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lunedì 7 dicembre 2015

meglio senza Nutella

Gli italiani amano la Nutella un prodotto con troppo zucchero, poche nocciole e troppo olio di palma. L’elenco di altre 50 creme preparate solo con ingredienti di qualità - Roberto La Pira

 

Criticare la Nutella è difficile, perché si tratta di un prodotto cult supportato da numerose campagne pubblicitarie venduto a un prezzo conveniente. Come accade per la  Coca-Cola, anche per la Nutella si parla di una ricetta misteriosa, ma si tratta di una leggenda metropolitana, perché è solo una semplice crema alla nocciola con tre ingredienti principali: zucchero, olio di palma e nocciole.
Basta leggere l’elenco degli ingredienti per capire che siamo di fronte a una preparazione con un profilo qualitativo non proprio eccellente. Confrontando le materie prime di Nutella con quelle di altre creme spalmabili si nota che gli ingredienti utilizzati sono simili (vedi tabella sotto), ma cambia la quantità e la tipologia dei grassi. Nella lista degli ingredienti  della crema Ferrero troviamo al primo posto lo zucchero seguito dall’olio di palma e solo al terzo posto le nocciole con il 13%. Nelle creme che proponiamo in questo elenco il quantitativo di nocciole (ingrediente più costoso che caratterizza il prodotto) raddoppia o triplica e come materia grassa non si usa il mediocre olio palma ma l’eccellente burro di cacao (considerato l’ingrediente principe di tutti i prodotti a base di cacao e cioccolato).
L’abilità di Ferrero consiste nel l’essere riuscita a rendere piacevole al palato una miscela composta da poche nocciole tanto zucchero e tanto grasso  di mediocre qualità come il palma.  Nutella contiene solo una frazione del grasso di palma ottenuta da un macchinario che  possiedono pochissime aziende al mondo. La scelta del palma permette di abbassare drasticamente i costi di produzione e di usare poche nocciole, anche se  penalizza la qualità nutrizionale della crema essendo un grasso sconsigliato dagli esperti di nutrizione.
L’aroma. Nutella usa la vanillina (un aroma artificiale, molto utilizzato nell’industria dolciaria al posto della vaniglia naturale perché costa pochissimo rispetto alla vera vaniglia e al vero aroma utilizzato dalle altre creme.
La prova sensoriale. Per scoprire qual è la crema migliore bisogna acquistarne un vasetto tra quelli elencati nell’elenco e fare un confronto spalmandole su una fetta di pane valutando la consistenza, la fragranza e l’aroma. Il profumo tipico del cacao deve essere persistente e lo zucchero non deve prevalere sugli altri sapori.
Il prezzo. Nutella è il prodotto leader del settore e ha un prezzo decisamente interessante 6-7 euro/chilo. Per acquistare le creme senza olio di palma, bisogna spendere 2-3 e in alcuni casi 4 volte di più. Fare concorrenza a Nutella è impossibile perché il costo delle materie prime scelte da Ferrero è talmente basso e le nocciole sono così poco presenti  da rendere difficile  un confronto con le creme preparate senza olio di palma…
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senza olio di palma

Olio di palma, la lista dei biscotti “senza”. Ecco le 225 segnalazioni dei prodotti che contengono solo burro, olio di girasole, mais… o di oliva - Valeria Nardi

Continuano ad arrivare in redazione le segnalazioni dei lettori che ci indicano marchi e nomi di biscotti, merendine e snack salati che non contengono olio di palma. Abbiamo raccolto tutti questi dati in tre tabelle; in questo articolo si può consultare quella dei biscotti, che ormai ha superato i  200 prodotti. Si tratta di un elenco non proprio banale, visto che nei supermercati oltre il 90% dei biscotti e dei prodotti da forno esposti sugli scaffali contiene questo grasso vegetale di cui gran parte dei consumatori ne ignora persino l’esistenza.
Per l’elenco delle merendine visualizzare questo articolo: “Olio di palma, la lista delle merendine “senza”. Le prime 40 segnalazioni dei prodotti che contengono solo burro, olio di girasole o di oliva
Per l’elenco degli snack salati visualizzare questo articolo: “Olio di palma: la lista dei 95 grissini, dei cracker e degli snack che non lo contengono. Segnalateci altri prodotti!
Per l’elenco delle creme spalmabili alla nocciola e cacao visualizzare questo articolo: “Gli italiani amano la Nutella un prodotto con troppo zucchero, poche nocciole e troppo olio di palma. L’elenco di altre 50 creme preparate solo con ingredienti di qualità
L’ingrediente è ormai onnipresente e ha invaso il ricettario nazionale dei prodotti alimentari industriali. Il Fatto Alimentare ha dedicato diversi articoli all’argomento interrogandosi sull’effetto che ha l’impiego generalizzato dell’olio di palma in quasi tutte le merendine, i biscotti e altri alimenti confezionati (e non solo).
Il paese dell’olio extravergine di oliva e del burro si rivela essere in realtà un grande utilizzatore di olio di palma impiegato da quasi tutte le aziende del settore a dispetto di materie grasse di maggior pregio…

martedì 21 luglio 2015

Insetti a tavola - Agnese Codignola

Come è noto da alcuni anni, le fonti di proteine per uso umano stanno cambiando in fretta e cambieranno sempre più nei prossimi anni. La produzione alimentare globale dovrà adattarsi alle esigenze di una popolazione che secondo le stime toccherà i nove miliardi di individui nel 2030. In Congo si sta per attivare la sperimentazione di un farming di insetti con una programmazione sostenibile alle spalle, che desta un grande interesse a livello internazionale. Lo illustra Aaron Ross, giornalista della Reuters, in un reportage da Kinshasa, che spiega come in quella zona gli insetti siano una tradizione culinaria da centinaia di anni: sia come street food sia prelibatezza da riservare alle occasioni speciali. Cucinati con aglio, limone, cipolle e pepe, possono costare anche più della carne proprio per l’elevato prezzo di acquisto. Per fare un esempio, un chilo di grilli si paga circa 50 dollari, il doppio del manzo.
Tuttavia, nella Repubblica Democratica del Congo si consumano circa 14.000 tonnellate di insetti ogni anno, con una media di 300 grammi a settimana per abitante. Dal punto di vista della salute si tratta di un’ottima abitudine, dal momento che gli insetti, com’è ormai noto, rappresentano una eccellente fonte di proteine alternative alla carne e offrono anche sali, vitamine e fibre. Ma in Congo (dove tuttora in alcune zone da anni è in corso una guerra civile che prosegue a bassa intensità), tutti gli insetti o quasi vengono raccolti a mano nella boscaglia, in base alle disponibilità stagionali, e solo raramente allevati in piccolissime aziende. Per questo costano molto.
La FAO, insieme con alcuni ministeri locali, ha  deciso di avviare un progetto di allevamento industriale di grilli e bruchi e di affidarlo a 200 persone in diverse fattorie, quasi tutte donne debitamente formate. In  parallelo verrà fondato un istituto nazionale per gli insetti commestibili da raccogliere e da allevare in maniera sostenibile, e saranno emanate norme generali per la raccolta. L’iniziativa dovrebbe assicurare sviluppo a basso impatto ambientale: mettere su un allevamento costa poco. Inoltre, dovrebbe contribuire in maniera importante ad abbattere la malnutrizione ancora diffusa nel Paese, grazie alla maggiore disponibilità di materia prima e alla diminuzione dei prezzi al consumo.
Gli insetti sono stati anche tra i protagonisti del meeting annuale organizzato dall’Institute of Food Technologies di Chicago dedicato ai cibi di domani. Oltre ad essi, due sono le fonti considerate più promettenti: le alghe e la quinoa, insieme ai legumi. Le prime, come hanno ricordato alcuni ricercatori al congresso, sono ben accette dai consumatori, che sono pronti a farle entrare nei propri menu. Esse contengono, in media, il 63% di proteine, il 15% di fibre, l’11% di lipidi (tra i quali molti buoni anche per il cuore), il 4% di carboidrati, il 4% di micronutrienti (minerali e vitamine) e il 3% di altre sostanze facili da digerire. Si trovano già in alcune cucine nazionali, mentre in commercio, in vari Paesi, sono già disponibili centinaia di prodotti tra i quali barrette, succhi salse e dressing, simil-cereali e prodotti da forno. Le alghe sono facili da coltivare e hanno un basso impatto ambientale; in più, le specie note sono oltre mille, e questo amplia molto le possibilità, tanto dal punto di vista nutrizionale quanto da quello delle possibili combinazioni di prodotti.
La quinoa, invece, è una pianta originaria delle Ande e usata da millenni dalle popolazioni locali soprattutto di Perù e Bolivia. Attualmente in commercio ci sono già oltre 1.400 prodotti a base di quinoa in tutto il mondo, e il loro numero è destinato a crescere. Anche in questo caso si tratta di proteine nobili e a basso impatto. Infine si è parlato dei legumi, la carne dei vegetariani da sempre, anche perché privi di allergeni e di glutine e coltivati con basso impatto ambientale.
Chi è troppo affezionato ai gusti tradizionali o, peggio, al junk food, dovrà probabilmente rivedere le proprie abitudini molto presto. Per farlo senza troppa fatica, dovrebbe sempre pensare che queste novità potrebbero far bene alla  salute e al pianeta.

lunedì 17 giugno 2013

La differenza tra “provenienza” e “imbottigliamento” dell'olio extra vergine

L’Olio extra vergine di oliva toscano è tra i più apprezzati in Italia e nel mondo, insieme all’olio ligure, umbro e quello delle colline del Garda. Ma come essere sicuri della provenienza delle bottiglie vendute in negozio o al supermercato? Secondo i dati forniti dall’Agea e relativi ai registri di carico e scarico dell’olio del Sian, l’Italia conta tra produttori e confezionatori, 6373 operatori di cui 5716 frantoi e 657 aziende che imbottigliano. Analizzando meglio i numeri si riscontra una storia dell’extra vergine diversa da quella scritta sulle etichette.
Basta leggere anche velocemente le tabelle principali del rapporto per rendersi conto che «Il 90% dell’olio di produzione italiana (400 mila tonnellate nei primi nove mesi dell’anno) viene dalle regioni del sud, soprattutto Puglia, Calabria, Sicilia e Campania che raggiungono da sole il 70% – sintetizza Alberto Grimelli, agronomo e tecnico olivicolo-oleario-. Mentre Lombardia, Liguria, Toscana e Umbria insieme arrivano al 6,5% della produzione. Se però si considerano le percentuali relative alla vendita di olio confezionato i valori si invertono. La Toscana produce il 5% dell’olio italiano ma ne imbottiglia il 36%, l’Umbria arriva all’1% ma ne imbottiglia quasi il 20, mentre la Puglia al contrario ne produce il 50% e ne imbottiglia solo il 10%. Il paradosso si raggiunge in Lombardia dove la produzione ha dei valori ridicoli mentre l’imbottigliamento arriva al 10%...
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