Lo scorso 23
settembre 2021 si è svolta una riunione fra il Ministero della
Transizione Ecologica, gli altri Ministeri interessati e i soggetti che hanno
aderito alla manifestazione d’interesse.
Fra i
soggetti vi sono tre associazioni ambientaliste (Legambiente, Greenpeace, WWF).
La cosa lascia abbastanza perplessi, visto che la manifestazione d’interesse
era rivolta a “soggetti imprenditoriali in grado di realizzare impianti
eolici offshore flottanti”, tant’è che sedici partecipanti si sono
presentati con il loro progetto già pronto.
L’interesse europeo verso questo settore
energetico è notevole: l’Unione Europea intende aumentare di 25 volte la
capacità eolica offshore, portandola dagli attuali 12 GW fino ad almeno 60 GW
entro il 2030 e a 300 GW entro il 2050. Per centrare questo obiettivo sono
previsti investimenti per ben 800 miliardi di euro.
Un mare di
soldi pubblici portati dal vento.
Obiettivo
esplicitato del Ministero della Transizione Ecologica è “minimizzare
l’impatto ambientale e paesaggistico e … ridurre al minimo i lacci e lacciuoli
che spesso bloccano l’installazione degli impianti FER a terra”,
curiosamente dimenticando che quei lacci e lacciuoli –
terminologia di squisita origine imprenditoriale – sono semplicemente le leggi
a tutela dell’ambiente, del territorio e delle casse pubbliche.
Considerato
“l’apprezzamento unanime delle associazioni ambientaliste e degli operatori
economici per il progetto del Ministero”, c’è davvero da chiedersi se esse,
purtroppo, giungeranno a un comun sentire con gli imprenditori
dell’energia, oggi rappresentati dall’A.N.E.V., esponente di categoria
paradossalmente riconosciuta come associazione di
protezione ambientale, pur essendo diverse centrali eoliche un esempio di
devastanti scempi del territorio.
Il grande
Luigi Pirandello non avrebbe potuto scrivere di meglio.
Gruppo d’Intervento Giuridico odv
dal
sito web istituzionale del Ministero della Transizione
Ecologica, 24 settembre 2021
Con
le imprese e le associazioni che hanno partecipato al bando ministeriale di
giugno e con le Amministrazioni statali interessate.
Roma, 24
settembre 2021 – Si è svolta ieri al Ministero della transizione ecologica una
riunione plenaria sugli impianti eolici offshore galleggianti alla presenza del
capo di Gabinetto Roberto Cerreto, del Gruppo di lavoro di funzionari ed
esperti che segue la questione per il MiTE, esponenti dei ministeri interessati
e di tutte le imprese e le associazioni che hanno
partecipato all’avviso pubblico del 25 giugno scorso del Mite inteso
ad acquisire manifestazioni d’interesse da parte dei soggetti imprenditoriali
in grado di realizzare impianti eolici offshore flottanti.
Sono state
64, infatti, le manifestazioni di interesse pervenute, di cui 55 da parte di
imprese e associazioni di imprese, 3 da parte di associazioni di tutela
ambientale (Wwf, Legambiente e Greenpeace) e 6 da altri soggetti (Anev,
Elettricità futura, Cna, Cgil, università Politecnico di Torino, Owemes –
associazione di ricercatori). Sedici proposte sono già corredate da progetti
per la realizzazione di specifici impianti offshore flottanti, da collocare, in
sei casi, in acque oltre le 12 miglia. Per i singoli progetti il bando ha già
previsto come criteri di valutazione “la minimizzazione degli impatti
ambientali, la celerità della realizzazione e il dimensionamento ottimale di
ciascun progetto sotto il profilo della produzione energetica”.
La riunione
ha fatto registrare l’apprezzamento unanime delle associazioni ambientaliste e
degli operatori economici per il progetto del Ministero che, è stato più volte
ripetuto, segna un nuovo modo di procedere nei rapporti tra Amministrazione,
imprese e soggetti collettivi portatori di interessi pubblici.
La scelta di
utilizzare le nuove tecnologie per realizzare impianti eolici offshore
galleggianti al largo delle coste è stata, a propria volta, ritenuta capace di
minimizzare l’impatto ambientale e paesaggistico e di ridurre al minimo i lacci
e lacciuoli che spesso bloccano l’installazione degli impianti FER a terra.
I
rappresentanti del Ministero hanno quindi preso atto con favore del generale
clima di condivisione e collaborazione che sarà necessario per consentire la
rapida definizione e approvazione dei progetti nel pieno rispetto delle istanze
ambientali ai fini della loro realizzazione e messa in produzione al servizio
della comunità nazionale.
A tal fine
sarà anche fondamentale l’apporto di Terna per minimizzare l’impatto derivante
dalla messa a terra dei cavi di trasporto dell’energia elettrica prodotta.
Il capo di
gabinetto del MiTe ha osservato che l’offshore è uno dei passaggi che
porteranno alla transizione energetica, anche se va sviluppato ancora
l’onshore. Diversi contrasti tra il MiTe e altre amministrazioni hanno bloccato
tanti gigawatt che potrebbero già essere prodotti, ma si sta lavorando pure con
la Presidenza del Consiglio per superare i problemi. “Non sono obiettivi
velleitari ma molto impegnativi” – ha affermato.
A tal fine
il Ministero ha preannunciato che continuerà a seguire con grande attenzione il
progetto e che già la prossima settimana inizieranno le riunioni bilaterali con
i presentatori dei singoli progetti.
“La risposta
dell’Italia in tema di contrasto ai cambiamenti climatici non è all’altezza
della sfida. La questione ambientale è già oggi ben più grave della pandemia.
Per il clima non esiste vaccino”.
“Bisogna
cambiare paradigma economico: la crescita infinita in un mondo finito non è
possibile. Questo, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani,
che è un fisico, dovrebbe saperlo. Però nelle sue politiche non vedo alcuna
visione sistemica che metta insieme gli elementi per provare a costruire una
svolta”.
Luca
Mercalli, climatologo e presidente della Società meteorologica italiana, non ha
dubbi: la risposta dell’Italia in tema di adattamento e contrasto ai
cambiamenti climatici non è all’altezza della sfida.
Il Sesto
rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc,
Intergovenrmental Panel on Climate Change), pubblicato il 9 agosto scorso, è stato più duro dei
precedenti nell’imputare alle attività umane la responsabilità dei cambiamenti
climatici in corso. Il documento ha inoltre illustrato la possibilità che le
temperature aumentino fino a 5,7 gradi entro la fine del secolo in caso di
emissioni inquinanti elevate, mentre nello scenario a basse emissioni, quello
considerato più favorevole, porterebbe comunque a un incremento tra l’1 e l’1,8
gradi.
* * * *
Giornali e
opinione pubblica nei giorni successivi alla pubblicazione hanno lanciato
l’ennesimo allarme. Il problema, però, è conosciuto da almeno trent’anni.
Secondo lei, il dibattito in corso è all’altezza della fase geologica e
biologica che la Terra sta attraversando?
Direi
proprio di no, soprattutto se lo paragoniamo alla mobilitazione che c’è stata
per il Covid19. Una pandemia è certamente un fatto grave, ma nel tempo sarà
risolvibile e controllabile. Abbiamo già anche un vaccino. I cambiamenti
climatici e ambientali, invece, sono di un ordine di grandezza superiore perché
irreversibili e non saranno curabili nel momento in cui si manifesteranno in
tutta la loro dimensione. Non c’è alcun vaccino per il clima, quindi se
vogliamo dimensionare la reazione della politica e della società a questa sfida
dovremmo quantomeno fare dieci volte tanto quanto stiamo mettendo in campo per
la pandemia. In questo momento, il problema del cambiamento climatico e della
perdita della biodiversità, che peraltro è una minaccia irreversibile, vengono
trattati come problemi accessori, dei quali si occuperanno, forse, gli altri in
futuro. Problemi per i quali basta organizzare qualche conferenza
internazionale e introdurre qualche timido segnale di politica ambientale, come
il Green deal europeo. Tutte iniziative che sulla carta sono corrette, ma che
restano annunci e non corrispondono mai a qualcosa che entra nelle nostre vite,
cambiando comportamenti, tecnologie ed economia.
Con il
governo Draghi, in Italia, il concetto di ‘transizione ecologica’ è però entrato
a far parte del dibattito quotidiano. Il ministro Roberto Cingolani sembra
voler puntare tutto su una risposta tecnologica. Secondo lei, le ricette messe
in campo sono all’altezza della fase?
Più che a
una transizione ecologica mi sembra che si stia parlando di transizione
energetica. Il ministro Cingolani non mi dà l’impressione di avere una visione
sistemica dei problemi ecologici che sono estremamente pressanti e che
dovrebbero dettare l’agenda. Si tratta di una ricetta di tipo tecnico.
Cingolani vuole garantire lo status quo dell’economia per evitare rischi di
perdita di posti di lavoro o di aumento delle tasse e mantenere una sorta di
pace sociale che non venga intaccata da scelte incisive in tema ambientale.
Questa, quindi, non è una transizione ecologica, ma un tentativo di conciliare
il business esistente, che poi è quello che crea i danni climatici, con qualche
palliativo, un pannello solare qui, una pala eolica lì. Il nocciolo della
questione è invece capire che le forze naturali che stiamo aizzando con le
attività umane sono enormemente più grandi di noi e possono creare, soprattutto
per le generazioni più giovani, un pianeta invivibile. La posta in gioco è alta
e non può essere messa a confronto con un piccolo aumento delle tasse
sull’energia fossile o con qualche posto di lavoro che si perde. Posti di
lavoro che tanto si perderanno comunque, perché la spinta dell’economia di
mercato è quella di ridurre sempre di più il lavoro umano a favore di quello
delle macchine. In questo caso non viene detto nulla: va benissimo che la
tecnologia automatizzi i processi mandando a casa le persone. Quando invece si
mettono in gioco posti di lavoro per i settori che creano danni climatici,
allora si levano i forconi. È chiaro che i governi devono compensare la perdita
di posti di lavoro nei settori nocivi trasferendoli in altri virtuosi. Un
esempio: l’Ilva di Taranto. Nel momento in cui è stato dimostrato che un
processo produttivo danneggia l’ambiente e la salute, si chiude e si
ristruttura. A questo punto lo Stato promuove la migrazione dei dipendenti in
altri settori virtuosi che devono ancora nascere come, per esempio, le
rinnovabili o la mobilità elettrica. Il ministero della Transizione ecologica
dovrebbe, inoltre, avere il coraggio di fermare i processi che danneggiano
irreversibilmente l’ambiente. Un altro esempio: la legge contro il consumo di
suolo. Se non mettiamo un freno a questi processi, non basta mettere in atto
una transizione tecnologica con le energie rinnovabili. Abbiamo bisogno di
scelte forti anche sul blocco dei processi che creano danni all’ambiente e una
riflessione su larga scala sull’economia, perché la crescita economica non è
più sostenibile. L’ha detto anche l’Agenzia europea per l’ambiente, un ente
istituzionale dell’Unione europea. Quindi bisogna cambiare paradigma economico:
la crescita infinita in un mondo finito non è possibile. Cingolani, che è un
fisico, questo dovrebbe saperlo, però nelle sue politiche non vedo alcuna
visione sistemica che metta insieme questi elementi per provare a costruire una
svolta. O si procede in questo modo, o saranno solo dei palliativi temporanei.
Ha
anticipato i temi di due domande che avevo intenzione di porle. La prima è
questa: possiamo pensare che, grazie alla tecnologia, sia possibile mantenere inalterato
un modello economico basato sulla crescita infinita nonostante il pianeta abbia
risorse finite?
Aggiungerei
che non è semplice cambiare il sistema in un solo Paese, però un Paese si può
fare promotore all’interno dell’Unione europea per cominciare a elaborare un
modello economico che non sia costretto a crescere costantemente. Altrimenti
non ne usciamo. Altrimenti significa solo dilazionare il problema di qualche
anno. Come ha dimostrato anche l’Agenzia europea per l’ambiente, la crescita
verde non esiste e il disaccoppiamento tra la crescita materiale e immateriale
non è possibile. È un’illusione pensare che si possa crescere senza usare
materie prime e riciclando tutti i rifiuti. Si può fare in parte, ma non è
possibile arrivare al 100 per cento. Quindi bisogna agire sul modello economico
e raggiungere un’economia che possa garantire benessere ai cittadini senza
passare da una continua crescita nell’uso di materie prime e di energia. È
chiaro che la tecnologia ci può aiutare, ma ci vuole anche un impegno etico e
filosofico. Chiamiamolo un impegno culturale, a cominciare dalle persone che
non possono continuare con questo tipo di aspettative verso il futuro. Ci vuole
un senso del limite: è questa la grande rivelazione che andrebbe fatta alla
popolazione. Questo non vuol dire che dobbiamo vivere in miseria, ma effettuare
delle scelte. Invece a me sembra che si voglia fare la rivoluzione verde
tenendo tutto così com’è, aggiungendo soltanto un po’ di vernice.
Mantenendo
inalterati gli interessi economici. Forse è più semplice convincere i
cittadini?
Non ne sono
sicuro, è una questione culturale. I cittadini potrebbero convincersi se lo
Stato investisse pesantemente sulla loro informazione. Va fatto capire che è
meglio rinunciare a qualcosa di non indispensabile oggi per garantirci il
necessario domani. Mantenendo tutto inalterato, o perseguendo una finta
sostenibilità ambientale, rischiamo di perdere tutto tra qualche anno perché a
sottrarcelo saranno i disastri naturali generati dal cambiamento climatico
contro i quali, poi, non potremo più negoziare. Oggi abbiamo ancora questa
possibilità, ma dobbiamo scegliere. Si tratta di rinunce marginali rispetto
alla qualità della vita, perché riguardano più il prestigio sociale. Per
esempio, il ministro Cingolani ha più volte difeso l’industria automobilistica
di lusso sostenendo di non voler sacrificare la Motor Valley. Le auto di lusso
consumano molto, non sono necessarie e sono solo una convenzione sociale.
Possiamo anche rinunciarvi. La cosa importante è avere una mobilità sostenibile
per tutti, non dobbiamo di certo muoverci a cavallo.
La seconda
domanda riguarda la legge per fermare il consumo di suolo. C’è una proposta
ferma da tempo in Parlamento e non viene approvata nonostante sarebbe a costo
zero. Quanto inciderebbe sugli obiettivi di riduzione delle emissioni e di
tutela della biodiversità?
Il consumo
di suolo in Italia è una tragedia. Stiamo sacrificando un bene non rinnovabile,
che è fondamentale per gli equilibri naturali, per la biodiversità, per il
clima, per difenderci dalle alluvioni, per la sicurezza alimentare. Il suolo è
la nostra assicurazione sul futuro. I benefici della sua salvaguardia sono
immensi, ma si contrappongono agli interessi dell’industria delle costruzioni,
delle grandi opere, a quelli legati ai valori fondiari, inclusi i vantaggi per
i comuni che incassano gli oneri di urbanizzazione. Questa situazione la cambi
solo con una legge. Oggi i comuni si nutrono di oneri di urbanizzazione per le
spese correnti, quindi incentivano la costruzione. Un governo, però, non
dovrebbe nascondersi dietro al fatto che a mandare avanti i comuni sono questi
oneri e che quindi è necessario continuare a sacrificare il suolo. È come
vendere un rene per andare a fare la spesa. Dopo cosa fai? Vendi anche l’altro?
Questo è il classico esempio in cui bisogna avere il coraggio politico di
sacrificare alcuni interessi per portarne avanti un altro assolutamente
superiore, che tra l’altro travalica le generazioni perché nuovo suolo non può
essere fabbricato. Anzi, con il cambiamento climatico e l’aumento del livello
del mare assisteremo a una riduzione del suolo nazionale a disposizione.
L’edilizia, inoltre, può spostarsi sulla ristrutturazione e sulla manutenzione
del patrimonio e delle infrastrutture già costruite. Pensiamo, per esempio,
alla riqualificazione energetica degli edifici favorita dall’Ecobonus. Un buon
provvedimento che può compensare quello che si perde smettendo di costruire
nuovi capannoni in mezzo ai campi.
Lei ha
scritto un libro intitolato ‘Salire in montagna’, nel quale racconta la sua scelta
di trasferirsi in una baita sulle Alpi Cozie, ristrutturata rispettando tutti i
criteri di sostenibilità ambientale, come strategia di adattamento ai
cambiamenti climatici. Da qualche decennio la maggior parte dell’umanità vive
in contesti urbani. Secondo lei, è arrivato il momento di iniziare a ragionare
su un progressivo abbandono delle città? Ovviamente senza distruggere anche la
montagna.
Io penso che
in Italia il trasferimento in zone montane possa rappresentare una scelta per
una parte della popolazione, ovviamente non per tutti. Non esistono bacchette
magiche. Quindi a chi mi dice che non è possibile far trasferire 60 milioni di
persone in montagna rispondo che non ho mai sostenuto questo. Dico solo che può
rappresentare una possibilità per quella fascia di popolazione per la quale,
per mille motivi, è più facile realizzare questa strategia: chi può usufruire
del telelavoro, chi ha già una casa in montagna, diroccata o utilizzata solo
per le vacanze. Rivitalizzare i borghi permette già di riequilibrare la
situazione, che oggi va dall’eccesso delle città sovrappopolate a quello delle
zone interne desertificate. Senza creare nuovo pendolarismo, ovviamente, perché
sarebbe assurdo. La regola principale, inoltre, deve rimanere quella dello stop
al consumo di suolo di cui abbiamo parlato prima: si ristruttura ciò che c’è e
non si costruisce nulla di nuovo.
Chiudiamo
tornando sulla transizione ecologica italiana. Lei è d’accordo con l’allarme in
merito ai suoi possibili costi?
Avverto il
gioco a spaventare le persone in merito al fatto che la transizione ecologica
costerà un sacco di soldi. Io penso che non tutto si misura con i soldi e che
la sofferenza che ci procurerà il cambiamento climatico non potrà nemmeno
essere quantificata. Basta chiedere a chi, quest’estate, ha avuto la casa
incendiata o travolta da un’alluvione come è accaduto in Germania. Ragionando a
posteriori, molta gente si direbbe disponibile a pagare dieci centesimi in più
la corrente per evitare domani di avere un fiume che entra in salotto.
Quando sentiamo dire dai nostri ministri, per di più da uno addetto alla
transizione ecologica, che questa finirà in “un bagno di sangue”, la prima cosa
da chiedersi – che lui non si chiede – è che cosa succederà invece se non la si
porta a termine nel tempo più breve possibile. Cominciamo ad averne qualche assaggio
già ora: oltre al virus – indubbio portato di un ambiente sconvolto
dall’intervento umano – incendi di intere regioni e foreste, uragani, alluvioni
e siccità sempre più frequenti; desertificazione e sterilità dei suoli; crisi
idriche; scomparsa sempre più rapida di ghiacciai e calotte polari con
conseguente aumento del livello dei mari che non si può più fermare; riduzione
insostenibile della biodiversità e con essa anche dei rendimenti agricoli
(pensiamo all’eccidio delle api). E poi, visto che il ministro ha gli occhi
puntati solo sull’industria, rottura delle catene di approvvigionamento (per esempio,
di microchip che bloccano l’industria dell’auto, degli elettrodomestici e
dell’elettronica in tutto il mondo), crisi dei mercati di sbocco, aumento delle
materie prime, competizione selvaggia per quelle rare, indispensabili alla
transizione all’elettrico.
Ora moltiplichiamo per tre, cinque, dieci quello che abbiamo solo
cominciato a vedere e abbiamo un quadro di quello che aspetta la next
generation – i nostri figli e nipoti – se lasciamo in mano a gente
come Roberto Cingolani la transizione – anzi, conversione – ecologica di cui
dovremmo farci carico tutti. Quel ministro ha anche proposto di esentare dalla
transizione all’elettrico le auto di lusso – quelle prodotte nelle motorvalley
a lui così cara – perché, se perdono potenza, i ricchi non le comprano più. Più
ancora che legato ai “poteri forti”, come Eni ed Enel, a cui ha delegato il
compito di incassare e usare come vogliono i denari del recovery fund,
Cingolani esprime l’idea che la transizione ecologica non deve toccare
nessuno dei privilegi – neppure i più banali come, le automobili da
corsa; figurarsi gli yacht – di cui godono i ricchi. Il “bagno di
sangue” spetta solo ai poveri.
Oltre a uno sforzo di immaginazione collettiva per rappresentarci lo stato
del mondo di qui a qualche anno, o a pochi decenni, dobbiamo dunque fare uno
sforzo analogo anche per rappresentarci obiettivi, forme e percorsi di una vera
conversione ecologica. Non ci aiutano in questo le istanze dell’Unione europea
o quelle dell’UNFCCC delineate a Parigi, che a Glasgow non sembrano destinate a
molti passi avanti. Non solo perché l’obiettivo di +1,5°C è ormai dietro le
spalle e i +2°C sono sempre più problematici, ma perché l’immagine del futuro
che sottende quei documenti è insensata: dietro l’ossimoro dello
sviluppo sostenibile si prospettano stili di vita esenti da sostanziali
cambiamenti. La “cartina al tornasole” di questi approcci è l’automobile.
Si punta alla sua elettrificazione pur sapendo che mancheranno le materie prime
per portarla avanti; che su di esse si scatenerà una competizione senza
quartiere; che comunque, se usate per l’auto sottrarranno risorse urgenti a
impianti ben più importanti; e soprattutto che l’uso e il possesso di un’auto
privata (una ciascuno o una per famiglia) continuerebbe a riguardare una ristretta
gamma di paesi (ancorché allargata alle classi medie di Cina e India) mentre il
resto degli esseri umani dovrebbe continuare ad andare a piedi, perché su
questa Terra non c’è posto né per cinque miliardi di auto; né, in fin dei
conti, per molti di loro… Ma soprattutto si legifera come se a farsi carico
della transizione debbano essere solo i governi e ministri come Cingolani (ogni
paese ha il suo) e non una mobilitazione che parta dai lavoratori –
soprattutto delle aziende in crisi – e dai territori, mettendo nelle mani di
chi ci vive e lavora, e per questo li conosce benissimo, mezzi e strumenti per
imporre ai governi la strada da percorrere.
Per ora bisogna cominciare a dire alcune cose di cui si parla poco.
Che la conversione non può essere fatta di progetti concepiti
e promossi azienda per azienda e gestiti solo dalle rispettive maestranze,
ma deve coinvolgere per lo meno un’intera filiera, dalle forniture
agli sbocchi, riportandone nei territori la maggior parte possibile. Che il
processo non può essere il frutto di elucubrazioni personali, né tanto meno
ministeriali, ma va messo a punto in forme collettive: per esempio convocando
delle conferenze di produzione che coinvolgano, insieme ai lavoratori delle
aziende interessate, tutto il loro territorio, le sue associazioni, le sue
risorse sia umane che “naturali”, soprattutto quelle non valorizzate. Che
tutto va concepito in una prospettiva ineludibile di sobrietà, di equità e
di riconciliazione con la vita vegetale e animale rimasta. E
che un processo del genere non può che svilupparsi “a macchia di leopardo”;
andando avanti, con conflitti sempre più ampi, là dove le forze attive che lo
promuovono sono più organizzate, per fare poi da battistrada a tutte le altre:
sia a livello regionale che nazionale, continentale e planetario. Se questo si
verificherà – e “non c’è alternativa” – i governi dovranno adeguarsi. L’Intendance
suivra.
Ha un compito fondamentale, salvaguardare l’ambiente del Bel
Paese e portare l’Italia, senza strappi, verso un nuovo
sistema economico-sociale che contribuisca efficacemente alla lotta ai cambiamenti
climatici.
Compito difficile, necessita di tutto l’aiuto disinteressato
possibile.
Recentemente se
l’è presa con quegli “ambientalisti radical chic” contrari al
c.d. nucleare
di quarta generazione: “ambientalisti oltranzisti, ideologici: … sono
peggio della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati, se non
facciamo qualcosa di sensato. Sono parte del problema”.
Esistono i radical chic,
esistono i nazi-vegani,
esistono i terrapiattisti,
se è per questo, L’A.N.E.V. è “l’associazione
… che vede riuniti circa 90 aziende che operano nel settore eolico e oltre
5.000 soggetti, tra cui produttori e operatori di energia elettrica e di
tecnologia, impiantisti, progettisti, studi ingegneristici e ambientali, trader
elettrici e sviluppatori” e contemporaneamente è associazione
di protezione ambientale riconosciuta (art. 13 della legge n.
349/1986), pur essendo svariate centrali eoliche degli scempi
ambientali di primaria categoria, così come esistono i cacciatori travestiti
da ambientalisti, perché si tratta di
“un modo nuovo per riscoprire e difendere la natura e per essere cacciatori
tutto l’anno”.
Esistono, poi, idioti e ignoranti da
ogni parte, financo nella classe politica.
Esistono tante cose, belle o brutte o così
così, ma al Ministro della Transizione Ecologica ben poco deve interessare.
Il problema oggi non è dichiararsi favorevoli o
contrari al c.d. nucleare di quarta generazione, tuttora (e da decenni) in fase
di ricerca. Se ne potrà parlare sensatamente fra vent’anni, forse.
Oggi l’energia nucleare ci ha regalato il problema del sito
dove depositare e custodire in sicurezza le scorie radioattive per
qualche migliaio di anni, problema che definitivamente non ha
ancora risolto nessuno Stato al mondo.
Il problema oggi è rappresentato dagli
inquinamenti industriali, che ammazzano grandi e piccini, a
Taranto come a Portoscuso, come in troppe altre parti d’Italia.
Il problema oggi è rappresentato dalla speculazione
energetica, che divora i suoli agricoli lucrando incentivi
di ogni genere per produrre energia (quando la produce) che spesso non serve a
nessuno e non si può ancora conservare.
Il problema oggi è rappresentato da più di 153
mila ettari di boschi, pascoli, campagne bruciati nel solo
2021 a causa di incendi
dolosi e colposi, anche a causa di scarsa prevenzione e ancor più scarsa
vigilanza sul territorio.
C’è l’imbarazzo della scelta per affrontare le tante
sfaccettature del problema odierno, quello che esiste
nella realtà quotidiana degli italiani, non quello delle polemiche di distrazione
di massa.
Il Ministro Cingolani affronti concretamente il problema attuale,
saremo al suo fianco.
In caso diverso, anche lui sarà parte del problema.
Stefano Deliperi, Gruppo
d’Intervento Giuridico odv
Il ministro alla transizione ecologica
Roberto Cingolani ha esternato il suo pensiero in una lunga intervista a
Federico Fubini sul Corriere della Sera (Tempi certi per il Recovery. O
falliremo la transizione verde, p. 11, 3 maggio 2021). Partito bene è finito
malissimo: «Non possiamo permettere un ulteriore degrado delle condizioni del
clima, delle acque, del suolo. Le crisi sanitarie globali e gli eventi
climatici estremi diventano sempre più frequenti». Per poi concludere: «Credo
che nessuno sia così folle da pensare che la risposta sia la decrescita. Non si
può chiedere alle persone di perdere il lavoro perché tutto deve essere verde.
La sostenibilità è sempre un compromesso, non può essere un valore assoluto.
Dunque deve mediare tra istanze diverse».
In poche righe, il nostro professore di
fisica, esprime una visione del mondo che è un concentrato di errori, teorici
ed empirici.
Iniziamo dalla decrescita. Sono ormai in molti
a pensare che senza una netta diminuzione dei flussi di materia e di energia impiegati
nei cicli produttivi (material footprint) il sistema economico non
riuscirà mai a rientrare in una traiettoria di sostenibilità ambientale. La
pensa così anche l’European Environmental Agency, una rete indipendente
d’informazione e di osservazione che coopera con 32 paesi e con le istituzioni
dell’Unione Europea. In un recente rapporto (Growth without economic growth) ha certificato che
la crescita economica misurata in valore monetario si trascina un sovraccarico
di uso delle risorse naturali non compensato né dall’aumento di efficienza dei
processi produttivi (il cosiddetto decoulping), né dal riuso e
riciclo delle materie (la cosiddetta “economia circolare”). La EEA giunge alla
conclusione che sia necessario «ripensare cosa si intende per crescita e
progresso» e indica esplicitamente tre percorsi possibili: il modello
dell’economista inglese Kate Raworth, detto dell’“economia della ciambella”,
che contempla un doppio vincolo sociale e ambientale; il modello della
“post-crescita”, dove il benessere delle persone si sgancia dall’aumento della
crescita economica; la “decrescita”, che mira a una contrazione della domanda e
dei consumi finali. In altre parole, la sostenibilità delle attività
umane sarà una partita persa in partenza se non «cambiando i consumi e le
pratiche sociali». Se si lascia decidere cosa, come, dove e quanto
produrre alle libere forze economiche di mercato non vi sarà nessuna
transizione ecologica, ma solo un inseguimento senza fine della crescita del
fabbisogno di nuova energia (fosse anche tutta da “fonti rinnovabili”) e della
crescita dell’estrazione di nuovi materiali (sempre più rari e critici). Una
ricerca dell’International Energy Agency (IEA) (The Role of Critical Minerals in
Clean Energy Transitions – Analysis – IEA) ricorda che per
costruire un’auto elettrica serve una quantità di minerali sei volte superiore
a un’auto tradizionale. Per realizzare un campo eolico servono nove volte più
materiali rispetto a una centrale elettrica alimentata a gas. Da qui le
guerre commerciali in corso per l’accaparramento di litio, nickel, cobalto,
manganese, grafite (tutti elementi indispensabili per la produzione di
accumulatori e batterie), delle Terre rare (per magneti e turbine), di rame e
alluminio (per reti elettriche)
(https://volerelaluna.it/economie/2021/05/17/terre-rare-e-colpi-di-stato-frequenti/).
La corsa alla decarbonizzazione – se lasciata solo sulle gambe dell’innovazione
tecnologica – può riservarci spiacevoli sorprese su altri versanti. Non è un
caso se i “tecno-ottimisti”, dal nostro Cingolani al guru Bill Gates, non
pronunciano mai le parole biodiversità, ecosistemi, biosfera, natura.
Qui sta il secondo errore della visione
del nostro ministro. La sostenibilità ambientale non può essere il
risultato di un “compromesso tra istanze diverse”, poiché le esigenze che si
fronteggiano non sono confrontabili, si riferiscono a entità con proprietà
qualitative assai diverse. Come voler sommare mele e pere. Banalmente: mentre
le leggi delle scienze naturali (la fisica, la biologia, la climatologia ecc.)
non sono modificabili a nostro piacimento, le regole economiche sono solo il
frutto di convezioni sociopolitiche, storicamente determinate dalle volontà
degli esseri umani, quindi sempre mutabili. Sulla questione della
sacrificabilità delle forme di vita sull’altare del denaro, papa Bergoglio ha
pronunciato frasi straordinariamente chiare, che dovrebbero far arrossire i
“trattativisti”. Il principio di precauzione – scrive nella Laudato si’ –
va applicato rigorosamente. «Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura
per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con
il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel
disastro» (§ 194). Non ci può essere compromesso tra i valori intrinseci degli
esseri viventi (tutti: piante e animali non umani compresi) e loro
valorizzazione economica, monetaria. Da un ministro preposto alla
tutela dell’ambiente ci si aspetterebbe che nella contesa tra salute
ecosistemica e denaro prendesse posizione a favore della prima. Invece no.
Ancora alcune frasi di Bergoglio calzano a pennello tanti green-washing-man:
«La crescita sostenibile diventa spesso un diversivo e un mezzo di
giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della
logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e
ambientale delle imprese si riduce per lo più a una serie di azioni di
marketing e di immagine» (§ 194). «Quando si parla di “uso sostenibile” bisogna
sempre introdurre una considerazione sulla capacità di rigenerazione di ogni
ecosistema nei suoi diversi settori e aspetti» (§ 140).
Terzo, doppio, errore. Cingolani,
scegliendo un linguaggio degno solo del terrorismo antiecologico di
Confindustria, non consono a un uomo di scienze, qual è, afferma che: «Non si
può chiedere alle persone di perdere il lavoro perché tutto deve essere verde».
Primo, il ministro dà per scontato e immodificabile il fatto che il
“lavoro” sia inconciliabile con il “verde”. Secondo, nega che
possano esistere delle attività lavorative remunerate utili alla riconversione
ecologica degli apparati produttivi. Insomma nega tutto quanto dovrebbe
fare un ministro all’ambiente. Pardon, alla transizione ecologica.