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sabato 19 luglio 2025

Terzietà del giudice, querele temerarie: la Ghirra si rivolge a Nordio - Ottavio Olita

 

Questo nostro sito ha ospitato più volte interventi sulla grave situazione per la libertà di stampa che si vive in Italia per colpa di querele temerarie o di giudici che su particolari vicende farebbero bene ad astenersi. Ora la questione viene affrontata formalmente dalla parlamentare Francesca Ghirra di AVS in un’interrogazione rivolta al ministro della Giustizia Nordio.

Lo fa non con considerazioni generiche, ma partendo da un caso reale che riguarda il giornalista Mario Guerrini, per decenni inviato speciale Rai ed ora titolare di un suo blog. Occupandosi di una vicenda di rimborso spese legali per 8.350 euro concesso dal sindaco di Capoterra – esponente di Fratelli d’Italia – al suo alleato Franco Magi, presidente del consiglio comunale, Mario Guerrini era stato querelato. La causa venne affidata ad un giudice onorario che nel suo profilo Linkedin proclama un unico interesse, quello per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni leader di Fratelli d’Italia. “Il giudice onorario – scrive l’onorevole Ghirra – pur essendo in una posizione di evidente vicinanza politica al querelante, non ha ritenuto di doversi astenere, né il giornalista ha potuto tempestivamente ricusare il giudicante perché all’oscuro della prossimità di quest’ultimo con l’ambiente politico cui appartiene il suo querelante”. Questo, dice ancora la Ghirra, nonostante quanto stabilito con chiarezza dall’articolo 36 del codice di procedura penale.

Entrando poi direttamente nel merito della condanna inflitta a Guerrini, l’on. Ghirra scrive: “La sentenza mette ancora una volta in luce il tema del complesso rapporto tra la politica e la libertà di stampa, per cui la critica, che deriva dall’esercizio del diritto di cronaca, inteso come diritto a divulgare fatti di interesse pubblico, ma anche come libertà di manifestazione del pensiero, ai sensi dell’articolo 21 della Costituzione, conduce a esosi procedimenti giudiziari invece che risolversi nel diritto di replica”. E poi prosegue: “La vicenda desta preoccupazione e induce a riflettere sulla sempre più diffusa tendenza ad utilizzare le querele temerarie per mettere a tacere chi utilizza lo strumenti della critica come forma necessaria di confronto e controllo tra potere pubblico e comunità dei cittadini ai quali va riconosciuto il diritto dovere di dubitare e verificare”.

“Per questo – conclude la deputata di AVS – chiedo quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda assumere per garantire che la libertà di critica e di stampa siano tutelate a fronte della pratica sempre più diffusa delle querele temerarie”.

Mario Guerrini, dal suo canto, ha già preannunciato che ricorrerà in appello contro la sentenza che lo ha condannato ad una provvisionale di 5.000 euro, a 2.300 euro di spese legali, oltre al pagamenti delle spese processuali.

da qui

martedì 22 gennaio 2019

Il Cervi sbagliato - Ottavio Olita


E’ singolare il rapporto che la toponomastica cagliaritana ha con la Storia. Ed anche ingannevole, come dimostra un clamoroso esempio. Se percorri via Dante da Piazza Repubblica verso Piazza San Benedetto, a circa metà strada un cartello dà il nome ad una traversa: via A. Cervi.
Per anni ho pensato con orgoglio e gratitudine a quegli amministratori cittadini che avevano voluto ricordare un eroico padre, Alcide Cervi, i cui sette figli maschi vennero trucidati dai nazifasciti il 28 dicembre 1943, a Reggio Emilia, in una delle tante rappresaglie che vennero organizzate dagli occupanti tedeschi e dai loro complici fascisti dopo il 25 luglio e l’8 settembre 1943.
Alcide Cervi sul cui petto la Repubblica nata dalla Resistenza fece appuntare sette medaglie d’argento in ricordo di quei martiri della libertà; il padre che divenne, fino alla morte avvenuta nel ’70, un formidabile testimone dei valori della lotta di liberazione. Quell’Alcide Cervi di cui si parlò anche in un dibattito televisivo, da Vespa, durante il quale Berlusconi, replicando al commosso ricordo che ne aveva fatto Bertinotti, affermò di essere pronto a stringergli la mano, ignorando che la morte di Alcide risaliva ad oltre vent’anni prima.
L’orgoglio e la gratitudine di cui ho parlato all’inizio svaniscono se solo si percorrono altri pochi metri, non proseguendo lungo la via Dante, ma verso la via Pitzolo nella quale sfocia la traversa.
Sulla parete di destra campeggia una targa che riporta: via Annunzio Cervi, letterato. A per Annunzio, dunque, non per Alcide. Non sapendo nulla di Annunzio Cervi sono andato a documentarmi ed ho così scoperto che si trattava di un giovane poeta, soprannominato il ‘monello sardo’, morto, a poco più di vent’anni, negli ultimi mesi della prima guerra mondiale. ‘Monello sardo’ perché la madre era una donna di origini isolane.
Non so in quale epoca sia stata fatta la scelta, né mi interessa contestarla. Soltanto mi sono detto che una città come Cagliari dovrebbe dare maggiore testimonianza di attenzione verso quell’eroica stagione che ci liberò dalla dittatura e pose le basi per la costituzione della Repubblica Democratica.
Non conosco a fondo la toponomastica cittadina, né mi son preso la briga di fare un censimento (che comunque andrebbe fatto), ma penso che la città di Cagliari che subì gravissime ferite a causa della guerra fascista dovrebbe mostrare una diversa sensibilità verso i fatti, i protagonisti, le vicende che 75 anni fa ci fecero riconquistare dignità agli occhi del mondo. E il nome di Alcide Cervi dovrebbe essere uno dei primi della lista.
da qui

venerdì 7 dicembre 2018

Lettera aperta solo per dire grazie a chi mi ha salvato - Ottavio Olita




Famigliari, amici, conoscenti, tante persone con le quali ho avuto la possibilità di condividere progetti aventi nessun’altra finalità che quella di migliorare quantità e qualità della conoscenza hanno sfiorato la possibilità, il 15 e 16 novembre scorsi, di trovarsi il mio nome – con o senza foto/ritratto – fra i neri annunci delle pagine più lette de L’Unione Sarda e de La Nuova Sardegna.
Questa lettera aperta è scritta per dimostrare che, affetti, determinazione, senso di responsabilità, comprensione, competenza, umanità a volte sconfiggono una morte data quasi per certa. E senza la necessità di disturbare il “miracolo”. Il 12 novembre, dopo 25 anni di silenzi, si rifà viva una patologia che nei 20 anni precedenti mi aveva colpito regolarmente ogni tre anni: la calcolosi renale. Almeno io credo che di quello si tratti riconoscendone la sintomatologia. Cerco di rifiutare il trasporto in pronto soccorso su cui mia moglie Sandra insiste molto, ma alla fine cedo.
Optiamo per il Marino perché dovrebbe essere tra i meno affollati. Registrazione e accettazione alle 13, i dolori non mi danno tregua. Ingresso per la medicazione dopo 8 ore, alle 21.45.  La “mia diagnosi”, viene confermata senza qualunque altro tipo di accertamento. Un cocktail di forti antidolorifici mi rimette in piedi. A casa si torna un quarto d’ora dopo la mezzanotte. Il giorno dopo, il 13, sembro rinato. Solo qualche segnale di poca consistenza.
Il 14, dall’alba, ritornano i violentissimi dolori della “colica renale”. Sandra è spaventatissima e si fa aiutare dalla sorella Stefania che quel giorno è da noi, a chiamare il 118, nonostante io, continuando a contorcermi, mi dico contrario. Invece di abbandonarsi alla disperazione loro due si mettono all’opera. Dopo un quarto d’ora arriva un’ambulanza il cui equipaggio è composto da giovani volontari, pieni di coraggio, di prontezza di spirito, di coscienza. Il mio colore ormai è vitreo, vomito sangue. I volontari intuiscono che di fronte a loro c’è qualcosa di più grave di una colica renale e chiedono l’intervento di una seconda ambulanza, medicalizzata. Osservazione rapida, decisione immediata: codice rosso e il più velocemente possibile al Brotzu.
Il primo problema che si pone è come portare quel corpo, scosso da violenti spasmi, dal sesto a piano terra utilizzando la lettiga che è più lunga dei gomiti che si formano tra i pianerottoli della scala. Si ingegnano in tutti i modi per risolvere il problema e poi via di volata verso il  Brotzu. Nessun intoppo burocratico, immediatamente dentro.
Il compito del 118 termina lì. Il primo, enorme grazie va a quei ragazzi, dei quali spero di conoscere un giorno i nomi. Un grazie per aver fatto il lavoro con impegno e dedizione, per aiutare una persona qualunque. Al pronto soccorso del Brotzu constatano che è in corso una vasta emorragia intestinale aggravata dal fatto che soffrendo io di una fibrillazione atriale cronicizzata da anni, sono sottoposto a trattamento di anticoagulazione. Insomma il range entro cui il PT-INR dovrebbe attestarsi è 2/3; il mio in quel momento è a 9.
Del pronto soccorso il primo ricordo che ho è quello di un giovanissimo medico, Davide, che si impegna allo spasimo per tenermi sveglio, per non farmi collassare. E poi quello di due dottoresse, Francesca – mora, folta capigliatura, in tuta chirurgica – e Giovanna – giovane, occhialini leggeri con una montatura metallica, i capelli raccolti in alto da una fascia chiara -. Mi stimolano, mi sollecitano, pretendono che io collabori. Poi ho saputo che continuavo a reagire nonostante la pressione arteriosa fosse precipitata a 40 su 30. Stabilito che il disastro è stato causato dalla rottura di due aneurismi, Francesca e Giovanna intervengono in laparoscopia.
Poi inizia il tempo dell’attesa. Come reagirà il mio corpo mentre vengo trasferito in rianimazione? A Sandra e sua sorella la dottoressa Francesca ammette, senza infingimenti, che “le condizioni sono disperate”. A mia figlia Anna Paola, la dottoressa Giovanna, emozionata, dichiara “non si possono nutrire buone speranze”. A Francesca e Giovanna, con i lori collaboratori Francesca e Alessio, che poi sono venuti a trovarmi durante il ricovero, va il secondo grazie. E porterò sempre con me il senso di colpa per aver inflitto paura e sofferenze indicibili alle persone più amate.
Dal 15 la svolta. Al risveglio dal coma farmacologico mi trovo in un ambiente luminoso, arioso. Chi direbbe mai che sia la “Rianimazione”, parola che ha sempre fatto sorgere il terrore di trovarsi di fronte all’anticamera della morte? Non solo gli spazi sono gestiti – diciamo così – in libertà, in modo da consentire un rapporto diverso tra paziente e parente, ma anche per abbattere le barriere fisiche oltre che psichiche, costruite intorno a quei ricoverati. Me lo conferma la responsabile del reparto, Maria Emilia Marcello, che si batte per la rapida e piena applicazione delle nuove norme sull’umanizzazione del reparto. A conferma della sua volontà consente ai parenti di entrare uno per volta a far visita ai ricoverati dalle 14.30 alle 19.30. È proprio grazie a questa scelta che solo poche ore dopo essere “resuscitato” che io posso riabbracciare Sandra, Anna Paola, Giovanna – rientrata apposta da Milano -, mia sorella Gisa. E contemporaneamente ritrovo il tempo e la lucidità per riaccendere la mia passione per la testimonianza.
Scopro così com’è completamente diverso il lavoro del personale. Da un’infermiere dall’energia esplosiva come quella di Marco, ogliastrino di Lotzorai, alla posatezza dell’aritzese Gervasio, all’ironia del campidanese Antonio, alla riservatezza di un giovane magro, medico di Arzana del quale non ho capito il nome. A quel clima di serenità da cui la morte sembra così lontana devo un mio terzo grande grazie. Dal pomeriggio del 16, annunciato dalla visita dei dottori Zonza e Anna Melis che mostrano ottimismo e serenità, vengo trasferito in chirurgia generale, reparto diretto dal prof. Fausto Zamboni. Cominciano a rimettermi in sesto.
Anche qui sono immerso in un clima sorprendente, dominato dal lavoro di ragazzi e ragazze che mostrano intorno ai trent’anni d’età. Rapidi, efficienti, cortesi. Laura, Stefania, Immacolata, Giuseppe, Sara, Guendalina, dimostrano la stessa disponibilità, competenza, propensione all’ascolto di Andrea, alcuni anni e molta esperienza in più. E con loro anche Caterina e Giuseppe. Rispondono con la stessa serietà e professionalità sia che tu chieda la padella o una bottiglietta d’acqua. Chi, figura delicata, porta una treccia bionda raccolta sulla spalla destra, chi ha un tipico taglio di capelli del tempo, chi un piercing, chi un tatuaggio. E nei loro taschini c’è sì, uno smartphone, ma sempre, rigorosamente, silenziato. Dimostrano così che avendo un ruolo, un compito, una missione conoscono bene l’esatta scala di valori tra qualità della vita e futili accessori. E ti chiedi: ma allora, perché invece di continuare a lanciare anatemi, scrivere baggianate, a parlare solo dei giovani che vivono drammaticamente l’emarginazione e l’esclusione, non si fa di tutto per progettare, costruire, realizzare occasioni di lavoro? Solo questo può rappresentare un futuro di crescita e espansione. Alla chirurgia generale del 7° piano del Brotzu va il mio ultimo, speciale grazie.
Infine, da uomo fortunato, restituito alla vita, sento di dover rivolgere un appello ai prossimi amministratori regionali. Finitela di smantellare le eccellenze professionali, tecniche, umane diffuse nella sanità sarda. Costituiscono un’importante risorsa da valorizzare, altro che da svendere al Qatar o ai ricchi del mondo. Invece di vederla solo come un costo, perché non ipotizzare che tutti, dal Businco al Brotzu, dal Microcitemico alla trapiantistica, dagli ospedali di Sassari e Olbia diventino centri di riferimento per tutto il meridione d’Italia e per i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
E quanto ai sardi, perché non realizzare vere forme di integrazione territoriale fra strutture principali e secondarie, tutelando inoltre quelle realtà logistiche isolate e con gravi problemi di collegamenti? Devo la mia salvezza alle ragioni spiegate all’inizio, ma anche e molto, alla rapidità degli interventi ai quali sono stato sottoposto. Sarebbe stata la salvezza anche partendo da Muravera, Isili, Laconi, Ghilarza, San Gavino nella dissennata evenienza della chiusura di quei presidi?