Intervista a Kenobit su Assalto alle piattaforme.
In un tempo non molto lontano, Internet era uno spazio libero. Quando il
World Wide Web è stato inventato in seno al CERN (Conseil Européen pour la
Recherche Nucléaire), il suo scopo era quello di agevolare la cooperazione
e la condivisione di conoscenze nell’ambito della ricerca scientifica mondiale.
Lo slogan che completava il logo racchiudeva esattamente l’intenzione con la
quale era stata architettata, per la prima volta, una rete tecnologica su scala
globale per lo scambio di informazioni. Recitava “Let’s share what we know”.
Pochi anni dopo la sua invenzione, nel 1993, il codice sorgente del WWW è stato
reso di pubblico dominio dall’organizzazione europea e dal suo ideatore, Tim Berners-Lee, che scelse di
non depositare il brevetto in totale aderenza con i valori della rete appena
nata. Molto probabilmente, proprio la decisione di lasciare aperto l’accesso al
codice provocò la rapida diffusione del suo utilizzo da parte di utenti comuni
e non solo di informatici, tecnici e ricercatori.
Per certi versi, durante questa sorta di fase pionieristica della rete, si
era dato avvio a una certa forma di anarchia: Internet era un luogo dove tutte
e tutti avevano lo stesso peso. Chi lo abitava non doveva rispondere ad alcun
tipo di gerarchia e qualsiasi sito web si costituiva come realtà indipendente,
autonoma e autogestita. Non solo: da Internet “aperto” era molto più semplice
uscire, rispetto al mondo digitale di oggi, dominato dai monopoli tecnocratici
delle Big Tech. Ne è un esempio lapalissiano l’obiettivo primario dei social
media mainstream: tenere i propri utenti dentro le piattaforme con qualsiasi
arma di seduzione e di manipolazione.
Negli anni Novanta Internet era composto da una moltitudine di comunità, e
quindi di gruppi di persone che spesso dalle chatroom e dai
forum si muovevano verso il mondo fisico, radunandosi in incontri tra
appassionati degli stessi interessi. In questo humus erano presenti anche i
movimenti antagonisti, i collettivi della controcultura e dei centri sociali
autogestiti. Dentro e fuori dal mondo virtuale si avviavano progetti di respiro
internazionale, come l’ECN (European Counter-information Network), nato
per avvicinare i movimenti antagonisti europei e per fare controinformazione, e
che a Milano aprì il suo primo nodo al Leoncavallo, poco dopo il primo sgombero
del 1989 dal quartiere di Casoretto. Gli spazi occupati e autogestiti erano
l’habitat dove insediare gli hacklab, promotori dell’accesso libero
e gratuito alla tecnologia, ai computer, ai software e alle banche dati. Erano
i luoghi dove per la prima volta si parlava di hackmeeting, di
incontri nel mondo fisico fra hacktivisti per la libertà digitale e anche
fautori di netstrike e cybersquatting. Il
primo hackmeeting in Italia avvenne nel 1998 a Firenze,
proposto dal collettivo Strano Network. L’esperienza di quel decennio ad alta
intensità rivoluzionaria è restituita dal collettivo Autistici/Inventati (A/I),
uno dei gruppi di hacktivisti di quel tempo, in una
pubblicazione del 2012 per Agenzia X. Di recente, la stessa casa editrice
indipendente ha pubblicato Assalto
alle piattaforme. Riprendiamoci Internet (2026) di
Fabio Bortolotti, in arte Kenobit, hacktivista per la libertà
digitale ed esponente della scena chiptune italiana col suo
strumento d’elezione: il game boy. È anche cofondatore dell’istanza italiana
Livello Segreto, uno dei server indipendenti di Mastodon, social network open
source e decentralizzato.
In Assalto alle piattaforme, prim’ancora di mostrare le
alternative ai social mainstream e agli strumenti digitali di colossi come
Google, Kenobit ripercorre brevemente la storia di Internet, rendendo
accessibile il saggio e le sue argomentazioni anche a chi non ha familiarità
con la tecnologia. In quel capitolo, c’è un passaggio cruciale. Racconta di
come l’intersezione fra mondo fisico e mondo digitale si stesse palesando per
la prima volta in modo evidente negli anni Novanta e di come, poco dopo, con
l’avvento di MySpace, il primo grande social network lanciato nel 2003, si
stesse per assistere al primo tassello di un “grande processo di
centralizzazione della rete libera”.
Niente meno che Rupert Murdoch acquisisce
MySpace nel 2005 e nel 2006 firma un contratto da 900 milioni di dollari con
Google, già diventato monopolista dei motori di ricerca. Lo scopo era usare i
dati raccolti dalla piattaforma social per posizionare annunci pubblicitari
mirati. I profili iniziarono a essere infestati da banner, ma solamente nel
2009 Facebook scalzerà via il primo social della storia con la promessa che gli
utenti e le utenti avrebbero potuto finalmente connettersi fra loro senza la
fastidiosa interruzione di inserzioni pubblicitarie. Era l’alba di un’era che
avrebbe portato ai Big Data e alle loro conseguenze anche politiche, come il
caso di Cambridge Analytica che smascherò la correlazione fra la cessione dei
dati raccolti da Meta e la propaganda a favore di Donald Trump nelle elezioni
del 2016, ma anche nella Brexit. Una cesura della storia recente nella quale
andare in profondità insieme all’autore di Assalto alle piattaforme.
Prima di parlare del tuo libro, mi interessa capire come ti sei avvicinato
all’hacktivism e cosa significa esserlo nell’era degli
influattivisti e non degli hacklab nei centri sociali autogestiti.
Per me i centri sociali hanno rappresentato qualcosa di molto importante
dal punto di vista formativo perché da ragazzino mi interessava la musica. Nei
primi centri sociali ci sono andato ben prima di compiere diciott’anni. Non
sapevo niente di politica, né di battaglie o di temi. Mi interessavano la
musica punk e lo skate. Ricordo che a Pergola (un centro sociale autogestito a
Milano, ndr) c’erano dei piccoli half-pipe. Sono stato attirato dai
centri sociali per delle questioni all’apparenza non politiche, per quanto lo
fossero. Avevo trovato un ambiente affine a quello che cercavo. Frequentando
questi spazi, mi sono imbattuto in una cosa meravigliosa: le scritte sui muri,
i manifesti, gli adesivi. Ho scoperto una marea di tematiche e battaglie. Ho
scoperto, prima del 7 ottobre 2023, la questione palestinese. Sono entrato in
contatto con le istanze del femminismo, della liberazione animale, del Rojava,
del Kurdistan.
Fra queste lotte, ce ne fu una che piantò in me un seme importantissimo.
Ricordo un incontro organizzato dal Leoncavallo, dove si parlava di creative
commons, ossia di quella dimensione alternativa al copyright: il cosiddetto
copyleft. Sono licenze che ti permettono di tutelare la tua autorialità senza
barricarla dentro il copyright e il diritto d’autore. Quell’incontro per me è
stato fondamentale. Io ero già interessato all’informatica e da lì sono
arrivato al software libero, che altro non è che lo stesso discorso dei
creative commons applicato alle licenze del software. Nel mondo del software
libero ho incontrato dei discorsi che negli anni mi sono maturati dentro: la
privacy, la sorveglianza digitale, le alternative ai problemi del software
proprietario.
Tutti temi che hanno guidato i miei interessi nel corso del tempo, fino
agli ultimi dieci anni nei quali, non più ragazzino, ho sentito l’esigenza di
occuparmi più attivamente di questi temi e ho cominciato a seguire dei progetti
musicali e culturali. Ho iniziato a frequentare più assiduamente i giri
del hackmeeting, tutte realtà che esistono da molto prima di me e
alle quali devo tantissimo. Ho iniziato a leggere di più sul tema: lavori di
gruppi di ricerca come Ippolita e Circe. La cosa bella è che nel momento in cui
ho maturato consapevolezza e voglia di agire ho potuto contare da un lato sul
bagaglio che mi ero fatto io e dall’altro su un grandissimo lavoro fatto da
tantissime persone nel mondo. È come se avessi trovato una faretra piena di
frecce da scagliare.
A proposito di diritto d’autore e copyright, ho letto un’esortazione in una sorta di manifesto pubblicato nel 1988 sull’ottavo numero della fanzine milanese Amen intitolato L’era della comunicazione negativa. Diceva: “Saccheggiate ogni prodotto. Gli artisti non esistono, i loro diritti tanto meno.” Oggi che esistono realtà come Redacta e che le lavoratrici e i lavoratori dell’arte e della cultura in Italia vivono nel precariato con salari da fame, come suona questa frase? A chi appartengono le idee?
Un manifesto su una fanzine aveva tutto il diritto di arrivare a gamba tesa
con delle affermazioni, magari discutibili, ma che provocano il pensiero. Trovo
senza dubbio fertile l’invito al brigantaggio artistico, ma sono estremamente
contrario all’affermazione che l’artista non esista e che non abbia diritti,
perché è un’argomentazione che nel 1988 poteva essere una provocazione
interessante per mettere in discussione il copyright: oggi rischierebbe di fare
un assist ai peggiori malintenzionati che stanno cercando di mettere il
cappello sul pubblico dominio. Io penso che il diritto d’autore non sia la via.
Sono un artista e riesco a viverci, ma non è di certo il diritto d’autore a
mantenermi economicamente.
Sono convinto che qualunque persona si muova nell’arte e nella
comunicazione tragga un grande vantaggio dalla proliferazione dell’arte, e
quindi dalla proliferazione anche delle proprie opere. Se copi la mia opera, le
dai risonanza. E questo è il motivo per cui io credo molto nelle licenze
copyleft. Io rivendico il diritto della paternità delle cose che ho fatto. Non
è una questione di ego, ma di indicizzazione. È una questione pratica per
sapere dove si sono sviluppati alcuni discorsi e in quali ambiti. Credo che
mettere dei recinti intorno alle cose che facciamo non sia il modo più efficace
perché si diffondano e in questo momento abbiamo bisogno di diffondere le
nostre idee.
Detto questo, siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa, di
grandi aziende private come OpenAI, che hanno saccheggiato il lavoro di artiste
e artisti in tutto il mondo; l’hanno messo dentro il loro recinto, ci hanno
tirato fuori un prodotto dal quale ricavano profitto. Un prodotto che va
maledettamente in concorrenza diretta con le artiste e gli artisti che hanno
saccheggiato. Tra gli apologeti dell’intelligenza artificiale, c’è una posizione
che io trovo irricevibile, ovvero che l’artista sia semplicemente una
manifestazione della volontà e del sapere collettivo e che quindi siamo tutte
autori e autrici di tutto. Questo discorso, anche dal punto di vista
filosofico, è fallace, ma oggi è triplamente problematico in quest’epoca di IA
e di grande saccheggio dello scibile umano al fine di creare servizi privati a
pagamento. Sono convinto che sia necessario ripensare al copyright, perché
nella sua forma attuale è estremamente inadeguato al presente. In realtà la
forma odierna del copyright è nata un secolo prima di Internet. Quindi è
superata. Ma soprattutto, abbiamo bisogno che le nostre idee si diffondano come
fiamme e questo non succederà se le mettiamo dentro a dei recinti.
Per arrivare al tuo libro, possiamo dire che tutto quello che hai imparato
finora lo hai fatto convogliare su Assalto alle piattaforme. In un
certo senso, il tuo impegno da hacktivista è assimilabile a
quello che fai quando promuovi l’utilizzo di alternative non mainstream come
il Fediverso?
Partiamo dal fatto che, sebbene le definizioni lascino sempre il tempo che
trovano, a me non dispiace il termine hacktivista. Per spiegare che
cosa comporti per me essere hacktivista, uso spesso una metafora mutuata dal
mondo di Dungeons & Dragons. Nella versione più antica del gioco di ruolo
c’era il party, il gruppo di avventurieri che si avventurava nel dungeon.
C’erano il mago, il guerriero, il bardo, ecc. Faccio questo esempio perché
penso che le battaglie dell’attivismo e dell’hacktivismo non possano essere
individuali: nessuna e nessuno può affrontarle singolarmente, anzi. Penso che
sia fondamentale mettere da parte i personalismi, altrimenti si rischia di
arrivare a quelle tremende storture dell’attivismo performativo. Per questo a
me piace l’immagine del party, del gruppo, perché in ogni battaglia ci sono
molti ruoli e, affinché queste battaglie vengano vinte, devono esserci tutti.
Immaginiamo che il capitalismo digitale sia letteralmente un dungeon, con
in fondo un drago sdraiato sulla sua distesa di monete d’oro sottratte alla
povera gente dei villaggi circostanti. Nella battaglia per la libertà digitale
servono i maghi e le maghe, coloro che conoscono la lingua arcana, i lati più
tecnici e difficili della dimensione tecnologica, che scrivono i codici e i
programmi. Perché dietro al software libero c’è un enorme grimorio di saperi.
Da un lato ci vogliono i maghi, con grandi competenze tecniche. Poi ci vogliono
i guerrieri, ovvero il popolo che, con le protezioni fornite dai maghi,
brandisce gli strumenti e parte all’assalto. E poi c’è il bardo. Io mi
identifico con il ruolo del bardo, nel senso che non ho le competenze tecniche
dei maghi, ma credo che il mio contributo sia quello di comunicare. Quello che
ho cercato di fare anche con Assalto alle piattaforme è
cantare le gesta dei maghi per poi partire all’assalto tutte e tutti insieme.
Ci tengo molto a questa visione del party, del gruppo per due motivi. Il primo
è che mi piace il concetto di gruppo a livello ideologico. Il secondo è che mi
diverte anche a livello di assonanza, perché risuona con “free party” e per me
la lotta deve essere festosa. Ne sono ancora più convinto, dopo la lettura
di Pleasure Activism (2019) di Adrienne
Maree Brown.
Nel primo capitolo del tuo libro metti subito in chiaro la relazione fra mondo reale e mondo virtuale. Citi l’ultima pubblicazione del collettivo Ippolita, Hacking del sé. Disertare il capitalismo del controllo (2024), in riferimento al concetto di simulacro nell’opera di Philip Dick e al suo immaginario. L’androide è sia il simulacro dell’essere umano, sia della realtà condivisa: soggetto e oggetto si confondono, così come realtà e allucinazione. Mi viene in mente ciò che Hannah Arendt sosteneva in merito al fatto che il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto, ma la persona per la quale non c’è più differenza fra realtà e finzione. Oggi siamo immersi in una tecnocrazia dal potere subdolo, capace di capitalizzare l’immaginario e di impedire la visione di orizzonti alternativi. Non solo: mondo reale e mondo virtuale sono perfettamente complementari, nell’accezione più spaventosa. Verrebbe da chiedersi se la colonizzazione del mondo digitale da parte di pochi miliardari (privilegiati, potenti ben prima di divenire imprenditori in questo settore) abbia incrinato gravosamente i sistemi democratici. A tal proposito, in una nota riporti una dichiarazione di Peter Thiel, cofondatore di PayPal: “Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili”. Significa che per i padroni del mondo, la libertà non è un diritto umano universale, fondamentale e inviolabile, ma un privilegio di pochi?
Per me Peter Thiel è il più inquietante della sua categoria. In questo
periodo sono uscite le conversazioni dei famosi files di Epstein. Il fatto che
tramite il controllo delle tecnologie e dei social media sia possibile
influenzare l’andamento politico del mondo ormai non è più una teoria. Non che
ci fosse bisogno di conferme ulteriori, ma ora ne abbiamo davvero la prova. In
questo contesto, secondo me dovremmo dare spazio ai nostri sentimenti e alle
nostre emozioni. Io dico sempre che per essere miliardari bisogna essere
psicopatici, nella definizione clinica del termine. Non c’è modo di guadagnare
così tanto, non c’è modo di accumulare così tanta ricchezza, in mondo come il
nostro, senza sfruttare le persone.
Ultimamente, i discorsi che ho sentito fare a Elon Musk, a Peter
Thiel, a Mark Zuckerberg e a Sam
Altman, ex presidente di OpenAI, sono dei discorsi completamente fuori
dall’umanità. E questo mi dà speranza perché sono convinto che la non umanità
di certi meccanismi sia sempre più evidente anche alle persone non coinvolte
attivamente nella politica. È un vantaggio rispetto a quando questo
tecno-ottimismo ci sembrava ragionevole, perché prima veniva venduto molto
meglio. Vent’anni fa pensavamo ancora che la tecnologia avrebbe sicuramente
migliorato le nostre vite. In realtà, la tecnologia ha ancora il potere di
migliorare le nostre vite, ma il problema è dato dal fatto che, invece di
essere di proprietà e al servizio delle masse, la tecnologia è diventata sempre
più privatizzata e utilizzata per estrarre valore alle masse.
Per te siamo in una situazione vantaggiosa? Nel tuo libro sostieni
che “il disagio digitale serpeggia fra di noi” e non solo fra antagonisti
e attivisti. Come fai a essere così positivo?
Non posso portare dati o numeri concreti. Porto un mio dato aneddotico. Mi
occupo di questi temi da tempo e da ben prima di pubblicare Assalto
alle piattaforme. Quando ne parlavo cercando di problematizzarli mi scontravo
con un muro di gomma: venivano recepiti come discorsi idealisti. Mi dicevano
“il mondo funziona così, devi prenderne atto e basta; io sono comodo qua dentro
alle piattaforme, ai social. Sei troppo rigido”. Invece, negli ultimi anni, ho
notato un cambiamento nelle reazioni di chi mi ascolta. Non dico che il
risveglio delle coscienze sia merito mio: il mio è un pixel di lavoro in mezzo
a migliaia e migliaia di altri pixel che compongono l’immagine.
In questo contesto, vorrei citare la resistenza palestinese, che ci ha
insegnato tantissimo. Secondo me, uno dei contributi enormi che ha dato è stato
mettere a nudo alcuni dei meccanismi e dei legami tra tecnologia, piattaforme e
il capitalismo. Ecco perché io vedo un risveglio delle coscienze. Perché andando
a parlare in giro di questi temi adesso trovo molle cariche di energia
potenziale che non vedono l’ora di attivarsi. Se fino a un po’ di tempo fa si
diceva che nel mondo digitalizzato “non si sta benissimo, ma non si sta davvero
male”, perché siamo nel migliore dei mondi possibili, adesso invece c’è tanta
consapevolezza di come questi meccanismi siano problematici.
Chiaramente, possiamo trovare anche migliaia di persone alle quali non
importa niente, ma ci sono studi che dicono che i grandi cambiamenti partono
quando una piccola percentuale – se sono sbaglio si parla di un 3% della
popolazione – sviluppa una nuova consapevolezza. Io vedo che quella
consapevolezza sta crescendo anche e soprattutto fuori dalla bolla di chi ha le
competenze tecnologiche. Chi si occupa di questi temi da vicino da anni ha
messo più facilmente a fuoco quali erano le storture di Meta, di TikTok, di
Amazon, di Windows, di Microsoft, di OpenAI, ecc. Quella bolla era, per forza
di cose, una minoranza. Non possiamo aspettarci la rivoluzione sperando che la
faccia quella persona su mille che sa programmare in C++. Invece oggi questa
consapevolezza si sta diffondendo tra la gente comune. Tornando alla metafora
di Dungeons & Dragons, questa presa di coscienza non si sta propagando tra i
maghi, ma tra gli abitanti del villaggio razziato dal drago.
Leggendo Assalto alle piattaforme, riflettevo sul fatto che la
fine del movimento no-global, il G8 di Genova e l’ascesa dei colossi del
digitale coincidono cronologicamente nei primi anni Duemila, quando abbiamo
cominciato a cedere i nostri dati (ovvero i tasselli della nostra identità) per
ottenere in cambio delle comodità. Secondo te è un caso oppure no che le piazze
fisiche e Internet della controinformazione si siano svuotati? C’è una correlazione?
Assolutamente sì. Ovviamente, non nel fatto che il G8 di Genova abbia
portato all’ascesa di Facebook. Non c’è una causalità. Però esiste una
correlazione fra cosa è cambiato su Internet e cosa è cambiato nel mondo
fisico. Penso che ci sia una linea di causalità tra l’oppressione della
componente libertaria e indipendente di Internet e il fatto che ci siamo
trovate e trovati con uno strumento in meno, finito nelle mani di chi detiene
il potere e che i movimenti nel 2001 cercavano di contrastare. Il caso di
Cambridge Analytica è la dimostrazione di come con grandi capitali sia
possibile comprare lo strumento Internet per esercitare un effetto sul mondo
estremamente radicale, come nella Brexit e nell’elezione di Trump nel 2016. Gli ultimi grandi
stravolgimenti dell’Occidente hanno origine da Meta.
È l’ennesima dimostrazione che il digitale non è una dimensione a parte, ma
è un aspetto ben definito e causale del reale. Se abbiamo così tanta
documentazione preziosa sul G8 di Genova, se abbiamo così tanta documentazione
al di là di quella ufficiale diffusa dalla questura, come testimonianze e
dossier di chi era quei giorni a Genova, è grazie a una realtà grandiosa di
quegli anni che era Indymedia, nata dal movimento no-global e dalle proteste a
Seattle contro il WTO (World Trade Organization). Il motto di Indymedia
era “Non odiare i media, diventa i media”. Si trattava di una sorta di TV fatta
per diffondere informazioni dal basso. Un sito dove chiunque poteva farsi
reporter, proprio negli anni antecedenti allo scoppio di Internet. Premetto che
io tendo a collocare l’esplosione definitiva di Internet, quella che sancisce
l’inizio di un’epoca in cui ci troviamo ancora, con la diffusione degli
smartphone. Con gli smartphone tutti sono entrati su Internet: hanno aperto le
porte alla vita online anche a chi, fino a quel momento, non l’aveva
frequentata.
Indymedia nasce proprio in quel momento, quando l’esplosione di Internet
stava avvenendo. Una diffusione che “ha fatto anche cose buone”, come la
raccolta e la pubblicazione della documentazione che abbiamo ancora oggi sul G8
di Genova. Potevamo osservare ciò che accadeva nel mondo da due prospettive
parallele: c’era un Internet plurale, libero, decentralizzato, dove fiorivano
grandi progetti no profit e autorganizzati, esattamente come Indymedia;
dall’altro, nel mondo fisico, c’erano dei grandi movimenti, che non nascevano
solo su Internet, ma che in Internet trovavano uno strumento prezioso per
coordinarsi e comunicare. Poco tempo dopo, prima con l’avvento di MySpace e
poi, definitivamente, con l’arrivo di Facebook, questa pluralità di Internet è
venuta meno. Se prima del 2001 esistevano tantissimi siti, ognuno con la sua
indipendenza, di fatto negli ultimi anni possiamo dire di avere cinque siti
(Facebook, Instagram, YouTube, X, TikTok) dove vengono ricondivisi sempre gli
stessi contenuti.
La grande differenza è che queste piattaforme non nascono decentralizzate:
non nascono con l’obiettivo di farci interagire, di organizzarci, di farci
comunicare e socializzare davvero, anche fuori dalle app. A prescindere da tutte
le premure etiche, sono piattaforme ottimizzate per far aumentare i profitti di
chi le possiede, attraverso le pubblicità che ci raggiungono e i dati che
cediamo. Il parallelo che vedo è che prima avevamo un Internet estremamente
plurale, un potenziale amplificatore di tutto quello che avveniva nel mondo
fisico, come una vera e propria piazza dove incontrarsi. Ora è diventato un
grande centro commerciale. Se ci troviamo in piazza è più facile parlare di
cambiamento e di rivoluzione. Se ci troviamo al centro commerciale è più
difficile che accada. Per questo credo che la lotta alla libertà digitale sia
cruciale in questo momento. Perché qualunque sia il futuro delle battaglie,
qualunque sia la direzione che le vogliamo darle, Internet ce lo dobbiamo riprendere.
Un tema ricorrente nelle cosiddette bolle dei gruppi antagonisti e di
persone che si occupano di politica attiva è quello dell’utilizzo delle
piattaforme social mainstream per fare controinformazione, dal momento che
andrebbero boicottate e che il medium è il messaggio, ovvero che gli argini
entro i quali muoversi non sono aderenti ai valori che sorreggono determinate
istanze. Un esempio fra tutti è quella sorta di linguaggio in codice che
prevede l’uso di specifiche emoji o di numeri al posto delle lettere per
evitare di essere puniti dall’algoritmo, finendo in shadow ban o
persino vedendo il proprio account cancellato per sempre. Penso al profilo
TikTok della giornalista palestinese Bisan Owda. Tu sei fra quelli che non
credono all’efficacia di questo tipo di linguaggio. Puoi spiegare meglio
perché? Per esempio, credi che le manifestazioni a sostegno della Global Sumud
Flotilla di fine 2025 si siano sgonfiate troppo precocemente, nonostante la
tregua non sia stata mai rispettata, anche a causa di questa vacuità del
linguaggio social? Che senso ha fare controinformazione sui social mainstream?
È una questione che mi sta particolarmente a cuore. Faccio un esempio che
riporto anche sul libro, quando parlo di TikTok. Molte persone, giustamente, mi
dicono che tramite quella piattaforma si sono informate sulla Palestina, che
per la generazione Z è stato un veicolo importante di informazione sulla
questione. Sono estremamente grato a chi ha fatto quel lavoro molto bene,
amplificando la consapevolezza sulla causa. Personalmente non credo che ora la
strategia migliore sia abbandonare del tutto le grandi piattaforme commerciali.
In futuro auspico di farlo definitivamente, ma ora è meglio fare ragionamenti
strategici.
Da un lato le piattaforme sono luoghi in cui non possiamo esprimerci come
vogliamo e dobbiamo autocensurarci, aggirando possibili limitazioni; dall’altro
snaturano il nostro messaggio e la sua efficacia. In realtà il problema è
ancora più grande e ben rappresentato dal fatto che la “tregua” mendace sulla
Striscia di Gaza non c’è mai stata, il cessate il fuoco non è mai stato
rispettato, eppure tutta quella grande emozione di massa si è sgonfiata, senza
che la situazione a Gaza migliorasse affatto. I bombardamenti sono continuati,
le vittime continuano ad aumentare, le condizioni in cui sono costrette a
sopravvivere le persone sono sempre più disumane. Eppure tutto quel buzz e
quella elettricità che abbiamo visto anche sui grandi social a fine settembre
sono spariti. Questo si deve a un fenomeno ben preciso. Ossia che tutto quello
che mettiamo nelle piattaforme è content e il content è
di per sé effimero. È come se fosse l’allestimento della vetrina.
Noi siamo gli allestitori delle vetrine che noi stesse e noi stessi
guardiamo. La vetrina dev’essere costantemente allestita e rinnovata. Perciò
il content ha una data di scadenza brevissima e tende a
muoversi seguendo le wave, le mode, i trend. Questo purtroppo è
quello che è successo anche con un fenomeno estremamente bello e positivo come
le grandi mobilitazioni per la Palestina. La nostra battaglia è diventata content,
ne ha tratto qualche beneficio, ma poi si è scontrata contro l’enorme limite
del content e ad oggi il tema è quasi sparito. Per questo nel
mio libro scrivo che ben vengano le battaglie di consapevolezza anche sulle
grandi piattaforme, ma non possiamo farle solo lì. È necessario tornare a
investire nel mondo fisico e in alternative digitali come il Fediverso perché
abbiamo visto che anche un risultato straordinario come organizzare grandi mobilitazioni
internazionali può infrangersi contro la natura effimera del content.
A proposito di content, in Assalto alle piattaforme parli
del fatto che nell’era del Web 2.0 ogni mestiere, ogni professione e ogni forma
d’arte è livellata dalla macina digitale e ridotta a un unico ruolo: quello
del content creator. Perfino i semplici utenti lo sono. In un mondo
senza più classi sociali ben definite, ma fluide, l’unica coscienza di classe
che potrebbe innescare l’insurrezione contro l’oppressore è quella di una
coscienza di classe 2.0 da content creator?
È un tema difficile. Chi trova la quadra sulla coscienza di classe farà la
prossima rivoluzione. Bisognerebbe partire da cos’è la classe oggi.
Giustamente Marx distingueva tra chi detiene i
mezzi di produzione e chi non li detiene. Ovviamente, tutta la storia della
coscienza di classe si è evoluta nel Novecento, quando ai suoi albori il
soggetto rivoluzionario si identificava con l’operaio, perché in grado di agire
sul reale in un modo capace di modificarlo. Da lì in poi, si sono riempite
pagine e pagine su che cosa volesse dire coscienza di classe e soggetto
rivoluzionario. Nel frattempo il mondo è cambiato così tanto che oggi siamo
molto confuse e confusi.
Abbiamo smarrito il senso della lotta di classe e una delle ragioni è la
progressiva demolizione del concetto stesso di coscienza di classe. Sono
cambiati i mezzi di produzione: oggi non ci sono più solamente le fabbriche. A
questo si somma il fatto che i social non funzionano davvero come network,
perché sono più simili alla TV, che ci fa restare a casa. Perciò, io non credo
che i prossimi soggetti rivoluzionari saranno i content creator, né
credo che la prossima rivoluzione dipenda dallo sviluppo della loro coscienza
di classe. Penso che sarà necessario anche il loro risveglio, nell’ottica della
promozione di un modo di stare su Internet non su piattaforme commerciali ma su
realtà autogestite e autonome. Da quelle basi lo strumento digitale sarà uno
strumento potentissimo per rivendicare una coscienza di classe su scala più
ampia, qualunque cosa decideremo sia la classe.
Credo che sia necessaria una rivendicazione e un modo diverso di vivere la
dimensione digitale che ci faccia realizzare, come scrivevo nel libro, che
siamo tutte e tutti sulla stessa barca. Sulla piattaforma c’è chi detiene i
mezzi di produzione e chi non li detiene. Più prendiamo consapevolezza sul
funzionamento di queste piattaforme, più emerge come la struttura stessa di
queste piattaforme sia fatta per atomizzare qualsiasi vagito di coscienza di
classe e che quindi sia necessario fare un passo laterale verso le alternative,
iniziando a vivere diversamente le nostre vite digitali. Esattamente come se
smettessimo di andare tutti sabato pomeriggio al centro commerciale e
iniziassimo a passare tutti sabato pomeriggio insieme ai collettivi in un
centro sociale. Semplicemente, la tua coscienza risponde con due risultati
diversi.
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