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martedì 26 gennaio 2021

Sardegna Interna e Recovery Fund: che fare? - Emiliano Deiana

 

Per le aree interne della Sardegna il Next Generation – Recovery Fund recentemente approvato dal Governo può rappresentare una straordinaria occasione di progresso.

Occorre organizzare alcune questioni di metodo che si proverà a riassumere brevemente: a) le aree interne non corrispondo né geograficamente né economicamente alle sole zone centrali della Sardegna; b) le politiche di sviluppo o sono territoriali o, semplicemente, non sono: tutte le azioni isolazioniste dei singoli sono destinate al fallimento; c) dal Piano di Rinascita ad oggi si sono dimostrate – fra le tante – almeno due cose: lo sviluppo per poli non funziona; lo sviluppo esogeno – quello attratto “da fuori” dal “contributo” – ha fallito e ha disabituato le comunità a investire sulle proprie capacità; d) sul Recovery Fund la Sardegna deve invocare l’articolo 13 dello Statuto ovvero la possibilità istituzionale di contrattare con lo Stato l’intensità dei finanziamenti e gli interventi da attuare per un “Nuovo Piano di Rinascita” che abbia caratteristiche differenti rispetto agli interventi degli anni ‘60 e ‘70 su cui occorre una profonda riflessione storica su errori e virtù: per farne tesoro; e) bisogna evitare come la peste la “sommatoria di progetti” che giacevano da tempo immemore nei cassetti degli assessorati, ma privilegiare i Piani di Sviluppo Territoriali. Le aree interne della Sardegna – con le legittime differenziazioni territoriali – si devono pensare come una cosa sola: la frammentazione della rivendicazione rischierebbe di far fallire l’esigenza indifferibile di attrarre interventi che le facciano uscire da una condizione di sostanziale sottosviluppo.

Che fare, allora?

 

Provare ad organizzare una proposta che abbia alcuni denominatori comuni che andrebbero progettati esaltando le straordinarie diversità territoriali: rivendicazione unitaria, azioni diversificate.

La prima cosa da rivendicare con forza, rispolverando la parola “resistenza” in luogo dell’abusata “resilienza” (presente anche nel Generation Next), è la garanzia alle cittadine e ai cittadini delle aree interne i diritti costituzionali fondamentali: alla democrazia, al lavoro, all’istruzione, alla salute e alla mobilità e alle reti.

“Una scuola in ogni paese” non è uno slogan, ma un tassello imprescindibile di un piano di sviluppo locale.

“Un medico di famiglia in ogni paese” non è uno slogan, ma la condizione imprescindibile che garantisce ai cittadini di Esterzili di avere gli stessi diritti alle cure degli abitanti di Cagliari: rafforzando le “comunità della salute” sui livelli territoriali e migliorando la qualità nei piccoli ospedali e dell’emergenza-urgenza.

E poi le politiche di sviluppo garantendo ulteriori diritti: alla casa, alla terra, alla rete e al digitale, al benessere familiare, a una defiscalizzazione che renda conveniente vivere e investire nei paesi della aree interne.

Nei paesi delle aree interne esiste uno straordinario patrimonio ambientale, architettonico, storico-culturale e di beni comuni che andrebbe non “valorizzato” o “sfruttato” – per restare al sillabario del passato – ma vissuto davvero dalle comunità per farne uno strumento di identità e di economia pulita.

Per combattere lo spopolamento e la desertificazione umana, però, non basta vantare diritti, ma anche praticare doveri: rendere davvero accoglienti le comunità, predisporsi al confronto e al cambiamento, uscire dal “paese-pozzanghera” e trasformarlo in “paese-ruscello” dove il ricambio di acqua e di umanità permette una vita migliore per sé e per gli altri.

A ancora: imparare a lavorare con gli altri, con chi ti sta vicino, con le comunità confinanti, con un territorio più ampio dove ognuno non basta a se stesso, ma si afferma dentro un quadro collettivo. Solo se si ricomincia a ragionare come “città di paesi” le politiche di progresso possono avere una possibilità di successo, segnare una via di futuro possibile sostituendo l’estetica della competizione con l’etica della collaborazione.

La scrittura di un buon piano di azione locale ha bisogno di tutti questi elementi.

Ed è interesse della Sardegna tutta, a partire dalle città, avere zone interne vive e vitali, culturalmente dinamiche, produttivamente innovative a partire da un ritorno acculturato alla terra e alle produzioni, paesi abitati e collegati con le aree urbane, capaci di produrre beni e servizi essenziali per tutta la collettività sarda: dove ogni comunità sia una stella di una costellazione, un tassello determinante di un mosaico la cui organizzazione si disvela nello scambio e non nella privazione.

da qui

domenica 1 novembre 2020

Tempi molto difficili - Emiliano Deiana

La questione, in Italia e in Sardegna, sta assumendo dimensioni drammatiche.

Domani ci saranno nuovi provvedimenti restrittivi che avranno una qualche somiglianza con quelli assunti a marzo.

Non bisognava essere degli scienziati per capire la china che stava prendendo la situazione.

Conta poco dire l’avevo detto. Conta zero.

Conta semmai verificare quali drammatiche responsabilità politiche e comunicative ci sono state in questi mesi.

Hanno vinto i deliri delle “classi digerenti” del nord: politiche e imprenditoriali e delle loro teste di ponte locali.

Hanno preteso la riapertura della movimentazione extraregionale per lo sfizio delle vacanze, delle chiappe a mollo, del dimostrare ancora una volta a cosa serve la Sardegna e il meridione.

Ha vinto - ma perderà drammaticamente a pandemia conclusa - un regionalismo accattone ben rappresentato dai deliri mengeliani di Toti.

Non si salvava l’economia col turismo. Si doveva semplicemente aiutare le attività in difficoltà per una stagione alimentando un mercato interno che, forse, può dare più di quel che si immagina.

C’è, parlo per la Sardegna, un autocolonialismo spaventoso che si è piegato ai desiderata dei potenti del nord con un Governo nazionale incapace di dire no ai Bonomi, ai Briatore e a una serie di predoni di Stato che hanno devastato sanità ed economia.

Alla fine di questo dramma, sperando di uscirne “sani e vivi”, bisognerà fare i conti politicamente con queste complicità locali, con questo autocolonialismo, con questa politichetta col cappello in mano.

Adesso pensiamo a salvarci la pelle.

Per il resto ci sarà tempo dopo.

https://www.facebook.com/emiliano.deiana

martedì 17 dicembre 2019

La Sardegna terra difficile per i giovani: in diciotto anni fuga di 123mila ragazzi - Matteo Sau





Sono 220mila i giovani di età compresa tra i 15 e 29 anni che abitano in Sardegna. Sino a qui potrebbe sembrare un dato come tanti altri, ma diventa da bollino rosso se si pensa che nel 2001, nell’Isola erano 343mila. Significa che al netto di casi particolari, c’è una voragine che riguarda le giovani generazioni visto che in diciotto anni sono 123mila persone in meno della stessa fascia d’età. I dati sono emersi dallo studio effettuato dal Sardinian socio economic observatory (Sseo) e diventano ancora più preoccupanti in previsione visto che la prospettiva è che fra trent’anni, nel 2049, le stime parlano di 130mila giovani che abiteranno la Sardegna, terra che si conferma sempre più colpita dal fenomeno dello spopolamento in tutte le sue sfaccettature.
Numeri che hanno portato il presidente dell’Anci Sardegna, Emiliano Deiana, a lanciare un appello, non solo alle forze politiche e all’amministrazione regionale, ma a tutti gli strati della società sarda che non può rimanere indifferente a quella che il rappresentante dei sindaci definisce “l’ultima fermata prima della fine. Un disastro e una catastrofe”. Da qui la necessità di cercare di dare vita a un cambio radicale nella gestione economica e sociale dell’Isola perché altrimenti “la Sardegna, così come l’abbiamo conosciuta, non esisterà più”.
Con il suo appello diffuso, Deiana prova a coinvolgere il maggior numero di soggetti, attraverso un patto che “attraversi tutte le forze politiche, sociali e associative e che travalichi il tempo finito delle legislature”. Il rappresentante dei sindaci sardi ricorda che l’Anci ha più volte lanciato la proposta di convocare un ‘Nuovo congresso del popolo sardo’ che avrebbe il compito di “tracciare, collettivamente, le linee per tentare di risollevare una china paurosamente compromessa”. Il senso è che serve una chiamata alla responsabilità per chiunque abbia ruoli operativi e di rappresentanza della società sarda, ma non solo. Davanti al timore che le “forze, che sono un insieme infinito di debolezze, presenti in Sardegna oggi non siano più sufficienti, da sole, a determinare percorsi di progresso duraturi“, serve una grande adunanza di popolo. Inoltre, è necessario “richiamare l’altra Sardegna a collaborare, quella che se n’è andata, quella che vive altrove, quella che non ha ritenuto più sostenibile vivere qui”.  
Ci sono diversi fattori che concorrono a rendere il quadro regionale preoccupante: “La denatalità, il progressivo invecchiamento della popolazione, la desertificazione umana, civile, sociale, politica, economica. Lo spopolamento, la morte, per anoressia, dei paesi e delle aree interne e la fine, per bulimia, delle poche realtà urbane”. Fenomeni che caratterizzano l’esistenza di un’Isola che deve fare i conti con un’emergenza che non può essere risolta, almeno secondo il presidente dell’Anci, da singole iniziative di singoli soggetti. Infatti, se non si superano, attraverso “accordi alti, le ottuse divisioni di oggi e di ieri la Sardegna non ce la farà. Non lo può fare la Giunta regionale con un vago richiamo all’unità e non lo può fare, da solo, il Consiglio regionale“.
Tutti dovranno contribuire a definire i temi e l’agenda per la Sardegna dei prossimi trent’anni, “senza vendere strategie decotte come offerte miracolistiche per il domani luminoso – sottolinea Deiana – pensare di ottenere risultati migliori usando le formule fin qui usate è, al meglio, un’illusione”.

martedì 11 aprile 2017

PAESI, AREE INTERNE E SPOPOLAMENTO - Emiliano Deiana



PAESI, AREE INTERNE E SPOPOLAMENTO 
In Sardegna, in questi mesi, si è rinforzato il dibattito sui paesi, sulle aree interne e sullo spopolamento.
Se ne parla sui quotidiani, sulle televisioni, sui Social Network; ne parlano i sindaci, gli amministratori, gli intellettuali, gli artisti, gli architetti, gli economisti, i sociologi, gli antropologi. Anche la Giunta Regionale ha aperto, non senza ritardi, degli spiragli di ragionamento e ha esplicitato la volontà di invertire radicalmente la direzione di marcia delle politiche regionali: vedremo se alle parole seguiranno fatti e atti conseguenti.
Tutto questo "parlare" non è stato inutile; non è stato un esercizio di stile, la messa in scena di buone intenzioni e migliori sentimenti.
Tutto questo "parlare" ha fatto crescere la consapevolezza (e l'autoconsapevolezza nelle comunità) del dramma sociale, umano, storico, politico e culturale che vive la Sardegna. Un dramma che se non vi si pone rimedio farà precipitare la nostra terra in un evo di difficile comprensione e di ancor più difficile interpretazione. 
Lo spopolamento non è un fatto ineluttabile; è, semmai, il prodotto di scelte politiche precise che, se guardate con una certa freddezza e distacco, si potrebbero pure definire scientifiche. Con una certa dose di livida freddezza si sono abbandonate le aree rurali della Sardegna al loro destino fatto di denatalità, invecchiamento della popolazione, disoccupazione, emigrazione, depauperamento dei servizi pubblici essenziali: se Stato e Regione avessero speso un decimo dei fondi destinati alle fallimentari politiche industriali per i paesi avremmo di sicuro costruito una Sardegna più giusta, più umana, più autentica.
Se da un lato amministratori locali, intellettuali, scrittori, poeti, artisti hanno fatto sentire la loro voce questa voce si è scontrata col muro di silenzio dei partiti politici incapaci di interpretare il sentimento diffuso che in Sardegna - sul tema - sta germogliando. Un sentimento, una consapevolezza che sta crescendo come una "matrica", un lievito benefico che fa dire - in luogo della lamentazione - che i paesi, le aree interne della Sardegna, i margini, le periferie (a dispetto della "politique politicienne") ce la faranno, ce la faranno a sopravvivere all'incuria, all'abbandono, alla dimenticanza, all'arroganza di certo, decrepito, potere.
Serve, per questo, una politica commossa per i paesi e per le aree interne; di più: serve una politica che si emoziona ai paesi e che costruisce alleanze fra le 377 comunità della Sardegna; una politica che favorisce l'alleanza fra le periferie rurali e le periferie urbane: i luoghi, cioè, dove si annidano oggi le nuove e le vecchie povertà. 
Tutte le politiche di contrasto allo spopolamento sono, per definizione, politiche sperimentali. Non c'è nessuno - si diffidi sommamente di chi dichiara di avere la "ricetta" giusta - che abbia in tasca "la" soluzione.
Occorre, a mio avviso, una comprensione unitaria del fenomeno e servono soluzioni diversificate anche sui diversi territori: ciò che va bene in Gallura potrebbe non andar bene nel Goceano e viceversa.
Non c'è una sola medicina da inoculare alle comunità più deboli: non bastano i soli servizi pubblici locali, ma è fondamentale non disperderli o riguadagnarli: scuole, ospedali, trasporti, sicurezza pubblica; non è sufficiente solo una politica dell'accoglienza dei migranti, ma migranti possono rappresentare un elemento di crescita per le comunità; non bastano le politiche di contrasto alla denatalità, ma senza bambini non c'è futuro; la zona franca integrale forse non è un obiettivo perseguibile, ma studiare nelle aree più deboli delle zone franche rurali è fattibile e necessario per creare nuova occupazione e nuove imprese.
Le politiche di contrasto allo spopolamento devono utilizzare la tecnica del mosaico: ogni tessera al suo posto, ma al servizio di un disegno complessivo: condiviso e democratico.
Tuttavia, per comporre il mosaico, serve un nuovo umanesimo; un umanesimo che si commuove a salvare un paese, a salvare una comunità perché salvando un paese si sta salvando un pezzo fondamentale di Sardegna.
Per combattere lo spopolamento non serve una politica sifilitica, senza sentimenti, senza valori umani riconoscibili, elitaria, accucciata in attesa della prossima tornata elettorale, rannicchiata in posizione fetale. Serve una politica che si connette - anche sentimentalmente - col popolo e diviene forza di popolo perché sta dentro le comunità e le vive. Ne vive i drammi e le gioie e dice, con speranza, che i paesi non sono il passato della Sardegna, ma saranno il futuro. Un futuro da sperimentare adesso. Prima che sia davvero troppo tardi.

Emiliano Deiana ~ Sindaco di Bortigiadas e Presidente di Anci Sardegna

lunedì 10 aprile 2017

ricordo di Vincenzo Migaleddu (nelle parole di chi l'ha conosciuto)

"Il diritto alla salute è il diritto di vivere sani, non quello di curarsi"
Vincenzo Migaleddu


Conoscevo Vincenzo dal tempo del liceo - lui al classico, io all'istituto d'arte - e di certo non era uno che passava inosservato: era acuto, intelligente, informatissimo. Con lui rischiavi sempre che ne sapesse una più di te. Aveva una capacità di approfondimento che spesso stupiva. Se una cosa gli interessava andava a fondo: segnava, sottolineava, era attento ai rimandi bibliografici. Personalmente, quando poi sono partito a Bologna per l'università e lui invece è rimasto a Sassari a medicina, pensavo sarebbe diventato un prof dell'università. Ma era ancora giovane e non conoscevo i risvolti del termine "nepotismo", un male non solo sardo, sia ben chiaro. 
Però meglio così: le cattedre universitarie spesso rovinano le migliori intelligenze.
Sta di fatto che fu tra i primi in Sardegna a interessarsi del male oscuro dell'industrialismo selvaggio che già dagli anni sessanta stava pesantemente colpendo le nostre zone: quel petrolchimico che sembrava aver portato in Sardegna un benessere da società industriale era un bluff e Vincenzo non si vergognava a sottolinearlo. E Vincenzo, quando affermava qualcosa, aveva il dannato vizio di documentarsi fino a scoprire il codicillo più nascosto. Era fastidiosamente informato. Lui sapeva ed era cosciente del fatto che per vincere bisognava sapere una parola in più del suo avversario! 
 Un vero rompimento di scatole per molti di noi che imbevuti come eravamo di operaismo lo guardavano con sospetto. Lui diceva che quelle torri maledette che buttavano ceneri e rifiuti tossici in mare ci avrebbero fatto pentire di averle volute. 
Ma la sinistra, in quegli anni, in quel periodo, guardava l'ecologismo, la difesa dell'ambiente e tutti gli argomenti che vi stavano intorno con sospetto e con un evidente fastidio. 
Questo medico, che parlava del fatto che solo difendendo la terra che ci ospita come razza umana avremmo avuto un futuro, era veramente una spina nel fianco per molti verbosi politici di destra come di sinistra che sull'immagine dell'operaio e della supposta modernità di cui erano portatori, avevano creato la loro fortuna polica e il loro immeritato potere, 
Questo medico secchione che tirava di Judo, parlava correntemente francese e inglese, suonava la chitarra, componeva canzoni in sardo e italiano, che di certo non gli mancavano le buone letture era un vero rompimento. Un fastidioso critico delle loro fesserie e tostu che balla. Le castagne le sapeva tirare senza alzare la
voce ed erano castagne pesanti.
Beh, il discorso su Vincenzo sarebbe ora troppo lungo. Spero che un giorno lo si faccia. 
Io so che oltre che un dolore personale, sono dispiaciuto perché una intelligenza come la sua è venuta a mancare.
Sembra retorico dirlo, ma la Sardegna di lui aveva ancora molto bisogno.
A menzus bidere Vincé.
Nello Rubattu


Il sindaco e l'Amministrazione Comunale di Bortigiadas ricordano con stima e riconoscenza la figura di persona e di uomo di scienza del Dottor Vincenzo Migaleddu scomparso ieri. 
Dal 2013 Vincenzo Migaleddu è sempre stato a fianco di questa amministrazione - in maniera gratuita e disinteressata - per comprendere i meccanismi tecnico-burocratici, i rischi per la salute umana, l'esproprio di competenze per le amministrazioni e le comunità locali su due progetti di trivellazione denominati "Sedini" e "Martis". 
La Sardegna, con la sua morte, perde non solo un illustre uomo di scienza, ma soprattutto un militante pacifista della difesa dell'ambiente e della salute umana. Alla Sardegna mancheranno la sua umanità, la sua competenza e il suo coraggio. 
La Sardegna oggi è più debole e più sola. 
[Il sindaco - Emiliano Deiana]


Anche chi non l' ha conosciuto, deve sapere che oggi ci ha lasciato un grande uomo, gentile di modi e grande di cuore, che si è speso senza risparmiare la fatica per aprire gli occhi a tanti di noi, per spiegarci gli effetti di questa terra malata, gli abusi che questa terra ha subito, l' inquinamento grande che c'è. È stato lui l'artefice del mio disincanto riguardo "l'isola incontaminata e felice" e gli saró per sempre grata per avermi spiegato tante cose. Amava la Sardegna, più di tanti, Martis il suo paese che mi ha mostrato con orgoglio. I comitati tutti sono in lutto, con una profonda tristezza consapevoli di aver perso un grande punto di riferimento, una grande spalla, una persona franca, una guida che sarà impossibile continuare ad avere. 
Il cuore stretto stretto dalla tristezza infinita per te caro, carissimo Vincenzo Migaleddu. E le parole che trovo non sono abbastanza per descrivere questo immenso dispiacere.

Elisabetta Pau

domenica 8 gennaio 2017

La Paesitudine dell’Isola, il ‘non luogo’ social sulla vita dei micro centri



Il manifesto poetico più che politico dei micro paesi (in Sardegna l’80 per cento del totale) è un mix di citazioni, mappe e foto. Niente (o poca) malinconia ma sprazzi di vita, energie e riflessioni: scorci di case al crepuscolo, stradine in salita e decisamente poco affollate che si accompagnano a frasi rigorosamente in italiano. Su Facebook a inizio dicembre è apparsa una pagina dedicata alla Paesitudine – neologismo che forza in sintesi paese e solitudine, accompagnato dall’immancabile hashtag –  uno spazio social voluto e animato soprattutto da uno dei sindaci di frontiera, Emiliano Deiana da Bortigiadas (Gallura, 767 abitanti). L’intento è quello di raccogliere e attirare l’attenzione sui progetti di resistenza dei paesi dell’interno Sardegna: dall’Ogliastra, alla Nurra, passando per il Medio Campidano. Al di là e nonostante il frequente allarme sullo spopolamento e il rischio estinzione che grava su circa 31 paesi (secondo l’interessante e dettagliato studio SPOP) l’obiettivo è quello di creare una comunità trasversale che si muove attorno all’idea di un territorio da vivere in modo alternativo, in un futuro concreto e che parte da ora. Uno dei temi che tiene banco anche nell’agenda politica tra ripercussioni molto pratiche: dalle pluriclassi (alunni di diverse età che frequentano insieme), ai servizi – come quelli postali – a giorni alterni.
Cosa è la Paesitudine? “Questo è, per ora, un non-luogo che ci parla dei paesi della Sardegna e, più in generale, di tutti i paesi”. Intesi – si legge – come “una possibilità e un delirio. I paesi – in Sardegna – rappresentano l’unica possibilità di un riscatto a portata di sguardo e di abbraccio. Sono, i paesi, dei punti del mondo, connessi col mondo e con le Città. Non sono l’antitesi della forma urbana: sono la forma urbana embrionale. Sono la Città prima della Città.La Paesitudine è il modo di raccontarli, i paesi. In un impasto sentimentale di gocce di solitudine e polvere. Il fango dell’assenza. La Paesitudine è, dunque, un sentimento, un’urgenza, un castigo.
E nello spazio si vuole raccontare i paesi, abbandonando l’autocommiserazione e urlando “al mondo il diritto alla resistenza e alle esistenze”. Con voce corale. Le intenzioni sono tracciate in un post sintetico dal titolo “Cosa vogliamo fare”, una possibile risposta a una domanda ovviamente ricorrente: “Di preciso nulla. Il mondo è pieno di persone che vogliono fare delle cose “di preciso”. Noi, più umilmente, stiamo provando a costruire una comunità di “sognatori coi piedi per terra”.
Il 2017, anno della paesitudine. E sul finire del 2016 gli amministratori della pagina nel dare gli auguri tracciano confini ambiziosi e rivendicano con orgoglio : “Il 2017 sarà l’anno della Paesitudine, l’anno in cui si affermerà – come detto – il nostro diritto a esistere, a vivere, ad abitare i luoghi, a consumare le distanze fra il cuore e il pensiero. Ci sarà bisogno di tutti noi e di altri che nel tempo comprenderanno meglio e più chiaramente la vicenda dei paesi nel rilancio morale, sociale, economico di questa terra e, di più ancora, della follia che si possa vivere, ammassati, in pochi luoghi segnando nuovi confini fra periferie”. Il retrogusto amaro non manca: “L’augurio è che ci si renda sempre di più conto che questa è una follia che uccide tutti: il piccolo e il grande. Il primo per asfissia il secondo per bulimia. Il primo per abbandono il secondo per metastasi”. Ma, si insiste: “Il 2017 deve essere anche l’anno della cura con la quale si fanno le cose, della cura per le persone, dei bambini, dei vecchi. E deve essere l’anno della Parola: di quella detta e di quella taciuta”. Da qui gli auguri dalle periferie: “Dai bordi screpolati della #paesitudine giungano gli auguri più sentiti per un 2017 pieno di salute, di ardimento e di tenerezze. Una salute che cura i luoghi e le distanze; un ardimento per difendere il nostro diritto a esistere; una tenerezza per i bambini, i vecchi, gli alberi, le lepri, le pernici, i cieli, le aurore, i tramonti, le notti”.

Lo scenario nazionale, i gesti locali. E tra una poesia di Umberto Saba, una citazione di Sergio Atzeni, un verso di Vinicio Capossela appare un omaggio al sindaco pescatore di Pollica Angelo Vassallo, campano, ucciso in un attentato nel 2010 rimasto senza colpevoli. “Lo Stato siamo noi – scriveva-. Sono i paesi che fanno il Paese: la vera ricchezza è il luogo in cui si vive. La malattia della politica è la lontananza dalla nostra comunità e dalla operosità delle nostre donne e dei nostri uomini”. La condizione di paesitudine  è quindi condivisa, diventa un urlo della politica dei “piccoli”, di chi sta nei territori. Ma lo scenario, seppur nazionale, è declinato in chiave locale. Un vezzo autarchico? “Non si tratta di scelte autarchiche, si tratta di scelte d’amore. Amore per i luoghi e per le persone che, testarde, continuano ad abitarli”. E poi non vale il principio di locale in senso lato: “Non astrattamente “prodotti locali”, ma prodotti locali buoni e genuini. Acquistate direttamente dal produttore, dal pastore, dall’agricoltore, dal pescatore, dal trasformatore. Fatelo con la cura che si riserva alle cose belle e nobili; fatelo con l’etica di chi difende e aiuta l’economia locale, quella vera e misurabile. Quella che produce reddito vero, vero lavoro. Usate la conoscenza diretta, il passaparola, lo scambio di esperienze”. Ancora una volta i dati dell’Isola non sono affatto confortanti: “Se è vero – come è vero – che in Sardegna consumiamo l’80% di prodotti che vengono dall’esterno questo dato deve diventare il punto di partenza per l’educazione al consumo responsabile e informato. Ciascuno di noi ha una parte di responsabilità – come consumatore – per come gira la nostra economia locale; ciascuno di noi può fare la sua parte per invertire la rotta, per rafforzare l’economia di prossimità, la socialità di vicinato, la tenerezza della cura di noi e del prossimo”. E così “La #paesitudine passa, anche, dell’orientamento delle scelte personali che, poi, diventano scelte collettive”. Perché la Sardegna lontana dalle città non diventi (solo) terra per turisti del week end. 
Mo. Me. 

lunedì 19 dicembre 2016

lo spopolamento visto da Emiliano Deiana

Ieri, alla Fondazione Sardegna, c'è stata una lunga giornata di dibattiti sullo "spopolamento" di alcuni paesi della Sardegna. Si è presentato il bellissimo (e necessario) lavoro di Sardarch intitolato Spop. Se volete un consiglio: cercatelo e compratelo. 
Io (e altri sindaci) eravamo stati invitati a dibattere col Presidente della Regione Pigliaru e con quello della Fondazione Sardegna Cabras. Certamente, nei rispettivi campi di azione, le due persone - forse - con maggiore potere, oggi, in Sardegna. 
Era un po' come se Don Romualdo fosse invitato a Castel Gandolfo a parlare con Bergoglio e Ratzinger. Una cosa così: fatte le giuste proporzioni. 
Cioè, Don Romualdo potevamo essere noi. Bergoglio e Ratzinger, loro. 
Vabbè, il paragone è un po' così: ma ci siamo capiti. 
Il fatto è che, per motivi sicuramente validissimi, non c'era nè Bergoglio e nè Ratzinger (questo un po' ce lo immaginavamo che Benedetto XVI e Francesco non ci fossero). Cioè, non c'erano nè Pigliaru nè Cabras. Meglio ancora: Cabras ha parlato di mattina. L'incontro istituzionale e il dibattito coi paesi morituri era alle 18. 
Ma non ci siamo persi d'animo e abbiamo provato - insieme ai sindaci di Nughedu San Nicolò, Villa Verde, Padria, Sini (c'erano pure altri colleghi in altre "sezioni") - a dire la nostra. 
Vediamo un po' di riassumere. 
Magari - dopo un po' - stanca essere il paese-mozzarella. Il paese con la data di scadenza appiccicata sul groppone. Sarà pur vero che ci sono 31 paesi in una situazione più critica degli altri, ma non si spopola solo Villa Verde o Nughedu Santa Vittoria o Ardauli o Cheremule. Si spopola TUTTA la Sardegna. 
Lo spopolamento si declina in altre parole: emigrazione, disoccupazione, denatalità, invecchiamento della popolazione. 
Dovrà pur finire - anche - lo Storytelling di 'staminchia di alcuni imbrattacarte che si emigra per far esperienza. Su 100.000 che emigrano 5/6 emigrano per fare lo scrittore maudit nelle periferie delle grandi capitali coi soldi di mamma e babbo. Gli altri emigrano per bisogno. Per il bisogno di lavorare. Perché in questa terraccia che calpestiamo non c'è lo straccio di una prospettiva. Nemmeno la più miserabile e infima. 
Se in Sardegna (e in Italia) il tasso di natalità decade; se l'età media in Sardegna si attesta sui 46 anni mentre nel Maghereb è di 21 anni: ci sarà un problema? 
Se in Sardegna, col 99% di zone rurali, si perdono un paio d'anni a discutere di "città metropolitane"; se in Sardegna, col 99% di aree rurali, l'unica forma di fiscalità di vantaggio l'abbiamo chiamata "zona franca urbana" ci si renderà conto che - forse - si è perduta la connessione con la realtà? 
Cioè, che ci costringono a vivere in una dimensione parallela? A discutere (e ad azzuffarci) su questioni inutili o utili solo a pochi?
Chi dice di possedere la ricetta per "mitigare" lo spopolamento è un cialtrone. Tutte le politiche devono essere per forza di cose "sperimentali". Nella sperimentazione, forse, ciò che va bene in Gallura non va bene nel Barigadu. Potrebbero servire sperimentazioni differenti su problemi simili. 
Naturalmente è un cialtrone anche chi dice "farò", "faremo". Sempre declinato al futuro. 
È l'adesso che conta. 
Noi, nei paesi, la dobbiamo pure far finita di fare i "necrofori" delle nostre comunità. Intuire (e attuare) che le politiche di sviluppo non possono essere "comunali", ma territoriali (le funzioni associate e le fusioni comunali, invece, non sono una soluzione, ma uno strumento da maneggiare con cura). 
Nei paesi dobbiamo strapparci di dosso la data di scadenza e sovvertire l'ordine delle cose. Sovvertirlo a livello culturale, politico, umano. 
La smettiamo di dire cosa può fare la "regione" per noi? E diciamo cosa possiamo fare NOI per la Sardegna? 
La smettiamo di offrire - NOI - solo il Grande Sagrificio? E ci mettiamo in cammino a offrire il meglio che c'è in termini culturali, ambientali, produttivi e paesaggistici? 
Ci riesce a farla dentro di noi la rivoluzione? O pensiamo che la faranno Bergoglio e Ratzinger per noi? Magari, come diceva Flaiano, utilizzando la loro mobilia per le barricate? 
Ecco. Un po' di pensieri sparsi in una domenica delle salme. 
[E]

E infine una provocazione a chi dice che i servizi possono essere chiusi dove ci sono poche persone. Che non può esserci - chi cazzo lo ha mai chiesto? - un ospedale per ogni paese. 
Da Pattada a Sassari ci sono 78 km. Oggi hanno chiuso il punto nascita dell'Ospedale di Ozieri. Le partorienti del Monte Acuto e del Logudoro migrano verso l'urbe. 
Sogniamo. Facciamo che un pazzo chiude il punto nascita di Sassari e tiene aperto quello di Ozieri. 
Cosa succederebbe in Sardegna? Cosa direbbero a Sassari? Direbbero che una partoriente di Sassari non può farsi 78 km per andare a partorire a Ozieri. 
O sbaglio? 
E perché dovrebbe essere normale che una partoriente di Pattada faccia 78 km di strade devastate per andare a partorire a Sassari? 
La domanda l'ho fatta. Datevi la risposta.