In seguito a un’aggressione avvenuta nella
zona Nord di Belfast, un’ondata di violenze razziste ha minacciato le vite di
numerose persone appartenenti a minoranze etniche, costringendole ad
abbandonare le loro case date in fiamme. Si tratta dell’ennesimo episodio di un
fenomeno che negli ultimi dieci anni ha spesso assunto caratteri di massa nel
Regno Unito. Ma non è tutto, questa volta ci sono di mezzo pure Elon Musk e la
difficile convivenza tra lealisti e nazionalisti.
Belfast, 8 giugno 2026
Partiamo dall’antefatto: alle 22.30 circa di lunedì 8
giugno, in una strada nella zona Nord di Belfast, ha luogo un’efferata
aggressione ai danni di un 44enne nord-irlandese, operatore sanitario del
National Health Service, di nome Stephen Ogilvie, il quale risulta aver perso
l’occhio sinistro e attualmente giace in coma farmacologico a causa delle
ripetute coltellate subite al volto e in altre parti del corpo. Ad infliggerle
è stato Hadi Alodid, un ragazzo di dieci anni più giovane, giunto in Irlanda
del Nord nel 2023, dopo essere fuggito dal Sudan a causa della guerra civile
ancora in corso, e da allora in attesa di vedersi convalidare la richiesta di
asilo politico. Sulla scena accorrono alcuni passanti, uno dei quali riesce a
fermare l’aggressore con l’ausilio di una mazza da hurling. Posto in custodia cautelare, Alodid
rifiuta l’assistenza legale. Nel frattempo, il quotidiano Telegraph di Belfast
rende che la vittima nel 2001 era già stata oggetto di un tentativo di omicidio
particolarmente truculento mentre viveva in Scozia. L’autore in quel caso è un
ventenne affiliato a una banda di spaccio, i cui membri hanno poi rivelato di
avere legami stretti con l’UVF di Belfast1.
Attirata dalle grida, una residente della zona
riprende con il proprio telefono la scena dell’aggressione dalla finestra di
casa. Nel giro di pochi minuti – quasi in tempo reale – il video si diffonde a
macchia d’olio, facendo il giro dei canali Telegram e WhatsApp locali, fino a
raggiungere i feed delle principali
piattaforme social di tutto il mondo, diventando in breve tempo virale. Con
esso anche la notizia (falsa) della morte dell’aggredito e le origini straniere
dell’aggressore. Il tam tam mediatico produce in
breve tempo la chiamata a partecipare a una manifestazione di protesta prevista
per le 19 del giorno seguente nei pressi della strada in cui è avvenuto
l’attacco, con il caloroso invito a chiudere tutti gli esercizi commerciali non
oltre le 17.30.
L’appuntamento è a due passi da Kinnaird Avenue, zona
residenziale limitrofa alla più affollata Antrim Road nel Nord di Belfast. Da
qui alcune centinaia di persone appartenenti ai quartieri lealisti cominciano a
marciare in direzione degli isolati maggiormente popolati da immigrati, in
quella che in breve tempo diventa una vera e propria «caccia allo straniero»
con tanto di negozi saccheggiati e case date alle fiamme. Le scorribande si
espandono fino alle zone Ovest ed Est di Belfast e molte persone sono costrette
ad abbandonare le proprie case.
Da subito le scene rievocano quelle dei pogrom del
1969, quando tra il 12 e il 16 agosto gruppi paramilitari lealisti coadiuvati
dai B-Specials, ausiliari della polizia esclusivamente di fede protestante,
presero d’assalto le abitazioni dei nazionalisti cattolici di Belfast, secondo
una pratica già sporadicamente portata avanti in tutto il secolo precedente. La
diffusa violenza settaria dei lealisti creò le condizioni per la fondazione
della Provisional IRA, inaugurando di fatto i seguenti 30 anni di Troubles
nord-irlandesi.
Ma tornando ai giorni nostri, dopo una prima notte di
terrore, i disordini proseguono anche per tutto il giorno seguente, con
un’intensità persino maggiore. Tuttavia, l’assalto a un hotel destinato alle
persone in attesa di asilo politico è reso vano dal trasferimento preventivo
delle persone che vi soggiornavano. Le proteste continuano attorno a obiettivi
in qualche modo riconducibili a persone immigrate, o quando non possibile,
contro la polizia che, a differenza del giorno precedente, reprime i
manifestanti con gli idranti. Episodi di aggressioni razziste si registrano
anche a Glasgow, Liverpool e in altre città dell’Irlanda del Nord.
Belfast si trova dunque a fare nuovamente i conti con
un’esplosione di violenza che mette i suoi abitanti gli uni contro gli altri,
creando una profonda frattura all’interno dei quartieri popolari. Questa volta
però a fare da miccia non è la contrapposizione repubblicani/nazionalisti vs.
unionisti/lealisti, bensì un episodio di cronaca che fa da acceleratore di
contraddizioni latenti ormai da qualche anno.
Benzina sul fuoco
A gettarsi a capofitto su quella che si è poi rivelata
essere una vera e propria «chiamata alle armi», e ad amplificarla attraverso i
loro seguitissimi canali social, sono
due personaggi sulla carta molto diversi, ma sempre più vicini grazie a una
«coalizione» transnazionale che affonda le radici in una comune propaganda
nazionalista2 e anti-migranti: Stephen
Christopher Yaxley-Lennon – nato a Luton, non lontano da Londra, nel 1982 e
meglio noto come Tommy Robinson – da una parte; Elon Musk – imprenditore
statunitense nato in Sud Africa nel 1971 – dall’altra. Sull’intreccio tra
questi due personaggi vale la pena spendere alcune parole, per poter tentare
un’interpretazione dei recenti fatti di Belfast che tenga conto del contesto
più ampio dentro i quali si inseriscono, e di come questo si intersechi –
talvolta in maniera poco intuitiva – con la situazione più strettamente locale.
Seppur attivo dal 2009, anno in cui fonda
l’organizzazione anti-islamica EDL (English Defence League), è solo negli
ultimi cinque anni che Tommy Robinson è salito alla ribalta, soprattutto per
via di una spietata propaganda anti-mussulmana, combinata a un uso
mistificatorio dei social network e a una postura
militante che lo ha portato più volte nelle aule dei tribunali e grazie alla
quale ha saputo conquistarsi una reputazione di «duro e puro» tra i suoi
seguaci. Sulle cronache internazionali, il suo nome spicca con prepotenza
soprattutto a partire dagli eventi successivi al fatto di cronaca avvenuto il
29 luglio 2024 nella cittadina di Southport, quando tre bambine persero la vita
in seguito all’accoltellamento da parte di un diciannovenne. In quell’occasione
Robinson fu il primo – seguito a stretto giro dal leader di Reform UK, Neil
Farage – a diffondere false dichiarazioni sull’identità, la nazionalità, la
religione e lo status di immigrazione dell’ancora sospettato assalitore, nonché
a fomentare le manifestazioni razziste dei giorni seguenti. Non è un caso che,
la sera seguente al delitto, poco prima di prendere d’assalto la Moschea di
Southport, dando così inizio a sei giorni di aggressioni, minacce, incendi e
saccheggi a sfondo razzista in oltre cinquanta città dell’Inghilterra, Scozia e
Irlanda del Nord, le centinaia di manifestanti presenti abbiano acclamato il
suo nome in coro.
Incoraggiato dall’attenzione mediatica crescente e dal
proliferare dei seguaci, il 13 settembre 2025 Robinson lancia una
manifestazione nella capitale, chiamata Unite the Kingdom. Alle
già citate parole d’ordine di odio e di intolleranza verso i mussulmani e gli
immigrati in generale, l’iniziativa dà spazio alla retorica del free of speech, come rimasticata recentemente negli
ambienti che amano definirsi «anti-woke» e che in essi
ha assunto una particolare rilevanza a partire dall’assassinio di Charlie Kirk
avvenuto lo scorso 10 settembre, appena tre giorni prima della manifestazione
organizzata da Robinson. Superando di gran lunga le aspettative, la «marcia su
Londra» raduna attorno alle 150mila persone accorse in massa brandendo la Union
Jack dagli angoli più remoti del Regno. Tra gli ospiti c’è anche Éric Zemmour,
politico francese di estrema destra, posizionatosi quarto al primo turno delle
elezioni presidenziali francesi del 2022, il quale sfrutta l’occasione per
esporre al pubblico britannico l’idea surreale di una presunta «colonizzazione
in corso da parte delle ex-colonie» a danno di Gran Bretagna e Francia.
L’intervento di apertura di Robinson si concentra
invece sulla necessità di impegnarsi politicamente a livello locale in un
momento definito «cruciale per la nostra generazione». Nonostante i proclami
altisonanti e i «buoni propositi» di istruire politicamente il pubblico (se
così si può dire) attraverso la vendita dei suoi libri lungo il percorso del
corteo (Manifesto: Free Speech, Real Democracy, Peaceful Disobedience e Mohammed’s Koran: Why Muslims Kill for
Islam), per la maggior parte dei partecipanti il raduno sembra non
aver prodotto più di un confuso, seppur baldanzoso, afflato nazionalista, come
dimostrano i numeri più che dimezzati dell’analoga manifestazione chiamata
dallo stesso Robinson a maggio di quest’anno, a cui hanno partecipato soltanto 60mila persone. In entrambe le occasioni,
la vocazione anti-islamica è sottolineata dal vilipendio delle bandiere dei
Fratelli Mussulmani, dello Stato Islamico e della Palestina. Ma sarebbe un
errore liquidare la propaganda di odio anti-mussulmani di Robinson a grossolana
intolleranza; si tratta invece di uno dei tratti più caratteristici per chi
guarda alla sua ascesa con strategico interesse. Non a caso, a metà ottobre
dell’anno scorso, Robinson ha viaggiato in Israele su invito del Ministro per
gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, recandosi in visita al confine con
Gaza e in vari insediamenti. Una visita ufficiale culminata con un comizio
tenuto al porto di Tel Aviv, in cui si è scagliato contro il governo britannico
per aver riconosciuto uno Stato palestinese, entrando così a pieno titolo nel
novero di quei personaggi che, sguinzagliati dall’internazionale sionista,
hanno il compito di diffamare e punire gli stati non allineati alle politiche
trumpiane e israeliane, come la Spagna, l’Irlanda e la stessa Gran
Bretagna.
Ma tornando alla manifestazione dello scorso
settembre, il rilancio complessivo è per quella che Robinson non esita a
definire la «Battle of Britain», che diversamente da quanto potrebbe far
credere la metafora bellicista, altro non sono che le elezioni del 2029, in
vista delle quali il leader della piazza dà un’indicazione di voto molto
generica, ovvero onnicomprensiva dei principali partiti della destra presenti
oggi in Gran Bretagna: da Reform UK di Nigel Farage ad Advance, da Restore di
Rupert Lowe – che dopo l’aggressione di Belfast non ha esitato a definire gli
immigrati «animali selvaggi del terzo mondo» e a invocare la reintroduzione
della pena di morte – fino al più moderato partito
dei Conservatori. Robinson, probabilmente consapevole tanto delle sue doti
comunicative quanto dei suoi limiti politici, per ora non sembra intenzionato a
una discesa in campo istituzionale, bensì appare più orientato a delegare ai
partiti già esistenti la patata bollente di passare dalle parole ai fatti,
limitandosi ad agire a un livello di agitazione in una zona
grigia tra influencing e militantismo.
D’altronde il vero sodalizio è oltreoceano, con l’uomo
«senza il quale tutto ciò non sarebbe stato possibile» come dichiarato dallo
stesso Robinson; si tratta per l’appunto del già citato Elon Musk, la cui presa
di parola in diretta video ha rappresentato il momento culminante della grande
manifestazione. Dopo aver aizzato la folla a «combattere il virus woke», Musk
ha spronato i britannici a «non aspettare altri quattro anni prima delle
prossime elezioni, ma a fare qualcosa per dissolvere il parlamento e andare a
votare subito», rivolgendosi poi ai partecipanti più moderati, «che solitamente
non si occupano di politica», a farlo, perché «anche se non scelgono la
violenza, la violenza verrà da loro. La scelta è combattere o morire». Parole
di un certo peso che vanno ad aggiungersi a quelle postate più recentemente su
X, secondo le quali «gli inglesi moriranno se non supportano Mr. Robinson».
Tesi supportata da una grottesca similitudine tolkeniana per cui «gli abitanti
delle cittadine della provincia britannica sono come gli Hobbit che necessitano
di uomini forti di Gondor per difendersi dall’immigrazione di massa».
D’altronde, l’endorsement di Musk a favore di Tommy Robinson
subentra all’appoggio riservato in precedenza a Nigel Farage – dal quale si è
recentemente dissociato perché ritenuto «troppo poco di destra» – e si aggiunge
a quello mostrato per Ben Habib, fondatore di Advance UK in seguito alla
fuoriuscita dal partito dello stesso Farage.
Per comprendere a fondo le ragioni dell’investimento
politico di Musk sulla Gran Bretagna servirebbe un’analisi approfondita che ci
riserviamo per il futuro; ciò che però, già a una prima occhiata risulta
chiaro, è che i padroni delle BigTech hanno puntato il dito verso l’Europa,
dove la pur minima regolamentazione dei social media rappresenta ancora un
ostacolo per la loro crescita. Se infatti negli Stati Uniti la strada verso una
totale deregolamentazione in materia è in discesa grazie all’amministrazione
Trump, in Europa le mire di Zuckerberg e Musk devono fare i conti con alcune
politiche di moderazione dei contenuti – per esempio su argomenti come razza e
genere – che, al di là di prese di posizione anti-woke, rappresentano un freno
all’attività essenziale di profilazione degli utenti che, nelle mire di chi
accumula dati, non può avere limiti. Se dunque l’accumulazione delle materie
prime (perché questo sono i dati generati dalle nostre interazioni social) è
minacciata da limitazioni in ambito legislativo, coloro che a partire da quelle
materie prime alimentano il proprio capitale, non possono che scendere nel campo
del politico per tentare di invertire la tendenza con i tutti i mezzi a loro
disposizione. E se lo Stato su cui si deve fare pressione è anche un cliente
dei propri prodotti è tutto più facile. Perché è proprio questa la posizione
del Regno Unito nei confronti di Elon Musk, dal momento che il 2 giugno scorso
ha ufficialmente adottato la rete satellitare militarizzata Starshield di
SpaceX, diventando così uno dei primi Paesi al di fuori degli Stati Uniti a
utilizzare la variante di Starlink destinata alle esigenze governative. Tutto
ciò, mentre il governo guidato dal laburista Keir Starmer – il quale è riuscito
nell’impresa apparentemente impossibile di condannare le violenze degli ultimi
giorni senza mai pronunciare la parola «razzismo» – denuncia le interferenze di
Musk, definendole irresponsabili, stando ben attento a non oltrepassare mai il
livello dell’indignazione oltre il quale la questione porrebbe – come appena
detto – alcune contraddizioni non da poco. Perché – per tornare ai fatti
dell’ultima settimana – a monopolizzare il dibattito politico e le analisi
sulle testate giornalistiche britanniche, è la tesi secondo cui Musk avrebbe
pilotato l’algoritmo di X con l’intento di facilitare la diffusione degli
appuntamenti che hanno portato alle manifestazioni violente successivamente
verificatesi sul territorio britannico. Tesi per nulla lontana dalla realtà, ma
del tutto mistificatrice nell’essere presentata come spiegazione esaustiva di
una situazione ben più sfaccettata, sia per quanto riguarda l’interferenza di
Musk, sia in relazione all’acuirsi del fenomeno razzista in tutto il Regno
Unito.
(Not so) Alternative Ulster
Ed è proprio per comprendere a una diversa profondità
quanto si muove nella società britannica che riprendiamo il filo dei recenti
fatti verificatisi nell’Irlanda del Nord tentando di guardarli da
un’angolazione diversa da quella promossa dal dibattito pubblico istituzionale.
A partire dal dato apparentemente paradossale dell’ultimo censimento pubblicato
nel 2021 secondo il quale il 97% della popolazione dell’Irlanda del Nord
sarebbe di etnia bianca, e dal numero impressionante di incidenti (2.367) e
crimini (1.507) a sfondo razzista, registrati solo tra gennaio e marzo di
quest’anno (a fronte di soli 71 a carattere settario). I numeri parlano anche
di flussi migratori in crescita a partire dal periodo della pandemia. Ma è solo
quando questi numeri vengono affiancati a una disamina delle politiche sociali
e del retroterra storico della città che possono assumere un significato.
Uno spunto su dove cominciare giunge da un dettaglio
apparentemente secondario citato dalla reporter Hannah Al-Othman nel podcast realizzato per The Guardian a
proposito dei pogrom di martedì scorso, in seguito ai quali 27 persone hanno
dovuto abbandonare la propria casa: mentre le fiamme divampano dentro le
abitazioni, il bagliore illumina la frase local homes to local people scritta
a bomboletta su un muro a pochi passi da Kinnaird Road, la strada in cui
martedì scorso ha avuto luogo l’aggressione che ha fatto da miccia per le
successive violenze.
Costruita a partire dal 2010, quasi vent’anni dopo la
fine dei Troubles, Kinnaird Road, si trova in una fascia di territorio
saldamente repubblicano che collega i quartieri di New Lodge e Ardoyne,
roccaforti del partito Sinn Féin. Tuttavia, a soli 400 metri di distanza,
protetta da muri e recinzioni dalle sembianze di un parco urbano, si trova il
«confine» con la zona lealista dell’Ulster, Shankill, quartiere di appartenenza
della famigerata banda paramilitare lealista dei Shankill Butchers attiva a
partire dagli anni Settanta e oggi disciolta, nota per i suoi rastrellamenti
notturni a caccia di cattolici da torturare e uccidere. Nelle vicinanze, a soli
venti minuti a piedi dai moderni edifici del centro città, spicca l’ex-caserma
di Girdwood, occupata dall’esercito britannico fino al 2005. Una volta
dismessa, secondo il progetto originario, la caserma avrebbe dovuto fornire
alloggi popolari e strutture ricreative comuni, fungendo da ponte tra la zona
lealista di Greater Shankill e quella repubblicana di New Lodge, nell’ottica di
superare la balcanizzazione di Belfast Nord. Nonostante ciò, il progetto non è
mai andato oltre la realizzazione di 60 case, meno di un terzo di quelle
preventivate, anche a causa dell’ostruzionismo del DUP (Partito Unionista
Democratico), all’epoca ancora egemonico nella zona: il numero nettamente
superiore di nazionalisti registrati nelle liste di attesa per una casa
popolare rappresentava infatti per il DUP una minaccia concreta di perdere il
seggio elettorale e il controllo sul quartiere. Il risultato è che i problemi
derivanti dal sovraffollamento dei quartieri nazionalisti e dal più recente degrado
di quelli lealisti non sono mai stati risolti. Le case effettivamente costruite
nella zona limitrofa a Kinnaird Road sono oggi abitate dai nazionalisti, ma
ancora lo scorso maggio, quando alcune famiglie si sono trasferite sul lato di
Shankill del «muro della pace», sono state subito attaccate e allontanate dai
lealisti. Nonostante la condanna unanime da parte del governo di coalizione tra
DUP e Sinn Féin, il settarismo rimane latente nelle periferie popolari di
Belfast. Una tensione tenuta a bada non tanto dalle politiche di
«pacificazione», quanto dalla riconversione di certe enclave lealiste in
attività di criminalità organizzata, più o meno tollerate dalle autorità in
virtù dell’astensione da atti di settarismo apertamente violenti. Rispetto all’emergenza
abitativa, la situazione non migliora se si guarda all’Irlanda del Nord nella
sua interezza: nel marzo 2025, le persone ufficialmente in attesa di una casa
popolare erano 89mila, in progressivo aumento rispetto agli ultimi cinque
anni. Parte di questo incremento è dovuto anche al fatto che, a differenza
della classe popolare nazionalista che da sempre deve far fronte a condizioni
di vita complesse, quella unionista, tradizionalmente più privilegiata, ha
subito un processo di impoverimento relativo significativo solo negli ultimi
anni. Questa differenza di traiettoria fornisce un elemento per comprendere
perché oggi il proletariato unionista sia più sensibile al richiamo delle
politiche razziste rispetto a quello nazionalista. Oltre a ciò, per quanto
l’annosa questione tra unionisti e repubblicani non sia riconducibile a un
conflitto di carattere meramente religioso, che la propaganda apertamente
anti-mussulmana di Tommy Robinson e compagnia bella possa fare breccia nella
tradizione settaria lealista, non stupisce più di tanto. Ma la nuova
convergenza tra estrema destra inglese e unionisti si basa anche su un fatto
molto materiale: in seguito alla Brexit, l’Irlanda del Nord ha intrecciato
sempre di più la sua economia con quella dell’Irlanda, diminuendo gli scambi
con il resto della Gran Bretagna, tanto che molti hanno ipotizzato che a lungo
andare potrebbe essere questo dato a portare all’indipendenza. Ciò deriva
principalmente dal fatto che il 27 gennaio 2020, qualche giorno prima del
recesso del Regno Unito dall’UE, è stato siglato un accordo tra tutte le parti
coinvolte che ha evitato l’istituzione di una frontiera fisica tra l’Irlanda e
l’Irlanda del Nord, in modo da consentire a quest’ultima di «rimanere nel
territorio doganale del Regno Unito e, al tempo stesso, di beneficiare del
mercato unico3». Si tratta dunque di una frontiera
particolarmente porosa, sia da un punto di vista dei flussi commerciali, sia
per quanto concerne l’ingresso dei migranti. Alla luce di ciò, il fatto che Adi
Halodid, il richiedente asilo sudanese responsabile dell’aggressione, sia
entrato in Irlanda del Nord dalla frontiera con l’Irlanda è un dettaglio più
significativo di quanto possa sembrare per comprendere le ragioni della
violenta reazione degli unionisti. Il loro interesse è evidentemente quello di
far saltare questo stato delle cose, la crescente immigrazione è un ottimo tema
per farlo saltare. Interesse coincidente con quello della destra britannica che
potrebbe così portare a compimento il progetto della Brexit.
È dunque in questa intersezione tra insufficienza di
alloggi popolari, progressivo impoverimento e settarismo soffocato che si
inserisce il recente fenomeno migratorio verso i quartieri proletari di Belfast
e l’imperante narrazione anti-migranti.
Molto meno intuitiva è la possibilità di una crescente
intolleranza anche negli ambienti repubblicani. L’immagine dei quartieri
repubblicani di Belfast dove le bandiere palestinesi sventolano per strade
popolate da un gioioso melting pot di
stampo internazionalista, rischia di diventare un cliché che non fa guardare in
faccia la realtà di ciò che sembra iniziare a muoversi verso tutt’altre
direzioni. Non è un mistero che soprattutto nel Sud dell’Irlanda l’estrema
destra stia riuscendo a capitalizzare il malcontento legato alla crisi
abitativa e alle scarsità di risorse pubbliche, direzionandolo verso posizioni
razziste e anti-migranti, come i disordini di carattere razzista del novembre
2023 a Dublino avevano già fatto intuire. E di fronte a questa impennata di
intolleranza, neanche il nazionalismo irlandese storicamente inclusivo è al
sicuro; tanto più che da certe frange di Sinn Féin si comincia a sentire
parlare della necessità di controllare i flussi migratori, di accelerare le
domande d’asilo, e persino di rimpatriare chi non dovesse ottenere tale
diritto.
Ed è a questo punto che ciò che si muove in Irlanda
del Nord ci parla più direttamente di ciò che si agita anche da noi, dove
seppur da un punto di vista popolare le violenze a sfondo razziale ormai
consuete in Gran Bretagna non sembrano dietro l’angolo, sul piano istituzionale
il discorso e le politiche razziste avanzano anche più rapidamente (vedi
Remigrazione), nuovi attori di estrema destra si affacciano sulla scena
politica (vedi Vannacci), imprenditori delle BigTech preparano nuove alleanze
sul nostro territorio (vedi Thiel). Ma in Italia, come in Irlanda del Nord, la
partita contro il razzismo e le politiche di estrema destra non si gioca sul
livello del discorso e dell’indignazione, quanto sulla volontà di sporcarsi le
mani quotidianamente con le contraddizioni dei quartieri popolari e sulla
capacità di costruire progetti di autonomia in grado di disinnescare
l’antagonismo alimentato artificialmente dentro la classe, ovvero la più antica
«tecnica di conservazione del potere da parte della classe capitalistica».
- L’organizzazione paramilitare unionista formatasi
negli anni Sessanta e protagonista dei cosiddetti Troubles che videro
contrapporsi violentemente lealisti e nazionalisti fino al cessate il
fuoco del 1994 – nonostante la trasgressione di tale tregua sia stata
piuttosto frequente negli anni seguenti.
- di un nazionalismo evidentemente ben diverso da
quello dei repubblicani nord-irlandesi
- Michel Barnier, 27 gennaio 2020, Belfast
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