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domenica 9 febbraio 2025

Il Fentanyl e "Big Pharma" - Pino Arlacchi

 

(dal Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2025)


La storiella della Cina e del Messico sanzionati da Trump perché responsabili dell’avvelenamento di milioni di americani che consumano il Fentanyl è un classico del populismo a trazione plutocratica: si trova un nemico esterno da incolpare, meglio se già nel mirino per altre ragioni, allo scopo di nascondere l’imbarazzante, reale matrice del problema.

Cina e Messico sono come gli immigrati, i diversi, gli outcast. Un capro espiatorio su cui riversare l’angoscia collettiva. Nelle dichiarazioni di Trump non trovate neanche un accenno sulle vere origini dell’epidemia di oppiacei. Origini che nulla hanno a che fare con i paesi demonizzati, e che si collocano, piuttosto, nel campo delle magagne profonde del capitalismo americano.

L’epidemia da oppiacei lascia ogni anno sul terreno la stessa cifra, 100 mila morti, di due guerre del Vietnam. Una tragedia interamente creata dalle maggiori industrie farmaceutiche degli Stati Uniti nel momento in cui hanno scoperto, una quindicina di anni fa, di poter mercificare il dolore facendolo diventare un’opportunità di business miliardaria.

Alla luce del sole, in piena legalità, Big Pharma – cioè Purdue Pharma, Johnson & Johnson, Teva, Endo e altri – ha creato una serie di antidolorifici ultrapotenti, tra cui il Fentanyl, 50 volte più forte dell’eroina. Farmaci somministrati in Europa solo a malati terminali e in circostanze eccezionali. Con la complicità dei medici americani inondati da 9 miliardi di dollari di pagamenti di “consulenza”, e di una agenzia di regolazione federale, la FDA, compiacente e corrotta, una ghenga di aziende ha condotto la più grande operazione di diffusione di droghe pesanti della storia. Come? Attraverso tangenti a destra e a manca a regolatori e politici. Attraverso personale sanitario e farmacisti incentivati a dovere. Attraverso centri di spaccio mascherati da cliniche del dolore e tramite aggressive campagne di marketing non frenate da nessuno. L’unico precedente di distribuzione di massa delle droghe risale alla prima metà dell’Ottocento, quando il Regno Unito mosse per due volte guerra alla Cina che aveva proibito lo spaccio dell’oppio venduto dalla East India Company a decine di milioni di fumatori cinesi. Le guerre dell’oppio servirono a raddrizzare i conti del bilancio del narco-Stato inglese.

La catastrofe sanitaria dell’America odierna ha infilato nelle fauci di Big Parma almeno 200-250 miliardi di dollari tra il 1999 e il 2009. Ma alcune stime arrivano a mille miliardi.

Nel 2021, mentre in Italia un medico ci pensava tre volte prima di prescrivere un antidolorifico più forte del paracetamolo, i suoi colleghi a stelle e strisce distribuivano con leggerezza criminale 51,4 prescrizioni per ogni 100 persone (1,1 in Italia, 4,7 in Germania). Mal di schiena e unghie incarnite curati con 100 compresse di Oxicodone.

L’industria farmaceutica statunitense ha di fatto legalizzato le droghe pesanti provocando una esplosione della domanda che ha tolto ogni plausibilità alle politiche cosiddette “antiproibizioniste”. Chi paga i costi di questa sciagura? Il costo umano di una catastrofe sanitaria che figura al primo posto tra le cause di morte degli americani di età inferiore ai 50 anni viene sopportato in modo sproporzionato dal pianeta dell’“America abbandonata”: operai bianchi, lavoratori poveri, veterani di guerra, residenti nella Rust Belt, la fascia di territorio piena di industrie andate in rovina. Gente che ha perso ogni fiducia in un Sistema sanitario che invece di proteggerli li trasforma in consumatori di sostanze letali, accompagnandoli nella fossa.

Poveracci dei quali nessuno ama parlare, e che muoiono anche a causa di una assistenza sanitaria scadente e spesso irraggiungibile. Sono i candidati alle “morti per disperazione”, così chiamate perché all’overdose si sommano spesso i suicidi, l’alcolismo, l’obesità e i disturbi mentali. Stiamo parlando di una valle di lacrime popolata da 30-40 milioni di cittadini. Circa il 10% della popolazione degli Stati Uniti.

L’America abbandonata è sovrarappresentata nella conta delle vittime da overdose e da altri mali, ma il resto della popolazione paga comunque un prezzo esorbitante, visto che il 77% dei giovani americani non è abile al servizio militare a causa del deterioramento psicofisico generalizzato.

I media mainstream hanno fiutato la disperante gravità dell’argomento oppiacei e se ne sono occupati il meno possibile, seguiti a ruota dai politici. Ma a un certo punto, qualche anno fa, quando la cifra degli intossicati cronici ha superato il paio di milioni e la platea dei consumatori saltuari e potenziali ha oltrepassato i 10 milioni, è scattata una reazione.

Gli Stati più danneggiati, quelli con i bilanci stremati dall’aumento della spesa per assistenza ai tossicodipendenti e per il contrasto dei danni collaterali (violenze, vulnerabilità ad altre patologie, incidenti di varia natura) hanno intrapreso azioni legali contro le maggiori imprese farmaceutiche terminate in risarcimenti consistenti: McKesson 26 miliardi, Walgrees 10 miliardi, Purdue 6 miliardi, etc. Fino all’aprile 2024 il totale delle penali è stato di oltre 50 miliardi di dollari. In parallelo, la FDA ha cominciato a introdurre qualche freno alla fabbricazione di ricette, e gli ordini dei medici hanno avviato qualche controllo sui dottori di manica larga e sulle cliniche del dolore.

È solo a questo punto che sono entrati in scena i narcos, i laboratori messicani e i rifornimenti dei precursori dalla Cina. Il mercato illegale ha fatto ciò che i mercati fanno sempre, rispondendo a uno spazio di domanda insoddisfatta dal capitalismo sanitario americano.

Il mercato nero è solo l’ultimo atto di una sciagura iniziata nei consigli di amministrazione di Big Pharma e proseguita fino a oggi.

La maggior parte dei tossici americani non sono vittime del Messico e della Cina, ma di un Sistema sanitario americano che antepone il profitto alla salute, di una agenzia regolatoria e di una classe medica americane succubi della fame di profitti di imprese americane. Non c’è speranza, purtroppo, di veder cambiare questa situazione. Non si è mai visto un populista pentito.

da qui

sabato 16 luglio 2022

Dissociazioni vaticane - Mauro Armanino

 


Dissociare

V. tr. [dal lat. dissociare, der. di socius «compagno», col pref. dis–1] (io dissòcio, ecc.). – 1. Separare, scompagnare idee, cose, o anche persone, che stanno o si pensano comunemente insieme: d. il concetto di solidarietà da quello di patria; d. le forze; d. le proprie responsabilità, dichiarare di non condividere le opinioni e le azioni di qualcuno del proprio gruppo; nel rifl., staccarsi, dividersi da altri, soprattutto in questioni ideologiche: dissociarsi da un’organizzazione (di cui si faceva parte); dissociarsi dalle opinioni, o dalle proposte, della maggioranza; mi dissocio dalla tua iniziativa, non intendo farne più parte.

(Dalla Treccani in linea)

1. La moneta vaticana

…La serie è composta da 8 monete, sul rovescio ci sono le caratteristiche tecniche uguali per tutti i paesi aderenti alla moneta unica europea. Sul dritto è raffigurato lo stemma di Papa Francesco, Sovrano dello Stato del Vaticano, la scritta “Città del Vaticano” e dodici stelle. La serie è disponibile in due versioni: la prima con la moneta da 20 euro in argento e la seconda con la moneta in oro da 50 euro. La moneta in argento da 20 euro, opera di Chiara Principe, è dedicata ad un argomento attuale che sta molto a cuore a papa Francesco: le cure per contrastare la pandemia e la necessità di vaccinarsi. Sulla moneta sono raffigurati un medico,  un infermiere e un ragazzo  che è pronto a farsi iniettare il vaccino. Il Santo Padre ha più volte sottolineato l’importanza della vaccinazione, ricordando che la cura della salute è “un obbligo morale” ed è importante “proseguire lo sforzo per immunizzare anche i popoli più poveri”…

(https://www.ilsussidiario.net/news/nuova-moneta-da-20-euro-del-vaticano-medico-e-infermiere-iniettano-vaccino-covid/2361854/)

Ecco come è introdotta la moneta vaticana. L’immagine mi era stata segnalata da Martin Steffens, giovane filosofo francese, critico dell’attitudine ufficiale della gerarchia ecclesiastica sulle politiche riguardanti la gestione dell’epidemia Covid.

Se ancora esistevano dubbi a riguardo, la moneta in questione è una rivelazione, uno smascheramento che insinua più o meno apertamente almeno tre messaggi:

Adesione: mentre ancora ferve il dibattito, almeno contradditorio, tra chi vuole includere i bambini nella vaccinazione e chi ritiene che essa sia non solo inutile ma dannosa, il ‘Vaticano’ prende posizione. In virtù di un mandato che appartiene al ‘Capo dello Stato vaticano’, lo stesso che molto democraticamnete obbliga i propri dipendenti a vaccinarsi pena l’esclusione dal lavoro, diritto e dovere di ogni cittadino. Nello stesso stato vaticano le organizzazioni sindacali sono vietate, malgrado l’esistenza di una ‘Dottrina Sociale’ della Chiesa che ne auspica l’esistenza e l’azione. Tramite l’immagine citata si opera un’adesione incondizionata e evidente alle politiche sanitarie ‘imposte’ da scelte la cui validità scientifica è stata messa in discussione da persone competenti e preparate.

Il fatto di presentare in modo iconico il medico ( la scienza), l’infermiere (la cura), il ragazzo e la siringa è inequivocabile: la salvezza è a portata di…siringa.

Arroganza. Detta conclusione ‘monetaria’ appare nel contempo arrogante perché esclude ogni possibile scelta alternativa, per quanto fondata essa sia. La stessa accomodante arroganza, d’altra parte, che ha accompagnato l’adesione alle scelte dei decreti legge durante la ‘crisi’, creata o presunta essa sia stata. Vi sono state decine di dichiarazioni ufficiali, da parte di migliaia di scienziati che hanno messo in serio dubbio le politiche di gestione della pandemia. Dal confinamento, al distanziamento sociale per passare all’uso intimidatorio delle mascherine. Tutto falsamente omogeneo e in consonanza con la scienza che invece è apparsa come la grande perdente di tutte queste operazioni. Lo ricorda l’antropologo della salute Jean Michel Dominique: la medicina non è una scienza ma un’arte che si avvale della scienza…!

Manipolazione. Quasi per caso appare, nell’immagine citata, una piccola croce appena sopra il capo del ragazzo rappresentato, mascherato come i due personaggi che lo attorniano. La croce che, in tutto il periodo citato, è stata usata e abusata per giustificare o proteggere le scelte governative di controllo sociale col pretesto della gestione della malattia. Una profanazione che, vista dal lontano/vicino Sahel dove ben altri sono stati i problemi di questo tempo, ha posto la ‘nuda vita’ , per dirla con l’amico Giorgio Agamben, come la nuova religione assoluta. Dov’era dunque la croce quando morivano, sole e abbandonate le persone anziane nelle case di riposo (eterno), nelle chiese sostanzialmente chiuse (neppure in guerra era accaduto) e nel ‘distanziamento sociale’ (con che coraggio leggere il vangelo nel quale il Cristo ‘tocca’ i lebbrosi?). Si tolga almeno la croce dalla moneta…già i venditori nel tempio era stati avvisati a suo tempo… Dovremmo altresì espungere, come ‘sovversivi, i santi che si mettevano sulle spalle i malati, gli appestati o qualcuno come San Damiano de Veuster, diventato a suo volta lebbroso per non rispetto delle distanze sanitarie. Lo stesso accadde coi primi missionari che, sapendo di vivere per pochi mesi, partivano nelle zone dove la malaria o la febbre gialla li avrebbero falcidiati. Ora si muore, tristemente, di vecchiaia…con la croce del cimitero a fare compagnia.

2. La civiltà cattolica

Organo semi ufficiale del Vaticano, perché diretto dai gesuiti sotto immediata obbedienza papale. È con un notevole senso di sconcerto che, scorrendo un articolo sulla ‘vaccinazione’, si leggeva quanto segue (il grassetto è mio);

…papa Francesco manifesta un approccio accogliente e costruttivo nei riguardi della scienza…mostra che il contributo della ricerca scientica in campo sanitario, che ha consentito di mettere a punto vaccini sicuri, efficaci, con effetti indesiderati minimi e identificabili, testati cilinicamente in modo esteso e rigoroso, può essere al servizio della salute quale bene comune e globale…(Andrea Vicini s.j.- La civiltà cattolica, 4115, 2021, 433).

Una tale leggerezza, cosciente o meno, è da considerare a-scientifica e, in fondo a-morale, al di là del numero limitato di lettori di questa rivista: è il principio, lo stesso, che viene così riconfermato. Alcune considerazione veloci:

– La palese falsità dell’affermazione. Si sapeva o comunque si poteva supporre che i ‘vaccini’ – vista l’origine sospetta di alcune della case farmaceutiche, la manipolazione riconosciuta dei test vaccinali, l’opacità dei contratti con gli Stati – avrebbe comportato problemi per i vaccinati. Così è stato, com’è ampiamente documentato e riconosciuto dalle statistiche ufficiali. Com’è stato riconosciuto dalle stesse ditte farmaceutiche, i test sono stati scelti, ridotti e manipolati ed i risultati più sconcertanti espunti, con cognizione di causa. La ‘civiltà cattolica’ ha così tolto la propria maschera perché quanto scritto, indebitamente, su questo tema potrebbe essere riferito anche ad altri: con quale credibilità.

(Il database delle reazioni avverse ai farmaci dell’Agenzia europea dei medicinali (EMA) sta ora segnalando 45.752 decessi e 4.522.307 reazioni avverse a seguito dei vaccini COVID-19, mentre il sistema di registrazione degli eventi avversi del vaccino degli Stati Uniti (VAERS) sta ora segnalando 29.031 decessi e 1.307.928 reazioni avverse a seguito della vaccinazione COVID- 19.8…La fonte di queste cifre è il sito Data base Italia https://www.databaseitalia.it/).

– La mancanza di discernimento e dunque l’imprudenza in un ambito nel quale vale il famoso motto della medicina: primo non nuocere…Un farmaco in sperimentazione che arriva di botto ad inondare il mercato farmaceutico, uno dei grandi business dell’epoca in chiave di ‘religione sanitaria’, con buona parte di politici e di comitati di gestione della crisi con conflitti di interesse. Sottacendo che fin dall’inizio sono stato trovate e proposte soluzioni alternative alla vaccinazione genica. Le cure domiciliari precoci, l’insistenza sul rafforzamento del sistema immunitario con l’alimentazione, la somministrazione di sostanze naturali e di sintesi, avrebbero permesso di salvare molte vite. Si è preferito, come da copione sceso (divinamente?) dall’alto di impedire ai medici di operare e si è preferito l’isolamento, l’attendismo e il paracetamolo…Aberrazioni a dir poco criminali dal punto di vista etico e scientifico (https://nouveau-monde.ca/balance-avantages-risques-des-injections-anti-covid19-au-28-juin-2022/).

– Connivenza dunque con la ‘doxa’ accettata, trasmessa, propagandata dai media nazionali e internazionali. Questo dovrebbe destare stupore per l’istituzione ecclesiale che si è sempre vantata di ‘essere nel mondo ma non del sistema’. E invece, con inusuale fretta, le ‘istituzioni vaticane’, tramite il capo supremo e le conferenze episcopali, hanno facilitato il lavoro degli organi statali, come se questi ultimi cercassero davvero il bene personale e comune dei cittadini. Detta attitudine, esplicita o implicita, non ha fatto che favorire lo scivolamento verso un totalitarismo medico le cui conseguenze sull’assetto democratico sono estremamente deleterie. Una divisone tra buoni cittadini e cittadini ‘recalcitranti’ si è potuta verificare con maggiore facilità perché prima c’è stata la classificazione papale tra i buoni e fedeli cristiani (vaccinati o vaccinandi) e gli altri, egoisti, superficiali o perlomeno insubordinati all’ordine pubblico ecclesiale (i non vaccinati). L’idea, a questo proposito, di ‘religione civile’ che puntella la religione sanitaria dello stato, non è estranea ma consustanziale al ruolo che è stato affidato, ormai da tempo, alla religione. Si è contribuito a creare cittadini ‘sottomessi’ all’autorità contro i diritti umani più elementari (di riunione, di lavoro, di culto, di movimento…di aria libera e di un volto umano).

3. L’alleanza tra Vaticano e capitalismo inclusivo

«È necessario e urgente un sistema economico giusto, affidabile e in grado di rispondere alle sfide più radicali che l’umanità e il Pianeta si trovano ad affrontare. Vi incoraggio a perseverare lungo il cammino della generosa solidarietà e a lavorare per il ritorno dell’economia e della finanza a un approccio etico… cercando modi per rendere il capitalismo uno strumento più inclusivo…».

All’inizio di dicembre del 2019, papa Francesco si era rivolto con queste parole ai membri del nuovo “Consiglio per un capitalismo inclusivo con il Vaticano”. Tra i manager che fanno parte del Consiglio, figurano i dirigenti di colossi come Mastercard, Allianz, Merck, CalPERS, Johnson & Johnson, State Street Corporation, Bank of America, Fondazione Rockefeller. Ma sono presenti anche il presidente di un colosso delle fonti fossili come British Petroleum e perfino un membro del consiglio d’amministrazione della compagnia petrolifera saudita Saudi Aramco.

«La vostra presenza qui – ha affermato Bergoglio – è un segno di speranza, perché avete riconosciuto le questioni che il nostro mondo è chiamato ad affrontare e l’imperativo di agire con decisione per costruire un mondo migliore. Vi esprimo la mia gratitudine per il vostro impegno nel promuovere un’economia più giusta e umana». Inoltre, secondo il Financial Times, il Vaticano avrebbe anche «concesso l’uso del proprio nome», ha scritto Valori nel gennaio 2021.

Sconfessione della teologia popolare o della liberazione. Sappiamo che non si possono servire (o affidarsi a) due padroni, camminare su due strade differenti. Da un lato si  promuovono alleanze coi movimenti popolari, coi poveri, non oggetti ma protagonisti di trasformazione, come si afferma da sempre nella teologia della liberazione e in quella popolare seguita e promessa finora, almeno nei discorsi, da Roma. Eppure, nel contempo, ci si allea col ‘capitalismo inclusivo’, un ossimoro, una contraddizione in temini, come ben si sa da sempre. Il capitalismo è nato senza cuore e non sarà certamente un innesto chirurgico, sia pure col Vaticano, tutto meno che innocente in ambito finanziario, a cambiarne i connotati. Ciò è semplicemente scandaloso e, malgrado le tresche passate con il potere del momento, i concordati con le dittature e gli arrangiamenti coi detentori della ricchezza, non si era mai giunti a tanto. Com’è possibile andare dai poveri in pellegrinaggio, ad esempio tra i campi per profughi o migranti e nel contempo allearsi con coloro che direttamente o meno creano quanto sta accadendo in termini di esclusione sociale e di sfruttamento globale?

Adeguamento al ‘sistema Davos’, nel senso che, in fondo, le politiche vaticane ‘Covid’ sono state finora sostanzialmente funzionali al piano di ‘global reset’ promosso dalla cricca che organizza i famosi vertici dell’élite economico-politica del mondo nella cittadine elvetica. Un piano che tendenzialmente azzera lo spirito umano, l’anima, i desideri più grandi del cuore umano, per appiattirsi su una rivoluzione transumanista che punta al controllo totale del mistero della vita, una sorta di reinvenzione della creatura, fatta a immagine e somiglianze delle intelligenze artificiali. Le scelte vaticane del periodo della pandemia e successive, sono funzionali a questo sistema, senza una parola di critica per favorire le lusinghiere sirene del consenso per attrarre investimeni (in Vaticano?). La profezia di un mondo nuovo si identifica con le politiche vaccinali, ideologiche ed economiche che permettono finalmente la luce promessa dopo il buio dei mesi del confinamento. Nulla sarà più come prima, si ripete incessantemente. Si attende il mondo secondo il vangelo di ‘Davos’, fondamentalmente idolatra (Mammona, in termini profetici), perché pone al centro se stesso come unica salvezza.

La svendita di un patrimonio unico antropologico al miglior acquirente è appunto ciò che sembra accadere. La persona, il volto, la relazione, la com-unione di intenti e di destino, tutto ciò è stato, in questo periodo, svenduto. Distanze, isolamento, disinfezioni, conteggio di morti…Il processo si è rivelato fin dall’inizio, per i più attenti osservatori, come l’uso egemonico-patologico della paura che ha di fatto mutilato la civilizzazione e le più elementari nozioni di convivialità. La morte di persone sole e abbandonate ne è stata la metafora forse più emblematica. Com’è stato possibile rinunciare, in poche settimane e con così poca resistenza, ad un patrimonio così ricco e articolato come quello che ha contraddistinto la visione della persona come mistero di comunione e relazione con il proprio destino, legato a quello degli altri. Si è poi contrabbandato il concetto di ‘bene comune’ per l’obbligo vaccinale mentre tutto, nella società, da anni spinge all’individualismo esacerbato e consumista. Appare perlomeno sospetto che dei perfetti egoisti in economia, politica ed etica diventino, senza colpo ferire, paladini del bene comune e dell’abnegazione.

4. Obbligo morale?

Dal momento in cui è stato disponibile il primo dei vaccini contro l’epidemia Covid-19 un coro pressoché unanime si è levato per sostenere l’obbligatorietà della vaccinazione stessa, chi non volesse sottoporsi al trattamento verrebbe emarginato. Le stesse persone che chiedono questo in nome di un bene collettivo però devono sapere che la somministrazione di un farmaco sperimentale contro la volontà del soggetto è inequivocabilmente in contrasto con le norme del Codice di Norimberga redatto per definire la base giuridica della medicina nazista che si andava a condannare nel tribunale. (Enzo Pennetta, gennaio 2021).

E poi di quale obbligo morale si può parlare, visto che è da tempo risaputo che la ‘vaccinazione’ NON ferma la trasmissione del virus; il vaccinato dunque non è un salvatore e il non vaccinato non è un untore. Si leggano in proposito gli approfonditi studi della Commissione medico scientifica indipendente.

La libertà di coscienza. La stessa Unione europea si è affrettata ad adottare, nel giugno scorso, un regolamento (il n. 953/2021, relativo all’EU Digital Covid Certificate), il cui preambolo afferma la necessità di evitare la discriminazione diretta o indiretta dei soggetti che “hanno scelto di non vaccinarsi”. I principi e le norme in parola sono volti a salvaguardare i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo nei confronti delle applicazioni della biomedicina… Rilevano, in modo specifico, il principio del primato dell’essere umano sugli interessi della scienza e della società, nonché i principi di precauzione, di beneficenza, di non maleficenza e di equo accesso alle cure mediche.

Nella prospettiva indicata, assume speciale rilevanza il dovere del medico/sperimentatore di rispettare gli obblighi professionali ispirati al rigore, alla prudenza, alla professionalità, all’onestà intellettuale e all’integrità morale non solo nella trasparenza delle decisioni adottate e nell’utilizzo delle migliori conoscenze disponibili, ma anche nella presentazione dei risultati scientifici conseguiti (art. 4 della Convenzione di Oviedo, art. 13 della Dichiarazione universale dell’UNESCO del 1997, art. 18 della Dichiarazione universale dell’UNESCO del 2005).

(Il testo originale del Parere è pubblicato sul sito: www.ecsel.org/cieb, fondato dall’amico Luca Marini, giurista).

La citazione del papa, riportata all’inizio di questa lettera aperta, facente allusione all’obbligo vaccinale

…Il Santo Padre ha più volte sottolineato l’importanza della vaccinazione, ricordando che la cura della salute è “un obbligo morale” ed è importante “proseguire lo sforzo per immunizzare anche i popoli più poveri”…invita ad alcune considerazioni.

La più facile è quella di rilevare che i Paesi più poveri, tra questi il più povero in assoluto nel quale si trova chi scrive, il Niger, è stato solo lievemente sfiorato dalla pandemia. I tentativi di ‘facilitare’ o imporre il vaccino sono sistematicamente caduti nel vuoto. In tutta l’Africa, a parte forse il Sudafrica, il Marocco e l’Algeria colpiti in relativa misura, l’epidemia è stata ben gestita, verrebbe da dire, grazie alla non-vaccinazione! Ma il punto principale è legato, appunto, alla coscienza.

Da un lato, quando conviene, si vogliono persone, cittadini, cristiani, consapevoli e responsabili e dall’altra si ‘obbliga’- pena l’esclusione virtuale e reale dal lavoro, dalla comunità – una parte di coloro che cercano di prendere sul serio la libertà di coscienza. Sembra perlomeno contradditorio appellarsi al senso critico e alla maturità dei cristiani nei confronti delle ideologie dominanti della società e al contempo ‘imporre’ sotto pena di minaccia una visone unica, accomodante e funzionale al potere del momento in ambito sanitario. Come non rilevare la contradditorietà del modo di trattare chi, per legittima scelta, ha rifiutato la vaccinazione e si è trovato ai margini della Chiesa. La misericordia e l’attenzione dovuta a chi ha perso il lavoro e, spesso, la reputazione avrebbe dovuto trovare accoglienza e ascolto nelle comunità cristiane.

La censura precoce di altre possibilità terapeutiche si è sviluppata fin dall’inizio e la sola prospettiva vaccinale presa come una garante di uscita dalla crisi dell’epidemia. Come già sottolineato, si sono esclusi tutti i tipi di trattamento di una malattia che in sé non era sconosciuta e di cui esistevano dei protocolli di intervento. Fortunamente, anche nel momento più forte del totalitarismo del pensiero unico sulla malattia, non sono mai mancate voci ‘furi dal coro’, come ad esempio, in Francia i dottori Laurent Toubiana e Christian Perronne, competenti e stimati (prima delle loro prese di posizioni fuori del coro…).

Uno dei siti alternativi propone un articolo che contesta la narrazione ufficiale sulla gravità della malattia, meno del previsto. Essa tocca prevalentemente una fascia della popolazione, spesso con altre  comorbidità…

…’La médecine c’est soigner les gens, quant à la science elle consiste principalement en l’observation… Et dans ce domaine, l’observation faite par les praticiens de terrain à travers le monde  a mis en évidence plusieurs associations qui donnent de bons résultats : l’association Hydroxychloroquine/Azithromycine/Zinc ou l’association Macrolide/Céphalosporine/Zinc semblent éviter les formes graves à condition d’être prises tôt dans l’infection. Utilisée en Afrique, l’Artemisia annua semble aussi avoir une efficacité contre le covid . Aux stades plus avancés, l’on peut recourir aux corticoïdes comme la dexaméthasone, les anticoagulants pour éviter les phénomènes de thromboses, ou encore l’oxygénothérapie .

( M. Annès Bouria, un des signataires du remarquable Appel adressé par des soignants belges à leur gouvernement). Dal testo originale in francese sul sito Anthropo-logique, di J.M. Dominique.

Correi dunque di uno stato di cose che ha contribuito a trasformare una relativamente semplice malattia in una pandemia ‘incontrollabile’ con lo scopo, appena larvato, di arrivare ad un certificato vaccinale europeo che permetta di ‘controllare’ ogni cittadino. Le ricadute, non è difficile immaginarlo, potrebbero andare verso una distopia che solo la fantasia degli scrittori di fantascienza, potrebbero lasciar indovinare. Una  pesante responsabilità nei confronti di ciò che, attraverso azioni o omissioni, mette le basi per un mondo (occidentale per ora), sostanzialmente dominato dagli interessi delle grandi ditte farmaceutiche e dei cosiddetti GAFA…

Conclusione

Che tempo fa dall’altra parte del mondo?

Chi scrive ha passato buona parte lontano dai centri di potere, come missionario apprendista in Costa d’Avorio, Argentina, Liberia e, da oltre 11 anni, nel Niger della sabbia. Chi scrive, nel mese di luglio del 1982, è stato salvato da operazioni e cure mediche nell’ospedale pubblico San Martino di Genova e non ha mai disdegnato le vaccinazioni. Chi scrive, oltre quelle dell’infanzia, ha assunto il vaccino contro la febbere gialla e, prima di partire la prima volta per il Niger nel 2011, è stato volontariamente vaccinato contro una delle forme più diffuse della meningite. Non c’è traccia, in chi scrive, di preclusioni nei confronti dei vaccini ma c’è ‘resistenza’ nei confronti di una visione totalitaria della risposta politica alla ‘pandemia’ Covid.

Infatti una cosa è la malattia e altra sono le politiche di uso della malattia per controllare, modificare e preparare un mondo diverso e funzionale all’egemonia di una élite che, per usare una metafora evangelica, sotto l’apparenza di ‘agnelli’ benefattori illuminati dell’umanità, mostra lupi feroci. Peccato che alcune istituzioni vaticane, e non delle minori, abbiano accettato di collaborare con loro. Molti altri, pagando di persona e discriminati all’interno della stessa Chiesa e nella società come cittadini, hanno scelto di r-esistere.

                                                                                      Niamey, luglio 2022

P.S.- In tutti questi anni lo stato italiano mi ha ignorato. Per rinnovare il passaporto scaduto e con un’ambasciata a Niamey, con tanto di militari, di controllo di frontiere e migranti, sono dovuto andare fino ad Abidjan, in Costa d’Avorio…

Da casa mi si comunica che c’è in atto un procedimento amministrativo che comporterebbe una penalità di 100 euro per non compimento vaccinale. Mi è stata chiesta copia della carta d’identità e del codice fiscale. … Ecco il benvenuto in patria dopo tre anni di assenza…

 

https://www.lepoint.fr/societe/vatican-le-plus-petit-etat-au-monde-dirige-par-le-dernier-monarque-absolu-13-03-2013-1639682_23.php

 

da qui

domenica 4 aprile 2021

L’ottagono di Big Pharma - Guglielmo Ragozzino

 

AstraZeneca ha radici anche in Italia, dove ha tratto linfa dalla svendita dell’industria farmaceutica alla ricerca di rapidi guadagni. Ricostruendo quella storia si capiscono i lati dell’ottagono che costituisce Big Pharma oggi.

 

Il potere di chi ha sotto mano la tastiera è assurdo. In un mondo in cui tutti sanno tutto del Covid 19, con annessi e connessi, uno s’immagina di poter contribuire alle cognizioni generali, aggiungendo qualcosa a proposito di Big Pharma, come fosse oggetto di molta attenzione. Big Pharma è un’espressione colorita, diventata abituale nei tribunali americani, soprattutto nelle cause di class action dei cittadini contro i farmaci o i trattamenti colpevoli di morti o di gravi alterazioni per i pazienti. Nella memoria collettiva c’è ancora il caso verificatosi nella seconda metà del secolo scorso di bambini nati con gravi malformazioni agli arti per un sedativo “sicuro” assunto dalle madri nei primi mesi di gravidanza. Si può dire che il pubblico non riesce a liberarsi dalla paura di conseguenze inattese dei farmaci. Ne discutono, ne fanno propaganda soprattutto alcune persone convinte del potere delle imprese farmaceutiche, della loro segreta connivenza, dell’imbroglio finale che esse condividono, speculando, approfittando della vacuità, della pochezza, della corruzione dei governi. Questa precauzione va utilizzata con buon senso. Imputare colpe infami a un complotto segreto – una delle dicerie intorno a Big Pharma – attribuendolo magari alle mene sconosciute di qualche sconosciuto monarca, qualche Grande Fratello, deciso a utilizzare un’arma proibita di distruzione di massa per conquistare altro potere nell’ingenuo mondo della gente perbene – è un’interpretazione dei fatti che esiste ma serve poco.  In buona misura è una scorciatoia che non aiuta a capire, ma allontana dall’obiettivo del buon giudizio, ammesso che la scelta migliore sia comprendere i fatti per quel che sono e agire in conseguenza. Colpiti dunque dalla ambiziosa presunzione di saperne più degli altri, abbiamo così provato a dire la nostra su Big Pharma, esercitandoci con alcune domande e alcuni tentativi di risposte.

1.      Perché non c’è un vaccino italiano?

2.      Esiste, o esisteva, un sistema farmaceutico nazionale italiano? 

3.      Si trova qualche dritta in un libro: “Il bagnino e i samurai”? 

4.      Che ci fanno i cinesi a Nerviano?

5.      Che cos’è davvero Big Pharma?

6.      Quali sono le imprese farmaceutiche che fanno parte di Big Pharma, ammesso che esista?

7.      Cosa c’entra Zeynep Tufekci?

 

1. Perché non c’è un vaccino italiano?

La domanda sembra provocatoria, soprattutto adesso, nel momento in cui si diffonde la leggenda di un’imminente soluzione italica. Ammesso che esista, sarebbe un laboratorio dislocato qui o là nello Stivale per non sprecare gli ultimi spiccioli della domanda di vaccini. Al contrario, tutti sanno perché non c’è un vaccino italiano. Perché non siamo stati capaci di farlo. O perché, a farlo, non si guadagnava abbastanza. Chissà poi che non sia stato effettivamente fatto, ma poi se ne sia dimenticato il principio ispiratore in un ripostiglio, o perso in qualche trasloco. Inoltre si riflette, forse malignamente, che è meglio così. Come fidarsi di un farmaco tanto importante, vitale e probabilmente complicato, senza avere alle spalle una ricerca scientifica, una coerente fase di sperimentazione, una sensata convinzione nelle proprie capacità? Tutto vero, ma questo non ci esime dal cercare di capire i motivi. Questa incapacità è un fatto recente o è sempre stato così? Un’industria farmaceutica italiana è mai esistita?

 

2. Esiste, o esisteva, un sistema farmaceutico nazionale italiano? 

Il sistema farmaceutico italiano esiste, esiste da un paio di secoli, analogamente a quello quasi coevo in Germania e in Francia. Anche in Italia sono decine i farmacisti che hanno studiato e cominciato a fornire medicine “scientifiche”ai loro pazienti a partire dai primi decenni dell’Ottocento. Erano perlopiù capaci di manipolare le sostanze, provando e riprovando, tanto coraggiosi da tentare; inoltre sapevano leggere e imparare quello che avveniva altrove. Rare le esclusive, ma diffuse le capacità di cercare, studiare e provare farmaci e rimedi. Il nome più importante è Carlo Erba. Nato nel 1811 a Vigevano, laureato a Pavia. Farmacista del milanese, grandi vedute, spirito imprenditoriale schumpeteriano, finanziatore del Politecnico. Uno dei suoi 6 fratelli, Luigi, pianista di vaglia, ne continua il lavoro, si lega all’aristocrazia milanese – Castelbarco, Visconti. Sarà un nipote Visconti arrivato alla testa della società Carlo Erba a venderla alla potente Montedison, appena nata da una fusione, dando la colpa al sindacato che pretende troppo con un suo contratto di lavoro nazionale. Un altro Visconti, parente del precedente, quindi pronipote di Carlo Erba il fondatore, ha da sempre opinioni politiche diverse dalla famiglia e dopo aver diretto La Terra trema e Ossessione, dirige anche Rocco e i suoi fratelli; si chiama Luchino, Luchino Visconti.
Di mano in mano, Carlo Erba finisce prima a Montedison, poi a Kabi Pharmacia poi ad Astra Zeneca e poi a Johnson & Johnson. Non è la sola; c’è un altro ramo della maggiore industria farmaceutica nazionale da non dimenticare.
La potente nuovissima Montedison nasce nel 1965 ed è la fusione della chimica nazionale, Montecatini e della maggiore compagnia elettrica italiana, Edison, piena di denaro contante per aver venduto centrali e linee elettriche e contatori allo Stato e cioè a Enel per la legge sulla nazionalizzazione elettrica del 1962. Piena di contante e senza idee. Montecatini possiede da decenni metà Farmitalia, seconda grande impresa farmaceutica nazionale che dalla famiglia Schiapparelli era passata nel lontano 1936 in proprietà a una società paritetica tra la stessa Montecatini e i francesi di Rhône Poulenç. Il destino è scritto. Acquisita l’intera società, data la disponibilità di capitale fresco ex elettrico, avendo liquidato il socio francese, Montedison si trova in mano due società farmaceutiche, le maggiori in un paese in cui gli altri pezzi forti si appoggiano a imprese straniere. Solo nel 1978 si realizza la fusione Farmitalia – Carlo Erba. Se c’è voluto tanto, la causa apparente è qualche pasticcio di Borsa. Sotto è probabilmente l’insofferenza di direttori e ricercatori a riallinearsi nel nuovo gruppo, rinunciando a ricerche e sviluppi in corso. Dopo tutto è la storia di tutte le fusioni dell’epopea capitalistica, ma è particolarmente difficile in un ambiente impegnativo come quello dei farmaci per la vita delle persone. Nel 1987 delisting, cioè uscita dalla Borsa, tanto per evitare che qualcuno possa chiedere conti o ricchi dividendi e acquisto del 41% di Antibioticos, impresa spagnola; i responsabili montedisini hanno compreso che è necessario allargarsi e crescere di peso per fronteggiare le malattie e le cure, nel mondo globalizzato o almeno nell’occidente ricco, per non rimanere in seconda fila; se c’è un momento per un Big Pharma nazionale, è proprio questo. Solo che, dopo un tira-e-molla (compro io o compri tu?) con gli svedesi di Kabi Pharmacia, sono questi ultimi a comperare tutto. In Montedison è però cambiato molto, per la terza o la quarta volta in dieci anni. Ora si chiama Enimont. A vendere, adesso, è il nuovo leader di Montedison, che come si vedrà al prossimo capitolo faceva da giovane il bagnino. Da bagnino a capo di Montedison ed Enimont? Una carriera favolosa.

 

3. Si trova forse qualche risposta in un libro: “Il bagnino e i samurai”? 

Un bagnino di bell’aspetto, a Cesenatico, fa innamorare una signora di buona famiglia, anzi buonissima: è una Ferruzzi. Il bagnino se la sposa e abbandona le spiagge cambiando mestiere. Diventa allievo e collaboratore di Raul Gardini oltre che suo cognato. Si chiama Carlo Sama. La famiglia dopo un po’ liquida Gardini, per le sue mani bucate e l’ego esagerato che lo ha portato a uno scontro frontale con i poteri costituiti del capitalismo italiano – banca e industria – e affida quel che rimane dell’impero Ferruzzi dilapidato proprio a Sama. Il compito di Sama è complicato. Gardini, subito prima di essere estromesso dalla famiglia, in un’insolita partita a pari e dispari ha appena vinto Enimont, cioè l’acquisto dell’intero impero Montedison + Eni: la chimica, la finanza e il resto. La mano ora tocca a Sama. Questi chiama Garofano, un manager qualsiasi, come responsabile operativo e trattiene per sé le scelte finanziarie. Trascurando il resto, che sarebbe poi Tangentopoli dove, uno dopo l’altro, incappano tutti i personaggi rilevanti della storia, anche tragicamente – spesso la farsa si trasforma in tragedia, come tutti già sapevano, ben prima di Carlo Marx – qui occorre ricordare solo la vendita agli svedesi di Farmitalia, Carlo Erba compresa, per duemila duecento miliardi di lire. L’indebitamento bancario di Enimont, alla cui copertura era destinato, superava quell’entità da dieci a quindici volte. Così dopo aver svenduto il gruppo farmaceutico, la famiglia Ferruzzi è costretta a cedere tutto il resto consegnando le chiavi, cominciando da quelle della grande chimica appena conquistata. Trascurando altri dettagli, per divertenti (o tragici) che siano ed evitando di perdere tempo sui disastri industriali, sociali, sindacali, scientifici, umani, processuali legati molto spesso alla caduta di Enimont, torniamo a bomba.
Pharmacia Kabi, il compratore svedese che fa parte del gruppo Precordia, ha presunto troppo del suo appetito: non è in grado di smaltire da solo Farmitalia e Carlo Erba. Quindi, gli svedesi che ormai, cambiato nome e modello, si chiamano Astra, si associano, seguendo la moda del tempo, agli inglesi di Zeneca che a loro volta sono un risultato dello spacchettamento in tre parti dell’inglese, di antichi natali, Imperial Chemical Industries, ICI. Il gruppo farmaceutico italiano, ormai filiale anglo-svedese è ben presto smantellato nei fatti nonostante tutte le promesse; vengono così dispersi i samurai, cioè i ricercatori, ricordati nel titolo, “Il bagnino e i samurai” dello studio di Daniela Minerva e Silvio Monfardini, edito da Codice, dedicato alla  precocissima fine della ricerca biomedica in Italia. Insieme ai samurai è disperso il loro lavoro generoso, la ricerca, che si sforzava di conoscere, imparare, insegnare. Tutto per aria, tutto sprecato, perché la ricerca non offriva un guadagno immediato che è quello di cui gli azionisti hanno spesso un bisogno disperato. Nei consueti stravolgimenti dell’industria farmaceutica talvolta qualche pezzo viene dimenticato; è il caso di Nerviano e dei cinesi. Che fanno i cinesi nella farmacopea lombarda? E perché proprio Nerviano?  

 

4. Che ci fanno i cinesi a Nerviano?

Al disastro generale sfugge solo Nerviano, forse troppo piccolo o scomodo, o troppo marginale per far gola a Big Pharma che intanto si sta costituendo anche in Europa. La storia è troppo nota per raccontarla di nuovo, anche se può servire di ammonimento. A difendere l’impianto di ricerca di Nerviano, (un paese sperduto nel milanese) non certo uno dei maggiori punti di ricerca del complesso intero ceduto da Enimont agli anglo-svedesi, si muovono generosi esponenti dei Corpi Intermedi. Costoro (sindacati, associazioni volontarie, università, partiti,  organizzazioni di culto) si preoccupano – pensate un po’ – per gli 800 dipendenti, molti dei quali ricercatori. Nerviano (chiamiamolo così; in realtà il nome professionale è NMS group, Nerviano Medical Sciences): Nerviano è rilevato dalla Congregazione dei figli dell’Immacolata Concezione, un ente vaticano che copre gli interessi di Medical Sciences, Fondazione Regionale di Ricerca Biomedicale (in sigla FRRB) che compete alla Regione lombarda – siamo ai tempi del Celeste, notissimo presidente di quest’ultima. Vi sono dunque interessi dagli incerti confini ma orientati al mondo cattolico. Interessi di altro tipo riguardano i creditori: in particolare – sembra – Unicredit che è fuori per centottanta milioni di euro, Banca Popolare di Sondrio che soffre per venti e Finanziaria Finlombarda esposta per trentacinque. Il tira-e-molla si perpetua per una ventina d’anni, finché la mossa risolutiva è compiuta dal Chengdu Bonded Logistic Investment, una apprezzata filiale del Chengdu High Tech Investment che fa capo allo Shangai Advanced Research Institute, un caposaldo dell’accademia delle scienze cinese, emanazione dello stato cinese. Costoro, a partire dalla locale free zone non lontano da Shangai, avrebbero configurato il collegamento tra un forte nucleo di imprese farmaceutiche cinesi, posto a un capo della via della farmaseta, gettando l’altro capo presso Milano, prendendo il controllo del centro di ricerca di Nerviano, in modo di essere presenti agli sviluppi del farmaco in Europa con un punto di attenzione di qualità. Così avrebbero acquistato il novanta per cento delle azioni di Nerviano, con una spesa di trecento milioni, lasciando il resto a FRRB e quindi alla regione lombarda. Che alla fin fine sia lo stato cinese che sceglie di entrare da una porticina posteriore nel Big Pharma d’Europa?
Storie di tutti i giorni.

 

5. Chi è, cos’è quel Big Pharma di cui tanto si discute?

Eccoci al punto. Non dobbiamo pensare a Big Pharma come un circolo degli scacchi al quale gli interessati, con titoli appropriati, possano iscriversi. È piuttosto una comodità che ci prendiamo noi estranei per parlare in modo comprensibile delle principali imprese del settore, con interessi multinazionali e forza d’intervento. Le imprese multinazionali che fanno parte di Big Pharma sono attualmente (a occhio) non meno di dieci e non più di venti. Chiedono l’iscrizione altre grandi imprese indipendenti che attendono solo l’occasione per debuttare in società. Grandi agglomerati cinesi, russi, indiani, talvolta giganteschi, non sono ancora ammessi, anche perché di essi – dei loro numeri – si sa troppo poco. Difficile essere più precisi perché il quadro mondiale della Grande Farmacia è fluttuante. Le imprese del club si sfiorano, si alleano, si litigano, si pigliano. Soprattutto si copiano, cercando il farmaco che può consentire agli azionisti di guadagnare parecchio. Nell’ultimo numero di Fortune 500 global 2020 le società prese in considerazione sono tredici. Un’indicazione tra le altre, considerata per molto tempo la più affidabile.
Importante è conoscere l’apertura spaziale del Big Pharma. Di solito si guarda alle maggiori  imprese del settore, con l’accortezza di scorporare le parti, sempre o quasi presenti, che riguardano attività diverse dalla farmacopea propriamente intesa. Per esempio Johnson & Johnson che passa per la maggiore deve essere depurata dei profitti dipendenti da prodotti come gli oli solari o la cera per pavimenti. I conti più accurati sono di riviste specializzate che a loro volta rientrano apertamente in blocchi d’interessi finanziari a tutto campo. Il conto di Forbes, che bada al contante, riguarda trentacinque società del settore farmaceutico con un livello di vendite superiore ai dieci miliardi di dollari. La distribuzione per nazionalità – ammesso che nel caso di multinazionali la distinzione significhi qualcosa – è che ventidue imprese sono americane, quattro sono tedesche, due britanniche, due svizzere, due giapponesi, una francese, una norvegese, una cinese. La presenza di una sola impresa cinese lascia qualche sospetto: conviene ritenere che siano censite solo le vendite di Big Pharma in Occidente, senza tener conto del resto. Come si è detto, il nome Big Pharma implica disprezzo oltre che ammirazione. Nasce dalla pubblicistica degli Usa che se ne serve per polemizzare con le grandi imprese farmaceutiche del paese, spesso sotto accusa nei tribunali.
Può essere istruttivo mettere a confronto due diverse classifiche: le venti imprese maggiori del settore, nel 2020, tenendo conto delle osservazioni che precedono e la classifica, e le dieci imprese, dieci soltanto, le maggiori del ramo, del 2017. Dal confronto si può cogliere l’andamento generale e la tendenza a crescere e superarsi. 

  


Le imprese prima elencate sono di fatto multinazionali: per multinazionale s’intende la società che agisce in molte parti del pianeta, per vendere i suoi prodotti e per comprare semilavorati da assemblare. Le cronache di marzo hanno attribuito alla chiacchieratissima AstraZeneca una decina di impianti in diverse sedi, capaci di sfornare il famoso vaccino. Ogni multinazionale a conti fatti accetta di scegliersi una bandiera, o più bandiere per garantirsi una maggiore capacità di movimento, coperture internazionali, libertà nel pagare le tasse; o non pagarne. Questo aspetto del capitalismo attuale è in pratica acquisito universalmente, anche se ogni tanto uno Stato s’inalbera e multa la multinazionale in questione per aver evaso le tasse. Nel particolare settore delle medicine e della sanità è forse più difficile accettare le regole valide per altri settori: gli elettrodomestici, la produzione alimentare, l’abbigliamento, e così via. Nelle ultime settimane si è assistito, per esempio, a un rovesciamento dell’abituale favore di questo o quello Stato per l’impresa “nazionale” che vende all’estero i suoi prodotti; in presenza di un embargo per alcuni prodotti farmaceutici, in particolare i vaccini contro il Covid 19, nella preoccupazione di privarne i propri concittadini, si crea una condivisa avversione (da parte di tutte le parti politiche, liberali compresi) nei confronti dell’impresa così birichina. 

 

6. Big Pharma, quali problemi? Quali soluzioni?

Tutte le multinazionali hanno problemi per produrre, vendere, fare i propri comodi. Possiamo immaginare che un’impresa del club Big Pharma ne abbia più di un’altra che agisce fuori, che vende oggetti meno vitali, per esempio automobili. Un’impresa Big Pharma si potrebbe rappresentare, in modo schematico, come un ottagono. Nella realtà, le frecce/direzioni di un Big Pharma sono a volte molte di più e sono certamente diverse, se si mettono a confronto. Con una figura geometrica e un profluvio di parole sarà possibile farsi capire, almeno un po’. Possiamo intendere che ogni lato dell’ottagono rappresenti una direzione dell’impresa; le frecce sono di diversa entità, per descrivere in modo approssimativo gli aspetti più importanti, i flussi di potere di un Big Pharma. 

Al primo punto sono gli azionisti. Chi siano gli azionisti non è facile da dire. Ve ne sono di importanti, con rilevanti pacchetti azionari, che decidono sulle nomine e le revoche dei capi al comando: Ceo e  President della società Big Pharma. Questi tali azionisti sono di solito fondi azionari con migliaia di partecipanti al Fondo. Per fare un solo nome, ben conosciuto, BlackRock, un Fondo che è presente con importanti partecipazioni in ogni impresa industriale, in ogni banca che conti, nel pianeta occidentale. I Fondi e in genere gli azionisti non vogliono sapere niente se non l’entità del dividendo (e il valore della loro quota all’entrata e all’uscita). L’attività aziendale non li riguarda, si tratti di medicine o di armi. 

Al secondo lato del poligono c’è lo Stato o più genericamente il sistema politico che ha una funzione di semaforo. Il semaforo può segnare il rosso, il verde e il giallo, autorizzando o bloccando o rallentando (o accelerando) l’attività del Big Pharma. La direzione/freccia che si occupa di questo sistema di permessi e divieti, che tiene i contatti con lo Stato, ha, come è facile capire, il suo daffare. 

Poi, al terzo, ecco i finanziatori, banche o altri creatori di denaro cui si deve garantire un compenso che riduce quello che rimane per gli azionisti. 

Quarti e quinti, altri due lati dell’ottagono, operai e ricercatori, pur necessari all’attività, incidono sui profitti e il Ceo, con il President e gli altri collaboratori devono riuscire a risparmiare salari e compensi senza perdere o scontentare gli addetti alla ricerca o trascinare alla vertenza o allo sciopero gli operai (che rappresentano nel nostro ottagono tutti i dipendenti – spesso migliaia di persone – che lavorano nel fare, impacchettare, vendere, traportare, i farmaci dappertutto). Tornando alla ricerca, in parte la si può copiare, ma non è possibile del tutto. Occorrono cacciatori di talenti che dovranno fare il giro delle università (e delle cantine-laboratorio) brulicanti di geniali sconosciuti, per scoprire le novità e assicurarsele prima che arrivi un altro cacciatore di tartufi, con più fortuna. In genere occorrono laboratori e sottoscala sparsi per il mondo, alla ricerca del migliore rapporto spese/profitti ritrovabile nel pianeta. Qui entra in gioco il semaforo, forse più semafori, con permessi, indugi, divieti. 

Al sesto posto i concorrenti. Big Pharma detesta e vorrebbe scagliare maledizioni sui concorrenti, ma non può. Allora elabora patti spartitori con loro, si associa, fa compravendite di farmaci e di territori e tra sgambetti e abbracci con amici e nemici, fingendo e occultando, tira avanti. Per vedere come funziona davvero un Big Pharma nel mondo conviene osservare la voce Pfizer in wikipedia. Oppure seguire in un altro wikipedia la storica storia di Zeneca, dalla nascita nell’Ici, Imperial Chemical Industrie, fino all’inglorioso assorbimento da parte degli svedesi di Akzo, passando per i casi dei pesticidi mortali come il Paraquat, decisivo per alcuni lustri, portatore di enormi profitti. 

Settimo arriva l’OMS con il seguito di tutte le altre agenzie del farmaco, come l’Ema. Sono burocrazie insopportabili per Big Pharma; gente che non sa niente, non ha mai visto da vicino neppure un alambicco e si vanta e crede di poter decidere della vita e del successo di tutti gli altri, persone e valide imprese. In realtà OMS e consorti non fanno che rallentare il traffico dei brevetti o dei non brevetti sui farmaci e di conseguenza l’andamento delle cure e i profitti. Aveva tutte le ragioni il mai abbastanza lodato Donald Trump quando ha cercato di abolire l’OMS e il resto, senza però arrivare al risultato finale. 

Ottavo, ultimo lato dell’ottagono è quello dei malati. Costoro sono – siamo – veramente fastidiosi per Big Pharma: se potesse abolirci del tutto, una volta per tutte, lo farebbe volentieri. Ma non si può. Le religioni, l’etica dei non religiosi – tutti quei comunisti! – lo impedisce. Ma chi paga se non ci sono più i malati? Chi comprerà i farmaci? Basterà lo Stato, basterebbero gli Stati per tutti i cittadini? Chi s’inventerà qualche male? 

Per finire con un controcanto: 

7. Che dire degli errori che hanno aiutato il virus?

In un lungo articolo con questo titolo, pubblicato da The Atlantic e ripreso da Internazionale 13-18 marzo, Zeynep Tufekci ci mostra alcuni di quegli errori. I suggerimenti sono semplici; semplici e assai poco ascoltati. Il più importante di tutti è quello di stare all’aperto il più possibile, ma è poco seguito e molto temuto, come si vede con la drastica chiusura degli spazi aperti in molte città. Dal testo della sociologa abbiamo ricavato qualche altro principio che serva come antidoto per tutte le cattiverie su Big Pharma che precedono. Un primo consiglio è quello di “rafforzare le nostre difese” contro tutto quello che può indebolirle, “sia contro future pandemie sia contro le numerose sfide politiche, ambientali, sociali e tecnologiche che abbiamo davanti, nessuno di questi problemi è irrisolvibile, ma prima dobbiamo conoscerli”. Poi ci viene suggerito un principio essenziale: la riduzione del danno. “Se c’è un bisogno umano insoddisfatto, non possiamo semplicemente augurarci che sparisca, dobbiamo semplicemente consigliare alle persone come fare quello che vogliono in modo più sicuro”. Infine c’è un’esortazione: mettercela tutta per sperare in un futuro diverso. “Dopo un anno così faticoso è difficile per tutti – compresi gli scienziati, i giornalisti e le autorità sanitarie – immaginare questa fine, sperare…. Miliardi di persone ….. hanno sopportato le scuole chiuse, l’impossibilità di vedere i propri cari, la perdita del posto di lavoro, l’assenza di attività comuni, la minaccia e la realtà della malattia e della morte”. Sperare è possibile?


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