Se curare un
migrante diventa un reato, allora la disobbedienza è un dovere civile contro la
barbarie che avanza
Quando la cura
diventa un reato, è la democrazia stessa a essere in pericolo. Non è uno
slogan. È la descrizione esatta di quello che sta accadendo a Ravenna, dove sei
medici del reparto di Malattie Infettive sono finiti indagati dopo una
perquisizione “prima dell’alba” in ospedale. Un’azione condotta con modalità e
spiegamento di forze tipici delle operazioni contro organizzazioni criminali,
come se un reparto sanitario fosse un covo e non un presidio pubblico.
Il fatto in
sé segna un punto di rottura. Ma ciò che lo rende davvero intollerabile è il
messaggio politico: lo Stato pretende di trasformare la medicina in un
ingranaggio della macchina securitaria. Pretende di sindacare il giudizio
clinico. Pretende che un medico smetta di essere medico e diventi un funzionario
della frontiera.
E quando
questo accade, non è più “solo” un problema di immigrazione. È un problema di
libertà, di Costituzione, di civiltà.
L’indagine
nasce attorno a certificazioni di inidoneità al trasferimento in un CPR. Vale
la pena ricordarlo con chiarezza: quelle valutazioni non sono un capriccio, non
sono “arbitrarie”, non sono un favore. Sono atti clinici che si fondano su
dati, evidenze, responsabilità professionale. E peraltro sono richieste
espressamente dalle procedure previste, come indicato anche dalla direttiva del
Ministero dell’Interno del 19/05/2022.
Ma proprio
qui sta il nodo. Se un giudizio clinico viene trattato come un sabotaggio, se
un certificato medico viene trattato come un atto di disobbedienza da
reprimere, allora significa che il bersaglio non è quel singolo caso. Il
bersaglio è l’autonomia del medico “in scienza e coscienza”, cioè uno dei
pilastri minimi di qualunque società che voglia definirsi civile.
Il medico ha
il dovere etico e giuridico di agire per la tutela della vita e della salute.
Il Codice di Deontologia Medica non lascia spazio ad ambiguità: non esiste un
“ma” quando davanti hai una persona fragile, vulnerabile, esposta. Non esiste
un “ma” quando un ambiente è nocivo. Non esiste un “ma” quando la medicina sa già
che un trasferimento produrrà danno.
I CPR sono patogeni: non è un’opinione, è un dato
L’appello che sta circolando in queste ore lo ricorda con forza: la detenzione amministrativa
delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi
psichiatrici gravi. Non è un’opinione politica, non è una tesi ideologica: è un
fatto sanitario. È una realtà clinica documentata.
Il testo
richiama anche un Policy Brief della World Health Organization (WHO) di gennaio
2026, che riafferma la relazione tra detenzione amministrativa e peggioramento
della salute fisica e mentale. In un contesto del genere, certificare
l’inidoneità non è “ostacolare lo Stato”: è prevenire un danno certo. È
applicare il principio di non maleficenza. È fare il medico, punto.
E qui emerge
un’altra verità che l’Italia finge di non vedere: i CPR non sono luoghi neutri.
Sono luoghi che producono sofferenza, che amplificano malattia, che peggiorano
vulnerabilità. Chiunque li abbia osservati davvero — con monitoraggi,
testimonianze, visite, ispezioni — lo sa. E infatti proprio per questo oggi si
tenta di limitare le visite, di ridurre i controlli, di rendere opaca la
detenzione.
Una perquisizione in ospedale è un atto di
intimidazione
Le modalità
della perquisizione sono un capitolo a parte, perché rivelano l’intento
politico dell’operazione. Un reparto perquisito all’alba, con un approccio
spettacolare, significa una cosa sola: intimidire. Umiliare. Creare un
precedente.
L’appello
parla di un clima che “umilia il personale sanitario, distoglie risorse dalla
cura dei pazienti e crea intimidazione, minando la serenità necessaria
all’esercizio della professione”. È esattamente così. E in più c’è un paradosso
che dovrebbe scandalizzare chiunque: un’operazione del genere rischia di
configurarsi come interruzione di pubblico servizio, perché altera la
continuità assistenziale e mette a rischio la cura di tutti, non solo dei
migranti.
Lo Stato che
dichiara di difendere l’ordine pubblico entra in ospedale e produce disordine.
Lo Stato che dice di garantire sicurezza entra in corsia e genera paura. È la
fotografia perfetta del securitarismo: non protegge, disciplina.
L’articolo 32 della Costituzione vale per tutti,
oppure non vale più
C’è un punto
che dovrebbe essere ovvio e invece oggi viene trattato come una provocazione:
il diritto alla salute non decade con lo status giuridico. Non esiste una
salute “per cittadini” e una salute “per irregolari”. Non esiste un diritto
costituzionale a tempo determinato.
L’articolo
32 della Costituzione definisce la salute come fondamentale diritto
dell’individuo e interesse della collettività. E “individuo” significa
chiunque. Significa anche chi non ha un permesso. Significa anche chi è
destinato a un CPR. Significa anche chi è migrante.
Se passa
l’idea che la medicina debba piegarsi alle esigenze della frontiera, allora non
stiamo colpendo solo i migranti. Stiamo colpendo il sistema sanitario
universalistico. Stiamo dicendo che la cura può diventare un braccio della
polizia. E quando succede, il passo successivo è inevitabile: chiunque diventa
curabile solo se è conforme.
Perché questa vicenda riguarda tutti
Chi pensa
che sia un episodio locale, un fatto di cronaca, un incidente, non ha capito la
fase storica.
Questo è un
esperimento di governo: testare fin dove si può spingere la repressione, fin
dove si può trasformare un diritto in un sospetto, fin dove si può imporre un
clima inquisitorio. I migranti sono il bersaglio più facile. Ma non saranno gli
ultimi.
Oggi si
processa un certificato di inidoneità. Domani si processa un soccorso in mare.
Dopodomani si processa un presidio in piazza. La traiettoria è quella: punire
chi protegge, intimidire chi cura, colpire chi disobbedisce alla disumanità.
La disobbedienza è necessaria: perché la barbarie è
già qui
In tempi
normali, la disobbedienza è una scelta. In tempi come questi, è una
responsabilità. Perché quando lo Stato pretende che un medico tradisca la
propria missione, non sta chiedendo collaborazione: sta chiedendo complicità.
La cura non
è un favore. Non è una concessione. Non è un atto negoziabile. È un dovere
professionale, un pilastro costituzionale, un presidio democratico.
E se oggi si
colpiscono sei medici di Ravenna, non è per ciò che hanno fatto di “sbagliato”.
È per ciò che hanno fatto di giusto. È per dire a tutti gli altri: guardate
cosa vi succede se non vi adeguate.
Ecco perché
bisogna rispondere con una sola parola: solidarietà. Ma una
solidarietà che non sia solo emotiva: politica, pubblica, organizzata.
L’appello: cosa si chiede e perché è urgente
L’appello si
rivolge ai Presidenti degli Ordini dei Medici e alla FNOMCeO, al Garante
Nazionale delle persone private della libertà, alle società scientifiche, alle
associazioni che si occupano di soccorso e cura delle persone migranti e
all’opinione pubblica.
Chiede una
presa di posizione netta degli ordini professionali per difendere
l’inviolabilità dell’atto medico da ogni ingerenza investigativa che pretenda
di “processare” una diagnosi. Chiede l’intervento del Garante per arginare il
clima inquisitorio che rischia di compromettere il diritto alla salute delle
persone destinate alla detenzione amministrativa e il segreto professionale a
cui gli operatori sanitari sono tenuti. E soprattutto ribadisce la solidarietà
piena ai colleghi coinvolti, che hanno onorato la propria missione nonostante
le pressioni.
Sono
richieste minime. Ma oggi perfino il minimo diventa un atto di resistenza.
O stiamo con chi cura, o stiamo con chi punisce
Non esiste
neutralità in una vicenda come questa. Non esiste “aspettiamo le indagini”. Non
esiste “non conosciamo i dettagli”. Qui la questione è già chiara: si sta
tentando di subordinare la medicina alle logiche di pubblica sicurezza e di
gestione migratoria.
E questo è
inaccettabile.
Perché se
passa l’idea che curare un migrante “irregolare” possa essere trattato come un
reato, allora non stiamo entrando in uno Stato più sicuro. Stiamo entrando in
uno Stato più autoritario. Più crudele. Più fragile.
Uno Stato
che non cura più. Uno Stato che punisce.
E a quel
punto, davvero, la disobbedienza non sarà più una scelta morale. Sarà l’ultima
forma possibile di democrazia.
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