L’accusa di rossobrunismo funziona come alibi morale di una sinistra americanizzata che sostiene guerre, neoliberismo e identità performative. Un dispositivo psichico e politico per espellere il conflitto di classe e autoassolversi.
La sindrome rossobruna come alibi politico
C’è una parola che oggi circola come una moneta falsa ma accettata
ovunque: rossobrunismo. Non serve definirla, basta pronunciarla.
Funziona da scomunica laica, da scorciatoia morale, da dispositivo disciplinare
per rimettere in riga chi devia. In suo nome si assolvono guerre, si
benedicono alleanze imbarazzanti, si riscrive la storia in tempo reale.
L’accusa non descrive: cancella. Non argomenta: espelle. Ed è proprio questa
sua efficacia brutale, più che il suo significato evanescente, a renderla
centrale nel lessico politico contemporaneo.
L’uso della psicoanalisi in politica è sempre una tentazione pericolosa.
Freud non è un editorialista e l’inconscio non vota. Tuttavia, come strumento
euristico minimo, può aiutare a leggere certe ossessioni ricorrenti del
dibattito pubblico. Una di queste è – appunto – la famigerata accusa di
“rossobrunismo”, formula magica brandita come manganello simbolico contro
chiunque osi deviare dalla retta via dell’ortodossia progressista
contemporanea.
Il paradosso è evidente: coloro che hanno coniato l’espressione per
denunciare una presunta convergenza tra comunismo e fascismo sembrano
spesso incarnarne, nei fatti, la sintesi più inquietante. Basta scorrere i
manifesti di sigle come “Sinistra per l’Ucraina” o le prese di posizione di
micro-gruppi anarchici e post-operaisti che invocano apertamente l’escalation
militare contro la Russia. Il nemico evocato – il fascismo eterno, metastorico,
reincarnato di volta in volta – finisce per coincidere con tutto ciò che
ostacola la loro pulsione bellica mascherata da umanitarismo.
Qui il lessico freudiano torna utile. La proiezione, quel meccanismo di
difesa che consiste nell’attribuire ad altri impulsi inaccettabili, appare fin
troppo riconoscibile. Il sostegno a formazioni apertamente neonaziste in
Ucraina, l’adesione entusiasta a una possibile guerra mondiale, vengono
giustificati come crociata morale contro uno “stalinismo” che esiste solo come
fantasma ideologico. Putin diventa così il contenitore simbolico di una colpa
più profonda: aver escluso questi soggetti dalla Storia, aver negato loro il
ruolo di avanguardia morale del mondo.
Accusare gli altri di fascismo o rossobrunismo assolve preventivamente da
ogni responsabilità. Il male è sempre esterno, mai interno. E tutto ciò che
frena il desiderio illimitato, che pone limiti materiali o politici, viene
automaticamente classificato come reazionario.
Dall’antagonismo al marketing del
dissenso
Il concetto di rossobrunismo svolge però una funzione ancora più
sofisticata. Non serve solo a squalificare il nemico, ma a presidiare
un’egemonia culturale all’interno dell’area antagonista. Qui, da decenni,
domina un libertarismo post-operaista che ha smesso di considerare il
capitalismo come problema strutturale, vedendo nel neoliberismo una sorta di
acceleratore di creatività sociale.
È sul terreno dell’“uomo-impresa” che il neoliberismo ha
vinto la sua battaglia più profonda: quella sulle coscienze. I reduci del
Sessantotto e i loro eredi hanno progressivamente sostituito l’anticapitalismo
con l’americanismo culturale, aderendo senza troppe resistenze alla narrazione
delle rivoluzioni colorate e alla missione civilizzatrice dell’Occidente
collettivo.
Questa mutazione affonda le radici negli anni Ottanta, quando il riflusso
politico si tradusse nella proliferazione dei centri sociali. Spazi che, da
luoghi di conflitto, si trasformarono in laboratori di consumo alternativo,
branding identitario e imprenditorialità culturale. Il dissenso venne
americanizzato, reso performativo, separato dalla questione di classe.
La nuova controcultura attrasse un ceto mediamente istruito, con alte
aspettative professionali, completamente scollegato dalla realtà proletaria. La
politica divenne espressione di sé, lifestyle, guerra culturale. Un antagonismo
senza anticapitalismo, perfettamente compatibile con le nuove pulsioni
imperiali dell’Occidente.
Non stupisce che questa “socialità alternativa” sia finita per replicare il
mito del privato: centri sociali aziendalizzati, dipendenti
dall’amministrazione pubblica, radicati più nei bandi che nei territori. Un
ecosistema che produce lavoratori della conoscenza pronti a muoversi tra
attivismo e impresa, in una versione impoverita del modello Silicon Valley.
Le battaglie sui diritti e sulle identità, pur avendo spesso elementi
legittimi, funzionano allora come dispositivi di integrazione nel sistema, non
di rottura. E quando qualcuno prova a riaprire il discorso su classe, lavoro,
socialismo, scatta l’accusa infamante: rossobrunismo. Un marchio utile a
difendere rendite simboliche e posizioni di potere, più che a comprendere la
realtà.
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