Visualizzazione post con etichetta donne. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta donne. Mostra tutti i post

venerdì 27 ottobre 2023

Donne e lavoro, la rivoluzione dei gelsomini - Matteo Dalena e Lorenzo Coscarella

  

Il viaggio tra i mestieri perduti o in via di sparizione della Calabria prosegue sulle coste joniche con la storia delle gelsominaie, che fino agli anni '70 portavano a casa il pane per figli e mariti facendo turni massacranti nei campi per raccogliere i fiori destinati alla produzione di profumi.

 

 “Riviera dei Gelsomini” è la denominazione a uso e consumo turistico che indica il tratto di costa della provincia di Reggio Calabria bagnato dal mar Ionio. Certo, il gelsomino è un bel fiore e il nome suona bene da abbinare a spiagge, località e attrazioni. Ma la motivazione della scelta è ben più profonda.

Chi avrebbe mai detto, infatti, che un fiore piccolo come il gelsomino abbia dato vita a un’economia locale relativamente florida che, fino alla metà degli anni ’70 del ‘900, ha caratterizzato il paesaggio, la vita e la storia di intere comunità, iniziando da Villa San Giovanni ed espandendosi poi per tutta la costa ionica reggina fino a Monasterace.

Fiori ricercati

In questo territorio era possibile ammirare le distese di piantagioni in cui veniva coltivato il gelsomino. Dal fiore si ricavavano essenze ricercate per la realizzazione dei profumi ed altri prodotti. La maggior parte del raccolto di gelsomini, dopo la trasformazione in una pasta chiamata “concreta”, prendeva la strada della Francia, dove le tecnologie permettevano la sua lavorazione. I fiori più ricercati giungevano dalla Calabria e dalla Sicilia: nel 1945, il 50% del fabbisogno mondiale di gelsomini, con 600 mila kilogrammi prodotti, proveniva dalle province di Reggio Calabria, Messina e Siracusa.

Le zone costiere erano quelle che meglio ne favorivano la coltivazione. Ciò contribuì a svuotare diversi paesini dell’entroterra favorendo lo sviluppo della marina. È emblematico il caso di Brancaleone. Come evidenzia l’antropologo Vito Teti, era diventata «un’isola quasi felice soprattutto per la produzione del gelsomini, che consente alle famiglie un vivere più dignitoso rispetto alla miseria, alla povertà degli anni precedenti». Grazie alla “valvola di sfogo” del gelsomino e di altre produzioni come quella del bergamotto e del baco da seta, infatti, a Brancaleone l’emigrazione fu un fenomeno più lieve rispetto ad altri centri della zona.

A capo chino

A raccogliere i fiori erano le donne, in gran parte ragazze, le gelsominaie. La ragione era semplice: per raccogliere i fiori senza danneggiarli servivano mani attente e delicate. A dispetto della delicatezza necessaria alla raccolta, il lavoro delle gelsominaie era tutt’altro che leggero. Le testimonianze raccontano di alzatacce in piena notte per avviarsi a piedi, in gruppi di venti o trenta persone, e giungere nei campi per iniziare la raccolta quando ancora era buio, nel momento in cui il fiore era aperto. E la raccolta proseguiva per ore, sempre con il capo chino e la schiena curva, per un salario da fame che però era necessario per portare a casa il pane per una stagione.

Il salario delle gelsominaie rappresentò per decenni un motivo di lotta e rivendicazioni. Le poche lire vennero man mano aumentate anche grazie alle significative lotte sindacali di cui le raccoglitrici di gelsomino si fecero portatrici dal secondo dopoguerra in poi. Giunsero anche ad un «Contratto collettivo 13 agosto 1959 per le lavoratrici addette alla raccolta del gelsomino della Provincia di Reggio Calabria». Il contratto collettivo, insieme ad alcune prescrizioni sulla retribuzione tra cui il pagamento dell’indennità di caropane e di un’altra piccola indennità per il trasporto fino al luogo di lavoro, prevedeva che «ad ogni raccoglitrice sarà corrisposta la somma di lire 195 per ogni chilogrammo di gelsomino raccolto in normali condizioni di umidità».

Dai centomila chili al collasso

Quella del gelsomino calabrese era una produzione relativamente “recente”, risalente a circa un secolo fa. Nel 1933, ad esempio, il periodico L’Italia vinicola ed agraria annunciava con enfasi che la Calabria si apprestava «a diventare uno dei più grandi centri del mondo per la coltura di piante da profumeria». L’autarchica Italia mirava probabilmente a minare il “monopolio” francese della coltivazione del fiore. Dal 1930 al 1933 in Calabria vi erano ancora soltanto «25 ettari coltivati in via sperimentale con gelsomini, rose e gaggie», che avevano prodotto però centomila chili di fiori «eccellenti per ricchezza di profumo».

A Reggio Calabria operava anche una «Stazione essenze» e la «Cooperativa fiori del sud», che riuniva i coltivatori dei fiori. Già allora si sottolineava la questione del bisogno di manodopera, visto che solo in alcuni mesi in 20 ettari avevano lavorato 250 raccoglitrici. Un numero destinato a crescere con l’aumento delle piantagioni fino a giungere, secondo le testimonianze, a circa 10mila addette. Col tempo sarebbe sorta una distilleria per l’estrazione dell’essenza del gelsomino anche a Brancaleone. Ma, a parte sparute esperienze, la produzione continuava ad essere legata soprattutto alla domanda estera. Quando fu possibile riprodurre sinteticamente alcune fragranze, l’economia del gelsomino collassò.

In Parlamento

La prolungata assenza da casa delle madri costringeva i bimbi delle gelsominaie a una vita di stenti. In tal senso l’assistenza istituzionale all’infanzia e alla maternità era cosa pressoché sconosciuta nei piccoli paesi della fascia ionica calabrese. Nel 1968 le dinamiche della vita grama delle raccoglitrici di gelsomini reggine vennero udite tra gli scanni di Palazzo Madama. Il 26 settembre in Senato si discusse la proposta di una «Concessione di un contributo straordinario di lire 13 miliardi a favore dell’Opera nazionale maternità e infanzia».

È il senatore comunista Emilio Argiroffi (1922-1998) – che di lì a qualche anno sarebbe stato relatore della legge sull’istituzione degli asili nido – a tirare in ballo le gelsominaie, le loro problematiche e quelle dei loro figliuoli. Secondo quello che sarà il futuro sindaco di Taurianova «gli infelici ragazzi spastici di Girifalco», «il figlio della raccoglitrice di olive di Oppido» come quelli delle gelsominaie del Reggino erano portatori di una serie di una serie di «marchi illiberali» che facevano di loro dei «minorati», condannati prima dalla natura e poi dalla società, e le vittime privilegiate «dello sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo».

In molti casi le gelsominaie erano costrette a portare le proprie creature «a lavorare nei campi di raccolta alle 2 di notte, e sono latori di specifiche sindromi di malattia da lavoro, come le convulsioni e le lesioni neuro psichiche provocate dall’aroma dei gelsomini». Solo alcune potevano contare sulla presenza di figlie più grandicelle cui affidare i propri lattanti.

I primi servizi sociali

Si usava “affardellare” e deporre la creatura incustodita ai margini del campo o ai piedi di un albero, nel caso delle raccoglitrici di olive. Ma in alcuni paesi, prosegue Argiroffi, erano le «vecchie invalide» – le cosiddette «maestre di lavoro» – a badare ai loro figli in condizioni pietose: «Trattenuti in un tugurio, seduti in terra o su una fila di panchetti, freddolosamente avvolti nei loro stracci. Durante tutto il giorno costretti a snocciolare litanie incomprensibili, si nutrono con un tozzo di pane o qualche patata».

È grazie all’intensa attività di Rita Maglio (1899-1994) – antifascista, comunista, femminista impegnata per tutta la vita al sostegno delle classi sociali più umili e disagiate e tra le fondatrici dell’UDI (Unione Donne Italiane) calabrese – che si arrivò alla creazione dei primi servizi sociali a sostegno dell’occupazione femminile e della qualità di vita delle donne: asili, consultori familiari e servizi. A raccogliere la sua eredità fu la figlia Silvana Croce, che dalla fine degli anni ’60 s’impegnò per le donne braccianti. Croce evidenziò come il loro sfruttamento non riguardava solo le discriminazioni salariali, ma anche la mancata tutela della salute e della maternità.

Damnatio memoriae

Le donne dedite alla raccolta dei gelsomini in quelle lingue di terra da Bova a Monasterace e le raccoglitrici di olive della Piana condivisero le medesime problematiche e lotte per un salario più giusto e per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Ma a un certo punto, nel bel mezzo degli anni ’70, le loro strade si divisero.

Il passaggio alla meccanizzazione garantì alle raccoglitrici di olive la sopravvivenza. Mentre nel caso delle gelsominaie, le commesse cessarono e la vecchia fabbrica della “concreta” chiuse i battenti. Abbandonati i campi, con lo scorrere dei decenni anche la memoria di quell’attività gravosa e delle relative lotte s’infragilì fino a diventare labile, soggetta a dimenticanza. Su questo giocò pure il fatto che essendo un’attività praticata unicamente da lavoratrici donne, quella delle gelsominaie s’inserì nel solco dell’assenza o dell’esclusione quasi sistematica dalla narrazione dei fatti storici mainstream.

Come scrisse la storica Angela Groppi «che le donne abbiano sempre lavorato, tanto all’interno quanto all’esterno della sfera domestica, è oggi un dato storiograficamente acquisito». Ma non è stato sempre così. Il recupero del cosiddetto “lavoro delle donne” soggetto a incertezze, tagli, omissioni è stato possibile grazie alla storia sociale, di genere, alla microstoria, all’oralità, alla trasmissione dei saperi da una generazione di donne all’altra.

La Rugiada e il Sole

In questa linea di pensiero e azione va a situarsi il prezioso lavoro dell’UDI di Reggio che, come spiega Titti Federico, ha portato alla realizzazione del documentario La Rugiada e il Sole: «È finalmente venuto a termine un lavoro, nato dall’idea di Lucia Cara e avviato diversi anni fa dal percorso di recupero della nostra identità: raccogliere, conservare e narrare direttamente dalle loro voci la vita e il lavoro delle gelsominaie. Da tempo seguiamo il nostro desiderio di colmare e trasmettere alle nuove generazioni quanto è accaduto e fa parte appieno del percorso di una comunità. Oggi ne consegniamo un tassello restituendo valore e memoria alle tante storie delle donne. Questo lavoro sarà parte integrante dell’archivio dell’UDI e apparterrà alla storia della Calabria».

da qui

lunedì 19 giugno 2023

Il patriarco-capitalismo liberista è ancora più assassino - Salvatore Palidda

 

 

Secondo dati dell’Unione europea, in tutti i paesi europei le ragazze e le donne in generale sono alla mercé di brutalità (malgrado i presunti progressi tanto sbandierati). Nell’UE ogni giorno due donne sono assassinate dal loro partener o ex (https://eige.europa.eu/gender-equality-index/2022/domain/violence). Una donna su 3 ha subito delle violenze sessuali e/o psicologiche nel corso della sua vita. (https://fra.europa.eu/en/publication/2014/violence-against-women-eu-wide-survey-main-results-report). E questi dati sono solo la parte visibile dell’iceberg (https://eige.europa.eu/newsroom/news/reported-cases-violence-against-women-reveal-only-tip-iceberg).

Tutte le forme di violenze sulle donne mirano allo stesso obiettivo: costringerle all’assoggettamento totale al dominio maschile a cui corrisponde anche il loro supersfruttamento al lavoro, i loro salari sempre più bassi di quelli degli uomini (in media del 40%, a parità di merito e persino anche con capacità superiori), un’inferiorizzazione che spesso va insieme alle molestie e violenze sessuali.

Qualcuno ha invocato la pena di morte per gli autori di femminicidio, ma è noto che tale pena non ha mai ridotto i delitti efferati ma anzi li ha aumentati (basta vedere cosa ha prodotto la pena di morte negli Stati Uniti che passano per una “grande democrazia”). E non si tratta affatto di una necessaria “buona educazione”: la pedagogia serie serve, ma l’“educazione” genericamente intesa non ha mai aiutato a liberarsi dalla violenza, dal razzismo ecc. Solo le pratiche concrete di vita collettiva antagoniste alle violenze possono indurre a comportamenti umani anziché all’opposto da assassini! Il patriarco-capitalismo uccide perché il dominio è sempre violento e quindi -come suggerisce bene Lorenza Pleuteri- uccide il subalterno, cioè anche maschio che non subisce passivamente; si pensi ai tanti casi di operaie o operai / immigrate o immigrati uccisi (fra i quali il caso di Ion Cazacu vedi libro di Dario Fo Un uomo bruciato vivo o i 119 polacche e polacchi torturate/i e uccise/i). Lasciano perplessi quei progetti che alimentano l’illusione di “nuovi modelli di mascolinità, d’educazione all’emotività ecc.”. No, l’amore non fa rima con proprietà, è l’antitesi! (qui è una critica alla recensione del film di Soldini e Mainardi sul progetto Zeus).

Tutti gli esseri umani fanno sempre parte di “cerchie di riconoscimento sociale e morale” (Simmel). È in queste cerchie che si forgiano la mentalità, i “valori”, le categorie negative e positive. Un soggetto sociale che diventa capace di un assassinio efferato è sicuramente uno che sguazza in un universo che condivide questi comportamenti come possibili e persino legittimi (al pari del mafioso che squaglia nell’acido il bambino pensando magari che sia una legittima sentenza …). E non dimentichiamoci poi che c’è anche la variabile della follia omicida che però non è mai scusabile, né un attenuante, perché per arrivare a questa follia si segue sempre un dato percorso che vi conduce … E non dimentichiamo neanche che il carcere non può mai essere capace di risocializzare e reintegrare nella società nel rispetto assoluto di ogni essere umano! Per i casi estremi come il femminicidio ci vorrebbe una specialissima seria terapia socio-psicologica sicuramente in luogo di detenzione probabilmente di lunghissima durata.

L’omicidio di una dirigente di polizia da parte di un suo collega che poi s’è suicidato non è casuale (lo descrive bene Lorenza Pleuteri qui). Perché nelle polizie non c’è alcun controllo della cosiddetta personalità e ci sono quasi unicamente psicologi sempre “comprensivi” e leccapiedi dei vertici e del “corpo”. L’assassino della povera Giulia Tramontano ha detto subito che l’unica cosa che avrebbe dovuto fare era suicidarsi … proprio perché è ovviamente incapace di intravedere un futuro umano.

È sacrosanta la scritta: “il maschio violento non è malato, è il figlio sano del patriarcato” (meglio dire del “patriarco-capitalismo”). Il dominio maschile nasce nella preistoria quando alcuni uomini acquisiscono le capacità di diventare aggressivi, di costruirsi armi per cacciare e DOMINARE … Da allora chi non ha armi, chi non è aggressivo, non diventa dominante ma dominato … La subalternità delle donne è paradigmatica del dominio di pochi sulla stragrande maggioranza sfruttata se non schiavizzata … E il dominio è sempre violento sebbene possa articolarsi con momenti soft o paternalisti (come appunto è comunemente il dominio maschile! (vedi il libro Sociologia e antisociologia).

Nel libro Polizie, sicurezza e insicurezze si smaschera anche la pseudo-psicologia che impera nelle polizie e che peraltro è conferita a psicologi o psichiatri di assai dubbia affidabilità. Fra questi un abile impostore, nonché condannato per molestie sessuali (e poi anche in Cassazione -vedi Repubblica-Genova-Cronaca del 13/06/2014, p.IX) ma considerato “Il neurologo” e “medico capo della Polizia di Stato”, oltre che “medico capo del Servizio sanitario della Polizia di Stato”, (vedi nel libro già citato dalla fine di p. 190 sino alla fine di p. 193 e in particolare la nota 11). Ancora oggi (maggio 2023) questo signore è accreditato come illustre dirigente medico e si fa passare per prof. associato dell’Università di Genova1, il che è del falso!

I casi di operatori delle polizie che diventano assassini e fra l’altro autori di femminicidi confermano che si tratta di persone del tutto simili ai maschi con cui probabilmente condividono cerchie di appartenenza amicale, quindi persone che non dovrebbero assolutamente essere titolari di una funzione pubblica quale quella di operatore di forze di polizia, dotato di armi! Si immagini poi come un soggetto come il dirigente di polizia condannato per molestie sessuali possa eventualmente trattare una donna che chiede protezione perché vittima di tale genere di molestie o perseguitata o oggetto di brutalità e persino minacciata di morte dal partner!!!! La verità è che nelle polizie non c’è alcuna seria valutazione della cosiddetta personalità dell’operatore né al momento del reclutamento, né dopo … Gli psicologi delle polizie sono quasi sempre dei leccapiedi dei vertici e del “corpo” per il quale prestano il loro servizio immancabilmente compiacente … L’operatore è reclutato innanzitutto per caratteristiche fisiche e diciamo di aggressività, sicuramente MAI per il suo pieno e comprovato rispetto di tutti gli esseri umani e quindi innanzitutto delle donne, dei bambini, degli immigrati (su come sono trattate le donne in polizia e le angherie, le “avances”, le molestie se non le violenze sessuali che sono costrette a subire se vogliono far carriera, vedi anche Polizia postmoderna, p.81-90).

È allora evidente che solo RARAMENTE le donne possono contare sulla protezione istituzionale (delle polizie e della magistratura) e degli uomini in generale. Nella maggioranza dei casi, nelle istituzioni dello Stato, gli uomini e persino buona parte delle donne -che hanno interiorizzato la logica maschilista- non fanno che reiterare “spontaneamente” il pensiero dominante che è quello del dominio maschile, appunto perché è parte integrante del patriarco-capitalismo che lo Stato è tenuto a tutelare! (così come altre istituzioni fra cui quelle di tutte le religioni). In altre parole, come hanno sempre affermato le femministe coerenti, la tutela delle donne può essere assicurata solo da donne (a condizione che siano assolutamente antagoniste al dominio maschile). Le donne non hanno bisogno di essere difese dagli uomini. Gli uomini che non sono nemici delle donne sono solo quelli che praticano con coerenza l’antagonismo al patriarco-capitalismo oggi incarnato dal liberismo e quindi l’assoluto rispetto di ogni essere umano.

 

1  https://www.anconatoday.it/cronaca/incontro-polizia-stress-disagio-psicologico.html

 

da qui

giovedì 10 febbraio 2022

Le “Grandi Dimissioni” delle donne con figli espulse dal mondo del lavoro - Claudia Torrisi

 

Negli ultimi tempi si è parlato molto del fenomeno della “Great Resignation”, la “Grande Dimissione”, che negli Stati Uniti ha portato circa 24 milioni di persone a lasciare il proprio impiego nei primi tre trimestri del 2021. La sociologa Francesca Coin ha analizzato le ragioni di questa fuga di massa dal lavoro, evidenziando come, perlomeno negli USA, più che di processi individuali si tratti di un “fenomeno politico” e collettivo, “teso a rinegoziare il confine tra ciò che è lecito e ciò che non è più accettabile” - un orario di lavoro eccessivo, non riuscire a pagare l’affitto, comprare una casa o permettersi cure mediche, bassi salari, troppo poco spazio per i tempi di vita.

Moira Donegan sul Guardian si è chiesta se esista anche una questione di genere attorno al fenomeno della “Great Resignation” statunitense: “Durante la pandemia, le donne sono uscite dalla forza lavoro a un tasso doppio rispetto agli uomini; la loro partecipazione è ora la più bassa da oltre 30 anni. Circa un terzo di tutte le madri lavoratrici ha ridimensionato o lasciato il lavoro da marzo 2020”.

Secondo Donegan questi dati hanno poco a che fare con scelte personali e molto con condizioni materiali, come quella banalmente del non avere avuto nessuno che si occupasse dei figli tra scuole chiuse per quasi due anni, quarantene e carenza di strutture per bambini piccoli (o a prezzi molto alti diventati ancora più proibitivi). Un discorso analogamente applicabile anche all’assistenza delle persone anziane e tutte quelle attività di cura non retribuite che, non ricevendo dovuta attenzione da parte dei governi, hanno l’effetto di spingere le donne nella sfera domestica. “Potrebbe essere più corretto, quindi, dire che per quanto riguarda le madri che lavorano, la ‘Grande Dimissione’ non riguarda le donne che lasciano la forza lavoro. Riguarda il loro esserne espulse”, scrive. Un trend che era già in atto sin dal 2008, ma che la pandemia ha drammaticamente accelerato.

In Italia secondo il ministero del Lavoro nel terzo trimestre del 2021 le cessazioni richieste dai lavoratori sono state 569mila, di cui 524mila sono dimissioni, cresciute del 26,7%. Queste ultime nel trimestre precedente avevano segnato un aumento dell’85% rispetto allo scorso anno e del 10% rispetto al 2019. Qui però va fatta una precisazione, perché nel 2020 le dimissioni si erano praticamente dimezzate: è stato l’anno dell’arrivo del nuovo coronavirus, dell’incertezza e dei lockdown, chi aveva un lavoro tendeva a tenerselo. Coin ritiene che la riflessione sul nostro paese circa la “Grande dimissione” sia parzialmente diversa da quella che riguarda gli Stati Uniti: più una dimensione personale che collettiva e di lotta - almeno fino a questo momento. Non vanno trascurate, tra l’altro, le diversità strutturali del mercato del lavoro in Italia, caratterizzato da alti tassi di disoccupazione, crescita di contratti a termine e lavoro dequalificato. Siamo l’unico paese d’Europa dove negli ultimi 20 anni gli stipendi sono diminuiti invece di aumentare, con un tasso di soddisfazione dei lavoratori tra i più bassi al mondo. La scelta di lasciare il lavoro diventa una sorta di salto nel buio.

E sulla questione di genere? Se si vanno a guardare i dati del ministero del Lavoro, non c’è grossa differenza tra uomini e donne sulle percentuali in aumento delle dimissioni. Nelle rilevazioni più recenti, ad esempio, si parla di +27,6% per il sesso maschile e +25,5% per quello femminile.

Le cose però assumono una prospettiva diversa se si mette in ballo la famiglia. Secondo un rapporto dell’Ispettorato del Lavoro che prende in considerazione i provvedimenti di convalida di dimissioni di lavoratori e lavoratrici con figli fino a tre anni, nel 2020 il 77,2% di quelle relative a dimissioni volontarie ha riguardato donne. Nel 2019 la percentuale era del 73%.

“La condizione di genitorialità ha strutturalmente un impatto diverso sulla partecipazione al mercato del lavoro di uomini e donne. Sussiste infatti una relazione tra la diminuzione degli indicatori relativi alla partecipazione e all’occupazione in coincidenza della maternità e in relazione al numero dei figli”, scrive l’Ispettorato. Quando ci sono bambini, all'aumentare dei figli la partecipazione maschile aumenta, quella femminile si riduce sempre di più. Stessa cosa succede con l’inattività (cioè non avere un lavoro e non cercarlo).

È interessante guardare le motivazioni delle dimissioni, sulle quali “esiste una profonda differenza di genere”: quelle che riguardano difficoltà di conciliazione per ragioni legate ai servizi di cura o ragioni legate all'organizzazione del lavoro sono presentate quasi esclusivamente da donne (tra il 96% e il 98%). Per gli uomini, la motivazione più comune è invece il “passaggio ad altra azienda”.

Quello che emerge allora è il solito elefante nella stanza: il grosso problema dello squilibrio di genere nei carichi di cura in Italia, specchio di una divisione dei compiti stereotipata e profondamente maschilista.

Una concezione, quella dell’uomo come breadwinner e la donna regina del focolare, che è piuttosto radicata: le rilevazioni dell’Eurobarometro 2014-2017 mostrano che in Italia il 51% del campione intervistato pensa che il ruolo più importante per una donna sia quello di prendersi cura della casa e della famiglia. È diffusa anche la convinzione che i figli soffrano quando la mamma lavora, che se ci sono pochi posti di lavoro siano gli uomini a doverseli prendere e che le donne siano più adatte al lavoro di cura. Secondo il rapporto Istat “I tempi della vita quotidiana - lavoro, conciliazione, parità di genere e benessere soggettivo” del 2019, il 62% del tempo di lavoro totale degli uomini è assorbito dal lavoro retribuito e il 38% da quello non retribuito. Per le donne, invece, il tempo di lavoro non retribuito copre il 75% loro monte ore di lavoro quotidiano.

La pandemia – così come per altri contesti – non ha fatto che confermare e acuire le storture.

Il progetto Career – CARE for womEn woRk (nato dalla collaborazione tra Università Cattolica del Sacro Cuore e Politecnico di Milano) ha elaborato un’analisi sugli effetti dello smart working sulle donne lavoratrici. «Abbiamo iniziato i nostri studi in pieno lockdown, nel marzo 2020. Volevamo cercare di capire cosa stesse succedendo alle lavoratrici. Da un primo studio trasversale, confrontando l’Italia con altri paesi dell’Europa mediterranea come Spagna e Grecia, è emerso che la situazione delle lavoratrici italiane è peggiorata più che nelle altre nazioni, perché da noi le donne si sono trovate a fronteggiare una drastica diminuzione degli aiuti provenienti dalla famiglia allargata, senza riuscire a coinvolgere di più i partner nell’organizzazione familiare», ha spiegato la coordinatrice Claudia Manzi, docente di Psicologia sociale alla Cattolica. «Risultato: i carichi sono diventati più gravosi. E oggi la situazione, a quasi due anni dallo scoppio della pandemia, è peggiorata. Le donne sono più stressate e fanno sempre più fatica a conciliare famiglia e lavoro».

Dallo studio è emerso che se da un lato le lavoratrici hanno visto nello smart working un’occasione di maggior presenza in casa, dall’altro il carico domestico ha reso difficile conciliare lavoro e vita familiare. A subirne le conseguenze non sono stati tanto i risultati, quanto i livelli di stress e benessere mentale. Messe a confronto le due giornate lavorative in ufficio e da casa per uomini e per donne, emerge come queste ultime facciano più fatica a gestire le interferenze della vita familiare in quella lavorative.

Il passaggio dal lockdown alla cosiddetta fase 2 ha confermato il modello tradizionale di divisione dei ruoli di cura.

Uno studio portato avanti da alcune ricercatrici per la Fondazione Collegio Carlo Alberto nella prima e nella seconda ondata mostra come in quasi tutte le possibili modalità lavorative – da casa o in ufficio - le donne dedichino più ore dei loro partner al lavoro domestico. "La differenza più significativa emerge nelle famiglie in cui gli uomini continuano a lavorare sul posto di lavoro mentre le donne lavorano da casa (1,81 ore). Nella situazione opposta, in cui le donne continuano il lavoro precedente alla pandemia e gli uomini lavorano da casa, le donne dedicano comunque più tempo al lavoro familiare degli uomini (2,92 contro 1,40 ore al giorno). La distribuzione del lavoro familiare penalizza le donne anche nelle situazioni simmetriche, ossia anche quando entrambi i membri della coppia lavorano da casa", spiegano le curatrici.

“Le donne italiane, già prima della pandemia più responsabili della famiglia dei loro partner, hanno continuato a dedicare al lavoro familiare più tempo durante tutto il 2020”. Questo, secondo le ricercatrici, è dovuto anche alla chiusura delle scuole.

Anche secondo un rapporto curato dall’Istituto Nazionale per l'Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP), in periodo di lockdown, nonostante la compresenza del partner, le attività di cura sono rimaste prevalentemente a carico delle donne: “La crisi ha rafforzato l’etichetta di sandwich generation con cui si definiscono le donne, prevalentemente di età compresa tra i 35 e i 45 anni, compresse da esigenze di cura multiple a cui si trovano a far fronte senza aiuto stabile del partner”. Al carico di cura ordinario, in questo periodo, si sono aggiunte le attività connesse alla prevenzione sanitaria e la didattica a distanza. “In questo scenario, la transizione a una fase di ripresa, non è stato un processo neutro”.

Dopo il lockdown, infatti, a rientrare al lavoro fuori casa sono stati prima – e in misura maggiore – gli uomini. Le donne con figli o carichi familiari e con un reddito medio inferiore a quello del partner sono state penalizzate da “accordi” familiari: in base a questi hanno spesso rimandato il rientro al lavoro, sino ad arrivare in alcuni casi alla decisione delle dimissioni. Perché le donne e non i loro mariti o compagni? “Per la mia capacità/ruolo di gestione e cura familiare”, “il mio orario di lavoro mi consente maggiore flessibilità del partner” o “il mio stipendio è più basso di quello del partner, se resto io a casa, la perdita economica è minore”: sono motivazioni usate esclusivamente dalle lavoratrici.

La disponibilità delle donne a modificare la propria prestazione lavorativa fino alla rinuncia e la discontinuità occupazionale in presenza di carichi familiari non sono certo nate con la pandemia. Rappresentano, anzi, spiega l’INAPP, “una criticità che intreccia la dimensione reddituale con quella culturale in una spirale tuttora irrisolta”.

In Italia, infatti, nelle coppie in cui entrambi guadagnano, il contributo delle donne non supera il 40% del reddito familiare, con la maternità una donna su sei esce dal mercato del lavoro perché non riesce a conciliare l’impiego con le esigenze di cura e le dimissioni volontarie delle madri di figli da 0 a 3 anni sono in costante aumento negli ultimi anni, superando le 35mila unità nel 2019. Sono le donne, infine, come mostrano anche gli ultimi dati Istat, ad avere i contratti più precari e la maggioranza di quelli part-time. A questo scenario si aggiunge la carenza di servizi per l’infanzia, con 24,7 posti disponibili in asili nido ogni 100 bambini da 0 a 2 anni in Italia.

Se dunque esiste una questione di genere nella “Grande dimissione”, è certo che la pandemia ha grattato su una ferita già aperta. Uno squilibrio dei carichi di cura che non può più essere considerato un fatto privato e un mercato del lavoro tutt’altro che favorevole, quando non decisamente ostile, nei confronti delle lavoratrici, specialmente se decidono di avere dei figli.

da qui