martedì 3 marzo 2026

Noi siamo con i medici di Ravenna


Se curare un migrante diventa un reato, allora la disobbedienza è un dovere civile contro la barbarie che avanza

Quando la cura diventa un reato, è la democrazia stessa a essere in pericolo. Non è uno slogan. È la descrizione esatta di quello che sta accadendo a Ravenna, dove sei medici del reparto di Malattie Infettive sono finiti indagati dopo una perquisizione “prima dell’alba” in ospedale. Un’azione condotta con modalità e spiegamento di forze tipici delle operazioni contro organizzazioni criminali, come se un reparto sanitario fosse un covo e non un presidio pubblico.

Il fatto in sé segna un punto di rottura. Ma ciò che lo rende davvero intollerabile è il messaggio politico: lo Stato pretende di trasformare la medicina in un ingranaggio della macchina securitaria. Pretende di sindacare il giudizio clinico. Pretende che un medico smetta di essere medico e diventi un funzionario della frontiera.

E quando questo accade, non è più “solo” un problema di immigrazione. È un problema di libertà, di Costituzione, di civiltà.

L’indagine nasce attorno a certificazioni di inidoneità al trasferimento in un CPR. Vale la pena ricordarlo con chiarezza: quelle valutazioni non sono un capriccio, non sono “arbitrarie”, non sono un favore. Sono atti clinici che si fondano su dati, evidenze, responsabilità professionale. E peraltro sono richieste espressamente dalle procedure previste, come indicato anche dalla direttiva del Ministero dell’Interno del 19/05/2022.

Ma proprio qui sta il nodo. Se un giudizio clinico viene trattato come un sabotaggio, se un certificato medico viene trattato come un atto di disobbedienza da reprimere, allora significa che il bersaglio non è quel singolo caso. Il bersaglio è l’autonomia del medico “in scienza e coscienza”, cioè uno dei pilastri minimi di qualunque società che voglia definirsi civile.

Il medico ha il dovere etico e giuridico di agire per la tutela della vita e della salute. Il Codice di Deontologia Medica non lascia spazio ad ambiguità: non esiste un “ma” quando davanti hai una persona fragile, vulnerabile, esposta. Non esiste un “ma” quando un ambiente è nocivo. Non esiste un “ma” quando la medicina sa già che un trasferimento produrrà danno.

I CPR sono patogeni: non è un’opinione, è un dato

L’appello che sta circolando in queste ore lo ricorda con forza: la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi. Non è un’opinione politica, non è una tesi ideologica: è un fatto sanitario. È una realtà clinica documentata.

Il testo richiama anche un Policy Brief della World Health Organization (WHO) di gennaio 2026, che riafferma la relazione tra detenzione amministrativa e peggioramento della salute fisica e mentale. In un contesto del genere, certificare l’inidoneità non è “ostacolare lo Stato”: è prevenire un danno certo. È applicare il principio di non maleficenza. È fare il medico, punto.

E qui emerge un’altra verità che l’Italia finge di non vedere: i CPR non sono luoghi neutri. Sono luoghi che producono sofferenza, che amplificano malattia, che peggiorano vulnerabilità. Chiunque li abbia osservati davvero — con monitoraggi, testimonianze, visite, ispezioni — lo sa. E infatti proprio per questo oggi si tenta di limitare le visite, di ridurre i controlli, di rendere opaca la detenzione.

Una perquisizione in ospedale è un atto di intimidazione

Le modalità della perquisizione sono un capitolo a parte, perché rivelano l’intento politico dell’operazione. Un reparto perquisito all’alba, con un approccio spettacolare, significa una cosa sola: intimidire. Umiliare. Creare un precedente.

L’appello parla di un clima che “umilia il personale sanitario, distoglie risorse dalla cura dei pazienti e crea intimidazione, minando la serenità necessaria all’esercizio della professione”. È esattamente così. E in più c’è un paradosso che dovrebbe scandalizzare chiunque: un’operazione del genere rischia di configurarsi come interruzione di pubblico servizio, perché altera la continuità assistenziale e mette a rischio la cura di tutti, non solo dei migranti.

Lo Stato che dichiara di difendere l’ordine pubblico entra in ospedale e produce disordine. Lo Stato che dice di garantire sicurezza entra in corsia e genera paura. È la fotografia perfetta del securitarismo: non protegge, disciplina.

L’articolo 32 della Costituzione vale per tutti, oppure non vale più

C’è un punto che dovrebbe essere ovvio e invece oggi viene trattato come una provocazione: il diritto alla salute non decade con lo status giuridico. Non esiste una salute “per cittadini” e una salute “per irregolari”. Non esiste un diritto costituzionale a tempo determinato.

L’articolo 32 della Costituzione definisce la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. E “individuo” significa chiunque. Significa anche chi non ha un permesso. Significa anche chi è destinato a un CPR. Significa anche chi è migrante.

Se passa l’idea che la medicina debba piegarsi alle esigenze della frontiera, allora non stiamo colpendo solo i migranti. Stiamo colpendo il sistema sanitario universalistico. Stiamo dicendo che la cura può diventare un braccio della polizia. E quando succede, il passo successivo è inevitabile: chiunque diventa curabile solo se è conforme.

Perché questa vicenda riguarda tutti

Chi pensa che sia un episodio locale, un fatto di cronaca, un incidente, non ha capito la fase storica.

Questo è un esperimento di governo: testare fin dove si può spingere la repressione, fin dove si può trasformare un diritto in un sospetto, fin dove si può imporre un clima inquisitorio. I migranti sono il bersaglio più facile. Ma non saranno gli ultimi.

Oggi si processa un certificato di inidoneità. Domani si processa un soccorso in mare. Dopodomani si processa un presidio in piazza. La traiettoria è quella: punire chi protegge, intimidire chi cura, colpire chi disobbedisce alla disumanità.

La disobbedienza è necessaria: perché la barbarie è già qui

In tempi normali, la disobbedienza è una scelta. In tempi come questi, è una responsabilità. Perché quando lo Stato pretende che un medico tradisca la propria missione, non sta chiedendo collaborazione: sta chiedendo complicità.

La cura non è un favore. Non è una concessione. Non è un atto negoziabile. È un dovere professionale, un pilastro costituzionale, un presidio democratico.

E se oggi si colpiscono sei medici di Ravenna, non è per ciò che hanno fatto di “sbagliato”. È per ciò che hanno fatto di giusto. È per dire a tutti gli altri: guardate cosa vi succede se non vi adeguate.

Ecco perché bisogna rispondere con una sola parola: solidarietà. Ma una solidarietà che non sia solo emotiva: politica, pubblica, organizzata.

L’appello: cosa si chiede e perché è urgente

L’appello si rivolge ai Presidenti degli Ordini dei Medici e alla FNOMCeO, al Garante Nazionale delle persone private della libertà, alle società scientifiche, alle associazioni che si occupano di soccorso e cura delle persone migranti e all’opinione pubblica.

Chiede una presa di posizione netta degli ordini professionali per difendere l’inviolabilità dell’atto medico da ogni ingerenza investigativa che pretenda di “processare” una diagnosi. Chiede l’intervento del Garante per arginare il clima inquisitorio che rischia di compromettere il diritto alla salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa e il segreto professionale a cui gli operatori sanitari sono tenuti. E soprattutto ribadisce la solidarietà piena ai colleghi coinvolti, che hanno onorato la propria missione nonostante le pressioni.

Sono richieste minime. Ma oggi perfino il minimo diventa un atto di resistenza.

O stiamo con chi cura, o stiamo con chi punisce

Non esiste neutralità in una vicenda come questa. Non esiste “aspettiamo le indagini”. Non esiste “non conosciamo i dettagli”. Qui la questione è già chiara: si sta tentando di subordinare la medicina alle logiche di pubblica sicurezza e di gestione migratoria.

E questo è inaccettabile.

Perché se passa l’idea che curare un migrante “irregolare” possa essere trattato come un reato, allora non stiamo entrando in uno Stato più sicuro. Stiamo entrando in uno Stato più autoritario. Più crudele. Più fragile.

Uno Stato che non cura più. Uno Stato che punisce.

E a quel punto, davvero, la disobbedienza non sarà più una scelta morale. Sarà l’ultima forma possibile di democrazia.

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