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mercoledì 22 aprile 2026

Una filiale a Singapore in cui spostare i profitti: i trucchi fiscali di Tesla. Che anche nel 2025 ha pagato zero tasse negli Usa - Chiara Brusini

 

Anche nel 2025 Tesla ha dichiarato negli Usa un’imposta federale pari a zero. Non è una novità: la casa automobilista di Elon Musk è notoriamente tra i big che, complici perdite pregresse, crediti d’imposta e altri meccanismi che riducono l’imponibile, da anni non pagano tasse. Solo in uno degli ultimi vent’anni, il 2023, ha versato al fisco Usa una cifra tra l’altro ridottissima, 48 milioni a fronte di un imponibile di 10,8 miliardi. Ma dove finiscono gli utili generati da un gruppo che continua a realizzare una quota rilevante del fatturato proprio sul mercato americano? Un’analisi di Reuters arriva alla conclusione che, attraverso una struttura che collega Paesi Bassi e Singapore, Tesla abbia convogliato circa 18 miliardi di dollari di profitti tra il 2023 e l’inizio del 2025 verso entità che non risultano tassate né in Europa né nella città-Stato asiatica. Il perno è una partnership olandese formalmente non residente e senza dipendenti, che funge da snodo contabile verso una holding a Singapore.

Un primo indizio era emerso lo scorso anno da un’inchiesta di Follow the Money: in Europa Tesla concentra volumi enormi di ricavi, soprattutto nei Paesi Bassi, ma dichiara margini minimi. In Germania, la gigafactory di Grünheide opera con una redditività molto compressa perché per ogni auto prodotta riceve da Tesla Motors Netherlands (Tmn), il quartier generale europeo, solo un piccolo margine oltre ai costi di produzione sostenuti. L’inchiesta ipotizzava che gli utili effettivi venissero spostati in un altro Paese con aliquote molto agevolate.

Reuters fa un passo in più ricostruendo come Tesla Motors Singapore Holdings sia stata il terminale di un ingentissimo spostamento di utili da TM International, registrata presso le autorità olandesi come “società di persone” non residente, priva di dipendenti e non tenuta a pagare tasse nel Paese. La filiale di Singapore ne detiene oltre il 99%. I documenti visionati dall’agenzia non spiegano cosa faccia quella società e dove abbia generato i propri profitti. Domande a cui nemmeno le autorità fiscali olandesi e singaporiane hanno voluto rispondere. I numerosi esperti consultati ipotizzano però che la capogruppo abbia deciso di trasferire all’estero parte dei suoi diritti di proprietà intellettuale – brevetti, software, know-how – per ridurre la tassazione. Non è chiaro che ruolo abbia avuto Tesla Motors Netherlands, che nel 2023 e 2024 – ultimi anni per cui sono disponibili i dati – ha fatturato 28 miliardi l’anno, quasi il 30% del fatturato totale del gruppo. I documenti contabili non spiegano se abbia gli utili dichiarati da TM International siano arrivati da lì. Un manager incontrato dal cronista di Reuters, che su LinkedIn si presenta come “Direttore finanziario Ue“, si è limitato a dire che “tutto viene deciso ad Austin“, in Texas, sede centrale del gruppo.

Il meccanismo del profit shifting è ben noto e ampiamente utilizzato dalle multinazionali per minimizzare il proprio carico fiscale. Elon Musk, ai tempi della campagna per le presidenziali a cui ha partecipato nelle vesti di primo finanziatore di Donald Trump, si era detto contrario a simili pratiche “losche“: “Mi vengono spesso presentate queste scappatoie. E io rispondo: ‘Non credo che dovremmo farlo'”, aveva dichiarato durante un comizio in Pennsylvania nel 2024. Come se fosse ignaro del fatto che già dieci anni prima Tesla, nel suo rapporto annuale, spiegava di aver stipulato un “accordo di condivisione dei costi” con filiali estere non specificate. Il Congresso degli Stati Uniti e l’Internal revenue service, ricorda Reuters, ritengono che accordi del genere siano potenziali strumenti di elusione fiscale.

C’è però un elemento nuovo che complica ulteriormente la lettura. Nell’ultimo rapporto annuale, Tesla segnala che oltre il 90% dei profitti globali nel 2025 è stato registrato negli Stati Uniti: negli anni precedenti la quota era molto più bassa, sotto il 30%. Secondo gli esperti, questo potrebbe indicare una riorganizzazione della struttura fiscale internazionale: dopo aver spostato utili all’estero negli anni passati, il gruppo potrebbe aver iniziato a riportarli negli Usa, sfruttando i crediti fiscali accumulati per attenuarne l’impatto. Prima di cambiare rotta, comunque, il gruppo ha risparmiato almeno 400 milioni di dollari di tasse, stima Reuters.

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mercoledì 21 gennaio 2026

Dai milionari di Milano ai dati sulla ricchezza in Italia, l’esperto: “Dietro la concentrazione anche il fisco iniquo. Cambiare Irpef e tasse di successione” - Chiara Brusini

 

Ha fatto molto discutere la classifica secondo cui Milano sarebbe la città con più milionari al mondo in rapporto alla popolazione, davanti a New York e Londra. Stime riportate dal Sole 24 Ore sulla base di una classifica diffusa mesi fa da Henley & Partners, società direttamente interessata al tema visto che procura passaporti d’oro ai super-ricchi e fa consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro, senza indicare con chiarezza la fonte dei dati. Che se non altro hanno riacceso l’attenzione sulle disuguaglianze crescenti, fotografate solo ieri dal rapporto di Oxfam Disuguitalia, e sugli effetti di politiche fiscali che favoriscono in maniera sproporzionata i super ricchi. Ilfattoquotidiano.it ne ha parlato con Salvatore Morelli, associato di Economia pubblica a Roma Tre e direttore del GC Wealth Project allo Stone center sulle disuguaglianze socio economiche dell’università di New York, che raccoglie e mette a disposizione online i dati sulle disuguaglianze di ricchezza nei vari Paesi, sulla tassazione delle successioni e la composizione dei patrimoni.

Professore, conosciamo così nel dettaglio la distribuzione dei patrimoni in Italia da poter dire quanti ce ne sono in ogni città?
No, non ci sono dati pubblici e dettagliati che permettano di identificare “chi sono” i milionari e, soprattutto, quanti siano in una specifica città. Esiste l’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia, che raccoglie informazioni dettagliate sul valore di attività immobiliari e finanziarie. Ma si tratta di una survey sulle famiglie (non individui), che consente di ricostruire la distribuzione della ricchezza a livello nazionale, al massimo con qualche dettaglio per macro-regioni. E ha un limite: si basa su un campione e da lì estrapola informazioni su milioni di nuclei. È insufficiente per stime robuste sulla grande ricchezza milionaria, anche perché le famiglie più ricche sono più difficili da intercettare meno propense a partecipare ai sondaggi.

Un suo paper scritto con Paolo Acciari e Facundo Alvaredo usa però una metodologia alternativa.
Abbiamo utilizzato dati amministrativi di natura fiscale legati alle dichiarazioni di successione: è una fotografia della ricchezza che viene trasmessa alla morte. In quelle dichiarazioni rientrano beni finanziari e immobiliari e l’incentivo a dichiarare in modo accurato è relativamente alto: chi trasferisce ricchezza ha interesse a una rappresentazione corretta. In più consentono di osservare una quota molto ampia della popolazione di riferimento: in Italia la copertura è tra le più alte al mondo, oltre il 65%. Ovviamente i deceduti non sono un campione rappresentativo, ma se si conoscono i tassi di mortalità è possibile “riportare” queste informazioni alla popolazione dei vivi, come abbiamo fatto nel paper.

Sulla base dei vostri dati è credibile che a Milano vivano 115mila milionari in termini di patrimonio liquido, uno ogni 12 abitanti?
Se fosse vero vorrebbe dire che negli ultimi anni abbiamo avuto un aumento così ampio dei milionari da stravolgere qualsiasi informazione che abbiamo sulla distribuzione della ricchezza. Nel 2016 la soglia per far parte dell’1% degli adulti più ricchi in Italia era pari a circa 1,4 milioni di euro di patrimonio netto e circa il 55% della ricchezza di quell’élite risultava composta da patrimonio reale, cioè immobili e terreni. Il valore soglia è relativamente stabile nel tempo: immaginiamo che nel 2025 sia salito un po’, a 1,5 milioni. A Milano è plausibile che risulti più alta del 50% rispetto alla media nazionale, a circa 2,2 milioni di euro, e che sia maggiore (60% contro una media del 45%) la quota di ricchezza finanziaria e imprenditoriale. Quindi la soglia di patrimonio finanziario minimo per identificare l’1% più ricco sarebbe di circa 1,32 milioni. Usando quella di 1 milione, ricadrebbe in quella platea il 2% degli adulti residenti: circa 1 ogni 50. Non l’8% come implica la statistica usata per stilare quella classifica. Vero che è costruita contando tutti i residenti e non solo gli adulti, ma non basta per giustificare la distanza tra le due stime.

Tutte le stime comunque testimoniano che la disuguaglianza di ricchezza è in aumento…
Sì, lo rilevano anche le stime ufficiali fornite dal servizio studi di Bankitalia che elabora l’indagine campionaria condotta a livello europeo per allinearla ai conti nazionali. Il top 5% delle famiglie, l’ultimo gradino osservabile con queste statistiche, concentra il 50% della ricchezza. La quota italiana è più alta della media europea e risulta in crescita, coerentemente con quanto emerge usando la metodologia basata sulle successioni.

Cosa c’è dietro?
Molti fattori: da un lato la concentrazione dei redditi, perché chi guadagna di più ha capacità di risparmio più elevata, mentre per le famiglie a basso e medio reddito il tasso di risparmio nel nostro Paese è crollato rispetto alle medie storiche. Questo spiega una parte della dinamica. Poi va considerato il fisco, che è sbilanciato e tratta con più favore chi ha redditi e patrimoni più elevati: per i ricchi l’aliquota media è più bassa. Tra i vari regimi di favore è fondamentale l’imposta di successione, perché quello è anche uno dei canali di concentrazione dei patrimoni. La tassazione delle successioni in Italia è particolarmente poco progressiva e la sua progressività è stata ridotta in maniera vistosa negli anni, il che crea occasioni di accumulazione notevoli soprattutto per chi riceve i patrimoni più ingenti. Platea che tendenzialmente comprende persone già molto benestanti.

Quanto pesa il “regime opzionale”, cioè la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017?
Dopo l’abolizione lo scorso anno del regime favorevole per i residenti non domiciliati che era in vigore in Gran Bretagna, quella misura è diventata ancora più attrattiva. Permette a persone con grandi patrimoni di stabilire la residenza fiscale nel nostro Paese, versare un forfait e ottenere un’esenzione dalla tassazione dei redditi esteri ai fini Irpef, oltre a non pagare l’imposta sul valore degli immobili all’estero (Ivie) e quella sulle attività finanziarie all’estero (Ivafe). Non solo: esenta anche dalle imposte di successione sui patrimoni che provengono dall’estero. In pratica il fisco “dimentica chi sei” e non ti chiede nemmeno di fornire dati che consentano di capire quanto gettito stiamo perdendo per effetto di questo “scudo”.
Sarebbe urgente avere dati tempestivi sul numero di persone che aderiscono e l’Agenzia delle Entrate dovrebbe dotarsi di un nucleo ad hoc responsabile della gestione dei cosiddetti “high net worth individuals”: negli Usa è emerso che ogni euro investito dall’Internal revenue service per il monitoraggio di quei contribuenti frutta 12 dollari in termini di riduzione dell’evasione e gettito aggiuntivo.

Da dove dovrebbe partire un governo interessato a ridurre le disuguaglianze?
La base è ciò che succede sui mercati: la distribuzione di profitti, salari e redditi. Se guardiamo allo step successivo, quello in cui interviene lo Stato, la priorità è fermare l’erosione della base imponibile Irpef, imposta che ormai viene pagata quasi solo da dipendenti e pensionati. Non è più sostenibile un’imposta sui redditi che vale per alcuni e non per altri, uno spezzatino fiscale in cui ognuno sceglie l’aliquota più conveniente. È un sistema estremamente iniquo.
Poi bisognerebbe intervenire sull’imposta di successione, che può essere usata per incentivare la redistribuzione del capitale produttivo e ridurre la concentrazione di ricchezza e le disuguaglianze estreme. Dal punto di vista teorico va sicuramente aumentata, anche se è sono consapevole che è diventata una delle imposte più odiate.

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Milano capitale mondiale dei milionari: sono 115mila, uno ogni 12 abitanti. Più che a New York e Londra

Ogni 12 iscritti all’anagrafe, neonati compresi, c’è un milionario. Inteso come una persona con patrimonio liquido superiore a 1 milione di euro senza contare gli eventuali immobili. È l’incredibile statistica su Milano che emerge da un’analisi di Henley&Partners – società specializzata nel procurare “passaporti d’oro” ai super-ricchi e nelle consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro – stando alla quale il capoluogo lombardo è in cima alla classifica mondiale delle città per rapporto tra residenti e molto benestanti. A New York, per fare un confronto, i milionari sono uno ogni 22 abitanti, a Londra uno ogni 41, a Roma uno ogni 54, a Parigi uno ogni 14.

Se si guarda al numero assoluto, riporta Il Sole 24 Ore, con 115mila milionari la città si piazza undicesima. Ed è diciannovesima per presenza di centimilionari (182 in tutto): Milano ne registra uno ogni 7.962 abitanti, calcola il quotidiano di Confindustria, vicina a Los Angeles (uno ogni 7.558) e Parigi (nella sola città intra muros uno ogni 7.743 residenti) e molto avanti rispetto a New York (uno ogni 10.757 abitanti) e Londra (uno ogni 25.244). Quanto ai miliardari, all’ombra della Madonnina se ne contano 17 sui 79 totali che risiedono in Italia.

Dietro c’è, dice la società di consulenza, la centralità del capoluogo come polo della finanza, moda e design. Ma ovviamente pesa moltissimo la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017 che consente a chi trasferisce la residenza in Italia di pagare una cifra fissa (aumentata a 300mila euro dall’ultima legge di Bilancio) su tutti i redditi esteri. La misura ha permesso ad alcune migliaia di contribuenti stranieri – 3.983 dal 2018 al 2023, secondo l’ultima ricognizione della Corte dei Conti, anche se la la stessa persona potrebbe aver aderito per più anni – di non dichiarare al fisco i propri dividendi e guadagni da investimenti in azioni e cavarsela versando un forfait. Senza dove dimostrare di aver investito nel tessuto produttivo locale. Il Sole aggiunge che ad attirare i super ricchi è anche il fatto che l’Italia sia di fatto un paradiso delle successioni, visto che l’aliquota si ferma al 4% per i trasferimenti a coniuge, figli e nipoti mentre la media Ocse è del 15%.

Il tutto in una città che è prima in Italia per disuguaglianze di reddito tra zone centrali e periferie e dove un lavoratore su tre percepisce un reddito che non gli consente di affrontare il costo della vita. Anche perché la concentrazione di super ricchi ha drogato il mercato immobiliare, aumentando a dismisura la domanda di immobili di lusso e super lusso. Non solo: l’attrattività – reale e percepita – della città e il continuo flusso di investimenti hanno gonfiato i prezzi anche nelle zone periferiche. Con un aumento medio, stando alle principali agenzie immobiliari, di oltre il 40% rispetto al pre pandemia. Sempre Il Sole rileva che il prezzo medio oggi supera i 6mila euro al mq, con punte che superano gli 11mila euro nel centro storico. Se si tratta di immobili di pregio si arriva a picchi di 27.000 euro nel Quadrilatero e a Brera. Intanto 60mila persone, tra città e hinterland, sono in attesa di una casa popolare.

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giovedì 11 dicembre 2025

“Lo 0,01% ha tre volte più ricchezza della metà più povera dell’umanità. Ma la disuguaglianza non è inevitabile: è una scelta politica dei governi” - Chiara Brusini

 

Il World Inequality Report 2026 del World Inequality Lab, co-diretto da Thomas Piketty con Emmanuel Saez e Gabriel Zucman alla guida scientifica, conferma che quando i governi rinunciano alla progressività fiscale e alla redistribuzione i divari tra ricchi e poveri si allargano. E rilancia la proposta di una tassa minima per i miliardari

 

La lotta alla disuguaglianza, ormai un’emergenza globale, non può e non deve essere solo materia su cui si esercitano think tank e convegni accademici. È una scelta politica ed è la politica a doversene assumere la responsabilità. È il messaggio che arriva dal World Inequality Report 2026, la nuova indagine del World Inequality Lab, osservatorio co-diretto da Lucas Chancel, Thomas Piketty e Rowaida Moshrif, con Facundo Alvaredo, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman alla guida scientifica: il gotha mondiale della ricerca sul tema. La loro analisi aggiornata conferma ancora una volta che quando i governi rinunciano alla progressività fiscale e alla redistribuzione, i divari tra ricchi e poveri si allargano. E oggi i sistemi di tassazione di gran parte dei Paesi avanzati contribuiscono a quell’allargamento, perché consentono a chi si piazza in cima alla piramide dei redditi di pagare molto meno degli altri.

“La storia, l’esperienza dei diversi Paesi e la teoria mostrano che l’attuale livello estremo di disuguaglianza non è inevitabile. Una fiscalità progressiva, forti investimenti sociali, standard di lavoro equi e istituzioni democratiche hanno ridotto i divari in passato e possono farlo di nuovo”, scrivono nella prefazione l’economista Jayati Ghosh e il premio Nobel Joseph Stiglitz, tra gli esperti a loro volta incaricati dalla presidenza sudafricana del G20 di stilare un rapporto ad hoc. “Il World Inequality Report fornisce la base empirica e la cornice intellettuale per capire come intervenire”.

 

Il 37% della ricchezza globale all’1% più ricco

Oggi, calcola il World Inequality Lab nel suo terzo rapporto basato sul lavoro di 200 accademici, il 10% più ricco della popolazione mondiale incassa il 53% del reddito totale e detiene il 75% della ricchezza mentre la metà più povera si ferma rispettivamente all’8% e al 2%. Non è una “legge naturale dell’economia”. Sono le conseguenze cumulative di scelte politiche: riduzione dell’imposizione sui più abbienti, tagli al welfare, arretramento dello Stato come garante di servizi e investimenti collettivi. È il punto di caduta di un trentennio (1995-2025) durante il quale il 50% più indigente ha intercettato appena l’1,1% dell’incremento totale della ricchezza globale a fronte del 37% che è finito in tasca all’1% più ricco. E in Italia? La disuguaglianza risulta in aumento lento ma costante. Negli ultimi dieci anni il rapporto tra il reddito medio del top 10% e quello della metà più povera è salito da 14 a 15. Oggi il 10% più ricco assorbe circa il 32% del reddito totale, mentre il 50% più povero si ferma al 21%. Sul fronte patrimoniale le distanze sono molto più accentuate: il top 10% possiede il 56% della ricchezza nazionale e l’1% supera da solo il 22%.

Il fisco iniquo

Il fisco ha fatto la sua parte: in molti Paesi i miliardari finiscono per pagare aliquote effettive quasi nulle grazie a elusione e strutture societarie che permettono di posticipare o evitare la distribuzione di dividendi e la realizzazione di plusvalenze in modo da non generare reddito tassabile. In media, a livello globale versano circa il 20%, ben al di sotto rispetto alla pressione fiscale subita da contribuenti con redditi medi. Anche quando sono soggetti a imposizione, del resto, i guadagni in conto capitale sono tassati meno del lavoro. Il risultato è che dagli anni Novanta la ricchezza dei multi-milionari è triplicata e lo 0,001% – circa 60mila persone, che starebbero comodamente in uno stadio – controllano tre volte più denaro della metà più povera dell’umanità, composta da 2,8 miliardi di persone.


I divari tra regioni

Un adulto medio in Nord America e Oceania dispone di un reddito pari al 290% della media mondiale e di un patrimonio che arriva al 338% della media. In Europa le percentuali sono più basse (215 e 224% rispettivamente) ma comunque abbondantemente sopra la media globale. All’estremo opposto, in Africa subsahariana l’adulto medio sopravvive con un reddito pari al 30% del livello mondiale e una ricchezza che non arriva al 20%. In concreto, ogni giorno un cittadino statunitense dispone di circa 125 euro, contro i 10 euro di un abitante dell’Africa subsahariana. Anche all’interno di ciascun continente la frattura tra ricchi e poveri è estrema: in Russia e Asia centrale il top 10% guadagna 141 volte il reddito medio della metà più povera, in Nord America e Oceania il rapporto è 72 a 1 e in Europa, il continente più egualitario, il divario è comunque 19 a 1. Quanto alla ricchezza, in tutte le regioni il 10% più abbiente controlla ben oltre la metà di quella complessiva.

La disuguaglianza come scelta politica

“La disuguaglianza non è un destino, ma una scelta”, ribadiscono Ghosh e Stiglitz nella chiusa della loro introduzione. Dove i sistemi pubblici restano più robusti, infatti, tasse e trasferimenti riescono a ridurre le disuguaglianze in modo significativo. Vale a dire che se il gap aumenta è perché la politica ha deciso di stare a guardare, invece di adottare misure per affrontare il problema. Le vie per farlo sono numerose: investimenti pubblici in istruzione e salute, che secondo gli autori sono “tra i più potenti strumenti di riequilibrio”, trasferimenti monetari e sussidi di disoccupazione insieme a supporti mirati ai nuclei vulnerabili, riduzione dei gap di genere. E ovviamente politiche fiscali.

Perché serve una tassa minima globale sui miliardari

Una tassa minima globale su miliardari e centimiliardari sul modello di quella proposta da Gabriel Zucman ed elaborata dal suo Eu Tax Observatory, discussa anche dai leader del G20, sarebbe “tecnicamente realizzabile, gestibile sul piano amministrativo e politicamente trasformativa”. Fissando l’aliquota al 2% la regressività al vertice verrebbe neutralizzata e portandola al 3% il sistema tornerebbe progressivo. Al tempo stesso i governi potrebbero raccogliere cifre pari rispettivamente allo 0,45% o allo 0,67% del pil mondiale con cui finanziare investimenti decisivi in istruzione, sanità e adattamento climatico, settori penalizzati dai bilanci pubblici “magri” dei Paesi occidentali e sottofinanziati da sempre in quelli più poveri. Basti dire che nel 2025 la spesa pubblica per istruzione per ogni giovane tra 0 e 24 anni è stata di 220 euro in Africa subsahariana, contro i 7.430 euro dell’Europa e i 9.020 del Nord America.

I ricchi responsabili della crisi climatica

Il tema climatico è un’altra bomba politica. Il 10% più ricco del mondo è responsabile del 77% delle emissioni legate alla proprietà di capitale e del 47% di quelle da consumo. La metà più povera non supera il 3% e il 10%, rispettivamente. Ma chi contribuisce meno alla crisi climatica è anche chi ne paga il prezzo più alto: secondo il rapporto, le famiglie a basso reddito sopportano il 75% delle perdite economiche globali legate al riscaldamento. Anche in questo caso, le soluzioni – se c’è la volontà politica – non mancano. Sovvenzioni climatiche mirate, combinate con una tassazione progressiva, possono accelerare l’adozione di tecnologie a basse emissioni. E tasse ad hoc accompagnate a paletti sui consumi di lusso e sugli investimenti ad alta intensità di carbonio possono contribuire a ridurre le emissioni dei Paperoni.

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venerdì 17 ottobre 2025

La Lav contro la norma sul 5xmille: “Dovremmo chiamarlo 4,3xmille, visti i milioni che finiscono nelle casse dello Stato” - Elisabetta Ambrosi

La Lega antivivisezione contesta assieme ad altre componenti del terzo settore il tetto massimo per le donazioni. VITA, la piattaforma al servizio degli attivisti, assieme a 68 organizzazioni, ha lanciato un appello e una campagna

 

“Gli italiani in realtà non versano più il 5 per mille. Dovremmo chiamarlo 4,3 per mille, visti i milioni che finiscono nelle casse dello Stato invece che in quelle delle associazioni. Bisognerebbe che questa presa in giro finisse, anche perché con quei soldi si realizzano progetti essenziali: noi di LAV, ad esempio, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio finanziamo un ambulatorio di veterinaria sociale per gli animali delle persone che vivono in condizioni di fragilità sociale”. È un commento amaro quello di Gianluca Felicetti, presidente della LAV, verso quella che non esita a definire “una truffa”.

Infatti, se da un lato gli italiani amano sempre di più il 5 per mille, perché sentono il mondo dell’associazionismo vicino, più della politica, dall’altro la legge sul 5xmille ha un problema, perché prevede un tetto massimo di denaro da destinare alle associazioni, che oggi però viene abbondantemente superato. Il che significa che la quota che eccede quel tetto, pari quest’anno a 79 milioni, viene data allo Stato e letteralmente tolta dalle tasche delle associazioni. Le quali, tra l’altro godono di aiuti pressoché nulli.

È per questo che VITA, la piattaforma al servizio del Terzo settore, insieme a 68 organizzazioni tra le più rappresentative del Terzo settore italiano ha lanciato un appello e una campagna, dal nome “5 per mille, ma per davvero”, affinché la presidente del Consiglio e il Parlamento si adoperino per togliere il tetto al 5 per mille, oggi fissato a 525 milioni di euro. “Secondo i dati dei redditi 2024 rispetto al 2023”, spiega Stefano Arduini, direttore di VITA, “gli italiani hanno versato la cifra di 603,9 milioni di euro (a fronte di 676 miliardi di entrate fiscali), una quota record, mentre cresce il numero di contribuenti che indica un codice fiscale per il 5 per mille: 17,9 milioni di cittadini (42,2% dei contribuenti) con un incremento di ben 714.000 firme rispetto all’anno precedente. Restano fuori dunque 79 milioni di euro, anche questa una cifra mai raggiunta prima, visto che il precedente record era di 27,9 milioni di euro (dati 2023 sul 2022)”. Sommando tutti gli extratetto dal 2006 ad oggi arriveremmo a oltre 560 milioni di euro, “come se una edizione del 5 per mille fosse stata cancellata con un colpo di spugna, all’insaputa di gran parte dei contribuenti italiani”, aggiunge.

Ma a cosa serve il 5 per mille, che dall’anno della sua introduzione, nel 2006, ha consentito aiuti per 8,735 miliardi, che arrivano alle oltre 90.000 organizzazioni iscritte all’elenco? Questo strumento consente a migliaia di soggetti sociali, ma anche università e amministrazioni comunali, di coprire bisogni sociali, scientifici e culturali che altrimenti rimarrebbero scoperti. Il 5 per mille finanzia progetti che non sarebbero finanziati in nessun altro modo. Ad esempio, l’AIRC, l’associazione italiana di ricerca sul cancro, con il 5 per mille finanzia borse di studio di giovani ricercatori sulle varie tipologie di tumore. “Il cinque per mille”, prosegue il direttore di VITA, “è un meccanismo unico per due motivi: il primo è che è la migliore realizzazione del principio di sussidiarietà in ambito fiscale in quanto rende il cittadino libero di indirizzare una quota delle sue tasse a organizzazioni che ritiene meritevoli. La seconda è che è uno strumento di partecipazione civile fondamentale. Soprattutto in un momento storico in cui vota meno del 50% degli aventi diritto”.

I promotori della campagna ci tengono a specificare che la mobilitazione non è contro nessuno, anzi mira piuttosto a costruire un’alleanza responsabile per il bene comune fra le istituzioni, la politica, il Terzo settore e i singoli cittadini, visto che, tra l’altro, le associazioni coprono tutto lo spettro etico-politico. “Parlamento e governo hanno l’opportunità di rafforzare questa alleanza, facendo una scelta semplice, giusta e condivisa”, affermano i promotori, che si dicono cautamente ottimisti vista l’apertura di alcuni componenti del governo. “Il punto resta però sempre quello delle risorse: 79 milioni di euro non sono poi così tanti, ma cresceranno, e per questo quello che noi chiediamo non è aggiungere fondi ma togliere il tetto, altrimenti ci ritroveremmo sempre allo stesso punto. Pensi che se tutti indicassero il 5 per mille arriveremmo a un miliardo”, spiega Arduini.

Ma quali sono, oltre il 5xmille le agevolazioni di cui godono le associazioni ormai care agli italiani? Fa una piccola panoramica Gianluca Felicetti, presidente della LAV. “La prima legge sul volontariato del 1991 prevedeva facilitazioni ma su base regionale, in questo modo si è creata però una situazione paradossale per chi, come noi, è un’associazione nazionale con sedi sparse in quasi tutte le regioni. Inoltre, abbiamo delle facilitazioni fiscali sui lasciti testamentari, non paghiamo cioè le tasse come accade normalmente”. Non molto, a fronte di un problema enorme che è il costo del lavoro. “Gli enti del terzo settore”, continua Felicetti, “hanno il contratto collettivo nazionale del lavoro del commercio, un paradosso per chi fa volontariato: da tempo noi chiediamo un contratto collettivo nazionale per il terzo settore con le sue specificità”. Sempre Felicetti fa infine notare un’ultima cosa, ovvero il fatto che le associazioni spesso e volentieri tolgono allo Stato molti costi. “Ad esempio, in Umbria stiamo comprando un grande rifugio per animali vittime di maltrattamento e sfruttamento, ospitiamo anche animali confiscati dallo Stato in seguito a reati per i quali, in teoria, lo Stato avrebbe un costo vivo che noi gli sottraiamo. Anche questo, dunque, andrebbe tenuto presente”.

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lunedì 6 ottobre 2025

Chi paga le tasse in Italia: solo 33,5 milioni versano qualcosa. Il 76% dell’Irpef arriva da 11 milioni di contribuenti - Chiara Brusini

Tre quarti degli italiani dichiarano meno di 29mila euro e pagano meno di un quarto dell’Irpef. Il resto del peso dell’imposta sui redditi si concentra su poco più di un quarto dei contribuenti. L’annuale analisi dell’Osservatorio sulle dichiarazioni dei redditi di Itinerari Previdenziali, che parla di “ceto medio in trappola”, conferma diverse verità scomode. Il 76,87% dell’imposta è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti. A fronte di 42,6 milioni di italiani che presentano dichiarazione, solo 33,5 milioni (il 57% della popolazione) versano qualcosa allo Stato perché gli altri guadagnano troppo poco o hanno l’imposta compensata dal trattamento integrativo, l’ex bonus Renzi di 80 euro poi reso strutturale e portato a 100 euro al mese. I dati sono quelli delle dichiarazioni dei redditi 2024, relative all’anno prima, che ilfattoquotidiano.it aveva esaminato a luglio pubblicando una tabella interattiva che consente di scoprire facilmente quanto dichiarano e quanto pagano le varie fasce di reddito.

L’Irpef come è noto pesa quasi per l’85% su lavoratori dipendenti e pensionati, cioè su chi non ha possibilità di occultare redditi. Mentre chi ha redditi da capitale, affitti o attività autonome può contare su aliquote sostitutive, regimi agevolati e, in troppi casi, sul nero. Risultato: l’imposta viene pagata per il 40% da chi guadagna meno di 50mila euro. La fascia che contribuisce di più in percentuale è quella dei 4,3 milioni di italiani che dichiarano tra 29mila e 35mila euro, cioè 2.500 euro lordi al mese, tredicesima e quattordicesima incluse. Una condizione ben lontana dall’agio evocato dalla definizione “ceto medio”.

Il 37,98% dei contribuenti dei primi scaglioni paga invece solo l’1,19% dell’Irpef. Oltre 1,1 milioni di persone denunciano un reddito nullo o negativo e non pagano nulla. Poi c’è la fascia che guadagna fino a 7.500 euro lordi l’anno, in cui si collocano 7,3 milioni di contribuenti (il 17,1%) con Irpef media di appena 26 euro a testa. Tra i 7.500 e i 15mila euro lordi ci sono altri 7,7 milioni di persone, il 18% del totale, con imposta media di 296 euro l’anno. Aggiungendo anche i 5 milioni che dichiarano da 15mila a 20mila euro l’anno lordi, che versano in media 1.311 euro pari al 4,55% del totale, si arriva al 49,9% dei contribuenti, che versano nel complesso solo il 5,64% dell’intera Irpef.

Alla sommità della piramide ci sono invece 145mila che denunciano oltre 200mila euro, su cui ricade il 10,7% dell’Irpef. La quota è importante, ma il fatto che quei contribuenti siano appena lo 0,34% del totale (e il numero comprende anche gli autonomi fuori dal perimetro della flat tax) segnala l’altra grande anomalia del sistema: l’evasione diffusa in tutte le attività economiche, testimoniata dai voti di affidabilità fiscale delle partite Iva soggette agli indici ad hoc dell’Agenzia delle Entrate.

“Malgrado il miglioramento di Pil e occupazione il 43,15% degli italiani non ha redditi e, di conseguenza, vive a carico di qualcuno”, ha commentato Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentando alla Camera lo studio realizzato con la Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità. “Sono invece 1.184.272 i soggetti (in aumento di oltre 170mila unità sullo scorso anno) che denunciano un reddito nullo o negativo, non pagando quindi né tasse né contributi”. Un quadro che rende sempre più complicato finanziare il welfare. “Da troppo tempo”, sostiene Brambilla, “lo Stato italiano pare poggiarsi sul pericoloso binomio ‘meno dichiari e più avrai dallo Stato’ che, in assenza di controlli e combinato a un eccesso di assistenzialismo, incoraggia elusione e lavoro nero. Giusto aiutare chi ha bisogno, così come garantire a tutti diritti primari, ma, al tempo stesso, non si può trascurare quanto queste cifre siano verosimilmente gonfiate da economia sommersa ed evasione fiscale per le quali primeggiamo in Europa: è davvero credibile che quasi la metà degli italiani viva con circa di 10mila euro lordi l’anno”.

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sabato 10 agosto 2024

Case farmaceutiche che non pagano le tasse - Alessandro Lubello

Negli Stati Uniti le grandi case farmaceutiche registrano fatturati enormi grazie al fatto che il paese ha i prezzi dei farmaci più alti del mondo: secondo alcune stime sono circa tre volte più alti che in qualunque altro paese e contribuiscono alla maggior parte delle entrate delle aziende del settore. Eppure, osservano Brad Setser e Michael Weilandt, due economisti del centro studi specializzato in politica estera e affari internazionali Council on foreign relations (Cfr), tutto questo non si traduce in utili che generano tasse per il fisco statunitense.

Le aziende sono in perdita: nel 2023 la Pfizer ha chiuso il suo bilancio negli Stati Uniti in rosso per 4,4 miliardi di dollari, la AbbVie per 3,5 miliardi, la Merck per 15,6 miliardi, la Johnson & Johnson per due miliardi. Tra le grandi case farmaceutiche statunitensi solo la Eli Lilly ha registrato utili, per quanto relativamente esigui: novecento milioni di dollari.

Com’è possibile che fatturati enormi generino perdite? Le aziende ci tengono a precisare che i prezzi alti permettono di finanziare le loro costose ricerche. Ma Setser e Weilandt spiegano che, come tutte le multinazionali, anche le case farmaceutiche sfruttano le norme (e le lacune) dei regimi fiscali per far comparire i loro utili in paesi dove le tasse sono nettamente più basse o addirittura nulle.

La AbbieVie, per esempio, è riuscita a concentrare le entrate assicurate dal suo redditizio farmaco Humira nelle Bermuda, dove non paga l’imposta sugli utili societari. In particolare, l’azienda fabbrica l’Humira a Puerto Rico, un territorio che appartiene agli Stati Uniti ma non è inserito nel calcolo della base imponibile per le imposte dovute a Washington; la sua controllata a Puerto Rico, inoltre, paga generosi diritti di brevetto alla filiale della AbbieVie alle Bermuda, dove finisce il 99 per cento (dati del 2022) degli utili.

È per questo che nel 2023 i principali sette gruppi farmaceutici attivi negli Stati Uniti non solo non hanno pagato imposte, ma addirittura potevano vantare un credito verso il fisco di 250 milioni di dollari. E non si è trattato di un anno particolare, aggiungono i due economisti: se si confrontano i dati del 2022 o del 2021 non ci sono differenze significative. Con l’eccezione della Pfizer, che due anni fa non è riuscita a portare fuori degli Stati Uniti gli enormi incassi generati dal suo vaccino contro il covid-19, probabilmente perché il suo sviluppo era stato finanziato anche da fondi pubblici della Casa Bianca.

Il paradosso è che un’azienda come la Novo Nordisk, diventata ricchissima grazie al farmaco per dimagrire Ozempic, paga le tasse nel suo paese d’origine, la Danimarca; le aziende farmaceutiche svizzere le pagano in Svizzera, quelle francesi in Francia. Le statunitensi, invece, sfruttano un regime fiscale che gli permette di pagarle in Irlanda, in Belgio, alle Bermuda, a Malta o a Singapore. Il problema ovviamente riguarda le multinazionali di tutti i settori: la Apple, per esempio, paga più tasse all’estero (in gran parte in Irlanda) che negli Stati Uniti.

Oggi l’Irlanda è di gran lunga il più grande paese esportatore di farmaci negli Stati Uniti: nel 2023 ha registrato in questo ambito una quota di mercato doppia rispetto al Canada, alla Cina, all’India e al Messico. Le isole Cayman e le Isole Vergini Britanniche sono le più grandi esportatrici di servizi finanziari verso il mercato statunitense, mentre le Bermuda primeggiano nel settore assicurativo. Uno studio del Fondo monetario internazionale uscito nel 2017 ha dimostrato che gli investimenti stranieri fatti a livello globale dopo la grande crisi del 2008 non sono crollati in gran parte grazie ai capitali passati per gli snodi dell’elusione fiscale.

Senza dubbio il caso delle aziende farmaceutiche è clamoroso e richiederà un intervento del governo statunitense. Tuttavia, ha scritto Setser in un articolo per la rivista statunitense Foreign Affairs, ci dice molto anche sullo stato attuale della globalizzazione. Negli ultimi anni è stata data a più riprese per finita in seguito al successo di leader politici nazionalisti e protezionisti e ai conflitti commerciali tra le grandi potenze, in particolare tra gli Stati Uniti e la Cina. In realtà, precisa Setser, la globalizzazione si sta dimostrando particolarmente resistente: nonostante dazi, divieti e minacce di conflitto, le merci, i servizi e i capitali continuano a farsi strada sulle rotte globali.

Alla base però ci sono due fenomeni che da tempo distorcono profondamente l’economia globalizzata: da un lato c’è la Cina, che inonda di prodotti il mondo (auto elettriche e altre tecnologie legate alla transizione energetica) senza incentivare la domanda interna (ne abbiamo parlato qui); dall’altro c’è proprio l’elusione fiscale delle multinazionali.

Un’iniziativa lanciata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) nel 2015, l’imposta minima globale del 15 per cento sugli utili delle multinazionali, si propone di risolvere il problema, ma per il momento non si può dire che abbia favorito una brusca frenata dell’elusione. Chi è preoccupato dal rallentamento della globalizzazione e vorrebbe salvarla dalle guerre commerciali e dai nazionalismi, conclude Setser, dovrebbe cercare di correggere certe distorsioni.

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