Si avvicina la resa dei conti, ovvero il voto sul referendum in merito alla separazione delle carriere. È una sfida all’OK Corral. È il momento che i malfattori — Licio Gelli, Berlusconi e la loro pletora di corruttori, corrotti, servi e parassiti — aspettavano da tempo. La campagna è già calda. I primi a distinguersi sono alcuni membri del governo. Basterebbe ascoltarli e avere una minima infarinatura su cosa sia la giustizia per votare No.
Il ministro
Nordio ha infatti affermato che la riforma, per me la controriforma, non ha
come obiettivo l’efficientamento della giustizia. Qualsiasi cittadino dotato di
un minimo di buon senso prima si occuperebbe di far funzionare la macchina
ingolfata che pesa su tutto il sistema, poi eventualmente farebbe altro. Sempre
l’ineffabile Nordio ha formulato una domanda retorica con lo sguardo furbetto:
«Tutti i poteri devono essere controllati, chi controlla la magistratura!?».
Questa seconda affermazione è una dichiarazione d’intenti: il controllo della
magistratura, appunto. La Costituzione, tuttavia, è basata sull’equilibrio dei
poteri. Anche quello giudiziario è dunque un potere. Che qualcuno possa
controllarne un altro in senso politico è incostituzionale e inaccettabile. Per
altro verso, una certa conflittualità fra poteri è nell’ordine delle cose. Ma
Nordio afferma che il potere politico si sente «a sovranità limitata».
Tradotto: non ci lasciano fare quello che vogliamo come vogliamo, cioè senza
regole. Vogliono dunque indebolire la magistratura per ridurre i controlli di
legalità sulla politica politicante, ovvero sul governo di turno. Infatti
Nordio aggiunge che questi cambiamenti andrebbero poi a beneficio del
centrosinistra qualora ritornasse al governo. Più chiaro di così!
Ciò che
invece va rimarcato è che dei tre poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario
— ormai i primi due sono diventati la stessa cosa. Gran parte della
legislazione viene dal governo e dalla decretazione d’urgenza. E quando serve
si ricorre sempre al voto di fiducia. Quindi, semmai, lo squilibrio è a favore
dei governi e, invece, si dovrebbe ripristinare il ruolo del Parlamento.
Andrebbe
inoltre ricordato al Nostro e ai suoi amici che nel nostro ordinamento solo il
popolo è sovrano. E lo è, peraltro, nell’ambito della Costituzione stessa.
Ma le
questioni non finiscono certo qui. Risulterà ancor più evidente nelle
osservazioni che seguiranno che si vuole perseguire l’immunità e l’impunità
della politica, dei padroni e di quel corollario ormai implicito che è la
grande criminalità organizzata.
Come
avverrebbe questa messa sotto tutela della magistratura?
In primo
luogo va ricordato che da decenni è in atto una campagna avvelenata contro i
magistrati. Certo, errori ne sono stati fatti; tuttavia questo è avvenuto in un
contesto in cui «la politica» è andata sempre contro la Costituzione. E dopo
Tangentopoli la corruzione è diventata ancor più diffusa e pervasiva. È la
storia della putrida 2ª Repubblica e della sua torsione neoliberista. Ciò che
si vuole ottenere, infatti, è la legittimazione del laissez-faire.
La Carta del
’48 invece non solo riguarda diritti e doveri, ma contiene un’idea di società
para-socialista. E questo non è mai andato bene a lor signori. Si sono pure
scomodati da Oltre Atlantico a condannarla: vedi la Trilaterale con la sua
fatwa contro l’eccesso di democrazia e stato sociale.
E non si è
trattato solo di parole. Basta mettere in fila il collegamento che unisce P2,
morte di Moro e ora, fra altre, la separazione delle carriere.
Si usa
dunque come pretesto la separazione dei giudici dai PM per indebolire
l’indipendenza complessiva del potere giudiziario. Infatti è noto che la
separazione delle carriere esiste già. Ed è falsa la comunanza fra giudici e PM
se è vero che oltre il 50% dei procedimenti viene rigettato dai giudici.
Il punto
decisivo è il CSM. Organo che non esisteva sotto la monarchia e il fascismo, ma
che i costituenti hanno voluto proprio come strumento per rendere concreta
l’indipendenza della magistratura stessa.
Come è noto,
questo organo viene innanzitutto diviso: uno per i giudici e un altro per i
magistrati. Poi compare magicamente un organo unitario: l’Alta Corte per i
provvedimenti disciplinari, come se questa fosse la questione principale.
Peraltro il CSM attuale è uno dei più duri sui comportamenti interni, comparato
con altre nazioni. In questo modo è ipotizzabile che si auspichi l’insorgenza
di conflitti fra CSM. Un modo per indebolirli è il sorteggio con la scusa di
contrastare le correnti. Ma le correnti rimarranno e magari, nel sorteggio,
avrà una prevalenza una su un’altra: altro elemento di diatriba. Siamo a Roma e
il divide et impera è di casa.
Un argomento
usato è che la separazione delle carriere esiste in gran parte del mondo
occidentale. Girano delle tabelle a tal proposito, ma sono sbagliate. In questi
schemi infatti l’Italia è collocata nella colonna della comunanza delle
carriere. In realtà, come sappiamo, il nostro Paese dovrebbe stare nella
colonna della separazione. In tutti i sistemi infatti forme di relazione fra i
due ruoli, a monte o a valle, esistono ovunque.
Quello che
invece non si dice è il seguito. Vale a dire che dove c’è la separazione delle
carriere i PM sono in vario modo sottoposti al servizio degli esecutivi. Non è
un caso che il ventriloquo ministro Tajani abbia preventivato anche il
passaggio della polizia giudiziaria sotto l’esecutivo. Sembra di sentire
Berlusconi: era un suo pallino. Questo è un aspetto importante perché con
questa ulteriore separazione sarebbero state impossibili le grandi inchieste di
questi ultimi decenni, di cui non a caso i malfattori si lamentano tanto.
Inoltre, se è chiaro l’obiettivo di indebolire i giudici, è altrettanto chiaro
che, se non si vuole un superpoliziotto, bisogna imbrigliare anche i PM.
Qui infatti
casca un altro asino. Sempre il nostro loquacissimo Nordio afferma che il
cambiamento persegue il garantismo. In realtà, nel nostro ordinamento attuale
il PM non è solo la pubblica accusa, ma persegue la giustizia. Se infatti viene
a conoscenza di un elemento favorevole all’imputato deve farlo presente. Poi,
con il controllo dei PM, scomparirà anche l’obbligo di perseguire d’ufficio i
reati. È dunque anche il garantismo che viene a indebolirsi.
Infine va
sottolineato che il costo del funzionamento dei tre CSM salirebbe da 50 a 150
milioni l’anno, ma è un aspetto marginale.
Il contesto
in cui si colloca l’oggetto del referendum rende il tutto ancor più illuminante
e devastante. Il governo di destra infatti ha già più volte operato in ambiti
affini, ma tutti convergenti rispetto all’obiettivo già sopra sottolineato:
l’impunità e l’immunità dei potenti e dei loro servi.
Ad ogni
evento con un qualche elemento di tragicità e trucidità il governo ha emanato
un Decreto Sicurezza: Cutro, Vairano, fatti di Torino. Lo scopo è in gran parte
propagandista, ma ciò nondimeno cambia il diritto oltre ogni dire. Inoltre, se
la situazione lo richiederà, le nuove norme restrittive sono già lì, belle e
pronte all’uso.
Ma non si
sono fermati a questo.
Durante il
Covid si era attenuato l’abuso d’ufficio in quanto, in stato d’emergenza, gli
amministratori dovevano operare in tempi e modalità che andavano oltre la
legge. Ebbene, il governo ha reso permanente tale sospensione. Lo stesso abbassamento
dei controlli si è operato in materia di appalti. Si è anche intervenuto a
limitare il traffico di influenze illecite. Parimenti si è operato in materia
di intercettazioni, limitandone l’uso. È in questo iter che sempre il nostro
ineffabile Nordio ha concepito il termine di modica mazzetta contro cui non si
dovrebbe agire. Mentre, ad esempio, notizie reperite in materia di
accattonaggio rimangono valide. Materie, come si vede, a cui da sempre sono
sensibili politici, affaristi e criminali. Sono dei classici.
Forti coi deboli e deboli con i forti, insomma.
A fine anno,
a tambur battente, si è poi provveduto a limitare l’azione della Corte dei
Conti. I reati sono perseguibili, ma l’eventuale risarcimento dei danni
erariali è stato ridotto a modiche cifre. Il resto del danno, come sempre, lo
paga «Pantalone». Del resto, la Corte dei Conti aveva osato bocciare la
delibera del Ponte sullo Stretto. E lo aveva fatto con due motivazioni
ineccepibili. L’importo dell’opera era tale che serviva il bando europeo. La
seconda motivazione riguardava il fatto che il documento del governo parlava di
soldi privati mentre invece si procede con denaro pubblico. Ma la Corte aveva
messo il naso anche nello spreco del centro per immigrati in Albania, la
vendita sotto prezzo e tangenti di palazzi in Veneto, storno di soldi per la
sanità in Liguria, il piano dei rifiuti in Sicilia basato solo sugli
inceneritori. E sono solo esempi che si riferiscono al mese di dicembre 2025.
Questi
esempi illustrano più di ogni ragionamento i fini che si prefigge il governo.
Non devono essere messi bastoni fra le ruote ai poteri politici, economici,
affaristici e alle sottostanti organizzazioni criminali. Ciò, tuttavia, crea
ulteriore frammentazione e insicurezza. Ne va di mezzo la tenuta del Paese e la
democrazia, le quali non possono esistere senza un’etica e una morale pubblica.
Non che
prima di questi interventi le cose fossero idilliache. L’impunità e l’immunità
sono state un vessillo da sempre sventolato dai ceti dirigenti italioti: dal Risorgimento
ai giorni nostri.
Se guardiamo
chi sta in carcere, ad esempio, vediamo come politici, imprenditori,
amministratori siano un’infima minoranza. Per corruzione, concussione e reati
finanziari i detenuti sono mediamente fra lo 0,5% e lo 0,8%. Ciò appare ben
strano visto che l’Italia per corruzione è al 17° posto nell’Unione e al 54°
posto nel mondo. Dati che ci parlano invero della corruzione percepita, ma
quella reale è ben peggio.
Tutto ciò ci
dice una cosa molto netta: ci troviamo dinnanzi a una giustizia classista.
Situazione che purtroppo la Repubblica non è mai riuscita a cambiare proprio in
virtù dei rapporti di forza e del ruolo delle forze conservatrici e
reazionarie. Non è un caso che la Corte costituzionale sia stata varata nel
1956 e il primo CSM nel 1958! Tutto ciò è avvenuto nonostante la Costituzione e
contro la Costituzione. Anche certa magistratura ha favorito questo andazzo;
ultimo il caso Palamara. Basti pensare poi quanto tempo c’è voluto perché il
fenomeno mafioso venisse indicato in quanto tale. E quanti magistrati, politici
e cittadini onesti sono morti per giungere questo cambiamento culturale e
politico.
In questa
impronta classista non si può non parlare dell’inaccettabile lunghezza dei
processi. Questa situazione non è una casualità, poiché è funzionale a chi ha
le facoltà economiche di permettersi un buon avvocato per tirarla per le lunghe
e puntare alla prescrizione. Peraltro, non esistendo nel nostro ordinamento la
possibilità di aggravare la pena in caso di appello, non a caso tutte le
sentenze vengono appellate, intasando il sistema, mentre alle procure e ai
tribunali mancano uomini e mezzi.
Ciò che sta
avvenendo è insito nella cosiddetta 2ª Repubblica, in cui neoliberismo e
corruzione diffusa sono l’uno il prodotto dell’altra. L’unica anomalia in
questi ultimi anni è stata la presenza in vari governi del M5S. Non è un caso
che quelli con la loro forzata presenza per ragioni numeriche non siano durati
più del giro delle quattro stagioni. E non a caso siamo passati dallo Spazza
Corrotti al Salva Corrotti.
In questo
contesto, per capirci qualcosa, i cittadini italiani dovrebbero chiedersi: in
questi decenni i problemi sono venuti dalla magistratura o non invece da una
politica di centrodestra/centrosinistra succube dei mercati e dei poteri
sovranazionali? Il peggioramento complessivo del Paese sociale, morale,
culturale, politico, economico è colpa della magistratura o della politica
politicante?
E governo e
maggioranza che legittimità hanno per mettere sotto tutela la magistratura,
visto che hanno il consenso di un elettore su tre e più del 40% dei cittadini
non vota più? Anzi, nelle recenti regionali si è sforato quasi ovunque il 50%
di non voto.
Non è dunque
la magistratura a essere politicizzata: è la politica; sono i partiti che non
la fanno ormai più. E l’indipendenza che servirebbe è quella dai mercati, dalle
multinazionali, dalla finanza, dai poteri ademocratici sovranazionali.
La
conclusione è che corrotti, corruttori, parassiti, criminali e le loro
emanazioni politiche hanno tutto il vantaggio a votare Sì. Non a caso, il
fronte del Sì è trasversale alla destra e al centrosinistra. Bisognerà vedere
quanto popolo bue riusciranno a portarsi dietro.
Ciò porta
alla necessità di impostare questa campagna in maniera populista, poiché si
deve tener conto delle frammentazioni intervenute a tutti i livelli: sociale,
politico, culturale; classista, perché il substrato si misura sul lavoro, la
redistribuzione della ricchezza e dunque del potere; giustizialista, poiché in
Italia il termine non rappresenta l’esagerata volontà di punire, ma la
necessità di perseguire corruttori, corrotti e criminali. Quello che deve
emergere in questo referendum è lo scontro alto/basso, popolo e ceti corrotti.
Deve essere rivolta e indignazione di un Paese ridotto a un colabrodo e fuori
controllo. Ahinoi!
Bisogna
dunque impegnarsi in questa campagna referendaria. In primo luogo, una vittoria
del No non peggiorerebbe la situazione specifica e generale e, di questi tempi,
questa sarebbe già una buona notizia. In secondo luogo, darebbe un primo stop a
un governo che si sta allargando oltre misura, anche se rappresenta solo un
terzo degli italiani. E ci si deve impegnare nonostante la compresenza del
Partito Democratico che della situazione politica, economica, sociale,
collocazione internazionale e vittoria della destra è il principale
responsabile. Fargli intestare l’eventuale vittoria sarebbe davvero una beffa.
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