Ha fatto molto discutere la classifica secondo cui Milano sarebbe la città con più milionari al mondo in rapporto alla popolazione, davanti a New York e Londra. Stime riportate dal Sole 24 Ore sulla base di una classifica diffusa mesi fa da Henley & Partners, società direttamente interessata al tema visto che procura passaporti d’oro ai super-ricchi e fa consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro, senza indicare con chiarezza la fonte dei dati. Che se non altro hanno riacceso l’attenzione sulle disuguaglianze crescenti, fotografate solo ieri dal rapporto di Oxfam Disuguitalia, e sugli effetti di politiche fiscali che favoriscono in maniera sproporzionata i super ricchi. Ilfattoquotidiano.it ne ha parlato con Salvatore Morelli, associato di Economia pubblica a Roma Tre e direttore del GC Wealth Project allo Stone center sulle disuguaglianze socio economiche dell’università di New York, che raccoglie e mette a disposizione online i dati sulle disuguaglianze di ricchezza nei vari Paesi, sulla tassazione delle successioni e la composizione dei patrimoni.
Professore, conosciamo così nel dettaglio la distribuzione dei patrimoni in
Italia da poter dire quanti ce ne sono in ogni città?
No, non ci sono dati pubblici e dettagliati che permettano di identificare
“chi sono” i milionari e, soprattutto, quanti siano in una specifica città.
Esiste l’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane
della Banca d’Italia, che raccoglie informazioni dettagliate sul
valore di attività immobiliari e finanziarie. Ma si tratta di una
survey sulle famiglie (non individui), che consente di ricostruire la
distribuzione della ricchezza a livello nazionale, al massimo con qualche
dettaglio per macro-regioni. E ha un limite: si basa su un campione e da lì
estrapola informazioni su milioni di nuclei. È insufficiente per stime robuste
sulla grande ricchezza milionaria, anche perché le famiglie più ricche sono più
difficili da intercettare meno propense a partecipare ai sondaggi.
Un suo paper scritto con Paolo Acciari e Facundo Alvaredo usa però una
metodologia alternativa.
Abbiamo utilizzato dati amministrativi di natura fiscale legati alle dichiarazioni
di successione: è una fotografia della ricchezza che viene trasmessa alla
morte. In quelle dichiarazioni rientrano beni finanziari e immobiliari e
l’incentivo a dichiarare in modo accurato è relativamente alto: chi trasferisce
ricchezza ha interesse a una rappresentazione corretta. In più consentono di
osservare una quota molto ampia della popolazione di riferimento: in Italia la
copertura è tra le più alte al mondo, oltre il 65%. Ovviamente
i deceduti non sono un campione rappresentativo, ma se si conoscono i tassi
di mortalità è possibile “riportare” queste informazioni alla
popolazione dei vivi, come abbiamo fatto nel paper.
Sulla base dei vostri dati è credibile che a Milano vivano 115mila
milionari in termini di patrimonio liquido, uno ogni 12 abitanti?
Se fosse vero vorrebbe dire che negli ultimi anni abbiamo avuto un aumento
così ampio dei milionari da stravolgere qualsiasi informazione che abbiamo
sulla distribuzione della ricchezza. Nel 2016 la soglia per far parte dell’1%
degli adulti più ricchi in Italia era pari a circa 1,4 milioni di euro di
patrimonio netto e circa il 55% della ricchezza di quell’élite risultava
composta da patrimonio reale, cioè immobili e terreni. Il valore soglia è
relativamente stabile nel tempo: immaginiamo che nel 2025 sia salito un po’, a 1,5
milioni. A Milano è plausibile che risulti più alta del 50%
rispetto alla media nazionale, a circa 2,2 milioni di euro, e che sia
maggiore (60% contro una media del 45%) la quota di ricchezza finanziaria e
imprenditoriale. Quindi la soglia di patrimonio finanziario minimo per
identificare l’1% più ricco sarebbe di circa 1,32 milioni. Usando quella di 1
milione, ricadrebbe in quella platea il 2% degli adulti residenti:
circa 1 ogni 50. Non l’8% come implica la statistica usata per stilare
quella classifica. Vero che è costruita contando tutti i residenti e non solo
gli adulti, ma non basta per giustificare la distanza tra le due stime.
Tutte le stime comunque testimoniano che la disuguaglianza di ricchezza è
in aumento…
Sì, lo rilevano anche le stime ufficiali fornite dal servizio studi di
Bankitalia che elabora l’indagine campionaria condotta a livello europeo per
allinearla ai conti nazionali. Il top 5% delle famiglie, l’ultimo gradino
osservabile con queste statistiche, concentra il 50% della ricchezza. La quota
italiana è più alta della media europea e risulta in crescita, coerentemente
con quanto emerge usando la metodologia basata sulle successioni.
Cosa c’è dietro?
Molti fattori: da un lato la concentrazione dei redditi, perché
chi guadagna di più ha capacità di risparmio più elevata, mentre per le
famiglie a basso e medio reddito il tasso di risparmio nel nostro Paese è
crollato rispetto alle medie storiche. Questo spiega una parte della dinamica.
Poi va considerato il fisco, che è sbilanciato e tratta con più
favore chi ha redditi e patrimoni più elevati: per i ricchi l’aliquota media è più bassa. Tra i vari regimi di
favore è fondamentale l’imposta di successione, perché quello è anche uno dei
canali di concentrazione dei patrimoni. La tassazione
delle successioni in Italia è particolarmente poco progressiva e la sua
progressività è stata ridotta in maniera vistosa negli anni, il che crea occasioni
di accumulazione notevoli soprattutto per chi riceve i patrimoni più
ingenti. Platea che tendenzialmente comprende persone già molto benestanti.
Quanto pesa il “regime opzionale”, cioè la flat tax per i super ricchi
introdotta nel 2017?
Dopo l’abolizione lo scorso anno del regime favorevole per i residenti non
domiciliati che era in vigore in Gran Bretagna, quella misura è diventata
ancora più attrattiva. Permette a persone con grandi patrimoni di stabilire la
residenza fiscale nel nostro Paese, versare un forfait e ottenere un’esenzione
dalla tassazione dei redditi esteri ai fini Irpef, oltre a non pagare
l’imposta sul valore degli immobili all’estero (Ivie) e quella sulle attività
finanziarie all’estero (Ivafe). Non solo: esenta anche dalle imposte di
successione sui patrimoni che provengono dall’estero. In pratica il fisco “dimentica
chi sei” e non ti chiede nemmeno di fornire dati che consentano di capire
quanto gettito stiamo perdendo per effetto di questo “scudo”.
Sarebbe urgente avere dati tempestivi sul numero di persone che aderiscono e l’Agenzia
delle Entrate dovrebbe dotarsi di un nucleo ad hoc responsabile della
gestione dei cosiddetti “high net worth individuals”: negli Usa è emerso
che ogni euro investito dall’Internal revenue service per il
monitoraggio di quei contribuenti frutta 12 dollari in termini
di riduzione dell’evasione e gettito aggiuntivo.
Da dove dovrebbe partire un governo interessato a ridurre le
disuguaglianze?
La base è ciò che succede sui mercati: la distribuzione di profitti, salari
e redditi. Se guardiamo allo step successivo, quello in cui interviene lo
Stato, la priorità è fermare l’erosione della base imponibile Irpef, imposta che ormai
viene pagata quasi solo da dipendenti e pensionati. Non è più
sostenibile un’imposta sui redditi che vale per alcuni e non per altri, uno spezzatino
fiscale in cui ognuno sceglie l’aliquota più conveniente. È un sistema
estremamente iniquo.
Poi bisognerebbe intervenire sull’imposta di successione, che può essere usata
per incentivare la redistribuzione del capitale produttivo e ridurre la
concentrazione di ricchezza e le disuguaglianze estreme. Dal punto di vista
teorico va sicuramente aumentata, anche se è sono consapevole che è diventata
una delle imposte più odiate.
Milano capitale mondiale dei milionari: sono 115mila, uno ogni 12 abitanti.
Più che a New York e Londra
Ogni 12
iscritti all’anagrafe, neonati compresi, c’è un milionario.
Inteso come una persona con patrimonio liquido superiore
a 1 milione di euro senza contare gli eventuali immobili.
È l’incredibile statistica su Milano che emerge da un’analisi
di Henley&Partners – società specializzata nel procurare “passaporti d’oro”
ai super-ricchi e nelle consulenza ai governi che offrono
la cittadinanza in cambio di denaro – stando alla quale il
capoluogo lombardo è in cima alla classifica mondiale delle città per rapporto
tra residenti e molto benestanti. A New York, per fare un
confronto, i milionari sono uno ogni 22 abitanti, a Londra uno
ogni 41, a Roma uno ogni 54, a Parigi uno
ogni 14.
Se si guarda
al numero assoluto, riporta Il Sole 24 Ore, con 115mila milionari
la città si piazza undicesima. Ed è diciannovesima per presenza di centimilionari (182
in tutto): Milano ne registra uno ogni 7.962 abitanti, calcola il quotidiano
di Confindustria, vicina a Los Angeles (uno ogni
7.558) e Parigi (nella sola città intra muros uno ogni 7.743 residenti) e molto
avanti rispetto a New York (uno ogni 10.757 abitanti) e Londra (uno
ogni 25.244). Quanto ai miliardari, all’ombra della Madonnina se ne contano 17 sui 79 totali che risiedono in
Italia.
Dietro c’è,
dice la società di consulenza, la centralità del capoluogo come polo della finanza,
moda e design. Ma ovviamente pesa moltissimo la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017 che consente a chi trasferisce
la residenza in Italia di pagare una cifra fissa (aumentata a
300mila euro dall’ultima legge di Bilancio) su tutti i redditi esteri. La
misura ha permesso ad alcune migliaia di contribuenti stranieri – 3.983 dal
2018 al 2023, secondo l’ultima ricognizione della Corte dei Conti,
anche se la la stessa persona potrebbe aver aderito per più anni –
di non dichiarare al fisco i propri dividendi e guadagni da
investimenti in azioni e cavarsela versando un forfait. Senza dove
dimostrare di aver investito nel tessuto produttivo locale. Il Sole aggiunge
che ad attirare i super ricchi è anche il fatto che l’Italia sia di fatto un paradiso delle successioni, visto che l’aliquota si ferma
al 4% per i trasferimenti a coniuge, figli e nipoti mentre la
media Ocse è del 15%.
Il tutto in
una città che è prima in Italia per disuguaglianze di reddito tra zone
centrali e periferie e dove un lavoratore su tre percepisce un reddito che non gli consente di
affrontare il costo della vita. Anche perché la concentrazione di
super ricchi ha drogato il mercato immobiliare, aumentando a dismisura la domanda di immobili di lusso e super lusso. Non solo: l’attrattività –
reale e percepita – della città e il continuo flusso di investimenti hanno
gonfiato i prezzi anche nelle zone periferiche. Con un aumento
medio, stando alle principali agenzie immobiliari, di oltre il 40% rispetto
al pre pandemia. Sempre Il Sole rileva che il prezzo medio
oggi supera i 6mila euro al mq, con punte che superano gli
11mila euro nel centro storico. Se si tratta di immobili di pregio si arriva a picchi di 27.000 euro nel Quadrilatero e
a Brera. Intanto 60mila persone, tra città e hinterland,
sono in attesa di una casa popolare.
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