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giovedì 26 giugno 2025

La fabbrica di batterie per auto elettriche che rischia di distruggere il popolo incontattato in Indonesia - Luisiana Gaita

 

La loro foresta ancestrale viene già distrutta dall’estrazione di nichel, ma nei prossimi giorni il governo indonesiano annuncerà la costruzione di una fabbrica di batterie per auto elettriche sull’isola di Halmahera, la maggiore dell’arcipelago delle Molucche. Ma questo, denuncia Survival International, significherà “una catastrofe per i circa cinquecento Hongana Manyawa”, il popolo incontattato che vive sull’isola. Il progetto porterà a realizzare il primo ecosistema integrato al mondo per la produzione di batterie per auto, perché l’intero processo – dall’estrazione alla raffinazione del nichel, fino alla realizzazione delle batterie – avverrà su Halmahera. Valore: 6-7 miliardi di dollari. Anche Catl, il più grande produttore al mondo di batterie per veicoli elettrici, dovrebbe diventare partner della joint venture che realizzerà la nuova fabbrica. Rifornisce, tra gli altri, Volkswagen, Tesla, Stellantis, Ford, BMW e Mercedes Benz. Ma tutto accade a poco più di un mese dall’inchiesta che Mediapart ha realizzato insieme al giornale indonesiano Narasi e al settimanale tedesco Der Freitag, denunciando che la direzione della miniera indonesiana di Weda Bay Nickel, di cui è co-proprietario il gruppo minerario francese Eramet, da anni nasconde incidenti gravi e contaminazioni dei corsi d’acqua.

La più grande miniera al mondo di nichel – Halmahera, infatti, ospita già la più grande miniera al mondo di nichel, che ha distrutto ampie aree di foresta sull’isola. Il sito in cui molto probabilmente verrà costruito la nuova fabbrica di batterie è a meno di 20 chilometri dal luogo in cui, nel 2023, due Hongana Manyawa vennero filmati mentre intimavano a un bulldozer di stare alla larga dal loro territorio. Quasi la metà di quell’area, infatti, si sovrappone già a concessioni minerarie, come raccontato da Survival International nel rapporto ‘Driver to the edge’. “Questo annuncio è una sentenza di morte per gli Hongana Manyawa incontattati. Le concessioni per l’estrazione di nichel si estendono già sul 40% del loro territorio” commenta la direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. Tesla ha affermato di stare studiando “la necessità di stabilire una zona interdetta alle attività minerarie (no-go zone) per proteggere i diritti umani e indigeni, in particolare quelli delle comunità incontattate” in Indonesia.

La denuncia – La compagnia che gestisce la miniera Weda Bay Nickel, invece, la francese Eramet, secondo le ultime rivelazioni sarebbe a conoscenza da oltre dieci anni dei gravi rischi che le sue attività comportano per i Hongana Manyawa. “Alcuni documenti trapelati dalla miniera – racconta Survival – rivelano che la compagnia francese è a conoscenza del fatto che le sue attività minerarie possono avere un impatto sull’esistenza degli Hongana Manyawa, ma liquida questa eventualità come ipotetica e irrilevante”. Il nuovo progetto porterà alla devastazione delle case e dei mezzi di sussistenza degli Hongana Manyawa, ma metterà a rischio “anche il loro cibo, il loro riparo, le loro medicine e la loro stessa identità. Ucciderà intere famiglie hongana manyawa – aggiunge Pearce – che vivono e si prendono cura di quell’isola e delle sue foreste da innumerevoli generazioni. Ma ora vengono distrutti nel nome di una presunta strategia sostenibile per combattere i cambiamenti climatici”.

Dove si fanno scelte diverse in nome del turismo – La notizia, tra l’altro, arriva a sole due settimane dalla decisione del presidente Prabowo Subianto di cancellare invece quattro concessioni per l’estrazione di nichel nelle vicine isole di Raja Ampat. La ragione? Il timore che l’attività mineraria possa danneggiare la fiorente industria turistica. “Il governo indonesiano ha dimostrato di essere pronto a fermare l’estrazione di nichel per salvare il turismo – spiega Pearce – ora deve farlo anche per fermare una scioccante violazione dei diritti umani. Se agirà immediatamente, stabilendo una zona interdetta alle attività minerarie nel territorio degli Hongana Manyawa, può impedire il loro sterminio”.

da qui

venerdì 8 marzo 2024

in Indonesia

 

Il capitalismo genocidiario si cela dietro la cortina della società dello spettacolo - Salvatore Bravo

 

Capitalismo genocidiario

Il capitalismo non è mai sufficientemente compreso nelle sue dinamiche distruttive e negatrici della natura umana e della vita. La sua azione globale non può che incontrarsi e scontrarsi con i limiti delle conoscenze personali e, specialmente, con le censure dirette e indirette a cui siamo sottoposti. Riorientarsi in una realtà organizzata secondo la forma del capitale mediante il “velo dell’ignoranza” è operazione non semplice. Se ci poniamo nell’ottica del cittadino medio e delle nuove generazioni possiamo ben comprendere quanto “il capitalismo dello spettacolo” riduca il pianeta a uno strumento da usare e da consumare: in tal modo la vita dei popoli e la storia del capitalismo sono obliati. Il capitalismo senza la mediazione umana della storia può continuare la sua corsa nelle comunità e negli individui; può continuare a bruciare vite e popoli e a percepirsi come “assoluto”.

Il capitalismo si autopresenta come “assoluto” e costruisce di sé una immagine ipostatizzata, in quanto coltiva l’ignoranza di sé. Le esistenze organizzate in stile “reality” consentono ai crimini del passato e del presente di perpetuarsi. Il capitalismo dello sfruttamento e genocidiario si cela dietro la cortina della società dello spettacolo. Anche il linguaggio è divenuto finzione filmica, non a caso la parola “capitalismo” è stata abilmente sostituita con le espressioni “liberale e liberista”, le quali ammiccano alla libertà. Si ha l’impressione di essere dalla parte giusta, e di vivere nella libertà: naturalmente la libertà “capitalistica” deve essere intesa come la possibilità di affermare il proprio “io” usando il mondo e riducendo ogni incontro a mezzo per accrescere l’ego-idolatria. La storia del capitalismo riportato alla sua verità storica e ai suoi crimini è paideutica per accrescere qualitativamente la crescita umana e politica delle soggettività e delle comunità.

 

Il genocidio dei comunisti in Indonesia

Il genocidio dei comunisti in Indonesia, sconosciuto a molti e mai presente nelle “cronache liberali”, dimostra quanto il sistema liberale agisca per manipolazione e censure in modo da impedire la coscienza collettiva sulla realtà sociale ed economica in cui viviamo. Lo sterminio del PKI, del partito comunista indonesiano, oggi è genocidio non riconosciuto, al punto che la ricerca storica è ancora agli albori. Il numero di questo genocidio comunista oscilla tra i 500.000 e i 3.000.000 di morti. Tra gli assassinati non pochi furono gli esponenti di minoranze etniche, tra cui i cinesi, con cui l’Indonesia riformista intratteneva ottimi rapporti.

Gli assassini sono rimasti “stranamente” impuniti e sul tragico destino di tante vittime è sceso il silenzio della storia e dei media. Se si utilizza wikipedia si può leggere quanto segue alla voce “Responsabili” di questo genocidio:

“Esercito indonesiano e squadroni della morte, aiutati e incoraggiati dagli Stati Uniti d’America e da altri governi occidentali”.

 

Nuovo Ordine capitalistico

Le informazioni sono poca cosa, se non sono sostenute dalla coscienza politica ed etica. Il nostro tempo è caratterizzato dal velo dell’ignoranza nella forma dell’indifferenza e del narcisismo dello spettacolo che non incoraggia la ricerca e la formazione. Le informazioni essenziali non si trasformano in ricerca storica, non riescono a collocarsi a distanza collettiva razionale ed empatica dalla “verità” del “sistema liberale”, in quanto il capitalismo coltiva l’ignoranza politica e storica e insegna che la rete informatica è solo un mezzo per il libero scambio.

Il genocidio si consumò tra il 1965 e il 1966 prima che fosse attuata la riforma agraria già avviata dal Presidente riformista Sukarno. In realtà le immense ricchezze minerarie dell’Indonesia e la posizione strategica dell’isola furono la causa del sostegno della CIA e di altri stati europei, tra cui l’Olanda, all’eliminazione del PKI. Il Presidente degli Stati Uniti Nixon affermò:

«Con il suo patrimonio di risorse naturali, il più ricco della regione, l’Indonesia è il tesoro più grande del Sud-est asiatico[1]» .

L’Indonesia era, dunque ad un bivio, Sukarno fu rovesciato da Suharto sostenuto dalle potenze occidentali; iniziò per l’Indonesia l’epoca del genocidio e dell’eliminazione dell’opposizione politica:

«Nel 1965 l’Indonesia era a un bivio. La Guerra Fredda era al culmine nel Sud-Est asiatico e sembrava essere solo questione di tempo prima che il PKI, il più grande partito comunista del mondo al di fuori dell’URSS e della Cina comunista, salisse al potere. L’esercito indonesiano – una forza armata altamente politicizzata che aveva costituito parte integrante della vita politica indonesiana sin dalla rivoluzione nazionale indonesiana – era, tuttavia, determinato a fermare l’ascesa del PKI e a porre lo stato indonesiano sotto la propria direzione. Dall’inizio degli anni ’60 la leadership militare indonesiana cominciò a fare piani specifici per “riorientare” lo stato indonesiano[2]».

Il governo Suharto non aveva i mezzi per operare il genocidio in tempi brevissimi e instaurare il Nuovo Ordine con cui riorientare il popolo indonesiano verso il nuovo corso della storia, per cui le potenze occidentali organizzarono e diedero i mezzi per procedere all’eliminazione di uno dei più grandi partiti comunisti del mondo (il terzo al mondo). Con il riorientamento del Nuovo Ordine le potenze europee rientravano nel mercato indonesiano e, in cambio, appoggiarono le oligarchie indonesiane:

«Il genocidio indonesiano ha avuto luogo nel contesto della presa di potere militare dello stato indonesiano da parte del maggiore generale Suharto. Il risultato fu un completo riorientamento della società indonesiana e l’ascesa di un regime dominato dai militari autodefinito Nuovo Ordine. La leadership anticomunista dell’esercito fu assistita durante il genocidio da sostenitori occidentali con armi ed equipaggiamenti, e incoraggiata attraverso la comunicazione diretta e l’assistenza con la propaganda, soprattutto da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, a effettuare un’epurazione approfondita delle forze armate. gruppi di sinistra nella società (Simpson,2008). Studi recenti hanno evidenziato anche la complicità o l’indifferenza dei governi europee dell’Unione Sovietica all’attacco al PKI e ai suoi affiliati in Indonesia, dovuto in gran parte alla decisione del partito di schierarsi con la Cina comunista (vedi Schaefer & Wardaya, 2013). Il nuovo regime guidato dai militari fu accolto sulla scena politica dai paesi occidentali e presto iniziarono i negoziati tra i leader di questi paesi e i nuovi leader militari e tecnocrati dell’Indonesia per ripristinare l’accesso straniero ai mercati indonesiani (Simpson, 2008)[3]».

 

Genocidio o Strage?

Il genocidio indonesiano è stato declassato a strage dalla giurisprudenza occidentale, in quanto per “genocidio” si intende la formula adottata del 1948 dall’ONU che esclude l’eliminazione totale di un gruppo politico avversario. La conseguenza della formula ristretta di genocidio alla sola eliminazione etnica consente, allora come oggi, di procedere alla eliminazione totale di un gruppo politico avversario e non incorrere nel crimine genocidiario, il quale ha una attenzione mediatica e giurisprudenziale maggiore rispetto alle stragi di massa; inoltre ha una serie di implicazioni legate ai risarcimenti per i sopravvissuti e per i discendenti:

«Quando si considera la violenza di massa che si diffuse in tutta l’Indonesia alla fine del 1965, c’è in gioco una questione polemica fondamentale, definitiva e concettuale.1 Questa questione si riferisce all’identità del gruppo target che fu sradicato in Indonesia. È stato spesso sostenuto che le vittime degli omicidi furono prese di mira principalmente in termini di affiliazione reale o percepita con il PKI o con una delle sue numerose organizzazioni associate (vedi Capitolo 1 di questo volume). Come in molti di questi dibattiti concettuali nel campo degli studi comparativi sul genocidio, la questione se un gruppo di vittime definito dalla loro affiliazione socio-politica di per sé possa essere vittima di genocidio deriva direttamente dalla definizione giuridica di genocidio contenuta nella Convenzione sul genocidio, il crimine. Come recita l’Articolo II della Convenzione, “per genocidio si intende [una serie di] atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico [sic], razziale o religioso, in quanto tale” (Convenzione sulla prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio, 9 dicembre 1948, 78 UNTS a 280, Articolo II). Questa definizione esclude implicitamente i gruppi politici dalla tutela prevista dalla Convenzione. Tuttavia, come verrà discusso più avanti, il rifiuto automatico degli omicidi del 1965-1966 come caso il genocidio su questa base è prematuro[4]».

Il genocidio di un gruppo etnico o politico ha lo scopo di rinnovare completamente uno Stato. Il genocidio sperimenta la possibilità di un Nuovo Ordine, trasforma la nazione in un immenso laboratorio. Distruggere un gruppo umano è il mezzo mediante il quale trasformare la totalità. Si cancella la presenza di una prospettiva politica e culturale per realizzare una palingenesi criminale e assoluta. Cancellare la presenza culturale o fisica è modalità efficace ed efficiente per ottenere un “nuovo prodotto sociale”. La tecnocrazia capitalistica può essere applicata in larga scala o in modo ridotto, ma ha sempre la finalità di “riorientare” eliminando culture e politiche. Mutilare per rinnovare e sterilizzare culturalmente, e non solo: conservare e preservare gli interessi delle oligarchie è lo scopo finale. Il caso indonesiano rientra all’interno della “distruzione creativa”, nella quale l’altro è negato nella sua verità di soggetto umano:

«Nel caso indonesiano, sulla scia della propaganda disumanizzante dell’esercito in cui i sostenitori comunisti venivano descritti come nemici pericolosi e infidi, la violenza ha funzionato sia per classificare questi pericolosi nemici interni sia per rendere necessario lo sradicamento del PKI, riformando quindi la politica sociale indonesiana (vedere il capitolo 1, questo volume; Pohlman, 2012). Una serie di studiosi ha evidenziato questa funzione trasformativa del genocidio indonesiano, mostrando come non solo il sistema politico indonesiano ma anche il suo fondamentale panorama sociale, culturale e religioso siano stati cambiati per sempre dalla violenza (ad esempio, Dwyer & Santikarma, 2003; Hearman, questo volume; Ida Bagus, 2012). Tutsi e Hutu; turco e armeno) ma è principalmente “una strategia di potere” in cui “lo scopo ultimo del genocidio non è la distruzione di un gruppo in quanto tale ma la trasformazione della società nel suo insieme” (2013, p. 73). la società viene rifatta di nuovo (vedi, ad esempio, Appadurai, 1998; Dunn, 2009; Mamdani, 2001). Per Feierstein, questa concettualizzazione del genocidio come processo socialmente creativo lo porta a rivalutare il modo in cui comprendiamo la distruzione di un gruppo “nazionale”, il che a sua volta porta al nostro terzo argomento in questo capitolo. In sostanza, riconsidera cosa si intendesse con il termine gruppo “nazionale” ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione sul Genocidio nella sua analisi della repressione contro la sinistra politica in Argentina sotto la giunta militare. Feierstein sostiene la comprensione del genocidio come “essenzialmente una distruzione parziale del gruppo nazionale dei perpetratori – una distruzione intesa a trasformare i sopravvissuti attraverso l’annientamento delle vittime” (2013, p. 68). Il caso argentino, come egli sostiene, in cui lo sterminio di un gruppo politico era parte di un gruppo nazionale (la sinistra nel gruppo nazionale argentino) evidenzia come il genocidio non sia tanto il risultato di scontri tra gruppi (es. Tutsi e Hutu; turco e armeno) ma è principalmente “una strategia di potere” in cui “lo scopo ultimo del genocidio non è la distruzione di un gruppo in quanto tale ma la trasformazione della società nel suo insieme” (2013, p. 73)[5]».

 

Smembrare i corpi per cancellare

La cancellazione fisica deve condurre a cancellare dalla memoria “l’esperienza comunista”. Una delle peculiarità del genocidio indonesiano fu lo smembramento dei corpi. Il fine era disumanizzare allo sguardo dei sopravvissuti i comunisti e rimuovere dalle coscienze la prospettiva comunista. I corpi sezionati e smembrati riducevano i comunisti ad animali da macello, era così possibile associare il comunista al corpo di un animale o di un oggetto infranto. Il capitalismo agisce per cosalizzare l’altro: la punta estrema di tale logica è svelata nel genocidio. Il vertice del dolore rivela la verità nascosta del capitalismo:

«Ha notato come i bambini si allineavano lungo il ponte per vedere il fiume, esortando gli altri a unirsi, mentre gli adulti si tenevano a distanza (Juadi, comunicazione personale, 12 agosto 2015). Nel suo studio sulla politica del ferimento e dello smembramento dei corpi nella post-colonia più in generale, Achille Mbembe (2003, p. 35) sostiene che tale violenza funziona “per tenere davanti agli occhi della vittima – e delle persone intorno lui o lei: lo spettacolo morboso della recisione”. A Surabaya, i bambini e le vittime avevano maggiori probabilità di vedere la divisione, mentre gli adulti erano più propensi a vedere quelle che Membe chiama le “tracce” attraverso le quali “l’integrità corporea è stata sostituita da pezzi”. Sia che si vedessero le divisioni o i pezzi, si vedeva una forma incarnata di comunicazione politica che formava quella che Benedict Anderson (2004, p. 1) definì la “fase selvaggia iniziale” del Nuovo Ordine[6] ».

 

La caduta nella continuità

Nel 1998 Suharto è caduto, non serviva più. L’Unione Sovietica e il comunismo erano solo un ricordo, ma l’Indonesia non si è confrontata con la sua memoria. L’anticomunismo è ancora vivo, anzi i comunisti sono ancora oggetto di violenza, in quanto il genocidio non è stato nei fatti riconosciuto e non vi sono state reali e solide azioni giudiziarie. La memoria storica non è ancora emersa nella sua verità:

«Sembra ora che questa ondata di anticomunismo durante la campagna elettorale del 2014 e il cinquantesimo anniversario delle violenze nel 2015 abbiano rappresentato l’inizio di una nuova fase di politica anticomunista più intensa. Nel 2016, ad esempio, l’anticomunismo si è ulteriormente intensificato (Manan et al., 2016; Tempo, 2016; Trianita & Farmita, 2016).11 Questa intensificazione è in parte correlata alle crescenti richieste di giustizia per i sopravvissuti alla violenza ( vedere i capitoli 16 e 17 di questo volume). Tuttavia non si limita alle questioni direttamente collegate alla storia comunista o alla politica progressista in generale. Ad esempio, all’inizio del 2015 è venuto alla luce che la vincitrice del concorso Puteri Indonesia (Miss Indonesia) del 2014 aveva in precedenza, durante una ripresa in Vietnam, indossato innocentemente una maglietta regalatale da un amico vietnamita che aveva un martello e simbolo della falce su di esso[7]».

Al momento l’Indonesia è prigioniera del suo passato; ogni iniziativa legislativa per confrontarsi con il genocidio è congelata, in quanto le attuali classi dirigenti sono nei fatti le medesime che avviarono e realizzarono la “distruzione creativa”. L’Occidente dei diritti tace e occulta il passato e il presente indonesiano, in quanto sarebbe costretto a guardarsi nella sua verità:

«Ciò è reso più chiaro in un’altra area in cui l’attuale bozza rivista della TRC avrebbe potuto essere rafforzata rispetto alla Legge TRC del 2004, ovvero nelle disposizioni per le misure di conciliazione. Nella Legge del 2004, le potenziali misure di conciliazione per i sopravvissuti e le famiglie delle vittime riguardavano: il risarcimento, fornito dallo Stato e che comprendeva disposizioni monetarie e sanitarie; riabilitazione attraverso il ripristino del nome, della dignità e dei diritti delle vittime; e la restituzione, che è stata definita come “risarcimento dato dagli autori del reato o da un terzo alle vittime o alle famiglie delle vittime” (vedi Articolo 1, Undang-Undang Nomor 27 Tahun 2004, nostra traduzione). Nella versione attuale non si fa menzione di eventuali atti di restituzione da parte di autori o di terzi. Di per sé, la mancanza di disposizioni specifiche per la restituzione non è così significativa, né è probabile che abbia alcun impatto complessivo sui risultati del risarcimento per i sopravvissuti. Ciò, tuttavia, indica ancora una volta che, in qualsiasi TRC prevista da questa bozza attuale, gli autori e qualsiasi ruolo che potrebbero svolgere in tale Commissione sono stati quasi completamente rimossi. Come sottolineato in precedenza, ciò viola direttamente i diritti delle vittime a un rimedio efficace e alla giustizia, come garantito dall’adesione dell’Indonesia a una serie di strumenti internazionali sui diritti umani[8]».

Uno dei compiti dell’umanesimo comunista è rendere denunciare le pratiche capitalistiche, in modo che “l’assoluto” del capitalismo si riveli nella sua verità apocalittica. Il nichilismo strumentale, vero fondamento del Capitalismo, è la verità da svelare con le sue consustanziali tragedie che minacciano i popoli e il pianeta.

Ed ecco, in ultimo, che le ricchezze della famiglia Suharto rimangono incalcolabili e non sono state minimante intaccate dalla caduta: pertanto l’Indonesia vive la sua tragica continuità, la quale è la nostra verità nascosta.


Note

[1] Citado no livro de John Pilger, «The new rulers of the world», Verso 2002, p. 15.

[2] AA. VV., L’indonesiano genocidio del 1965, Studi Palgrave nella storia del genocidio, 2018, pag. 53.

[3] Ibidem, pp. 34-35.

[4] Ibidem, pag. 29.

[5] Ibidem, pag. 35.

[6] Ibidem, pag. 150.

[7] Ibidem, pag. 302.

[8] Ibidem, pag. 323.

da qui



giovedì 14 settembre 2023

65 mila ettari di foresta indonesiana sono salvi grazie alla vittoria del Popolo indigeno Auyu - Andrea Vitello

 

Al fine di rispettare gli impegni dovuti all’accordo sul clima di Parigi, lo stato indonesiano si è impegnato a ridurre le emissioni di gas serra del 31%, o del 43% con il sostegno finanziario internazionale, entro il 2030. Tuttavia la fonte principale di emissioni in Indonesia deriva dalla deforestazione, spesso dovuta al rilascio di permessi per le piantagioni di olio di palma. Proprio per questo il ministro, dell’Ambiente e delle foreste indonesiano, attraverso un decreto ministeriale avevo reso più difficile ottenere i permessi per ampliare le piantagioni di olio di palma danneggiando le foreste.

Nel mese di marzo, PT Kartika Cipta Pratama e PT Megakarya Jaya Raya, due aziende produttrici di olio di palma, avevano citato in giudizio il suddetto ministro per tale decreto. Per fortuna il tribunale amministrativo di Giacarta non solo ha respinto la richiesta delle due aziende, ma ha anche riconosciuto il diritto a viverci del popolo Auyu, un popolo indigeno che si trova nella Papua Occidentale. In tutto si tratta di 65mila ettari di foresta pluviale incontaminata, un territorio grande quasi quattro volte la città di Milano.

La responsabile campagna foreste di Greenpeace Italia, Martina Borghi, in merito alla sentenza ha dichiarato:

«La sentenza del Tribunale amministrativo di Giacarta rappresenta un precedente importante e sancisce il diritto alla terra del Popolo Auyu, un Popolo Indigeno che abita le remote foreste della Papua Occidentale, vicino al confine con la Papua Nuova Guinea, che Greenpeace affianca nella protezione delle foreste dell’Indonesia. Grazie a questa decisione, giunta dopo una lunga battaglia legale sostenuta dal Popolo Auyu insieme a Greenpeace e ad altre associazioni e fondazioni indonesiane, le due aziende, che avevano già distrutto quasi 9.000 ettari di foresta per favorire l’espansione di piantagioni di palma da olio, sono ora costrette a fermarsi»[1]. E poi aggiunge: «La foresta che viene distrutta per produrre olio di palma non è solo il luogo in cui il Popolo Auyu trova cibo, medicine e mezzi di sussistenza, ma è anche l’habitat di flora e fauna uniche al mondo, endemiche della Papua. Per gli Auyu, difendere le loro terre forestali nelle aule dei tribunali potrebbe essere l’ultima possibilità di salvare la loro casa e i loro mezzi di sostentamento, la loro cultura e il loro stile di vita»[2].

Greenpeace Indonesia ha comunicato: “Sforzi legali per difendere le foreste tradizionali sono stati intrapresi dagli Auyu anche presso il Tribunale amministrativo di Jayapura”[3].

Nel suo comunicato stampa Greenpeace Italia ha inoltre specificato:

“Greenpeace, insieme a una coalizione di associazioni e fondazioni indonesiane, supporta il Popolo Auyu nella battaglia contro il land grabbing, per affermare il diritto alla proprietà delle loro terre ancestrali e per salvare le preziose foreste indonesiane. Da marzo di quest’anno il Popolo Auyu sta partecipando a numerose udienze, presentando prove e testimonianze per preservare le foreste della Papua Occidentale dalla produzione indiscriminata di olio di palma.”[4]

Ci troviamo di fronte davvero ad una buona notizia, speriamo possa servire d’esempio ai governi, dei vari paesi, per riconoscere il diritto delle popolazioni indigene ad abitare su quelle foreste che altrimenti subirebbero una violenta deforestazione a favore dei guadagni delle imprese di olio di palma. Tutto questo inoltre aiuterebbe a contrastare la crisi climatica.

 

 

Fonti: https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/18742/greenpeace-sentenza-del-tribunale-di-giacarta-salva-65-000-ettari-di-foresta-indonesiana-dalle-piantagioni-di-palma-da-olio-e-il-diritto-alla-terra-del-popolo-auyu/; https://www.greenme.it/ambiente/foresta-indonesiana-auyu/; https://www.lindipendente.online/2023/09/08/indonesia-gli-indigeni-auyu-sconfiggono-i-colossi-dellolio-di-palma-in-tribunale/

 

[1] Cit da: https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/18742/greenpeace-sentenza-del-tribunale-di-giacarta-salva-65-000-ettari-di-foresta-indonesiana-dalle-piantagioni-di-palma-da-olio-e-il-diritto-alla-terra-del-popolo-auyu/

[2] Ibidem

[3] Cit da: https://www.lindipendente.online/2023/09/08/indonesia-gli-indigeni-auyu-sconfiggono-i-colossi-dellolio-di-palma-in-tribunale/

[4] Cit da: https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/18742/greenpeace-sentenza-del-tribunale-di-giacarta-salva-65-000-ettari-di-foresta-indonesiana-dalle-piantagioni-di-palma-da-olio-e-il-diritto-alla-terra-del-popolo-auyu/

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martedì 4 aprile 2023

Indonesia: popolo incontattato a rischio sterminio per la produzione di batterie per auto elettriche


Tesla collegata a un enorme programma di estrazione di nichel insieme ad aziende francesi e tedesche

In Indonesia, un imponente progetto di estrazione di nichel sull’isola di Halmahera rischia di spazzar via un popolo incontattato unico.

Il progetto fa parte di un più ampio programma del governo indonesiano che mira a diventare un importante produttore di batterie per auto elettriche proprio grazie all’estrazione e alla fusione di nichel e di altri minerali: un piano in cui compagnie internazionali come Tesla stanno già investendo miliardi di dollari.

Ma l’estrazione di nichel sull’isola di Halmahera è destinata a distruggere vaste aree forestali abitate da circa 300-500 membri incontattati del popolo Hongana Manyawa. Se le attività minerarie dovessero proseguire come previsto, non sopravviveranno.

Gli Hongana Manyawa – nome che nella loro lingua significa “popolo della foresta” – sono uno degli ultimi popoli di cacciatori-raccoglitori nomadi dell’Indonesia. 

Oggi rischiano di vedere la loro terra, e tutto ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere, distrutto da multinazionali che si affannano per fornire uno stile di vita apparentemente “sostenibile” a persone lontane migliaia di chilometri. 

Secondo la legge internazionale, queste attività minerarie sono illegali perché i popoli incontattati non possono dare il loro Consenso Libero, Previo e Informato allo sfruttamento della loro terra – un requisito legalmente necessario per tutte le attività di ‘sviluppo’ nelle terre indigene.

Nonostante questo, la Weda Bay Nichel (WBN) – una compagnia di cui la francese Eramet è comproprietaria – ha nell’isola un’enorme concessione mineraria che si sovrappone ai territori degli Hongana Manyawa.

La WBN ha avviato le attività minerarie nel 2019 nonostante fosse consapevole di questa sovrapposizione. Da allora sono già state distrutte vastissime aree di foresta che gli Hongana Manyawa considerano la loro casa. La compagnia progetta di aumentare di molto il ritmo delle estrazioni e di continuare le attività per 50 anni.

Survival ha appreso anche che il gigante chimico tedesco BASF sta progettando di collaborare con Eramet per costruire una raffineria ad Halmahera e che una sua possibile ubicazione potrebbe trovarsi proprio nel territorio degli Hongana Manyawa incontattati.

Una donna Hongana Manyawa contattata di recente ha spiegato: “Stanno avvelenando la nostra acqua, ci sentiamo come se ci stessero uccidendo lentamente.”

E un’altra ha aggiunto: “Non do il consenso a prenderla… dite loro che non vogliamo dar via la nostra foresta.”

“È scioccante che le aziende che producono auto elettriche vendano ai clienti la promessa di un ‘consumo etico’ mentre la loro filiera di approvigionamento distrugge un popolo incontattato” ha dichiarato la Direttrice generale di Survival International Caroline Pearce. “Non c’è ‘rispetto del clima’ nel devastare la foresta degli Hongana Manyawa, e niente di ‘sostenibile’ nel causare la morte di indigeni che vivono in modo autosufficiente.” 

“Tesla e altre compagnie produttrici di auto elettriche hanno la possibilità di essere all’altezza delle aspettative dei loro clienti e di evitare un’orribile – oltre che illegale – aggressione ai diritti umani, impegnandosi a garantire che nessuno dei minerali che acquistano provenga dalle terre dei popoli indigeni incontattati di Halmahera. Se non lo facessero, sarebbe come affermare che le vite degli Hongana Manyawa sono sacrificabili."

da qui

lunedì 31 gennaio 2022

La resa di Giacarta - Emanuele Giordana

 

Abitanti di un arcipelago di 17mila isole che si estende per 5 milioni di kmq di cui solo due di terre emerse, gli indonesiani chiamano il loro Paese «Tanah air kita», la nostra terra d’acque. Non deve quindi stupire che nel decidere il nome della nuova capitale dell’Indonesia, il Presidente Joko «Jokowi» Widodo abbia scelto di chiamarla Nusantara, letteralmente: «Arcipelago».

L’ACQUA È UN PROBLEMA, soprattutto a Giava, dove l’inverno, la stagione più piovosa, si accompagna ad allagamenti che fanno isole di quartieri attanagliati dalla morsa del mare e delle alluvioni. Un problema aggravato dalla lenta ma inesorabile erosione del terreno su cui poggia la Grande Giacarta, una capitale che – con Giacarta centro, città limitrofe e altre zone amministrative – costituisce un’area metropolitana di oltre 30 milioni di esseri umani.
Vessata da traffico, sovrappopolazione, inquinamento, alluvioni ed erosione – diventata in epoca Covid l’epicentro dei contagi – Giacarta sta per implodere. Scegliere una nuova capitale significa dunque tentare di ridurne rischi e impatto ambientale in un futuro dal quale sembra però difficile invertire la rotta.
Jokowi ci prova e ha pensato di fare di Nusantara – un termine giavanese che indicava i possedimento dell’antico impero marittimo di Majapahit sopravvissuto sino agli inizi del XVI secolo – la sua Brasilia.

IL PARLAMENTO il 18 gennaio ha approvato la legge che la istituisce, dopo una lunga fase di studio annunciata ufficialmente nel 2019. È uno dei piani più ambiziosi del presidente riformatore al suo secondo mandato. Assieme a una controversa legge di liberalizzazione dell’economia, l’adesione a un’ampia alleanza che ha istituto una free trade zone asiatica (Rcep), la riforma del welfare (pensioni e sanità pubblica) è la scommessa di un personaggio che si è conquistato una statura internazionale: prima nell’Asean, l’associazione regionale del Sudest asiatico, poi nel mondo, arrivando quest’anno alla presidenza del G-20.
Il parlamento ha votato a stragrande maggioranza la legge che consegna all’ex sindaco di Surakarta oltre 32 miliardi di dollari, tanto è previsto nel piano di costruzione avveniristico di una capitale (tra le reggenze di Penajam Paser Utara e Kutai Kartanegara attualmente non collegate tra di loro), che disterà dall’attuale circa 2mila chilometri in linea d’aria…. e 60 ore di macchina e traghetto se qualcuno avesse paura di volare.

LA NUOVA CAPITALE è stata disegnata per sorgere nel Kalimatan orientale (l’isola di Borneo), in un certo senso al centro del vasto arcipelago. Teoricamente Jokowi si aspetta di inaugurarla nel 2024: solo due anni. Potrebbe sforare nei tempi e nel budget ma, stando alla stampa locale, potrà contare su soldi e finanziamenti «amici»: dal Giappone agli Emirati. E difficilmente i cinesi ne sono fuori anche se l’oculata politica di Widodo ha sempre dato un colpo al cerchio e uno alla botte.

Diverrà il centro politico e amministrativo ma Jokowi pensa in grande. Non vuole farne una nuova Naypyidaw (Myanmar) o una nuova Putrajaya (Malaysia), che hanno sostituito Yangon e Kuala Lumpur senza riuscire a emularne il fascino e soprattutto trasformando le nuove città in posti poco vivibili che costringono tanti a fare i pendolari. Ma se Putrajaya è a 34 km da KL e Naypidaw a 4 ore di macchina da Yangon, per andare a Nusantara ci vorranno ore di viaggio che, tra attese, check in e misure di sicurezza, trasformerebbero il volo in almeno 4-5 ore di tempo buttato.

LA SCELTA PERÒ ERA INEVITABILE. Lambita dal mare e attraversata da una dozzina di corsi d’acqua, Giacarta poggia su un terreno fradicio e paludoso. Non era così quando si chiamava solo Sunda Kelapa ed era un piccolo porto posseduto dal regno di Sunda. Attratti dalla sua posizione ci arrivano per primi i portoghesi nel 1513 e si accordano col monarca per rafforzare le difese del piccolo porto in posizione commercialmente strategica sul mare interno di Giava. Dopo che nel 1527 il comandante Fatahillah scaccia gli stranieri con la spada dell’islam, Sunda Kelapa diventa Jayakarta, dipendenza del sultanato di Banten. Si barcamena tra le mire di nuovi intrusi: inglesi e olandesi. Questi ultimi hanno la meglio e nel 1619 fanno di Jayakarta la capitale della Vereenigde Oost-Indische Compagnie (Voc), rinominandola Batavia.

Fonte: il manifesto

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sabato 20 giugno 2020

Giacarta, la città irrespirabile che sta (letteralmente) sprofondando - Raul Zecca Costel


La capitale dell’Indonesia è una delle più grandi metropoli del sud-est asiatico. Ufficialmente conta 10 milioni di abitanti, ma considerando l’intera area metropolitana – meglio nota come “Jabodetabek” per le iniziali di Jakarta, Bogot, Depok, Tangerang e Bekasi -, la cifra supera i 30 milioni.
Secondo Euromonitor International, se il tasso di crescita della popolazione si mantenesse costante, Giacarta arriverebbe ad essere la città più popolata del mondo entro il 2030. Non è sorprendente, dunque, se questa megalopoli occupa un posto di rilievo anche nella lista nera delle città più trafficate del globo.
Uno studio condotto da Castrol e basato sui dati raccolti da migliaia di navigatori satellitari in 78 città del mondo sostiene che Giacarta è il luogo dove i veicoli partono e si fermano con più frequenza: oltre 33mila volte in un anno.
Se un’altra ricerca informa che gli autisti di Giacarta trascorrono mediamente 22 giorni all’anno fermi nel traffico, occorre anche sottolineare che la maggior parte della popolazione si muove su due ruote. Di fatti, per ogni veicolo si contano tre ciclomotori: più di 13 milioni in totale.
Per queste ragioni Giacarta detiene uno dei peggiori indici di qualità dell’aria a livello globale, con concentrazioni di PM 2.5 superiori ai 50 microgrammi per metro cubo durante la maggior parte dell’anno. Secondo l’Air Quality Life Index (AQLI), se tali concentrazioni di PM 2.5 dovessero mantenersi costanti, la speranza di vita degli abitanti potrebbe ridursi di oltre 2 anni.
Una recente indagine scientifica, inoltre, ha dimostrato una evidente correlazione tra alte concentrazioni di PM 2.5 e una maggiore incidenza di malattie psichiatriche e neurologiche quali disordine bipolare, depressione, schizofrenia, epilessia e Parkinson.
Il riscaldamento globale, la speculazione edilizia, la rapida crescita della popolazione e l’innalzamento del livello del mare stanno facendo sì che la città sprofondi al ritmo di 17 centimetri all’anno.
Una ricerca dell’Istituto Tecnologico di Bandung (Giava) sostiene che, prima del 2050, il 90% della zona nord di Giacarta sarà sommersa dall’acqua.
Questo 16 agosto 2019 il presidente indonesiano Joko Widodo ha così ufficialmente annunciato il trasferimento della capitale sulla vicina isola del Borneo, generando non poche preoccupazioni e contestazioni tra gli ambientalisti, che temono la rovina di un’area ancora prevalentemente incontaminata.
Nonostante tali resistenze, tuttavia, il destino della capitale sembra segnato e il suo cambio di sede è solo questione di tempo. Paradossalmente, questo precedente può servire da ammonimento per tutti noi, ricordandoci che lo stesso principio non potrà essere applicato su grande scala. Come recita uno dei tanti slogan apparsi sui cartelli innalzati in tutto il mondo dai manifestanti in lotta per l’ambiente: “There is no plan(et) B!”

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martedì 29 maggio 2018

Greenpeace: in Indonesia massiccia deforestazione per favorire l’industria dell’olio di palma



Secondo una nuova indagine di Greenpeace – che pubblica anche alcune immagini e video scioccanti –  a Papua West, occupata e colonizzata dall’Indonesia, sono stati rasi al suolo  4,000 ettari di foresta pluviale. «Si tratta di  un’area equivalente alla metà della città di Parigi – dicono gli ambientalisti – distrutti fra il maggio 2015 e l’aprile 2017 per produrre olio di palma. Greenpeace accusa «un’azienda produttrice di olio di palma dalla quale si riforniscono marchi come Mars, Nestlé, PepsiCo e Unilever».
L’inchiesta di Greenpeace evidenzia che «Alcune delle foto e dei video prodotti fra il marzo e l’aprile 2018, testimoniano la massiva deforestazione in corso nella PT Megakarya Jaya Raya (PT MJR), una concessione di olio di palma controllata dalla Hayel Saeed Anam Group (HSA). La concessione include alcune aree protette dal governo indonesiano in risposta ai devastanti incendi che hanno colpito le foreste nel 2015: in queste zone è proibito lo sviluppo commerciale».
Diana Ruiz, palm oil campaigner di Greenpeace Usa, ricorda che «Solo poche settimane fa abbiamo chiesto a importanti consumer brand come Pepsi e Nestlé di confermare che stavano facendo del proprio meglio per smettere di comprare olio di palma da aziende che distruggono foreste, ma questo filmato rivela quanto siano davvero indietro. I brand devono garantire che le loro catene di approvvigionamento siano libere dalla deforestazione e l’unico modo per farlo è monitorare e applicare in modo proattivo i loro standard di non deforestazione».
Greenpeace Usa rivela che «Sebbene a PT MJR non stia ancora producendo olio di palma, secondo  le informazioni sulla catena di distribuzione rilasciate dai brand all’inizio di quest’anno,  altre due compagnie controllate da HSA – Arma Group e Pacific Oils & Fats – hanno fornito olio di palma a Mars, Nestlé, PepsiCo e Unilever.  Ognuna di queste consumer companies ha pubblicato una politica di “no alla deforestazione, no alla torba, no sfruttamento” che dovrebbe proibire l’approvvigionamento dai distruttori della foresta pluviale».
Richard George, forest campaigner di Greenpeace UK, aggiunge: «I brand  parlano di  ripulire il loro olio di palma da oltre un decennio. Compagnie come Unilever e Nestlé pretendono di essere leader del settore. Allora perché stanno ancora comprando da distruttori delle foreste  come il gruppo HSA? Cosa dovrebbero pensare i loro clienti? Cosa ci vorrà per convincerli ad agire?»
Martina Borghi, responsabile della campagna foreste di Greenpeace Italia, spiega che «Secondi i dati del ministero dell’ambiente indonesiano, tra il 1990 e il 2015 l’Indonesia ha perso circa 24 milioni di ettari di foresta tropicale: più di ogni altro Paese al mondo. Dopo aver distrutto gran parte delle foreste pluviali di Sumatra e Kalimantan (il Borneo indonesiano, ndr), l’industria dell’olio di palma sta ora avanzando verso nuove frontiere vergini, come Papua», la parte occidentale della Nuova Giunea dove è presente un attivo movimento indipendentista anti-indonesiano che cerca di opporsi all’occupazione delle terre da parte di multinazionali e imprese indonesiane al loro servizio.
Per Greenpeace Usa, questo caso solleva anche serie dubbi sulla Roundtable on Sustainable Palm Oil (Rspo): «Molte companies dell’ HSA Group palm oil  sono membri della Rspo, sebbene PT MJR e le altre concessioni del gruppo HSA in questo distretto non lo siano. Ai membri della Rspo non è permesso avere filiali di olio di palma non affiliate e i lavori in corso visti a PT MJR violerebbe anche alcuni dei Principi e Criteri della Rspo«.
La Borghi conclude: «Se il governo indonesiano ha intenzione di continuare a difendere l’industria dell’olio di palma, dovrebbe prima assicurare che vengano adottate e rispettate politiche volte a fermare la deforestazione, il drenaggio delle torbiere e lo sfruttamento dei lavoratori e delle le comunità locali».

mercoledì 9 novembre 2016

In volo col drone sulle foreste di mangrovie a Java. Che rischiano di sparire – Jacopo Pasotti



 Il volo del drone attraverso le pianure costiere dell'isola di Java mostra senza alcuna clemenza il risultato di trent'anni di espansione della aquacoltura a scapito dell'ecosistema delle mangrovie. In meno di un secolo sull'isola indonesiana è scomparso almeno il 70% delle foreste di mangrovie. Secondo le recenti stime riportate dall'ecologo Muhammad Ilman della Università del Queensland (Australia) in uno studio pubblicato su Landuse Policy quest'anno, l'Indonesia possedeva almeno fino al 1800 circa 4.2 milioni di ettari di foreste di mangrovie, oggi ne rimangono tra 2.8 e 3.2 milioni di ettari. In tutto l'Indonesia avrebbe dunque perso il 22% delle mangrovie, con una impennata negli ultimi 30 anni (sul dato incide Papua, dove per il momento il disboscamento è stato solo del 6% delle foreste)…
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martedì 27 settembre 2016

un fiume da evitare



Il Citarum è un fiume dell’Indonesia. E lungo ben 269 chilometri e  attraversa la città di Giacarta, la capitale.
E’ considerato il fiume più inquinato del mondo e se guardate le immagini ci si rende conto della gravità della situazione.
E’ un fiume di rifiuti: l’acqua non si vede nemmeno! Una vera e propria discarica a cielo aperto doveindustrie e i 9 milioni di abitanti che vivono lungo le coste del Citarium riversano quotidianamente nelle acque ogni cosa. Plastica, vetro, animali morti e tanto altro ancora stanno soffocando il fiume.
Davvero non ci sono parole per descrivere questo disastro ambientale… solo tanta vergogna, rabbia e delusione nei confronti del genere umano…

martedì 19 maggio 2015

Pessime notizie per le Foreste tropicali

La distruzione del manto forestale nella Nuova Guinea occidentale, controllata dall’Indonesia, prosegue incessante per ampliare le piantagioni di Palma da olio.   L’olio di palma è ormai un vero e proprio affare e le complicità del governo indonesiano con le società che praticano la deforestazione più selvaggia è palese. Il lucro è il loro filo conduttore.
Che la produzione di energia da biomasse e i biocarburanti non fossero esenti da gravi problematiche ambientali è ormai un dato acquisito, l’E.P.A. (United States Environmental Protection Agency) ha depennato il biodiesel realizzato da olio di palma dall’elenco deicombustibili “ecologici” secondo gli standard statunitensi.
In più distrugge le foreste tropicali.
Eppure si continua a venderlo come combustibile ecologico ed ecosolidale.
Anche in Brasile avanza la deforestazione.
Dopo l’approvazione definitiva (2012) della modifica del codice forestale brasiliano, oggi laforesta pluviale dell’Amazzonia è ancora più a rischio.
I dati dei tagli forestali segnano un + 63% nel 2014 rispetto al 2013. Prendendo in considerazione i tagli selettivi e gli incendi, secondo l’associazione ambientalista Imazon, l’aumento sarebbe addirittura del 161%.
Drammatico quanto reso noto in occasione della recente Giornata internazionale delle Foreste (21 marzo 2015).    Secondo dati elaborati dalla F.A.O. (marzo 2014), la superficie forestale mondiale è diminuita di circa 5,3 milioni di ettari l’anno nel periodo 1990-2010, pari a una perdita netta come quasi 4 volte le dimensioni di un paese come l’Italia. I risultati, aggiornati con il sondaggio globale di rilevamento a distanza, mostrano che nel 2010 la superficie forestale complessiva era di 3.890 milioni di ettari, il 30% della superficie totale della Terra.
Nel mondo la riduzione del suolo occupato da foreste (1990-2010), causata principalmente dalle attività umane (in primo luogo dalla deforestazione), è stata di 15,5 milioni di ettari l’anno.  Questo calo è stato parzialmente compensato dagli aumenti di superficie forestale, attraverso il rimboschimento e l’espansione naturale delle foreste, di 10,2 milioni di ettari l’anno.
Ci sono state notevoli differenze a livello regionale nelle perdite e negli aumenti di superficie forestale: “L’area di foreste tropicali è diminuita in Sud-America, in Africa e in Asia – con la più grande perdita in termini assoluti nelle aree tropicali del Sud-America – seguita dall’Africa tropicale, mentre aumenti di superficie forestale sono stati riscontrati in Asia subtropicale e nelle Aree a clima temperato. Le foreste nel mondo sono distribuite in modo non uniforme, con poco meno di metà nelle zone tropicali (45% della superficie forestale totale), circa un terzo nelle zone boreali (31%) e aree di minore entità nelle zone temperate (16%) e subtropicali (8%)”.
E’ ora di difendere strenuamente le nostre foreste e di incrementarne la superficie, ne va del nostro futuro.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus
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dalla Newsletter di Salva le Foreste, 6 maggio 2015
Papua: l’olio di palma si mangia tutto.
(Mongabay.com) C’è un detto nel settore indonesiano dell’olio di palma: Sumatra era ieri, Kalimantan è oggi, e Papua è domani. Questo domani potrebbe anche essere già arrivato. Un nuovo rapporto mette in luce la rapida espansione delle piantagioni di palma da olio nell’area della Nuova Guinea controllata dall’Indonesia.
Il rapporto, pubblicato da una coalizione di foto associazioni, tra cui Pusaka e Awas MIFEE. fa i nomi delle imprese, uno per uno. Alcuni sono grandi conglomerati. Altri appaiono imprese di facciata, alcune perfino con indirizzo falso, create all’occasione per nascondere altri attori.  Sul progetto regna un’aura di segretezza. Gran parte delle imprese coinvolte, rifiuta di rivelare qualsivoglia informazione sui progetti, e i funzionari governativi preposti al progetto sembrano altrettanto riluttanti dal rilasciare informazioni. Informazioni sono per giunte dalle associazioni locali, dalle chiese e dalle comunità indigene. Il risultato è un Atlante della palma da olio in Papua occidentale, che disegna un quadro inquietante della deforestazione in arrivo.
Un quadro quasi sconosciuto. “Con la scusa del conflitto col movimento indipendentista, il governo indonesiano ha reso quasi impossibile agli osservatori internazionali viaggiare in Papua occidentale, e questo ha fatto sì che non l’opinione pubblica internazionale non è informata delle gravi minacce per l’ambiente” spiega il comunicato delle associazioni.
Mappe dettagliate organizzate per distretti, mostrano l’avanzata delle piantagioni di palma da olio nella regione. Nel 2005 c’erano appena cinque piantagioni operative, nel 2015 sono quadruplicate, e altre 20 hanno quasi completato la pratica di autorizzazione. Ma molte altri progetti hanno avviato le pratiche, e in pochi mesi potrebbe iniziare ad essere operativo. “Se verranno create tutte queste piantagioni, la palma da olio si estenderà su di 2,6 milioni di ettari,  la maggior parte dei quali è ora coperta foresta tropicale”, spiegano le associazioni.
I conglomerati con imprese della regione sono guidati da alcuni degli uomini più ricchi dell’Indonesia: Bachtiar Karim (Musim Mas), Sukanto Tanoto (Reale Golden Eagle), Eka Tjipta Widjaja (Sinar Mas), Anthony Salim (Salim Group) e Peter Sondakh (Rajawali).
Altri importanti gruppi con sede in Malesia, Hong Kong, Sri Lanka: George Tahija, Austindo Nusantara Jaya, Medco di Arifin Pangioro, Lion, Noble e Carson Cumberbatch.

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27 aprile 2015
Brasile, torna la deforestazione.
E ‘ufficiale: secondo fonti governative, la deforestazione in Amazzonia è in tornata ad aumentare, con un sensibile incremento rispetto all’anno scorso. L’Istituto per la ricerca spaziale (INPE) ha pubblicato i nuovi dati sulla base di analisi satellitare, secondo cui la deforestazione è stata il 63 per cento più elevata nel 2014, rispetto all’anno precedente. Secondo l’organizzazione ambientalista Imazon, la distruzione delle foreste è stata molto più ampia se si prende in considerazione il taglio selettivo e gli effetti degli incendi: 161 per cento in più rispetto all’anno precedente.
A febbraio, il governo brasiliano ha mosso uno dei suoi maggiori passi nella lotta contro la deforestazione illegale: l’agenzia di applicazione ambientale IBAMA ha arrestato Ezequiel Antônio Castanha, il capo della banda che con il disboscamento illegale ha saccheggiato 15.000 ettari lungo l’autostrada BR-163 nello Stato del Pará. In dieci anni il governo ha ben lavorato per frenare il disboscamento illegale, ma la deforestazione non si è fermata.
In realtà, la deforestazione è sempre più un “fenomeno legale”. Il nuovo codice forestale, approvato dopo una campagna lunga dalla lobby agroalimentare, ora permette al contadino di cancellare e convertire in piantagione un più alto tasso di foresta. Il boom delle esportazioni reso possibile dal basso corso della valuta brasiliana, offre un ulteriore incentivo per cancellare le foreste per espandere le piantagioni, anche perché il taglio anche illegale per l’agricoltura non è più gravemente sanzionato. La corsa per la produzione di colture per l’esportazione sta ora restringendo la foresta amazzonica.
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