Visualizzazione post con etichetta Mauro Armanino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mauro Armanino. Mostra tutti i post

giovedì 1 ottobre 2026

L’isola dei tesori - Mauro Armanino


Da Socrate, il cane nato in fabbrica, al mendicante di Piazza dell’Annunziata, fino alla piccola Natasha morta di fame: un viaggio tra le vite a cui attribuiamo valore e quelle che il nostro mondo ha imparato a non vedere.

L’avevo chiamato Socrate ed era nato in fabbrica. Sua madre, una cagna aperta all’ecumenismo, aveva partorito nell’officina meccanica della fabbrica nella quale lavoravo. In quei tempi non c’era la video- sorveglianza, i cronometri per misurare le pause per il caffé  e si esercitava perfino lo sciopero del rendimento. In alcuni fine settimana, nel turno di notte, in certi reparti si poteva anche arrostire la carne e bersi un bicchier di vino in compagnia. I guardiani e i padroni sapevano tutto ma c’erano le lotte sindacali e anche spazi di umana convivenza. Quello che sarebbe stato chiamato Socrate era l’unico cucciolo nero della nidiata multicolore custodita, con affezione, dagli operai e capi dell’officina meccanica dello stabilimento. Socrate, malgrado un nome altisonante è rimasto sempre piccolo e nero. Non si dava arie e stava al suo posto accanto al pollaio sulla riva del torrente. Qualche volta correva con me quando andavo in collina a zappare le fascie di terra per la semina.

Proprio accanto alla nota Piazza dell’Annunziata a Genova, a destra sulla strada che sale verso l’Albergo dei Poveri, non passa inosservata la scritta di una vetrina. Vi si legge ‘ L’isola dei tesori’. Appetibile titolo che gioca sulla prossimità col titolo del famoso romanzo per ragazzi di Robert Louis Stevenson, ‘L’isola del tesoro’, pubblicato nel 1881 o 1882. Solo che, avvicinandosi, si nota il disegno di alcuni cani e la minuscola scritta ‘dove gli animali sono preziosi’. A Gaza, nel Sudan, in Ukraina, nella Republica Democratica del Congo, in vaste porzioni della Nigeria e nel Sahel questa scritta non sarebbe stata neppure concepibile. Sono tornato l’anno scorso dal Niger dove, secondo il recente rapporto del Programma Mondiale dell’Alimentazione, nel 2026 quasi due milioni e mezzo di persone si trovano in grave insicurezza alimentare. Di queste un milione e 600mila bambini in stato di malnutrizione acuta. Nè il negozio nè la scritta sarebbe stata pensabile nell’altro mondo citato.

Mentre mi trovavo in missione fuori dal Paese Socrate è morto. E’ stato sepolto nel greto del fiume dove ha trascorso, con filosofia, la sua vita canina senza attese e pretese. Vivrà forse coi suoi simili in un paradiso riservato a queste creature forse senza padroni o guinzagli, giocando a fare i cani normali. A Genova se ne possono contare circa 181. 000, registrati all’anagrafe canina mentre stime locali e regionali recenti suggeriscono all’incirca 90.000 esemplari. In Italia si spende in media tra i 1.200 e i 1.300 euro all’anno per il mantenimento del cane. La cifra cambia in base alla taglia dell’animale e alla cura della salute. Il cibo è la spesa più alta e le visite di base, i vaccini e altri prodotti hanno un costo importante che può naturalmente variare a seconda del cane e le possibilità finanziarie del padrone. Mantenere un gatto, invece, risulta meno oneroso perchè costa in media 767 euro all’anno, fatti salvi gli imprevisti. Non sono naturalmente contabilizzati i circa 6.000 gatti randagi recensiti in città.

Nell’isola dei tesori del negozio di Piazza dell’Annunziata sono preziosi gli animali mentre, se salite la scalinata che porta alla basilica omonima, accanto alla porta d’ingresso, noterete una statua di bronzo. Dal 2023, donata dallo scultore Timothy Schmalz alla comunità di sant’Egidio, essa rapprenta un mendicante sotto il quale si nasconde il Cristo, nell’atto di chiedere l’elemosina. Nella propria vita, in fondo, non si tratta altro che di scegliere tra ciò è prezioso e ciò che è forse utile ma futile. Soprattutto si tratta di rieducare il nostro sguardo e di intercettare, nei propri simili, quanto di prezioso si trova nascosto dietro i pregiudizi e le esclusioni. Il mendicante con la ciotola e la mano tesa è l’altra isola del tesoro che, raggiunta, può rendere preziosa la nostra vita. Natasha, bimba della Sierra Leone giunta a Niamey con la madre durante il mio soggiorno, aveva un anno quando è morta di fame sulla strada. Nulla di più prezioso che la sua breve vita rapita dal vento.

da qui

martedì 29 settembre 2026

La storia si scrive dalle crepe - Mauro Armanino

 

Nelle ferite, nelle frontiere, nei volti dei migranti e dei poveri si nascondono le tracce di un mondo diverso. Una riflessione sull’apocalisse come rivelazione, insurrezione e possibilità di riscrivere la storia dal basso.

Apocalissi leggere nel quotidiano

Introduzione

Gli alberi fioriscono perché non possono parlare  (Franco Arminio)

Un altro nome di apocalisse potrebbe essere quello di  insurrezione che poi è sinonimo di ‘rivelazione’. Tra le due parole c’è una profonda connessione e per così dire ‘ complicità’. Ogni autentica sovversione non è, in fondo, che  la rivelazione di un mondo altro che, fatto prigioniero da quello esistente, è‘naturalizzato’ da un’apparente ineluttabilità. Le apocalissi sono dunque incursioni che svelano l’ambizione di offrire chiavi di lettura per interpretare la propria storia. Essa è parte integrante di quella più ampia che involucra e incide su quella realtà che crediamo unica.  Le apocalissi hanno  il sapore dell’ultimità e, per certi versi, di fragile passerella per i tempi di crisi che sono i cambiamenti d’epoca.

Tracce apocalittiche

Le ferite come ‘feritoie’ del futuro

Anche perdere ci appartiene (Rainer Maria Rilke)

Sono le sconfitte che ci salvano e sono le debolezze che ci aprono all’inedito di un futuro fuori da ogni schema o programmazione. Le ferite della guerra, del dolore, della malattia, dei tradimenti propri e altrui,  individuali e collettive, proprio perché come ‘solchi’, consentono di seminare opportunità rinnovate, autentiche ri-creazioni che dalla debolezza fanno germogliare la novità. Non si spiegherebbe, infatti, come malgrado tutte le drammatiche vicende della storia umana si apra il cammino, tortuoso ma reale, verso un altrove che di fatto tradisce la nefasta eredità di ciò lo ha preceduto.

Non è  una legge codificata e scritta nella natura o nel destino umano. Nondimeno meraviglia come da sconfitte talvolta indelebili possano scaturire speranze e indicazioni per sentieri non battuti. Potremmo parlare di un destino forse teologico nel senso ampio del termine. L’apparizione di un miracolo che proprio dalla debolezza e dalle ferite, insinua un’insurrezione già avvenuta. Da questo punto di vista ogni umana ferita è anche una ferita ‘divina’. Proprio per questo l’apocalisse come rivelazione  e opacità, trova il suo senso e la sua precaria consistenza. Nessuna sofferenza o sconfitta umana andrà perduta perchè le ferite sono come ‘crepe’ scavate nei muri  di cinta. Esse, nelle fortezze della vita umana, consentono di far passare, clandestinamente, la luce

Non c’è più filosofia o teologia possibile dopo Auschwitz o Hiroshima/Nagasaki…ma solo la divina debolezza che, con umiltà, tocca e identifica la sconfitta umana con la propria. Il sepolcro, i cimiteri non sono l’ultima ma la penultima parola scritta della storia. Essa va avanti, in modo discontinuo e ‘irregolare’ in modo che dalle ferite possano nascere e crescere fragili ed eterne novità.

 Sostare sulle frontiere

...’Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, nè di lì possono giungere fino a noi’… ( Lc 16, 26)

Abitare le frontiere è un’esperienza unica e accorgersi di  essere abitati da frontiere è un’apocalisse, una rivelazione. Le frontiere sono variegate e sono fatte di parole, di carta, di sabbia, di pietra, d’acqua, armate, metalliche o elettroniche. Si trasformano in muri oppure magicamente in sorgenti di futuro e, nel migliore dei casi, in ponti. In ogni caso sono inaggirabili perché nasciamo, cresciamo e moriamo con esse e in esse. Le frontiere ci fanno e noi facciamo le frontiere. Luogo di passaggio e anche di soggiorno ma soprattutto luogo sul quale sostare ma non a lungo. Le frontiere sono mobili. Inventare, costruite, reali, pericolose, opportunità di salvezza e al contempo griglia di lettura, includente o escludente, dell’alterità.

Le frontiere possono essere talvolta mortali e di fatto lo sono, in particolare per i poveri o e per coloro che si avventurano oltre le ‘Colonne d’Ercole’ che l’Occidente ha perpetuato da allora. Nel mare, nel deserto, nei campi di detenzione, nei luoghi ibridi dove nè legge nè diritto assicurano la dignità inerente ad ogni persona in qualunque stato o situazione essa sia. Cimiteri senza nome e al contempo strada maestra per un futuro differente, le frontiere rappresentano e rivelano meccanismi di potere, rapporti di forza e sono a volte occasione di dialogo.  Ma la grande frontiera è l’abisso!

Visibilissima e al contempo invisibile perchè ‘naturalizzata’, la frontiera che divide il mondo in tanti mondi si è approfondita, scavata, fino, appunto, a prendere la forma di un abisso. Si trovano dei ‘sud’ nel NORD e dei ‘nord’ nel SUD, questo è certo e risaputo. Nondimeno la linea di faglia tra Nord e Sud è ben reale. Opera e utilizza le frontiere come mezzo e strumento di controllo sociale, economico e politico. Si passa da una all’altra ma a caro prezzo. Da questa prospettiva la frontiera rivela, alla maniera di un’apocalisse, come funziona il mondo, l’economia, la politica, le relazioni umane e la messa in pratica di ciò che si chiama ‘mobilità’. Diritto riconosciuto come tra i fondamentali nella Dichiarazione Universale primigenia e purtroppo non applicato da buona parte dei Paesi che compongono le Nazioni Unite.

I migranti, nella loro ragionevole follia sono coloro che meglio hanno saputo interpretare le frontiere e la loro messa in relazione con la storia della mobilità e povertà. Essi, infatti sono una frontiera vivente che cammina, naviga, vola, sogna e spera. Portano in loro stessi la loro frontiera, fatta di carne, di sangue, di fatica, di sudore e di paura convertita in speranza o disperazione a seconda del viaggio e soprattutto della destinazione dello stesso. Portatori di qualcosa di unico e irripetibile. L’avvento di un mondo differente nel quale le frontiere servano a credere che il grande abisso si converta, un giorno, in tanti  ponti o porti nei quali approdare accolti da una moltitudine in festa.

Nei volti sta scritto

Il futuro, forse, può essere ascoltato, non previsto ( Russel Jacob)

Sono i volti, prima incurvati e sottomessi dalle tante schiavitù, conseguenze delle idolatrie, che si risollevano, perchè la liberazione non è lontana. Il volto, ogni volto, è un’epifania, una rivelazione e dunque un’apocalisse leggera dell’infinito nel tempo e nello sguardo. Tra le maschere e i volti ci sta tutta la differenza che esiste tra la nudità che si offre all’altro e la fuga di chi si nasconde  dallo sguardo alieno. I volti sono una delle espressioni più marcanti della nostra vulnerabilità perchè, in qualche modo, ci si dà ‘in pasto’ agli occhi e alla percezione dell’altro. Si rischia la profanazione o la lettura ambigua di ciò che non si è e che, comunque, appare, disponibile persino al naufragio. Il volto rivela e nasconde perchè l’opacità appartiene di diritto ad ognuno. Non tutto dev’essere visibile, misurabile e controllabile. Occorre la saggezza e l’umiltà di rieducarsi ad accogliere il limite.

Volti nuovi dei bambini, volti adulti e volti scolpiti dal tempo e dunque ricchi di cicatrici, rughe e pezzi di vita attaccati ad impercettibili segni che solo l’attenzione e il rispetto permettono di interpretare. Il sorriso, la preoccupazione, il pianto e il dolore che, con la gioia, trovano nel volto uno spazio unico e definitivo per ri-velarsi o meglio s-velarsi. Sui volti sta scritta la vita, quella passata, presente e soprattutto quella futura. Nella società dello ‘spettacolo’, dove i volti, specie femminili, sono offerti e svenduti ad ogni tipo e qualità di sguardo.Forse la cosa migliore sarebbe quella di ‘velare’ il volto o almeno una parte di questo, in modo da riscoprirne la funzione che è qualla di introdurci al mistero. Così come il venerdì santo con le croci.

 Il volto, infatti, non è che l’atrio del mistero, lo spazio tra il mondo esterno e l’interiorità del sacro. Ecco perchè, specie nel femminile, quando il volto è ‘commercializzato’ e manipolato si opera una profanazione.

Nei poveri si rivela la storia

Dove non entra il povero Dio non entra/ Possono dire quello che vogliono/Possono fare statue d’oro/ ma Dio non entra mai dalla porta dove non entra il povero    (Arturo Paoli)

Una delle più rivoltanti (o consolanti) apocalissi, ci ricorda il brano,  accade quando il mistero si nasconde ad alcuni e si svela ad altri. Per Arturo Paoli sono i poveri di ieri e quelli di tutti i tempi, soprattutto coloro che non sanno di esserlo. Probabilmente non si porta fino alle ultime conseguenze l’affermazione sottesa  alla citazione. Vi troviamo in effetti una delle chiavi di lettura della storia più contundenti che mai siano state offerte. I privilegiati non sono quelli che ci si aspetta di trovare sul palcoscenico della storia : i potenti e coloro i cui nomi sono scritti sui monumenti, sulle piazze e nei libri di testo.

I sapienti e i saggi, alla maniera del sistema di dominazione attuale, saranno spazzati via da ogni possibile apocalisse e dunque da ogni memoria. Coloro che, invece, sono stati considerati come ‘invisibili’, inutile zavorra nel cammino delle idee e della mondializzazione illuminata, costituiscono l’autentica realtà. Ad essi e a quanti loro assomigliano appartiene la risurrezione e dunque la chiave della saggezza delle umane avventure. I piccoli, i poveri sono una fragile e leggera apocalisse permanente perchè, in un modo misterioso, in essi si cela, nascosto ed evidente, il segreto del senso e del cammino della storia.  Fossimo conseguenti dovremmo imparare a riformulare la nostra storia, personale e collettiva dal rovescio del mondo o dai ‘sotterranei’ della storia.

Ci hanno provato in tanti, eretici, santi e rivoluzionari che poi hanno fondamentalmente la stessa prospettiva esistenziale. Messi al rogo oppure accettati e normalizzati dall’istituzione, creata per perennizare l’eventuale carisma espungendone la carica di esplosività. Ci hanno provato, da millenni, le donne di ogni età e stato sociale. Ci ha provato una persona che poi si è cercato di incorniciare  trasformandola in una sorta di subalterna divinità. Maria, la madre di Cristo che, secondo l’evangelista Luca, sostiene che ‘ il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti  dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’. (Lc 1, 51- 53)

Nell’ora della morte

L’amore non muore mai di morte naturale. Muore perché noi non sappiamo come rifornire la sua sorgente. Muore di cecità e di errori e tradimenti. Muore di malattia e di ferite, muore di stanchezza, per logorio o per opacità. (Anais Nin)

A ben vedere la storia del mondo non è solo quella delle lotte di classe, come il noto ‘Manifesto’ di Marx e Engels evidenziavano. La storia del mondo è anche e forse soprattutto quella dei ‘cimiteri’, dove si custodiscono per un certo tempo le ossa inaridite di tutte le morti che accompagnano l’umano transito. Nella vita di una persona, marcata dal mistero della morte, ci sono tante morti. Stagionali, quotidiane, imprevedibili oppure già note, le morti stanno come cani fedeli al capezzale della vita. Di fatto la morte è l’Apocalisse quasi definitiva perchè lì, nell’agonia, si svela quanto di più profondo giace sedimentato nell’animo umano. Progetti, viaggi, lotte e sconfitte trovano in quel momento, in quell’ora, la definitiva rivelazione. Ricordati, uomo (Adam) che sei polvere e in polvere tornerai, si dice per le ceneri di mercoledì.

Il vescovo argentino Henrique Angelelli, assassinato per il suo impegno coi poveri, scriveva che l’uomo non è che fango che cerca la vita, una mescolanza di terra e di cielo. Proprio queste due dimensioni della vita appaiono in piena luce ‘nell’ora della morte’, il mistero dei misteri che, rimasto nell’ombra per tutta la vita, insorge nel momento più tragico. Accade in quello spazio liminale che da sempre sfugge al ‘controllo’ umano ed è marcato dalla fragilità e dalla verità. Le due camminano assieme perchè è nella fragilità che più forte si manifesta la verità della creaturalità dell’essere umano. Nessuno si è dato la vita o ha scelto di venire a questo mondo. C’è stata una chiamata, un appello o una condanna per certuni, al mistero della vita. La verità di una sottrazione oppure di una porta che si apre alla pienezza inedita o solo sospettata che per i credenti prende il nome impronunciabile di Dio.

Nostra sorella morte, cantava san Francesco ferito dalle stigmate e forse dall’abbandono che sempre diventa una costante nella relazione col divino. La morte come porta o come riva apre, per chi assume la vita come dono, ad una definitività che non la rende meno dura  ma insinua la parvenza di un senso. In quessto modo supera ogni umana disperazione. La morte si infiltra, clandestina o accettata, nel correre o camminare della vita e i tentativi di ‘addomesticarla’  si traducono nelle simbologie o strategie che ogni cultura inventa. Il peggior servizio che si possa rendere alle nuove generazione sarebbe proprio quello di mutilarne l’esistenza, l’effettività e la portata. Educarsi ad assumerla come parte, drammatica, della vita, dovrebbe essere uno dei compiti delle culture e delle religioni che meritano questo nome.

Utopia come profezia

…’E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più’… (Ap 21, 1)

L’utopia si coniuga con l’apocalittica e insieme offrono al mondo e alla storia l’unica lettura che possa offrire un’alternativa radicale alla banalità del quotidiano. Le apocalissi come utopie insinuano frammenti di una visione radicalmente alternativa a miti e immaginari ortodossi dell’umano intendere. Chiamiamo profezia l’umanizzazione divina delle relazioni umane e una nuova direzione della storia.

Essa appare scritta, finora, dai forti e dai potenti di turno, dai padroni e da coloro che adesso hanno le chiavi del potere sulla vita e il destino degli altri. Il loro nome corre veloce e appaiono ai più come invincibili, immortali, eterni. Cadranno come statue dai piedi di argilla. L’utopia come profezia afferma che la storia si fa dal basso, dalla mitezza e dall’umiltà consapevole dell’unica insurrezione per la quale vale la pena di dare la vita. Questa visone dell’esistenza è espressa nel vangelo di Matteo al capitolo 5, con la  parola ‘beati’ e cioè felici, realizzati in pienezza. Solo appartiene a coloro che di fatto sono considerati i perdenti della storia. Tracce di questo nuovo mondo si hanno quando, per un attimo, si squarcia la polvere e la cecità che copriva il reale e appare in piena luce la saggia follia dei martiri. Si tratta dei testimoni che incarnano, con il sacrificio di loro corpo, ciò per cui la vita è degna di essere vissuta. Offrono un fragile segno che fa apparire, per un istante, come il mondo potrebbe essere per ricrearlo, nuovo, ogni giorno.

da qui

martedì 7 aprile 2026

Morti sul lavoro e per fame: le guerre feriali che troppo spesso passano inosservate - Mauro Armanino

Mamour Mbow Pape, operaio senegalese di 22 anni, è morto sul lavoro a Caselle di Selvazzano, nella cintura industriale di Padova. Studente lavoratore da circa due anni in una ditta specializzata nella lavorazione della lamiera metallica.

Moustafa è cresciuto assieme a lui a Rufisque, principale porto del Senegal prima che si creasse quello di Dakar. L’amico racconta che Mamour era un “ragazzo d’oro, tutto casa, lavoro e studio, Amava la lingua italiana e voleva impararla al meglio e il prima possibile così da conquistare una propria autonomia”. Invece sappiamo che non è andata così. La guerra del lavoro, una guerra feriale che uccide nel nostre Paese in media tre persone al giorno, scivola inosservata dopo qualche effimera parola di rammarico e di circostanza.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto, stima che quasi tre milioni di lavoratori muoiono ogni anno a causa di infortuni e malattie professionali. La maggior parte dei decessi, secondo l’analisi, deriva da malattie professionali e gli incidenti sul lavoro rappresentano 330.000 decessi.

Tornano nelle cronache quotidiane le stesse espressioni. Precipita dal tetto di un capannone nel Barese, muore operaio 30enne. Siamo nella zona industriale di Modugno dove la vittima stava lavorando sul terrazzo di un capannone industriale, prima di una caduta di 6 metri. Lascia la moglie e il figlio piccolo, commenta l’articolo del giornale.

Un operaio di 39 anni questa mattina è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a San Francesco al Campo, nel Torinese, ricorda la nota. Stando a quanto ricostruito la vittima si trovava sul luogo di lavoro per opere di potatura insieme a un collega. Quest’ultimo si trovava sull’albero, imbragato, intento a compiere la potatura con motosega, quando un ramo si sarebbe spezzato colpendo alla testa il compagno di lavoro che si trovava ai piedi dell’albero.

Un operaio di 24 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto nella tarda mattinata a Nocera Inferiore (Salerno), segnala un altro titolo. La vittima era originaria di Sarno e lavorava in un’officina che si occupa della riparazione di camion. Secondo una prima ricostruzione il giovane si trovava tra due mezzi che erano in riparazione quando una terza motrice avrebbe urtato uno dei due mezzi fermi, spingendolo sulla vittima. L’impatto non ha lasciato scampo all’operaio. Morti feriali la cui lista sparisce in fretta dai notiziari quotidiani per la vergogna.

C’è poi l’altra guerra feriale, implacabile, silenziosa, invisibile perché riguarda solo i poveri. Ogni giorno, secondo Action Aid International Italia, circa 24mila persone muoiono a causa della fame o per malattie collegate alla malnutrizione. Oltre 773 milioni di persone soffrono la fame. L’impatto sui bambini, i quali rappresentano i tre quarti delle vittime sotto i cinque anni, è incalcolabile. Per l’organizzazione Save the Children il 2025 è stato un anno devastante per milioni di bambini, intrappolati nelle guerre. Oltre 60 milioni di loro soffrono la fame, dichiara la direttrice generale dell’Ong, mentre 11 milioni sono al limite della sopravvivenza.

Quasi la metà dei decessi infantili, circa 2,5 milioni l’anno, è riconducibile alla malnutrizione. La causa principale sono i conflitti armati, l’instabilità politica e il sistema economico in relazione anche alla gestione delle filiere alimentari. Le situazioni estreme si concentrano in Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Sappiamo per esperienza che in ogni bambino si potrebbe nascondere un messia, un profeta, un re o una regina come quella di Saba con le sue ricchezze.

Ousmene Diene, presidente dell’associazione dei senegalesi di Padova, dopo un breve incontro col padre di Mamour Mbow Pape, afferma: “Ci siamo solo abbracciati piangendo a vicenda perché il dolore che si prova in questi momenti è devastante. Lui ha lavorato col figlio per sei mesi e per questo non riesce a darsi pace. Io sono arrivato con il padre in Italia e non è possibile morire così”. Quanto a Mor Mbow, padre dell’unico figlio morto in fabbrica, commenta il suo decesso così: “Allah mi ha dato la fortuna di poterlo vivere, ma ora se l’è ripreso”. Antiche parole di una saggezza, anch’essa, feriale.

da qui

domenica 22 febbraio 2026

Anche a Pachino è più protetto il pomodoro Igp che i diritti dei lavoratori migranti - Mauro Armanino

 

Nei primi anni di scuola la geografia mi attraeva solo per i colori delle cartine geografiche affisse nell’aula. Coi compagni si giocava a indovinare senza leggerli i nomi dei Paesi e persino delle capitali. Con gli anni la geografia, quella fatta di strade che si camminano, di un’altra lingua da imparare e soprattutto da gente con cui vivere, mi è entrata dentro. Nell’aria pregna di umidità della regione forestiera in Costa d’Avorio e in Liberia. Nelle quattro stagioni ‘rovesciate’ rispetto all’emisfero nord a Cordoba in Argentina e infine la polvere del Sahel. La storia e la geografia, innestate sull’economia fanno da cornice alla politica. Infine gli anni passati dai transiti delle frontiere mobili che sono i migranti hanno finito per convincermi del peso specifico della geografia per interpretare il mondo.

Dopo la mia partenza dal Niger, il passato mese di agosto, non avrei mai immaginato di trovarmi in Africa, senza saperlo e volerlo. Vero. Durante la breve e intensa visita a Modica e i pochi momenti passati nella piazza principale di Pachino era impossibile non notare il numero importante di stranieri di origine magrebina. Avrei scoperto più tardi che la provincia di Ragusa, situata alla punta estrema orientale della Sicilia, si trova longitudinalmente più a sud della capitale tunisina, Tunisi. Il territorio ragusano si estende in modo provocatorio verso il sud del Mediterraneo, ben dentro la costa africana settentrionale. Molte delle scritte delle insegne dei bar e di altri servizi erano in lingua araba e sulle strade del centro si sentivano mescolanze di lingue, musiche, geografie e volti.

Questi ultimi sono costituiti nella totalità da migranti o in relazione con loro che, com’è noto, lavorano nelle serre di Pachino e del circondario. Si tratta di una zona agricola che nelle epoche passate produceva uve da vino di qualità. Ciò perché in quest’area si combinano un insieme di fattori, terreno, luce, temperatura, qualità dell’acqua. Senza dimenticare però, soprattutto i lavoratori migranti a ‘buon mercato’ che rendono il prodotto saporito, attraente, profumato e resistente. Il vero e unico pomodoro Pachino è quello coltivato nei territori di Pachino, Portopalo di Capo Passero e alcune zone di Noto e Ispica. All’inizio del nuovo millennio è nato un Consorzio per tutelare e garantire il pomodoro Pachino con il marchio IGP, cioè Indicazione Geografica Protetta.

A dire delle numerose testimonianze ricevute, sono senz’altro più ‘protette’ le zone geografiche che i diritti dei lavoratori migranti. In questo mare di serre, infatti, i ritmi di lavoro, l’uso di prodotti chimici e le condizioni di vita sono temibili per la salute di coloro che fanno in modo che l’oro rosso sia conosciuto nel mondo. Le geografie, proprio come l’economia, sono sempre politiche e trovarsi al Sud di Tunisi rende questa parte dell’isola come una frontiera aperta, un ponte tra i due continenti. Ancora la geografia, a conclusione del soggiorno, si è avvalsa della complicità dell’aeroporto Vincenzo Bellini di Catania-Fontanarossa. Nella sala d’attesa per l’imbarco il wifi gratuito funzionava a intermittenza. In cambio, nella sala, svolazzano a loro agio, con vitto e alloggio, alcuni piccioni IGP.

da qui

domenica 11 gennaio 2026

«Non trovatelo naturale» - Mauro Armanino


E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale.

Naturali non sono le frontiere, gli eserciti, le armi, le migrazioni, le politiche di aggiustamento strutturale, i bombardamenti chirurgici, le guerre e le religioni. Nulla di tutto ciò è naturale. Le democrazie, le dittature, i colpi di stato e le elezioni presidenziali. Non sono naturali le classi sociali, la schiavitù, il mondo tracciato e colorato da stati che danno l’impressione di perennità. La storia non è naturale e neppure la scienza, i mezzi di comunicazione o di trasporto. Neppure le amicizie, se vogliamo, sono naturali, dovute o frutto di affinità elettive. Naturale non è la neppure la vita considerata la facilità con cui passa, si trasforma e si racconta. Ha ragione Bertolt Brecht, drammaturgo, regista, scrittore e poeta tedesco che introduce così lo scritto ‘L’eccezione e la regola’, nel 1930. In un’epoca in cui l’ingiustizia e i venti di guerra sembrano tornare a sedurre i ‘signori del mondo’ e i loro sudditi, queste parole assumono una valenza profetica.

…Di nulla sia detto: “è naturale” in questi tempi di sanguinoso smarrimento

Continua così l’introduzione all’opera citata di Brecht. Di nulla sia detto ‘ è naturale’ di quanto accade nel mondo. Non c’è nulla di naturale a Castelvolturno e alle migliaia di migranti di varie provenienze che abitano spesso in case abbandonate sotto lo sguardo vigile della mafia. Nulla di naturale della ‘rotta balcanica’ che sfocia a Trieste nella Piazza della Libertà rivisitata come Piazza del Mondo o dei Popoli. Nulla di naturale nella marcia silenziosa nella stessa città la notte scorsa a ricordo dei 4 rifugiati deceduti in queste ultime settimane in città e nella regione. Nulla di naturale nel viaggio impossibile che accompagna di dolore afgani, pakistani, bengalesi, nepalesi, siriani, egiziani e sudanesi in questa bella città di frontiera. Ditemi cosa c’è di naturale nelle parole prese in prestito da qualche parte e che usiamo per stuprare il reale e dirottare altrove lo sguardo. Non è affatto naturale pulire, curare, fasciare e carezzare i piedi dei migranti martoriati dalle gratuite violenze perpetrate alle frontiere. Così come mai è stata naturale la fame che oggi ancora è la peggior guerra quotidiana.

… ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità….

Esempio sono i campi di detenzione sparsi in tutta Europa, ed esportati altrove, a esplicitare l’ordinato disordine e la disumana umanità resa possibile con l’ignavia e la complicità degli spettatori del naufragio della civiltà. Muri, reticolati, sensori, controlli delle impronte e facciali sono assieme ai documenti quanto di meno naturale ci sia nel mondo. Esattamente come gli stati, la sovranità e la proprietà della terra quando si trasforma in assoluto. Pericoloso, dunque, affermare che il corpo è nostro, per farne ciò che meglio ci pare e poi negare che la terra, la casa, il futuro sia invece di tutti e per tutti. Eppure la vita ci insegna che tutto è precario, provvisorio, relativo e, per così dire, imprestatoci. Siamo giusto occasionali stranieri residenti che dovrebbero prendere cura gli uni degli altri per il breve nesso di tempo che chiamiamo vita. I 116 morti annegati al largo della Libia, alla vigilia di natale di quest’anno, non fanno che gridare in silenzio il tradimento delle leggi del mare.

…cosi che nulla valga come cosa immutabile…

Ancora la saggezza di Bertolt Brecht apre un varco inestimabile nella pretesa espressa dalla torre di Babele che, nel noto mito biblico, appare come il vano ed effimero tentativo di darsi un nome che raggiunga il cielo. Immutabile come un esercito, una lingua e un pensiero unico, scelta imperiale di tutti i tempi, che trasformerebbe il mondo in una raffinata dittatura. Come i militari al potere nel Sahel centrale dove anche quest’anno si sono stati oltre diecimila contadini uccisi dai gruppi armati. Costanti come le carestie annuali e gli oltre 4 milioni di sfollati. L’unica cosa che si rivendichi davvero come immutabile sarà la deliberata diserzione al sistema dominante.

da qui

lunedì 24 novembre 2025

Tornato dal Sahel, ho sentito parlare solo di guerre. Anche qui impera la militarizzazione della società - Mauro Armanino

 

Sono le tre parole che ho sentito più usate dal mio ritorno dal Sahel. In questi pochi mesi mesi, armi, guerra e sicurezza sono proprio quanto credevo aver lasciato partendo dal Niger. Dopo 14 anni di permanenza tra le zone più ‘critiche’ dell’Africa pensavo di trovare ben altra musica tornando a casa. I militari al potere nei tre Stati confederati nel Sahel centrale, i gruppi armati affiliati a Al Quaeda e Stato Islamico, quelli di autodifesa, mercenari di varia provenienza e armi in quantità. Questo sembra essere il sentire e vivere quotidiano nel Mali, Burkina Faso e Niger. Società nelle quali l’ambito militare appare tanto pervasivo da incidere nei ritmi e stagioni politiche di questi Paesi. Mi sbagliavo.

Dall’altra parte del mondo, colui che per convenzione unilaterale si chiama ‘Nord’, si trova lo stesso clima solo declinato in un contesto che definire democratico è altrettanto fuorviante. Bisogna armarsi e riarmarsi, accrescere la potenza per colpire prima dell’eventuale attacco nemico. Occorre prepararsi alla guerra che verrà, probabilmente presto o comunque quando sarà necessario. La propria sicurezza sarà cercata, promessa e garantita, anzitutto e dappertutto. Per la nostra tranquillità ci sono le aree video-controllate nei bus, nei treni, i luoghi pubblici, le chiese, le frontiere e in ogni tipo di entrata che meriti questo nome. Anche in questa porzione del mondo si opera la militarizzazione della società.

Il canale privilegiato per la crescente militarizzazione della società è, naturalmente, il linguaggio che opera attraverso narrazioni pre-confezionate a misura della realtà che si vuole imporre. Da tempo non è il reale che veramente conti ma il tipo di realtà o meglio il consenso che da essa si desidera veicolare. I mezzi di comunicazione sono consapevoli di quanto disse al giornalista Ron Suskind del New York Times nel 2004 un consigliere dell’allora presidente degli Usa George W. Bush: “Non è più in questo modo che il mondo funziona. Adesso siamo un impero e, quando agiamo, noi creiamo la nostra propria realtà. Mentre voi studiate, giudiziosamente come lo desiderate, questa realtà, noi operiamo di nuovo e creiamo altre nuove realtà… che voi potrete debitamente studiare: è così che funziona…Noi siamo gli attori della storia e a voi non rimane che studiare ciò che noi facciamo”.

Per condurre a buon porto l’operazione la costruzione del nemico, vero, presunto, possibile o inverosimile, rimane una tappa primordiale. Da questo punto di vista basterebbe rileggersi Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. Il giovane soldato Giovanni Drogo che spende la sua vita in una fortezza di confine e proprio quando il nemico sembra finalmente giungere è lui che scende per l’ultimo e definitivo viaggio. Viviamo come in una fortezza in attesa dei barbari e nel frattempo ci si arma, e si prepara la guerra per dare la sicurezza che, com’è noto, solo il cimitero può garantire. L’Occidente sembra determinato a trasformarsi in un immenso cantiere che organizza il cimitero dei sogni.

Demilitarizzare i pensieri e le parole. Mettersi all’ascolto del reale di cui i poveri sono il volto censurato. E, soprattutto, come disse nel 2002 a Bari la docente di linguaggio Nurith Peled Elanan, il cui figlio di 13 anni è stato ucciso, “termini come libertà e onore, Dio e pace, il bene del Paese e anche democrazia possono essere armi letali… siamo coloro che sanno che non c’è pace o libertà, nessun bene e nessun Dio dopo la morte di un bambino”.

da qui

martedì 23 settembre 2025

Con quel che resta del mondo - Mauro Armanino


Dopo il ritorno definitivo dal Niger e quattordici anni di permanenza nel Sahel maltrattato da gruppi armati che usano la morte e il terrore come strategia. Dopo che le frontiere che si armano da troppe parti e i muri spuntano dappertutto al quotidiano. Dopo i morti migranti di chi cerca un altro mondo nel mondo. Dopo che le armi e le guerre che le utilizzano per perfezionarle sembra ormai la diplomazia tra Paesi con interessi divergenti. Dopo che gli imperi tornano a mostrare con arroganza il volto cinico del potere che non avevano mai abbandonato. Dopo che le illusioni del progresso illimitato e della globalizzazione felice sono state realizzate. Dopo che la giustizia sociale appare tradita e venduta per alcune denari di “coesione sociale”. Dopo che le grandi narrazioni della storia hanno lasciato il posto alla cronaca del quotidiano. Dopo i colpi di stato militari che tutto promettono di rifondare perché nulla cambi. Dopo tutto ciò ci si dovrebbe domandare che fare con ciò che resta del mondo.

Dopo l’ipocrisia del diritto internazionale con applicazione variabile. Dopo la democrazia esportata di forza e mistificata alla sorgente dalla sete di potere e del denaro. Dopo aver mutilato il mistero della persona umana alla sola dimensione del commercio e del consumo. Dopo aver continuato a scavare il fosso che separa i mondi tra chi può viaggiare liberamente e chi è destinato a scomparire tra i superflui. Dopo aver dichiarato e subito dopo confiscato l’affermazione che tutte le persone nascono uguali in dignità e possibilità. Dopo avere lottato per anni le conquiste del lavoro e vederle diluirsi nello sfruttamento programmato dell’esclusione a partire dalla nascita. Dopo le ideologie che hanno ingabbiato la realtà falsificandone i contorni e la portata sovversiva. Dopo aver creduto alla redenzione attraverso la violenza sacrificale degli innocenti. Dopo avere mentito per anni sul senso della storia per ritrovarsi in una storia senza senso. Che fare con ciò che resta del mondo.

Dopo l’epoca coloniale quella imperiale e infine quella del nulla o nichilista. Dopo che la merce e il mercato diventano tutto e tutto diventa mercanzia, compreso il corpo umano. Dopo che le parole sono state, svilite, svuotate, offese, manipolate e travisate da impostori. Dopo che si è banalizzata la violenza. Dopo che il confine tra vero e falso è reso negoziabile a seconda degli interessi. Dopo che la giustizia si è gradualmente trasformata in carità poi diventata appannaggio dell’ambiguità umanitaria. Dopo che i ricchi e i potenti hanno confezionato il mondo a loro immagine e somiglianza. Dopo che le religioni affiancano il potere per garantirne la durata e la stabilità. Dopo che le informazioni sono gestite da mestieranti e mercenari al soldo del dittatore di turno. Dopo che si confonde la pace con la dominazione della menzogna. Dopo che sembra impossibile credere ancora che un altro mondo è possibile. Che fare con ciò che resta del mondo.

Ricucire, ripulire, rinnovare, ricreare e ridare statuto e dignità alle parole. Rigenerale la politica e rimetterla davanti e prima delle scelte dell’economia. Ripristinare il senso della democrazia sostanziale a partire dai dimenticati, emarginati e traditi. Riscrivere la storia con e degli umiliati, impoveriti, abbandonati e svenduti del sistema. Riprendere ad ascoltare il silenzio perduto nel dolore delle madri e dei padri. Ridare spazio ai sogni e alle visioni dei giovani, soli a immaginare un mondo che ancora non si intravvede. Riconciliare l’utopia del disarmo senza sfilate militari, fabbriche di armi e testate nucleari. Rieducarsi a cancellare dal lessico ogni traccia di nazionalismo armato perché escludente dell’altro. Risuscitare la verità sepolta nelle lacrime degli esiliati quando troveranno una dimora. Riparare i ponti abbandonati e distrutti dall’indifferenza. Rifare quel che resta del mondo per affidare al vento, ogni mattina, le poesie dei bambini.

da qui

venerdì 4 luglio 2025

È la guerra della povertà quella che miete più vittime al mondo. Ma nessuno se ne vergogna - Mauro Armanino

 

Miete più vittime delle altre registrate nel mondo. L’anno scorso i conflitti armati riconosciuti tali erano 61. Quest’unica guerra uccide più che tutte i conflitti messi assieme. Si tratta della guerra della povertà o, se vogliamo, della miseria che porta con sé, troppo spesso nel silenzio, milioni di persone. Un po’ come le cosiddette ‘morti bianche’ cioè quelle sul lavoro. Un’altra vera e propria battaglia quotidiana che vede come protagonista chi non è certo di tornare a casa dopo esserne uscito per lavoro, il mattino. Si calcola che l’anno scorso le ‘morti bianche’ abbiano raggiunto i tre milioni.

La guerra della povertà è peggio perché per gli economisti si perde nelle statistiche, mentre per la gente è una sparizione continua che passa inosservata. Ad essere cancellati sono i poveri. Le tracce della miseria durano a lungo perché coinvolgono i bambini, le donne e i giovani. La miseria è il frutto più immediato di guerre, movimenti forzati di popolazione, avversità climatiche ma soprattutto di classi politiche ammalate di potere e spogliamento del popolo nel più breve tempo possibile. Cause esterne, interne e purtroppo ‘eterne’ si perpetuano perché abbiamo smarrito la vergogna.

Sembra scomparsa, la vergogna, dal lessico e soprattutto dal volto, le parole e le azioni. Si tratta del sentimento, innato e allo stesso tempo frutto culturale, che manifesta l’inadeguatezza tra la verità dell’onestà e il nostro agire e sentire. La crescita, tutta occidentale, dell’individualismo e del fin troppo citato relativismo non possono che produrre l’esilio della vergogna. Gli atti, le scelte, le parole e financo l’abbigliamento non si misurano più con lo sguardo dell’altro. Il ‘principio di responsabilità’ è stato spazzato via dall’utilitarismo capitalista che tutto mercifica e traduce, senza vergogna, in denaro.

Investire somme abissali destinate a servizi sociali in armi, ordigni letali studiati e programmati allo scopo di uccidere il ‘nemico’ fa ormai solo vergognare i pochi irriducibili ‘idealisti’. Nel frattempo nel Sahel imperversa la vulnerabilità alimentare per milioni di persone, l’indigenza al quotidiano, la mancanza di strutture educative e sanitarie. Mancano dispositivi che facilitino l’ingresso dei giovani nel mondo lavorativo. Non si vergogna affatto la classe politica al potere, gli intellettuali attirati dalla retorica che sembra promettere loro un futuro e i leader religiosi che puntellano il sistema fatiscente.

Il Fondo Monetario Internazionale, che sappiamo non essere un ente di beneficenza, ha rilasciato un documento che, prendendo in considerazione il Pil dei Paesi, stila la lista dei 10 Paesi col reddito pro capite più basso in Africa. Con tutti i limiti che questo tipo di operazione sappiamo comporta, rimane utile affacciarsi su questa strana e drammatica classifica che nasconde ciò che mostra ed evidenzia ciò che nasconde. Ci sono numeri che offuscano le cause e facilitano l’operazione di sminamento del sentimento di vergogna che dovrebbe toccare i politici per primi.

Senza sorpresa, l’Africa subsahariana domina la classifica. I conflitti cronici, la debolezza istituzionale e una élite politica sempre più spesso militarizzata non sembrano in grado di offrire alternative coerenti ed efficaci alla precarietà di vita dei popoli che dovrebbe servire. Nell’ordine della lista si trova il Sudan del Sud, lo Yemen, il Burundi, la Repubblica Centrafricana, il Malawi, il Madagascar, il Sudan, il Mozambico, la Repubblica Democratica del Congo e il Niger, Paese nel quale ho il privilegio di trovarmi. Tutto ciò dovrebbe far vergognare chi profitta della miseria degli altri per arricchirsi o per illudere i poveri con vuote e false promesse di un domani migliore. Finché la vergogna non ritornerà ad essere una materia di insegnamento nella grammatica della vita quotidiana, sarà difficile cambiare lo sguardo sul mondo.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/29/guerra-poverta-vittime-vergogna/8041750

venerdì 6 giugno 2025

due lettere dal Niger - Mauro Armanino

Scampati al deserto, Traoré Ali e Ousmane non rinunciano ai loro sogni e ne hanno fatto una foresta - 

La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’

Sono entrambi originari della Costa d’Avorio ed è per me come un piacevole ‘giocare in casa’. Non si dimentica mai il primo amore. Sbarcato in questo Paese nel millennio scorso, dal 1976 al ’78, la prima volta nel continente africano. Il ritmo della lingua, i luoghi e lo stile sono riconoscibili ad occhio e orecchio nudo.

Traoré, di mestiere panettiere e pasticciere nella città di Man, nel nord ovest della Costa d’Avorio. Parte l’anno scorso, coi suoi 32 anni e una famiglia lasciata a casa, per inventarsi un futuro diverso e più luminoso di quello che si trova tra le mani che impastano povertà e nulla più. Derubato come tutti i migranti dai gruppi armati nel Mali, raggiunge l’Algeria e lavora prima come panettiere e poi, al solito, in un cantiere edile ‘cinese’ della capitale. Al momento di ritirare il frutto del suo lavoro arriva ‘casualmente’ la polizia che spoglia i migranti di tutti gli averi, li arresta e li deporta a Tamanrasset in un centro di detenzione. Da lì, lui e gli altri saranno condotti al confine col Niger, in un luogo desertico che bisognerà attraversare per raggiungere la prima cittadina abitata, Assamaka.

Ali ha invece 19 anni. Non ha potuto terminare la scuola elementare e fatica a leggere e scrivere in francese. In Costa d’Avorio era apprendista riparatore di frigoriferi e climatizzatori. Vorrebbe imparare meglio il mestiere e mettere da parte il capitale per viaggiare in Europa, dove i sogni si infrangono sulle coste o ancora prima di raggiungere il mare. Per questo passa un paio di settimane in Tunisia. Il tempo di essere deportato in Algeria e da lì, come Traoré suo compatriota, gettato nella fascia di deserto che non separa affatto l’Algeria dal Niger. Lui e Traoré mettono assieme i sogni confiscati dal sistema che stima né utile né sopportabile accettare chi non si adegua alle norme stabilite di sparizione programmata dei giovani per luogo di nascita.

Ali e Traoré sono tra le migliaia di giovani che inventano, tessono, rischiano sogni non esportabili o delegabili ad altri. Assumono il rischio dell’incomprensione, della persecuzione e financo dell’eliminazione dei giovani che osano un futuro fuori dalle regole stabilite dal sistema dominante. Diventano, malgrado loro, rivelatori di violenza. La stessa che accompagna da decenni la Democratica Repubblica del Congo, ex Zaire, di Moboutu Sese Seko, dittatore liquidato poi dai Grandi.

Ousmane di 23 anni, imbianchino senza lavoro. Abbandona la capitale dove ha il dubbio di essere inghiottito dal nulla per la nascita in una famiglia numerosa per andare, con un sogno nascosto negli occhi, a sfidare il Mediterraneo. Sarà invece il mare di sabbia, il Sahara, nome che significa, per l’appunto, mare che pone una barriera invalicabile al suo andare. Passato il deserto algerino sarà catturato, spogliato degli averi e imbarcato, assieme agli altri e come pacchi postali, sul camion fino alla frontiera di sabbia col Niger. Ousmane e i due avoriani passano qualche giorno ad Assamaka, saturata con migliaia di migranti espulsi dall’ Algeria, la Tunisia, la Libia e il Marocco. L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, a nome delle Nazioni Unite, è in difficoltà per accogliere, nutrire e ricondurre i migranti ai rispettivi Paesi di origine. Questa è la ragione per la quale i tre amici hanno raggiunto fortunosamente la capitale Niamey. Scampati al deserto, Traoré, Ali e Ousmane non vogliono chiudere i loro giorni in un labirinto umanitario che assomiglia fin troppo all’anticamera dell’inferno.

I sogni confiscati dal sistema non vanno affatto perduti perché sono come semi che seppelliti nel letame dei potenti, a loro insaputa, crescono e prosperano. Senza darlo a vedere e ispirati da innumerevoli poeti scomparsi, si sono messi assieme. Stagione dopo stagione e albero dopo albero si è andata formando una foresta che nessuna cartina o rilevamento dall’alto potrà identificare. La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’. Dentro la foresta si trovano gruppi di bambini che giocano con gli animali e inseguono farfalle di ogni tipo. Al centro del bosco c’è una sorgente d’acqua perenne che disseta i sogni e li affida, come preziosa eredità, al vento cha passa ogni mattina di buonora.

da qui


L’isola dei bambini mai arrivati – La lettera di P. Mauro

Molti di loro sono certamente passati dal Niger, Terra di Mezzo. Li abbiamo incontrati e poi dimenticati . Erano accompagnati da uno o entrambi i genitori oppure confusi tra fratelli, amici e conoscenti d’occasione. Hanno attraversato non si sa come il deserto e, per gli strani sentieri del destino, sono riusciti ad imbarcarsi e tentare il Mare di Mezzo, il Mediterraneo. Secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia ONU per la protezione dell’infanzia, l’UNICEF, in dieci anni, circa 3500 bambini hanno perso la vita nel mare, sulla rotta del Mediterraneo centrale.

Questa porzione di mare è riconosciuta come la frontiera più mortale del mondo.

Ciò significa, sempre per il rapporto citato, che in questi ultimi 10 anni ogni giorno un bambino è scomparso nel mare. Mancava perfino la mano di uno dei genitori a dare l’ultimo aiuto.

Sette bambini su dieci che hanno effettuato la traversata viaggiavano soli.

Quanti sono giunti sull’altra riva e interrogati hanno confessato che, durante il viaggio, molti di loro hanno sofferto violenze fisiche e altri sono stati arbitrariamente detenuti. Sono fuggiti da guerre, conflitti, violenze, miseria e soprattutto l’abbandono di una parte d’Africa che ha tradito e venduto il loro futuro ai commercianti di vite umane.

I bambini fanno parte delle oltre 20mila persone morte o disperse nel corso egli ultimi dieci anni nello stesso Mare.

L’isola dei bambini si è creata da sé, come per caso, un giorno feriale di un anno che nessuno ricorda.

Il numero degli piccoli migranti mai arrivati aumentava al quotidiano e si rese necessario, col tempo, organizzare la vita della colonia e far sentire i nuovi arrivati come a casa loro. All’inizio non è stato facile perchè i bambini cercavano di imitare quello che ricordavano della società dei grandi. Armi, guerre, muri come frontiere e parole armate generatrici di violenza e divisione. Si organizzò dunque una prima assemblea consultativa aperta a tutti i residenti senza distinzione. Si decise all’unanimità che l’isola sarebbe stata guidata senza più tener conto del sistema creato dai grandi.

Inventarono strade, cortili, piazze, giochi e feste. Alcuni dei più grandi che già avevano imparato un mestiere si industriarono a trasmettere ad altri il loro sapere. Le bambine più grandi organizzavano la cucina, la cura dei più piccoli e rallegravano la vita dell’isola con canti e danze improvvisate. L’isola dei bambini mai arrivati era anch’essa migrante e, in realtà, non andava da nessuna parte. Si muoveva, invisibile o visibile secondo le stagioni e, come esse, mutevole nei colori e nella forma. Quando, da lontano, spuntava un’imbarcazione i bambini migranti innalzavano una bandiera inesistente e accendevano fuochi sperando che il fumo avrebbe segnalato la loro presenza.

L’isola è ben là fino a tutt’oggi e continua a ricevere nuovi ospiti ai quali viene chiesto il nome, l’età e il Paese di origine. Nel caso di neonati i nomi sono scelti a seconda dei giorni di sole, di pioggia e di vento. Non c’è una rotta prestabilita perché l’isola inventa ogni giorno nuovi orizzonti e c’è chi giura d’averla vista passare ma c’era nebbia quel giorno. Alcuni dei primi residenti immaginano che un giorno l’isola dei bambini si trasformerà in un continente che avrà dimenticato per sempre l’arte della guerra.

da qui

giovedì 21 novembre 2024

Da avventurieri a migranti: grazie al lessico occidentale, chi si muove è diventato criminale - Mauro Armanino

 

Sbarcando a Niamey il mese di aprile del 2011 la parola ‘migrante’ non faceva parte del lessico locale. Si parlava piuttosto di ‘avventurieri’ oppure più semplicemente di ‘esodanti’. Questo due parole nominavano altrettante visioni del migrante, come gli occidentali lo chiamavano. L’avventuriero è una delle figure tipiche dell’immaginario culturale dell’Africa Occidentale perchè andare lontano e di preferenza al mare era come un cammino iniziatico. Il giovane diventava ‘uomo’, avventurandosi verso il totalmente sconosciuto per i Paesi del Sahel, il mare! L’immenso, l’ignoto e cioè la grande sfida.

La seconda parola che definiva il migrante era, appunto, ‘esodante’. Una parola evocativa che suona come un esilio scelto, un andare senza conoscere come e se il partente sarebbe tornato.
In effetti nel Niger, da tempo, si praticava una migrazione stagionale che a volte si trasformava in definitiva. I Paesi della costa atlantica o il nord Africa, Algeria, Marocco e soprattutto Libia erano privilegiati. Un esodo provvisorio, per affrontare la stagione di passaggio tra il raccolto e la nuova stagione. Quanto gli avventurieri o esodanti mandavano o portavano a casa permetteva alla famiglia di creare nuove opportunità di emancipazione.

Arrivò poi, dall’Occidente, con una certa violenza, un nuovo lessico che trasformò radicalmente e in modo radicale, la percezione delle migrazioni. L’esodante divenne un ‘migrante’, si trasformò presto in ‘clandestino’, poi in ‘illegale’, ‘irregolare’, in ‘criminale’ o in un ‘illuso’ dall’Eldorado occidentale. L’esternalizzazione delle frontiere europee, peraltro iniziate prima del vertice nel 2015 a La Valette, col Marocco e il Sudan in particolare, hanno completato il processo di ‘criminalizzazione’ della migrazione come fenomeno.

Si trattava di bloccare o almeno ridurre il numero di ‘potenziali migranti’ che avrebbero potuto attraversare il Mediterraneo. L’organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM, l’Unione Europea e gli accordi bilaterali, hanno contribuito a rendere le rotte migratorie più inaccessibili, pericolose e onerose. Nel solo il mare ma anche il deserto si sono trasformati in cimiteri senza nome e volto. L’agenzia Frontex ha collaborato al respingimento di 27.288 naufraghi tra il 2019 e il 2023. I morti nel Mediterraneo dal 2014, secondo Statista sono stati più di 30mila. Una guerra!

La mobilità è una componente inseparabile della storia dell’umanità. Non casualmete essa è riconosciuta dalla Dichiarazione fondamentale dei diritti umani al numero 13. Ed è proprio dal continente africano, secondo gli specialisti, che si è iniziato il popolamento del mondo. L’Europa, tanto per rimanere in tema di memoria, è stata per oltre un secolo il continente dell’emigrazione verso le Americhe e l’Australia….

Si calcola che tra ‘800 e ‘900 quasi 50 milioni di persone intrapresero un viaggio senza ritorno verso nuove patrie. Le cause di questo fenomeno furono sia demografiche, con l’aumento della popolazione indotto dalla transizione demografica, che economiche, con l’aumento della produttività del lavoro in agricoltura. L’Italia, con quasi 9 milioni di emigranti, fu uno dei paesi che contribuirono maggiormente a questi flussi migratori. Le correnti migratorie, innescatesi nella seconda metà del XIX secolo si mantennero sostenute fino al secondo dopoguerra (www.units.it).

Le ragioni delle migrazioni sono molteplici e, in fondo, ogni migrante è la sua migrazione… Tuttavia, nell’analisi delle cause, non si dovrebbe sottostimare la realtà delle disuguaglianze economiche, le possibilità di formazione, crescita umana e, naturalmente, l’immaginario simbolico. Rimane un fatto inconfutabile che molti economisti di valore sottolineano. Si sostiene che la migrazione è stata finora il mezzo forse più importante per sfidare la povertà. Naturalmente la complessità del fatto migratorio dovrebbe renderci più attenti alle semplificazioni che spesso polarizzano il tema e le posizioni. Ad esempio l’idea che i popoli africani ‘invadano’ l’Europa appare come fuorviante perchè, com’è noto, la maggior parte delle migrazioni africane si effettuano all’interno dell’Africa, in particolare nell’Africa Occidentale.

I miti da smantellare o perlomeno da ridimensionare sono molti ed è innegabile che un’oculata politica di riflessione e accompagnamento del movimento migratorio, nel dialogo coi Paesi da dove provengono i migranti, gioverebbe a tutti, compresa l’economia dei paesi del Nord. L’inverno demografico dell’Occidente non è irrilevante e compito della politica dovrebbe essere anche quello di prevedere il futuro. Proprio di questo si tratta in fondo. Quale tipo di mondo vogliamo abitare assieme. Se un mondo di muri, reticolati, pattuglie e centri di detenzione esternalizzati o, preferibilmente, un mondo dove l’architettura principale siano i ponti.

da qui

lunedì 11 novembre 2024

Disuguaglianze di polvere divina nel Sahel - Mauro Armanino

  

All’inizio di tutto c’è la polvere con un soffio di vento. E’ questa l’uguaglianza fondamentale che accomuna persone e cose di questo mondo. Poi, col tempo, la storia e gli avvenimenti, le condizioni della polvere cambiano e si può affermare che, qui come altrove, c’è polvere e polvere. Alcuni son più polvere di altri malgrado il soffio originario conservi tutta la sua creativa bellezza e fragilità.

Col tempo c’è chi dimentica di non essere che polvere che aspira alla vita e presume di diventare potente. Così si sono formate le classi sociali, i gruppi di potere, le élite che governano e il popolo che altro non dovrebbe fare se non aderire a quanto si decide per il suo bene. La sovranità di polvere si coniuga con l’indipendenza del vento che ad essa si affida. La polvere si trasforma in aristocrazia o dittatura.

Dalla polvere di natura ugualitaria alla società delle disuguaglianze il passo è assai breve e notabile. Ad esempio c’è che può mangiare regolarmente ogni giorno e chi deve scegliere l’unico pasto che possa imbrogliare lo stomaco. Chi può mandare i figli nelle migliori scuole private del Paese e chi si contenta delle scuole di stato… nel passato maggiormente apprezzate di quelle private.

Ammalarsi per la polvere comune è un dramma. Senza soldi e garanzia di accompagnamento, anche nel reparto di urgenza si può rimane per ore e giorni in lista d’attesa. Chi, invece, è fatto di una polvere diversa troverà posto nell’ospedale di referenza, nelle cliniche attrezzate o semplicemente all’estero. La vita degli esseri di polvere non è uguale per tutti. Alcune vite valgono più di altre.

C’è la polvere che viaggia col vento e nel vento, mentre c’è polvere più sofisticata che prende l’aereo con il biglietto di ritorno o per sola andata. Nel primo caso troviamo una certa categoria di migranti e nella seconda gli uomini politici, d’affari, i diplomatici e i gli affiliati alle Organizzazioni Internazionali. Per i primi non c’è la certezza dell’arrivo a destinazione. Per i secondi le date sono fissate e sicure.

La polvere delle persone comune lavora, vive in campagna e rappresenta circa l’ottanta per cento dei 27 milioni che conta la popolazione del Niger. Un altro tipo di persone di povere, circa un milione, ha trovato rifugio nel Paese o vi si trova come sfollato. Nella capitale Niamey si scovano palazzi come castelli fatati di ogni stile architettonico, case blindate, custodite e gemellate con case di terra.

C’è chi sostiene che dietro tutto ciò c’è senz’altro una volontà divina. Come dire che la polvere dell’inizio col soffio di vento si è gradualmente divisa e dunque c’è chi potrà vivere più a lungo con dignità e chi, invece, era scritto scomparisse molto prima perché polvere di scarto. Una polvere nobile e degna e l’altra di seconda mano. Tutto scritto nel libro, come cantava il buon Bob Marley a suo tempo.

Difficile crederlo perché, malgrado le pietre tombali, i monumenti e i nuovi nomi dati alle strade e ai ponti, nel cimitero non rimane che lei, la polvere dell’inizio. Il soffio di vento è uguale per tutti ed è proprio la polvere comune, in definitiva, a pareggiare i conti.

Appunto per questo la polvere e il soffio di vento hanno inventato la politica. Perchè ciò che creava le disuguaglianze tra gli umani fosse rimosso e le polveri di tutto il mondo, uguali, facessero festa assieme.

da qui

domenica 25 agosto 2024

Schiavitù volontarie e fragili liberazioni - Mauro Armanino

Nella fine dell’agosto del 1791, nell’isola di Santo Domingo, oggi Repubblica di Haiti, cominciò l’insurrezione che avrebbe giocato un ruolo determinante nell’abolizione della tratta atlantica degli schiavi. Ricostruire quella straordinaria storia di ribellione nel Sahel oggi mette in evidenza due cose. La prima: le porte di “non-ritorno”, i luoghi dai quali furono deportati dodici milioni di africani, si sono moltiplicate perché la mercificazione delle persone si è, col tempo, perfezionata. La seconda: nessun cambiamento, trasformazione o autentica rivoluzione potrà cadere dall’alto di un’illuminata minoranza. “Le uniche liberazioni possibili non possono che scaturire, nutrirsi e crescere – scrive Mauro Armanino, ricordando Etienne de la Boétie e il Discorso sulla servitù volontaria – a partire dalla debolezza e la fragilità dei poveri che, soli, hanno il segreto della quotidiana lotta per la r-esistenza…”

 

La schiavitù, processo nel quale la persona è espropriata della sua umana dignità, non è affatto terminata. Difficile dimenticare la tratta atlantica di milioni di schiavi preceduta e accompagnata dal quella dei mari orientali attraverso le piste carovaniere del deserto. In questo ambito Paesi “cristiani” e “musulmani” hanno utilizzato entrambi la schiavitù come sistema economico e sociale, mare Mediterraneao compreso. La tratta degli schiavi ha saputo adattarsi e prosperare nelle mutevoli contingenze storiche senza nulla perdere della sua cinica strategia di annientamento. In Africa Occidentale la pratica della schiavitù si riproduce in vari Paesi a seconda dei gruppi etnici, dei rapporti di potere culturale, economico e politico. Per ogni epoca le sue “compatibili” schiavitù.

Nella notte del 22 al 23 agosto del 1791 iniziò l’insurrezione nell’isola di Santo Domingo, oggi Repubblica di Haiti, che avrebbe giocato un ruolo determinante nell’abolizione della tratta atlantica degli schiavi. Ed è in questo contesto che la giornata internazionale della memoria della tratta degli schiavi e della sua abolizione è commemorata ogni anno il 23 agosto. Detta celebrazione vuole inscrivere questa tragedia nella memoria collettiva dei popoli col progetto interculturale “Le Strade delle persone ridotte in schiavitù”. Alcuni luoghi della costa atlantica, come la “Porta del non-ritorno” di Ouidah nel Bénin e quella dell’isola di Gorea in Senegal, sono emblematici. Le porte di “non-ritorno” si sono oggi moltiplicate perché la mercificazione delle persone si è, col tempo, perfezionata.

Tutto, proprio tutto, è stato gradualmente trasformato in mercanzia. Il tempo, le frontiere, il corpo umano, la sessualità, il lavoro e la vita stessa fin dal suo scaturire nel grembo materno. Dalle nostre parti si assiste all’arruolamento di bambini nei gruppi armati, lo sfruttamento degli stessi nelle miniere e nelle piantagioni per sfociare infine nella mendicità, la prostituzione e il lavoro domiciliare. D’altra parte è bene non dimenticare che, nel Sahel, la prima e grande schiavitù è la miseria. La sua figlia naturale sono le carestie che si riproducono con paziente regolarità e coinvolgono, secondo le ultime statistiche della Alliance Sahel, almeno 38 milioni di persone. Quanto accade in Libia coi migranti che sono da tempo detenuti, imprigionati, sfruttati e,spesso, violentati, è storia ben nota.

Quanto alla schiavitù mentale, fonte e culmine di tutte le servitù elencate, essa inizia il giorno nel quale si accetta, spesso con inconscia gratitudine, la propria schiavitù. Senza sudditi sinceri, fedeli e consenzienti nessuna schiavitù e nessun tiranno potrebbe esercitare il suo potere di dominazione. Ricordava infatti Etienne de la Boétie:

Sono dunque i popoli stessi a lasciarsi o per dire meglio a farsi maltrattare, sarebbero salvi solo se smettessero di servire. È il popolo che si fa servo e si taglia la gola; che, potendo scegliere fra essere soggetto o essere libero, rifiuta la libertà e sceglie il giogo, che accetta il suo male, anzi lo cerca’.

Nel Sahel i colpi di stato a ripetizione e l’avvilimento delle esperienze democratiche post indipendenza sono lo specchio dei nostri popoli.

Scrive ancora de la Boétie:

Non è forse evidente che i tiranni per imporsi hanno sempre cercato di abituare i popoli non solo ad ubbidire e servire ma anche a venerarli?

Nessun cambiamento, trasformazione o autentica rivoluzione potrà cadere dall’alto di un’illuminata minoranza civile o militare. Le uniche liberazioni possibili non possono che scaturire, nutrirsi e crescere a partire dalla debolezza e la fragilità dei poveri che, soli, hanno il segreto della quotidiana lotta per la r-esistenza. Il primo passo sarà quello consigliato dall’autore del Discorso sulla servitù volontaria:

Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi! Vi chiedo … soltanto di smettere di sostenerlo e lo vedrete, come un colosso di cui si sia spezzata la base, crollare sotto il proprio peso e spezzarsi.

È questa la vera porta di non-ritorno.           

                  

da qui