Nei primi anni di scuola la geografia mi attraeva solo per i colori delle cartine geografiche affisse nell’aula. Coi compagni si giocava a indovinare senza leggerli i nomi dei Paesi e persino delle capitali. Con gli anni la geografia, quella fatta di strade che si camminano, di un’altra lingua da imparare e soprattutto da gente con cui vivere, mi è entrata dentro. Nell’aria pregna di umidità della regione forestiera in Costa d’Avorio e in Liberia. Nelle quattro stagioni ‘rovesciate’ rispetto all’emisfero nord a Cordoba in Argentina e infine la polvere del Sahel. La storia e la geografia, innestate sull’economia fanno da cornice alla politica. Infine gli anni passati dai transiti delle frontiere mobili che sono i migranti hanno finito per convincermi del peso specifico della geografia per interpretare il mondo.
Dopo la mia
partenza dal Niger, il passato mese di agosto, non avrei mai
immaginato di trovarmi in Africa, senza saperlo e volerlo. Vero. Durante la
breve e intensa visita a Modica e i pochi momenti passati
nella piazza principale di Pachino era impossibile non notare
il numero importante di stranieri di origine magrebina. Avrei scoperto più
tardi che la provincia di Ragusa, situata alla punta estrema orientale della
Sicilia, si trova longitudinalmente più a sud della capitale tunisina, Tunisi.
Il territorio ragusano si estende in modo provocatorio verso il sud del
Mediterraneo, ben dentro la costa africana settentrionale. Molte delle scritte
delle insegne dei bar e di altri servizi erano in lingua araba e sulle strade
del centro si sentivano mescolanze di lingue, musiche, geografie e volti.
Questi
ultimi sono costituiti nella totalità da migranti o in relazione con loro che,
com’è noto, lavorano nelle serre di Pachino e del circondario.
Si tratta di una zona agricola che nelle epoche passate produceva uve da vino
di qualità. Ciò perché in quest’area si combinano un insieme di fattori,
terreno, luce, temperatura, qualità dell’acqua. Senza dimenticare però,
soprattutto i lavoratori migranti a ‘buon mercato’ che
rendono il prodotto saporito, attraente, profumato e resistente. Il vero e
unico pomodoro Pachino è quello coltivato nei territori di Pachino, Portopalo
di Capo Passero e alcune zone di Noto e Ispica. All’inizio del nuovo millennio
è nato un Consorzio per tutelare e garantire il pomodoro Pachino con il marchio
IGP, cioè Indicazione Geografica Protetta.
A dire delle
numerose testimonianze ricevute, sono senz’altro più ‘protette’ le zone
geografiche che i diritti dei lavoratori migranti. In questo mare di
serre, infatti, i ritmi di lavoro, l’uso di prodotti chimici e le condizioni di
vita sono temibili per la salute di coloro che fanno in modo che l’oro rosso
sia conosciuto nel mondo. Le geografie, proprio come l’economia, sono sempre
politiche e trovarsi al Sud di Tunisi rende questa parte dell’isola come
una frontiera aperta, un ponte tra i due continenti.
Ancora la geografia, a conclusione del soggiorno, si è avvalsa della complicità
dell’aeroporto Vincenzo Bellini di Catania-Fontanarossa. Nella sala d’attesa
per l’imbarco il wifi gratuito funzionava a intermittenza. In cambio, nella
sala, svolazzano a loro agio, con vitto e alloggio, alcuni piccioni IGP.
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