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mercoledì 23 marzo 2022

Energia, soldi pubblici, tinteggiature di verde - Gruppo d’Intervento Giuridico


Il 25 giugno 2021 il Ministero per la Transizione Ecologica ha emanato un Avviso pubblico su “Produzione di energia elettrica mediante impianti eolici offshore galleggianti” con il quale ha proposto una “manifestazione d’interesse, rivolta a tutti i soggetti imprenditoriali che siano in grado di proporre progetti rientranti nella tipologia”.

Lo scorso 23 settembre 2021 si è svolta una riunione fra il Ministero della Transizione Ecologica, gli altri Ministeri interessati e i soggetti che hanno aderito alla manifestazione d’interesse.

Fra i soggetti vi sono tre associazioni ambientaliste (Legambiente, Greenpeace, WWF). La cosa lascia abbastanza perplessi, visto che la manifestazione d’interesse era rivolta a “soggetti imprenditoriali in grado di realizzare impianti eolici offshore flottanti”, tant’è che sedici partecipanti si sono presentati con il loro progetto già pronto.

Uno, ormai noto, è previsto al largo delle coste sulcitane della Sardegna, isola sempre più individuabile, nel silenzio quasi generale, quale piattaforma di produzione energetica insieme alla Sicilia, definite da Terna il prossimo “hub energetico del Mediterraneo”.

L’interesse europeo verso questo settore energetico è notevole: l’Unione Europea intende aumentare di 25 volte la capacità eolica offshore, portandola dagli attuali 12 GW fino ad almeno 60 GW entro il 2030 e a 300 GW entro il 2050. Per centrare questo obiettivo sono previsti investimenti per ben 800 miliardi di euro.

Un mare di soldi pubblici portati dal vento.

Obiettivo esplicitato del Ministero della Transizione Ecologica è “minimizzare l’impatto ambientale e paesaggistico e … ridurre al minimo i lacci e lacciuoli che spesso bloccano l’installazione degli impianti FER a terra”, curiosamente dimenticando che quei lacci e lacciuoli – terminologia di squisita origine imprenditoriale – sono semplicemente le leggi a tutela dell’ambiente, del territorio e delle casse pubbliche.

Considerato “l’apprezzamento unanime delle associazioni ambientaliste e degli operatori economici per il progetto del Ministero”, c’è davvero da chiedersi se esse, purtroppo, giungeranno a un comun sentire con gli imprenditori dell’energia, oggi rappresentati dall’A.N.E.V., esponente di categoria paradossalmente riconosciuta come associazione di protezione ambientale, pur essendo diverse centrali eoliche un esempio di devastanti scempi del territorio.  

Il grande Luigi Pirandello non avrebbe potuto scrivere di meglio.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

 

dal sito web istituzionale del Ministero della Transizione Ecologica, 24 settembre 2021

EOLICO: RIUNIONE AL MITE PER LA REALIZZAZIONE DI IMPIANTI OFFSHORE GALLEGGIANTI.

 Con le imprese e le associazioni che hanno partecipato al bando ministeriale di giugno e con le Amministrazioni statali interessate.

Roma, 24 settembre 2021 – Si è svolta ieri al Ministero della transizione ecologica una riunione plenaria sugli impianti eolici offshore galleggianti alla presenza del capo di Gabinetto Roberto Cerreto, del Gruppo di lavoro di funzionari ed esperti che segue la questione per il MiTE, esponenti dei ministeri interessati e di tutte le imprese e le associazioni che hanno partecipato  all’avviso pubblico del 25 giugno scorso del Mite inteso ad acquisire manifestazioni d’interesse da parte dei soggetti imprenditoriali in grado di realizzare impianti eolici offshore flottanti.

Sono state 64, infatti, le manifestazioni di interesse pervenute, di cui 55 da parte di imprese e associazioni di imprese, 3 da parte di associazioni di tutela ambientale (Wwf, Legambiente e Greenpeace) e 6 da altri soggetti (Anev, Elettricità futura, Cna, Cgil, università Politecnico di Torino, Owemes – associazione di ricercatori). Sedici proposte sono già corredate da progetti per la realizzazione di specifici impianti offshore flottanti, da collocare, in sei casi, in acque oltre le 12 miglia. Per i singoli progetti il bando ha già previsto come criteri di valutazione “la minimizzazione degli impatti ambientali, la celerità della realizzazione e il dimensionamento ottimale di ciascun progetto sotto il profilo della produzione energetica”.

La riunione ha fatto registrare l’apprezzamento unanime delle associazioni ambientaliste e degli operatori economici per il progetto del Ministero che, è stato più volte ripetuto, segna un nuovo modo di procedere nei rapporti tra Amministrazione, imprese e soggetti collettivi portatori di interessi pubblici.

La scelta di utilizzare le nuove tecnologie per realizzare impianti eolici offshore galleggianti al largo delle coste è stata, a propria volta, ritenuta capace di minimizzare l’impatto ambientale e paesaggistico e di ridurre al minimo i lacci e lacciuoli che spesso bloccano l’installazione degli impianti FER a terra.

I rappresentanti del Ministero hanno quindi preso atto con favore del generale clima di condivisione e collaborazione che sarà necessario per consentire la rapida definizione e approvazione dei progetti nel pieno rispetto delle istanze ambientali ai fini della loro realizzazione e messa in produzione al servizio della comunità nazionale.

A tal fine sarà anche fondamentale l’apporto di Terna per minimizzare l’impatto derivante dalla messa a terra dei cavi di trasporto dell’energia elettrica prodotta.

Il capo di gabinetto del MiTe ha osservato che l’offshore è uno dei passaggi che porteranno alla transizione energetica, anche se va sviluppato ancora l’onshore. Diversi contrasti tra il MiTe e altre amministrazioni hanno bloccato tanti gigawatt che potrebbero già essere prodotti, ma si sta lavorando pure con la Presidenza del Consiglio per superare i problemi. “Non sono obiettivi velleitari ma molto impegnativi” – ha affermato.

A tal fine il Ministero ha preannunciato che continuerà a seguire con grande attenzione il progetto e che già la prossima settimana inizieranno le riunioni bilaterali con i presentatori dei singoli progetti.

da qui

mercoledì 13 ottobre 2021

"La crescita verde non esiste. Cingolani se ne faccia una ragione”

Ylenia Sina intervista Luca Mercalli

 

“La risposta dell’Italia in tema di contrasto ai cambiamenti climatici non è all’altezza della sfida. La questione ambientale è già oggi ben più grave della pandemia. Per il clima non esiste vaccino”.

“Bisogna cambiare paradigma economico: la crescita infinita in un mondo finito non è possibile. Questo, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che è un fisico, dovrebbe saperlo. Però nelle sue politiche non vedo alcuna visione sistemica che metta insieme gli elementi per provare a costruire una svolta”.

Luca Mercalli, climatologo e presidente della Società meteorologica italiana, non ha dubbi: la risposta dell’Italia in tema di adattamento e contrasto ai cambiamenti climatici non è all’altezza della sfida.

Il Sesto rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc, Intergovenrmental Panel on Climate Change), pubblicato il 9 agosto scorso, è stato più duro dei precedenti nell’imputare alle attività umane la responsabilità dei cambiamenti climatici in corso. Il documento ha inoltre illustrato la possibilità che le temperature aumentino fino a 5,7 gradi entro la fine del secolo in caso di emissioni inquinanti elevate, mentre nello scenario a basse emissioni, quello considerato più favorevole, porterebbe comunque a un incremento tra l’1 e l’1,8 gradi.

* * * *

Giornali e opinione pubblica nei giorni successivi alla pubblicazione hanno lanciato l’ennesimo allarme. Il problema, però, è conosciuto da almeno trent’anni. Secondo lei, il dibattito in corso è all’altezza della fase geologica e biologica che la Terra sta attraversando?

Direi proprio di no, soprattutto se lo paragoniamo alla mobilitazione che c’è stata per il Covid19. Una pandemia è certamente un fatto grave, ma nel tempo sarà risolvibile e controllabile. Abbiamo già anche un vaccino. I cambiamenti climatici e ambientali, invece, sono di un ordine di grandezza superiore perché irreversibili e non saranno curabili nel momento in cui si manifesteranno in tutta la loro dimensione. Non c’è alcun vaccino per il clima, quindi se vogliamo dimensionare la reazione della politica e della società a questa sfida dovremmo quantomeno fare dieci volte tanto quanto stiamo mettendo in campo per la pandemia. In questo momento, il problema del cambiamento climatico e della perdita della biodiversità, che peraltro è una minaccia irreversibile, vengono trattati come problemi accessori, dei quali si occuperanno, forse, gli altri in futuro. Problemi per i quali basta organizzare qualche conferenza internazionale e introdurre qualche timido segnale di politica ambientale, come il Green deal europeo. Tutte iniziative che sulla carta sono corrette, ma che restano annunci e non corrispondono mai a qualcosa che entra nelle nostre vite, cambiando comportamenti, tecnologie ed economia.

 

Con il governo Draghi, in Italia, il concetto di ‘transizione ecologica’ è però entrato a far parte del dibattito quotidiano. Il ministro Roberto Cingolani sembra voler puntare tutto su una risposta tecnologica. Secondo lei, le ricette messe in campo sono all’altezza della fase?

Più che a una transizione ecologica mi sembra che si stia parlando di transizione energetica. Il ministro Cingolani non mi dà l’impressione di avere una visione sistemica dei problemi ecologici che sono estremamente pressanti e che dovrebbero dettare l’agenda. Si tratta di una ricetta di tipo tecnico. Cingolani vuole garantire lo status quo dell’economia per evitare rischi di perdita di posti di lavoro o di aumento delle tasse e mantenere una sorta di pace sociale che non venga intaccata da scelte incisive in tema ambientale. Questa, quindi, non è una transizione ecologica, ma un tentativo di conciliare il business esistente, che poi è quello che crea i danni climatici, con qualche palliativo, un pannello solare qui, una pala eolica lì. Il nocciolo della questione è invece capire che le forze naturali che stiamo aizzando con le attività umane sono enormemente più grandi di noi e possono creare, soprattutto per le generazioni più giovani, un pianeta invivibile. La posta in gioco è alta e non può essere messa a confronto con un piccolo aumento delle tasse sull’energia fossile o con qualche posto di lavoro che si perde. Posti di lavoro che tanto si perderanno comunque, perché la spinta dell’economia di mercato è quella di ridurre sempre di più il lavoro umano a favore di quello delle macchine. In questo caso non viene detto nulla: va benissimo che la tecnologia automatizzi i processi mandando a casa le persone. Quando invece si mettono in gioco posti di lavoro per i settori che creano danni climatici, allora si levano i forconi. È chiaro che i governi devono compensare la perdita di posti di lavoro nei settori nocivi trasferendoli in altri virtuosi. Un esempio: l’Ilva di Taranto. Nel momento in cui è stato dimostrato che un processo produttivo danneggia l’ambiente e la salute, si chiude e si ristruttura. A questo punto lo Stato promuove la migrazione dei dipendenti in altri settori virtuosi che devono ancora nascere come, per esempio, le rinnovabili o la mobilità elettrica. Il ministero della Transizione ecologica dovrebbe, inoltre, avere il coraggio di fermare i processi che danneggiano irreversibilmente l’ambiente. Un altro esempio: la legge contro il consumo di suolo. Se non mettiamo un freno a questi processi, non basta mettere in atto una transizione tecnologica con le energie rinnovabili. Abbiamo bisogno di scelte forti anche sul blocco dei processi che creano danni all’ambiente e una riflessione su larga scala sull’economia, perché la crescita economica non è più sostenibile. L’ha detto anche l’Agenzia europea per l’ambiente, un ente istituzionale dell’Unione europea. Quindi bisogna cambiare paradigma economico: la crescita infinita in un mondo finito non è possibile. Cingolani, che è un fisico, questo dovrebbe saperlo, però nelle sue politiche non vedo alcuna visione sistemica che metta insieme questi elementi per provare a costruire una svolta. O si procede in questo modo, o saranno solo dei palliativi temporanei.

 

Ha anticipato i temi di due domande che avevo intenzione di porle. La prima è questa: possiamo pensare che, grazie alla tecnologia, sia possibile mantenere inalterato un modello economico basato sulla crescita infinita nonostante il pianeta abbia risorse finite?

Aggiungerei che non è semplice cambiare il sistema in un solo Paese, però un Paese si può fare promotore all’interno dell’Unione europea per cominciare a elaborare un modello economico che non sia costretto a crescere costantemente. Altrimenti non ne usciamo. Altrimenti significa solo dilazionare il problema di qualche anno. Come ha dimostrato anche l’Agenzia europea per l’ambiente, la crescita verde non esiste e il disaccoppiamento tra la crescita materiale e immateriale non è possibile. È un’illusione pensare che si possa crescere senza usare materie prime e riciclando tutti i rifiuti. Si può fare in parte, ma non è possibile arrivare al 100 per cento. Quindi bisogna agire sul modello economico e raggiungere un’economia che possa garantire benessere ai cittadini senza passare da una continua crescita nell’uso di materie prime e di energia. È chiaro che la tecnologia ci può aiutare, ma ci vuole anche un impegno etico e filosofico. Chiamiamolo un impegno culturale, a cominciare dalle persone che non possono continuare con questo tipo di aspettative verso il futuro. Ci vuole un senso del limite: è questa la grande rivelazione che andrebbe fatta alla popolazione. Questo non vuol dire che dobbiamo vivere in miseria, ma effettuare delle scelte. Invece a me sembra che si voglia fare la rivoluzione verde tenendo tutto così com’è, aggiungendo soltanto un po’ di vernice.

 

Mantenendo inalterati gli interessi economici. Forse è più semplice convincere i cittadini?

Non ne sono sicuro, è una questione culturale. I cittadini potrebbero convincersi se lo Stato investisse pesantemente sulla loro informazione. Va fatto capire che è meglio rinunciare a qualcosa di non indispensabile oggi per garantirci il necessario domani. Mantenendo tutto inalterato, o perseguendo una finta sostenibilità ambientale, rischiamo di perdere tutto tra qualche anno perché a sottrarcelo saranno i disastri naturali generati dal cambiamento climatico contro i quali, poi, non potremo più negoziare. Oggi abbiamo ancora questa possibilità, ma dobbiamo scegliere. Si tratta di rinunce marginali rispetto alla qualità della vita, perché riguardano più il prestigio sociale. Per esempio, il ministro Cingolani ha più volte difeso l’industria automobilistica di lusso sostenendo di non voler sacrificare la Motor Valley. Le auto di lusso consumano molto, non sono necessarie e sono solo una convenzione sociale. Possiamo anche rinunciarvi. La cosa importante è avere una mobilità sostenibile per tutti, non dobbiamo di certo muoverci a cavallo.

 

La seconda domanda riguarda la legge per fermare il consumo di suolo. C’è una proposta ferma da tempo in Parlamento e non viene approvata nonostante sarebbe a costo zero. Quanto inciderebbe sugli obiettivi di riduzione delle emissioni e di tutela della biodiversità?

Il consumo di suolo in Italia è una tragedia. Stiamo sacrificando un bene non rinnovabile, che è fondamentale per gli equilibri naturali, per la biodiversità, per il clima, per difenderci dalle alluvioni, per la sicurezza alimentare. Il suolo è la nostra assicurazione sul futuro. I benefici della sua salvaguardia sono immensi, ma si contrappongono agli interessi dell’industria delle costruzioni, delle grandi opere, a quelli legati ai valori fondiari, inclusi i vantaggi per i comuni che incassano gli oneri di urbanizzazione. Questa situazione la cambi solo con una legge. Oggi i comuni si nutrono di oneri di urbanizzazione per le spese correnti, quindi incentivano la costruzione. Un governo, però, non dovrebbe nascondersi dietro al fatto che a mandare avanti i comuni sono questi oneri e che quindi è necessario continuare a sacrificare il suolo. È come vendere un rene per andare a fare la spesa. Dopo cosa fai? Vendi anche l’altro? Questo è il classico esempio in cui bisogna avere il coraggio politico di sacrificare alcuni interessi per portarne avanti un altro assolutamente superiore, che tra l’altro travalica le generazioni perché nuovo suolo non può essere fabbricato. Anzi, con il cambiamento climatico e l’aumento del livello del mare assisteremo a una riduzione del suolo nazionale a disposizione. L’edilizia, inoltre, può spostarsi sulla ristrutturazione e sulla manutenzione del patrimonio e delle infrastrutture già costruite. Pensiamo, per esempio, alla riqualificazione energetica degli edifici favorita dall’Ecobonus. Un buon provvedimento che può compensare quello che si perde smettendo di costruire nuovi capannoni in mezzo ai campi.

 

Lei ha scritto un libro intitolato ‘Salire in montagna’, nel quale racconta la sua scelta di trasferirsi in una baita sulle Alpi Cozie, ristrutturata rispettando tutti i criteri di sostenibilità ambientale, come strategia di adattamento ai cambiamenti climatici. Da qualche decennio la maggior parte dell’umanità vive in contesti urbani. Secondo lei, è arrivato il momento di iniziare a ragionare su un progressivo abbandono delle città? Ovviamente senza distruggere anche la montagna.

Io penso che in Italia il trasferimento in zone montane possa rappresentare una scelta per una parte della popolazione, ovviamente non per tutti. Non esistono bacchette magiche. Quindi a chi mi dice che non è possibile far trasferire 60 milioni di persone in montagna rispondo che non ho mai sostenuto questo. Dico solo che può rappresentare una possibilità per quella fascia di popolazione per la quale, per mille motivi, è più facile realizzare questa strategia: chi può usufruire del telelavoro, chi ha già una casa in montagna, diroccata o utilizzata solo per le vacanze. Rivitalizzare i borghi permette già di riequilibrare la situazione, che oggi va dall’eccesso delle città sovrappopolate a quello delle zone interne desertificate. Senza creare nuovo pendolarismo, ovviamente, perché sarebbe assurdo. La regola principale, inoltre, deve rimanere quella dello stop al consumo di suolo di cui abbiamo parlato prima: si ristruttura ciò che c’è e non si costruisce nulla di nuovo.

 

Chiudiamo tornando sulla transizione ecologica italiana. Lei è d’accordo con l’allarme in merito ai suoi possibili costi?

Avverto il gioco a spaventare le persone in merito al fatto che la transizione ecologica costerà un sacco di soldi. Io penso che non tutto si misura con i soldi e che la sofferenza che ci procurerà il cambiamento climatico non potrà nemmeno essere quantificata. Basta chiedere a chi, quest’estate, ha avuto la casa incendiata o travolta da un’alluvione come è accaduto in Germania. Ragionando a posteriori, molta gente si direbbe disponibile a pagare dieci centesimi in più la corrente per evitare domani di avere un fiume che entra in salotto.

da qui



martedì 14 settembre 2021

Fare a meno del ministro - Guido Viale

 

Quando sentiamo dire dai nostri ministri, per di più da uno addetto alla transizione ecologica, che questa finirà in “un bagno di sangue”, la prima cosa da chiedersi – che lui non si chiede – è che cosa succederà invece se non la si porta a termine nel tempo più breve possibile. Cominciamo ad averne qualche assaggio già ora: oltre al virus – indubbio portato di un ambiente sconvolto dall’intervento umano – incendi di intere regioni e foreste, uragani, alluvioni e siccità sempre più frequenti; desertificazione e sterilità dei suoli; crisi idriche; scomparsa sempre più rapida di ghiacciai e calotte polari con conseguente aumento del livello dei mari che non si può più fermare; riduzione insostenibile della biodiversità e con essa anche dei rendimenti agricoli (pensiamo all’eccidio delle api). E poi, visto che il ministro ha gli occhi puntati solo sull’industria, rottura delle catene di approvvigionamento (per esempio, di microchip che bloccano l’industria dell’auto, degli elettrodomestici e dell’elettronica in tutto il mondo), crisi dei mercati di sbocco, aumento delle materie prime, competizione selvaggia per quelle rare, indispensabili alla transizione all’elettrico.

Ora moltiplichiamo per tre, cinque, dieci quello che abbiamo solo cominciato a vedere e abbiamo un quadro di quello che aspetta la next generation – i nostri figli e nipoti – se lasciamo in mano a gente come Roberto Cingolani la transizione – anzi, conversione – ecologica di cui dovremmo farci carico tutti. Quel ministro ha anche proposto di esentare dalla transizione all’elettrico le auto di lusso – quelle prodotte nelle motorvalley a lui così cara – perché, se perdono potenza, i ricchi non le comprano più. Più ancora che legato ai “poteri forti”, come Eni ed Enel, a cui ha delegato il compito di incassare e usare come vogliono i denari del recovery fund, Cingolani esprime l’idea che la transizione ecologica non deve toccare nessuno dei privilegi – neppure i più banali come, le automobili da corsa; figurarsi gli yacht – di cui godono i ricchi. Il “bagno di sangue” spetta solo ai poveri.

Oltre a uno sforzo di immaginazione collettiva per rappresentarci lo stato del mondo di qui a qualche anno, o a pochi decenni, dobbiamo dunque fare uno sforzo analogo anche per rappresentarci obiettivi, forme e percorsi di una vera conversione ecologica. Non ci aiutano in questo le istanze dell’Unione europea o quelle dell’UNFCCC delineate a Parigi, che a Glasgow non sembrano destinate a molti passi avanti. Non solo perché l’obiettivo di +1,5°C è ormai dietro le spalle e i +2°C sono sempre più problematici, ma perché l’immagine del futuro che sottende quei documenti è insensata: dietro l’ossimoro dello sviluppo sostenibile si prospettano stili di vita esenti da sostanziali cambiamenti. La “cartina al tornasole” di questi approcci è l’automobile. Si punta alla sua elettrificazione pur sapendo che mancheranno le materie prime per portarla avanti; che su di esse si scatenerà una competizione senza quartiere; che comunque, se usate per l’auto sottrarranno risorse urgenti a impianti ben più importanti; e soprattutto che l’uso e il possesso di un’auto privata (una ciascuno o una per famiglia) continuerebbe a riguardare una ristretta gamma di paesi (ancorché allargata alle classi medie di Cina e India) mentre il resto degli esseri umani dovrebbe continuare ad andare a piedi, perché su questa Terra non c’è posto né per cinque miliardi di auto; né, in fin dei conti, per molti di loro… Ma soprattutto si legifera come se a farsi carico della transizione debbano essere solo i governi e ministri come Cingolani (ogni paese ha il suo) e non una mobilitazione che parta dai lavoratori – soprattutto delle aziende in crisi – e dai territori, mettendo nelle mani di chi ci vive e lavora, e per questo li conosce benissimo, mezzi e strumenti per imporre ai governi la strada da percorrere.

Per ora bisogna cominciare a dire alcune cose di cui si parla poco. Che la conversione non può essere fatta di progetti concepiti e promossi azienda per azienda e gestiti solo dalle rispettive maestranze, ma deve coinvolgere per lo meno un’intera filiera, dalle forniture agli sbocchi, riportandone nei territori la maggior parte possibile. Che il processo non può essere il frutto di elucubrazioni personali, né tanto meno ministeriali, ma va messo a punto in forme collettive: per esempio convocando delle conferenze di produzione che coinvolgano, insieme ai lavoratori delle aziende interessate, tutto il loro territorio, le sue associazioni, le sue risorse sia umane che “naturali”, soprattutto quelle non valorizzate. Che tutto va concepito in una prospettiva ineludibile di sobrietà, di equità e di riconciliazione con la vita vegetale e animale rimasta. E che un processo del genere non può che svilupparsi “a macchia di leopardo”; andando avanti, con conflitti sempre più ampi, là dove le forze attive che lo promuovono sono più organizzate, per fare poi da battistrada a tutte le altre: sia a livello regionale che nazionale, continentale e planetario. Se questo si verificherà – e “non c’è alternativa” – i governi dovranno adeguarsi. L’Intendance suivra.

da qui

venerdì 10 settembre 2021

Un Ministro “parte del problema”? - Stefano Deliperi

 

Roberto Cingolani, fisico, ricercatore di fama internazionale, già direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) di Genova (2005-2019) e poi responsabile dell’innovazione tecnologica dell’azienda Leonardo (2019-2021), dal febbraio 2021 è Ministro della Transizione Ecologica.

Ha un compito fondamentale, salvaguardare l’ambiente del Bel Paese e portare l’Italia, senza strappi, verso un nuovo sistema economico-sociale che contribuisca efficacemente alla lotta ai cambiamenti climatici.

Compito difficile, necessita di tutto l’aiuto disinteressato possibile.

A patto che se lo meriti, con i fatti.

Recentemente se l’è presa con quegli “ambientalisti radical chic” contrari al c.d. nucleare di quarta generazione: “ambientalisti oltranzisti, ideologici: … sono peggio della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati, se non facciamo qualcosa di sensato. Sono parte del problema”.

Esistono i radical chic, esistono i nazi-vegani, esistono i terrapiattisti, se è per questo, L’A.N.E.V. è “l’associazione … che vede riuniti circa 90 aziende che operano nel settore eolico e oltre 5.000 soggetti, tra cui produttori e operatori di energia elettrica e di tecnologia, impiantisti, progettisti, studi ingegneristici e ambientali, trader elettrici e sviluppatori” e contemporaneamente è associazione di protezione ambientale riconosciuta (art. 13 della legge n. 349/1986), pur essendo svariate centrali eoliche degli scempi ambientali di primaria categoria, così come esistono i cacciatori travestiti da ambientalisti, perché si tratta di “un modo nuovo per riscoprire e difendere la natura e per essere cacciatori tutto l’anno”.

Esistono, poi, idioti e ignoranti da ogni parte, financo nella classe politica.

Esistono tante cose, belle o brutte o così così, ma al Ministro della Transizione Ecologica ben poco deve interessare.

Il problema oggi non è dichiararsi favorevoli o contrari al c.d. nucleare di quarta generazione, tuttora (e da decenni) in fase di ricerca.   Se ne potrà parlare sensatamente fra vent’anni, forse.

Oggi l’energia nucleare ci ha regalato il problema del sito dove depositare e custodire in sicurezza le scorie radioattive per qualche migliaio di anni, problema che definitivamente non ha ancora risolto nessuno Stato al mondo.

E sul nucleare odierno, se non dispiace, gli italiani si sono già espressi con ben due referendum, nel 1987 e nel 2011.

Il problema oggi è rappresentato dagli inquinamenti industriali, che ammazzano grandi e piccini, a Taranto come a Portoscuso, come in troppe altre parti d’Italia.

Il problema oggi è rappresentato dall’abusivismo edilizio, che massacra il territorio e favorisce le calamità innaturali.

Il problema oggi è rappresentato dalla speculazione energetica, che divora i suoli agricoli lucrando incentivi di ogni genere per produrre energia (quando la produce) che spesso non serve a nessuno e non si può ancora conservare.

Il problema oggi è rappresentato da più di 153 mila ettari di boschi, pascoli, campagne bruciati nel solo 2021 a causa di incendi dolosi e colposi, anche a causa di scarsa prevenzione e ancor più scarsa vigilanza sul territorio.

C’è l’imbarazzo della scelta per affrontare le tante sfaccettature del problema odierno, quello che esiste nella realtà quotidiana degli italiani, non quello delle polemiche di distrazione di massa.

Il Ministro Cingolani affronti concretamente il problema attuale, saremo al suo fianco.

In caso diverso, anche lui sarà parte del problema.

Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico odv

da qui


mercoledì 19 maggio 2021

Transizione ecologica: il mercante ha scoperto le carte - Paolo Cacciari

Il ministro alla transizione ecologica Roberto Cingolani ha esternato il suo pensiero in una lunga intervista a Federico Fubini sul Corriere della Sera (Tempi certi per il Recovery. O falliremo la transizione verde, p. 11, 3 maggio 2021). Partito bene è finito malissimo: «Non possiamo permettere un ulteriore degrado delle condizioni del clima, delle acque, del suolo. Le crisi sanitarie globali e gli eventi climatici estremi diventano sempre più frequenti». Per poi concludere: «Credo che nessuno sia così folle da pensare che la risposta sia la decrescita. Non si può chiedere alle persone di perdere il lavoro perché tutto deve essere verde. La sostenibilità è sempre un compromesso, non può essere un valore assoluto. Dunque deve mediare tra istanze diverse».

In poche righe, il nostro professore di fisica, esprime una visione del mondo che è un concentrato di errori, teorici ed empirici.

Iniziamo dalla decrescita. Sono ormai in molti a pensare che senza una netta diminuzione dei flussi di materia e di energia impiegati nei cicli produttivi (material footprint) il sistema economico non riuscirà mai a rientrare in una traiettoria di sostenibilità ambientale. La pensa così anche l’European Environmental Agency, una rete indipendente d’informazione e di osservazione che coopera con 32 paesi e con le istituzioni dell’Unione Europea. In un recente rapporto (Growth without economic growth) ha certificato che la crescita economica misurata in valore monetario si trascina un sovraccarico di uso delle risorse naturali non compensato né dall’aumento di efficienza dei processi produttivi (il cosiddetto decoulping), né dal riuso e riciclo delle materie (la cosiddetta “economia circolare”). La EEA giunge alla conclusione che sia necessario «ripensare cosa si intende per crescita e progresso» e indica esplicitamente tre percorsi possibili: il modello dell’economista inglese Kate Raworth, detto dell’“economia della ciambella”, che contempla un doppio vincolo sociale e ambientale; il modello della “post-crescita”, dove il benessere delle persone si sgancia dall’aumento della crescita economica; la “decrescita”, che mira a una contrazione della domanda e dei consumi finali. In altre parole, la sostenibilità delle attività umane sarà una partita persa in partenza se non «cambiando i consumi e le pratiche sociali». Se si lascia decidere cosa, come, dove e quanto produrre alle libere forze economiche di mercato non vi sarà nessuna transizione ecologica, ma solo un inseguimento senza fine della crescita del fabbisogno di nuova energia (fosse anche tutta da “fonti rinnovabili”) e della crescita dell’estrazione di nuovi materiali (sempre più rari e critici). Una ricerca dell’International Energy Agency (IEA) (The Role of Critical Minerals in Clean Energy Transitions – Analysis – IEA) ricorda che per costruire un’auto elettrica serve una quantità di minerali sei volte superiore a un’auto tradizionale. Per realizzare un campo eolico servono nove volte più materiali rispetto a una centrale elettrica alimentata a gas. Da qui le guerre commerciali in corso per l’accaparramento di litio, nickel, cobalto, manganese, grafite (tutti elementi indispensabili per la produzione di accumulatori e batterie), delle Terre rare (per magneti e turbine), di rame e alluminio (per reti elettriche) (https://volerelaluna.it/economie/2021/05/17/terre-rare-e-colpi-di-stato-frequenti/). La corsa alla decarbonizzazione – se lasciata solo sulle gambe dell’innovazione tecnologica – può riservarci spiacevoli sorprese su altri versanti. Non è un caso se i “tecno-ottimisti”, dal nostro Cingolani al guru Bill Gates, non pronunciano mai le parole biodiversità, ecosistemi, biosfera, natura.

Qui sta il secondo errore della visione del nostro ministro. La sostenibilità ambientale non può essere il risultato di un “compromesso tra istanze diverse”, poiché le esigenze che si fronteggiano non sono confrontabili, si riferiscono a entità con proprietà qualitative assai diverse. Come voler sommare mele e pere. Banalmente: mentre le leggi delle scienze naturali (la fisica, la biologia, la climatologia ecc.) non sono modificabili a nostro piacimento, le regole economiche sono solo il frutto di convezioni sociopolitiche, storicamente determinate dalle volontà degli esseri umani, quindi sempre mutabili. Sulla questione della sacrificabilità delle forme di vita sull’altare del denaro, papa Bergoglio ha pronunciato frasi straordinariamente chiare, che dovrebbero far arrossire i “trattativisti”. Il principio di precauzione – scrive nella Laudato si’ – va applicato rigorosamente. «Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro» (§ 194). Non ci può essere compromesso tra i valori intrinseci degli esseri viventi (tutti: piante e animali non umani compresi) e loro valorizzazione economica, monetaria. Da un ministro preposto alla tutela dell’ambiente ci si aspetterebbe che nella contesa tra salute ecosistemica e denaro prendesse posizione a favore della prima. Invece no. Ancora alcune frasi di Bergoglio calzano a pennello tanti green-washing-man: «La crescita sostenibile diventa spesso un diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce per lo più a una serie di azioni di marketing e di immagine» (§ 194). «Quando si parla di “uso sostenibile” bisogna sempre introdurre una considerazione sulla capacità di rigenerazione di ogni ecosistema nei suoi diversi settori e aspetti» (§ 140).

Terzo, doppio, errore. Cingolani, scegliendo un linguaggio degno solo del terrorismo antiecologico di Confindustria, non consono a un uomo di scienze, qual è, afferma che: «Non si può chiedere alle persone di perdere il lavoro perché tutto deve essere verde». Primo, il ministro dà per scontato e immodificabile il fatto che il “lavoro” sia inconciliabile con il “verde”. Secondo, nega che possano esistere delle attività lavorative remunerate utili alla riconversione ecologica degli apparati produttivi. Insomma nega tutto quanto dovrebbe fare un ministro all’ambiente. Pardon, alla transizione ecologica. 

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