Visualizzazione post con etichetta Siria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Siria. Mostra tutti i post

venerdì 3 settembre 2021

senz'acqua


L’acqua della Mesopotamia: la contesa che prosciuga il Medio Oriente - Anna Corrente 

 

Nasce dalla confluenza del Kara e del Murat, il fiume Eufrate: l’immenso corso d’acqua che si estende dalla Turchia in direzione sud verso lo Shatt al-Arab, fiume dell’Iraq meridionale. Qui, prima di sfociare nel Golfo Persico, l’Eufrate si ricongiunge con il Tigri, nato anch’esso in territorio turco, ai piedi della catena montuosa del Tauro. Nel mezzo, come abbracciata dai due corsi d’acqua, c’è la Mesopotamia: il ventre placentare della civiltà. Dell’antico splendore di una terra un tempo rigogliosa e ricca di risorse naturali, oggi altro non resta che le pagine dei libri di storia che la raccontano. La Mesopotamia è ormai asfittica e completamente schiacciata dalla morsa degli interessi politici ed economici legati alla gestione delle acque dei due grandi fiumi. I principali protagonisti della contesa sono la Turchia, l’Iran e l’Iraq. I primi due muovono le pedine fondamentali di questo gioco strategico, approfittando della loro posizione geografica e dell’attuale debolezza dell’amministrazione irachena, la quale soccombe invece sotto il peso delle scelte economiche delle altre, da un lato, e dell’inadeguata regolamentazione per la tutela ambientale, dall’altro.

Se sono tre i Paesi direttamente coinvolti nella gestione delle risorse, il numero delle popolazioni travolte dalle conseguenze di questo conflitto d’interesse è molto più grande. Il bacino idrico del Tigri-Eufrate interessa anche la Siria (colpita a sua volta da un conflitto esacerbato proprio dalla carenza d’acqua), l’Arabia Saudita e marginalmente anche la Giordania e il Kuwait. Dalla disponibilità idrica dei due fiumi dipendono innumerevoli comunità territoriali, che vivono di pesca e agricoltura, e che subiscono le conseguenze più dure della crisi dell’acqua.

L’inquinamento e la lotta per l’egemonia sul corso dei due fiumi stanno devastando la mezzaluna fertile e generando una crisi tanto umanitaria quanto politica nel sud-ovest asiatico, a conferma di quanto l’oro blu rappresenti un fattore geopolitico chiave per la sicurezza della regione e, più in generale, dell’intera comunità internazionale. 

Gli interessi turchi e iraniani per l’acqua della Mesopotamia

L’origine della crisi relativa all’uso delle risorse idriche del Tigri e dell’Eufrate è da ricondursi al collasso dell’Impero Ottomano. Il crollo del regno multietnico e la ritrovata sovranità delle diverse comunità impedirono che una sola autorità politica riuscisse ad esercitare il controllo sulle risorse, la cui gestione non fu mai regolata da accordi ufficiali se non alla fine del Novecento. Da allora, lo sfruttamento idrico è stato gestito dalle singole amministrazioni nazionali che hanno fatto dell’acqua un elemento proprio della loro sovranità. Già all’inizio del XX secolo iniziarono a sorgere le prime opere di sbarramento sull’Eufrate ad opera dell’Iraq, dove si distribuisce circa il 46% dell’intero bacino idrico. Dighe e canali vennero costruiti dall’amministrazione irachena per fronteggiare l’aumento esponenziale della popolazione e per gestire le opere di irrigazione necessarie ad implementare le riforme agrarie degli anni Cinquanta.

Fu tra gli anni Sessanta e Settanta che la relazione privilegiata dell’Iraq con le acque dei due fiumi si incrinò. Nel 1958 la Turchia presentò il Grande progetto di sviluppo regionale nel Sud-Est  Anatolia, noto come GAP, che prevede la costruzione di 22 grandi dighe e 19 centrali idroelettriche entro il 2023, lungo il bacino del Tigri e dell’Eufrate. Complice anche la posizione strategica “a monte” del bacino, le ambizioni politiche ed economiche di Ankara hanno esasperato lo sfruttamento delle risorse e hanno letteralmente contingentato la disponibilità d’acqua degli Stati a sud dei corsi fluviali come la Siria e l’Iraq.

La controversia più grande del progetto è quella relativa alla costruzione della diga Ilisu lungo il fiume Tigri. Lo sbarramento mette a repentaglio la vita delle comunità siriane e irachene che, sconvolte dalla guerra e dalla siccità, dal 1975 hanno intrapreso una vera e propria lotta tra poveri per cercare di assicurarsi minimi approvvigionamenti idrici. In particolare, l’inondazione causata dalla costruzione della diga ha tolto terreni fertili ai curdi della zona, contro i quali l’acqua è impiegata come vera e propria arma politica dal governo turco. Lo sbarramento dei corsi d’acqua infatti, non serve solo a investire sul rilancio energetico della Turchia, ma torna utile anche per indebolire le popolazioni curde vicine al PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan, spina nel fianco del governo Erdogan), costringendole ad abbandonare i territori lungo il fiume.

Come la Turchia, anche l’Iran gode di un certo vantaggio strategico. Pur collocandosi a sud-est della regione, il governo iraniano disciplina l’accesso ad importanti affluenti del Tigri e del Shatt Al-Arab e, riducendo i flussi d’acqua da est, mette in ulteriore difficoltà l’Iraq. Teheran ha inoltre adottato posizioni particolarmente intransigenti nei confronti del governo iracheno, in risposta all’ inasprimento delle tensioni dopo le guerre al tempo di Saddam Hussein. Si calcola che circa 42 corsi d’acqua siano stati deviati o prosciugati per mano iraniana, con disastrose conseguenze sui territori limitrofi.

L’Iraq in ginocchio, a un passo dalla crisi umanitaria

Se Turchia e Iran posseggono i mezzi politici, militari ed economici per perseguire i propri obiettivi strategici, è impossibile attribuire le stesse capacità all’ Iraq, dilaniato da un tale stallo politico da non avere alcun potere contrattuale sulla gestione delle risorse.
Secondo 
un’analisi del 2013, il Tigri e l’Eufrate rappresentano la principale fonte d’acqua dell’Iraq ma la combinazione di fattori quali il cambiamento climatico, l’aumento della popolazione e la costruzione delle infrastrutture legate al GAP, rischia di prosciugare il bacino entro il 2040. La scarsità d’acqua si è già tradotta nel riversamento della popolazione nei grandi centri urbani e nell’abbandono di migliaia di ettari di terreno agricolo. Tra il 2018 e il 2019 inoltre, a Ninive, sono state vietate le colture di riso, sesamo e grano poiché la loro produzione risultava troppo dispendiosa per le disponibilità idriche della regione. Quella per l’acqua è una guerra senza bombardamenti né armi in cui l’Iraq, privo di un governo stabile dopo il conflitto vissuto fino al 2011, sta lentamente soccombendo.

La crisi è quindi economica ma soprattutto umanitaria, dal momento che le ultime risorse disponibili sono sottoposte, per giunta, alla deleteria amministrazione dello Stato iracheno. L’inesistenza di regolamenti ambientali e le negligenze di Baghdad hanno portato ad un tale deterioramento delle falde acquifere che, solo nel 2018 a Basra, circa 118mila persone sono state ricoverate per sintomi riconducibili a intossicazione da acqua inquinata. Agricoltura e pesca, principali fonti di reddito della popolazione irachena, sono ormai compromesse.

In questo contesto instabile, le organizzazioni terroristiche come l’ISIS trovano terreno fertile. Favorite dalla rassegnazione civile e dalle rivalità geopolitiche, in certe aree dell’Iraq la loro influenza è tale da garantire il pieno controllo sulla gestione delle infrastrutture idriche.

Le incerte prospettive regionali

Già nel 2013, l’Onu aveva fatto appello alla diplomazia multilaterale tra gli Stati del Medio Oriente e Nord Africa (MENA) affinché cooperassero per cercare soluzioni alla questione. Nell’aprile del 2019, sotto l’ombrello di Save the Tigris e con la collaborazione di ricercatori, attivisti e ong locali, è nato il primo Mesopotamian Water Forum per elaborare un modello di governance dal basso, in grado di tutelare le comunità locali.

Nonostante la partecipazione al forum di Turchia e Iran, nessuna delle due potenze sembra intenzionata a smettere di utilizzare l’oro blu come arma di soft power, approfittando della debolezza dell’Iraq, definito da alcuni come uno Stato ormai fallito. In Iraq però, la società civile pare intenzionata a continuare a combattere per il proprio diritto all’acqua. Campagne come quella del “Make Rojava Green Again”, dimostrano come là dove gli Stati falliscono, è la mobilitazione dal basso a fungere da unica nutrice della speranza di questi territori.

da qui



Siria ed Iraq tra i primi in Medio Oriente - Nancy Drew

L’estate 2021 è stata particolarmente dura per tutti i Paesi intorno al Mar Mediterraneo, sia climaticamente per le temperature oltremodo fuori misura, e soprattutto perché la maggioranza di essi hanno dovuto lottare con vasti ed innumerevoli incendi. Questi ultimi sappiamo essere anche attività criminali e di piromani, ma altresì particolarmente facilitata a causa dei cambiamenti climatici in atto sul nostro Pianeta ( https://www.theblackcoffee.eu/il-mediterraneo-brucia/ ).

La siccità è uno dei più importanti effetti del surriscaldamento globale.

A loro volta gli incendi sono facilitati dalle alte temperature e dalla siccità, in un vortice di concause che si intrecciano tra loro e si autoalimentano.

Tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale, il più colpito da questi fenomeni è stata la Siria e il confinante lraq.

Secondo il Norwegian Refugee Council, in questi due Paesi sono 12 milioni gli abitanti che stanno perdendo l’accesso all’acqua, sia essa potabile – insostituibile per la vita umana – che utile per irrigare i campi che poi daranno i raccolti per il sostentamento delle famiglie. Altre attività che ne hanno fortemente risentito, spesso a conduzione familiare, sono gli allevamenti dei pesci.

In Siria del Nord e dell’Est, sono circa 5 milioni le persone che dipendono dal fiume Eufrate, mentre proprio in queste settimane l’Amministrazione Autonoma AANES rende noto di aver terminato la ricostruzione di alcuni importanti allacciamenti idraulici alle città di Hasakah e Deir ez Zor, distrutti dall’Isis durante le sue scorribande.

Qui, circa 400 chilometri quadrati di terreno agricolo rischiano la siccità totale, mentre due dighe nel nord del Paese, che servono tre milioni di persone con la produzione di elettricità, rischiano la chiusura imminente. Lo stesso succede in Iraq, dove in vaste aree gli agricoltori non sono riusciti a portare a termine le loro produzioni di cereali – quali il grano – che risulterà diminuito dal 50 al 70 per cento. Particolarmente colpiti risultano la regione di Ninewa e del Kurdistan.

La questione delle dighe – in Siria e in Iraq – è strettamente legata anche alle politiche idriche della Turchia, dove i maggiori fiumi Eufrate e Tigri che attraversano i due Paesi mediorientali, hanno le loro sorgenti.

Nelle ultime decadi – a monte – la Turchia ha costruito immense dighe, che solo per questo hanno diminuito la portata di acqua nel corso dei due fiumi del 30 per cento ( https://www.theblackcoffee.eu/acqua-bene-comune-o-elemento-di-ricatto-bellico/). Oltre all’approvvigionamento per le proprie necessità interne, questo meccanismo agito dalla Turchia – deciso in autonomia senza il confronto con gli altri due Paesi confinanti – è divenuto palesemente un ricatto politico e bellico.

Carsten Hansen – direttore regionale del Consiglio norvegese per i rifugiati – ha affermato che il crollo totale della produzione di acqua e cibo per milioni di siriani ed iracheni è imminente. Questo effetto disastroso porterà altre centinaia di migliaia di iracheni e di siriani – di cui molti tuttora sfollati per salvare le loro vite dalla furia del Califfato Islamico – a dover ancora cambiare area per trovare sostentamento alle famiglie.

La crisi idrica in corso – secondo Hansen – diventerà presto una catastrofe senza precedenti che spingerà sempre più verso lo sfollamento interno o verso i Paesi confinanti.

da qui

mercoledì 16 giugno 2021

Il destino degli animali sfollati nella guerra siriana: una storia ancora tutta da scrivere - Estella Carpi

 

Durante la guerra siriana, che infuria ormai da un decennio, l’attenzione di studiosi, commentatori dei media e attivisti si è concentrata principalmente  sull’esodo degli umani. Più del 60% della popolazione mondiale di rifugiati – oltre il 30% dei quali sono vittime di sfollamenti interni – risiede in Medio Oriente, ed è diventata tale principalmente a causa di conflitti armati su vasta scala. La guerra siriana, iniziata a seguito di una rivolta popolare nella primavera del 2011, ha provocato mezzo milione di morti (Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati), quasi sette milioni di sfollati – il 70% dei quali vive ancora in Medio Oriente – e 14 milioni di persone bisognose di assistenza.

A causa della tragica portata delle perdite umane, il destino degli animali non umani durante la guerra in Siria è stato sottovalutato e qualsiasi accenno  riguardo ad  essa nelle conversazioni informali che ho avuto nel corso degli anni con ricercatori e opinionisti internazionali che si occupano di quest’area geografica, è stato spesso disapprovato o ignorato. Con questo articolo,voglio incoraggiare i lettori ad andare oltre le gerarchie inter-specie, che causano modi di pensare errati, come ad esempio che una specie di per sé sia più o meno importante di un’altra. L’abitudine  di stabilire gerarchie esistenziali tra animali ed esseri umani deriva da una visione antropocentrica degli animali che condividono con noi l’habitat naturale e l’ambiente. In questo senso, la cura degli animali diventa “buona” o “cattiva” in risposta alle nostre abitudini personali, alla nostra cultura e, soprattutto, alla nostra capacità di cura sociale ed economica. In effetti, nelle società occidentali, la cura degli animali, in particolare degli animali domestici, è stata ampiamente associata allo stile di vita delle classi medio-alte, che  desiderano e possono nutrire, prendersi cura e accudire gli animali. Per così dire, la “borghesizzazione” della cura degli animali  (dove quest’ultima è spesso vista come l’assistenza fornita da persone benestanti dotate di tempo e risorse che consentono loro di pensare oltre la sopravvivenza umana) e le reazioni critiche ad essa hanno finito per influenzare il nostro sguardo esterno sul conflitto umano e sulle migrazioni forzate e hanno pericolosamente legittimato l’esclusività dell’assistenza agli umani. Osservare la totalità di questo ecosistema multi-specie di guerra e migrazione forzata rivela una complessità che rimane inascoltata a causa del nostro sguardo antropocentrico.

Gli animali colpiti dalla guerra sono stati discussi principalmente in termini di sopravvivenza umana e sostenibilità, ma con precise eccezioni. Ad esempio, nel 2012, l’agenzia di stampa Reuters  dedicò una galleria fotografica ad animali, come tartarughe e gatti, che cercavano di sopravvivere ai bombardamenti, cercavano cibo in aree quasi spopolate e, a volte, lo ricevevano da gruppi armati che vivevano o occupavano per breve tempo questi quartieri distrutti dalla guerra. Per allargare queste visioni frammentarie, mi concentro sul destino degli animali durante il conflitto siriano e sul loro uso discorsivo e logistico nelle narrazioni di guerra.

L’omissione del destino degli animali nel giornalismo di oggi e  negli studi accademici sui conflitti armati ha portato a ignorare un elemento fondamentale nella vita dei rifugiati che hanno dovuto lasciare la Siria: l’incurabile danno esistenziale causato dalla necessità di abbandonare i propri animali domestici o, per coloro che avevano uno stile di vita rurale, il loro bestiame. In molti casi l’abbandono degli animali –  anche solo di una mucca allevata per il latte o di una gallina allevata per le uova – ha generato dolore e disorientamento emotivo nella vita degli sfollati. Tali abbandoni sono vissuti come un inevitabile sacrificio quando si lascia il paese dilaniato dalla guerra e si costruisce una vita altrove. In effetti, la maggior parte dei rifugiati siriani che ho incontrato nei villaggi del nord del Libano – e che spesso lavorano nelle fattorie libanesi – hanno un background rurale. Ricordano spesso il bestiame che possedevano e come si prendevano cura di loro quando vivevano in Siria. Molti di loro dicono di chiedere regolarmente ai vicini il destino di questi animali abbandonati; la maggior parte degli animali che non sono stati rivenduti  sono morti di disidratazione, fame e malattie.

Nonostante ciò, lo sfollamento  degli animali è stato affrontato solo dal punto di vista della sopravvivenza degli esseri umani e dell’importanza di rilanciare  la produzione agricola siriana, che prima del conflitto faceva affidamento sull’esportazione di bestiame, che rappresentava il 15% della forza lavoro agricola interna. Ma qual è stata la sorte di questi animali? Gli animali domestici, da soma e da fattoria, sono stati spesso uccisi come bottino di guerra, introdotti di contrabbando nei paesi vicini o rubati, spostati, venduti o uccisi sotto le bombe. Di conseguenza, il tasso di proprietà privata del bestiame all’interno del paese è sceso al 60% dall’inizio del conflitto. Molti allevatori hanno dovuto abbandonare la loro professione e il loro stile di vita e lasciare il paese o migrare in altre località della Siria in cerca di nuovi mezzi di sussistenza.

Gli animali e la violenza sugli animali sono stati ampiamente  utilizzati come una strategia di “soft power” per plasmare le relazioni tra attori politici e come uno strumento per guadagnare credibilità nelle comunità locali e internazionali, screditando moralmente i nemici politici. Ad esempio, c’è del materiale mediatico arabo che illustra questa pratica, con video che mostrano i leader della shabbiha – teppisti fedeli al presidente siriano Bashar al-Assad – gettare un cavallo arabo “ purosangue ” ai loro leoni per il cibo, come scritto nel Tweet di un oppositore politico siriano incluso in un articolo di al-Quds. Molti di questi video, accessibili su YouTube, mostrano l’uccisione di bestiame da parte di gruppi armati o il furto di bestiame in alcune regioni siriane. Alcune accuse non sono espressamente rivolte né alle milizie governative, né ai gruppi di opposizione, ma vengono utilizzate come tali per la propaganda politica. Al di là dell’autenticità di questo tipo di materiale mediatico, che è continuamente oggetto di dibattito giornalistico, il trattamento degli animali gioca un ruolo fondamentale nel plasmare la retorica politica di ciascuna delle parti in conflitto. Lo stesso accade con il recente decreto governativo n. 221, con il quale Bashar al-Assad assegna al Ministero dell’Istruzione la direzione del progetto “Protezione degli animali in Siria”.

Come ho scritto in passato, il mantra umanitario della “dignità umana”, secondo il quale ogni vita umana deve essere rispettata e protetta, ha effettivamente messo in luce l’importanza di garantire protezione legale e sociale ai rifugiati. Per quanto lento sia stato a concretizzarsi a livello globale, tale principio ha sottolineato l’importanza per i rifugiati di vedere riconosciuta la propria dignità. In questo senso, la retorica della dignità umana,  molto usata dalla comunità internazionale così come dai gruppi di attivisti, ha finito per ignorare il fatto storico che la guerra provoca conseguenze drammatiche anche ad altre specie. È emblematico che solo un piccolo numero di progetti umanitari (ad esempio, Animals Lebanon) si avvicini agli esseri umani come parte di un intero ecosistema che viene distrutto dai conflitti, sovvertendo quindi attivamente l’antropocentrismo.

Gli animali sono stati a lungo oggetto di dibattito tra le comunità musulmane di tutto il mondo. C’è una convinzione di vecchia data  secondo la quale le società a maggioranza musulmana abbiano poco rispetto per gli animali, il che ha portato gli studiosi a parlare di “ambientalismo islamico” solo in paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, vale a dire nel cosiddetto “nord globale”. A questo proposito, alcune fatawa (plurale di fatwa) nel mondo musulmano sunnita hanno proibito agli sfollati interni siriani e ai rifugiati di uccidere o mangiare gatti, asini e cani, anche in situazioni di carestia e disagio. Su internet tali fatawa generano ampie discussioni incentrate sui precetti dell’Islam e fungono da spazio di consultazione spirituale, legale e sociale per i credenti. Alcune autorità religiose hanno denunciato l’atto di uccidere e mangiare animali senza un motivo valido, mentre altre hanno consentito l’atto di mangiarli a condizione che questi animali siano già stati uccisi dai bombardamenti. Tuttavia, questa a volte è diventata una pratica comune nell’odierna Siria, a causa delle carestie e delle difficoltà che il conflitto stesso ha causato. Allo stesso tempo, la cura e la fornitura di cibo agli animali, come ai gatti, è lodata e apprezzata da Dio. L’argomento resta un elemento di vivace discussione all’interno del mondo musulmano.

Gli animali che hanno accompagnato gli esseri umani durante  la loro fuga e che hanno condiviso le loro condizioni di migrazione forzata sono spesso ignorati nella narrazione; per esempio, molti rifugiati che hanno attraversato  il confine siriano-libanese  hanno portato con sé pecore, capre e mucche che non erano state vaccinate a causa della loro improvvisa partenza per fuggire dalla guerra, dalla violenza e dalla conseguente povertà. Nel 2011, alcuni rifugiati siriani a Wadi Khaled (nord-est del Libano) mi  dissero di aver attraversato il fiume al-Kabeer a dorso di un asino. Successivamente dovettero abbandonare l’animale perché si era ammalato e non avevano i mezzi per mantenerlo, avendo pagato una grossa somma di denaro ai contrabbandieri.

Tuttavia, il discorso etico alla base della migrazione forzata umana  entra talvolta in contrasto con l’etica ambientale e animale. Le aree in cui i rifugiati si stanno re-insediando sono sottratte alla fauna locale; l’insediamento umano e i metodi di produzione di cibo spesso portano alla deforestazione e all’erosione dell’habitat circostante. Poiché in tali situazioni paradossali, solo una delle due parti vulnerabili può essere protetta all’interno dell’ecosistema, i difensori dei diritti ambientali e degli animali si trovano spesso in tensione con coloro che difendono i diritti umani. È il caso di un milione di rifugiati hutu ruandesi, che nel 1994 si trasferirono nel Parco nazionale Virunga del vicino Congo, dove dieci gorilla furono uccisi dopo che il territorio venne saccheggiato. Analogamente a quanto sta accadendo in Siria, nel caso del Parco nazionale Virunga, i profughi andati a vivere nell’area protetta, considerata patrimonio dell’umanità,  furono accusati di aver commesso violenze contro il territorio. La presenza dei rifugiati inoltre favorisce il caos, e alcune persone approfittano di tale caos per effettuare incursioni, utilizzando la presenza dei rifugiati per passare inosservati. *

Nel contesto del conflitto siriano,  lo spostamento forzato degli animali è una storia ancora tutta da scrivere. Considero importante evidenziare non solo l’uso antropocentrico e violento degli animali in condizioni di migrazione forzata, ma anche il legame emotivo che alcuni profughi avevano con gli animali che hanno dovuto abbandonare a causa della protratta instabilità politica, economica e sociale. Ricordare gli animali fa spesso parte delle storie raccontate dagli stessi rifugiati; in alcuni casi, gli animali spiegano l’attaccamento dei rifugiati e degli sfollati interni alla loro casa in Siria. Per comprendere appieno gli effetti del conflitto e della violenza sugli ecosistemi, è davvero inevitabile svelare queste importanti relazioni tra le specie.

Nelle narrazioni sulle migrazioni forzate,  usualmente si omettono  le storie relazionali con gli animali mentre gli esseri umani, sia rifugiati che attori politici, spesso ricordano o strumentalizzano gli animali nel mondo reale. Finché la biodiversità della crisi rimane inascoltata, anche la nostra conoscenza della “politica del vivere” in condizioni di sfollamento rimane mutilata. In questo senso, interrompere la comprensione antropocentrica della crisi di origine umana non è solo una questione etica, come ci ricordano gli attivisti per i diritti degli animali attraverso le loro  campagne, ma anche intellettuale ed epistemologica.

Note:

Questa ricerca è stata condotta nell’ambito del progetto “Analizzare le risposte umanitarie sud-sud allo sfollamento dalla Siria: viste dal Libano, dalla Giordania e dalla Turchia”, finanziato dall’European Research Council nell’ambito dell’accordo Horizon 2020 Research and Innovation n. 715582.

* Altri usano la presenza dei rifugiati in questi territori come strumento di negoziazione politica. Questo è anche il caso di alcuni siti archeologici siriani; le rovine di Idlib, patrimonio culturale, sono diventate rifugi temporanei per gli sfollati locali, che non riuscivano a trovare luoghi alternativi per la protezione e la sopravvivenza. Il Centro Antichità di Idlib si sta occupando del problema.

 

Estella Carpi è attualmente ricercatrice post-dottorato presso l’Unità di ricerca sulla migrazione, University College London. Ha conseguito il dottorato di ricerca in antropologia sociale presso l’Università di Sydney (Australia), concentrandosi principalmente su umanitarismo, politica dell’identità e migrazioni forzate nel Levante arabo. Dopo aver studiato arabo a Milano e Damasco (2002-2008), ha lavorato come ricercatrice per diverse istituzioni in Egitto, Libano e Emirati Arabi Uniti. Ha tenuto numerose conferenze in Studi umanitari e Analisi dei conflitti in Australia e in Italia.

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org

da qui

giovedì 10 ottobre 2019

Clima non significa meteo - Christian Rocca



Siamo in quel momento dell’anno in cui quelli che fino a ieri negavano i cambiamenti climatici perché sentivano insolitamente freddo, acrobaticamente si apprestano a sfottere quelli che si lamentano dell’arrivo del caldo torrido con la motivazione scientifica «è estate, è ovvio che faccia caldo». Sono gli stessi che confondono il meteo con il clima, ma in realtà ormai sappiamo quasi tutto dei cambiamenti climatici causati dal surriscaldamento terrestre e dei rischi che corre il pianeta, nonostante i negazionisti e i fatalisti alla Casa Bianca e su Twitter non facciano mancare all’opinione pubblica la versione meno catastrofista, con argomentazioni che confinano con quelle dei NoVax e degli appassionati di ufologia.
Da una parte ci sono gli scienziati, i rapporti delle Nazioni Unite, l’ultimo dei quali sostiene che il mondo è sempre più a rischio di un “apartheid climatico” dove i ricchi pagano per fuggire da caldo e fame causati dal surriscaldamento terrestre mentre il resto del mondo soccombe al punto che, si legge, «i diritti umani potrebbero non sopravvivere al prossimo sconvolgimento radicale». Ci sono anche gli accordi internazionali per limitare le emissioni di carbone, l’industria automobilistica che si ripensa, la mobilitazione globale dei ragazzi guidati dalla svedese Greta Thunberg, i successi dei partiti ecologisti alle elezioni europee e la consapevolezza delle nuove generazioni che considerano il climate change la sfida urgente del nostro tempo. Sul fronte opposto, invece, ci sono le relazioni di altri scienziati o presunti tali, il girarsi dall’altra parte dei Paesi in via di sviluppo e dei regimi autoritari e ora anche la rumorosa leadership di Donald Trump e dei governi populisti.

Il settimanale britannico Economist, una delle voci più ascoltate nel mondo del business e dei mercati azionari, un’istituzione giornalistica non sospettabile di seguire mode e tantomeno ideologie anticapitaliste, ha introdotto un altro tema: secondo il magazine inglese, i cambiamenti climatici causano guerre e aumentano la possibilità che si verifichino rivolte e massacri. L’Economist non arriva a dire che la guerra in Siria o il genocidio in Darfur siano una diretta conseguenza del surriscaldamento terrestre, perché nessun conflitto armato può scoppiare senza qualcuno in carne e ossa che dia ordini ai generali e alle truppe, e certamente i fattori scatenanti i conflitti sono molteplici, dalla povertà alle differenze etniche, dal fondamentalismo religioso all’approvvigionamento delle materie prime, ma il magazine sostiene che gli storici saranno in grado di stabilire che i cambiamenti climatici avranno reso le guerre più probabili di quanto sarebbero state senza il global warming.
La tesi del settimanale è che «i cambiamenti climatici causano sconvolgimenti ambientali che destabilizzano intere regione e aumentano il rischio di spargimento di sangue». Quello che è successo durante il Consiglio Artico del 6 maggio ha destato la preoccupazione anche di un altro organo di stampa serio e non sospettabile di anticapitalismo come Bloomberg Businessweek. Entrambi i settimanali anglosassoni hanno letto il rifiuto americano, esplicitato dal Segretario di Stato Mike Pompeo, di firmare una dichiarazione comune per il solo fatto che conteneva un riferimento agli effetti del surriscaldamento terrestre, come un momento simbolico del rischio che stiamo correndo: mentre le calotte polari si restringono, la Russia e i Paesi Nato stanno rinforzando la loro presenza militare, così come la Cina sta costruendo una rompighiaccio nucleare. Pompeo, a nome degli Stati Uniti, ha denunciato il comportamento aggressivo dei russi e la questione, spiega l’Economist, diventerà sempre più pericolosa nel momento in cui il mitico Passaggio a Nord-Ovest, per effetto dello scioglimento dei ghiacciai, si aprirà ancora di più alle flotte commerciali e magari quando nelle sue acque saranno scoperti giacimenti di minerali di valore che apriranno una sicura contesa internazionale dagli esiti inimmaginabili.
Ma se tra le grandi potenze prevale ancora l’idea che nessuno può permettersi di far scoppiare una guerra nucleare globale, poiché non ci sarebbero vincitori ma solo l’inevitabile distruzione collettiva, il rischio vero dei cambiamenti climatici si può valutare nel sud del mondo, nelle zone desertiche già infestate da carestie, siccità e guerre civili. «Alcune cose sono chiare – scrive l’Economist – l’effetto serra aumenta in alcune regioni la frequenza e l’intensità di siccità e alluvioni. Le piogge stagionali e i monsoni stanno diventando più variabili e meno prevedibili, mentre alcune aree diventano aride, gli abitanti sconfinano in terre tradizionalmente coltivate o usate per pascolo da altri. Scoppiano conflitti, alcuni dei quali sono già diventati violenti, specialmente nel Sahel, una grande striscia d’Africa sotto il Sahara».
Le tensioni causate dai problemi ambientali hanno già un impatto sugli storici e violenti conflitti in Burkina Faso, Chad, Camerun, Mali, Niger, Nigeria e Sudan del sud e più aumenta la temperatura terrestre più queste dispute rischiano di diventare comuni. La storia racconta molti esempi di caos civile provocato dai cambiamenti climatici ma, restando nell’attualità, secondo alcuni rapporti accademici degli ultimi anni anche il conflitto siriano, tra il 2012 e il 2015, ha avuto come catalizzatore il surriscaldamento terrestre. Sarebbero state le emissioni umane nell’atmosfera a peggiorare la siccità nella regione che, di conseguenza, ha causato la migrazione di massa dalle campagne alle città e che poi ha portato alle tensioni e alla guerra civile e, infine, all’esodo di massa dei migranti siriani verso l’Europa.
Il problema è serio, ma l’urgenza di intervenire è avvertita solo dalle nuove generazioni, non dai leader attuali, figuriamoci dall’inquilino della Casa Bianca, e non si vedono all’orizzonte soluzioni serie e all’altezza della sfida. Il rischio è che si entri nella spirale tragica di un numero maggiore di conflitti provocati dai cambiamenti climatici, di conseguenti guerre che rendono le regioni poco sviluppate ancora più povere e di una povertà diffusa che rende più probabile ulteriori guerre. Meglio occuparsi di previsioni del tempo, no?


martedì 15 gennaio 2019

Alle sorgenti dell’Eden - Ennio Remondino


A farci da guida nel viaggio di oggi fatto nel lontano 2008, addirittura la Bibbia.
Alle sorgenti dell’Eden, ci piace pensare, dove partono le acque del Tigri e quelle dell’Eufrate. Fiumi che nascono separati e distanti e vanno ad annullarsi, uniti, nell’Oceano indiano, tra Iraq ed Iran.
L’Eden raccontato dai testi sacri e individuato tra storia e leggenda.
L’Eden legato alla fertilità della sua terra, all’abbondanza dei suoi raccolti.
L’Eden che soltanto quel liquido prezioso, l’acqua, può donare all’uomo.
L’acqua che una enorme diga voluta dalla Turchia di Erdogan sta per deviare da qui, a trasmettere trasformazioni e guai lungo tutto il suo percorso attraverso la Siria già inquieta di suo (rivolte interne) e l’Iraq del travaglio interno perenne.

Un ecologista militante, sulla riva del Tigri
«Dicono che la diga di Ilisu porterà sviluppo, ma sarebbe uno sviluppo artificiale, falso, perché la diga avrebbe una vita di soli 50, 80 anni, dopo di che sarà inutilizzabile. Per questo abbiamo iniziato la nostra campagna “Salviamo Hasankeyf”, affinché venga riconosciuta patrimonio culturale e naturale dall’Unesco e quindi si possano fare dei progetti per uno sviluppo duraturo, per esempio col turismo culturale ed ambientalista».
E’ la Turchia dell’altopiano, dove l’Anatolia scivola in Mesopotamia e vi si confonde. Luogo d’incontro delle culture provenienti dall’Asia centrale, dall’antica Persia, dalla Mesopotamia, con quelle che si muovevano da Occidente.
Sei praticamente alle sorgenti non soltanto del Paradiso terrestre ma della stessa storia dell’uomo che qui, villaggio di Hasankeyf, è presente da 12 mila anni.
Le acque sempre ricche del Tigri a motivare, a dare obiettivo e vita, a chi ha abitato quelle migliaia di grotte che scavano lo sperone di roccia che troneggia sul paese.

Gigante Turchia, da far paura

«La diga di Ataturk nasce da un progetto con molti obiettivi -spiega il direttore dell’immenso impianto- Prevenire le piene dell’Eufrate, produrre energia elettrica, raccogliere e canalizzare acqua potabile e per l’irrigazione. Solo nella nostra zona, saranno irrigati 800 mila ettari. Attualmente ne abbiamo irrigato 200 mila, e stiamo lavorando per il resto.
La diga di Atatuk è la quinta diga al mondo. Ha una capacità di 84 milioni di metri cubi d’acqua.
Dalla diga, vengono presi e incanalati per l’irrigazione 328 metri cubi d’acqua al secondo per irrigare la piana di Harran.
Da questa diga produciamo energia per 8, 9 mila miliardi di Watt all’anno».

L’Eufrate
Non troppi chilometri e su, in Turchia cambi sorgenti di Grande Fiume che puoi iniziare a seguire.
Il Qal’at ar-Rum, Rumkale in Turco e Hromgla in Armeno, parole che in tutti i casi significano “Castello Romano”, nel senso di bizantino, della ‘seconda Roma’.
La sua posizione strategica era già conosciuta dagli Assiri, sebbene l’attuale struttura sia soprattutto di origine ellenistica e romana. Durante il medioevo il sito fu occupato da vari signori della guerra bizantini ed armeni. Qal’at ar-Rum fu il seggio di un patriarca armeno dal XII secolo. Dal 1203 al 1293 fu la residenza del capo supremo (catholicos) della Chiesa armena. Nel 1293 fu espugnata dai Mamelucchi d’Egitto a seguito di un lungo assedio.
La fortezza è attualmente una rovina accessibile per battello solo dalla vicina cittadina di Halfeti, nella Provincia di Şanlıurfa.
In barca con professore ecologista.
«Qui sotto c’era la piazza del paese, il bagno romano, c’erano dei palazzi antichi, il mercato e i giardini. Sia da una parte che dall’altra del fiume c’erano vecchie dimore con i loro giardini. Tutto ciò è ora sepolto sotto l’acqua. Tre quinti della città sono stati sommersi e la maggior parte della gente è emigrata».

da qui

mercoledì 26 settembre 2018

Quando è triste essere un bambino - Christopher Brauchl



E’ un momento triste per essere un bambino. Chi lo avrebbe pensato soltanto pochi anni fa? Considerate la Siria, lo Yemen, il Sud Sudan e gli Stati Uniti, tanto per nominare soltanto alcuni dei luoghi dove per i bambini prevale la tristezza.
La guerra è iniziata in Siria cinque anni fa. Oltre 6,1 milioni di Siriani sono fuggiti dalle loro case. Immaginate che cosa vuol dire essere un bambino, senza casa in un paese che si chiama patria, sentendo le bombe che distruggono i quartieri dove prima giocavi, che distruggono la casa da dove sei appena fuggito, la casa in cui hai lasciato i tuoi amati giocattoli e gli animali di pezza. Sei uno dei 2,5 milioni di bambini che si sono dovuti spostare fin dall’inizio della guerra in Siria. Sei triste perché conoscevi qualcuno che era tra i 500.000 siriani che sono stati uccisi fin da quando è cominciata la guerra. Il 14% delle persone uccise negli scorsi 5 anni sono stati bambini come te. Forse puoi trovare conforto nel fatto che fai parte della più grande popolazione  dislocata  nel mondo intero. I bambini sono inclini a pensare che fare parte di qualcosa di grande è qualcosa di cui essere fieri. Non è vero. E se cerchi la tristezza, puoi andare in Yemen.
In Yemen si vive in un paese che ha la più grossa emergenza di sicurezza alimentare in tutto il mondo. Secondo i funzionari delle Nazioni Unite, nel 2017 c’erano 18 milioni di persone in Yemen bisognose di assistenza su una popolazione di 28 milioni. Quel numero comprende centinaia di migliaia di bambini. E’ un momento triste per essere bambini quando si riflette su che cosa è accaduto il 9 agosto 2018. Quello è stato il giorno in cui uno scuola bus che portava degli studenti a fare una gita scolastica, è stato distrutto da una bomba fabbricata negli Stati Uniti dalla Lockeed Martin, venduta all’Arabia Saudita dal governo degli Stati Uniti e trasportato sullo scuola bus su un aereo da guerra della coalizione guidata dai Sauditi. La coalizione comprende gli Stati Uniti. Sono starti uccisi quaranta ragazzi di età compresa tra i 6 e gli 11 anni. 79 persone sono state ferite, di cui 56 bambini. E’ stato un giorno molto triste essere un bambino in Yemen.
E’ un momento triste per essere un bambino se sei nato nel Sud Sudan. Secondo l’agenzia dei rifugiati dell’ONU, 17.600 bambini del Sud Sudan sono fuggiti dal paese fin dallo scoppio della guerra civile in Sudan nel 2013, lasciando lì i loro genitori. Per alcuni dei bambini la loro tristezza è migliorata. Secondo l’agenzia dell’ONU, 433 minori non accompagnati che sono fuggiti in Uganda senza i loro genitori, sono stati riuniti con loro. Rimangono, quindi, all’Agenzia dell’ONU per i rifugiati, soltanto 99,342 casi aperti di tentativi di riunire le famiglie, famiglie che comprendono, in parte, bambini tristi.
E’ un periodo triste essere un bambino se si è un bambino negli Stati Uniti i cui genitori speravano di trovare asilo negli Stati Uniti d’America per andar via da condizioni pericolose nel paese dal quale erano fuggiti. Proprio come i 17.600 bambini che hanno lasciato il Sud Sudan con i propri genitori, anche voi siete stati separati dai vostri genitori quando siete entrati negli Stati Uniti. E’ triste essere un bambino che arrivando negli Stati Uniti non viene separato dai genitori, ma è tenuto in condizioni squallide che non sarebbero tollerate se fossi altro che il figlio di qualcuno che cerca asilo. E’ stato triste che quando tua madre ha detto a uno dei funzionari dell’immigrazione che tuo fratello di un anno aveva bisogno di cibo solido, le è stato risposto che non viveva in un albergo a sette stelle e le è stato detto se preferiva avere un figlio mingherlino o un figlio morto. E’ triste essere un bambino quando un Senatore degli Stati Uniti che visitava un centro di immigrazione dove sono tenute le persone che cercano asilo, riferisce che: “Ci sono bambini da soli…ragazzine di 12 anni che vengono portate via dal resto delle loro famiglie e vengono tenute separate. O ragazzini. Stanno tutti sdraiati sui pavimenti di cemento dentro delle gabbie. Non c’è nessun altro modo di descriverlo.” E’ triste essere un bambino in un paese dove, in riposta a un ordine del tribunale che le famiglie che il governo ha separato vengano riunite, e che alla fine di luglio, 700 famiglie non erano state ancora riunite e il governo aveva difficoltà a chiarire dove si trovavano.
E’ triste essere un bambino in Siria. E’ triste essere un bambino in Yemen. E’ triste essere un bambino nel Sud Sudan. Può essere triste essere un bambino negli Stati Uniti. E’ triste che, a causa degli adulti, ci siano così tanti posti che rattristano i bambini.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://www.counterpunch.org/2018/08/24/when-its-sad-to-be-a-child
Originale: Counterpunch
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

sabato 31 dicembre 2016

La guerra in Siria vista dai campi di grano - Marina Forti

Dopo quasi sei anni di conflitto, in Siria la produzione di grano è pressoché dimezzata. La notizia può sembrare secondaria, rispetto ai drammatici sviluppi della battaglia di Aleppo e alla sorte di centinaia di migliaia di persone sotto assedio. A ben guardare però il grano è parte della guerra stessa: in fondo stiamo parlando di un paese essenzialmente agricolo, che fino a qualche anno fa produceva cibo in abbondanza, tanto da esportarne nei paesi arabi vicini. Ma questo era prima che sulla regione si abbattessero una disastrosa siccità e poi un conflitto sanguinoso, in cui le parti in causa sono molte e i fronti sono spesso confusi.
Così anche il raccolto di grano dice qualcosa su come sopravvive un paese. Il primo dato è che l’agricoltura è al collasso, e il crollo più drastico è avvenuto proprio nell’ultimo anno. Come se le risorse che avevano permesso ai siriani di resistere per ben cinque anni di conflitto fossero ormai esaurite. La superficie coltivata continua a diminuire (nella stagione 2015-2016 sono stati coltivati a cereali circa 900mila ettari, contro 1 milione e mezzo di ettari prima del conflitto). E i raccolti sono sempre più magri.
L’estate scorsa il paese ha prodotto 1,5 milioni di tonnellate di grano, cioè poco più di metà (il 55 per cento) della media tra il 2007 e il 2010, quando la Siria raccoglieva 3,5 milioni di tonnellate di grano. Ma non è stato un calo graduale. Ancora nell’estate del 2015 erano stati raccolti 2,4 milioni di tonnellate di grano. Fonte di questi dati è l’ultimo rapporto sulla “sicurezza alimentare” in Siria, diffuso dalla Fao e dal Pam (Programma alimentare mondiale), le agenzie delle Nazioni Unite rispettivamente per l’agricoltura e per le emergenze (raccogliere dati in una situazione di conflitto è una sfida: questo rapporto è basato in parte sulle interviste fatte da una missione internazionale di monitoraggio nel luglio scorso, almeno nelle zone raggiungibili dal lato governativo; in parte sulle informazioni raccolte da addetti locali, oltre che su foto satellitari e bollettini meteo).

Senza terra da coltivare
L’agricoltura crolla innanzitutto perché andare nei campi è pericoloso. Le terre restano incolte; a volte sono seminate ma è impossibile andare a mietere. Le interviste parlano di raccolti bruciati dai miliziani, per intimidire o perché non vi si nascondano cecchini. Ci sono zone inaccessibili per le mine. Ma anche dove sarebbe possibile coltivare, i sistemi di irrigazione sono spesso distrutti dalla guerra o sono inservibili per mancanza di manutenzione, carburante, pezzi di ricambio. Inoltre scarseggiano sementi e fertilizzati. Molto va sprecato perché manca il modo di trasportare il raccolto nei magazzini e nei mercati. I magazzini frigorifero per conservare ortaggi e frutta sono ormai pochissimi. Anche l’allevamento è decimato, per mancanza di foraggio e di pascoli (un terzo dei bovini e il 40 per cento di pecore e capre sono svaniti, dicono Fao e Pam).
Anche le piogge sono irregolari: sono state buone nella zona nordorientale, ma molto inferiori alla media nelle province di Aleppo, Idlib e Homs, dove la siccità rende più penosa la vita per gli abitanti ostaggio del conflitto. Già, quanti abitanti? Nessuno ha una stima precisa. Prima del conflitto la Siria aveva poco più di 22 milioni di cittadini, ma il bilancio della guerra è pesante. L’Onu stima che almeno 400mila persone siano morte. L’esodo è massiccio e continuo; nel settembre del 2016 l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati registrava 4,8 milioni di siriani all’estero, di cui oltre un milione in Libano e 2,7 milioni in Turchia, senza contare chi si è arrangiato con mezzi propri. Tra chi è rimasto, le agenzie umanitarie contano mezzo milione di persone intrappolate in zone sotto assedio, e oltre sei milioni di sfollati all’interno del paese. Oggi la Fao e il Pam calcolano le loro stime del fabbisogno alimentare su una popolazione di 18 milioni e mezzo, ma secondo altre fonti sarebbe poco più di 16 milioni. Di certo è una popolazione sempre più urbana, perché è nelle città che gli sfollati cercano rifugio e sostegno.

Come si sopravvive in tempo di guerra? Il quadro varia molto tra i diversi governatorati (le regioni). Buona parte del commercio e quel che resta dell’industria si sono spostati nella parte occidentale del paese, la fascia costiera controllata dal governo, che è relativamente più sicura. Le zone più fertili della Siria sono però quelle del nordest, la regione attraversata dal fiume Eufrate e dai suoi affluenti, e in particolare il governatorato di Al Hasaka, tradizionale “granaio” del paese (produceva da solo quasi metà del raccolto nazionale). Questa regione però è teatro di scontri tra fazioni armate, che competono tra l’altro per controllare il fiume e quindi l’approvvigionamento d’acqua per i centri abitati e per le coltivazioni.
Ora il paradosso è che il raccolto qui è relativamente buono, ma non c’è modo di distribuirlo, né nella provincia né più lontano: mancano camion e carburante, e comunque la strada verso Damasco è in parte sotto il controllo del gruppo Stato islamico (Is). Nel capoluogo nordorientale Al Hasaka ci sono ancora scorte dall’anno scorso, mentre milioni di persone in tutto il paese faticano a procurarsi il pane.
Il sistema pubblico di raccolta dei cereali, dove il governo comprava il grano dagli agricoltori, è saltato. Ma anche il mercato libero funziona in modo irregolare. Così oggi la parte occidentale del paese, sotto controllo governativo, importa farina e altri generi alimentari dall’estero (riso, zucchero, olio, margarina), mentre nel nordest ci sono riserve che non vengono distribuite.
Il risultato è che il prezzo della farina di grano, cioè l’alimento base, continua a salire sia nelle zone produttrici nordorientali, come quella di Al Hasaka, sia in città come Deir Ezzor o Damasco. I dati ufficiali (del governo siriano) dicono che l’inflazione è al 44 per cento su base annua, e al 57 per i prodotti alimentari. Ma questo dato non descrive davvero come stanno le cose. Il prezzo della farina dice molto di più. Un chilo di farina, che costava circa 50 lire siriane nel 2012, oggi costa più di 250 lire a Damasco, mentre ha toccato le 300 lire a Deir Ezzor e 250 ad Al Hasaka, dove però il prezzo è sceso un po’ a giugno grazie al nuovo raccolto. Ha raggiunto 350 lire a Raqqa, dove in primavera i combattimenti hanno interrotto i rifornimenti ai mercati. Insieme alla farina tutti gli alimenti di base sono rincarati, dai legumi all’olio. Del resto il valore della lira siriana è crollato, com’è ovvio: nel 2011 con mille lire si compravano 20 dollari, oggi se ne comprano meno di due.

Strategia di sopravvivenza
Invece procurarsi un reddito è sempre più aleatorio. Secondo il governo, la disoccupazione è al 50 per cento (contro il 10 per cento di prima del conflitto), anche se è impossibile parlare di vere statistiche. Nelle città molti competono per i pochi lavori retribuiti disponibili e gli unici salari regolari sono quelli dei dipendenti pubblici, ovviamente nelle zone sotto il controllo governativo. Chi può sopravvive con le rimesse dei parenti rifugiati all’estero. Molti altri sono costretti a chiedere prestiti mese per mese, per comprare l’essenziale per vivere: e poiché un meccanismo ufficiale di credito è pressoché scomparso, questo significa indebitarsi con parenti o conoscenti.
Le famiglie stanno ormai adottando “strategie irreversibili” per sopravvivere, dice il rapporto delle due agenzie, come vendere la terra o altri beni. Questo però renderà molto difficile risollevarsi quando la guerra sarà finita. D’altra parte le famiglie si stanno disintegrando, le donne restano sole con i figli mentre gli uomini scompaiono o fuggono all’estero per evitare di dover combattere. Se le famiglie sfollate sono le più vulnerabili, quelle a guida femminile lo sono in modo particolare, avvertono le agenzie dell’Onu. Il conflitto, la penuria di cibo, l’aumento dei prezzi, il freddo invernale fanno sì che oggi 9,4 milioni di siriani abbiano urgente bisogno di aiuti alimentari, stimano la Fao e il Pam. Le interviste raccolte dalle agenzie dell’Onu descrivono varie “strategie di sopravvivenza”, in particolare nelle zone direttamente toccate dai combattimenti. Dopo aver ridotto la dieta a pane e legumi, la principale è ridurre le porzioni o saltare i pasti. È un altro modo per dire che gran parte dei siriani è alla fame.
(*) Ripreso da «Internazionale». Marina Forti ha un suo blog: www.terraterraonline.org/blog/ ovvero «Terra Terra – cronache da un pianeta in bilico». (db)

giovedì 1 dicembre 2016

Anas al-Basha è morto

Si chiamava Anas al-Basha aveva 24 anni e il suo lavoro era quello di portare un sorriso ai bambini di Aleppo. Anas infatti faceva il clown per le strade della martoriata città siriana. Tra le bombe, le battaglie e la miseria di Aleppo, Anas ogni giorno si travestiva da clown e nel cimitero a cielo aperto di Aleppo provava a far dimenticare la guerra ai bambini intrappolati in città.

Anas, però, è morto.

Anche lui è rimasto vittima dei bombardamenti aerei.

Il suo parruccone arancione, il suo cappello giallo, il suo naso rosso, non si vedrà più tra le strade di Aleppo.

Come ha scritto la Associated Press, Anas è morto martedì in un raid, molto probabilmente dei governativi, mentre si trovava nel quartiere di Mashhad, nella parte orientale della città, dove le truppe di Assad hanno intensificato lo sforzo bellico per strappare la zona ai ribelli.

Anas era un membro di "Space for Hope" ("Spazio per la speranza"), che lavora ad Aleppo promuovendo iniziative, collaborando con 12 scuole nella città e fornendo supporto psicologico per oltre 300 bambini che hanno perso un genitore o entrambi.
Anas aveva deciso di rimanere ad Aleppo, nonostante i suoi genitori avessero deciso di lasciare la città ormai da molto tempo. Lui  invece non si era arresto alla morte, alla devastazione della sua patria. Era rimasto con il suo piccolo stipendio e una grande missione: portare qualche minuto di gioia a chi non ha nulla per cui sorridere.

Anas era un pagliaccio. Anas era la speranza. Anas era la voglia di vivere.

Anas, però, è morto.



giovedì 10 novembre 2016

Mohammad Alaa Jaleel nutre qualche gatto ad Aleppo



Malgrado la guerra, Mohammad Alaa Jaleel è rimasto ad Aleppo per prendersi cura dei gatti rimasti senza padrone a causa della guerra.
Dopo l’esodo causato dalla guerra sono migliaia i gatti e gli altri animali domestici abbandonati che si aggirano per le strade deserte di Aleppo. Soli, disidratati, affamati, si avvicinano all’unico uomo che è rimasto per prendersi cura di loro. Il suo nome è Mohammad Alaa Aljaleel, di professione elettricista, un uomo forte, che ha fatto una scelta coraggiosa: ha deciso di non partire, di restare nel suo paese a guidare ambulanze, a portare soccorso ai feriti e ad accudire i suoi gatti e gli altri animali abbandonati al loro destino in questo triste scenario di guerra.
Avrebbe potuto trasferirsi in Turchia e sottrarsi alla violenza e agli orrori che ogni giorno incombono sulla Siria, ma ha scelto di restare, perché, per lui, come ha dichiarato in un’intervista: umanità e compassione sono le cose più importanti della vita. Quando sono partiti tutti, i gatti hanno iniziato a venire da me – ha raccontato Alaa, soprannominato “l’uomo gatto” – Alcune persone mi hanno lasciato il loro gatto perché sanno che li amo. Inizialmente si è preso cura di una ventina di gatti, ma poi il numero è cresciuto in modo esponenziale fino a diventare centinaia e per loro Alaa ha creato una sorta di santuario tra le macerie.

Dotato di un altruismo estremo, non solo Alaa si è fatto carico dei gatti della città, ma ha dimostrato anche grande sensibilità per lo stato d’animo degli umani che sono stati costretti a separarsi dai loro animali domestici, come una bambina che, prima di partire, gli ha consegnato il suo gattino e gli ha chiesto in lacrime di inviarle regolarmente delle foto. Alaa le ha promesso: Lui resterà con me e io ne avrò cura fino a quando torni e quel giorno sarà ancora tuo. Aleppo è una città distrutta dalla guerra, ove si sta compiendo quello che dal segretario delle Nazioni Unite ha definito “uno dei più grandi genocidi nella storia dell’umanità”. La scelta di Alaa è un esempio che dimostra che l’amore può ancora vincere, anche sulla guerra.