La loro
foresta ancestrale viene già distrutta dall’estrazione di nichel,
ma nei prossimi giorni il governo indonesiano annuncerà la costruzione di una
fabbrica di batterie per auto elettriche sull’isola di Halmahera, la
maggiore dell’arcipelago delle Molucche. Ma questo, denuncia Survival
International, significherà “una catastrofe per i circa cinquecento Hongana
Manyawa”, il popolo incontattato che vive sull’isola. Il progetto porterà a
realizzare il primo ecosistema integrato al mondo per la produzione di batterie
per auto, perché l’intero processo – dall’estrazione alla raffinazione del
nichel, fino alla realizzazione delle batterie – avverrà su Halmahera. Valore:
6-7 miliardi di dollari. Anche Catl, il più grande produttore
al mondo di batterie per veicoli elettrici, dovrebbe diventare partner della
joint venture che realizzerà la nuova fabbrica. Rifornisce, tra gli
altri, Volkswagen, Tesla, Stellantis, Ford, BMW e Mercedes
Benz. Ma tutto accade a poco più di un mese dall’inchiesta che Mediapart ha realizzato insieme
al giornale indonesiano Narasi e al settimanale tedesco Der Freitag,
denunciando che la direzione della miniera indonesiana di Weda Bay
Nickel, di cui è co-proprietario il gruppo minerario francese Eramet, da
anni nasconde incidenti gravi e contaminazioni dei corsi d’acqua.
La più
grande miniera al mondo di nichel – Halmahera, infatti, ospita già la più grande
miniera al mondo di nichel, che ha distrutto ampie aree di foresta sull’isola.
Il sito in cui molto probabilmente verrà costruito la nuova fabbrica di
batterie è a meno di 20 chilometri dal luogo in cui, nel 2023, due Hongana Manyawa vennero filmati mentre
intimavano a un bulldozer di stare alla larga dal loro territorio. Quasi la
metà di quell’area, infatti, si sovrappone già a concessioni minerarie, come
raccontato da Survival International nel rapporto ‘Driver to
the edge’. “Questo annuncio è una sentenza di morte per gli Hongana Manyawa
incontattati. Le concessioni per l’estrazione di nichel si estendono già sul
40% del loro territorio” commenta la direttrice generale di Survival
International, Caroline Pearce. Tesla ha affermato di stare
studiando “la necessità di stabilire una zona interdetta alle attività
minerarie (no-go zone) per proteggere i diritti umani e indigeni, in
particolare quelli delle comunità incontattate” in Indonesia.
La denuncia – La compagnia che gestisce la
miniera Weda Bay Nickel, invece, la francese Eramet, secondo le
ultime rivelazioni sarebbe a conoscenza da oltre dieci anni dei gravi rischi
che le sue attività comportano per i Hongana Manyawa. “Alcuni documenti
trapelati dalla miniera – racconta Survival – rivelano che la compagnia
francese è a conoscenza del fatto che le sue attività minerarie possono avere
un impatto sull’esistenza degli Hongana Manyawa, ma liquida questa
eventualità come ipotetica e irrilevante”. Il nuovo progetto porterà alla
devastazione delle case e dei mezzi di sussistenza degli Hongana Manyawa, ma
metterà a rischio “anche il loro cibo, il loro riparo, le loro medicine e la
loro stessa identità. Ucciderà intere famiglie hongana manyawa – aggiunge
Pearce – che vivono e si prendono cura di quell’isola e delle sue foreste da
innumerevoli generazioni. Ma ora vengono distrutti nel nome di una presunta
strategia sostenibile per combattere i cambiamenti climatici”.
Dove si
fanno scelte diverse in nome del turismo – La notizia, tra l’altro, arriva a sole due
settimane dalla decisione del presidente Prabowo Subianto di
cancellare invece quattro concessioni per l’estrazione di nichel nelle vicine
isole di Raja Ampat. La ragione? Il timore che l’attività mineraria
possa danneggiare la fiorente industria turistica. “Il governo
indonesiano ha dimostrato di essere pronto a fermare l’estrazione di nichel per
salvare il turismo – spiega Pearce – ora deve farlo anche per fermare una
scioccante violazione dei diritti umani. Se agirà immediatamente, stabilendo
una zona interdetta alle attività minerarie nel territorio degli Hongana
Manyawa, può impedire il loro sterminio”.
Il capitalismo genocidiario si
cela dietro la cortina della società dello spettacolo - Salvatore Bravo
Capitalismo
genocidiario
Il
capitalismo non è mai sufficientemente compreso nelle sue dinamiche distruttive
e negatrici della natura umana e della vita. La sua azione globale non può che
incontrarsi e scontrarsi con i limiti delle conoscenze personali e,
specialmente, con le censure dirette e indirette a cui siamo sottoposti.
Riorientarsi in una realtà organizzata secondo la forma del capitale mediante
il “velo dell’ignoranza” è operazione non semplice. Se ci poniamo nell’ottica
del cittadino medio e delle nuove generazioni possiamo ben comprendere quanto
“il capitalismo dello spettacolo” riduca il pianeta a uno strumento da usare e
da consumare: in tal modo la vita dei popoli e la storia del capitalismo sono
obliati. Il capitalismo senza la mediazione umana della storia
può continuare la sua corsa nelle comunità e negli individui; può continuare a
bruciare vite e popoli e a percepirsi come “assoluto”.
Il
capitalismo si autopresenta come “assoluto” e costruisce di sé una immagine
ipostatizzata, in quanto coltiva l’ignoranza di sé. Le esistenze
organizzate in stile “reality” consentono ai crimini del passato e del presente
di perpetuarsi. Il capitalismo dello sfruttamento e genocidiario si cela dietro
la cortina della società dello spettacolo. Anche il linguaggio è
divenuto finzione filmica, non a caso la parola “capitalismo” è stata abilmente
sostituita con le espressioni “liberale e liberista”, le quali ammiccano alla
libertà. Si ha l’impressione di essere dalla parte giusta, e di vivere nella
libertà: naturalmente la libertà “capitalistica” deve essere intesa come la
possibilità di affermare il proprio “io” usando il mondo e riducendo ogni
incontro a mezzo per accrescere l’ego-idolatria. La storia del capitalismo
riportato alla sua verità storica e ai suoi crimini è paideutica per accrescere
qualitativamente la crescita umana e politica delle soggettività e delle comunità.
Il genocidio
dei comunisti in Indonesia
Il genocidio
dei comunisti in Indonesia, sconosciuto a molti e mai presente nelle “cronache
liberali”, dimostra quanto il sistema liberale agisca per manipolazione e
censure in modo da impedire la coscienza collettiva sulla realtà sociale ed
economica in cui viviamo. Lo sterminio del PKI, del partito comunista
indonesiano, oggi è genocidio non riconosciuto, al punto che la ricerca storica
è ancora agli albori. Il numero di questo genocidio comunista oscilla tra i
500.000 e i 3.000.000 di morti. Tra gli assassinati non pochi furono gli
esponenti di minoranze etniche, tra cui i cinesi, con cui l’Indonesia
riformista intratteneva ottimi rapporti.
Gli
assassini sono rimasti “stranamente” impuniti e sul tragico destino di tante
vittime è sceso il silenzio della storia e dei media. Se si utilizza wikipedia
si può leggere quanto segue alla voce “Responsabili” di questo genocidio:
“Esercito
indonesiano e squadroni della morte, aiutati e incoraggiati dagli Stati Uniti
d’America e da altri governi occidentali”.
Nuovo Ordine
capitalistico
Le
informazioni sono poca cosa, se non sono sostenute dalla coscienza politica ed
etica. Il nostro tempo è caratterizzato dal velo dell’ignoranza nella forma
dell’indifferenza e del narcisismo dello spettacolo che non
incoraggia la ricerca e la formazione. Le informazioni essenziali non si
trasformano in ricerca storica, non riescono a collocarsi a distanza collettiva
razionale ed empatica dalla “verità” del “sistema liberale”, in quanto il capitalismo
coltiva l’ignoranza politica e storica e insegna che la rete informatica è solo
un mezzo per il libero scambio.
Il genocidio
si consumò tra il 1965 e il 1966 prima che fosse attuata la riforma agraria già
avviata dal Presidente riformista Sukarno. In realtà le immense ricchezze
minerarie dell’Indonesia e la posizione strategica dell’isola furono la causa
del sostegno della CIA e di altri stati europei, tra cui l’Olanda,
all’eliminazione del PKI. Il Presidente degli Stati Uniti Nixon affermò:
«Con il suo
patrimonio di risorse naturali, il più ricco della regione, l’Indonesia è il
tesoro più grande del Sud-est asiatico[1]»
.
L’Indonesia
era, dunque ad un bivio, Sukarno fu rovesciato da Suharto sostenuto dalle
potenze occidentali; iniziò per l’Indonesia l’epoca del genocidio e
dell’eliminazione dell’opposizione politica:
«Nel 1965
l’Indonesia era a un bivio. La Guerra Fredda era al culmine nel Sud-Est
asiatico e sembrava essere solo questione di tempo prima che il PKI, il più
grande partito comunista del mondo al di fuori dell’URSS e della Cina
comunista, salisse al potere. L’esercito indonesiano – una forza armata
altamente politicizzata che aveva costituito parte integrante della vita
politica indonesiana sin dalla rivoluzione nazionale indonesiana – era,
tuttavia, determinato a fermare l’ascesa del PKI e a porre lo stato indonesiano
sotto la propria direzione. Dall’inizio degli anni ’60 la leadership militare
indonesiana cominciò a fare piani specifici per “riorientare” lo stato
indonesiano[2]».
Il governo
Suharto non aveva i mezzi per operare il genocidio in tempi brevissimi e
instaurare il Nuovo Ordine con cui riorientare il popolo indonesiano verso il
nuovo corso della storia, per cui le potenze occidentali organizzarono e
diedero i mezzi per procedere all’eliminazione di uno dei più grandi partiti
comunisti del mondo (il terzo al mondo). Con il riorientamento del Nuovo Ordine
le potenze europee rientravano nel mercato indonesiano e, in cambio,
appoggiarono le oligarchie indonesiane:
«Il
genocidio indonesiano ha avuto luogo nel contesto della presa di potere
militare dello stato indonesiano da parte del maggiore generale Suharto. Il
risultato fu un completo riorientamento della società indonesiana e l’ascesa di
un regime dominato dai militari autodefinito Nuovo Ordine. La leadership
anticomunista dell’esercito fu assistita durante il genocidio da sostenitori
occidentali con armi ed equipaggiamenti, e incoraggiata attraverso la
comunicazione diretta e l’assistenza con la propaganda, soprattutto da parte di
Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, a effettuare un’epurazione approfondita
delle forze armate. gruppi di sinistra nella società (Simpson,2008). Studi recenti
hanno evidenziato anche la complicità o l’indifferenza dei governi europee
dell’Unione Sovietica all’attacco al PKI e ai suoi affiliati in Indonesia,
dovuto in gran parte alla decisione del partito di schierarsi con la Cina
comunista (vedi Schaefer & Wardaya, 2013). Il nuovo regime guidato dai
militari fu accolto sulla scena politica dai paesi occidentali e presto
iniziarono i negoziati tra i leader di questi paesi e i nuovi leader militari e
tecnocrati dell’Indonesia per ripristinare l’accesso straniero ai mercati
indonesiani (Simpson, 2008)[3]».
Genocidio o
Strage?
Il genocidio
indonesiano è stato declassato a strage dalla giurisprudenza occidentale, in
quanto per “genocidio” si intende la formula adottata del 1948 dall’ONU che
esclude l’eliminazione totale di un gruppo politico avversario. La conseguenza
della formula ristretta di genocidio alla sola eliminazione etnica consente,
allora come oggi, di procedere alla eliminazione totale di un gruppo politico
avversario e non incorrere nel crimine genocidiario, il quale ha una attenzione
mediatica e giurisprudenziale maggiore rispetto alle stragi di massa; inoltre
ha una serie di implicazioni legate ai risarcimenti per i sopravvissuti e per i
discendenti:
«Quando si
considera la violenza di massa che si diffuse in tutta l’Indonesia alla fine
del 1965, c’è in gioco una questione polemica fondamentale, definitiva e
concettuale.1 Questa questione si riferisce all’identità del gruppo target che
fu sradicato in Indonesia. È stato spesso sostenuto che le vittime degli
omicidi furono prese di mira principalmente in termini di affiliazione reale o
percepita con il PKI o con una delle sue numerose organizzazioni associate
(vedi Capitolo 1 di questo volume). Come in molti di questi dibattiti
concettuali nel campo degli studi comparativi sul genocidio, la questione se un
gruppo di vittime definito dalla loro affiliazione socio-politica di per sé
possa essere vittima di genocidio deriva direttamente dalla definizione
giuridica di genocidio contenuta nella Convenzione sul genocidio, il crimine.
Come recita l’Articolo II della Convenzione, “per genocidio si intende [una
serie di] atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un
gruppo nazionale, etnico [sic], razziale o religioso, in quanto tale”
(Convenzione sulla prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio, 9 dicembre
1948, 78 UNTS a 280, Articolo II). Questa definizione esclude implicitamente i
gruppi politici dalla tutela prevista dalla Convenzione. Tuttavia, come verrà
discusso più avanti, il rifiuto automatico degli omicidi del 1965-1966 come
caso il genocidio su questa base è prematuro[4]».
Il genocidio
di un gruppo etnico o politico ha lo scopo di rinnovare completamente uno
Stato. Il genocidio sperimenta la possibilità di un Nuovo Ordine, trasforma la
nazione in un immenso laboratorio. Distruggere un gruppo umano è il mezzo
mediante il quale trasformare la totalità. Si cancella la presenza di una
prospettiva politica e culturale per realizzare una palingenesi criminale e
assoluta. Cancellare la presenza culturale o fisica è modalità efficace ed
efficiente per ottenere un “nuovo prodotto sociale”. La tecnocrazia
capitalistica può essere applicata in larga scala o in modo ridotto, ma ha
sempre la finalità di “riorientare” eliminando culture e politiche. Mutilare
per rinnovare e sterilizzare culturalmente, e non solo: conservare e preservare
gli interessi delle oligarchie è lo scopo finale. Il caso indonesiano rientra
all’interno della “distruzione creativa”, nella quale l’altro è
negato nella sua verità di soggetto umano:
«Nel caso
indonesiano, sulla scia della propaganda disumanizzante dell’esercito in cui i
sostenitori comunisti venivano descritti come nemici pericolosi e infidi, la
violenza ha funzionato sia per classificare questi pericolosi nemici interni
sia per rendere necessario lo sradicamento del PKI, riformando quindi la
politica sociale indonesiana (vedere il capitolo 1, questo volume; Pohlman,
2012). Una serie di studiosi ha evidenziato questa funzione trasformativa del
genocidio indonesiano, mostrando come non solo il sistema politico indonesiano
ma anche il suo fondamentale panorama sociale, culturale e religioso siano
stati cambiati per sempre dalla violenza (ad esempio, Dwyer & Santikarma,
2003; Hearman, questo volume; Ida Bagus, 2012). Tutsi e Hutu; turco e armeno)
ma è principalmente “una strategia di potere” in cui “lo scopo ultimo del
genocidio non è la distruzione di un gruppo in quanto tale ma la trasformazione
della società nel suo insieme” (2013, p. 73). la società viene rifatta di nuovo
(vedi, ad esempio, Appadurai, 1998; Dunn, 2009; Mamdani, 2001). Per Feierstein,
questa concettualizzazione del genocidio come processo socialmente creativo lo
porta a rivalutare il modo in cui comprendiamo la distruzione di un gruppo
“nazionale”, il che a sua volta porta al nostro terzo argomento in questo
capitolo. In sostanza, riconsidera cosa si intendesse con il termine gruppo
“nazionale” ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione sul Genocidio nella sua
analisi della repressione contro la sinistra politica in Argentina sotto la
giunta militare. Feierstein sostiene la comprensione del genocidio come
“essenzialmente una distruzione parziale del gruppo nazionale dei perpetratori
– una distruzione intesa a trasformare i sopravvissuti attraverso
l’annientamento delle vittime” (2013, p. 68). Il caso argentino, come egli
sostiene, in cui lo sterminio di un gruppo politico era parte di un gruppo
nazionale (la sinistra nel gruppo nazionale argentino) evidenzia come il
genocidio non sia tanto il risultato di scontri tra gruppi (es. Tutsi e Hutu;
turco e armeno) ma è principalmente “una strategia di potere” in cui “lo scopo
ultimo del genocidio non è la distruzione di un gruppo in quanto tale ma la
trasformazione della società nel suo insieme” (2013, p. 73)[5]».
Smembrare i
corpi per cancellare
La
cancellazione fisica deve condurre a cancellare dalla memoria “l’esperienza
comunista”. Una delle peculiarità del genocidio indonesiano fu lo smembramento
dei corpi. Il fine era disumanizzare allo sguardo dei sopravvissuti i comunisti
e rimuovere dalle coscienze la prospettiva comunista. I corpi sezionati e
smembrati riducevano i comunisti ad animali da macello, era così possibile
associare il comunista al corpo di un animale o di un oggetto infranto. Il
capitalismo agisce per cosalizzare l’altro: la punta estrema
di tale logica è svelata nel genocidio. Il vertice del dolore rivela la verità
nascosta del capitalismo:
«Ha notato
come i bambini si allineavano lungo il ponte per vedere il fiume, esortando gli
altri a unirsi, mentre gli adulti si tenevano a distanza (Juadi, comunicazione
personale, 12 agosto 2015). Nel suo studio sulla politica del ferimento e dello
smembramento dei corpi nella post-colonia più in generale, Achille Mbembe
(2003, p. 35) sostiene che tale violenza funziona “per tenere davanti agli
occhi della vittima – e delle persone intorno lui o lei: lo spettacolo morboso
della recisione”. A Surabaya, i bambini e le vittime avevano maggiori
probabilità di vedere la divisione, mentre gli adulti erano più propensi a
vedere quelle che Membe chiama le “tracce” attraverso le quali “l’integrità
corporea è stata sostituita da pezzi”. Sia che si vedessero le divisioni o i
pezzi, si vedeva una forma incarnata di comunicazione politica che formava
quella che Benedict Anderson (2004, p. 1) definì la “fase selvaggia iniziale”
del Nuovo Ordine[6] ».
La caduta
nella continuità
Nel 1998
Suharto è caduto, non serviva più. L’Unione Sovietica e il comunismo erano solo
un ricordo, ma l’Indonesia non si è confrontata con la sua memoria.
L’anticomunismo è ancora vivo, anzi i comunisti sono ancora oggetto di
violenza, in quanto il genocidio non è stato nei fatti riconosciuto e non vi
sono state reali e solide azioni giudiziarie. La memoria storica non è ancora
emersa nella sua verità:
«Sembra ora
che questa ondata di anticomunismo durante la campagna elettorale del 2014 e il
cinquantesimo anniversario delle violenze nel 2015 abbiano rappresentato
l’inizio di una nuova fase di politica anticomunista più intensa. Nel 2016, ad
esempio, l’anticomunismo si è ulteriormente intensificato (Manan et al.,
2016; Tempo, 2016; Trianita & Farmita, 2016).11 Questa
intensificazione è in parte correlata alle crescenti richieste di giustizia per
i sopravvissuti alla violenza ( vedere i capitoli 16 e 17 di questo volume).
Tuttavia non si limita alle questioni direttamente collegate alla storia
comunista o alla politica progressista in generale. Ad esempio, all’inizio del
2015 è venuto alla luce che la vincitrice del concorso Puteri
Indonesia (Miss Indonesia) del 2014 aveva in precedenza, durante una
ripresa in Vietnam, indossato innocentemente una maglietta regalatale da un
amico vietnamita che aveva un martello e simbolo della falce su di esso[7]».
Al momento
l’Indonesia è prigioniera del suo passato; ogni iniziativa legislativa per
confrontarsi con il genocidio è congelata, in quanto le attuali classi
dirigenti sono nei fatti le medesime che avviarono e realizzarono la
“distruzione creativa”. L’Occidente dei diritti tace e occulta il passato e il
presente indonesiano, in quanto sarebbe costretto a guardarsi nella sua verità:
«Ciò è reso
più chiaro in un’altra area in cui l’attuale bozza rivista della TRC avrebbe
potuto essere rafforzata rispetto alla Legge TRC del 2004, ovvero nelle
disposizioni per le misure di conciliazione. Nella Legge del 2004, le
potenziali misure di conciliazione per i sopravvissuti e le famiglie delle
vittime riguardavano: il risarcimento, fornito dallo Stato e che comprendeva disposizioni
monetarie e sanitarie; riabilitazione attraverso il ripristino del nome, della
dignità e dei diritti delle vittime; e la restituzione, che è stata definita
come “risarcimento dato dagli autori del reato o da un terzo alle vittime o
alle famiglie delle vittime” (vedi Articolo 1, Undang-Undang Nomor 27
Tahun 2004, nostra traduzione). Nella versione attuale non si fa
menzione di eventuali atti di restituzione da parte di autori o di terzi. Di
per sé, la mancanza di disposizioni specifiche per la restituzione non è così
significativa, né è probabile che abbia alcun impatto complessivo sui risultati
del risarcimento per i sopravvissuti. Ciò, tuttavia, indica ancora una volta
che, in qualsiasi TRC prevista da questa bozza attuale, gli autori e qualsiasi
ruolo che potrebbero svolgere in tale Commissione sono stati quasi
completamente rimossi. Come sottolineato in precedenza, ciò viola direttamente
i diritti delle vittime a un rimedio efficace e alla giustizia, come garantito
dall’adesione dell’Indonesia a una serie di strumenti internazionali sui
diritti umani[8]».
Uno dei
compiti dell’umanesimo comunista è rendere denunciare le pratiche
capitalistiche, in modo che “l’assoluto” del capitalismo si riveli nella sua
verità apocalittica. Il nichilismo strumentale, vero fondamento del Capitalismo,
è la verità da svelare con le sue consustanziali tragedie che minacciano i
popoli e il pianeta.
Ed ecco, in
ultimo, che le ricchezze della famiglia Suharto rimangono incalcolabili e non
sono state minimante intaccate dalla caduta: pertanto l’Indonesia vive la sua
tragica continuità, la quale è la nostra verità nascosta.
Note
[1] Citado no livro de John Pilger, «The new
rulers of the world», Verso 2002, p. 15.
[2] AA. VV., L’indonesiano genocidio del
1965, Studi Palgrave nella storia del genocidio, 2018, pag. 53.
Al fine di rispettare gli impegni dovuti all’accordo sul clima di Parigi,
lo stato indonesiano si è impegnato a ridurre le emissioni di gas serra del
31%, o del 43% con il sostegno finanziario internazionale, entro il 2030.
Tuttavia la fonte principale di emissioni in Indonesia deriva dalla
deforestazione, spesso dovuta al rilascio di permessi per le piantagioni di
olio di palma. Proprio per questo il ministro, dell’Ambiente e delle foreste
indonesiano, attraverso un decreto ministeriale avevo reso più difficile
ottenere i permessi per ampliare le piantagioni di olio di palma
danneggiando le foreste.
Nel mese di marzo, PT Kartika Cipta Pratama e PT Megakarya Jaya Raya, due
aziende produttrici di olio di palma, avevano citato in giudizio il
suddetto ministro per tale decreto. Per fortuna il tribunale amministrativo di
Giacarta non solo ha respinto la richiesta delle due aziende, ma ha anche
riconosciuto il diritto a viverci del popolo Auyu, un popolo indigeno che si
trova nella Papua Occidentale. In tutto si tratta di 65mila ettari di foresta
pluviale incontaminata, un territorio grande quasi quattro volte la città di
Milano.
La responsabile campagna foreste di Greenpeace Italia, Martina Borghi, in
merito alla sentenza ha dichiarato:
«La sentenza del Tribunale amministrativo di Giacarta rappresenta un
precedente importante e sancisce il diritto alla terra del Popolo Auyu, un
Popolo Indigeno che abita le remote foreste della Papua Occidentale, vicino al
confine con la Papua Nuova Guinea, che Greenpeace affianca nella protezione
delle foreste dell’Indonesia. Grazie a questa decisione, giunta dopo una lunga
battaglia legale sostenuta dal Popolo Auyu insieme a Greenpeace e ad altre
associazioni e fondazioni indonesiane, le due aziende, che avevano già
distrutto quasi 9.000 ettari di foresta per favorire l’espansione di piantagioni
di palma da olio, sono ora costrette a fermarsi»[1]. E poi aggiunge: «La foresta che viene
distrutta per produrre olio di palma non è solo il luogo in cui il Popolo Auyu
trova cibo, medicine e mezzi di sussistenza, ma è anche l’habitat di flora e
fauna uniche al mondo, endemiche della Papua. Per gli Auyu, difendere le loro
terre forestali nelle aule dei tribunali potrebbe essere l’ultima possibilità
di salvare la loro casa e i loro mezzi di sostentamento, la loro cultura e il
loro stile di vita»[2].
Greenpeace Indonesia ha comunicato: “Sforzi legali per difendere le foreste
tradizionali sono stati intrapresi dagli Auyu anche presso il Tribunale
amministrativo di Jayapura”[3].
Nel suo comunicato stampa Greenpeace Italia ha inoltre specificato:
“Greenpeace, insieme a una coalizione di associazioni e fondazioni
indonesiane, supporta il Popolo Auyu nella battaglia contro il land grabbing,
per affermare il diritto alla proprietà delle loro terre ancestrali e per
salvare le preziose foreste indonesiane. Da marzo di quest’anno il Popolo Auyu
sta partecipando a numerose udienze, presentando prove e testimonianze per
preservare le foreste della Papua Occidentale dalla produzione indiscriminata
di olio di palma.”[4]
Ci troviamo di fronte davvero ad una buona notizia, speriamo possa servire
d’esempio ai governi, dei vari paesi, per riconoscere il diritto delle
popolazioni indigene ad abitare su quelle foreste che altrimenti subirebbero
una violenta deforestazione a favore dei guadagni delle imprese di olio di
palma. Tutto questo inoltre aiuterebbe a contrastare la crisi climatica.
Tesla
collegata a un enorme programma di estrazione di nichel insieme ad aziende
francesi e tedesche
In
Indonesia, un imponente progetto di estrazione di nichel sull’isola di
Halmahera rischia di spazzar via un popolo incontattato unico.
Il progetto
fa parte di un più ampio programma del governo indonesiano che mira a diventare
un importante produttore di batterie per auto elettriche proprio grazie
all’estrazione e alla fusione di nichel e di altri minerali: un piano in cui
compagnie internazionali come Tesla stanno già investendo miliardi di dollari.
Ma
l’estrazione di nichel sull’isola di Halmahera è destinata a distruggere vaste
aree forestali abitate da circa 300-500 membri incontattati del popolo Hongana Manyawa.
Se le attività minerarie dovessero proseguire come previsto, non
sopravviveranno.
Gli Hongana
Manyawa – nome che nella loro lingua significa “popolo della foresta” – sono
uno degli ultimi popoli di cacciatori-raccoglitori nomadi dell’Indonesia.
Oggi
rischiano di vedere la loro terra, e tutto ciò di cui hanno bisogno per
sopravvivere, distrutto da multinazionali che si affannano per fornire uno
stile di vita apparentemente “sostenibile” a persone lontane migliaia di
chilometri.
Secondo la
legge internazionale, queste attività minerarie sono illegali perché i popoli
incontattati non possono dare il loro Consenso Libero, Previo e Informato allo
sfruttamento della loro terra – un requisito legalmente necessario per tutte le
attività di ‘sviluppo’ nelle terre indigene.
Nonostante
questo, la Weda Bay Nichel (WBN) – una compagnia di cui la francese Eramet è
comproprietaria – ha nell’isola un’enorme concessione mineraria che si
sovrappone ai territori degli Hongana Manyawa.
La WBN ha
avviato le attività minerarie nel 2019 nonostante fosse consapevole di questa
sovrapposizione. Da allora sono già state distrutte vastissime aree di foresta
che gli Hongana Manyawa considerano la loro casa. La compagnia progetta di
aumentare di molto il ritmo delle estrazioni e di continuare le attività per 50
anni.
Survival ha
appreso anche che il gigante chimico tedesco BASF sta progettando di
collaborare con Eramet per costruire una raffineria ad Halmahera e che una sua
possibile ubicazione potrebbe trovarsi proprio nel territorio degli Hongana
Manyawa incontattati.
Una donna
Hongana Manyawa contattata di recente ha spiegato: “Stanno avvelenando la
nostra acqua, ci sentiamo come se ci stessero uccidendo lentamente.”
E un’altra
ha aggiunto: “Non do il consenso a prenderla… dite loro che non vogliamo dar
via la nostra foresta.”
“È
scioccante che le aziende che producono auto elettriche vendano ai clienti la
promessa di un ‘consumo etico’ mentre la loro filiera di approvigionamento
distrugge un popolo incontattato” ha dichiarato la Direttrice generale di
Survival International Caroline
Pearce. “Non c’è ‘rispetto del clima’ nel devastare la foresta
degli Hongana Manyawa, e niente di ‘sostenibile’ nel causare la morte di
indigeni che vivono in modo autosufficiente.”
“Tesla e
altre compagnie produttrici di auto elettriche hanno la possibilità di essere
all’altezza delle aspettative dei loro clienti e di evitare un’orribile – oltre
che illegale – aggressione ai diritti umani, impegnandosi a garantire che
nessuno dei minerali che acquistano provenga dalle terre dei popoli indigeni
incontattati di Halmahera. Se non lo facessero, sarebbe come affermare che le
vite degli Hongana Manyawa sono sacrificabili."
Abitanti di un arcipelago di 17mila isole che si estende per 5 milioni di
kmq di cui solo due di terre emerse, gli indonesiani chiamano il loro Paese
«Tanah air kita», la nostra terra d’acque. Non deve quindi stupire che nel
decidere il nome della nuova capitale dell’Indonesia, il Presidente Joko
«Jokowi» Widodo abbia scelto di chiamarla Nusantara, letteralmente:
«Arcipelago».
L’ACQUA È UN PROBLEMA, soprattutto a Giava, dove l’inverno, la stagione più
piovosa, si accompagna ad allagamenti che fanno isole di quartieri attanagliati
dalla morsa del mare e delle alluvioni. Un problema aggravato dalla lenta ma
inesorabile erosione del terreno su cui poggia la Grande Giacarta, una capitale
che – con Giacarta centro, città limitrofe e altre zone amministrative –
costituisce un’area metropolitana di oltre 30 milioni di esseri umani.
Vessata da traffico, sovrappopolazione, inquinamento, alluvioni ed erosione –
diventata in epoca Covid l’epicentro dei contagi – Giacarta sta per implodere.
Scegliere una nuova capitale significa dunque tentare di ridurne rischi e
impatto ambientale in un futuro dal quale sembra però difficile invertire la
rotta.
Jokowi ci prova e ha pensato di fare di Nusantara – un termine giavanese che
indicava i possedimento dell’antico impero marittimo di Majapahit sopravvissuto
sino agli inizi del XVI secolo – la sua Brasilia.
IL PARLAMENTO il 18 gennaio ha approvato la legge che la istituisce, dopo una lunga
fase di studio annunciata ufficialmente nel 2019. È uno dei piani più ambiziosi
del presidente riformatore al suo secondo mandato. Assieme a una controversa
legge di liberalizzazione dell’economia, l’adesione a un’ampia alleanza che ha
istituto una free trade zone asiatica (Rcep), la riforma del welfare (pensioni
e sanità pubblica) è la scommessa di un personaggio che si è conquistato una
statura internazionale: prima nell’Asean, l’associazione regionale del Sudest
asiatico, poi nel mondo, arrivando quest’anno alla presidenza del G-20.
Il parlamento ha votato a stragrande maggioranza la legge che consegna all’ex
sindaco di Surakarta oltre 32 miliardi di dollari, tanto è previsto nel piano
di costruzione avveniristico di una capitale (tra le reggenze di Penajam Paser
Utara e Kutai Kartanegara attualmente non collegate tra di loro), che disterà
dall’attuale circa 2mila chilometri in linea d’aria…. e 60 ore di macchina e
traghetto se qualcuno avesse paura di volare.
LA NUOVA CAPITALE è stata disegnata per sorgere nel Kalimatan orientale (l’isola di
Borneo), in un certo senso al centro del vasto arcipelago. Teoricamente Jokowi
si aspetta di inaugurarla nel 2024: solo due anni. Potrebbe sforare nei tempi e
nel budget ma, stando alla stampa locale, potrà contare su soldi e
finanziamenti «amici»: dal Giappone agli Emirati. E difficilmente i cinesi ne
sono fuori anche se l’oculata politica di Widodo ha sempre dato un colpo al
cerchio e uno alla botte.
Diverrà il centro politico e amministrativo ma Jokowi pensa in grande. Non
vuole farne una nuova Naypyidaw (Myanmar) o una nuova Putrajaya (Malaysia), che
hanno sostituito Yangon e Kuala Lumpur senza riuscire a emularne il fascino e
soprattutto trasformando le nuove città in posti poco vivibili che costringono
tanti a fare i pendolari. Ma se Putrajaya è a 34 km da KL e Naypidaw a 4 ore di
macchina da Yangon, per andare a Nusantara ci vorranno ore di viaggio che, tra
attese, check in e misure di sicurezza, trasformerebbero il volo in almeno 4-5
ore di tempo buttato.
LA SCELTA PERÒ ERA INEVITABILE. Lambita dal mare e attraversata da una
dozzina di corsi d’acqua, Giacarta poggia su un terreno fradicio e paludoso.
Non era così quando si chiamava solo Sunda Kelapa ed era un piccolo porto
posseduto dal regno di Sunda. Attratti dalla sua posizione ci arrivano per
primi i portoghesi nel 1513 e si accordano col monarca per rafforzare le difese
del piccolo porto in posizione commercialmente strategica sul mare interno di
Giava. Dopo che nel 1527 il comandante Fatahillah scaccia gli stranieri con la
spada dell’islam, Sunda Kelapa diventa Jayakarta, dipendenza del sultanato di
Banten. Si barcamena tra le mire di nuovi intrusi: inglesi e olandesi. Questi
ultimi hanno la meglio e nel 1619 fanno di Jayakarta la capitale della
Vereenigde Oost-Indische Compagnie (Voc), rinominandola Batavia.
La capitale
dell’Indonesia è una delle più grandi metropoli del sud-est
asiatico. Ufficialmente conta 10 milioni di abitanti, ma considerando
l’intera area metropolitana – meglio nota come “Jabodetabek” per le iniziali di
Jakarta, Bogot, Depok, Tangerang e Bekasi -, la cifra supera i 30
milioni.
Secondo
Euromonitor International, se il tasso di crescita della popolazione si
mantenesse costante, Giacarta arriverebbe ad essere la città più popolata del
mondo entro il 2030. Non è sorprendente, dunque, se questa megalopoli occupa un
posto di rilievo anche nella lista nera delle città più trafficate del globo.
Uno studio
condotto da Castrol e basato sui dati raccolti da migliaia di navigatori
satellitari in 78 città del mondo sostiene che Giacarta è il luogo dove
i veicoli partono e si fermano con più frequenza: oltre 33mila volte in un
anno.
Se un’altra
ricerca informa che gli autisti di Giacarta trascorrono mediamente 22 giorni
all’anno fermi nel traffico, occorre anche sottolineare che la maggior parte
della popolazione si muove su due ruote. Di fatti, per ogni veicolo si
contano tre ciclomotori: più di 13 milioni in totale.
Per queste
ragioni Giacarta detiene uno dei peggiori indici di qualità
dell’aria a livello globale, con concentrazioni di PM 2.5 superiori ai
50 microgrammi per metro cubo durante la maggior parte dell’anno. Secondo l’Air
Quality Life Index (AQLI), se tali concentrazioni di PM 2.5 dovessero mantenersi
costanti, la speranza di vita degli abitanti potrebbe ridursi
di oltre 2 anni.
Una recente
indagine scientifica, inoltre, ha dimostrato una evidente correlazione tra alte
concentrazioni di PM 2.5 e una maggiore incidenza di malattie
psichiatrichee neurologiche quali disordine bipolare,
depressione, schizofrenia, epilessia e Parkinson.
Il
riscaldamento globale, la speculazione edilizia, la rapida crescita della
popolazione e l’innalzamento del livello del mare stanno facendo sì che
la città sprofondi al ritmo di 17 centimetri all’anno.
Una ricerca dell’Istituto Tecnologico di Bandung (Giava) sostiene che, prima
del 2050, il 90% della zona nord di Giacarta sarà sommersa dall’acqua.
Questo 16
agosto 2019 il presidente indonesiano Joko Widodo ha così ufficialmente
annunciato il trasferimento della capitale sulla vicina isola del Borneo,
generando non poche preoccupazioni e contestazioni tra gli ambientalisti, che
temono la rovina di un’area ancora prevalentemente incontaminata.
Nonostante
tali resistenze, tuttavia, il destino della capitale sembra segnato e
il suo cambio di sede è solo questione di tempo.
Paradossalmente, questo precedente può servire da ammonimento per tutti noi,
ricordandoci che lo stesso principio non potrà essere applicato su grande scala.
Come recita uno dei tanti slogan apparsi sui cartelli innalzati in tutto il
mondo dai manifestanti in lotta per l’ambiente: “There is no plan(et) B!”
Secondo
una nuova indagine di Greenpeace – che pubblica anche alcune immagini e video scioccanti – a Papua West, occupata e
colonizzata dall’Indonesia, sono stati rasi al suolo 4,000 ettari di
foresta pluviale. «Si tratta di un’area equivalente alla metà della città
di Parigi – dicono gli ambientalisti – distrutti fra il maggio 2015 e l’aprile
2017 per produrre olio di palma. Greenpeace accusa «un’azienda produttrice di
olio di palma dalla quale si riforniscono marchi come Mars, Nestlé, PepsiCo e
Unilever».
L’inchiesta di Greenpeace
evidenzia che «Alcune delle foto e dei video prodotti fra il marzo e l’aprile
2018, testimoniano la massiva deforestazione in corso nella PT Megakarya Jaya
Raya (PT MJR), una concessione di olio di palma controllata dalla Hayel Saeed
Anam Group (HSA). La concessione include alcune aree protette dal governo
indonesiano in risposta ai devastanti incendi che hanno colpito le foreste nel
2015: in queste zone è proibito lo sviluppo commerciale».
Diana Ruiz, palm oil campaigner
di Greenpeace Usa, ricorda che «Solo poche settimane fa abbiamo chiesto a
importanti consumer brand come Pepsi e Nestlé di confermare che stavano facendo
del proprio meglio per smettere di comprare olio di palma da aziende che
distruggono foreste, ma questo filmato rivela quanto siano davvero indietro. I
brand devono garantire che le loro catene di approvvigionamento siano libere
dalla deforestazione e l’unico modo per farlo è monitorare e applicare in modo
proattivo i loro standard di non deforestazione».
Greenpeace Usa rivela che
«Sebbene a PT MJR non stia ancora producendo olio di palma,
secondo le informazioni sulla catena di distribuzione rilasciate dai
brand all’inizio di quest’anno, altre due compagnie controllate da HSA –
Arma Group e Pacific Oils & Fats – hanno fornito olio di palma a Mars,
Nestlé, PepsiCo e Unilever. Ognuna di queste consumer companies ha
pubblicato una politica di “no alla deforestazione, no alla torba, no
sfruttamento” che dovrebbe proibire l’approvvigionamento dai distruttori della
foresta pluviale».
Richard George, forest
campaigner di Greenpeace UK, aggiunge: «I brand parlano di ripulire
il loro olio di palma da oltre un decennio. Compagnie come Unilever e
Nestlé pretendono di essere leader del settore. Allora perché stanno ancora
comprando da distruttori delle foreste come il gruppo HSA? Cosa
dovrebbero pensare i loro clienti? Cosa ci vorrà per convincerli ad
agire?»
Martina Borghi, responsabile
della campagna foreste di Greenpeace Italia, spiega che «Secondi i dati del
ministero dell’ambiente indonesiano, tra il 1990 e il 2015 l’Indonesia ha perso
circa 24 milioni di ettari di foresta tropicale: più di ogni altro Paese al
mondo. Dopo aver distrutto gran parte delle foreste pluviali di Sumatra e
Kalimantan (il Borneo indonesiano, ndr),
l’industria dell’olio di palma sta ora avanzando verso nuove frontiere vergini,
come Papua», la parte occidentale della Nuova Giunea dove è presente un attivo
movimento indipendentista anti-indonesiano che cerca di opporsi all’occupazione
delle terre da parte di multinazionali e imprese indonesiane al loro servizio.
Per Greenpeace Usa, questo caso
solleva anche serie dubbi sulla Roundtable on Sustainable Palm Oil (Rspo):
«Molte companies dell’ HSA Group palm oil sono membri della Rspo, sebbene
PT MJR e le altre concessioni del gruppo HSA in questo distretto non lo
siano. Ai membri della Rspo non è permesso avere filiali di olio di palma
non affiliate e i lavori in corso visti a PT MJR violerebbe anche alcuni dei
Principi e Criteri della Rspo«.
La Borghi conclude: «Se il
governo indonesiano ha intenzione di continuare a difendere l’industria
dell’olio di palma, dovrebbe prima assicurare che vengano adottate e rispettate
politiche volte a fermare la deforestazione, il drenaggio delle torbiere e lo
sfruttamento dei lavoratori e delle le comunità locali».
Il volo del drone attraverso le pianure costiere
dell'isola di Java mostra senza alcuna clemenza il risultato di trent'anni di
espansione della aquacoltura a scapito dell'ecosistema delle mangrovie. In meno
di un secolo sull'isola indonesiana è scomparso almeno il 70% delle foreste di
mangrovie. Secondo le recenti stime riportate dall'ecologo Muhammad Ilman della Università del Queensland
(Australia) in uno studio pubblicato su Landuse Policy quest'anno, l'Indonesia possedeva
almeno fino al 1800 circa 4.2 milioni di ettari di foreste di mangrovie, oggi
ne rimangono tra 2.8 e 3.2 milioni di ettari. In tutto l'Indonesia avrebbe
dunque perso il 22% delle mangrovie, con una impennata negli ultimi 30 anni
(sul dato incide Papua, dove per il momento il disboscamento è stato solo del
6% delle foreste)…
IlCitarumè un fiume dell’Indonesia. E lungo ben
269 chilometri e attraversa la città di Giacarta, la capitale.
E’ consideratoil fiume più inquinato del mondoe se guardate le immagini ci si rende
conto della gravità della situazione.
E’ un fiume di rifiuti: l’acqua
non si vede nemmeno! Una vera e propria discarica a cielo aperto doveindustrie
e i 9 milioni di abitanti che vivono lungo le coste del Citarium riversano
quotidianamente nelle acque ogni cosa. Plastica, vetro, animali morti e tanto
altro ancora stanno soffocando il fiume.
Davvero non ci sono parole per
descrivere questo disastro ambientale… solo tanta vergogna, rabbia e delusione
nei confronti del genere umano…
La distruzione del manto forestale nella Nuova
Guinea occidentale, controllata dall’Indonesia,
prosegue incessante per ampliare le piantagioni di Palma da olio.
L’olio di palma è ormai un vero e
proprio affare e le complicità del governo indonesiano con le
società che praticano la deforestazione più selvaggia è palese. Il lucro è il
loro filo conduttore.
Che la produzione di energia da biomasse e i biocarburanti non fossero esenti da gravi problematiche ambientali è ormai un
dato acquisito, l’E.P.A. (United
States Environmental Protection Agency) ha depennato il biodiesel realizzato da olio di palma dall’elenco
deicombustibili “ecologici” secondo gli standard statunitensi.
In più distrugge le foreste tropicali.
Eppure si continua a venderlo come combustibile ecologico ed ecosolidale.
Anche in Brasile avanza la deforestazione.
Dopo l’approvazione definitiva (2012) della
modifica del codice forestale brasiliano, oggi laforesta pluviale dell’Amazzonia è
ancora più a rischio.
I dati dei tagli forestali segnano un + 63% nel 2014 rispetto al 2013.
Prendendo in considerazione i tagli selettivi e gli incendi, secondo
l’associazione ambientalista Imazon, l’aumento sarebbe addirittura del
161%.
Drammatico quanto reso noto in occasione della recente Giornata
internazionale delle Foreste (21 marzo 2015). Secondo dati
elaborati dalla F.A.O. (marzo 2014), la superficie forestale
mondiale è diminuita di circa 5,3 milioni di ettari l’anno nel periodo
1990-2010, pari a una perdita netta come quasi 4 volte le dimensioni di un
paese come l’Italia. I risultati, aggiornati con il sondaggio globale di
rilevamento a distanza, mostrano che nel 2010 la superficie
forestale complessiva era di 3.890 milioni di ettari, il
30% della superficie totale della Terra.
Nel mondo la riduzione del suolo occupato da foreste (1990-2010),
causata principalmente dalle attività umane (in primo luogo dalla
deforestazione), è stata di 15,5 milioni di ettari l’anno.
Questo calo è stato parzialmente compensato dagli aumenti di superficie
forestale, attraverso il rimboschimento e l’espansione naturale delle
foreste, di 10,2 milioni di ettari l’anno.
Ci sono state notevoli differenze a livello regionale nelle perdite e negli
aumenti di superficie forestale: “L’area di foreste tropicali è
diminuita in Sud-America, in Africa e in Asia – con la più grande perdita in
termini assoluti nelle aree tropicali del Sud-America – seguita dall’Africa
tropicale, mentre aumenti di superficie forestale sono stati riscontrati in
Asia subtropicale e nelle Aree a clima temperato. Le foreste nel mondo sono
distribuite in modo non uniforme, con poco meno di metà nelle zone tropicali
(45% della superficie forestale totale), circa un terzo nelle zone boreali
(31%) e aree di minore entità nelle zone temperate (16%) e subtropicali (8%)”.
E’ ora di difendere strenuamente le nostre foreste e di
incrementarne la superficie, ne va del nostro futuro.
dalla Newsletter di Salva le Foreste, 6
maggio 2015
Papua: l’olio di palma si mangia tutto.
(Mongabay.com) C’è un detto nel settore
indonesiano dell’olio di palma: Sumatra era ieri, Kalimantan è oggi, e Papua è
domani. Questo domani potrebbe anche essere già arrivato. Un nuovo rapporto mette
in luce la rapida espansione delle piantagioni di palma da olio nell’area della
Nuova Guinea controllata dall’Indonesia.
Il rapporto, pubblicato da una coalizione di foto
associazioni, tra cui Pusaka e Awas MIFEE. fa i nomi delle imprese, uno
per uno. Alcuni sono grandi conglomerati. Altri appaiono imprese di facciata,
alcune perfino con indirizzo falso, create all’occasione per nascondere altri
attori. Sul progetto regna un’aura di segretezza. Gran parte delle imprese
coinvolte, rifiuta di rivelare qualsivoglia informazione sui progetti, e i
funzionari governativi preposti al progetto sembrano altrettanto riluttanti dal
rilasciare informazioni. Informazioni sono per giunte dalle associazioni
locali, dalle chiese e dalle comunità indigene. Il risultato è un Atlante della
palma da olio in Papua occidentale, che disegna un quadro inquietante della
deforestazione in arrivo.
Un quadro quasi sconosciuto. “Con la scusa del conflitto col movimento
indipendentista, il governo indonesiano ha reso quasi impossibile agli
osservatori internazionali viaggiare in Papua occidentale, e questo ha
fatto sì che non l’opinione pubblica internazionale non è informata delle gravi
minacce per l’ambiente” spiega il comunicato delle associazioni.
Mappe dettagliate organizzate per distretti, mostrano l’avanzata delle
piantagioni di palma da olio nella regione. Nel 2005 c’erano appena cinque
piantagioni operative, nel 2015 sono quadruplicate, e altre 20 hanno quasi
completato la pratica di autorizzazione. Ma molte altri progetti hanno avviato
le pratiche, e in pochi mesi potrebbe iniziare ad essere operativo. “Se
verranno create tutte queste piantagioni, la palma da olio si estenderà su di
2,6 milioni di ettari, la maggior parte dei quali è ora coperta foresta
tropicale”, spiegano le associazioni.
I conglomerati con imprese della regione sono guidati da alcuni degli uomini
più ricchi dell’Indonesia: Bachtiar Karim (Musim Mas), Sukanto Tanoto (Reale
Golden Eagle), Eka Tjipta Widjaja (Sinar Mas), Anthony Salim (Salim Group)
e Peter Sondakh (Rajawali).
Altri importanti gruppi con sede in Malesia, Hong Kong, Sri Lanka:
George Tahija, Austindo Nusantara Jaya, Medco di Arifin Pangioro, Lion, Noble
e Carson Cumberbatch. da qui
)
27 aprile 2015
Brasile, torna la deforestazione.
E ‘ufficiale: secondo fonti governative, la deforestazione in Amazzonia è
in tornata ad aumentare, con un sensibile incremento rispetto all’anno scorso.
L’Istituto per la ricerca spaziale (INPE) ha pubblicato i nuovi dati sulla base
di analisi satellitare, secondo cui la deforestazione è stata il 63 per cento
più elevata nel 2014, rispetto all’anno precedente. Secondo l’organizzazione
ambientalista Imazon, la distruzione delle foreste è stata molto più ampia se
si prende in considerazione il taglio selettivo e gli effetti degli incendi:
161 per cento in più rispetto all’anno precedente.
A febbraio, il governo brasiliano ha mosso uno dei suoi
maggiori passi nella lotta contro la deforestazione illegale: l’agenzia di
applicazione ambientale IBAMA ha arrestato Ezequiel Antônio Castanha, il capo
della banda che con il disboscamento illegale ha saccheggiato 15.000 ettari
lungo l’autostrada BR-163 nello Stato del Pará. In dieci anni il governo ha ben
lavorato per frenare il disboscamento illegale, ma la deforestazione non si è
fermata.
In realtà, la deforestazione è sempre più un “fenomeno legale”. Il nuovo
codice forestale, approvato dopo una campagna lunga dalla lobby agroalimentare,
ora permette al contadino di cancellare e convertire in piantagione un più alto
tasso di foresta. Il boom delle esportazioni reso possibile dal basso corso
della valuta brasiliana, offre un ulteriore incentivo per cancellare le foreste
per espandere le piantagioni, anche perché il taglio anche illegale per
l’agricoltura non è più gravemente sanzionato. La corsa per la produzione di
colture per l’esportazione sta ora restringendo la foresta amazzonica. da qui