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martedì 7 aprile 2026

Morti sul lavoro e per fame: le guerre feriali che troppo spesso passano inosservate - Mauro Armanino

Mamour Mbow Pape, operaio senegalese di 22 anni, è morto sul lavoro a Caselle di Selvazzano, nella cintura industriale di Padova. Studente lavoratore da circa due anni in una ditta specializzata nella lavorazione della lamiera metallica.

Moustafa è cresciuto assieme a lui a Rufisque, principale porto del Senegal prima che si creasse quello di Dakar. L’amico racconta che Mamour era un “ragazzo d’oro, tutto casa, lavoro e studio, Amava la lingua italiana e voleva impararla al meglio e il prima possibile così da conquistare una propria autonomia”. Invece sappiamo che non è andata così. La guerra del lavoro, una guerra feriale che uccide nel nostre Paese in media tre persone al giorno, scivola inosservata dopo qualche effimera parola di rammarico e di circostanza.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto, stima che quasi tre milioni di lavoratori muoiono ogni anno a causa di infortuni e malattie professionali. La maggior parte dei decessi, secondo l’analisi, deriva da malattie professionali e gli incidenti sul lavoro rappresentano 330.000 decessi.

Tornano nelle cronache quotidiane le stesse espressioni. Precipita dal tetto di un capannone nel Barese, muore operaio 30enne. Siamo nella zona industriale di Modugno dove la vittima stava lavorando sul terrazzo di un capannone industriale, prima di una caduta di 6 metri. Lascia la moglie e il figlio piccolo, commenta l’articolo del giornale.

Un operaio di 39 anni questa mattina è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a San Francesco al Campo, nel Torinese, ricorda la nota. Stando a quanto ricostruito la vittima si trovava sul luogo di lavoro per opere di potatura insieme a un collega. Quest’ultimo si trovava sull’albero, imbragato, intento a compiere la potatura con motosega, quando un ramo si sarebbe spezzato colpendo alla testa il compagno di lavoro che si trovava ai piedi dell’albero.

Un operaio di 24 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto nella tarda mattinata a Nocera Inferiore (Salerno), segnala un altro titolo. La vittima era originaria di Sarno e lavorava in un’officina che si occupa della riparazione di camion. Secondo una prima ricostruzione il giovane si trovava tra due mezzi che erano in riparazione quando una terza motrice avrebbe urtato uno dei due mezzi fermi, spingendolo sulla vittima. L’impatto non ha lasciato scampo all’operaio. Morti feriali la cui lista sparisce in fretta dai notiziari quotidiani per la vergogna.

C’è poi l’altra guerra feriale, implacabile, silenziosa, invisibile perché riguarda solo i poveri. Ogni giorno, secondo Action Aid International Italia, circa 24mila persone muoiono a causa della fame o per malattie collegate alla malnutrizione. Oltre 773 milioni di persone soffrono la fame. L’impatto sui bambini, i quali rappresentano i tre quarti delle vittime sotto i cinque anni, è incalcolabile. Per l’organizzazione Save the Children il 2025 è stato un anno devastante per milioni di bambini, intrappolati nelle guerre. Oltre 60 milioni di loro soffrono la fame, dichiara la direttrice generale dell’Ong, mentre 11 milioni sono al limite della sopravvivenza.

Quasi la metà dei decessi infantili, circa 2,5 milioni l’anno, è riconducibile alla malnutrizione. La causa principale sono i conflitti armati, l’instabilità politica e il sistema economico in relazione anche alla gestione delle filiere alimentari. Le situazioni estreme si concentrano in Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Sappiamo per esperienza che in ogni bambino si potrebbe nascondere un messia, un profeta, un re o una regina come quella di Saba con le sue ricchezze.

Ousmene Diene, presidente dell’associazione dei senegalesi di Padova, dopo un breve incontro col padre di Mamour Mbow Pape, afferma: “Ci siamo solo abbracciati piangendo a vicenda perché il dolore che si prova in questi momenti è devastante. Lui ha lavorato col figlio per sei mesi e per questo non riesce a darsi pace. Io sono arrivato con il padre in Italia e non è possibile morire così”. Quanto a Mor Mbow, padre dell’unico figlio morto in fabbrica, commenta il suo decesso così: “Allah mi ha dato la fortuna di poterlo vivere, ma ora se l’è ripreso”. Antiche parole di una saggezza, anch’essa, feriale.

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domenica 22 febbraio 2026

Anche a Pachino è più protetto il pomodoro Igp che i diritti dei lavoratori migranti - Mauro Armanino

 

Nei primi anni di scuola la geografia mi attraeva solo per i colori delle cartine geografiche affisse nell’aula. Coi compagni si giocava a indovinare senza leggerli i nomi dei Paesi e persino delle capitali. Con gli anni la geografia, quella fatta di strade che si camminano, di un’altra lingua da imparare e soprattutto da gente con cui vivere, mi è entrata dentro. Nell’aria pregna di umidità della regione forestiera in Costa d’Avorio e in Liberia. Nelle quattro stagioni ‘rovesciate’ rispetto all’emisfero nord a Cordoba in Argentina e infine la polvere del Sahel. La storia e la geografia, innestate sull’economia fanno da cornice alla politica. Infine gli anni passati dai transiti delle frontiere mobili che sono i migranti hanno finito per convincermi del peso specifico della geografia per interpretare il mondo.

Dopo la mia partenza dal Niger, il passato mese di agosto, non avrei mai immaginato di trovarmi in Africa, senza saperlo e volerlo. Vero. Durante la breve e intensa visita a Modica e i pochi momenti passati nella piazza principale di Pachino era impossibile non notare il numero importante di stranieri di origine magrebina. Avrei scoperto più tardi che la provincia di Ragusa, situata alla punta estrema orientale della Sicilia, si trova longitudinalmente più a sud della capitale tunisina, Tunisi. Il territorio ragusano si estende in modo provocatorio verso il sud del Mediterraneo, ben dentro la costa africana settentrionale. Molte delle scritte delle insegne dei bar e di altri servizi erano in lingua araba e sulle strade del centro si sentivano mescolanze di lingue, musiche, geografie e volti.

Questi ultimi sono costituiti nella totalità da migranti o in relazione con loro che, com’è noto, lavorano nelle serre di Pachino e del circondario. Si tratta di una zona agricola che nelle epoche passate produceva uve da vino di qualità. Ciò perché in quest’area si combinano un insieme di fattori, terreno, luce, temperatura, qualità dell’acqua. Senza dimenticare però, soprattutto i lavoratori migranti a ‘buon mercato’ che rendono il prodotto saporito, attraente, profumato e resistente. Il vero e unico pomodoro Pachino è quello coltivato nei territori di Pachino, Portopalo di Capo Passero e alcune zone di Noto e Ispica. All’inizio del nuovo millennio è nato un Consorzio per tutelare e garantire il pomodoro Pachino con il marchio IGP, cioè Indicazione Geografica Protetta.

A dire delle numerose testimonianze ricevute, sono senz’altro più ‘protette’ le zone geografiche che i diritti dei lavoratori migranti. In questo mare di serre, infatti, i ritmi di lavoro, l’uso di prodotti chimici e le condizioni di vita sono temibili per la salute di coloro che fanno in modo che l’oro rosso sia conosciuto nel mondo. Le geografie, proprio come l’economia, sono sempre politiche e trovarsi al Sud di Tunisi rende questa parte dell’isola come una frontiera aperta, un ponte tra i due continenti. Ancora la geografia, a conclusione del soggiorno, si è avvalsa della complicità dell’aeroporto Vincenzo Bellini di Catania-Fontanarossa. Nella sala d’attesa per l’imbarco il wifi gratuito funzionava a intermittenza. In cambio, nella sala, svolazzano a loro agio, con vitto e alloggio, alcuni piccioni IGP.

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domenica 11 gennaio 2026

«Non trovatelo naturale» - Mauro Armanino


E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale.

Naturali non sono le frontiere, gli eserciti, le armi, le migrazioni, le politiche di aggiustamento strutturale, i bombardamenti chirurgici, le guerre e le religioni. Nulla di tutto ciò è naturale. Le democrazie, le dittature, i colpi di stato e le elezioni presidenziali. Non sono naturali le classi sociali, la schiavitù, il mondo tracciato e colorato da stati che danno l’impressione di perennità. La storia non è naturale e neppure la scienza, i mezzi di comunicazione o di trasporto. Neppure le amicizie, se vogliamo, sono naturali, dovute o frutto di affinità elettive. Naturale non è la neppure la vita considerata la facilità con cui passa, si trasforma e si racconta. Ha ragione Bertolt Brecht, drammaturgo, regista, scrittore e poeta tedesco che introduce così lo scritto ‘L’eccezione e la regola’, nel 1930. In un’epoca in cui l’ingiustizia e i venti di guerra sembrano tornare a sedurre i ‘signori del mondo’ e i loro sudditi, queste parole assumono una valenza profetica.

Di nulla sia detto: “è naturale” in questi tempi di sanguinoso smarrimento

Continua così l’introduzione all’opera citata di Brecht. Di nulla sia detto ‘ è naturale’ di quanto accade nel mondo. Non c’è nulla di naturale a Castelvolturno e alle migliaia di migranti di varie provenienze che abitano spesso in case abbandonate sotto lo sguardo vigile della mafia. Nulla di naturale della ‘rotta balcanica’ che sfocia a Trieste nella Piazza della Libertà rivisitata come Piazza del Mondo o dei Popoli. Nulla di naturale nella marcia silenziosa nella stessa città la notte scorsa a ricordo dei 4 rifugiati deceduti in queste ultime settimane in città e nella regione. Nulla di naturale nel viaggio impossibile che accompagna di dolore afgani, pakistani, bengalesi, nepalesi, siriani, egiziani e sudanesi in questa bella città di frontiera. Ditemi cosa c’è di naturale nelle parole prese in prestito da qualche parte e che usiamo per stuprare il reale e dirottare altrove lo sguardo. Non è affatto naturale pulire, curare, fasciare e carezzare i piedi dei migranti martoriati dalle gratuite violenze perpetrate alle frontiere. Così come mai è stata naturale la fame che oggi ancora è la peggior guerra quotidiana.

… ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità….

Esempio sono i campi di detenzione sparsi in tutta Europa, ed esportati altrove, a esplicitare l’ordinato disordine e la disumana umanità resa possibile con l’ignavia e la complicità degli spettatori del naufragio della civiltà. Muri, reticolati, sensori, controlli delle impronte e facciali sono assieme ai documenti quanto di meno naturale ci sia nel mondo. Esattamente come gli stati, la sovranità e la proprietà della terra quando si trasforma in assoluto. Pericoloso, dunque, affermare che il corpo è nostro, per farne ciò che meglio ci pare e poi negare che la terra, la casa, il futuro sia invece di tutti e per tutti. Eppure la vita ci insegna che tutto è precario, provvisorio, relativo e, per così dire, imprestatoci. Siamo giusto occasionali stranieri residenti che dovrebbero prendere cura gli uni degli altri per il breve nesso di tempo che chiamiamo vita. I 116 morti annegati al largo della Libia, alla vigilia di natale di quest’anno, non fanno che gridare in silenzio il tradimento delle leggi del mare.

…cosi che nulla valga come cosa immutabile…

Ancora la saggezza di Bertolt Brecht apre un varco inestimabile nella pretesa espressa dalla torre di Babele che, nel noto mito biblico, appare come il vano ed effimero tentativo di darsi un nome che raggiunga il cielo. Immutabile come un esercito, una lingua e un pensiero unico, scelta imperiale di tutti i tempi, che trasformerebbe il mondo in una raffinata dittatura. Come i militari al potere nel Sahel centrale dove anche quest’anno si sono stati oltre diecimila contadini uccisi dai gruppi armati. Costanti come le carestie annuali e gli oltre 4 milioni di sfollati. L’unica cosa che si rivendichi davvero come immutabile sarà la deliberata diserzione al sistema dominante.

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lunedì 24 novembre 2025

Tornato dal Sahel, ho sentito parlare solo di guerre. Anche qui impera la militarizzazione della società - Mauro Armanino

 

Sono le tre parole che ho sentito più usate dal mio ritorno dal Sahel. In questi pochi mesi mesi, armi, guerra e sicurezza sono proprio quanto credevo aver lasciato partendo dal Niger. Dopo 14 anni di permanenza tra le zone più ‘critiche’ dell’Africa pensavo di trovare ben altra musica tornando a casa. I militari al potere nei tre Stati confederati nel Sahel centrale, i gruppi armati affiliati a Al Quaeda e Stato Islamico, quelli di autodifesa, mercenari di varia provenienza e armi in quantità. Questo sembra essere il sentire e vivere quotidiano nel Mali, Burkina Faso e Niger. Società nelle quali l’ambito militare appare tanto pervasivo da incidere nei ritmi e stagioni politiche di questi Paesi. Mi sbagliavo.

Dall’altra parte del mondo, colui che per convenzione unilaterale si chiama ‘Nord’, si trova lo stesso clima solo declinato in un contesto che definire democratico è altrettanto fuorviante. Bisogna armarsi e riarmarsi, accrescere la potenza per colpire prima dell’eventuale attacco nemico. Occorre prepararsi alla guerra che verrà, probabilmente presto o comunque quando sarà necessario. La propria sicurezza sarà cercata, promessa e garantita, anzitutto e dappertutto. Per la nostra tranquillità ci sono le aree video-controllate nei bus, nei treni, i luoghi pubblici, le chiese, le frontiere e in ogni tipo di entrata che meriti questo nome. Anche in questa porzione del mondo si opera la militarizzazione della società.

Il canale privilegiato per la crescente militarizzazione della società è, naturalmente, il linguaggio che opera attraverso narrazioni pre-confezionate a misura della realtà che si vuole imporre. Da tempo non è il reale che veramente conti ma il tipo di realtà o meglio il consenso che da essa si desidera veicolare. I mezzi di comunicazione sono consapevoli di quanto disse al giornalista Ron Suskind del New York Times nel 2004 un consigliere dell’allora presidente degli Usa George W. Bush: “Non è più in questo modo che il mondo funziona. Adesso siamo un impero e, quando agiamo, noi creiamo la nostra propria realtà. Mentre voi studiate, giudiziosamente come lo desiderate, questa realtà, noi operiamo di nuovo e creiamo altre nuove realtà… che voi potrete debitamente studiare: è così che funziona…Noi siamo gli attori della storia e a voi non rimane che studiare ciò che noi facciamo”.

Per condurre a buon porto l’operazione la costruzione del nemico, vero, presunto, possibile o inverosimile, rimane una tappa primordiale. Da questo punto di vista basterebbe rileggersi Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. Il giovane soldato Giovanni Drogo che spende la sua vita in una fortezza di confine e proprio quando il nemico sembra finalmente giungere è lui che scende per l’ultimo e definitivo viaggio. Viviamo come in una fortezza in attesa dei barbari e nel frattempo ci si arma, e si prepara la guerra per dare la sicurezza che, com’è noto, solo il cimitero può garantire. L’Occidente sembra determinato a trasformarsi in un immenso cantiere che organizza il cimitero dei sogni.

Demilitarizzare i pensieri e le parole. Mettersi all’ascolto del reale di cui i poveri sono il volto censurato. E, soprattutto, come disse nel 2002 a Bari la docente di linguaggio Nurith Peled Elanan, il cui figlio di 13 anni è stato ucciso, “termini come libertà e onore, Dio e pace, il bene del Paese e anche democrazia possono essere armi letali… siamo coloro che sanno che non c’è pace o libertà, nessun bene e nessun Dio dopo la morte di un bambino”.

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martedì 23 settembre 2025

Con quel che resta del mondo - Mauro Armanino


Dopo il ritorno definitivo dal Niger e quattordici anni di permanenza nel Sahel maltrattato da gruppi armati che usano la morte e il terrore come strategia. Dopo che le frontiere che si armano da troppe parti e i muri spuntano dappertutto al quotidiano. Dopo i morti migranti di chi cerca un altro mondo nel mondo. Dopo che le armi e le guerre che le utilizzano per perfezionarle sembra ormai la diplomazia tra Paesi con interessi divergenti. Dopo che gli imperi tornano a mostrare con arroganza il volto cinico del potere che non avevano mai abbandonato. Dopo che le illusioni del progresso illimitato e della globalizzazione felice sono state realizzate. Dopo che la giustizia sociale appare tradita e venduta per alcune denari di “coesione sociale”. Dopo che le grandi narrazioni della storia hanno lasciato il posto alla cronaca del quotidiano. Dopo i colpi di stato militari che tutto promettono di rifondare perché nulla cambi. Dopo tutto ciò ci si dovrebbe domandare che fare con ciò che resta del mondo.

Dopo l’ipocrisia del diritto internazionale con applicazione variabile. Dopo la democrazia esportata di forza e mistificata alla sorgente dalla sete di potere e del denaro. Dopo aver mutilato il mistero della persona umana alla sola dimensione del commercio e del consumo. Dopo aver continuato a scavare il fosso che separa i mondi tra chi può viaggiare liberamente e chi è destinato a scomparire tra i superflui. Dopo aver dichiarato e subito dopo confiscato l’affermazione che tutte le persone nascono uguali in dignità e possibilità. Dopo avere lottato per anni le conquiste del lavoro e vederle diluirsi nello sfruttamento programmato dell’esclusione a partire dalla nascita. Dopo le ideologie che hanno ingabbiato la realtà falsificandone i contorni e la portata sovversiva. Dopo aver creduto alla redenzione attraverso la violenza sacrificale degli innocenti. Dopo avere mentito per anni sul senso della storia per ritrovarsi in una storia senza senso. Che fare con ciò che resta del mondo.

Dopo l’epoca coloniale quella imperiale e infine quella del nulla o nichilista. Dopo che la merce e il mercato diventano tutto e tutto diventa mercanzia, compreso il corpo umano. Dopo che le parole sono state, svilite, svuotate, offese, manipolate e travisate da impostori. Dopo che si è banalizzata la violenza. Dopo che il confine tra vero e falso è reso negoziabile a seconda degli interessi. Dopo che la giustizia si è gradualmente trasformata in carità poi diventata appannaggio dell’ambiguità umanitaria. Dopo che i ricchi e i potenti hanno confezionato il mondo a loro immagine e somiglianza. Dopo che le religioni affiancano il potere per garantirne la durata e la stabilità. Dopo che le informazioni sono gestite da mestieranti e mercenari al soldo del dittatore di turno. Dopo che si confonde la pace con la dominazione della menzogna. Dopo che sembra impossibile credere ancora che un altro mondo è possibile. Che fare con ciò che resta del mondo.

Ricucire, ripulire, rinnovare, ricreare e ridare statuto e dignità alle parole. Rigenerale la politica e rimetterla davanti e prima delle scelte dell’economia. Ripristinare il senso della democrazia sostanziale a partire dai dimenticati, emarginati e traditi. Riscrivere la storia con e degli umiliati, impoveriti, abbandonati e svenduti del sistema. Riprendere ad ascoltare il silenzio perduto nel dolore delle madri e dei padri. Ridare spazio ai sogni e alle visioni dei giovani, soli a immaginare un mondo che ancora non si intravvede. Riconciliare l’utopia del disarmo senza sfilate militari, fabbriche di armi e testate nucleari. Rieducarsi a cancellare dal lessico ogni traccia di nazionalismo armato perché escludente dell’altro. Risuscitare la verità sepolta nelle lacrime degli esiliati quando troveranno una dimora. Riparare i ponti abbandonati e distrutti dall’indifferenza. Rifare quel che resta del mondo per affidare al vento, ogni mattina, le poesie dei bambini.

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venerdì 4 luglio 2025

È la guerra della povertà quella che miete più vittime al mondo. Ma nessuno se ne vergogna - Mauro Armanino

 

Miete più vittime delle altre registrate nel mondo. L’anno scorso i conflitti armati riconosciuti tali erano 61. Quest’unica guerra uccide più che tutte i conflitti messi assieme. Si tratta della guerra della povertà o, se vogliamo, della miseria che porta con sé, troppo spesso nel silenzio, milioni di persone. Un po’ come le cosiddette ‘morti bianche’ cioè quelle sul lavoro. Un’altra vera e propria battaglia quotidiana che vede come protagonista chi non è certo di tornare a casa dopo esserne uscito per lavoro, il mattino. Si calcola che l’anno scorso le ‘morti bianche’ abbiano raggiunto i tre milioni.

La guerra della povertà è peggio perché per gli economisti si perde nelle statistiche, mentre per la gente è una sparizione continua che passa inosservata. Ad essere cancellati sono i poveri. Le tracce della miseria durano a lungo perché coinvolgono i bambini, le donne e i giovani. La miseria è il frutto più immediato di guerre, movimenti forzati di popolazione, avversità climatiche ma soprattutto di classi politiche ammalate di potere e spogliamento del popolo nel più breve tempo possibile. Cause esterne, interne e purtroppo ‘eterne’ si perpetuano perché abbiamo smarrito la vergogna.

Sembra scomparsa, la vergogna, dal lessico e soprattutto dal volto, le parole e le azioni. Si tratta del sentimento, innato e allo stesso tempo frutto culturale, che manifesta l’inadeguatezza tra la verità dell’onestà e il nostro agire e sentire. La crescita, tutta occidentale, dell’individualismo e del fin troppo citato relativismo non possono che produrre l’esilio della vergogna. Gli atti, le scelte, le parole e financo l’abbigliamento non si misurano più con lo sguardo dell’altro. Il ‘principio di responsabilità’ è stato spazzato via dall’utilitarismo capitalista che tutto mercifica e traduce, senza vergogna, in denaro.

Investire somme abissali destinate a servizi sociali in armi, ordigni letali studiati e programmati allo scopo di uccidere il ‘nemico’ fa ormai solo vergognare i pochi irriducibili ‘idealisti’. Nel frattempo nel Sahel imperversa la vulnerabilità alimentare per milioni di persone, l’indigenza al quotidiano, la mancanza di strutture educative e sanitarie. Mancano dispositivi che facilitino l’ingresso dei giovani nel mondo lavorativo. Non si vergogna affatto la classe politica al potere, gli intellettuali attirati dalla retorica che sembra promettere loro un futuro e i leader religiosi che puntellano il sistema fatiscente.

Il Fondo Monetario Internazionale, che sappiamo non essere un ente di beneficenza, ha rilasciato un documento che, prendendo in considerazione il Pil dei Paesi, stila la lista dei 10 Paesi col reddito pro capite più basso in Africa. Con tutti i limiti che questo tipo di operazione sappiamo comporta, rimane utile affacciarsi su questa strana e drammatica classifica che nasconde ciò che mostra ed evidenzia ciò che nasconde. Ci sono numeri che offuscano le cause e facilitano l’operazione di sminamento del sentimento di vergogna che dovrebbe toccare i politici per primi.

Senza sorpresa, l’Africa subsahariana domina la classifica. I conflitti cronici, la debolezza istituzionale e una élite politica sempre più spesso militarizzata non sembrano in grado di offrire alternative coerenti ed efficaci alla precarietà di vita dei popoli che dovrebbe servire. Nell’ordine della lista si trova il Sudan del Sud, lo Yemen, il Burundi, la Repubblica Centrafricana, il Malawi, il Madagascar, il Sudan, il Mozambico, la Repubblica Democratica del Congo e il Niger, Paese nel quale ho il privilegio di trovarmi. Tutto ciò dovrebbe far vergognare chi profitta della miseria degli altri per arricchirsi o per illudere i poveri con vuote e false promesse di un domani migliore. Finché la vergogna non ritornerà ad essere una materia di insegnamento nella grammatica della vita quotidiana, sarà difficile cambiare lo sguardo sul mondo.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/29/guerra-poverta-vittime-vergogna/8041750

venerdì 6 giugno 2025

due lettere dal Niger - Mauro Armanino

Scampati al deserto, Traoré Ali e Ousmane non rinunciano ai loro sogni e ne hanno fatto una foresta - 

La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’

Sono entrambi originari della Costa d’Avorio ed è per me come un piacevole ‘giocare in casa’. Non si dimentica mai il primo amore. Sbarcato in questo Paese nel millennio scorso, dal 1976 al ’78, la prima volta nel continente africano. Il ritmo della lingua, i luoghi e lo stile sono riconoscibili ad occhio e orecchio nudo.

Traoré, di mestiere panettiere e pasticciere nella città di Man, nel nord ovest della Costa d’Avorio. Parte l’anno scorso, coi suoi 32 anni e una famiglia lasciata a casa, per inventarsi un futuro diverso e più luminoso di quello che si trova tra le mani che impastano povertà e nulla più. Derubato come tutti i migranti dai gruppi armati nel Mali, raggiunge l’Algeria e lavora prima come panettiere e poi, al solito, in un cantiere edile ‘cinese’ della capitale. Al momento di ritirare il frutto del suo lavoro arriva ‘casualmente’ la polizia che spoglia i migranti di tutti gli averi, li arresta e li deporta a Tamanrasset in un centro di detenzione. Da lì, lui e gli altri saranno condotti al confine col Niger, in un luogo desertico che bisognerà attraversare per raggiungere la prima cittadina abitata, Assamaka.

Ali ha invece 19 anni. Non ha potuto terminare la scuola elementare e fatica a leggere e scrivere in francese. In Costa d’Avorio era apprendista riparatore di frigoriferi e climatizzatori. Vorrebbe imparare meglio il mestiere e mettere da parte il capitale per viaggiare in Europa, dove i sogni si infrangono sulle coste o ancora prima di raggiungere il mare. Per questo passa un paio di settimane in Tunisia. Il tempo di essere deportato in Algeria e da lì, come Traoré suo compatriota, gettato nella fascia di deserto che non separa affatto l’Algeria dal Niger. Lui e Traoré mettono assieme i sogni confiscati dal sistema che stima né utile né sopportabile accettare chi non si adegua alle norme stabilite di sparizione programmata dei giovani per luogo di nascita.

Ali e Traoré sono tra le migliaia di giovani che inventano, tessono, rischiano sogni non esportabili o delegabili ad altri. Assumono il rischio dell’incomprensione, della persecuzione e financo dell’eliminazione dei giovani che osano un futuro fuori dalle regole stabilite dal sistema dominante. Diventano, malgrado loro, rivelatori di violenza. La stessa che accompagna da decenni la Democratica Repubblica del Congo, ex Zaire, di Moboutu Sese Seko, dittatore liquidato poi dai Grandi.

Ousmane di 23 anni, imbianchino senza lavoro. Abbandona la capitale dove ha il dubbio di essere inghiottito dal nulla per la nascita in una famiglia numerosa per andare, con un sogno nascosto negli occhi, a sfidare il Mediterraneo. Sarà invece il mare di sabbia, il Sahara, nome che significa, per l’appunto, mare che pone una barriera invalicabile al suo andare. Passato il deserto algerino sarà catturato, spogliato degli averi e imbarcato, assieme agli altri e come pacchi postali, sul camion fino alla frontiera di sabbia col Niger. Ousmane e i due avoriani passano qualche giorno ad Assamaka, saturata con migliaia di migranti espulsi dall’ Algeria, la Tunisia, la Libia e il Marocco. L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, a nome delle Nazioni Unite, è in difficoltà per accogliere, nutrire e ricondurre i migranti ai rispettivi Paesi di origine. Questa è la ragione per la quale i tre amici hanno raggiunto fortunosamente la capitale Niamey. Scampati al deserto, Traoré, Ali e Ousmane non vogliono chiudere i loro giorni in un labirinto umanitario che assomiglia fin troppo all’anticamera dell’inferno.

I sogni confiscati dal sistema non vanno affatto perduti perché sono come semi che seppelliti nel letame dei potenti, a loro insaputa, crescono e prosperano. Senza darlo a vedere e ispirati da innumerevoli poeti scomparsi, si sono messi assieme. Stagione dopo stagione e albero dopo albero si è andata formando una foresta che nessuna cartina o rilevamento dall’alto potrà identificare. La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’. Dentro la foresta si trovano gruppi di bambini che giocano con gli animali e inseguono farfalle di ogni tipo. Al centro del bosco c’è una sorgente d’acqua perenne che disseta i sogni e li affida, come preziosa eredità, al vento cha passa ogni mattina di buonora.

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L’isola dei bambini mai arrivati – La lettera di P. Mauro

Molti di loro sono certamente passati dal Niger, Terra di Mezzo. Li abbiamo incontrati e poi dimenticati . Erano accompagnati da uno o entrambi i genitori oppure confusi tra fratelli, amici e conoscenti d’occasione. Hanno attraversato non si sa come il deserto e, per gli strani sentieri del destino, sono riusciti ad imbarcarsi e tentare il Mare di Mezzo, il Mediterraneo. Secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia ONU per la protezione dell’infanzia, l’UNICEF, in dieci anni, circa 3500 bambini hanno perso la vita nel mare, sulla rotta del Mediterraneo centrale.

Questa porzione di mare è riconosciuta come la frontiera più mortale del mondo.

Ciò significa, sempre per il rapporto citato, che in questi ultimi 10 anni ogni giorno un bambino è scomparso nel mare. Mancava perfino la mano di uno dei genitori a dare l’ultimo aiuto.

Sette bambini su dieci che hanno effettuato la traversata viaggiavano soli.

Quanti sono giunti sull’altra riva e interrogati hanno confessato che, durante il viaggio, molti di loro hanno sofferto violenze fisiche e altri sono stati arbitrariamente detenuti. Sono fuggiti da guerre, conflitti, violenze, miseria e soprattutto l’abbandono di una parte d’Africa che ha tradito e venduto il loro futuro ai commercianti di vite umane.

I bambini fanno parte delle oltre 20mila persone morte o disperse nel corso egli ultimi dieci anni nello stesso Mare.

L’isola dei bambini si è creata da sé, come per caso, un giorno feriale di un anno che nessuno ricorda.

Il numero degli piccoli migranti mai arrivati aumentava al quotidiano e si rese necessario, col tempo, organizzare la vita della colonia e far sentire i nuovi arrivati come a casa loro. All’inizio non è stato facile perchè i bambini cercavano di imitare quello che ricordavano della società dei grandi. Armi, guerre, muri come frontiere e parole armate generatrici di violenza e divisione. Si organizzò dunque una prima assemblea consultativa aperta a tutti i residenti senza distinzione. Si decise all’unanimità che l’isola sarebbe stata guidata senza più tener conto del sistema creato dai grandi.

Inventarono strade, cortili, piazze, giochi e feste. Alcuni dei più grandi che già avevano imparato un mestiere si industriarono a trasmettere ad altri il loro sapere. Le bambine più grandi organizzavano la cucina, la cura dei più piccoli e rallegravano la vita dell’isola con canti e danze improvvisate. L’isola dei bambini mai arrivati era anch’essa migrante e, in realtà, non andava da nessuna parte. Si muoveva, invisibile o visibile secondo le stagioni e, come esse, mutevole nei colori e nella forma. Quando, da lontano, spuntava un’imbarcazione i bambini migranti innalzavano una bandiera inesistente e accendevano fuochi sperando che il fumo avrebbe segnalato la loro presenza.

L’isola è ben là fino a tutt’oggi e continua a ricevere nuovi ospiti ai quali viene chiesto il nome, l’età e il Paese di origine. Nel caso di neonati i nomi sono scelti a seconda dei giorni di sole, di pioggia e di vento. Non c’è una rotta prestabilita perché l’isola inventa ogni giorno nuovi orizzonti e c’è chi giura d’averla vista passare ma c’era nebbia quel giorno. Alcuni dei primi residenti immaginano che un giorno l’isola dei bambini si trasformerà in un continente che avrà dimenticato per sempre l’arte della guerra.

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giovedì 21 novembre 2024

Da avventurieri a migranti: grazie al lessico occidentale, chi si muove è diventato criminale - Mauro Armanino

 

Sbarcando a Niamey il mese di aprile del 2011 la parola ‘migrante’ non faceva parte del lessico locale. Si parlava piuttosto di ‘avventurieri’ oppure più semplicemente di ‘esodanti’. Questo due parole nominavano altrettante visioni del migrante, come gli occidentali lo chiamavano. L’avventuriero è una delle figure tipiche dell’immaginario culturale dell’Africa Occidentale perchè andare lontano e di preferenza al mare era come un cammino iniziatico. Il giovane diventava ‘uomo’, avventurandosi verso il totalmente sconosciuto per i Paesi del Sahel, il mare! L’immenso, l’ignoto e cioè la grande sfida.

La seconda parola che definiva il migrante era, appunto, ‘esodante’. Una parola evocativa che suona come un esilio scelto, un andare senza conoscere come e se il partente sarebbe tornato.
In effetti nel Niger, da tempo, si praticava una migrazione stagionale che a volte si trasformava in definitiva. I Paesi della costa atlantica o il nord Africa, Algeria, Marocco e soprattutto Libia erano privilegiati. Un esodo provvisorio, per affrontare la stagione di passaggio tra il raccolto e la nuova stagione. Quanto gli avventurieri o esodanti mandavano o portavano a casa permetteva alla famiglia di creare nuove opportunità di emancipazione.

Arrivò poi, dall’Occidente, con una certa violenza, un nuovo lessico che trasformò radicalmente e in modo radicale, la percezione delle migrazioni. L’esodante divenne un ‘migrante’, si trasformò presto in ‘clandestino’, poi in ‘illegale’, ‘irregolare’, in ‘criminale’ o in un ‘illuso’ dall’Eldorado occidentale. L’esternalizzazione delle frontiere europee, peraltro iniziate prima del vertice nel 2015 a La Valette, col Marocco e il Sudan in particolare, hanno completato il processo di ‘criminalizzazione’ della migrazione come fenomeno.

Si trattava di bloccare o almeno ridurre il numero di ‘potenziali migranti’ che avrebbero potuto attraversare il Mediterraneo. L’organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM, l’Unione Europea e gli accordi bilaterali, hanno contribuito a rendere le rotte migratorie più inaccessibili, pericolose e onerose. Nel solo il mare ma anche il deserto si sono trasformati in cimiteri senza nome e volto. L’agenzia Frontex ha collaborato al respingimento di 27.288 naufraghi tra il 2019 e il 2023. I morti nel Mediterraneo dal 2014, secondo Statista sono stati più di 30mila. Una guerra!

La mobilità è una componente inseparabile della storia dell’umanità. Non casualmete essa è riconosciuta dalla Dichiarazione fondamentale dei diritti umani al numero 13. Ed è proprio dal continente africano, secondo gli specialisti, che si è iniziato il popolamento del mondo. L’Europa, tanto per rimanere in tema di memoria, è stata per oltre un secolo il continente dell’emigrazione verso le Americhe e l’Australia….

Si calcola che tra ‘800 e ‘900 quasi 50 milioni di persone intrapresero un viaggio senza ritorno verso nuove patrie. Le cause di questo fenomeno furono sia demografiche, con l’aumento della popolazione indotto dalla transizione demografica, che economiche, con l’aumento della produttività del lavoro in agricoltura. L’Italia, con quasi 9 milioni di emigranti, fu uno dei paesi che contribuirono maggiormente a questi flussi migratori. Le correnti migratorie, innescatesi nella seconda metà del XIX secolo si mantennero sostenute fino al secondo dopoguerra (www.units.it).

Le ragioni delle migrazioni sono molteplici e, in fondo, ogni migrante è la sua migrazione… Tuttavia, nell’analisi delle cause, non si dovrebbe sottostimare la realtà delle disuguaglianze economiche, le possibilità di formazione, crescita umana e, naturalmente, l’immaginario simbolico. Rimane un fatto inconfutabile che molti economisti di valore sottolineano. Si sostiene che la migrazione è stata finora il mezzo forse più importante per sfidare la povertà. Naturalmente la complessità del fatto migratorio dovrebbe renderci più attenti alle semplificazioni che spesso polarizzano il tema e le posizioni. Ad esempio l’idea che i popoli africani ‘invadano’ l’Europa appare come fuorviante perchè, com’è noto, la maggior parte delle migrazioni africane si effettuano all’interno dell’Africa, in particolare nell’Africa Occidentale.

I miti da smantellare o perlomeno da ridimensionare sono molti ed è innegabile che un’oculata politica di riflessione e accompagnamento del movimento migratorio, nel dialogo coi Paesi da dove provengono i migranti, gioverebbe a tutti, compresa l’economia dei paesi del Nord. L’inverno demografico dell’Occidente non è irrilevante e compito della politica dovrebbe essere anche quello di prevedere il futuro. Proprio di questo si tratta in fondo. Quale tipo di mondo vogliamo abitare assieme. Se un mondo di muri, reticolati, pattuglie e centri di detenzione esternalizzati o, preferibilmente, un mondo dove l’architettura principale siano i ponti.

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lunedì 11 novembre 2024

Disuguaglianze di polvere divina nel Sahel - Mauro Armanino

  

All’inizio di tutto c’è la polvere con un soffio di vento. E’ questa l’uguaglianza fondamentale che accomuna persone e cose di questo mondo. Poi, col tempo, la storia e gli avvenimenti, le condizioni della polvere cambiano e si può affermare che, qui come altrove, c’è polvere e polvere. Alcuni son più polvere di altri malgrado il soffio originario conservi tutta la sua creativa bellezza e fragilità.

Col tempo c’è chi dimentica di non essere che polvere che aspira alla vita e presume di diventare potente. Così si sono formate le classi sociali, i gruppi di potere, le élite che governano e il popolo che altro non dovrebbe fare se non aderire a quanto si decide per il suo bene. La sovranità di polvere si coniuga con l’indipendenza del vento che ad essa si affida. La polvere si trasforma in aristocrazia o dittatura.

Dalla polvere di natura ugualitaria alla società delle disuguaglianze il passo è assai breve e notabile. Ad esempio c’è che può mangiare regolarmente ogni giorno e chi deve scegliere l’unico pasto che possa imbrogliare lo stomaco. Chi può mandare i figli nelle migliori scuole private del Paese e chi si contenta delle scuole di stato… nel passato maggiormente apprezzate di quelle private.

Ammalarsi per la polvere comune è un dramma. Senza soldi e garanzia di accompagnamento, anche nel reparto di urgenza si può rimane per ore e giorni in lista d’attesa. Chi, invece, è fatto di una polvere diversa troverà posto nell’ospedale di referenza, nelle cliniche attrezzate o semplicemente all’estero. La vita degli esseri di polvere non è uguale per tutti. Alcune vite valgono più di altre.

C’è la polvere che viaggia col vento e nel vento, mentre c’è polvere più sofisticata che prende l’aereo con il biglietto di ritorno o per sola andata. Nel primo caso troviamo una certa categoria di migranti e nella seconda gli uomini politici, d’affari, i diplomatici e i gli affiliati alle Organizzazioni Internazionali. Per i primi non c’è la certezza dell’arrivo a destinazione. Per i secondi le date sono fissate e sicure.

La polvere delle persone comune lavora, vive in campagna e rappresenta circa l’ottanta per cento dei 27 milioni che conta la popolazione del Niger. Un altro tipo di persone di povere, circa un milione, ha trovato rifugio nel Paese o vi si trova come sfollato. Nella capitale Niamey si scovano palazzi come castelli fatati di ogni stile architettonico, case blindate, custodite e gemellate con case di terra.

C’è chi sostiene che dietro tutto ciò c’è senz’altro una volontà divina. Come dire che la polvere dell’inizio col soffio di vento si è gradualmente divisa e dunque c’è chi potrà vivere più a lungo con dignità e chi, invece, era scritto scomparisse molto prima perché polvere di scarto. Una polvere nobile e degna e l’altra di seconda mano. Tutto scritto nel libro, come cantava il buon Bob Marley a suo tempo.

Difficile crederlo perché, malgrado le pietre tombali, i monumenti e i nuovi nomi dati alle strade e ai ponti, nel cimitero non rimane che lei, la polvere dell’inizio. Il soffio di vento è uguale per tutti ed è proprio la polvere comune, in definitiva, a pareggiare i conti.

Appunto per questo la polvere e il soffio di vento hanno inventato la politica. Perchè ciò che creava le disuguaglianze tra gli umani fosse rimosso e le polveri di tutto il mondo, uguali, facessero festa assieme.

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domenica 25 agosto 2024

Schiavitù volontarie e fragili liberazioni - Mauro Armanino

Nella fine dell’agosto del 1791, nell’isola di Santo Domingo, oggi Repubblica di Haiti, cominciò l’insurrezione che avrebbe giocato un ruolo determinante nell’abolizione della tratta atlantica degli schiavi. Ricostruire quella straordinaria storia di ribellione nel Sahel oggi mette in evidenza due cose. La prima: le porte di “non-ritorno”, i luoghi dai quali furono deportati dodici milioni di africani, si sono moltiplicate perché la mercificazione delle persone si è, col tempo, perfezionata. La seconda: nessun cambiamento, trasformazione o autentica rivoluzione potrà cadere dall’alto di un’illuminata minoranza. “Le uniche liberazioni possibili non possono che scaturire, nutrirsi e crescere – scrive Mauro Armanino, ricordando Etienne de la Boétie e il Discorso sulla servitù volontaria – a partire dalla debolezza e la fragilità dei poveri che, soli, hanno il segreto della quotidiana lotta per la r-esistenza…”

 

La schiavitù, processo nel quale la persona è espropriata della sua umana dignità, non è affatto terminata. Difficile dimenticare la tratta atlantica di milioni di schiavi preceduta e accompagnata dal quella dei mari orientali attraverso le piste carovaniere del deserto. In questo ambito Paesi “cristiani” e “musulmani” hanno utilizzato entrambi la schiavitù come sistema economico e sociale, mare Mediterraneao compreso. La tratta degli schiavi ha saputo adattarsi e prosperare nelle mutevoli contingenze storiche senza nulla perdere della sua cinica strategia di annientamento. In Africa Occidentale la pratica della schiavitù si riproduce in vari Paesi a seconda dei gruppi etnici, dei rapporti di potere culturale, economico e politico. Per ogni epoca le sue “compatibili” schiavitù.

Nella notte del 22 al 23 agosto del 1791 iniziò l’insurrezione nell’isola di Santo Domingo, oggi Repubblica di Haiti, che avrebbe giocato un ruolo determinante nell’abolizione della tratta atlantica degli schiavi. Ed è in questo contesto che la giornata internazionale della memoria della tratta degli schiavi e della sua abolizione è commemorata ogni anno il 23 agosto. Detta celebrazione vuole inscrivere questa tragedia nella memoria collettiva dei popoli col progetto interculturale “Le Strade delle persone ridotte in schiavitù”. Alcuni luoghi della costa atlantica, come la “Porta del non-ritorno” di Ouidah nel Bénin e quella dell’isola di Gorea in Senegal, sono emblematici. Le porte di “non-ritorno” si sono oggi moltiplicate perché la mercificazione delle persone si è, col tempo, perfezionata.

Tutto, proprio tutto, è stato gradualmente trasformato in mercanzia. Il tempo, le frontiere, il corpo umano, la sessualità, il lavoro e la vita stessa fin dal suo scaturire nel grembo materno. Dalle nostre parti si assiste all’arruolamento di bambini nei gruppi armati, lo sfruttamento degli stessi nelle miniere e nelle piantagioni per sfociare infine nella mendicità, la prostituzione e il lavoro domiciliare. D’altra parte è bene non dimenticare che, nel Sahel, la prima e grande schiavitù è la miseria. La sua figlia naturale sono le carestie che si riproducono con paziente regolarità e coinvolgono, secondo le ultime statistiche della Alliance Sahel, almeno 38 milioni di persone. Quanto accade in Libia coi migranti che sono da tempo detenuti, imprigionati, sfruttati e,spesso, violentati, è storia ben nota.

Quanto alla schiavitù mentale, fonte e culmine di tutte le servitù elencate, essa inizia il giorno nel quale si accetta, spesso con inconscia gratitudine, la propria schiavitù. Senza sudditi sinceri, fedeli e consenzienti nessuna schiavitù e nessun tiranno potrebbe esercitare il suo potere di dominazione. Ricordava infatti Etienne de la Boétie:

Sono dunque i popoli stessi a lasciarsi o per dire meglio a farsi maltrattare, sarebbero salvi solo se smettessero di servire. È il popolo che si fa servo e si taglia la gola; che, potendo scegliere fra essere soggetto o essere libero, rifiuta la libertà e sceglie il giogo, che accetta il suo male, anzi lo cerca’.

Nel Sahel i colpi di stato a ripetizione e l’avvilimento delle esperienze democratiche post indipendenza sono lo specchio dei nostri popoli.

Scrive ancora de la Boétie:

Non è forse evidente che i tiranni per imporsi hanno sempre cercato di abituare i popoli non solo ad ubbidire e servire ma anche a venerarli?

Nessun cambiamento, trasformazione o autentica rivoluzione potrà cadere dall’alto di un’illuminata minoranza civile o militare. Le uniche liberazioni possibili non possono che scaturire, nutrirsi e crescere a partire dalla debolezza e la fragilità dei poveri che, soli, hanno il segreto della quotidiana lotta per la r-esistenza. Il primo passo sarà quello consigliato dall’autore del Discorso sulla servitù volontaria:

Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi! Vi chiedo … soltanto di smettere di sostenerlo e lo vedrete, come un colosso di cui si sia spezzata la base, crollare sotto il proprio peso e spezzarsi.

È questa la vera porta di non-ritorno.           

                  

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martedì 6 agosto 2024

L’ultima rivoluzione - Mauro Armanino

 

 

Uno spettro si aggira nel mondo e non è quello annunciato da Karl Marx e Friedrich Engels nel loro Manifesto. Non si tratta né del comunismo né del proletariato ad esso ideologicamente legato che avrebbe conquistato definitivamente il potere. Lo “spettro” che attraversa il mondo odierno non è altro che la mobilità umana. Migranti, rifugiati, sfollati, turisti, operatori economici e culturali solcano lo spazio conosciuto e non ci sono ambiti, zone o luoghi che ne siano immuni. Ad ognuno, peraltro, la sua mobilità e va da sé che queste non siano coincidenti. Quelle considerate “pericolose” sono quelle rappresentate in particolare da migranti e rifugiati.

Questi ultimi, da soli, in compagnia e soprattutto con pochi mezzi a disposizione riescono, spesso a loro insaputa, a creare varchi nei sistemi di controllo, nelle geografie, nelle politiche di contenimento. Operano cioè una destabilizzazione della realtà costruita dai potenti a loro immagine e somiglianza nel perpetuare l’attuale segregazione del mondo.

“Io sono la guerra”, singhiozzava una signora esule dalla Repubblica Democratica del Congo dopo aver subito violenze nel corpo e nello spirito. Mohammed invece mostra con delicatezza alcune immagini registrate sul telefono che raccontano di gratuite violenze nel suo Paese di origine, la Somalia. Lui e la signora sono allo stesso tempo il messaggio, l’esilio e la sofferenza scolpita sui volti. Ciò trasforma la loro vita, qui a Niamey, in Niger, in una drammatica metafora del nostro tempo.

Sono loro che confiscano le frontiere, aggirano i muri, si feriscono sui fili spinati, scompaiono nei deserti e affogano nei mari. Con paziente fermezza intessono anni prima di raggiungere quanto il destino non aveva contemplato per loro. Appaiono, in questo fragile momento storico, sconosciuti protagonisti dell’unica rivoluzione in atto nel pianeta. Non figurano pertanto casuali i tentativi, destinati al fallimento, di bloccare, fermare, dirottare, negoziare o delocalizzare la destinazione del loro viaggio. Sanno che, come in ogni rivoluzione degna di questo nome, avranno incomprensioni, sofferenze e martiri.

Ciò che portano al mondo è troppo prezioso per essere abbandonato lungo la strada. Sanno che ci si può consolare della perdita del passato ma non di quella del futuro.

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lunedì 29 luglio 2024

Silenzi, sussurri e grida - Mauro Armanino

 

La percezione del mondo e quello che possiamo fare per cambiarlo dipendono molto dal luogo nel quale viviamo e dalla capacità di accogliere il punto di vista di coloro che sono in basso. Silenzi, sussurri e grida, ad esempio, sono assai diversi. In alcuni angoli del mondo, c’è il silenzio dei più poveri che nessuno si prende la briga di ascoltare. C’è anche la “cultura del silenzio”, quella che fa tacere per consuetudine ciò che dovrebbe essere invece raccontato. Ovunque c’è il sussurro della brezza del mattino. E il sussurro della paziente attesa della pace e della giustizia che tardano ad arrivare. Ci sono, poi, tante grida: quelle ad esempio di chi è gettato nel deserto o che il mare avvolge e copre per sempre, scrive Mauro Armanino dal Niger, ma ci sono anche le grida di un parto che fa nascere un mondo ancora tutto da creare.

 

C’è la “cultura del silenzio” che fa tacere per consuetudine ciò che dovrebbe essere invece raccontato. Il silenzio, unico e non riproducibile, dei cimiteri. Il silenzio dei più poveri che nessuno si prende la briga di ascoltare. Il silenzio dei padri, in genere incompreso e quello delle madri in attesa. Il silenzio dei complici di iniquità. Il silenzio di chi acconsente a ciò che la maggioranza ha deciso. Il silenzio di chi non vuole esporsi per evitare di incorrere in problemi, critiche o persecuzioni. Il silenzio dell’autocensura di chi dovrebbe scrivere e informare sugli abusi del potere.

Il silenzio dei profeti e dei veggenti cooptati dal regime della narrazione unica della verità. Il silenzio degli uomini di Dio che hanno smarrito l’origine e la sacralità della parola. Il silenzio che accoglie e custodisce il dolore della dignità ferita. Il silenzio di chi non ha più nulla da dire perché smarrito dall’abuso della violenza senza un volto. Il silenzio delle lacrime di chi ha visto tradite le speranze di un mondo nuovo.

C’è il sussurro della brezza del mattino che si avvolge attorno alle preghiere abbandonate nelle mani dei mendicanti. Il sussurro delle parole che tessono ogni giorno una realtà differente. Il sussurro della paziente attesa della pace e la giustizia che tardano ad arrivare. Il sussurro di chi non ha dimenticato di stupirsi della bellezza nel sorriso di un bimbo. Il sussurro della pioggia che feconda la terra e il seme sparso. Il sussurro del fiume che scorre verso il mare. Il sussurro del segreto di una vita vissuta in pienezza. Il sussurro del passato che suggerisce al futuro come inventare il presente. Il sussurro dei desideri mai formulati e di quelli dimenticati. Il sussurro dell’utopia che resiste alla tentazione di scomparire. Il sussurro dei cospiratori che non abbandonano la follia di un mondo ancora da scoprire. Il sussurro di un’amicizia sincera. Il sussurro del vento che inciampa tra gli i rami degli alberi. Il sussurro, lieve, di una verità liberata dalla paura.

Ci sono, infine, le grida. Le tre grida che risuonano come cori di canti lontani offerti a chi ha gli occhi e orecchie per ascoltare. Le grida di chi è stato forzato a scappare dalla propria terra e dalla propria patria che è la lingua. Le grida di che cerca un rifugio e si trova, di colpo, senza le radici che lo sostenevano per dare una direzione al suo cammino. Le grida di chi, cercando lontano ciò che non trovava accanto, ha smarrito l’orizzonte del suo destino. Le grida di coloro che sono minacciati, feriti, uccisi e abbandonati da chi dovrebbe proteggerli. Le grida di coloro che sono buttati nel deserto o che il mare avvolge e copre per sempre. Le grida dei naufraghi e quelle di coloro che le politiche e le ideologie dominanti hanno estromesso dalla storia.

Le prime grida sono di ribellione per una società che ha tradito quanto aveva loro promesso. Le seconde grida sono quelle della sofferenza generata dall’ingiustizia, la violenza e la menzogna. Le ultime grida, infine, sono quelle di un parto che fa nascere un mondo ancora tutto da creare.

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giovedì 16 maggio 2024

Democrazie di sabbia - Mauro Armanino


Dov’è passato il popolo nei Paesi del Sahel? Si tratta dei bambini, i giovani e gli adulti che hanno riempito lo stadio un paio di volte dopo il golpe di fine luglio dell’anno scorso? Oppure dei gruppi di vigilanza nelle rotonde della capitale? O delle migliaia di cittadini che hanno ottenuto la partenza incondizionata dei militari francesi prima e statunitensi poi nella piazza battezzata della Resistenza? Parliamo delle qualche decine di militanti delle organizzazioni della società civile che hanno “sposato” e “orientato” la causa della giunta? C’è popolo e popolo, come dappertutto in giro per il mondo, beninteso. Coloro che ne accaparrano i vizi e le virtù e coloro che, diciamo così, non ne faranno mai parte. Ad esempio i bambini e gli adulti che a centinaia mendicano sulle strade della capitale o che sono “esportati” nei Paesi confinanti per esercitare il mestiere di salvare le anime dei peccatori. In effetti, anche grazie a loro i fedeli potranno praticare la virtù dell’elemosina e sperare nella misericordia divina. Nella zona “grigia” tra il popolo e il non popolo ci sono le moltitudini dei contadini, degli allevatori di bestiame e la folla immensa di giovani che sopravvivono del lavoro informale per il cibo quotidiano. A meno che non si chiami “popolo” solo chi sta dalla parte “giusta”.

C’è il popolo dei commercianti, i grandi che vanno a Dubai o altrove, i medi che si industriano per riemergere dalla crisi, i piccoli delle frontiere e i minimi che vendono i sacchetti d’acqua di un’improbabile sorgente del Sahel, pura e minerale per tutti i gusti. Ci si ricorda del popolo dei politici del passato, in situazione di stallo con la sospensione delle attività dei partiti politici o per via dei compromessi con l’antico regime presidenziale del Rinascimento. Il popolo dei funzionari statali, gli insegnanti, gli impiegati nelle Ong locali, i superstiti delle cooperazioni bilaterali e l’indefinita lista di chi cerca lavoro e colleziona domande di assunzione per concorsi che non arrivano mai in tempo. Si dovrebbe aggiungere il popolo degli imprenditori religiosi che organizzano la vita religiosa del popolo dei credenti a sua volta suddiviso tra stranieri e autoctoni. Poi c’è il popolo dei migranti, dei rifugiati, degli sfollati espropriati delle terre, le case e il futuro che immaginavano diverso. Il popolo dei militari fa storia a sé soprattutto se si prendono in considerazioni i gradi, le affinità, le conoscenze e l’attuale posto nell’amministrazione politica del Paese. Anche le donne formano, a modo loro, un popolo a parte speciale coi suoi riti, attese, prerogative e poteri sul quotidiano dei figli e quello, meno evidente, sui mariti.

Il popolo è dunque un’idea nata da qualche parte tra il concetto di nazione e quello di stato. Oppure non si tratta che di un’invenzione che solo la scelta di nominarlo permette di farlo esistere. “In nome del popolo sovrano” suona quasi come un proclama assoluto dal sapore divino. La giustizia, la legge e la carta costituzionale si fondano sul popolo e così la sovranità che gli appartiene per natura. Sono i cittadini riconosciuti come tali che sembrano costituire il popolo in base all’appartenenza storica, geografica, culturale e politica a un ordinamento accettato e riconosciuto.

Infine c’è il popolo di sabbia o meglio il popolo che della sabbia è una creatura a parte. Spazzato via dal vento e dai pulitori di strade, ai margini delle corsie transitabili dai veicoli oppure allontanato dagli orientamenti strategici del Paese, venduto e occasionalmente ostaggio delle nuove bandiere sistemate nelle rotonde della capitale. Fanno bella mostra quelle dei Paesi dell’Alleanza del Sahel assieme a quella della Russia. Forse il popolo introvabile si trova, nascosto, nella polvere che il vento porta lontano.

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domenica 24 marzo 2024

Il Paese invisibile - Mauro Armanino

 

Il Paese visibile viaggia in aereo, spesso per andare a trattare di circolazione di merci, il Paese invisibile migra. Il Paese visibile, nel suo territorio si muove in taxi, il Paese invisibile cerca di sopravvivere nelle zone di confine, a volte passa la frontiera a piedi o con qualche piroga. Il Paese visibile si affida a grandi commercianti, politici da loro pagati per assecondarli, e sempre più spesso a militari. Il Paese invisibile non viene riconosciuto, ma esiste e resiste. In molti angoli del mondo…

Contrariamente a quello visibile, il Paese Invisibile non viaggia. O meglio, semmai migra per cercare lontano quello che pensa di non trovare accanto. Invece, il due volte presidente del Niger, Issoufou Mahamadou, dopo alcuni mesi di segregazione forzata, ha viaggiato fino ad Addis Abeba. Un aereo speciale dal Ghana per l’ennesimo incontro sulla libera circolazione di beni, servizi (e persone?) in Africa. È andato, forse, a tentare di (ri)mediare per la crisi economica che il Paese attraversa dall’arresto ai domiciliari, da fine luglio dell’anno scorso, del presidente Mohammed Bazoum. Quanto al primo ministro e altresì ministro dell’Economia e delle Finanze del governo nominato dalla giunta militare al potere, Mahaman Lamine, ha viaggiato in vari Paesi prima di tornare all’ovile. Dal Congo, per un incontro sulla situazione in Libia, ha in seguito raggiunto, con una delegazione del governo per una visita di lavoro, Mosca, Ankara, Teheran e Rabat. Il Paese Invisibile, invece, passa la frontiera del Benin con la piroga come un clandestino ben noto.

I cittadini normali si muovono in taxi, bus o minibus all’interno del Paese. Altri sono sfollati a decine di migliaia attorno al lago Ciad o nella zona delle Tre Frontiere che unisce e divide i Paesi che hanno scelto di coalizzarsi. Niger, Mali e Burkina Faso si trovano coi militari al potere in seguito a colpi di stato motivati dall’incapacità dei civili di fronteggiare gli attacchi dei gruppi armati “terroristi”. Consapevolmente o meno i soggetti costitutivi del Paese Invisibile sono coloro che hanno imparato a sopravvivere, dalla colonizzazione francese ai vari regimi militari con timidi accenni alla democrazia della miseria. Il passaggio alla miseria della democrazia è avvenuto senza destare sospetti. Da un lato i Grandi Commercianti, i Politici da loro pagati per assecondarli, i militari come guardiani del rispetto dei patti e il popolo confiscato della sua sovranità. Il Paese Invisibile è composto da coloro che non sanno o ai quali non è dato sapere che in loro risiede la fonte del diritto, della politica e della giustizia. Quest’ultima è stata la grande assente dei vari regimi al potere.

“Gentile cliente, in conformità con l’ordinanza n.2023-18, che modifica e completa la n.2023-13 con la creazione di un Fondo di Solidarietà per la Salvaguardia della Patria, istituisce un prelevamento automatico di 10F su ogni appello a partire da 12F e su ogni ricarica superiore a 200F. Tutto ciò con lo scopo di contribuire in modo forte e sostenuto alla Salvaguardia della Patria a partire dal 25 gennaio del 2024…”. Anche i cittadini del Paese Invisibile hanno ricevuto questo messaggio sul loro telefono cellulare e, senza udibili commenti, si sono adeguati al premeditato salasso quotidiano. Un prelievo invisibile per uno scopo invisibile nel Paese Invisibile. Difficile misurare l’entità delle entrate e soprattutto delle uscite di questo inedito patrimonio pecuniario. Così com’è stato difficile capire come sono potuti arrivare senza sospetto, 1.400 chilogrammi in lingotti d’oro da Niamey in Etiopia il mese scorso. Il Paese Invisibile osserva, attonito e sono veramente in pochi, finora, coloro che fanno l’opzione di ascoltarne l’assordante silenzio.

Il Paese Invisibile esiste, resiste e persiste. In mancanza di intellettuali che hanno svenduto al miglior offerente quanto loro corrispondeva per missione, il popolo del Paese Invisibile ha imparato a memoria un detto tramandato di generazione in generazione. Tutto ciò che si fa senza di Lui è, in definitiva, contro di Lui.

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