domenica 9 agosto 2026
venerdì 27 ottobre 2023
Donne e lavoro, la rivoluzione dei gelsomini - Matteo Dalena e Lorenzo Coscarella
Il viaggio tra i mestieri perduti o in via di
sparizione della Calabria prosegue sulle coste joniche con la storia delle
gelsominaie, che fino agli anni '70 portavano a casa il pane per figli e mariti
facendo turni massacranti nei campi per raccogliere i fiori destinati alla
produzione di profumi.
“Riviera
dei Gelsomini” è la denominazione a uso e consumo turistico che indica il
tratto di costa della provincia di Reggio Calabria bagnato dal mar Ionio.
Certo, il gelsomino è un bel fiore e il nome suona bene da abbinare a spiagge,
località e attrazioni. Ma la motivazione della scelta è ben più profonda.
Chi avrebbe mai detto, infatti, che un
fiore piccolo come il gelsomino abbia dato vita a un’economia locale
relativamente florida che, fino alla metà degli anni ’70 del
‘900, ha caratterizzato il paesaggio, la vita e la storia di intere
comunità, iniziando da Villa San Giovanni ed espandendosi
poi per tutta la costa ionica reggina fino a Monasterace.
Fiori ricercati
In questo territorio era possibile
ammirare le distese di piantagioni in cui veniva coltivato il gelsomino. Dal
fiore si ricavavano essenze ricercate per la realizzazione dei profumi ed
altri prodotti. La maggior parte del raccolto di gelsomini, dopo la
trasformazione in una pasta chiamata “concreta”, prendeva la strada
della Francia, dove le tecnologie permettevano la sua lavorazione. I fiori più
ricercati giungevano dalla Calabria e dalla Sicilia: nel 1945, il 50%
del fabbisogno mondiale di gelsomini, con 600 mila kilogrammi prodotti,
proveniva dalle province di Reggio Calabria, Messina e Siracusa.
Le zone costiere erano quelle che meglio
ne favorivano la coltivazione. Ciò contribuì a svuotare diversi paesini
dell’entroterra favorendo lo sviluppo della marina. È emblematico il
caso di Brancaleone. Come evidenzia l’antropologo Vito Teti,
era diventata «un’isola quasi felice soprattutto per la produzione
del gelsomini, che consente alle famiglie un vivere più dignitoso
rispetto alla miseria, alla povertà degli anni precedenti». Grazie alla
“valvola di sfogo” del gelsomino e di altre produzioni come quella del bergamotto e
del baco da seta, infatti, a Brancaleone l’emigrazione fu
un fenomeno più lieve rispetto ad altri centri della zona.
A capo chino
A raccogliere i fiori erano le donne,
in gran parte ragazze, le gelsominaie. La ragione era semplice: per
raccogliere i fiori senza danneggiarli servivano mani attente e
delicate. A dispetto della delicatezza necessaria alla raccolta, il lavoro
delle gelsominaie era tutt’altro che leggero. Le testimonianze raccontano
di alzatacce in piena notte per avviarsi a piedi, in gruppi di
venti o trenta persone, e giungere nei campi per iniziare la raccolta quando
ancora era buio, nel momento in cui il fiore era aperto. E la raccolta
proseguiva per ore, sempre con il capo chino e la schiena curva, per un salario
da fame che però era necessario per portare a casa il pane per una
stagione.
Il salario delle
gelsominaie rappresentò per decenni un motivo di lotta e rivendicazioni.
Le poche lire vennero man mano aumentate anche grazie alle significative lotte
sindacali di cui le raccoglitrici di gelsomino si fecero portatrici
dal secondo dopoguerra in poi. Giunsero anche ad un «Contratto collettivo 13
agosto 1959 per le lavoratrici addette alla raccolta del gelsomino della Provincia
di Reggio Calabria». Il contratto collettivo, insieme ad alcune
prescrizioni sulla retribuzione tra cui il pagamento dell’indennità di
caropane e di un’altra piccola indennità per il trasporto fino al luogo di
lavoro, prevedeva che «ad ogni raccoglitrice sarà corrisposta la somma
di lire 195 per ogni chilogrammo di gelsomino raccolto in
normali condizioni di umidità».
Dai centomila chili al
collasso
Quella del gelsomino calabrese era una
produzione relativamente “recente”, risalente a circa un secolo fa. Nel 1933,
ad esempio, il periodico L’Italia vinicola ed agraria annunciava
con enfasi che la Calabria si apprestava «a diventare uno dei più
grandi centri del mondo per la coltura di piante da profumeria».
L’autarchica Italia mirava probabilmente a minare il “monopolio”
francese della coltivazione del fiore. Dal 1930 al 1933 in Calabria vi
erano ancora soltanto «25 ettari coltivati in via sperimentale con
gelsomini, rose e gaggie», che avevano prodotto però centomila chili di
fiori «eccellenti per ricchezza di profumo».
A Reggio Calabria operava
anche una «Stazione essenze» e la «Cooperativa fiori
del sud», che riuniva i coltivatori dei fiori. Già allora si sottolineava
la questione del bisogno di manodopera, visto che solo in alcuni mesi in 20
ettari avevano lavorato 250 raccoglitrici. Un numero
destinato a crescere con l’aumento delle piantagioni fino a giungere, secondo
le testimonianze, a circa 10mila addette. Col tempo sarebbe
sorta una distilleria per l’estrazione dell’essenza del
gelsomino anche a Brancaleone. Ma, a parte sparute esperienze, la produzione
continuava ad essere legata soprattutto alla domanda estera. Quando
fu possibile riprodurre sinteticamente alcune fragranze, l’economia
del gelsomino collassò.
In Parlamento
La prolungata assenza da casa delle
madri costringeva i bimbi delle gelsominaie a una vita di stenti.
In tal senso l’assistenza istituzionale all’infanzia e alla maternità era cosa
pressoché sconosciuta nei piccoli paesi della fascia ionica calabrese.
Nel 1968 le dinamiche della vita grama delle raccoglitrici di
gelsomini reggine vennero udite tra gli scanni di Palazzo Madama. Il 26 settembre
in Senato si discusse la proposta di una «Concessione di
un contributo straordinario di lire 13 miliardi a favore
dell’Opera nazionale maternità e infanzia».
È il senatore comunista Emilio
Argiroffi (1922-1998) – che di lì a qualche anno sarebbe stato
relatore della legge sull’istituzione degli asili nido – a
tirare in ballo le gelsominaie, le loro problematiche e quelle dei loro
figliuoli. Secondo quello che sarà il futuro sindaco di Taurianova «gli
infelici ragazzi spastici di Girifalco», «il figlio della
raccoglitrice di olive di Oppido» come quelli delle gelsominaie del
Reggino erano portatori di una serie di una serie di «marchi illiberali» che
facevano di loro dei «minorati», condannati prima dalla natura e poi dalla
società, e le vittime privilegiate «dello sfruttamento dell’uomo sull’altro
uomo».
In molti casi le gelsominaie erano
costrette a portare le proprie creature «a lavorare nei campi di raccolta alle
2 di notte, e sono latori di specifiche sindromi di malattia da lavoro,
come le convulsioni e le lesioni neuro psichiche provocate
dall’aroma dei gelsomini». Solo alcune potevano contare sulla presenza di figlie
più grandicelle cui affidare i propri lattanti.
I primi servizi
sociali
Si usava “affardellare” e deporre la
creatura incustodita ai margini del campo o ai piedi di un albero, nel caso
delle raccoglitrici di olive. Ma in alcuni paesi, prosegue Argiroffi, erano le
«vecchie invalide» – le cosiddette «maestre di lavoro» – a
badare ai loro figli in condizioni pietose: «Trattenuti in un tugurio,
seduti in terra o su una fila di panchetti, freddolosamente avvolti nei
loro stracci. Durante tutto il giorno costretti a snocciolare litanie incomprensibili, si
nutrono con un tozzo di pane o qualche patata».
È grazie all’intensa attività di Rita
Maglio (1899-1994) – antifascista, comunista, femminista impegnata per
tutta la vita al sostegno delle classi sociali più umili e disagiate e tra le
fondatrici dell’UDI (Unione Donne Italiane) calabrese – che si
arrivò alla creazione dei primi servizi sociali a sostegno
dell’occupazione femminile e della qualità di vita delle donne: asili,
consultori familiari e servizi. A raccogliere la sua eredità fu la figlia Silvana
Croce, che dalla fine degli anni ’60 s’impegnò per le donne braccianti.
Croce evidenziò come il loro sfruttamento non riguardava solo le discriminazioni
salariali, ma anche la mancata tutela della salute e della
maternità.
Damnatio memoriae
Le donne dedite alla raccolta dei
gelsomini in quelle lingue di terra da Bova a Monasterace e
le raccoglitrici di olive della Piana condivisero le medesime
problematiche e lotte per un salario più giusto e per il miglioramento delle
condizioni di vita e di lavoro. Ma a un certo punto, nel bel mezzo degli
anni ’70, le loro strade si divisero.
Il passaggio alla meccanizzazione garantì
alle raccoglitrici di olive la sopravvivenza. Mentre nel caso delle
gelsominaie, le commesse cessarono e la vecchia fabbrica della
“concreta” chiuse i battenti. Abbandonati i campi, con lo scorrere dei decenni
anche la memoria di quell’attività gravosa e delle relative lotte
s’infragilì fino a diventare labile, soggetta a dimenticanza. Su questo
giocò pure il fatto che essendo un’attività praticata unicamente da
lavoratrici donne, quella delle gelsominaie s’inserì nel solco dell’assenza
o dell’esclusione quasi sistematica dalla narrazione dei fatti storici
mainstream.
Come scrisse la storica Angela
Groppi «che le donne abbiano sempre lavorato, tanto all’interno quanto
all’esterno della sfera domestica, è oggi un dato storiograficamente
acquisito». Ma non è stato sempre così. Il recupero del cosiddetto
“lavoro delle donne” soggetto a incertezze, tagli, omissioni è stato possibile
grazie alla storia sociale, di genere, alla microstoria, all’oralità, alla
trasmissione dei saperi da una generazione di donne all’altra.
La Rugiada e il Sole
In questa linea di pensiero e azione va
a situarsi il prezioso lavoro dell’UDI di Reggio che, come spiega Titti
Federico, ha portato alla realizzazione del documentario La
Rugiada e il Sole: «È finalmente venuto a termine un lavoro, nato
dall’idea di Lucia Cara e avviato diversi anni fa dal percorso
di recupero della nostra identità: raccogliere, conservare e
narrare direttamente dalle loro voci la vita e il lavoro delle gelsominaie. Da
tempo seguiamo il nostro desiderio di colmare e trasmettere alle nuove
generazioni quanto è accaduto e fa parte appieno del percorso di una
comunità. Oggi ne consegniamo un tassello restituendo valore e
memoria alle tante storie delle donne. Questo lavoro sarà parte integrante
dell’archivio dell’UDI e apparterrà alla storia della Calabria».
martedì 25 luglio 2023
lunedì 19 giugno 2023
Il patriarco-capitalismo liberista è ancora più assassino - Salvatore Palidda
Secondo dati dell’Unione europea, in tutti i paesi europei le ragazze
e le donne in generale sono alla mercé di brutalità (malgrado i presunti
progressi tanto sbandierati). Nell’UE ogni giorno due donne sono assassinate
dal loro partener o ex (https://eige.europa.eu/gender-equality-index/2022/domain/violence). Una donna su 3 ha subito delle violenze sessuali e/o
psicologiche nel corso della sua vita. (https://fra.europa.eu/en/publication/2014/violence-against-women-eu-wide-survey-main-results-report). E questi dati sono solo la
parte visibile dell’iceberg (https://eige.europa.eu/newsroom/news/reported-cases-violence-against-women-reveal-only-tip-iceberg).
Tutte le forme di violenze sulle donne mirano
allo stesso obiettivo: costringerle all’assoggettamento totale al dominio
maschile a cui corrisponde anche il loro supersfruttamento al lavoro, i loro
salari sempre più bassi di quelli degli uomini (in media del 40%, a parità di
merito e persino anche con capacità superiori), un’inferiorizzazione che spesso
va insieme alle molestie e violenze sessuali.
Qualcuno ha invocato la pena di morte per gli
autori di femminicidio, ma è noto che tale pena non ha mai ridotto i delitti
efferati ma anzi li ha aumentati (basta vedere cosa ha prodotto la pena di
morte negli Stati Uniti che passano per una “grande democrazia”). E non si
tratta affatto di una necessaria “buona educazione”: la pedagogia serie serve, ma l’“educazione” genericamente intesa non ha mai aiutato a
liberarsi dalla violenza, dal razzismo ecc. Solo le pratiche concrete di vita
collettiva antagoniste alle violenze possono indurre a comportamenti umani
anziché all’opposto da assassini! Il patriarco-capitalismo uccide perché il
dominio è sempre violento e quindi -come suggerisce bene Lorenza Pleuteri-
uccide il subalterno, cioè anche maschio che non subisce passivamente; si pensi
ai tanti casi di operaie o operai / immigrate o immigrati uccisi (fra i quali
il caso di Ion Cazacu vedi libro di Dario Fo Un
uomo bruciato vivo o i 119 polacche e polacchi
torturate/i e uccise/i). Lasciano perplessi quei
progetti che alimentano l’illusione di “nuovi modelli di mascolinità,
d’educazione all’emotività ecc.”. No, l’amore
non fa rima con proprietà, è l’antitesi! (qui è una critica alla recensione
del film di Soldini e
Mainardi sul progetto Zeus).
Tutti gli esseri umani fanno sempre parte di
“cerchie di riconoscimento sociale e morale” (Simmel). È in queste cerchie che
si forgiano la mentalità, i “valori”, le categorie negative e positive. Un
soggetto sociale che diventa capace di un assassinio efferato è sicuramente uno
che sguazza in un universo che condivide questi comportamenti come possibili e
persino legittimi (al pari del mafioso che squaglia nell’acido il bambino
pensando magari che sia una legittima sentenza …). E non dimentichiamoci poi
che c’è anche la variabile della follia omicida che però non è mai scusabile,
né un attenuante, perché per arrivare a questa follia si segue sempre un dato
percorso che vi conduce … E non dimentichiamo neanche che il carcere non può
mai essere capace di risocializzare e reintegrare nella società nel rispetto
assoluto di ogni essere umano! Per i casi estremi come il femminicidio ci
vorrebbe una specialissima seria terapia socio-psicologica sicuramente in luogo
di detenzione probabilmente di lunghissima durata.
L’omicidio di una dirigente di polizia da
parte di un suo collega che poi s’è suicidato non è casuale (lo descrive bene Lorenza
Pleuteri qui). Perché nelle polizie non c’è
alcun controllo della cosiddetta personalità e ci sono quasi unicamente
psicologi sempre “comprensivi” e leccapiedi dei vertici e del “corpo”. L’assassino
della povera Giulia Tramontano ha detto subito che l’unica cosa che avrebbe
dovuto fare era suicidarsi … proprio perché è ovviamente incapace di
intravedere un futuro umano.
È sacrosanta la scritta: “il maschio violento
non è malato, è il figlio sano del patriarcato” (meglio dire del
“patriarco-capitalismo”). Il dominio maschile nasce nella preistoria quando
alcuni uomini acquisiscono le capacità di diventare aggressivi, di costruirsi
armi per cacciare e DOMINARE … Da allora chi non ha armi, chi non è aggressivo,
non diventa dominante ma dominato … La subalternità delle donne è paradigmatica
del dominio di pochi sulla stragrande maggioranza sfruttata se non schiavizzata
… E il dominio è sempre violento sebbene possa articolarsi con momenti soft o
paternalisti (come appunto è comunemente il dominio maschile! (vedi il
libro Sociologia e
antisociologia).
Nel libro Polizie, sicurezza e
insicurezze si smaschera anche la
pseudo-psicologia che impera nelle polizie e che peraltro è conferita a
psicologi o psichiatri di assai dubbia affidabilità. Fra questi un abile
impostore, nonché condannato per molestie
sessuali (e poi anche in
Cassazione -vedi Repubblica-Genova-Cronaca del 13/06/2014, p.IX) ma considerato
“Il neurologo” e “medico capo della Polizia di Stato”, oltre che “medico capo
del Servizio sanitario della Polizia di Stato”, (vedi nel libro già citato
dalla fine di p. 190 sino alla fine di p. 193 e in particolare la nota 11).
Ancora oggi (maggio 2023) questo signore è accreditato come illustre dirigente medico e si
fa passare per prof. associato
dell’Università di Genova1,
il che è del falso!
I casi di operatori delle polizie che
diventano assassini e fra l’altro autori di femminicidi confermano che si
tratta di persone del tutto simili ai maschi con cui probabilmente condividono
cerchie di appartenenza amicale, quindi persone che non dovrebbero
assolutamente essere titolari di una funzione pubblica quale quella di
operatore di forze di polizia, dotato di armi! Si immagini poi come un soggetto
come il dirigente di polizia condannato per molestie sessuali possa
eventualmente trattare una donna che chiede protezione perché vittima di tale
genere di molestie o perseguitata o oggetto di brutalità e persino minacciata
di morte dal partner!!!! La verità è che nelle polizie non c’è alcuna seria
valutazione della cosiddetta personalità dell’operatore né al momento del
reclutamento, né dopo … Gli psicologi delle polizie sono quasi sempre dei
leccapiedi dei vertici e del “corpo” per il quale prestano il loro servizio
immancabilmente compiacente … L’operatore è reclutato innanzitutto per caratteristiche
fisiche e diciamo di aggressività, sicuramente MAI per il suo pieno e
comprovato rispetto di tutti gli esseri umani e quindi innanzitutto delle
donne, dei bambini, degli immigrati (su come sono trattate le donne in polizia
e le angherie, le “avances”, le molestie se non le violenze sessuali che sono
costrette a subire se vogliono far carriera, vedi anche Polizia
postmoderna, p.81-90).
È allora evidente che solo
RARAMENTE le donne possono contare sulla protezione istituzionale (delle
polizie e della magistratura) e degli uomini in generale. Nella maggioranza dei
casi, nelle istituzioni dello Stato, gli uomini e persino buona parte delle donne
-che hanno interiorizzato la logica maschilista- non fanno che reiterare
“spontaneamente” il pensiero dominante che è quello del dominio maschile,
appunto perché è parte integrante del patriarco-capitalismo che lo Stato è
tenuto a tutelare! (così come altre istituzioni fra cui quelle di tutte le
religioni). In altre parole, come hanno sempre affermato le femministe
coerenti, la tutela delle donne può essere assicurata solo da donne (a
condizione che siano assolutamente antagoniste al dominio maschile). Le donne
non hanno bisogno di essere difese dagli uomini. Gli uomini che non sono nemici
delle donne sono solo quelli che praticano con coerenza l’antagonismo al
patriarco-capitalismo oggi incarnato dal liberismo e quindi l’assoluto rispetto
di ogni essere umano.
1 https://www.anconatoday.it/cronaca/incontro-polizia-stress-disagio-psicologico.html
giovedì 10 febbraio 2022
Le “Grandi Dimissioni” delle donne con figli espulse dal mondo del lavoro - Claudia Torrisi
Negli ultimi tempi si è parlato molto del fenomeno della “Great Resignation”, la “Grande Dimissione”, che negli Stati Uniti ha portato circa 24 milioni di persone a lasciare il proprio impiego nei primi tre trimestri del 2021. La sociologa Francesca Coin ha analizzato le ragioni di questa fuga di massa dal lavoro, evidenziando come, perlomeno negli USA, più che di processi individuali si tratti di un “fenomeno politico” e collettivo, “teso a rinegoziare il confine tra ciò che è lecito e ciò che non è più accettabile” - un orario di lavoro eccessivo, non riuscire a pagare l’affitto, comprare una casa o permettersi cure mediche, bassi salari, troppo poco spazio per i tempi di vita.
Moira
Donegan sul Guardian si è chiesta se esista anche una questione di genere attorno al
fenomeno della “Great Resignation” statunitense: “Durante la pandemia, le donne
sono uscite dalla forza lavoro a un tasso doppio rispetto agli uomini; la loro
partecipazione è ora la più bassa da oltre 30 anni. Circa un terzo di tutte le madri lavoratrici ha ridimensionato o lasciato
il lavoro da marzo 2020”.
Secondo
Donegan questi dati hanno poco a che fare con scelte personali e molto con
condizioni materiali, come quella banalmente del non avere avuto nessuno che si
occupasse dei figli tra scuole chiuse per quasi due anni, quarantene e carenza
di strutture per bambini piccoli (o a prezzi molto alti diventati ancora più
proibitivi). Un discorso analogamente applicabile anche all’assistenza delle
persone anziane e tutte quelle attività di cura non retribuite che, non
ricevendo dovuta attenzione da parte dei governi, hanno l’effetto di spingere
le donne nella sfera domestica. “Potrebbe essere più corretto, quindi, dire che
per quanto riguarda le madri che lavorano, la ‘Grande Dimissione’ non
riguarda le donne che lasciano la forza lavoro. Riguarda il loro
esserne espulse”, scrive. Un trend che era già in atto sin dal
2008, ma che la
pandemia ha drammaticamente accelerato.
In
Italia secondo il
ministero del Lavoro nel terzo trimestre del 2021 le cessazioni richieste dai
lavoratori sono state 569mila, di cui 524mila sono dimissioni, cresciute del
26,7%. Queste ultime nel trimestre precedente avevano segnato un aumento
dell’85% rispetto allo scorso anno e del 10% rispetto al 2019. Qui però va
fatta una precisazione, perché nel 2020 le dimissioni si erano praticamente
dimezzate: è stato l’anno dell’arrivo del nuovo coronavirus, dell’incertezza e
dei lockdown, chi aveva un lavoro tendeva a tenerselo. Coin ritiene che la
riflessione sul nostro paese circa la “Grande dimissione” sia parzialmente
diversa da quella che riguarda gli Stati Uniti: più una dimensione personale
che collettiva e di lotta - almeno fino a questo momento. Non vanno trascurate,
tra l’altro, le diversità strutturali del mercato del lavoro in Italia,
caratterizzato da alti tassi di disoccupazione, crescita di contratti a termine
e lavoro dequalificato. Siamo l’unico paese d’Europa dove negli ultimi 20 anni gli stipendi sono
diminuiti invece di aumentare, con un tasso di soddisfazione dei lavoratori tra i più bassi al mondo. La scelta di lasciare il lavoro diventa una sorta di salto
nel buio.
E sulla
questione di genere? Se si vanno a guardare i dati del ministero del Lavoro,
non c’è grossa differenza tra uomini e donne sulle percentuali in aumento delle
dimissioni. Nelle rilevazioni più recenti, ad esempio, si parla di +27,6% per
il sesso maschile e +25,5% per quello femminile.
Le cose però
assumono una prospettiva diversa se si mette in ballo la famiglia. Secondo un
rapporto dell’Ispettorato del Lavoro che prende in considerazione i
provvedimenti di convalida di dimissioni di lavoratori e lavoratrici con figli
fino a tre anni, nel 2020 il 77,2% di quelle relative a dimissioni volontarie
ha riguardato donne. Nel 2019 la
percentuale era del 73%.
“La
condizione di genitorialità ha strutturalmente un impatto diverso sulla
partecipazione al mercato del lavoro di uomini e donne. Sussiste infatti una
relazione tra la diminuzione degli indicatori relativi alla partecipazione e
all’occupazione in coincidenza della maternità e in relazione al numero dei
figli”, scrive l’Ispettorato. Quando ci sono bambini, all'aumentare dei figli
la partecipazione maschile aumenta, quella femminile si riduce sempre di più.
Stessa cosa succede con l’inattività (cioè non avere un lavoro e non cercarlo).
È
interessante guardare le motivazioni delle dimissioni, sulle quali “esiste una
profonda differenza di genere”: quelle che riguardano difficoltà di
conciliazione per ragioni legate ai servizi di cura o ragioni legate
all'organizzazione del lavoro sono presentate quasi esclusivamente da donne
(tra il 96% e il 98%). Per gli uomini, la motivazione più comune è invece il
“passaggio ad altra azienda”.
Quello che
emerge allora è il solito elefante nella stanza: il grosso problema dello
squilibrio di genere nei carichi di cura in Italia, specchio di una divisione
dei compiti stereotipata e profondamente maschilista.
Una
concezione, quella dell’uomo come breadwinner e la donna
regina del focolare, che è piuttosto radicata: le rilevazioni
dell’Eurobarometro 2014-2017 mostrano che in
Italia il 51% del campione intervistato pensa che il ruolo più importante per
una donna sia quello di prendersi cura della casa e della famiglia. È diffusa
anche la convinzione che i figli soffrano quando la mamma lavora, che se ci
sono pochi posti di lavoro siano gli uomini a doverseli prendere e che le donne
siano più adatte al lavoro di cura. Secondo il rapporto Istat “I tempi della vita quotidiana
- lavoro, conciliazione, parità di genere e benessere soggettivo” del 2019, il
62% del tempo di lavoro totale degli uomini è assorbito dal lavoro retribuito e
il 38% da quello non retribuito. Per le donne, invece, il tempo di lavoro non
retribuito copre il 75% loro monte ore di lavoro quotidiano.
La pandemia
– così come per altri contesti – non ha fatto che confermare e acuire le
storture.
Il progetto Career –
CARE for womEn woRk (nato dalla collaborazione tra Università Cattolica del Sacro Cuore e
Politecnico di Milano) ha elaborato un’analisi sugli effetti dello smart
working sulle donne lavoratrici. «Abbiamo iniziato i nostri studi in pieno
lockdown, nel marzo 2020. Volevamo cercare di capire cosa stesse succedendo
alle lavoratrici. Da un primo studio trasversale, confrontando l’Italia con
altri paesi dell’Europa mediterranea come Spagna e Grecia, è emerso che la
situazione delle lavoratrici italiane è peggiorata più che nelle altre nazioni,
perché da noi le donne si sono trovate a fronteggiare una drastica diminuzione
degli aiuti provenienti dalla famiglia allargata, senza riuscire a coinvolgere
di più i partner nell’organizzazione familiare», ha spiegato la coordinatrice Claudia Manzi, docente di Psicologia sociale alla
Cattolica. «Risultato: i carichi sono diventati più gravosi. E oggi la
situazione, a quasi due anni dallo scoppio della pandemia, è peggiorata. Le
donne sono più stressate e fanno sempre più fatica a conciliare famiglia e
lavoro».
Dallo studio
è emerso che se da un lato le lavoratrici hanno visto nello smart working
un’occasione di maggior presenza in casa, dall’altro il carico domestico ha
reso difficile conciliare lavoro e vita familiare. A subirne le conseguenze non
sono stati tanto i risultati, quanto i livelli di stress e benessere mentale.
Messe a confronto le due giornate lavorative in ufficio e da casa per uomini e
per donne, emerge come queste ultime facciano più fatica a gestire le interferenze
della vita familiare in quella lavorative.
Il passaggio
dal lockdown alla cosiddetta fase 2 ha confermato il
modello tradizionale di divisione dei ruoli di cura.
Uno studio portato
avanti da alcune ricercatrici per la Fondazione Collegio Carlo Alberto nella
prima e nella seconda ondata mostra come in quasi tutte le possibili modalità lavorative
– da casa o in ufficio - le donne dedichino più ore dei loro partner al lavoro
domestico. "La differenza più significativa emerge nelle famiglie in cui
gli uomini continuano a lavorare sul posto di lavoro mentre le donne lavorano
da casa (1,81 ore). Nella situazione opposta, in cui le donne continuano il
lavoro precedente alla pandemia e gli uomini lavorano da casa, le donne
dedicano comunque più tempo al lavoro familiare degli uomini (2,92 contro 1,40
ore al giorno). La distribuzione del lavoro familiare penalizza le donne anche
nelle situazioni simmetriche, ossia anche quando entrambi i membri della coppia
lavorano da casa", spiegano le
curatrici.
“Le donne
italiane, già prima della pandemia più responsabili della famiglia dei loro
partner, hanno continuato a dedicare al lavoro familiare più tempo durante
tutto il 2020”. Questo, secondo le ricercatrici, è dovuto anche alla chiusura
delle scuole.
Anche secondo
un rapporto curato
dall’Istituto Nazionale per l'Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP), in
periodo di lockdown, nonostante la compresenza del partner, le attività di cura
sono rimaste prevalentemente a carico delle donne: “La crisi ha rafforzato
l’etichetta di sandwich generation con cui si definiscono le
donne, prevalentemente di età compresa tra i 35 e i 45 anni, compresse da
esigenze di cura multiple a cui si trovano a far fronte senza aiuto stabile del
partner”. Al carico di cura ordinario, in questo periodo, si sono aggiunte le
attività connesse alla prevenzione sanitaria e la didattica a distanza. “In
questo scenario, la transizione a una fase di ripresa, non è stato un processo
neutro”.
Dopo il
lockdown, infatti, a rientrare al lavoro fuori casa sono stati prima – e in
misura maggiore – gli uomini. Le donne con figli o carichi familiari e con un
reddito medio inferiore a quello del partner sono state penalizzate da
“accordi” familiari: in base a questi hanno spesso rimandato il rientro al
lavoro, sino ad arrivare in alcuni casi alla decisione delle dimissioni. Perché
le donne e non i loro mariti o compagni? “Per la mia capacità/ruolo di gestione
e cura familiare”, “il mio orario di lavoro mi consente maggiore flessibilità
del partner” o “il mio stipendio è più basso di quello del partner, se resto io
a casa, la perdita economica è minore”: sono motivazioni usate esclusivamente
dalle lavoratrici.
La
disponibilità delle donne a modificare la propria prestazione lavorativa fino
alla rinuncia e la discontinuità occupazionale in presenza di carichi familiari
non sono certo nate con la pandemia. Rappresentano, anzi, spiega l’INAPP, “una criticità che intreccia la dimensione reddituale con quella
culturale in una spirale tuttora irrisolta”.
In Italia,
infatti, nelle coppie in cui entrambi guadagnano, il contributo delle
donne non supera il 40% del reddito familiare,
con la maternità una donna su sei esce dal mercato del lavoro perché
non riesce a conciliare l’impiego con le esigenze di cura e le dimissioni
volontarie delle madri di figli da 0 a 3 anni sono in costante aumento negli
ultimi anni, superando le 35mila unità nel 2019. Sono le donne, infine, come
mostrano anche gli ultimi dati Istat, ad avere i contratti più precari e
la maggioranza di quelli part-time. A questo scenario si aggiunge la carenza di servizi per l’infanzia, con 24,7 posti disponibili in asili nido ogni 100
bambini da 0 a 2 anni in Italia.
Se dunque
esiste una questione di genere nella “Grande dimissione”, è certo che la
pandemia ha grattato su una ferita già aperta. Uno squilibrio dei carichi di
cura che non può più essere considerato un fatto privato e un mercato del
lavoro tutt’altro che favorevole, quando non decisamente ostile, nei confronti
delle lavoratrici, specialmente se decidono di avere dei figli.