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martedì 5 agosto 2025

Salute mentale, a Milano sono nati “gruppi di ascolto e supporto tra pari” per i giovani: “Togliamo lo stigma alla sofferenza emotiva” - Matilde Liuzzi

 

Il progetto si chiama "+Pari - Pare" è gratuito ed è aperto a chi ha tra i 18 e i 35 anni: "Solitudine è la parola che è emersa più spesso. Quando qualcuno ha il coraggio di dirla ad alta voce gli altri si riconoscono. E si sentono meno soli"

 

 “Chi meglio può capire una difficoltà se non chi la sta vivendo in prima persona?”. Da questa domanda prende forma +Pari – Pare, il nuovo progetto del Comune di Milano per il benessere psicologico dei giovani adulti. Niente studio, niente diagnosi. Solo confronto tra coetanei.

Si tratta di gruppi di ascolto e supporto tra pari, totalmente gratuiti e attivi in tre spazi strategici della città: BASE Milano, la Biblioteca di Affori e il CAM di Turro. A promuoverli è il Comune di Milano insieme alla cooperativa Coesa, che da oltre vent’anni lavora sul territorio con servizi educativi, assistenziali e psicologici. Il progetto è pensato per una fascia spesso dimenticata: i giovani adulti tra i 18 e i 35 anni. “Non più adolescenti, ma neppure pienamente dentro al mondo adulto. Quelli che stanno chiudendo l’università. O cercano lavoro. O cercano sé stessi. Per loro spesso non c’è spazio nei servizi sociali, né in quelli clinici”, spiega Elisa Sini Bottelli, psicologa di Cooperativa Coesa. +Pari – Pare vuole colmare proprio quel vuoto.

 

Ogni gruppo è diviso in moduli tematici. Si può partecipare a uno solo o a tutti. “I primi moduli sono già partiti e sono andati sold out in pochissimi giorni”, racconta Sofia Redaelli di Progetto Itaca. I numeri parlano chiaro: 60 posti disponibili, 60 iscritti. Il bisogno di ascolto è evidente. Il primo modulo ha affrontato il tema delle relazioni: familiari, sentimentali, amicali. “Solitudine è la parola che è emersa più spesso. Non quella da isolamento. Ma quella che si prova anche in mezzo agli altri. In aule universitarie. In uffici. A una festa. Una sensazione diffusa, ma taciuta. Finché qualcuno non ha il coraggio di dirla ad alta voce. E allora gli altri si riconoscono. E si sentono meno soli”, continua Redaelli. I partecipanti non sono pazienti. Sono giovani che condividono fatiche, sogni, paure. E che si confrontano tra pari, in uno spazio sicuro. Con la riservatezza garantita, ma senza l’impostazione di una seduta clinica. “L’obiettivo – spiega Elisa Sini Bottelli – è proprio demedicalizzare la sofferenza emotiva. Togliere lo stigma e dire ‘sto male’ senza sentirsi sbagliati”. Una scelta chiara, che mette al centro il valore dell’esperienza condivisa.

L’ultimo modulo si è concluso a luglio, ma in autunno il progetto riparte. La partecipazione è gratuita e ci si può iscrivere direttamente dalla pagina dedicata sul sito del Comune di Milano. In un momento in cui il disagio psicologico è sempre più diffuso ma spesso invisibile, +Pari – Pare prova a offrire uno spazio concreto di ascolto. Non una soluzione, ma un luogo in cui sentirsi meno soli. E confrontarsi con chi sta vivendo qualcosa di simile.

da qui

mercoledì 22 marzo 2023

L’orca più sola al mondo - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Come sono strane le parole degli umani, dal punto di vista degli animali, quasi quanto la loro stessa vita, le assurde azioni e ossessioni.

Prendete Kiska, l’ultima orca vissuta in cattività in Canada, prima di morire la scorsa settimana per un’infezione batterica a circa 47 anni.
Almeno quaranta di questi ultimi, la nostra, il cui nome viene associato all’aggettivo assassina, in inglese killer whale, li ha trascorsi rinchiusa in una vasca, a far spettacolo morente, più che il contrario, per quei maledetti bipedi fissati con le prigioni, i confini, i lager e tutto ciò che può costringere la vita in una scatola, possibilmente dalle pareti trasparenti.
Gli ultimi 12 è rimasta sola, dopo la morte del suo compagno, facendole guadagnare – si fa per dire – il titolo di orca più solitaria del mondo.
Una solitudine resa ancor più dolorosa dal quotidiano affollarsi di sguardi curiosi e divertiti oltre le vetrate che delimitano la frontiera tra chi è libero di far del male a tutto e tutti e chi è condannato a subire impotente ogni pena immaginabile.
Lungo la sua esistenza virtuale a nuotare in una boccia di vetro enorme per tutti tranne che per lei, Kiska ha visto scomparire da un giorno all’altro affetti e amori preziosi con cui perlomeno condividere l’iniqua sentenza degli umani.
Come Keiko, compagna di sventura al momento dell’ingiusto rapimento da parte di questi ultimi, la quale ha avuto la consolazione di vivere da protagonista almeno in un film, ovvero Free Willy. Dal successo del cinema a un parco di divertimenti, sino alla libertà che entrambe non avevano teneramente mai smesso di sognare. Perché anche le orche sognano, pure quelle assassine che non hanno mai ucciso nessuno, casomai è il contrario, e sono sogni semplici, roba normale, la natura che ci spetta e che era già perfetta così prima delle nostre imperdonabili intromissioni.
Tuttavia, il dolore per tale separazione non credo sia paragonabile al veder morire uno dopo l’altro ciascuno dei cinque figli messi al mondo, per quanto costretti in una cella che si finge oceano. È stato un inganno anche quello, l’illusione di poter vivere una vita normale, dove essere perfino madre, creatrice di vita nonostante il mondo ci si metta davvero di impegno per svilirla e soffocarla.
E così se n’è andata anche Kiska, sola a danzare per decenni per il godimento di ragazzini urlanti e adulti fotografanti, il solito, ma ha lasciato un dono, dicono.
Pare che è proprio grazie a lei se quattro anni addietro in Canada si è deciso di proibire una volta per tutte con una legge la cattività e l’allevamento di balene, delfini e focene.
Be’, che il cielo o chi per lui benedica quella specie, popolazione, comunità o anche singola vita, animale o meno, che non avrà bisogno di trascorrere  la maggior parte della propria esistenza in un carcere per veder bandita l’ottusa perfidia degli esseri chiamati umani.

da qui

domenica 19 marzo 2023

In difesa della solitudine - Francesco Bercic

 L’ultima follia anglosassone, rappresentazione perfetta del pressapochismo che si ammanta di “verità scientifica” – il massimo riconoscimento della nostra epoca –, sta tutta nella battuta finale che suggella l’ultima ricerca dell’Università di Harvard: “La solitudine uccide”. Così afferma il direttore dell’indagine, Robert Waldinger, che si proponeva assieme ai suoi colleghi l’umilissimo compito di “scoprire cosa veramente conduca a una vita felice”. Ne dava notizia il Corriere della Sera, che dedicava all’ambizioso programma inglese il suo corsivo del giorno, lo scorso 27 febbraio. Il titolo? “Amore e salute sociale sono la ricetta per una vita felice”.

Ora, al di là della banalità della risposta, degna del più sdolcinato Bacio Perugina, ciò che colpisce non è soltanto l’approvazione entusiastica del corsivista. Come se ci volesse l’erudizione prosaica di qualche camice bianco per divulgare la sconvolgente notizia che amore e salute possono giovare all’uomo.

Ciò che colpisce di più è il controcanto della notizia, l’argomento che viene usato come esempio di pratica nociva e foriera, evidentemente, di infelicità: la solitudine. Non ci vogliamo qui ergere a paladini del silenzio, dell’esercizio difficile e necessario della convivenza appartata con sé stessi – per quanto la tentazione sia molto forte. Piuttosto, la suddetta ricerca conferma ancora una volta ciò che Paul Valéry scriveva poco più di cinquant’anni fa, con prodigiosa abilità profetica.

Dappertutto scintilla e agisce la critica degli ideali che hanno permesso all’intelligenza il piacere e le occasioni di criticarli. Come inattesa conseguenza dei suoi pensieri più forti, l’uomo può ridiventare un barbaro di nuova specie. (…) Le conquiste della scienza positiva ci stanno conducendo o riconducendo a uno stato di barbarie che, per quanto laborioso e rigoroso, sarebbe ancora più temibile delle barbarie antiche, proprio perché più esatto, più uniforme e infinitamente più potente. Ritorneremo così all’era del fatto, ma del fatto scientifico (Paul Valéry, Introduzione alle Lettere persiane di Montesquieu, Gallimard, 1957)

“La critica agli ideali che hanno permesso all’intelligenza il piacere e l’occasione di criticarli”. Come non sentire in queste parole un’assonanza con l’invettiva dell’Università di Harvard contro la solitudine? Non è forse dalla solitudine, dalla meditazione profonda e faticosa e mirabile con la propria interiorità, che la Civiltà ha partorito le sue opere più feconde, attraversando secoli di storia e giungendo fino alle nostre mani ingrate? Mentre ora, con il marchio sicuro della verità scientifica, del sapere esatto di una ricerca, con tre sole parole vengono destituiti di significato secoli di produzione scritta e orale che di quella solitudine hanno fatto una complice fidata. Perché la solitudine “fa male”. E per questo va condannata.

Ma, esattamente com’è accaduto alla solitudine, anche la felicità sembra destinata a un’identica usurpazione. Perché, appena scaviamo sotto la superficie limpida di un luogo comune, siamo obbligati a chiederci: che cosa hanno in mente i professori di Harvard quando usano con nonchalance il sostantivo “felicità”? Una sorta di assenza di dolore, di atarassia dal retrogusto epicureo? Una voluttà corporea? Uno stato di impassibile quiete?

La “felicità” che hanno in mente i dotti periti in questione non è altro che la “felicità” che promette ogni spot televisivo: qui nascosta con perfidia dietro il più nobile vestito della “ricerca scientifica”. Entrambe implicitamente suggeriscono che l’acme della felicità umana si possa comprare od ottenere per vie semplici, spesso (guarda caso) di natura economica. Entrambe sacrificano l’approfondimento sull’altare degli slogan. Per fortuna che, in un’epoca dove il silenzio e la solitudine sono luoghi che approssimano un’utopia, per fortuna che c’è la scienza a ricordarci che siamo “felici”. Stavamo quasi per piangere.

da qui