con il massimo di scollegamento rispetto alle scelte di voto degli elettori. Non rinunciamo a denunciare che praticamente, in Sardegna, ogni cinque anni c’è un golpe. Un golpe a norma di legge che espropria i sardi dal loro diritto di scegliere realmente chi va a governare.

Mentre raccoglievamo quelle 8189 firme, informando, raccontando l’imbroglio, sensibilizzando, mai ho pensato che un consiglio regionale costruito su una sopraffazione ed una pesantissima violazione democratica, potesse avere l’onestà e la generosità di restituire alla Sardegna regole rispettose della volontà e della sovranità popolare. Ma in realtà mi sarebbe occorso maggiore disincanto per pensare che il Palazzo fosse così arroccato da respingere anche la discussine e da negare persino, a quegli 8.000 cittadini sardi, un voto contrario. Questo no, questo va oltre. Questo è arrogante dispregio delle minoranze non rappresentate che per esistere devono avvalersi di altri strumenti quali appunto le proposte di iniziativa popolare. Questa è una risposta irricevibile equivalente a quella espressa con il noto “I legislatori siamo noi” che talvolta, declinato in maniera volgare, diventa persino maggiormente efficace. 

In continuità con il respingimento delle 200.000 firme della legge Pratobello, il Consiglio Regionale Sardo respinge di nuovo. Nè approva, né non approva, come sarebbe suo diritto, semplicemente respinge mettendo in atto l’unico comportamento che non è nelle sue facoltà, perché la proposta di legge di iniziativa popolare non è una graziosa concessione del principe, è un diritto riconosciuto nella Costituzione italiana e nello Statuto sardo. 

In Sardegna, a differenza delle altre regioni italiane, non c’è una legge che regoli la proposta di legge di iniziativa popolare. Non c’è dal 2001 a dimostrazione della mediocrità e della carenza di sensibilità democratica che ha caratterizzato la classe politica sarda di ogni colore degli ultimi 25 anni. Non esistono dunque criteri che tolgano, al Presidente del Consiglio Regionale, la discrezionalità di decidere come si possa e si debba esercitare il diritto del popolo sardo ad utilizzare la partecipazione popolare, e questo vuoto ha consentito a Comandini di ricorrere al criterio più restrittivo. Poteva utilizzare la stessa proporzione tra il numero di elettori e il numero di sottoscrittori che fissa le firme richieste per le proposte di legge di iniziativa popolare a livello nazionale.

E in quel caso a noi, in Sardegna, sarebbero state sufficienti 1300 firme. Poteva utilizzare l’analogia con le altre regioni italiane, ad esempio 5000 firme in Lombardia e Toscana su, rispettivamente, 10 milioni e quasi 4 milioni di abitanti. Invece no. Ne chiede 10.000, su una popolazione di 1 milione e mezzo di residenti e sulla base di una norma abrogata 25 anni fa. Amplifica il danno di un vuoto normativo, di cui il Consiglio Regionale è l’unico responsabile, apparecchiando, per chi vuole avvalersi di un diritto costituzionalmente tutelato, una corsa ad ostacoli che finisce su un muro. E quindi 8.000 firme non vanno bene, 200.000 non vanno bene, solo una cosa pare andar bene: “Noi siamo noi e voi…”

Noi però non siamo d’accordo che al danno si aggiunga la beffa. Non può essere che l’inadempienza loro cancelli un diritto nostro. Noi crediamo che, soprattutto in una regione dove una legge elettorale di stampo fascista, che esclude dalla rappresentanza consiliare larghissime porzioni di cittadini, finendo per rappresentarne meno della metà, non si possa rinunciare facilmente all’ iniziativa popolare. Perciò abbiamo deciso di opporre ricorso.

Perché è necessario utilizzare tutti i mezzi per tenere alta l’attenzione sull’ emergenza democratica che investe questo paese. La prima udienza è fissata per il 26 maggio 2026.

Lucia Chessa Presidente Rete SarDegna Iniziativa Popolare. Proponente legge elettorale “Liberamus su Votu”. Segretaria Nazionale Rossomori de Sardigna

da qui

mercoledì 10 settembre 2025

L’estate in cui scivolammo verso il fascismo - Graziano Pintori

 

Come tutte le estati la Sardegna viene trascinata al centro dell’attenzione della cronaca locale e nazionale, in quanto palestra del chiacchiericcio patinato proveniente dalla Costa Smeralda.

Vip televisive che bisticciano con addetti alle pompe di benzina, oppure con “affittaombrelloni” da spiaggia. Inoltre, non mancano le solite dichiarazioni dei personaggi dell’avanspettacolo nazional popolare sul forte legame affettivo con la terra sarda, mentre altri si definiscono, addirittura, sardi, pur essendo circoscritta la conoscenza della nostra isola al perimetro dell’ombrellone dove stanno a meriggiare.

Al di la delle sciocchezzuole che escono da alberghi pentastellati e resort extra lusso, le cronache si sono occupate anche dell’evento riguardante lo spettacolo della star mondiale Jennifer Lopez, che si è esibita a ridosso della mega-fantastica piscina del Cala di Volpe, di proprietà del fondo sovrano del Qatar. Un evento milionario che ha esercitato la selezione di classe dei partecipanti, i quali non devono badare a spese per una serata roboante, e, tanto meno, sentire scrupoli di coscienza verso le povertà, i genocidi in atto, carestie e quant’altro di male provoca l’uomo.  

Intendo non l’uomo in modo generico, ma l’uomo del capitalismo brutale, potente, tycoon tracotante e con la schiena sempre dritta. Ovviamente alla cantante – attrice statunitense nessuna autorità italiana ha chiesto se fosse sostenitrice del tycoon Donald Trump, essendo fornitore di armi a Israele e azionista politico di maggioranza del genocidio che si sta consumando a Gaza. Non solo, è quello che ordina e deporta, a calci nel sedere, gli stranieri poveri residenti negli Stati Uniti verso le frontiere messicane o di altri luoghi provenienza.

Mentre invece nella reggia di Caserta veniva negato al maestro d’orchestra Valery Gergyev, dalle autorità del governo italiano, di esibire il suo talento musicale, perché considerato fiancheggiatore del dittatore Putin, nemico dell’Italia. A parte il fatto che la dichiarazione di inimicizia dell’Italia con la Russia è unilaterale, perché Putin non ha mai dichiarato l’Italia nemica dello stato russo, quando mai Putin ha ordinato ai suoi sgherri di censurare i concerti di Pupo, Albano, Iva Zanicchi e altri cantanti nostrani per non essersi schierati contro la Meloni, sodale con l’Ucraina e fiera esponente della Nato.

Se il Cala di Volpe non è zona franca politica del Qatar, possiamo parlare dell’uso strumentale del governo italiano di pesi e misure diversificate nei confronti delle due star mondiali, Lopez e Gergyev. Tale è la discrepanza di trattamento che diventa impossibile non notare lo scadimento della diplomazia italiana, un atteggiamento cieco, o finto cieco, in quanto al concerto di Jennifer Lopez la presenza numerosa, stando alla cronaca giornalistica, era costituita anche da milionari e potenti personaggi della russia putiniana.

Personaggi, che, evidentemente, possedevano la capacità di obnubilare il senso della vista dei vari ministri dell’interno, degli esteri, della cultura, compresa l’esponente Pd Picierno, favorevole alla censura nei confronti del maestro Gergyev. Questa vicenda estiva non appartiene ai soliti lazzi e sollazzi smeraldini, ma è frutto di un’Italia che ambisce ad imporre una nuova egemonia culturale, quella della destra rispetto a quella della sinistra.

Cioè quell’egemonia che porta con se l’acre odore fascista che si nutre di propaganda con i rumori delle grancasse. Infatti, il governo non si è risparmiato nel promuovere la propaganda su tutti i media a proposito della censura esercitata nei confronti del maestro Gergyev, il quale è stato descritto come se fosse arrivato alla reggia di Caserta non per dirigere un’orchestra, ma per tenere un comizio di esaltazione di Putin, nemico della “nostra nazione”, come dice la Meloni.

Sulla stessa linea della propaganda c’è il caso dello sgombero del Leoncavallo, avvenuto secondo i canoni di una ripresa cinematografica, utile per evidenziare la forza e il decisionismo del governo meloniano. Il tracotante decisionismo, infatti, se ne è fregato degli accordi già in atto tra il sindaco di Milano e gli occupanti del Leoncavallo, che prevedevano lo sgombero dello stabile il prossimo settembre, per essere restituito al legittimo proprietario. Un accordo che denota un atteggiamento pacifico, collaborativo e democratico fra le parti.

Silente, invece, l’atteggiamento degli esponenti del governo nei confronti degli occupanti di un palazzo romano da parte di militanti di Casa Pound, quelli che praticano apertamente il razzismo fascista, organizzano ronde e pestaggi contro gli immigrati. Gli stessi hanno minacciato in caso di sgombero, da parte delle forze dell’ordine, che difenderanno fino in fondo il palazzo occupato. C’è solo da sperare che la loro opposizione non sia quella paventata alcuni anni fa quando preannunziarono “un bagno di sangue”, se si fosse proceduto allo sgombero del manufatto.

Intanto il poliziotto Piantedosi e il basettone della cultura Giuli e tutta la destra governativa continuano a tenere mani e piedi nelle torbide acque dei criminali internazionali  Netanyahu e Almasri, le cui mani grondano di sangue innocente. Tutto questo alla luce della nuova egemonia culturale della destra parafascista.

da qui

domenica 10 agosto 2025

Le nostre farmacie comunali boicottano i prodotti israeliani - Lorenzo Falchi

Mi chiamo Lorenzo Falchi e ho la fortuna di essere il Sindaco di Sesto Fiorentino, una città e una comunità di persone che ripudiano la guerra, che promuovono la cultura della pace, della cooperazione e della solidarietà tra i popoli e gli individui. Nelle nostre farmacie comunali abbiamo scelto di boicottare i prodotti israeliani. Vi spiego perché.

Sono certo che nessuno possa rimanere insensibile di fronte alle terribili immagini del genocidio a Gaza, della violenza sistematica e cieca verso civili, bambini, persone indifese in fila per un po’ di farina e di acqua. Di fronte a tutto questo la Giunta comunale di cui sono Sindaco ha deciso che fosse necessario dare un segnale, non violento ma forte: far sentire la nostra voce, dal basso, anche per squarciare il silenzio complice del governo Meloni e dell’Unione Europea.

Per questo abbiamo approvato una delibera, la prima in Italia, per sostenere la campagna di boicottaggio contro i prodotti israeliani come forma di pressione economica contro il governo di Netanyahu e per realizzarla concretamente nelle società partecipate dal Comune.
Grazie a questo atto le nostre Farmacie Comunali hanno stabilito la sospensione dei rapporti commerciali con aziende israeliane portando allo stop della vendita di farmaci, parafarmaci, attrezzature mediche e preparati cosmetici prodotti da tali aziende in tutti i punti vendita. Ovviamente tutti i farmaci indicati dalle prescrizioni mediche saranno sempre disponibili e per tutti gli altri prodotti l’azienda e il personale suggeriranno alternative equivalenti.

Una posizione chiara che presuppone l’interruzione di ogni forma di complicità, anche economica, con la sistematica violazione dei diritti umani da parte del Governo israeliano a Gaza e in Cisgiordania e che si unisce ad una campagna internazionale che coinvolge organizzazioni non governative, associazioni, imprese e singoli cittadini. Anche Francesca Albanese, col suo recente rapporto, ha sottolineato l’importanza di denunciare i legami economici tra il governo israeliano e le sue politiche genocidarie e molte aziende occidentali che traggono benefici enormi dalla guerra, l’occupazione ed il massacro della popolazione palestinese.

Un legame che spiega anche la grande complicità di larga parte del sistema mediatico, sempre pronto a nascondere, edulcorare, disumanizzare il genocidio. In piccolo l’ho provato in prima persona assistendo ad una campagna mediatica contro la nostra decisione: sono stato definito antisemita e “sindaco anti ebrei” sulla carta stampata, oltre a subire le accuse sguaiate e ridicole di giornalisti faziosi e ben schierati in una nota trasmissione televisiva nazionale.

Ma i fatti e le opinioni delle persone contano di più dei media e i primi 15 giorni di campagna di boicottaggio sono stati un successo: molto sostegno da parte dei cittadini, vendite totali in aumento nelle farmacie comunali ma crollo del fatturato legato a prodotti israeliani. Molti comuni stanno approvando delibere analoghe e tante sono le iniziative che rafforzano il movimento di solidarietà al popolo palestinese anche tra gli enti locali.

Sappiamo bene che si tratta di una goccia nel mare ma sarebbe inaccettabile rimanere immobili e rinunciare a muovere le leve che, nel nostro piccolo, possono lanciare un segnale di umanità, pace e libertà.

da qui

sabato 2 agosto 2025

Perché è giusto che la presidente Todde si interessi della fabbrica RWM - Cinzia Guaita e Arnaldo Scarpa

 

Le accuse rivolte ieri dai Consiglieri Regionali Truzzu e Rubiu verso la Presidente Alessandra Todde, relativamente alla questione RWM di Domusnovas-Iglesias, per mezzo del maggiore quotidiano della Sardegna, appaiono evidentemente non fondate su fatti concreti, ma risultano particolarmente tristi per il disinteresse che dimostrano verso la pace, la tutela dei valori umani e la legalità.

Ciò che i consiglieri definiscono un “pregiudizio ideologico” è invece a nostro parere un necessario atteggiamento di attenzione al bene comune della Sardegna e del mondo intero.

Per meglio entrare nel dettaglio della questione, il Comitato Riconversione Rwm, come sempre ha cercato di fare, “meritandosi” anche una denuncia intimidatoria per diffamazione a mezzo stampa (archiviata dal Tribunale perché il fatto non sussisteva), ritiene doveroso esplicitare preliminarmente alcuni punti:

– la fabbrica di armi RWM Italia Spa di Domusnovas è uno stabilimento chimico integrato il cui funzionamento è per legge soggetto a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) da parte del Servizio valutazioni impatti e incidenze ambientali della Regione;

– lo stabilimento negli ultimi anni si è allargato ulteriormente nel territorio confinante appartenente al Comune di Iglesias grazie alla facilità con cui ha ottenuto dallo stesso Comune numerosissime autorizzazioni edilizie;

– dette autorizzazioni sono state in buona parte dichiarate irregolari dal Consiglio di Stato con sentenza definitiva;

– gli esplosivi, le bombe per aereo, le munizioni per cannoni, le mine marine e i droni killer prodotti e stoccati da Rwm Italia Spa in quello stabilimento e negli impianti funzionalmente connessi di Musei e Sa Stoia (Z.I. di Iglesias), sono realizzati, venduti e trasportati in assenza dell’obbligatoria Valutazione di Impatto Ambientale e vengono utilizzati nei peggiori teatri di guerra del mondo, dove producono unicamente morte e devastazione ambientale;

– gli impianti aggiuntivi, realizzati a partire dal 2017, non sono mai potuti entrare in produzione perché privi della regolarità edilizia e ovviamente della VIA.

È doveroso precisare che per realizzarli, col sostegno di varie forze politiche, compresa quella rappresentata da Truzzu e Rubiu, sono state spianate intere colline boscate, in area di pregio ambientale, e si è costruito sull’alveo di fiumi ad alto rischio di esondazione.

Inoltre, le popolazioni di Domusnovas, Iglesias e Musei non sono state messe a conoscenza dei pericoli che potrebbero derivare dallo stabilimento, dichiarato ad alto rischio di incidente rilevante, così come dei comportamenti da mettere in atto in caso di sinistro.

Tutto questo è da stato da tempo segnalato alla Procura e ai Carabinieri forestali e risultano avviate varie indagini.

Di recente, la Rwm ha pure chiesto, attraverso i Comuni di riferimento, all’Autorità di Bacino, di cancellare dalle mappe alcuni affluenti del Rio Figu che attraversano lo stabilimento, in maniera da poter più facilmente ottenere le autorizzazioni prescritte dalla legge, ma l’Autorità non ha concesso la cancellazione.

Di fronte a tale quadro, non può stupire che la Regione, a fronte di una richiesta di VIA ex post, fatta cioè dopo che le opere edilizie erano già state realizzate e dichiarate irregolari, stia valutando la pratica con molta attenzione e abbia più volte richiesto a Rwm le indispensabili precisazioni ed integrazioni documentali.

È del tutto comprensibile che la portata degli interventi da valutare e la complessità della situazione legale abbiano indotto gli uffici preposti ad esercitare una certa cautela.

Uscendo poi dagli aspetti strettamente burocratici e dai tecnicismi delle normative ambientali, occorre però sottolineare alcuni aspetti di fondamentale importanza che riguardano quei valori umani a cui si è accennato precedentemente.

Una serie di evidenze fattuali mette in relazione la Sardegna con le guerre in atto e con quanto di sconvolgente ed efferato sta accadendo nel mondo, non ultimo il genocidio del popolo palestinese, portandolo sempre più vicino alla catastrofe totale.

Ci riferiamo alle esercitazioni belliche che si svolgono continuamente sull’isola, con disprezzo dell’ambiente e della vita dei sardi, alla vicenda dei missili inesplosi dispersi in mare, alla base di Decimomannu in cui piloti militari di numerosi eserciti del mondo vengono addestrati a pilotare mezzi di morte, ai poligoni, all’appoggio alle operazioni di guerra da parte di varie strutture tecniche dislocate nell’isola e, specialmente, alla fabbrica Rwm che produce dolore e orrore per le migliaia di persone vittime dei suoi ordigni di morte, mentre è di scarsa importanza per l’economia sarda.

Già, perché l’importanza occupazionale di Rwm, continuamente sbandierata dai suoi sostenitori, va fortemente ridimensionata, a partire dai dati. L’azienda impiega in Sardegna solo un centinaio di lavoratori diretti, mentre la restante parte (tra 200 e 300 unità) è costituita da personale interinale sostituito frequentemente e tenuto in costante stato di precarietà, al fine di minimizzare il rischio economico della società e massimizzarne i profitti, che non restano sul territorio, ma vanno ad ingrossare i conti degli azionisti del gruppo tedesco Rheinmetall.

Lungi dal contribuire al “progresso materiale e spirituale della società”, come vorrebbe l’art. 4 della Costituzione, e ben lontana dai principi stabiliti dall’art. 41, il quale stabilisce che l’attività economica “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, Rwm sfrutta la fame di lavoro endemica nel territorio sardo per spingere la Regione a concedere le autorizzazioni necessarie per potersi allargare e diffondere come un cancro in fase espansiva.

La realtà dei fatti, così cruda e difficile da accettare, non può invece non richiamare un attento esame da parte della Giunta Regionale e l’attuazione delle necessarie contromisure, finalizzate, nel breve tempo, a limitare i danni umanitari generati a livello internazionale dalla produzione di armamenti nella nostra isola e, nel medio, a riorientare la politica industriale regionale verso tutt’altra direzione, promuovendo la riconversione al civile sia di Rwm che dei poligoni.

Per questi motivi, riteniamo che un interessamento diretto della Presidente Todde rispetto alla questione Rwm sarebbe assolutamente auspicabile e ci rendiamo disponibili al confronto e al supporto concreto di iniziative nel senso prima auspicato, insieme alle decine di tecnici ed esperti provenienti dal mondo professionale ed accademico che negli anni hanno aderito all’attività di questo Comitato e col supporto del neonato comitato regionale “Insieme per la Pace disarmata” composto da 68 soggetti collettivi della società civile e politica della Sardegna.

Arnaldo Scarpa e Cinzia Guaita sono i portavoce del Comitato Riconversione RWM per la pace, il lavoro sostenibile, la riconversione dell’industria bellica, il disarmo, la partecipazione civica a processi di cambiamento, la valorizzazione del patrimonio ambientale e sociale del Sulcis-Iglesiente

da qui

mercoledì 2 luglio 2025

Guerre e industrie di armi - Francesco Casula

 

Le guerre le fanno (oramai senza più dichiararle) gli Stati e i militari. Ma le propagandano, da sempre, le industrie delle armi.

E da sempre per motivi economici e di supremazia e dominio geopolitico. Le motivazioni “nobili” che spesso si adducono (guerre di difesa, guerre preventive, guerre per la libertà e la democrazia, guerre religiose, guerre etniche) sono, ieri come oggi pretesti, alibi o più precisamente mascherature ideologiche.

Il caso paradigmatico del rapporto stretto e corposo tra guerra-industria delle armi ci viene offerto dalla I Guerra mondiale.

Quando nel 1914 scoppia, l’Italia non entra in guerra. Il Parlamento si dichiara neutralista, composto com’è da liberali socialisti e cattolici, tutti contrari, sia pure con motivazioni diverse.

Sciaboletta (alias Vittorio Emanuele III, il tiranno sabaudo delle leggi razziali e del fascismo) insieme al capo del governo, Salandra e al ministro degli esteri, prima San Giuliano poi Sonnino, per un anno intero sfianca il Parlamento per convincerlo a dichiararsi favorevole all’intervento bellico, come avverrà. Fra l’altro con delle motivazioni fasulle: liberare le terre “irredente”.

Sappiamo che quella motivazione era falsa: l’Austria si era infatti resa disponibile a cedere all’Italia, se fosse rimasta neutrale, tutte le cosiddette terre irredente. E Giolitti, il gran capo dei liberali, in una lettera privata che poi sarà pubblicata dal Quotidiano “La Tribuna”, aggiungerà “E parecchio di più!”.

Ma questa balla delle “terre irredente” viene ancora distribuita a piene mani anche oggi nei libri scolastici e non solo. Nonostante che fin dagli anni ’60, don Lorenzo Milani, il battagliero prete fiorentino della Scuola di Barbiana, in una lettera ai Cappellani militari smentisse quella balla colossale.

Bene, le industrie delle armi dunque. Tra lo scoppio della guerra e l’adesione dell’Italia, in ogni modo sollecitano incoraggiano propagandano l’interventismo e sponsorizzano tutti quei gruppi (nazionalisti, futuristi, dannunziani) che lo sostengono. Per intanto finanziando i loro giornali. Ad iniziare dal Quotidiano “Il Popolo d’Italia”, fondato dall’innominabile, il figlio del fabbro di Predappio che dopo essere stato un neutralista radicale, da vero voltagabbana, diventa interventista, chiassoso e violento.

A finanziare il nuovo Quotidiano di Mussolini vi è l’Edison (con Carlo Esterle); la FIAT (con Giovanni Agnelli); l’Unione Zuccheri e della siderurgia di Savona (con Emilio Bruzzone); l’Ansaldo (con Pio Perrone); gli Armatori genovesi (con Luigi Parodi).

Ma verranno finanziati anche molti altri Quotidiani: “L’Idea Nazionale”, che da settimanale diventerà quotidiano, sostenuto dal vicepresidente della FIAT, Dante Ferraris, interessato personalmente alle industrie belliche. E ancora “Il Secolo XIX” di Genova (con i Perrone dell’Ansaldo); “Il Messaggero” di Roma e “Il Secolo” di Milano (sempre con i Perrone).

La grande borghesia industriale vede nella guerra un’occasione formidabile per fare immani profitti con le commesse dello Stato di armi e materiale bellico: e così infatti sarà.

La FIAT negli anni 1915-18 venderà allo Stato 10 mila cannoni e 10 milioni di proiettili oltre a carri militari (Fiat 18 BL e Fiat 45 TER), mitragliatrici (Fiat Revelli mod.1914) e aerei (Fiat BR).

Mentre l’Ansaldo venderà motori di aerei (24mila negli anni 1915-18), cannoni navali (381), autocarri militari mitragliatrici e corazzate.

Ma non è solo il motivo economico che spinge l’industria delle armi a sostenere e volere la guerra: con la coscrizione obbligatoria e, dunque, l’arruolamento di decine e decine di migliaia di giovani, le industrie si “liberano” di operai “fastidiosi” per le imprese, combattivi nel difendere non solo il salario ma le condizioni di vita in fabbrica, con scioperi e manifestazioni.

Scrive a questo proposito uno dei più grandi storici italiani, Giorgio Candeloro: ”La scelta interventista presentava per gli industriali (oltre che gli immani profitti nda) altri due importanti vantaggi, che peraltro si manifestarono chiaramente solo dopo l’entrata in guerra: la disciplina di guerra col conseguente indebolimento del potere contrattuale e della combattività delle organizzazioni operaie e l’inquadramento nell’esercito di masse notevoli di potenziali disoccupati grazie alla mobilitazione generale” 1

Nota bibliografica

1. Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, VIII, Feltrinelli editore, Milano, 1979, pagina 74-75.

da qui

martedì 1 luglio 2025

sulla legge elettorale in Sardegna

 

Sulla legge elettorale sarda, una risposta a Roberto Loddo - Giuseppe Mariano Delogu

Scrivo in rappresentanza della Rete SarDegna Iniziativa Popolare che dal mese di marzo raccoglie le firme per una proposta di legge elettorale di iniziativa popolare incentrata sul superamento dell’elezione diretta del presidente e l’elezione del consiglio con sistema proporzionale.

Nel condividere le motivazioni dell’articolo a firma di Roberto Loddo vorrei osservare che quanto affermato in esso (“Prendo atto che la tendenza dell’opinione pubblica è decisamente orientata ad affidarsi e concentrare più poteri verso una sola persona togliendo potere e rappresentanza al sistema dei partiti. Il popolo ha letteralmente messo in stand-by il sistema dei partiti e si è affidato da un lato a comitati elettorali e clientelari e dall’altro lato a degli stregoni che sintetizzano la rabbia degli esclusi.”) sembra quasi un aprioristico luogo comune per difendere l’ineluttabilità del presidenzialismo, come se la legge avesse ricevuto il divino mandato dal popolo e dal quale non si possa tornare indietro; viceversa, nel reale incontro con le migliaia di persone che si sono fermate a discutere nei nostri banchetti, questo presunto “essere orientati ad affidarsi” in realtà non esiste, semmai è una rassegnazione indotta da chi ha messo il carro davanti ai buoi in nome della “stabilità” e “governabilità”, feticci che la storia dimostra di essere re nudi.

Al contrario, nelle nostre molteplici attività di informazione e sensibilizzazione sui temi della qualità della democrazia in Sardegna, quando si svelano le criticità pesanti della legge in vigore e i cittadini prendono atto dei trucchetti della legge-truffa, essi si indignano pesantemente firmando convintamente e senza nessun rimpianto del presidenzialismo e della sua connaturata sottrazione di democrazia.

A breve presenteremo i risultati della nostra iniziativa che abbiamo condotto soli, senza ausilio di stampa o gruppi forti, ma solo con l’entusiasmo civico di lavorare per un fine comune; auspichiamo come Rete SarDegna Iniziativa Popolare che il Consiglio regionale, nella pienezza delle sue competenze, prenda in carico il testo sostenuto dalle firme dei cittadini sardi e ci dia una buona legge, non una qualunque, non una semplice modifica di uno o due commi, ma quella che riporti la fiducia negli elettori e restituisca alla Sardegna una assemblea legislativa che lo rappresenti.

Una riflessione più generale mi induce inoltre a sottolineare il grande equivoco in cui da anni è piombata la “sinistra” tutta (dimentica della lezione impartita da Palmiro Togliatti alla Camera dei deputati di lunedì 8 dicembre 1952 [1] nel suo intervento contro la legge-truffa) accettando il principio  semplificatore del presidenzialismo come panacea dei mali del paese, e indicando nel proporzionale puro le radici della corruzione, delle malversazioni, del cattivo governo. Così facendo la sinistra sta alimentando la madre di tutte le leggi truffa: il premierato della Meloni, obiettivo dichiarato e perseguito dai tempi neri della P2.

Mi chiedo: come si può sostenere la battaglia contro il premierato in Italia se non si mette in discussione il feticcio del “presidente solo al comando” e si spingono gli elettori a fuggire dal voto (altro che “affidarsi ai comitati elettorali”!) creando coalizioni artificiose per la sola matematica elettorale e non per ripristinare terreni aperti di democrazia? Viviamo in tempi bui, direbbe Brecht, tempi di guerre fatte senza essere dichiarate dalle autocrazie, realizzate attraverso sistemi tecnologici e militari che la storia non ha conosciuto prima.

L’unica via per difenderci è il ripristino della democrazia reale.

Con la raccolta di firme da parte della Rete Sardigna Iniziativa Popolare ci rivolgiamo alle persone, direttamente, senza mediazioni di sigle o bandiere, e ci accorgiamo che la gente è più matura di quanto alcuni politici sostengano con affermazioni tipo “la legge elettorale è materia di esperti, la gente non può elaborare proposte così complesse”. 

Non è così. La gente risponde. Positivamente.

Giuseppe Mariano Delogu è il presidente di Rossomori de Sardigna e referente della Rete SarDegna iniziativa popolare

[1]“nella elezione sta il germe di tutto ciò che è veramente costituzionale, che questa è la legge matrice del libero popolo, che se tutte le leggi fossero buone e la legge elettorale pessima in quel paese vi sarebbe agitazione, sventura, tirannide” in L. Canfora “La trappola – Il vero volto del maggioritario, Sellerio ed. 2019

da qui


Tre milioni in consulenze, 300 mila euro su legge statutaria e legge elettorale: la Giunta appalta la democrazia e prende tempo

Con la delibera n. 32/63 del 18 giugno 2025, la Giunta regionale della Sardegna ha stanziato 3 milioni di euro, distribuiti su tre anni, per incarichi esterni di studio, ricerca e consulenza.

Di questi, ben 300 mila euro sono destinati specificamente alla predisposizione di un disegno di legge elettorale e della legge statutaria. Il commento di Sardegna chiama Sardegna:

«È una decisione che pone problemi molto seri, tanto sul piano democratico quanto su quello politico-istituzionale. Affidarsi a consulenze esterne non è, di per sé, un errore. Ma in questo caso si tratta di un ribaltamento della logica democratica. Si parte dalle consulenze prima ancora di aprire un confronto istituzionale e pubblico su due temi fondamentali come la riforma della legge elettorale e della legge statutaria. 

In secondo luogo, appare l’ennesimo spreco di risorse pubbliche. La Presidente e la Giunta dispongono già di risorse interne qualificate: basti pensare alla Direzione Generale della Presidenza e all’Ufficio della Presidente, con il suo ricco staff costruito grazie alla L.R. 10/2021, la cosiddetta legge “poltronificio” ereditata da Solinas e non cancellata o riformata.

Ancora più grave è la dilazione dei tempi. Le risorse vengono distribuite su tre anni, segno evidente che la Giunta non intende fare della riforma un’urgenza politica, ma piuttosto un tema da rinviare. Si ripete così un copione già visto: diluire per non fare. Prendere tempo fino all’ultimo momento utile della legislatura, per poi constatare – ancora una volta – che “non ci sono più i tempi tecnici”. Un alibi, non un progetto.

Nel frattempo, però, la società sarda ha già avviato il confronto. Il percorso “Ricostruiamo la democrazia sarda”, promosso da un’ampia rete di forze politiche, sociali e sindacali, ha realizzato quattro assemblee itineranti a Bauladu, Nuoro, Sassari e Cagliari, con il coinvolgimento di centinaia di cittadini, comitati, movimenti e associazioni. Un’esperienza di democrazia partecipata, reale, che ha messo al centro il tema della rappresentanza politica, territoriale e di genere, e che ha prodotto contributi concreti per una riforma della legge elettorale più giusta e inclusiva.

Ma non solo: è in corso una raccolta firme per una proposta di iniziativa popolare promossa dalla “rete SarDegna Iniziativa popolare”; è stata depositata in Consiglio regionale una proposta di legge di Alleanza Verdi-Sinistra, elaborata dalla scuola di cultura politica Francesco Cocco; Progetto Sardegna ha proposto da mesi una modifica delle soglie di sbarramento. In generale, si discute di questi temi da anni, con autorevoli contributi politici, accademici e civici. È inaccettabile che tutto questo venga ignorato. La Presidente non può pretendere di decidere nel chiuso degli uffici, né trasformare il Consiglio in un organo chiamato solo a ratificare elaborazioni esterne. Statuto e legge elettorale non sono affari tecnici: sono le regole del gioco democratico e, come tali, vanno costruite in pubblico, con la voce della cittadinanza e il protagonismo del Consiglio.

Per questo chiediamo che si apra subito una discussione nella I Commissione Autonomia del Consiglio regionale, che vengano auditi i promotori dei percorsi già in campo, che il Consiglio riaffermi la propria centralità e non accetti di essere esautorato.

O si cambia ora, o si rischia per l’ennesima volta di non cambiare nulla. La democrazia non si appalta: si costruisce insieme, con metodo, partecipazione e coraggio.»

da qui


martedì 24 giugno 2025

Guerrafondai di ieri e di oggi - Francesco Casula

 

È incredibile come nella storia i guerrafondai, cinici e disumani, si rassomiglino e si piglino. Persino nelle espressioni lessicali. Anche a più di 2 mila anni di storia.

Succede infatti che lo stato terrorista di Israele con il suo gran capo, il satrapo, criminale di guerra Benjamin Netanyahu, nella notte del 12 giugno scorso, aggredisce l’Iran bruciando palazzi residenziali, distruggendo e devastando: ad iniziare dagli aeroporti. Da quello di Tabriz (distrutto) a quello, internazionale di Mehra colpito brutalmente.

Ma soprattutto uccidendo: ben 78 morti e 329 feriti. Tra cui 20 comandanti, 6 scienziati ma anche civili, donne e bambini.

E non è finita.

Bene: sapete come Israele ha chiamato questo mostruoso eccidio: blitz, raid, operazione militare.

Non aggressione e guerra, al di fuori e contro qualunque convenzione internazionale.

“Operazione militare”: questo lessico non vi ricorda qualcuno? Putin? Sì, proprio lui: che considera la guerra di aggressione all’Ucraina una “operazione speciale”.

Ma questo è ancora niente, rispetto alle valutazioni che si danno sull’Evento: per Trump si tratta di un’operazione “eccellente”. Ma capite? Non un mostruoso e sanguinario eccidio!

E il terrorista di Stato: “E’ apparso raggiante” dopo i bombardamenti, scrivono le cronache dei giornali. “Raggiante”!

Siamo alla disumanizzazione totale. Roba da criminali mentecatti. Ma a questo punto potrebbe qualcuno meravigliarsi se i terroristi di al-Qaeda considerassero l’operazione delle Torri gemelle dell’11 settembre del 2001 “eccellente” e altrettanto i terroristi di Hamas per l’operazione del 7 ottobre 2023? E gli uni e gli altri, come Netanyahu, fossero “raggianti”?

Facciamo un salto di 2 mila anni e più? Il principale storico romano Tito Livio usa un termine simile a quello del capo terrorista israeliano: dopo un immane eccidio della popolazione sarda, l’esercito romano, ritorna “felice” a Roma dopo aver ucciso in due guerre (12 mila Sardi nel 177 a. C. e 15 mila nel 176).

Cialtroni e ciarlatani guerrafondai che leggessero per avventura questa mia nota, mi risparmino inutili e becere lezioni sul “contesto” storico e scempiaggini simili. Gioire per una strage di uomini è abominevole: ieri come oggi come sempre. Punto!

Ma ecco il testo di Tito Livio (libro 23^ della sua della monumentale Storia di Roma “Ab urbe condita” in 142 libri) che ricorda l’Evento.

“Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove, nel tempio della Dea matuta”.

Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che turbarono il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi di poco valore e dunque acquistabili e da vendere, a basso prezzo.

da qui

lunedì 23 giugno 2025

La professione infermieristica: quale ruolo rispetto alle problematiche climatiche e all’assistenza primaria - Mario Fiumene


L’evoluzione dei bisogni di salute, la crescente complessità dei percorsi assistenziali e la riorganizzazione dei servizi territoriali richiedono un ripensamento del contributo di tutte le professioni (mediche, sanitarie, infermieristiche, sociali e così via) nei processi di trasformazione del sistema sanitario.

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano rappresenta una complessa organizzazione Knowledge-Based, ovvero una realtà che si fonda sul valore della conoscenza e competenza professionale di chi vi lavora. Tra queste figure professionali, gli infermieri rappresentano circa il 40% di tutto il personale del SSN e svolgono un ruolo cruciale nel garantire l’efficacia, la continuità e la qualità delle cure. La dotazione strutturale di un sistema sanitario rappresenta uno dei principali indicatori per valutarne l’efficienza e la capacità di rispondere alle esigenze della popolazione.

Gli indicatori utilizzati per rappresentare queste dimensioni riguardano la disponibilità di risorse umane sulla base della domanda (popolazione da coprire e numero posti letto) e la composizione del personale. Un contesto globale in rapida evoluzione pone sfide per i sistemi sanitari e influisce sulla salute e sul benessere. Instabilità geopolitica, conflitti, cambiamenti climatici e sconvolgimenti ambientali stanno avendo un impatto su un numero crescente di paesi.

L’incertezza economica persiste insieme all’aumento del debito pubblico, all’inflazione e alla riduzione del margine di bilancio, tutti fattori che incidono sulla spesa del settore sociale. Le ripercussioni sulla salute umana si riflettono nel rallentamento dei progressi nella riduzione della mortalità materna, neonatale e infantile e nell’aumento delle malattie non trasmissibili (NCD), dei problemi di salute mentale, delle malattie trasmissibili, della resistenza antimicrobica e dei rischi infettivi ad alto rischio.

Mancano 5 anni all’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile 2030. I progressi in materia di copertura sanitaria universale (UHC), sicurezza sanitaria e Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) relativi alla salute non possono essere realizzati senza un numero adeguato di operatori sanitari e assistenziali dotati delle competenze necessarie per soddisfare i bisogni di salute della popolazione. Mentre lo “stock” globale di operatori sanitari è aumentato costantemente nell’ultimo decennio, i progressi nel colmare la carenza di operatori sanitari sono rallentati, inducendo una revisione al rialzo della carenza globale prevista per il 2030 da 10 a 11 milioni, il 69% dei quali sarà a carico delle regioni africane e del Mediterraneo orientale dell’OMS.

Queste lacune nell’accesso agli operatori sanitari rappresentano una grave disuguaglianza che deve essere affrontata. Lo Stato dell’assistenza infermieristica nel mondo 2025 fornisce dati ed evidenze aggiornati e convalidati sulla forza lavoro infermieristica globale, come riportato attraverso un approccio standardizzato per i dati sulla forza lavoro sanitaria nazionale. La maggiore disponibilità di dati consente una maggiore precisione nella descrizione delle sfide relative alla formazione infermieristica, all’occupazione, all’erogazione dei servizi e alla leadership, nonché una pianificazione adeguata delle risposte politiche per affrontarle.

Ottimizzare la produzione nazionale di infermieri per soddisfare o superare la domanda del sistema sanitario è nell’agenda di molti Paesi. In particolare quelli africani e del Mediterraneo orientale, devono aumentare il numero di laureati in infermieristica per tenere il passo con la crescita demografica e l’espansione della domanda del mercato del lavoro. Molti paesi dovranno affrontare i colli di bottiglia che impediscono l’ammissione o l’iscrizione degli studenti (ad esempio, la disponibilità di facoltà infermieristiche e sedi di formazione clinica; limitazioni nelle infrastrutture e nelle attrezzature per la formazione), da noi in Italia si discute di come rendere attrattiva la Professione infermieristica. In altre realtà si pensa a come dare agli infermieri gli strumenti per contribuire all’agenda climatica attraverso la formazione, l’advocacy, la pratica consapevole del clima in ambito sanitario e la leadership.

Integrare i risultati di apprendimento sugli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute nei programmi di studio basati sulle competenze e negli studi interdisciplinari. I ruoli infermieristici nelle strutture sanitarie possono promuovere misure di sostenibilità e consapevolezza climatica nei loro luoghi di lavoro. Anche in Italia si dovrebbero ripensare i percorsi didattici e inserire nei programmi le tematiche di salute dell’ambiente e dei luoghi di vita. L’ambiente globale è sempre più caratterizzato da crisi e conflitti concomitanti, incertezza economica, accelerazione dei cambiamenti climatici e aumento delle disuguaglianze sociali.

Conflitti e emergenze prolungati si verificano in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche. La stagnazione e la regressione economica globale stanno esercitando pressioni sui bilanci degli aiuti allo sviluppo e limitando la spesa del settore sociale in senso più ampio. Gli impatti dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale sono più evidenti e colpiscono in modo sproporzionato le popolazioni vulnerabili. I cambiamenti demografici sono sempre più caratterizzati dall’invecchiamento della popolazione e dai bassi tassi di natalità in molti paesi, compreso il nostro, parallelamente a un costante aumento dell’urbanizzazione in tutto il mondo. Sebbene i progressi tecnologici offrano un potenziale significativo per migliorare l’accesso alle informazioni, il processo decisionale e la produttività, i benefici comportano il rischio di ampliare i divari di accesso, aggravare le disuguaglianze, la disinformazione e la disoccupazione.

Gli infermieri svolgono un ruolo cruciale nell’affrontare gli impatti sulla salute dei cambiamenti climatici attraverso l’istruzione, la sensibilizzazione e le pratiche sanitarie sostenibili. In quanto operatori sanitari che lavorano in prima linea nella fornitura dei servizi, educano i pazienti e le comunità sui rischi per la salute legati al clima, tra cui l’inquinamento atmosferico, il caldo estremo e le malattie trasmesse da vettori, promuovendo al contempo misure protettive come la preparazione e la risposta alle emergenze, strategie di idratazione e prevenzione delle infezioni.

I loro stretti legami con le comunità li rendono potenti sostenitori della giustizia sociale, affrontando l’onere sproporzionato dei cambiamenti climatici, come l’aumento della prevalenza di malattie respiratorie e cardiovascolari dovuto all’inquinamento atmosferico o malattie trasmesse da vettori dovute ai cambiamenti climatici. In molti Paesi oltre all’educazione dei pazienti, gli infermieri guidano iniziative per ridurre l’impronta di carbonio delle strutture sanitarie e assistenziali promuovendo il riciclaggio, riducendo il consumo energetico, implementando pratiche di approvvigionamento sostenibili e sostenendo la telemedicina. Questi sforzi contribuiscono a mitigare l’impatto ambientale della salute e dell’assistenza, garantendo al contempo la resilienza contro i cambiamenti climatici come eventi meteorologici estremi, incendi boschivi e alluvioni.

Tuttavia, gli infermieri stessi affrontano rischi per la salute derivanti dai cambiamenti climatici, tra cui l’esposizione a temperature estreme, la scarsa qualità dell’aria e il peso psicologico della risposta alle emergenze causate dal clima. Il supporto alla salute mentale per gli infermieri che affrontano stress, burnout e traumi è essenziale per mantenere il benessere e l’efficacia della forza lavoro. Nonostante il loro ruolo fondamentale, molti infermieri segnalano una formazione inadeguata sui problemi di salute legati al clima.

Uno studio globale ha rilevato che tra gli operatori sanitari intervistati, il 41% ha segnalato una mancanza di conoscenza come ostacolo alle iniziative sui cambiamenti climatici, il 22% ha citato un supporto tra pari limitato e il 31% riteneva che gli operatori sanitari avrebbero avuto scarso impatto, sottolineando l’urgente necessità di una migliore istruzione e sviluppo delle competenze. Pertanto, il rafforzamento dei programmi di studio infermieristici e l’espansione dei programmi di sviluppo professionale continuo prepareranno meglio gli infermieri ad affrontare le sfide climatiche nella loro pratica. Integrando un’assistenza consapevole del clima nella loro pratica, gli infermieri contribuiscono alla resilienza sanitaria globale e al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

La loro competenza sia nell’assistenza diretta ai pazienti che nella più ampia sostenibilità del sistema sanitario li rende centrali per promuovere una risposta incentrata sulla salute ai cambiamenti climatici che dia priorità alla prevenzione, all’adattamento e all’equità. Come già detto in precedenza è auspicio che anche in Italia i programmi di studio infermieristici siano rivisti in applicazione dell’art.7 del nuovo Codice Deontologico 2025: «l’infermiere promuove stili di vita ecosostenibili e rispettosi dell’ambiente, riconoscendo l’interazione tra la salute umana, quella animale e l’ambiente, per una salute integrale a livello globale».

Vediamo un altro aspetto: gli infermieri nell’assistenza sanitaria primaria. Gli infermieri sono fondamentali per l’assistenza sanitaria primaria, poiché forniscono servizi equi, convenienti e incentrati sulle persone, rafforzando al contempo le capacità del sistema sanitario. Basato su prove concrete e supportato da politiche globali, l’approccio all’assistenza sanitaria primaria rimane fondamentale per raggiungere la copertura sanitaria universale e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Gli infermieri sono fondamentali per coordinare, personalizzare, supervisionare e comunicare l’assistenza tra specialisti, assistenti e caregiver informali. In qualità di caregiver, promotori, supervisori, educatori e leader, gli infermieri sono essenziali per la sicurezza del paziente.

La loro competenza nella gestione del rischio e nell’assistenza basata sulle evidenze garantisce la sicurezza nell’erogazione dei servizi. In particolare, il 67% dei paesi segnala l’integrazione dei principi di sicurezza del paziente nella formazione infermieristica, supportando funzioni critiche come la somministrazione di farmaci e la prevenzione e il controllo delle infezioni (IPC). Nonostante le sfide come la carenza di personale, gli infermieri sostengono le misure di IPC come l’igiene delle mani e le tecniche asettiche, promuovendo al contempo la fiducia attraverso l’educazione del paziente. Investire nella capacità e nella leadership infermieristica è fondamentale per sostenere l’assistenza primaria e le funzioni essenziali della sanità pubblica come nucleo dei servizi sanitari integrati consentendo agli individui e alle comunità di gestire la propria salute.

Gli infermieri sono fondamentali nel promuovere questi pilastri e nel guidare l’agenda dell’assistenza sanitaria primaria. Gli infermieri di famiglia IFeC (legge 77/2020) dovranno essere in prima linea in questa visione. Al contrario di altre professioni sanitarie, l’infermiere di famiglia e comunità (e in generale l’infermiere) non è una figura tecnica perché il suo intervento non si esaurisce con la prestazione erogata a fronte di una bisogno, ma agisce in modo preventivo, proattivo e partecipativo rispetto al paziente e anche alla sua famiglia perché questi siano in grado di comprendere la loro situazione e di affrontarla secondo i parametri necessari all’assistenza e alla tutela della salute, ma anche da punto di vista sociale e di integrazione per una qualità di vita migliore, anche attraverso la tutela dell’ambiente.

Mario Fiumene Dottore Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche, già Coordinatore Area delle Cure Domiciliari Servizio delle Professioni Sanitarie Asl 3 e Asl 5, Regione Sardegna

https://www.manifestosardo.org/la-professione-infermieristica-quale-ruolo-rispetto-alle-problematiche-climatiche-e-allassistenza-primaria/

venerdì 14 marzo 2025

Rapporto GrIG sugli illeciti forestali in Italia - Stefano Deliperi

 

2.094 notizie di reato, 26.667 illeciti amministrativi, 1.263 persone denunciate, 21 arresti, 302 sequestri preventivi. Sanzioni amministrative per complessivi euro 20.625.567,05 nei confronti di 24.751 trasgressori (2020-2024).

Qual’è il livello della legalità ambientale nella gestione dei boschi e delle foreste italiani? Questa è la domanda a cui cerca, almeno in parte, di rispondere la ricerca effettuata dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) riguardo le violazione delle leggi per la tutela boschiva e le conseguenti sanzioni applicate.

La prima edizione del Rapporto GrIG sugli illeciti forestali (2020 – 2022) è stata pubblicata nel febbraio 2024 e non comprendeva i dati delle Regioni autonome del Friuli Venezia Giulia e della Valle d’Aosta, allora non forniti.

La presente edizione del Rapporto GrIG sugli illeciti forestali riguarda gli anni 2020 – 2024 ed è il primo che riguardi l’intero territorio nazionale.

La copertura forestale italiana.

Secondo i dati dell’Inventario forestale italiano (2023), i boschi e le foreste si estendono per 11.054.458 ettari, con un indice di boscosità del 30,2% del territorio nazionale.

Si estendono nel 31,1% dei casi in aree naturali protette, mentre nel 68,9% fuori dalle aree naturali protette.  

Il 66,4% dei boschi italiani è di proprietà privata, mentre solo il 33,2% è di proprietà pubblica (demani civici compresi).

La gestione del bosco e delle foreste sul piano giuridico.

Negli anni scorsi è entrato in vigore il decreto legislativo n. 34/2018 e s.m.i. (Testo unico in materia di foreste e filiere forestali) che costituisce, insieme alle norme delle Regioni e delle Province autonome, il quadro di gestione boschiva sul piano giuridico.

E’ stato ed è fortemente criticato da autorevoli personalità del mondo accademico e da rilevanti parti dell’associazionismo ambientalista per la forte impronta produttivistica e poco attenta alla conservazione naturalistica.

Aspetti fortemente critici sono l’esclusione dalla nozione giuridica di “bosco” delle “formazioni di origine artificiale realizzate su terreni agricoli anche a seguito dell’adesione a misure agro-ambientali o nell’ambito degli interventi previsti dalla politica agricola comune dell’Unione europea” (es. Regolamento (CEE) n. 2080/92 del Consiglio, del 30 giugno 1992, che istituisce un regime comunitario di aiuti alle misure forestali nel settore agricolo), la c.d. arboricoltura da legno (es. Pioppeti, ecc.) d’impianto artificiale a fini di produzione legnosa, i noccioleti e i castagneti in produzione o in ripristino (art. 5 del decreto legislativo n. 34/2018 e s.m.i.), nonostante i svariati casi (es. numerosi castagneti) abbiano un’evoluzione naturale anche molto marcata. Fra le conseguenze c’è l’esclusione della presenza del vincolo paesaggistico ex lege (art. 142, comma 1°, lettera g, del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.).

Sono strumenti giuridici di gestione forestale la strategia forestale nazionale, i piani forestali di indirizzo territoriale, i piani di gestione forestale pubblici o privati (art. 6 del decreto legislativo n. 34/2018 e s.m.i.), nonchè la disciplina di gestione forestale predisposta da Stato, Regioni e Province autonome  (art. 7 del decreto legislativo n. 34/2018 e s.m.i.).

I tagli boschivi silvo-colturali dopo la legge n. 136 del 2023 sono autorizzati in base alla disciplina forestale.

La normativa comunitaria per la tutela dei boschi e le ambiguità nel campo delle energie rinnovabili.

La normativa comunitaria offre un rilevante quadro giuridico per la salvaguardia di boschi e foreste grazie alla Rete Natura 2000, realizzata in base alla direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, la fauna e la flora e in base alla direttiva n. 09/147/CE sulla tutela dell’avifauna selvatica: nel Bel Paese vi sono ben 2.649 siti rientranti nella Rete Natura 2000. In particolare, sono stati individuati 2385 Siti di Importanza Comunitaria (SIC), 2301 dei quali sono stati designati quali Zone Speciali di Conservazione, e 842 Zone di Protezione Speciale (ZPS), 578 delle quali sono siti di tipo C, ovvero ZPS coincidenti con SIC/ZSC (elenco dei SIC-ZSC,elenco delle ZPS).

La Rete Natura 2000 in Italia interessa complessivamente circa il 19% del territorio terrestre nazionale e circa il 6,5% di quello marino.

Ogni intervento che possa apportare modifiche agli ambienti tutelati dev’essere assoggettato alle preventive e vincolanti procedure di valutazione di incidenza ambientale (V.Inc.A.), ai sensi degli artt. 6 della direttiva n. 92/43/CEE e 5 del D.P.R. n. 357/1997 e s.m.i. di recepimento nell’ordinamento nazionale.

Tuttavia, sussistono forti ambiguità nel regime di effettiva salvaguardia del patrimonio forestale determinato dall’esplicito favore dell’Unione Europea per l’utilizzo delle biomasse, fra cui rientrano non solo gli scarti del legno, ma anche legno proveniente da tagli boschivi anche di ingente quantità ed estensione, come evidenziato dal recente rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) The European biomass puzzle – Challenges, opportunities and trade-offs around biomass production and use in the EU (genn. 2024).

Le recenti modifiche sul vincolo paesaggistico a tutela dei boschi.

Non è un periodo particolarmente felice per i boschi del povero Bel Paese. Il 10 ottobre 2023 è entrata in vigore la legge 9 ottobre 2023, n. 136 “Conversione in legge del decreto-legge 10 agosto 2023, n. 104, recante disposizioni urgenti a tutela degli utenti, in materia di attività economiche e finanziarie e investimenti strategici”.

Il decreto-legge 10 agosto 2023, n. 104, convertito nella legge 9 ottobre 2023, n. 136 riguarda norme per la tutela degli utenti dei servizi di trasporto, materie economiche e finanziarie, nonché investimenti in settori strategici. 

E’ del tutto evidente che l’attuale maggioranza politica che sostiene il Governo Meloni ha voluto ingraziarsi gli imprenditori e progettisti del settore forestale.

I boschi oggetto di tutela anche con singoli provvedimenti di individuazione ministeriale o regionale (artt. 136 e ss. del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) ora non vedono più gli interventi di taglio assoggettati alla necessità dell’autorizzazione paesaggistica (art. 146 del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), ma sono gestiti come quelli tutelati con il vincolo paesaggistico discendente dalla legge (art. 142, comma 1°, lettera g, del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.): in sostanza, per “incentivare e sviluppare le potenzialità della filiera nazionale foresta – legno e … favorire il riposizionamento strategico delle aziende italiane rispetto alla concorrenza dei mercati esteri”, sono esentati dall’obbligo di preventiva autorizzazione paesaggistica tutti gli interventi di “taglio colturale, la forestazione, la riforestazione, le opere di bonifica, antincendio e di conservazione da eseguirsi nei boschi e nelle foreste …  , purché previsti ed autorizzati in base alla normativa in materia” (art. 149, comma 1°, lettera c, del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.).

Ma è vero che tali disposizioni favorirebbero “le potenzialità della filiera nazionale foresta – legno e … il riposizionamento strategico delle aziende italiane rispetto alla concorrenza dei mercati esteri”?

Il settore della gestione forestale in Italia è davvero così virtuoso come, per esempio, fan pensare certe affermazioni del CONAF?

La ricerca GrIG sulla legalità nella gestione dei boschi e delle foreste italiane.

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha condotto (istanza del 5 ottobre 2023) una ricerca in relazione all’irrogazione di sanzioni amministrative ed emissione di comunicazioni di notizie di reato in materia di tagli boschivi non autorizzati nel territorio nazionale o nei rispettivi territori regionali/provinciali di competenza, negli anni 2020-2022.

Sono stati coinvolti i Carabinieri Forestale, per le Regioni ordinarie, e i Corpi forestali e di vigilanza ambientale delle Regioni e Province autonome.

Sono pervenute le risposte del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri (nota prot. n. 12/80-3 del 3 novembre 2023), della Ripartizione Servizio Forestale della Provincia autonoma di Bolzano (nota dell’11 ottobre 2023), del Corpo Forestale della Regione Siciliana (nota prot. n. 108414 del 31 ottobre 2023), del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale della Regione autonoma della Sardegna (nota prot. n. 78687 del 13 novembre 2023) e del Dipartimento Protezione Civile, Foreste e Fauna della Provincia autonoma di Trento (nota prot. n. 327 del 9 gennaio 2024). Nessuna risposta da parte dei Corpi forestali del Friuli – Venezia Giulia e della Valle d’Aosta.

Nel periodo 2020-2022 i Carabinieri Forestale hanno perseguito 1.039 reati, denunciato 707 persone, effettuato 14 arresti e 200 sequestri preventivi.

Inoltre hanno accertato ben 14.179 illeciti amministrativi, contestando violazioni per 11.354.240,00 euro a carico di 13.719 trasgressori ed effettuando 23 sequestri amministrativi.

La Ripartizione Servizio Forestale della Provincia autonoma di Bolzano, nel periodo 2020-2022, ha effettuato 30 comunicazioni notizie di reato e contestato 143 illeciti amministrativi per 264.267,00 euro.

Il Corpo Forestale della Regione Siciliana, sempre nel periodo 2020-2022, ha effettuato 2 comunicazioni notizie di reato e accertato 52 sanzioni amministrative.

Il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale della Regione autonoma della Sardegna, nel periodo 2020-2022, ha effettuato 51 comunicazioni notizie di reato e accertato 72 sanzioni amministrative.

Il Corpo Forestale della Provincia autonoma di Trento, nel periodo 2020-2022, ha accertato ben 291 sanzioni amministrative, ma non ha effettuato alcuna comunicazione notizie di reato.

I dati, purtroppo incompleti, indicano nel triennio 2020-2022 ben 1.122 notizie di reato e 14.737 illeciti amministrativi, sintomo di un’ampia presenza di illegalità nella gestione dei boschi e foreste italiani.

Un focus sulla Provincia di Siena, ben 172.000 ettari di superficie boscata su 382.100 di superficie complessiva, il 45,01% del territorio, una percentuale fra le più elevate in Italia:

– nel periodo gennaio – ottobre 2022, i Carabinieri Forestale di Siena hanno svolto oltre 500 verifiche in materia, irrogando ben 319 sanzioni amministrative per complessivi 353 mila euro ed effettuando 19 comunicazioni di reato relative a 25 soggetti all’Autorità giudiziaria competente: oltre il 63% dei controlli effettuati ha evidenziato situazioni irregolari;

– nel periodo gennaio – ottobre 2023, i Carabinieri Forestale di Siena hanno svolto oltre 1.300 verifiche in materia, irrogando ben 231 sanzioni amministrative per complessivi quasi 103 mila euro ed effettuando 12 comunicazioni di reato relative a 10 soggetti all’Autorità giudiziaria competente: quasi il 18% dei controlli effettuati ha evidenziato situazioni irregolari.

I dati evidenziano una significativa presenza di illegalità nel settore della gestione boschiva.

Il GrIG ha, poi, condotto un aggiornamento della ricerca (istanza del 28 gennaio 2025) che ha portato ad acquisire dati relativi a tutto il territorio nazionale per il successivo periodo 2023-2024.

Sono pervenute le risposte del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri (nota prot. n. 12/3-4 del 12 febbraio 2025), della Ripartizione Servizio Forestale della Provincia autonoma di Bolzano (nota del 13 febbraio 2025), del Corpo Forestale della Regione Siciliana (nota prot. n. 20144 del 25 febbraio 2025), del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale della Regione autonoma della Sardegna (nota prot. n. 12807 del 20 febbraio 2025), del Dipartimento Protezione Civile, Foreste e Fauna della Provincia autonoma di Trento (nota prot. n. 327 del 6 febbraio 2025), del Corpo Forestale Regionale del Friuli – Venezia Giulia (nota prot. n. 190264 del 7 marzo 2025) e del Corpo Forestale della Valle d’Aosta (nota prot. n. 493 del 29 gennaio 2025).

Nel periodo 2023-2024 i Carabinieri Forestale hanno perseguito 877 reati, denunciato 546 persone, effettuato 7 arresti e 102 sequestri preventivi.

Inoltre hanno accertato ben 11.071 illeciti amministrativi, contestando violazioni per 8.804.544,00 euro a carico di 10.618 trasgressori ed effettuando 28 sequestri amministrativi.

La Ripartizione Servizio Forestale della Provincia autonoma di Bolzano, nel periodo 2023-2024, ha contestato 106 illeciti amministrativi.

Il Corpo Forestale della Regione Siciliana, sempre nel periodo 2023-2024, ha effettuato 10 comunicazioni notizie di reato e accertato 131 sanzioni amministrative.

Il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale della Regione autonoma della Sardegna, nel periodo 2023-2024, ha effettuato 84 comunicazioni notizie di reato e accertato 92 sanzioni amministrative.

Il Corpo Forestale della Provincia autonoma di Trento, nel periodo 2023-2024, ha accertato ben 227 sanzioni amministrative, ma non ha effettuato alcuna comunicazione notizie di reato.

Il Corpo Forestale Regionale del Friuli – Venezia Giulia, nel periodo 2023-2024, ha contestato 165 illeciti amministrativi nei confronti di 180 trasgressori, per un importo complessivo di euro 86.398,10.

Il Corpo Forestale della Valle d’Aosta, invece, non ha accertato alcun illecito amministrativo nel periodo 2020-2024, ma ha effettuato una comunicazione notizia di reato nel 2021.

I dati indicano nel biennio 2023-2024 ben 971 notizie di reato e 11.752 illeciti amministrativi, sintomo di un’ampia presenza di illegalità nella gestione dei boschi e foreste italiani.

Nel quadriennio 2020-2024 si registrano ben 2.094 notizie di reato e 26.667 illeciti amministrativi, 1.263 persone denunciate, 21 arresti, 302 sequestri preventivi. Sono state contestate sanzioni amministrative per complessivi euro 20.361.300,05 nei confronti di 24.751 trasgressori.

Un sintetico focus su un caso emblematico di illecito forestale: un imponente taglio boschivo (circa 50 ettari) eseguito lungo le sponde del Fiume Secchia, nel territorio comunale di Rubiera (RE), ben oltre i limiti delle autorizzazioni nell’estate 2024 è stato sanzionato con un provvedimento dei Carabinieri Forestale che impone il ripristino ambientale e il pagamento di ben 198 mila euro.

A parte il procedimento penale, quantomeno per le violazioni di natura paesaggistica (artt. 734 cod. pen.181 del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), un caso esemplare di come – abusivamente – si elimina la difesa idrogeologica costituita dalla vegetazione riparia e dai boschi in particolare. Fatto ancor più grave in una regione – l’Emilia-Romagna – purtroppo ormai soggetta a calamità innaturali grazie a interventi antropici semplicemente assurdi e dettati da interessi economici piccoli grandi.

Qualche considerazione e qualche proposta.

L’attuale situazione di illegalità diffusa, che può rendefelici solo imprenditori senza scrupoli del settore del legno e nel campo della produzione di energia da biomasse legnose, disegna un quadro sensibilmente critico in una situazione di perdurante rischio idrogeologico presente in gran parte del territorio nazionale e in un momento di crisi ambientale determinata dai cambiamenti climatici. proprio quando sono sempre più ridotti nei fatti gli ordinari controlli ambientali e i tagli illeciti sono ampiamente diffusi quanto sanzionati in modo penosamente insufficiente, poche migliaia di euro per danni ambientali spesso non ripristinabili.

Il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) auspica una seria ed efficace inversione di tendenza, comprendente un forte inasprimento delle sanzioni penali e amministrative per i tagli boschivi abusivi e un aumento dei controlli ambientali, grazie a un incremento di personale e mezzi.

Il GrIG invierà formalmente il Rapporto sugli illeciti forestali al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, al Ministro della Cultura e al Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, affinchè adottino le iniziative di propria competenza e si facciano carico anche delle necessarie iniziative di proposta legislativa sull’inasprimento delle sanzioni penali e amministrative in materia…

continua qui