Visualizzazione post con etichetta plastica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta plastica. Mostra tutti i post

martedì 21 luglio 2026

La plastica che ci ostruisce il cuore: nei pazienti con infarto acuto l’84% ha frammenti nelle arterie

 

La ricerca pubblicata sull'European Heart Journal individua nel fumo e nello smog un "cavallo di Troia": danneggiano le barriere polmonari e facilitano l'ingresso dei frammenti plastici nelle arterie del cuore.

 

Chi subisce un grave infarto ha livelli nettamente più alti di micro e nanoplastiche nel sangue coronarico, e i fumatori rischiano sei volte di più di avere queste particelle in circolo. Lo rivela uno studio italiano pubblicato sull’European Heart Journal, che dimostra come il fumo agisca da “apripista” nei polmoni, facilitando l’ingresso della plastica nel flusso sanguigno fino ad ostruire le arterie del cuore.

I ricercatori hanno scoperto una correlazione chiarissima: chi subisce un grave infarto ha livelli molto più alti di micro e nanoplastiche nel sangue rispetto a chi soffre di altri disturbi cardiaci o ha coronarie sane. E in questo scenario, c’è un fattore che amplifica drasticamente il pericolo, agendo da vero e proprio “cavallo di Troia”: il fumo. Lo studio – frutto della collaborazione tra l’Università Sapienza di Roma, l’Università di Verona e il Centro di Ricerca sull’Inquinamento Ambientale e le Malattie Cardiovascolari dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli – ha analizzato il sangue prelevato direttamente dai vasi coronarici di 61 pazienti. I risultati non lasciano spazio a molti dubbi sulla diffusione di questi materiali.

Ebbene, la plastica è stata rilevata in ben l’84% dei pazienti colpiti da infarto acuto. Inoltre, in questo gruppo è stata riscontrata una varietà di tipi di plastica decisamente maggiore, tra cui il polietilene (il materiale più comune per imballaggi e contenitori monouso). Mentre nei pazienti con cardiopatia ischemica cronica, la presenza di plastica è scesa al 40%. È crollata al 32% nei pazienti con coronarie sane (gruppo di controllo).

A guidare questa complessa e delicatissima fase di analisi clinica sul campo è stato Pasquale Paolisso, cardiologo presso l’Ospedale Sant’Andrea – Università Sapienza di Roma e primo autore dello studio. È stata proprio l’intuizione di Paolisso e del seu team a permettere di mappare per la prima volta la presenza di questi contaminanti direttamente all’interno della circolazione coronarica. “Le micro e nanoplastiche sono ormai ovunque nell’ambiente, ma fino ad oggi sapevamo pochissimo sulla loro reale capacità di penetrare nel cuore”, spiega Paolisso. “La nostra ricerca dimostra non solo che queste particelle raggiungono la circolazione coronarica, ma che esiste un legame diretto tra l’esposizione ambientale, lo stile di vita e l’accumulo di plastica nel sangue. Averle identificate in percentuali così elevate nei pazienti con infarto acuto rappresenta un punto di svolta per comprendere i nuovi fattori di rischio cardiovascolare legati all’antropocene”.

Se la presenza di plastica nel sangue è già di per sé preoccupante, i dati su come queste particelle riescano a penetrare così facilmente nel nostro sistema circolatorio lo sono ancora di più. È qui che il ruolo del fumo e dell’inquinamento atmosferico diventa centrale. Secondo lo studio, infatti, i fumatori hanno una probabilità sei volte maggiore di avere microplastiche nel sangue rispetto ai non fumatori. Chi è esposto a lungo termine a livelli elevati di polveri sottili (PM2.5) mostra una presenza di plastica significativamente più alta. Il dato record è che il 100% dei pazienti fumatori esposti ad alto inquinamento atmosferico presentava plastica nel sangue coronarico.

Tra chi non fumava e viveva in aree meno inquinate, la percentuale scendeva ad appena il 12,5%. “La storia clinica dei fumatori è strettamente legata alla presenza di microplastiche nel sangue”, spiega Emanuele Barbato, ordinario di Cardiologia alla Sapienza e direttore dell’Unità di Cardiologia dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma, che ha guidato la ricerca spiegando il legame biologico. “I nostri risultati suggeriscono che il fumo potrebbe danneggiare le barriere protettive dei polmoni, rendendo molto più facile per le micro e nanoplastiche penetrare nel flusso sanguigno attraverso le vie respiratorie”. In altre parole, il fumo di sigaretta non solo introduce sostanze tossiche di per sé, ma agisce come un ‘apripista’ che rende i polmoni permeabili a queste piccolissime particelle plastiche disperse nell’ambiente.

Lo stesso meccanismo di vulnerabilità polmonare viene innescato dall’esposizione costante allo smog e al particolato fine. Fino ad oggi, la plastica nel corpo umano era considerata un problema principalmente teorico o limitato all’apparato digerente. Questa ricerca, unita ad altre recenti evidenze (come il ritrovamento di microplastiche nelle placche aterosclerotiche carotidee), dimostra che la contaminazione da plastica è un fattore di rischio cardiovascolare concreto. Le particelle di plastica non si limitano a “galleggiare” nel sangue: studi collaterali indicano che la loro presenza è associata a un forte aumento dei marcatori infiammatori (come il TNF-alfa e l’interleuchina-6), che possono destabilizzare le placche nelle arterie e favorire la formazione di trombi, scatenando l’infarto. La lotta alle malattie cardiache, dunque, non passa più soltanto dal controllo del colesterolo, della pressione o della sedentarietà. Ridurre l’uso della plastica, bonificare l’ambiente, ripulire l’aria delle nostre città e, soprattutto, dire addio al fumo di sigaretta sono oggi più che mai passi fondamentali per proteggere letteralmente il nostro cuore.

Lo studio

da qui

giovedì 9 ottobre 2025

“L’inquinante eterno più diffuso al mondo trovato nelle bottiglie di acqua minerale di sei marchi su otto” - c

 

L’inquinante eterno più diffuso al mondo, il Tfa, è stato trovato nei campioni di 6 bottiglie di acqua minerale. Sei sulle otto acquistate nei mesi scorsi, in un supermercato di Roma, da Greenpeace Italia. Obiettivo: testare l’eventuale presenza di Pfas, le sostanze poli e perfluoroalchiliche usate in numerosi processi industriali e prodotti di largo consumo, che si accumulano nell’ambiente e che sono da tempo associate a gravi rischi per la salute. E anche quella di Tfa, sebbene ad oggi non esistono limiti legali specifici per la sua presenza nelle acque minerali e potabili in Italia. L’ong ha acquistato bottiglie d’acqua degli otto marchi più diffusi in Italia (Ferrarelle, Levissima, Panna, Rocchetta, San Benedetto, San Pellegrino, Sant’Anna e Uliveto) e, per ciascuna, ha fatto analizzare due campioni (per un totale di 16), inviandone uno in un laboratorio italiano (Til Italia) e il secondo nel laboratorio di chimica dell’acqua del tedesco TZW, che si occupa da molti anni di analisi e valutazione dei Pfas. Tra le molecole ricercate, in questa analisi, anche il Tfa, ossia l’acido trifluoroacetico, una molecola a catena ultracorta (due atomi di carbonio) che la rende indistruttibile e le dà grande capacità di diffusione. Nei campioni d’acqua di Ferrarelle e San Benedetto Naturale non è stata rilevata alcuna presenza di Pfas: le concentrazioni di tali sostanze in questi campioni sono risultate inferiori al limite di rilevabilità di 50 nanogrammi al litro. Nei restanti campioni (12) appartenenti a LevissimaPannaRocchettaSan PellegrinoSant’Anna e Uliveto è stata invece rilevata la presenza di Tfa. Greenpeace Italia ha inviato questi risultati alle aziende proprietarie dei marchi. “Nessuna delle realtà contattate ha voluto commentare” spiega la ong.

Il risultato delle analisi – Sebbene i primi studi scientifici risalgano alla metà degli anni Novanta, solo recentemente il Tfa ha goduto di maggiori attenzioni, ma l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) sta rivalutando la sicurezza di questa sostanza, alla luce dei nuovi studi disponibili. Al momento non esistono limiti Ue specifici per il Tfa. Il campione che ha fatto registrare il valore più elevato di acido trifluoroacetico è quello appartenente all’acqua Panna (700 nanogrammi per litro), seguito dal campione del marchio Levissima (570 ng/l) e dal campione di acqua Sant’Anna (440 ng/l). Il Tfa è però l’unico Pfas rilevato nei campioni presi in esame, nessuno dei quali conteneva sostanze appartenenti al gruppo dei 20 Pfas regolamentati dalla direttiva Ue sull’acqua potabile (che in Italia entrerà in vigore nel 2026) né sostanze appartenenti al gruppo Pfas-4, ovvero per quattro molecole di cui è già nota la pericolosità per la salute umana e già incluse nel parere Efsa del 2020, ossia Pfoa e Pfos, rispettivamente cancerogeno e possibilmente cancerogeno, Pina e PFHxS. “I valori di Tfa trovati nei campioni (tra circa 70 e 700 nanogrammi per litro) si allineano, anche se con valori leggermente inferiori, a quelli ottenuti da altre indagini in vari Paesi europei (tra 370 e 3.300 nanogrammi per litro), dunque è una conferma della capacità di diffusione di questa sostanza” racconta a ilfattoquotidiano.it Alessandro Giannì, responsabile delle Relazioni Istituzionali e Scientifiche di Greenpeace Italia.

Le altre indagini sulle acque minerali – Nel 2024 l’organizzazione Pesticide Action Network (Pan) ha diffuso i dati sulla presenza di questa sostanza in numerosi marchi di acqua minerale e di sorgente venduti in Europa (provenienti da Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Ungheria, Austria). Dieci dei 19 marchi analizzati contenevano Tfa in quantità comprese tra 52 e 3.400 nanogrammi per litro. Nove campioni, invece, erano esenti da residui quantificabili di Tfa. Anche Altroconsumo ha condotto un’analisi, segnalando cinque acque minerali “per livelli eccessivi di Tfa, secondo i parametri usati per garantire la qualità dell’acqua potabile”: Panna, Esselunga Ulmeta, Maniva, Saguaro (Lidl) e Levissima. Proprio nei giorni scorsi, Pan ha pubblicato un’indagine, ricostruendo una storia di quasi trent’anni, durante i quali l’industria ha fatto pressioni affinché le agenzie europee competenti fossero portate a sottovalutare i rischi.

Tfa, i rischi nascosti e l’assenza di normativa – Già nel 1998, infatti, il Comitato scientifico europeo per le piante ne aveva segnalato la presenza nei campi a causa dello spargimento di un pesticida. Il passo successivo è stato un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) arrivato solo nel 2007. Anche da allora gli step sono stati molto lenti e solo recentemente si è indagato in modo più approfondito l’effetto sulla salute umana. Di conseguenza, ancora oggi manca una normativa che ne regoli l’utilizzo. “Di recente, le autorità tedesche l’hanno classificato come ‘tossico per la riproduzione’ e ‘molto mobile e persistente. Questa sostanza può derivare dalla degradazione di altri Pfas rilasciati nell’ambiente e si accumula negli organismi viventi, ad esempio in alcuni cereali” spiega Alessandro Giannì. Alla luce dei risultati degli ultimi studi, nella primavera del 2024 la Germania ha presentato all’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) una richiesta di classificazione del Tfa come sostanza tossica per la riproduzione. “Se l’Echa approverà la richiesta – spiega Giannì – il Tfa potrebbe essere classificato come ‘metabolita rilevante’ delle sostanze attive nei prodotti fitosanitari”. In conformità con l’ordinanza tedesca sull’acqua potabile, quindi, non dovrebbe essere consentito superare il valore di 100 nanogrammi al litro, limite che potrebbe essere esteso all’acqua potabile di tutti i Paesi europei.

da qui

venerdì 22 agosto 2025

Rifiuti: l’Adriatico punta sull’economia circolare - Marta Abbà

Non solo microplastiche, ma anche mozziconi di sigaretta e bastoncini cotonati, pezzi di polistirolo, salviette, vetro e ceramica, sdraio e frammenti di ombrelloni. Le spiagge dell’Adriatico sono pesantemente “frequentate” dai rifiuti e, a differenza dei turisti, molti di essi le occupano tutto l’anno, registrando numeri di presenze ben superiori a quanto tollerato dall’Unione Europea.

I numeri dei rifiuti spiaggiati sulle coste adriatiche

Non esistono dati specifici per le coste adriatiche, ma l’entità del fenomeno può essere in parte dedotta dalle medie nazionali italiane. Se la quantità massima di rifiuti (“beach litter”) che una spiaggia europea può ospitare per essere considerata “in buona salute” è di 20 elementi antropici ogni 100 metri, in Italia si parla di almeno dieci volte tanto.

Secondo l’ARPA, nel 2023, tra Tirreno e Adriatico, si sono registrate oltre 250 unità. Lo scorso anno, i volontari di Legambiente ne hanno rilevate addirittura 900. Oltre a confermare il quasi scontato trionfo della plastica, questo lavoro meticoloso ha servito anche a sottolineare la presenza permanente degli oggetti usa e getta: ufficialmente scomparsi dal mercato da anni, ma ancora ben presenti nelle nostre acque.

Rifiuti a confronto: come cambiano lungo le coste dell’Adriatico

A causa del suo profilo concavo e della sua scarsa profondità, l’Adriatico è condannato all’accumulo di rifiuti sulle spiagge, mentre i fiumi – il Po in primis – li trasportano anche dall’entroterra verso nord, aggravando ulteriormente il problema, e non solo nei pressi delle foci. Non esistono latitudini o confini, che siano coste dell’Unione europea o meno: lo scambio d’acqua è continuo e ogni elemento galleggiante si sposta da una sponda all’altra come una nave da crociera. Quando finisce nello stomaco di pesci, uccelli o altri organismi marini, attraverso la catena alimentare può arrivare anche sulle nostre tavole, con conseguenze dannose per la salute.

Massimiliano Falleri, responsabile della divisione subacquea di Marevivo, monitora e combatte questo fenomeno da anni, con campagne di sensibilizzazione e attività di raccolta rifiuti sia in mare che sulle spiagge. È sempre più convinto che serva un impegno collettivo. «Tutti dovrebbero contribuire sia riducendo l’uso della plastica che smaltendo i rifiuti in modo corretto, altrimenti questo ciclo non avrà mai fine», spiega. «Anche se negli ultimi cinque anni la consapevolezza di governi, organizzazioni e cittadini è cresciuta, la quantità di rifiuti resta alta, soprattutto a causa di pratiche di smaltimento scorrette e dell’uso ostinato della plastica monouso».

La pandemia di Covid-19 aveva inevitabilmente fatto aumentare la presenza di rifiuti, ma il calo atteso nel periodo post-Covid non si è mai verificato. Secondo Marevivo, il “beach litter” nell’Adriatico resta una «sfida importante: la sua evoluzione recente conferma la necessità di intensificare sia gli sforzi di prevenzione che di gestione».

Il caso dell’Albania: turismo e acque reflue tra le cause principali del “beach litter

Attraversando il mare, la quantità di rifiuti ritrovati sulle spiagge non cambia molto, ma cambia la tipologia, dimostrando come la pulizia di queste strisce di terra dipenda da ciò che accade sia in mare che a terra, sul proprio territorio e su quello altrui. Analizzando il beach litter sulle coste albanesi, ad esempio, emergono caratteristiche specifiche che aiutano a ipotizzare interventi mirati di mitigazione. Grazie a un recente studio scientifico dell’Università di Cadice dedicato esclusivamente al litter sulle spiagge albanesi, si è osservato che, pur prevalendo frammenti e oggetti in plastica (82%) come altrove, nel caso dell’Albania essi derivano principalmente dal turismo locale e si mescolano a elementi provenienti da acque reflue.

Giorgio Anfuso Melfi, uno degli autori della ricerca, racconta che, oltre ai “soliti” rifiuti come mozziconi, tappi di bottiglia e frammenti plastici, ha trovato anche arredi da spiaggia abbandonati, come vecchie sdraio e ombrelloni: «Non comuni altrove e chiaramente legati agli stabilimenti balneari».

In Albania, seppur in modo stagionale, il turismo sembra essere la principale fonte di beach litter, mentre la pesca contribuisce in modo meno significativo. Secondo Anfuso Melfi, «è quindi necessario studiare interventi mirati per migliorare la consapevolezza dei bagnanti e potenziare le attività di pulizia da parte di Comuni e stabilimenti balneari».

I rischi per animali marini, turisti e comunità costiere

Che sia in mare o in spiaggia, plastica o mozziconi, gran parte dei rifiuti presenti nell’area adriatica «rischia di essere scambiata per cibo da pesci, uccelli, tartarughe e molti altri organismi marini, causando anche la morte, ad esempio se la plastica ostruisce l’apparato digerente o rilascia sostanze tossiche», spiega Falleri. «Il beach litter può anche danneggiare habitat naturali, come le biocenosi a coralligeno e le praterie di Posidonia, compromettendo la loro capacità di sostenere la vita marina. In questi casi, rappresentano una minaccia anche per spugne, briozoi, coralli e gorgonie, che restando intrappolati perdono la possibilità di nutrirsi».

Anche le comunità costiere sono vittime dei rifiuti marini, in particolare quelle che vivono di pesca e turismo. «A seconda del mare, spesso si trovano costrette a sostenere e finanziare attività di pulizia per ridurre l’impatto visivo, paesaggistico ed economico», aggiunge Falleri, riportando in particolare la voce di Marevivo Puglia. «Senza contare che questo tipo di inquinamento può anche rappresentare un rischio per la salute: alcuni rifiuti possono ferire o avvelenare, se sono in plastica o altri materiali tossici e finiscono nella catena alimentare».

È un pericolo per chi vive vicino a spiagge invase dai rifiuti, e i pescatori professionisti devono anche tenere conto dei danni economici: le reti e le attrezzature possono impigliarsi o danneggiarsi con i rifiuti galleggianti, riducendo le catture e aumentando i costi di manutenzione.

Il progetto Bluecircle: l’economia circolare per pulire le spiagge adriatiche

Pesci e organismi marini, pescatori e abitanti delle coste: con i rifiuti in spiaggia, tutti ci perdono in salute, alcuni anche economicamente. Nessuno ne trae davvero beneficio. Eppure, nessuna campagna di sensibilizzazione e raccolta ha finora ridotto significativamente il fenomeno. Per questo motivo, da circa dieci mesi è in corso la sperimentazione di un approccio di economia circolare grazie al progetto interregionale europeo Bluecircle (Boosting Circular Economy Solutions for Marine Litter Collection and Recycling in the Adriatic-Ionian Regions).

Destinato a Italia, Albania, Montenegro, Croazia, Grecia e Bosnia Erzegovina, il progetto non si limita a pulizie, raccomandazioni e controlli, ma testa nuovi metodi di trattamento dei rifiuti spiaggiati, «trasformando una criticità in un’opportunità». L’obiettivo è ambizioso, ma c’è tempo fino alla fine dell’estate 2027 e oltre un milione e mezzo di euro di fondi UE per raggiungerlo. Non tutti i sette partner sono ugualmente ottimisti: il più convinto è quello scientifico, l’autore dell’impianto sperimentale stesso, il Politecnico di Bari.

Tecnologie mobili per il trattamento dei rifiuti spiaggiati

Michele Notarnicola, a capo del team Bluecircle, è certo che il sistema mobile possa funzionare sulle spiagge. Nei prossimi mesi verrà testato prima in Italia e poi negli altri Paesi partecipanti, essendo un impianto piccolo e replicabile in qualsiasi contesto.

Il primo aspetto fondamentale riguarda la possibilità di raccogliere e trattare i rifiuti spiaggiati direttamente sulle coste adriatiche. «Per noi è essenziale intercettarli prima che vengano classificati come rifiuti urbani, perché altrimenti verrebbero considerati come “indifferenziati”, comportando una perdita di risorse e costi economici elevati», spiega Notarnicola. «Per questo ci siamo dotati di mini robot che aspirano gli oggetti ritrovati e li trasportano in un mini contenitore dove, con tre diverse tecnologie, selezioniamo le varie frazioni».

Anche se per l’osservatore casuale i rifiuti spiaggiati sembrano ammassi indistinti, chi vuole inserirli nelle filiere e ridurre la quota non recuperabile deve saperli distinguere. Nei cumuli trovati, plastica, vetro, alluminio e legno si mescolano con elementi naturali come Posidonia, piante acquatiche, alghe in decomposizione, sabbia, conchiglie e materiali di varie granulometrie. Occorre dividerli almeno in tre categorie: inorganici, organici naturali e antropici.

Le tre tecniche per separare e riciclare i rifiuti marini: densimetrica, aeraulica e triboelettrostatica

A ciascuna categoria corrisponde una tecnica di separazione:

  • Separazione densimetrica: divide sabbia e ghiaia in base al peso specifico, per poi reinserirle nell’ambiente o usarle come materia prima per il calcestruzzo.
  • Separazione aerodinamica (aeraulica): usa getti d’aria per isolare le frazioni più leggere (alghe, Posidonia), da restituire al mare o trasformare in compost, a seconda del degrado.
  • Separazione triboelettrostatica: la più innovativa, progettata dal Politecnico di Bari, separa la plastica.

«Utilizzando l’attrito, le particelle si caricano elettricamente in positivo o negativo, e vengono divise in base al comportamento superficiale», spiega Notarnicola. La plastica così separata può poi essere smaltita nei normali circuiti di raccolta. Con questo tridente tecnologico dell’economia circolare, Bluecircle punta a trattare 100 kg di rifiuti spiaggiati all’ora, con un impianto mobile trasportabile in 2–3 giorni.

Per ora, è in fase di test un prototipo da 10 kg/ora, che verrà collaudato su ogni costa adriatica, portando con sé anche campagne di sensibilizzazione e standard di classificazione. Perché nel bacino adriatico tutto possa circolare meglio — tranne i rifiuti.


Questo articolo è stato pubblicato da Osservatorio Balcani e Caucaso nel contesto del progetto “Cohesion4Climate” cofinanziato dall’Unione europea. L’UE non è in alcun modo responsabile delle informazioni o dei punti di vista espressi nel quadro del progetto; la responsabilità sui contenuti è unicamente di OBCT.

da qui

sabato 16 agosto 2025

Falliscono i negoziati per il primo trattato internazionale contro l’inquinamento da plastica. I paesi produttori di petrolio si oppongono

 

184 paesi riuniti a Ginevra per mettere a punto il primo trattato internazionale per la lotta contro l’inquinamento da plastica non sono riusciti a raggiungere un accordo. Dopo oltre 10 giorni di intense trattative, sono state rispettate le più nere previsioni. I negoziati nella sede delle Nazioni Unite si sono conclusi senza un’intesa. Le divergenze riguardano questioni centrali: dai meccanismi di finanziamento, alla portata vincolante del testo, fino alla menzione degli effetti delle microplastiche sulla salute umana e perfino al titolo stesso del trattato. “Il mancato raggiungimento di un accordo deve essere un campanello d’allarme per il mondo intero: porre fine all’inquinamento da plastica significa affrontare direttamente gli interessi dei combustibili fossili“, ha affermato Greenpeace in un comunicato. Per Graham Forbes, capo delegazione dell’organizzazione ambientalista, “la crisi della plastica sta accelerando e l’industria petrolchimica è determinata a seppellirci per ottenere profitti a breve termine“.

Il trattato aveva l’obiettivo di ridurre la crescita esponenziale della produzione di plastica e imporre controlli globali e giuridicamente vincolanti sulle sostanze chimiche tossiche utilizzate per la produzione della plastica. Inger Andersen, direttore esecutivo del programma dell’Onu per l’ambiente, ha affermato che, nonostante le difficoltà e la delusione, “dobbiamo riconoscere che sono stati compiuti progressi significativi”. “Questo processo non si fermerà – ha affermato – ma è troppo presto per dire quanto tempo ci vorrà per arrivare a un accordo”. I negoziati avrebbero dovuto portare alla stesura del primo trattato giuridicamente vincolante sull’inquinamento da plastica, anche negli oceani. Ma proprio come nella riunione in Corea del Sud dello scorso anno, si sono conclusi in un nulla di fatto.

Luis Vayas Valdivieso, presidente del comitato negoziale, ha redatto e presentato due bozze di testo del trattato, sulla base delle opinioni espresse dai paesi. Ma i rappresentanti non hanno accettato di utilizzarne nessuna delle due come base per i negoziati. Valdivieso ha dichiarato che in questa fase non sono previste ulteriori azioni. I rappresentanti di NorvegiaAustraliaTuvalu e altre nazioni hanno espresso profonda delusione per il fatto di lasciare Ginevra senza un trattato. Il Madagascar ha affermato che il mondo “si aspetta azioni”. La commissaria europea Jessika Roswall ha affermato che l’Unione Europea e i suoi Stati membri nutrivano aspettative più elevate per questo incontro e che, sebbene la bozza non soddisfi le loro richieste, costituisce una buona base per un’altra sessione negoziale. La delegazione cinese ha affermato che la lotta contro l’inquinamento da plastica è una lunga maratona e che questa battuta d’arresto temporanea è un nuovo punto di partenza per raggiungere un consenso. Ha esortato le nazioni a collaborare per offrire alle generazioni future un pianeta senza inquinamento da plastica.

Uno dei nodi principali durante i negoziati è stato se il trattato dovesse imporre limiti alla produzione di nuova plastica o concentrarsi invece su aspetti quali una migliore progettazione, il riciclaggio e il riutilizzo. I potenti paesi produttori di petrolio e gas e l’industria della plastica si oppongono ai limiti alla produzione. L’Arabia Saudita ha affermato che entrambe le bozze mancano di equilibrio.

La bozza, pubblicata a Ferragosto, non includeva un limite alla produzione di plastica, ma riconosceva che gli attuali livelli di produzione e consumo sono “insostenibili” e che è necessaria un’azione globale. È stata aggiunta una nuova formulazione per affermare che tali livelli superano le attuali capacità di gestione dei rifiuti e che si prevede un ulteriore aumento, “rendendo necessaria una risposta globale coordinata per arrestare e invertire tali tendenze”. Si parla di ridurre i prodotti di plastica contenenti “una o più sostanze chimiche preoccupanti per la salute umana o l’ambiente”, nonché di ridurre i prodotti di plastica monouso o a breve durata.

Si stima che ogni anno nel mondo vengano prodotte oltre 460 milioni di tonnellate di plastica, di cui circa il 75 per cento finisce tra i rifiuti, invadendo oceani ed ecosistemi. E, secondo l’Onu, la produzione annuale potrebbe raddoppiare fino a 884 milioni di tonnellate nel 2050. Ma, secondo alcune stime, potrebbe anche triplicare fino al 2060.

da qui

sabato 10 maggio 2025

L’acqua del rubinetto inquina meno di quella in bottiglia: Grohe può dirlo

La corte d'appello di Milano ha dato ragione all'azienda tedesca. Mineracqua le contestava gli slogan che equiparavano l'acqua del rubinetto a quella minerale

 “L’acqua è finalmente libera da tutti i contenitori, finalmente libera di essere gustata nella sua purezza”, “Concediti l’acqua come dovrebbe essere: pura e libera”, “Libera dalla bottiglia, sostenibile al 100%. Migliora il footprint ambientale con GROHE Blue Home!”. Sono alcuni degli slogan usati dall’azienda tedesca Grohe, leader nel settore della rubinetteria idrosanitaria, per promuovere i propri sistemi di filtraggio dell’acqua del rubinetto. Per Mineracqua, la Federazione Italiana delle Industrie delle Acque Minerali Naturali, queste frasi sono illecite: violerebbero la normativa in tema di acque minerali e quella sulla pubblicità ingannevole e comparativa, perché equipara l’acqua filtrata all’acqua minerale. Si è rivolta al Tribunale di Milano e lo scorso marzo la Corte d’Appello ha dato ragione a Grohe.

 

Mineraqua contesta gli slogan ambientali di Grohe

Fanno parte di Mineracqua la maggior parte delle aziende che vendono acqua minerale in bottiglia, concorrenti diretti di Grohe, che invece vende sistemi per depurare l’acqua del rubinetto. Nei propri slogan l’azienda tedesca parla di acqua “pura”, riferendosi a quella del rubinetto, depurata con i propri sistemi di filtraggio. E, in più, dichiara che l’acqua del rubinetto rispetti l’ambiente più di quella in bottiglia. Affermazioni che non sono piaciute a Mineracqua, che si è rivolta al Tribunale di Milano (e poi alla Corte di Appello) per riconoscere l’illiceità degli slogan utilizzati da Grohe. Per la Federazione Italiana delle Industrie delle Acque Minerali, gli slogan di Grohe violerebbero la normativa in tema di acque minerali naturali, quella sulla pubblicità ingannevole e comparativa, sulle pratiche commerciali scorrette, di concorrenza sleale, oltre alle norme del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria. Una delle principali accuse rivolte a Grohe è che non potesse equiparare l’acqua filtrata con l’acqua minerale utilizzando termini “pura” e “purezza”, previsti dalla normativa in tema di acque minerali.

 

Per la Corte d’Appello di Milano sono slogan leciti

Per la Corte di Appello di Milano Grohe aveva tutti i diritti di usare la parola “pura” riferendosi all’acqua del rubinetto.

“L’aggettivo pura era usato nel suo significato comune, quale sinonimo di incontaminata, pulita, salubre, e non  nella sua accezione strettamente giuridica”, si legge nella sentenza.

E per quanto riguarda l’affermazione che l’acqua del rubinetto avrebbe un minore impatto ambientale, per la Corte d’appello Grohe poteva assolutamente dirlo, in quanto è vero. Secondo i giudici, infatti, è indiscutibile che l’utilizzo di acqua di rubinetto evita il ricorso alle bottiglie di plastica e, quindi, elimina una possibile fonte di inquinamento, dando un contributo positivo alla tutela dell’ambiente.


Slogan leciti, tranne uno

Un solo slogan di Grohe è stato giudicato illecito dal Tribunale e dalla Corte d’Appello:

“Tutti i benefici dell’acqua minerale direttamente dal rubinetto della vostra cucina”.

I giudici hanno ritenuto ingannevole questa dichiarazioe, anche se hanno respinto la domanda di risarcimento dei danni per 10,7 milioni di euro, per assenza di prove sui danni patrimoniali subiti da Mineracque.

da qui

giovedì 7 novembre 2024

C’è un buco nero nelle politiche per il clima, ed è la plastica - Marina Forti

Ci preoccupiamo della benzina bruciata dalle automobili, delle centrali termoelettriche e del passaggio ancora troppo lento alle fonti rinnovabili che permettono di sostituire i combustibili fossili, fonte delle emissioni di gas di serra che surriscaldano il pianeta. Intanto, però, continua a crescere la produzione globale di plastiche, derivate del petrolio e del gas – cioè quegli stessi combustibili fossili. In altre parole, non dobbiamo pensare agli idrocarburi solo in termini di energia e trasporti: sono anche la materia prima delle infinite sostanze sintetiche che hanno invaso la nostra vita.

Qualche semplice dato dovrebbe far riflettere. La produzione globale di plastiche rappresenta circa il 12 per cento della domanda globale di petrolio e il 9 per cento della domanda di gas (è un dato del 2019), e questa quota è destinata ad aumentare. Anzi, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia ormai è proprio l’industria petrolchimica a trainare la domanda di petrolio; è “grazie” a questa industria che nel 2023 il consumo globale di petrolio ha superato il livello precedente alla pandemia di Covid-19. 

L’industria chimica ha sempre avuto un forte legame con quella dei combustibili fossili. Soprattutto a partire dalla seconda metà del ‘900, quando molecole derivate da sottoprodotti del petrolio e del gas sono diventate la materia prima di fertilizzanti azotati, detersivi, solventi, vernici, materiali isolanti, fibre sintetiche – e ovviamente delle varie plastiche, che oggi rappresentano oltre due terzi della produzione petrolchimica mondiale.

Le plastiche sono onnipresenti nella nostra vita, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. Sono nei telefoni e nei computer, negli elettrodomestici, nelle automobili – perfino nelle pale delle turbine eoliche. Le troviamo in oggetti sofisticati come molti prodotti biomedici e in infiniti oggetti più banali, dai giocattoli a molte fibre tessili, plexiglass, materiali da imballaggio – fino all’infinita quantità di sacchetti, bottiglie e contenitori monouso per cibo e bevande che poi si accumulano nelle pattumiere, discariche e mari di tutto il pianeta. In termini di quantità, oltre il 40 per cento delle plastiche consumate oggi sono imballaggi, seguono i prodotti per l’edilizia. Qualcuno sostiene che viviamo nel plasticene.

Basti pensare che nel 1950, quando la petrolchimica era all’esordio, la produzione globale annua di plastiche ammontava a 2 milioni di tonnellate; a fine secolo era salita a oltre 200 milioni di tonnellate, e nel 2019 era ancora raddoppiata, a oltre 400 milioni. Negli ultimi vent’anni è stata fabbricata più plastica che nel mezzo secolo precedente, e secondo le previsioni correnti la produzione raddoppierà entro il 2050 (ma secondo altre stime potrebbe triplicare). 

Sono previsioni già largamente determinate dai fatti, dal conto degli impianti appena costruiti o che stanno per entrare in attività: stabilimenti sempre più grandi, ubicati intorno agli impianti dove gli idrocarburi vengono raffinati e lavorati. Gran parte della nuova capacità produttiva è in Cina e altri paesi dell’Asia orientale, in Arabia saudita e altri Paesi della penisola arabica, e in parte negli Stati Uniti. In gran parte sono investimenti di compagnie petrolifere, da sole o in società con grandi imprese della chimica. Un mercato in gran parte spostato verso l’Asia: l’Agenzia internazionale per l’energia osserva che la domanda cinese di prodotti petrolchimici sta trainando una crescita senza precedenti, e che gli impianti di raffinazione entrati in attività di recente lavorano più per produrre le macromolecole di base delle plastiche che carburanti. Secondo l’Aie, «tra il 2019 e il 2024 la Cina ha aggiunto altrettante capacità di produzione di etilene e propilene, i due principali componenti della petrolchimica, di quanta ne esiste oggi in Europa, Giappone e Corea sommati». 

Questo significa che più declina la domanda di petrolio per gli usi “tradizionali”, come la produzione di carburante per i trasporti, più le imprese petrolifere vedono le plastiche come un investimento strategico: un piano B per continuare a prosperare. Le plastiche perpetuano la nostra dipendenza dai combustibili fossili. 

E in termini di emissioni? Una ricerca del Lawrence Berkeley National Laboratory stima che nel 2019 la produzione globale di plastiche abbia prodotto 2,24 gigatonnellate (miliardi di tonnellate) di anidride carbonica-equivalente, pari al 5,3 per cento di tutte le emissioni di gas di serra globali. Stima anche che, al tasso di crescita attuale, questa quantità potrebbe triplicare entro il 2050, raggiungendo il 15 per cento delle emissioni globali. 

Così torniamo al punto: le plastiche sono un ostacolo a qualsiasi sforzo per limitare le emissioni di gas di serra. E questo porta a una domanda: è possibile rendere meno pesante questa industria, esiste la “plastica sostenibile”?

Non facciamoci illusioni. Alcune (poche) grandi aziende della petrolchimica hanno presentato piani per tagliare le emissioni nei processi produttivi, sostituire i combustibili fossili, aumentare l’efficienza. Ma la gran parte degli idrocarburi usati per le plastiche servono come materia prima: se anche si riuscisse a decarbonizzare il sistema energetico, la produzione di plastiche continuerà a richiedere grandi quantità di petrolio e gas. 

Bisogna anche ricordare che la petrolchimica è una delle industrie più nocive per chi ci lavora, come testimonia una lunga storia di disastri e malattie in tutto il mondo. E che, come prodotto finito, le plastiche diventano rapidamente rifiuti, fonte di inquinamento che minaccia la salute umana e gli ecosistemi.

Su questi aspetti qualche consapevolezza si diffonde. Da un paio d’anni le Nazioni unite discutono un Trattato internazionale sulla plastica per limitare l’inquinamento durante tutto il ciclo, dalla produzione allo smaltimento; il prossimo round di negoziati comincerà il 25 novembre a Busan, in Corea del sud. Passerà l’idea di mettere un tetto alla produzione globale di plastiche? Non è affatto scontato. Intanto le associazioni dell’industria petrolchimica in tutto il mondo continuano un agguerrito lavoro di lobby per evitare normative stringenti, nazionali e internazionali – si pensi alle feroci opposizioni suscitate dai tentativi di limitare le plastiche monouso.

E l’economia circolare? Oggi solo il 9 per cento delle plastiche consumate viene riciclato (percentuale che resta invariata per i paesi industrializzati e non); mentre il 19 per cento finisce negli inceneritori e il resto in discariche, controllate o abusive (sono stime dell’Organizzazione per la cooperazione economica, Ocse). Il fatto è che non tutte le plastiche sono riciclabili, e molti oggetti mescolano diversi materiali. Per aumentare la circolarità bisogna preferire certe plastiche, raccoglierle in modo separato per tipo, non mescolare materiali riciclabili e non. E questo rende le operazioni complicate e costose, oltre che dispendiose di energia: infatti oggi le plastiche (e le fibre sintetiche) nuove costano meno di quelle riciclate. 

Così, sostenere che le plastiche siano riciclabili è un’altra illusione: e forse è stata alimentata di proposito. Una nota istituzione statunitense di ricerca ambientale sostiene che “per anni le compagnie petrolifere e chimiche hanno fatto credere che sia possibile riciclare le plastiche pur sapendo che non è tecnicamente né economicamente fattibile”, al fine di continuare a promuovere i loro prodotti. Il mese scorso il governo della California ha fatto causa alla ExxonMobil proprio con quest’accusa.

Bisogna allora puntare sulle cosiddette bioplastiche, prodotte non da idrocarburi ma da olii vegetali non fossili? Oggi sono appena l’uno per cento del totale delle plastiche prodotte. Ed è un bene, perché se volessimo sostituire con bioplastiche tutti gli imballaggi oggi di plastica monouso dovremmo usare più di metà della produzione mondiale di mais: quindi convertire una superficie più grande della Francia, o distruggere altri pezzi di foresta del Borneo per farne altre piantagioni di palma da olio. 

Ammettiamolo, la plastica “sostenibile” non esiste. Possiamo riciclare un po’ di più, guadagnare qualche punto di efficienza energetica, ma non basta. Se vogliamo davvero andare “oltre il petrolio” non resta che aggredire il problema alla radice: produciamo e usiamo troppe plastiche. L’unica strada sarà produrne di meno: e un buon inizio sarà eliminare la massa di imballaggi, bottiglie, vaschette e altri oggetti monouso che hanno riempito le nostre vite.

da qui

giovedì 5 settembre 2024

Plastica nel Po: misurarla non è facile - Marco Boscolo


 Quanta plastica transita nei fiumi? La realtà è che non lo sappiamo e provare a rispondere a questa domanda non è affatto semplice come potrebbe sembrare. A fine aprile, a Ferrara, sono stati presentati i risultati di un progetto che ha per lo meno provato a farlo. Si chiamava Monitoraggio Applicato alle Plastiche del Po (MAPP) e a promuoverlo sono stati la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e l’Autorità di Bacino distrettuale del fiume Po. Per poco meno di due anni, tra settembre 2021 e giugno 2023, il progetto ha provato a misurare la quantità di plastica che passa nel Po utilizzando tre diversi metodi: l’osservazione diretta dei rifiuti galleggianti (floating litter) da diversi punti lungo il corso del fiume, lo studio via GPS dei percorsi che i rifiuti galleggianti intraprendono e un tentativo della loro individuazione tramite l’analisi delle immagini satellitari. Nessuna delle metodologie ha permesso di raggiungere una risposta definitiva, ma sono uno dei pochi tentativi diretti di misurazione effettuati sul Po e sui fiumi in generale.

I limiti delle stime

Al progetto MAPP ha partecipato anche Simone Bizziesperto di geomorfologia fluviale dell’Università di Padova, che ha fatto parte del team che ha sperimentato l’analisi satellitare per individuare la plastica galleggiante. “Esistono diverse stime della quantità di rifiuti plastici prodotti in una determinata area”, spiega, “e si basano su una serie di indicatori come per esempio la densità abitativa e industriale, il PIL locale, ecc. per inferire quanta plastica viene prodotta” e, quindi, quanta di questa è lecito aspettarsi che finisca nei fiumi. Ma tra le stime e la realtà potrebbero esserci delle discrepanze significative. “Sappiamo che in mare c’è molta plastica”, continua Bizzi, “e l’abbiamo anche potuta misurare abbastanza accuratamente”. L’esempio più famoso è quello del cosiddetto Pacific Trash Vortex, un’isola di rifiuti di plastica nell’oceano che è ben visibile anche dal satellite, ma anche lungo le coste del Mediterraneo si possono vedere accumuli di rifiuti. Di conseguenza la domanda è quanta di questa plastica arrivi dai fiumi.

Per rispondere, all’interno del progetto MAPP si è escogitato un sistema piuttosto semplice, ma ingegnoso. In diversi momenti dell’anno e da diversi punti del corso del Po sono state rilasciate in acqua delle sfere galleggianti che contenevano un segnalatore GPS. In questo modo è stato possibile monitorare il loro viaggio nel corso dei giorni e delle settimane successive, simulando il comportamento dei rifiuti plastici galleggianti. Il risultato più interessante è che solo il 15% è arrivato al mare. In altre parole, solo una piccola parte della plastica che transita sul Po finisce davvero in mare. Dove finisce però l’altro 85%?

 “I segnalatori GPS hanno permesso di individuare alcuni punti lungo l’asta del fiume dove questi oggetti galleggianti tendono a incagliarsi”, racconta Bizzi. Per esempio, nella seconda sessione di lancio dei segnalatori da Cremona alcuni si sono incagliati a pochi chilometri dalla città, altri hanno percorso molti chilometri e solo alcuni sono arrivati in uno dei rami nel Delta del Po. “Questo tipo di risultato è uno dei più interessanti del progetto”, spiega Bizzi, “perché ci fa capire come molti rifiuti vengono intercettati dalla vegetazione riparia”, cioè le piante che crescono lungo le rive del fiume. Inoltre, c’è una parte di questa plastica che si trasforma in microplastica e, quindi, diventa invisibile all’occhio nudo. “Con che velocità avvenga questo passaggio è una domanda aperta”.

 

Cosa succede con il fiume in piena

Il monitoraggio a vista del passaggio dei rifiuti plastici ha il vantaggio di essere quantitativo e preciso, ma non può essere effettuato continuativamente. In più, come si può leggere dal rapporto finale del progetto MAPP, e come ci conferma Bizzi, non è stato effettuato nelle condizioni di massima portata del fiume. Questo è il momento in cui la forza dell’acqua porta probabilmente con sé la maggior parte dei rifiuti galleggianti. Non solo, “è in questi momenti che da geomorfologo dei fiumi ipotizzo che ci possa essere una nuova movimentazione di quegli accumuli di fiumi lungo il corso”, ci spiega. In altre parole, quando il fiume ha più forza è ragionevole pensare che riesca a disincagliare almeno una parte degli oggetti intrappolati lungo le sue sponde che, così, riprendono il loro viaggio verso la foce.

Per provare ad approfondire i risultati fin qui raggiunti, a settembre dovrebbe partire un nuovo progetto di monitoraggio che sfrutterà due telecamere “smart” in grado di classificare in modo autonomo i tipi di oggetto galleggiante che vedono. Sono telecamere che sfruttano il deep learning, una tecnologia basata sull’intelligenza artificiale, e che permetteranno di monitorare in modo continuativo il fiume, misurando in modo più preciso quanta plastica vi transita. Se tutto verrà confermato, le due telecamere saranno piazzate una all’incirca a Isola Serafini, nel piacentino, e una all’altezza più o meno di Pontelagoscuro, nel ferrarese. 

Sebbene si tratti di un risultato che dovrà essere confermato dal possibile nuovo progetto, l’individuazione delle aree di accumulo dei rifiuti ottenuta dal progetto MAPP ha fornito un’indicazione significativa per due motivi. Il primo è che mostra dei punti precisi lungo il corso del fiume dove andare a scovare la plastica che non arriva al mare. Il secondo, più pratico, è che individua i tratti del fiume dove è più sensato eseguire delle pulizie dalla plastica[F1] 

da qui

venerdì 5 luglio 2024

Non costa quasi niente - Miguel Martinez

E’ più facile abbandonare in giro un tappo da solo che una bottiglia, sappiamo che sulle nostre spiagge si trovano molti più tappi che conchiglie.

Ma proprio perché è così minimale la misura, ha qualcosa di ridicolo. E magari io, che non butterei un tappo senza pensarci, mi sento un pochino offeso; e questo si somma a tante altre cose che non capiamo, e che ci piovono addosso, e in un mondo in cui l’unico potere che ci è concesso è quello di votare ogni cinque anni contro qualcuno, contribuiscono alla sensazione di far parte di un gregge diretto da un pastore disumano, per fini che sa solo lui.

Allo stesso tempo, dovrebbe essere ovvio che il problema non è il tappo, è la bottiglia:Nel 2016, furono prodotti 320 mila miliardi di tonnellate di plastiche di tutti i tipi.

Ma sentiamo la parte veramente interessata: la UNESDA Soft Drinks Europe (“UNESDA rappresenta l’industria europea delle bevande analcoliche”) e la Federazione Europea di Acque Imbottigliate, due lobby con sede – ovviamente – a Bruxelles.

Sono contrari quanto Salvini alla misura del tappo legato (“tethered cap”), ma per motivi ben più seri.

Iniziano facendo rumorosa professione di fede ambientalista, ovviamente.

Ma fanno notare che i tappi legati richiedono plastiche diverse e più pesanti, e quindi faranno aumentare le tonnellate di plastica in giro; la loro lavorazione dovrebbe aggiungere una gran quantità di emissioni di CO2; e per produrli, si dovrà rivedere tutta la linea di produzione, con un aumento di costi notevole.


Ora, i plasticari hanno ragione, dal punto di vista loro.

Le bottiglie di plastica usa e getta sono un prodotto che al cliente finale non costa quasi niente, per cui quasi tutti gli esseri umani ne possono comprare senza nemmeno pensasrci.

Quindi ogni anno nel mondo si producono circa 600 miliardi di bottiglie di plastica usa e getta.

Prodotti che non costano quasi niente, solo che il quasi moltiplicato per 600 miliardi fa una bella cifra, è un elemento fondamentale di tutta la catena planetaria della Grande Distribuzione Organizzata. E le aziende federate all’Unesda si vantano di dare lavoro a 1,7 milioni di persone. E più si parla di ambiente, più cresce il mercato dell’acqua in bottiglia:


Non entriamo qui nel devastante impatto ambientale di queste bottiglie usa-e-getta, persino i plasticari lo riconoscono; eppure come si vede il mercato della devastazione cresce proprio negli anni in cui cresce la retorica ambientalista.

I tappi legati faranno sicuramente aumentare i costi ai produttori; che quindi aumenteranno il prezzo all’utente finale e continueranno a guadagnare lo stesso? No, perché se le bottigliette cominciassero a costare quasi qualcosa, la gente ci penserebbe due volte. Magari scoprirebbe che l’acqua del rubinetto è potabile…

Per cui i plasticari suggeriscono una sola strategia alternativa: il riciclaggio. Cioè tutte le bottiglie, invece di essere buttate, tornano a casa e ridiventano bottiglie e le spiagge restano pulite e gli inceneritori non emettono fumi. Questa è la proposta dell’industria della plastica da sempre, ma è ovviamente bacata alla radice: la plastica non viene “re-cycled”, ma “down-cycled”, con le bottigliette ci fai prima le palette per raccogliere la spazzatura, e poi più niente (semplificando); e più si ricicla la plastica, più diventa tossica.

Ma la proposta sembra semplice: per continuare a produrre sempre più bottigliette di plastica che non costano quasi niente, si fa così:

1.       A spese del contribuente, lo Stato lancia una grande campagna per dire dove si butta questo e dove si butta quello. L’Uomo Medio vive sommerso tra milioni di messaggi che contemporaneamente cercano di sedurre, di vendere qualcosa, di prenderein giro, di spaventare e per fortuna è quindi diventato quasi sordo a roba del genere; ma comunque i plasticari vogliono proprio quello che l’Uomo Medio non vuole – uno Stato Predicatore.

2.      A spese del contribuente, lo Stato potenzia tutta l’immensa infrastruttura che permette il riciclaggio.

3.      A spese del contribuente, lo Stato finanzia la ricerca e l’innovazione che permetterà a plasticari di godere di un po’ di materia prima più o meno gratuita.

Il bello è che il Contribuente è lo stesso tizio che compra la bottiglietta di plastica.

Quindi la situazione è questa.

C’è un’Istituzione (che chiamiamo vagamente “Europa”) che deve affrontare la catastrofe ambientale indotta dall’uso della plastica usa e getta.

Per farlo, ha davanti a sé un’alternativa:

1.       chiudere tutta la filiera, far licenziare 1,7 milioni di persone, far infuriare centinaia di milioni di elettori abituati a compare la bottiglina al supermercato, far tremare il PIL.

2.      Fare ammuina, cioè imporre i tappi legati. Che non sono del tutto inutili, certo, e danno l’illusione che si è fatto qualcosa.

C’è una Destra politica che coglie un rigetto istintivo di tanti. Immaginatevi una persona che lavora sodo e non ha tempo da perdere a informarsi troppo; che ha sentito dire che il riciclaggio risolve tutto, e sta attenta a riciclare; poi arriva una misura piccola, ma che si sente anche fisicamente come un po’ scomoda e ridicola, quasi a tatto una presa in giro, e che dice, “io non mi fido di te, che ricicli“. E la persona si chiede a pelle – “perché io, che non faccio male a nessuno, devo sempre pagare?

C’è una Sinistra politica che si eccita subito, dicendo che la Destra è talmente menefreghista che pur di danneggiare l’ambiente, respinge anche una misura così evidentemente positiva e così piccola e così poco fastidiosa.

E c’è una Destra che ri-coglie la palla al balzo, e nota come la Sinistra sia sempre vessatoria e nemica della libertà e vuol fare pagare tutte le crisi agli ultimi.

Così sul nulla, riparte il Motore Perpetuo a Energia Avversaria.

Mentre la catastrofe ambientale avanza inesorabile, ovunque inconstrata.

da qui 

giovedì 25 aprile 2024

Ecco come proteggere la salute dalle microplastiche

 

Non passa giorno senza che venga pubblicato uno studio scientifico sui danni che le microplastiche provocano a diversi organi e tessuti, oltre che all’ambiente

“In un’epoca in cui la coscienza ambientale e i temi di One Health sono al centro del dibattito globale quello delle microplastiche resta un problema ancora largamente sottovalutato e misconosciuto, anche se profondamente impattante – Queste minuscole particelle di plastica (le microplastiche hanno un diametro inferiore a 5 mm e le nanoplastiche inferiore a 1 micron), in genere invisibili a occhio nudo, hanno invaso ogni angolo del nostro pianeta, comprese le acque di fiumi e oceani e rappresentano una minaccia significativa per la salute dell’uomo, degli animali e di tutto l’ambiente. È dunque urgente mettere in campo azioni di consapevolezza e prevenzione”. Le microplastiche sono particolarmente insidiose anche per la loro capacità di accumulare sostanze tossiche come pesticidi, metalli pesanti e altri inquinanti. Queste tossine inquinano l’ambiente e trovano la loro strada nella catena alimentare, venendo in questo modo a rappresentare una minaccia diretta per la salute. Studi recenti hanno confermato l’allarmante grado di contaminazione da microplastiche del cibo e dell’acqua che consumiamo ogni giorno. L’ingestione di microplastiche provoca danni a tutti gli organi e apparati, determinando disturbi gastrointestinali e del microbiota, problemi riproduttivi, effetti cancerogeni, problemi neurologici (è dimostrato che compromettono l’integrità della barriera emato-encefalica) e cardio-vascolari. Microplastiche sono state isolate persino nei vasi, all’interno delle placche di aterosclerosi e possono aumentare il rischio di infarti e di ictus. Presenti anche nell’aria che respiriamo, possono essere inalate e arrivare profondamente nei polmoni, causando problemi respiratori e aggravando condizioni come asma e bronchite. Dovremmo cercare di adottare una serie di azioni individuali volte a limitare l’esposizione alle microplastiche, anche se è chiaro che servirebbero iniziative politiche di ampio respiro, coordinate a livello internazionale. Le azioni auspicate dalla comunità scientifica internazionale vanno da regolamentazioni rigorose per limitare la produzione e l’uso di plastica monouso, a investimenti in tecnologie avanzate di filtrazione per rimuovere le microplastiche dalle acque reflue, alla promozione di pratiche sostenibili di gestione dei rifiuti. “La consapevolezza del pubblico e l’educazione giocano un ruolo cruciale nel combattere l’inquinamento da microplastica. Migliorando la cultura di tutela ambientale e la consapevolezza dei rischi, si possono prendere decisioni informate mirate a ridurre il contributo delle singole persone all’inquinamento da plastica, adottando una serie di azioni volte a mitigare l’impatto delle microplastiche sulla loro stessa salute. Mancare l’appuntamento con azioni di prevenzione e mitigazione del rischio afferma il professor Sesti – potrebbe avere conseguenze terribili per le generazioni presenti e per quelle future”. 

un decalogo UN Le raccomandazioniLe raccomandazioni della SIMI per proteggerci dalle microplastiche

Ecco dieci azioni pratiche, proposte dagli esperti della Società Italiana di Medicina Interna, che tutti possono adottare per proteggere sé stessi e l’ambiente dalle microplastiche, facendo guadagnare in salute chi vive oggi e le generazioni future.

1.       

o    Riduci il consumo di plastica monouso e optare per alternative riutilizzabili come bottiglie/borracce termiche in acciaio inossidabile, contenitori di vetro, borse della spesa (shopping) in tessuto.

o    Scegliere per l’abbigliamento le fibre naturali. Nella scelta dei vestiti e dei tessuti, preferire sempre quelli in fibre naturali come cotone, lana, viscosa e canapa, rispetto a materiali sintetici come poliestere, poliammide, polipropilene e nylon (molto diffusi soprattutto nella fast fashion perché economici), che rilasciano microplastiche durante la produzione e il lavaggio.

o    Installa filtri contro le microplastiche nelle lavatrici per catturare le microplastiche rilasciate dai tessuti durante i cicli di lavaggio, impedendo loro di entrare nel sistema idrico; così si rispetta di più l’ambiente ad ogni lavaggio.

o    Evita prodotti cosmetici contenenti microplastiche. I microgranuli in polietilene (presenti in esfolianti, dentifrici, creme da barba e scrub a risciacquo) sono vietati dal 2020, ma i cosmetici possono contenere altri polimeri insolubili. Controlla dunque sempre l’elenco degli ingredienti in etichetta per assicurarti che non contengano PE (polietilene), PMMA (polimetil metacrilato), PET (polietilene tereftalato) e PP (polipropilene).

o    Consuma acqua filtrata. Investi in un sistema di filtrazione dell’acqua di alta qualità per rimuovere le microplastiche e altri contaminanti dall’acqua di rubinetto, o scegli acqua minerale e bibite in bottiglia di vetro. Evita invece quelle in bottiglie di plastica.

o    Previeni la contaminazione dei cibi con la plastica. Riduci al minimo l’acquisto di cibi confezionati in imballaggi e contenitori di plastica, optando per alternative in vetro, acciaio inossidabile, silicone o sacchetti di carta per ridurre il rischio di ingerire microplastiche. Anche in frigorifero, ridurre o eliminare l’uso di contenitori di plastica e pellicole.

o    Mangia alimenti freschi e integrali. Scegli alimenti freschi e integrali anzichè prodotti processati e confezionati; questi ultimi, oltre ad esser meno salutari, potrebbero contenere livelli più alti di contaminazione da microplastica (per imballaggi di plastica e modalità di lavorazione).

o    Sostieni pratiche di pesca sostenibili. Acquistando prodotti ittici provenienti da fonti sostenibili, riducendo la probabilità di consumare pesce e frutti di mare contaminati da microplastiche.

o    Smaltisci correttamente i rifiuti. Pratica lo smaltimento responsabile dei rifiuti, separando la plastica quando possibile e gettandola nei bidoni designati; è un altro modo per evitare che la plastica inquini l’ambiente e contamini cibo e acqua.

o    Sii ‘ambasciatore’ del cambiamento, dando il buon esempio e sensibilizzando familiari, amici e colleghi di lavoro sugli effetti dannosi delle microplastiche per la salute dell’uomo e dell’ambiente.

Ecco come le microplastiche danneggiano la nostra salute

L’inquinamento da plastica è una delle sfide ambientali e sanitarie più urgenti e impattanti del nostro tempo. La presenza pervasiva della plastica minaccia l’integrità dei nostri ecosistemi e la salute delle generazioni attuali e future. L’impatto delle microplastiche sulla salute umana è molteplice e richiede immediata attenzione. Queste sono alcune delle principali conseguenze per la salute, associate alle microplastiche, a seconda della via di penetrazione nell’organismo.

1.       

o    Ingestione: le microplastiche possono essere ingerite attraverso cibi e fonti d’acqua contaminate. Una volta ingerite si possono accumulare nel tratto gastrointestinale, dove e causare irritazione, infiammazione e disturbi gastrointestinali.

o    Disfunzione del microbiota intestinale: le microplastiche ingerite, giunte nel tratto gastrointestinale possono alterare l’equilibrio del microbiota intestinale, essenziale per mantenere la salute digestiva e del sistema immunitario, contribuendo a causare malattie infiammatorie intestinali, obesità e disturbi metabolici.

o    Effetti sull’apparato respiratorio: le microplastiche in sospensione nell’aria, possono essere inalate e causare dunque irritazione delle vie respiratorie e infiammazione, portando ad un peggioramento di condizioni come l’asma e la bronchite. L’esposizione cronica alle microplastiche nell’aria può anche compromettere la funzionalità respiratoria e aumentare la suscettibilità alle infezioni.

o    Assorbimento di sostanze chimiche tossiche: le microplastiche possono assorbire e concentrare sostanze chimiche tossiche come pesticidi, metalli pesanti e inquinanti organici persistenti (POP) presenti nell’ambiente. Queste tossine assorbite con le microplastiche una volta ingerite possono comportare un rischio di tossicità sistemica e provocare effetti a lungo termine sulla salute.

o    Effetti sul sistema immunitario: l’esposizione alle microplastiche e alle sostanze chimiche tossiche associate può compromettere la funzione del sistema immunitario, portando ad una maggior suscettibilità alle infezioni, alle allergie e alle malattie autoimmuni.

o    Effetti neurologici: recenti ricerche suggeriscono che le microplastiche possano attraversare la barriera emato-encefalica e andare ad accumularsi nei tessuti cerebrali, dove potrebbero causare effetti neurotossici. L’esposizione prolungata alle sostanze neurotossiche rilasciate dalle microplastiche potrebbe dunque contribuire allo sviluppo di patologie neuro-degenerative quali la malattia di Alzheimer e di Parkinson e contribuire al decadimento cognitivo.

o    Effetti sull’apparato cardiovascolare: un recente studio pubblicato su The New England Journal of Medicine, a firma di ricercatori italiani, ha dimostrato la presenza di microplastiche e nanoplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche di alcuni pazienti. I soggetti con queste caratteristiche presentavano un rischio maggiorato del 450% di incorrere in un infarto, ictus o mortalità per tutte le cause, nell’arco dei successivi 2-3 anni, rispetto alle persone che non presentano microplastiche nelle placche.

o    Interferenza endocrina (endocrine disruption): alcune sostanze chimiche presenti nelle microplastiche, come ftalati e bisfenolo A (BPA), sono degli interferenti endocrini, possono cioè interferire con i sistemi ormonali nel corpo. L’esposizione prolungata a queste sostanze può contribuire a problemi dell’apparato riproduttivo, disturbi dello sviluppo e squilibri ormonali.

o    Genotossicità: le microplastiche in esperimenti di laboratorio hanno prodotto effetti genotossici, cioè danni al DNA e mutazioni. La genotossicità può aumentare il rischio di cancro e comportare altre gravi conseguenze per la salute.

https://smips.org/2024/04/22/ecco-come-proteggere-la-salute-dalle-microplastiche/