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venerdì 3 ottobre 2025

Città o luoghi artificiali per turisti e benestanti (da cui espellere i poveri)? - Enzo Scandurra

Il Tribunale del Riesame di Milano ha di fatto smontato le accuse della Procura e del GIP milanese relative all’inchiesta urbanistica: non c’è stato alcun patto corruttivo, sentenzia il Tribunale, e, pertanto, si aspetta che le misure cautelari prese nei riguardi di alcuni autorevoli personaggi coinvolti nella vicenda, siano revocate. Nel frattempo Letizia Moratti, col seguito di Forza Italia, è corsa in soccorso del sindaco Sala proponendo un “patto per Milano”, superando l’impasse provocato dalle vicende urbanistiche e di San Siro. Se il patto luciferino si avverasse (e molti sono i timori che ciò accada) avremmo un’ulteriore conferma che destra e sinistra condividono lo stesso concetto di modernità, una modernità di stampo neoliberista, dettata dal mercato e che favorisce i grandi interessi proprietari e gli investimenti privati a spese dei cittadini.

Dunque il “modello Milano” risorge? E magari anche la legge sul “Salva Milano” ferma in Parlamento in attesa di larghe intese e che cancellerebbe molte delle riforme urbanistiche degli anni Settanta? L’esca è stata lanciata al PD che, per il momento, tace. Ma su questa partita, il futuro delle nostre città, si gioca una posta rilevantissima se è vero, come dice Consonni che: «disinteressandosi dell’abitare e del fare città, a che cosa si riduce la politica?» (1), perché «è proprio in grazia delle opere belle e della vita associata si deve ammettere l’esistenza della comunità politica» (2).

Ma lasciamo stare le vicende giudiziarie, sempre più complicate e ancora non definitive, per porre l’attenzione sul modello milanese. Supponiamo, per un istante, che tutte le costruzioni (grattacieli e altro), oggetto di indagine, siano state invece progettate o in corso di realizzazione o realizzate, secondo le norme urbanistiche e i regolamenti edilizi vigenti, senza alcuna violazione delle leggi. Ebbene sarebbe questa la città che vogliamo? Quella dei grattacieli, del bosco verticale, di CityLife, il più grande distretto urbano dedicato allo shopping?

Perché il rischio è che i risultati fin qui dell’indagine della magistratura, smentita, ripeto, dal Tribunale del Riesame, creino una cortina fumogena su un modello di città ritenuto, nonostante tutto, progressista e modernizzatore. E che esso diventi anzi un esempio per altre città in affanno di modernismo (Roma, Firenze, Napoli in primis). Un modello che omologa le nostre bellissime città a quelle effimere e sfavillanti dei paesi arabi: Dubai, Doha, Abu Dhabi ecc. Un modello generatore di disuguaglianze e privo di quelle virtù che hanno reso celebri le nostre città: senso di comunità, civismo, urbanità, tradizioni, bellezza, come sosteneva Cattaneo, oltre che, sarebbe omissivo ignorarlo, luoghi di drammatici conflitti.

L’urbanità, la vita in città, può essere considerata misura di civiltà di un popolo. Condiziona la nostra psiche, le nostre azioni, le nostre sensazioni quotidiane, i nostri umori; l’atmosfera urbana, per dirla con H. Schmitz, «è l’esperienza soggettiva della realtà effettuale che gli uomini condividono tra di loro esperendola come qualcosa di oggettivo» (4). E aggiunge Asor Rosa: «me ne dispiacerebbe molto, ma potrei fare a meno di leggere libri; potrei ignorare l’ultima teoria filosofica; ma lo voglia o no, non posso fare a meno di misurarmi con il tessuto urbano, dentro al quale vivo e con il quale quotidianamente mi misuro» (5).

Sappiamo bene come fondi di investimento, finanza, abili immobiliaristi traggono profitto (in epoca di smobilitazione dell’industria) dal plusvalore che assumono le città con le loro infrastrutture, locazioni per turisti, sedi di banche o altre società, quartieri residenziali di lusso per benestanti, architetture fantasmagoriche, centri commerciali; ovvero dalla città trasformata in un elemento di marketing. Un esempio, proprio a Milano, è rappresentato dal quartiere di CityLife, un quartiere esclusivo, residenziale – commerciale, dove torreggiano grattacieli (con ironia denominati “il dritto, lo storto e il curvo”) accanto a residenze blindate destinate ai ricchi, un enorme centro commerciale e poi tante botteghe di lusso immerse in un parco surreale come fosse un mondo a sé. Quella non è città, è una oasi per benestanti cittadini, autosufficiente a tal punto che i residenti di quel quartiere non debbono nemmeno uscire di casa per confondersi nella folla anonima della città. Che consuma suolo e costruisce grattacieli e si vanta di perseguire obiettivi di sostenibilità. E man a mano che questo modello di città prende piede, i vecchi residenti sono costretti a lasciare la vecchia città che si rifà il trucco, per andare ad abitare in zone più periferiche e squallide. Per loro “quella città” è solo un luogo di lavoro dove recarsi ogni giorno con i mezzi pubblici da periferie lontane. La distanza tra ricchi e poveri si fa anche fisica, geometrica.

Esempi di questo tipo ormai appaiono anche in altre città: a Roma, per esempio, in un’area che non è esagerato definire “sacra” per le sue qualità paesaggistiche – la foce del Tevere a Fiumicino – si progetta un gigantesco porto per le navi da crociera (quelle navi lunghe 360 metri e alte 70 che consumano in un giorno la quantità di carburante di mille auto). Un porto privato in cui dovrebbero arrivare migliaia di turisti e pellegrini (l’opera rientra tra quelle previste per il Giubileo del 2025!) per proseguire (non si sa come) il viaggio per Roma. E per togliere dalla vista i cassonetti stracolmi di immondizia, si progetta un grande impianto di un inceneritore (naturalmente localizzato in periferia) anziché riciclare i rifiuti come ogni buon senso (non c’è bisogno neppure di scomodare la scienza) suggerirebbe.

Questo malsviluppo è basato sulla capacità di attrarre sempre più turisti, capitali e investitori privati (ogni opera, ogni architettura ha questa finalità): aumentare la capacità attrattiva della città a spese (come conseguenza diretta) dei cittadini in affanno che di questa presunta ricchezza avranno solo i danni collaterali, ovvero l’espulsione verso le periferie. Un gigantesco fenomeno di privatizzazione delle città, complice la “nuova urbanistica semplificata” del “modello Milano” che facilita i processi, accelera le procedure, scavalca le soprintendenze considerate inutili burocrazie conservatrici, realizza varianti al PRG, sdogana qualsiasi ostacolo si frappone alla realizzazione di una presunta modernizzazione al cui altare vanno sacrificate norme, diritti e bene pubblico. E a chi si oppone o almeno tenta di ostacolare questa modernizzazione – comitati, associazioni, gruppi di cittadini –, qualche volta (non sempre) l’amministrazione concede generosamente il lusso di una limitata partecipazione (a scelte già fatte) sussumendo il conflitto, manipolando la pubblica opinione. Mentre oppositori più radicali vengono tacciati di essere “anime belle” e di non capire il cambiamento che avanza, “terroristi” urbani, oppositori a priori; coloro i quali dicono sempre di no. Bisogna convincere la cittadinanza che una nuova era è alle porte con slogan retorici: la città della gioia, il bosco verticale, la foresta romana, housing sociale, che invocano il progresso, la bellezza del verticale, l’efficienza dei centri commerciali e, soprattutto, l’inutilità di uscire nelle piazze restando a casa per non disturbare l’orda dei turisti, i veri e nuovi protagonisti della città.

Questi processi, che ormai riguardano tutte le grandi città, ricevono spesso dagli abitanti commenti positivi: finalmente si cambia! Era ora che si facessero delle opere! E via dicendo. Così a Roma, durante le festività del Natale, grandi folle di romani si sono riversate a piazza Pia e a via Ottaviano per ammirare la città che si trasforma, trasformati essi stessi – che sono i veri abitanti – in turisti occasionali. Questi entusiasmi hanno breve durata, quando anche i loro sostenitori si accorgeranno che a poco a poco la città sta diventando privata a beneficio dei pochi arricchiti. È già successo con il sequestro di alcune parti di Firenze per la parata di moda di Gucci, a Venezia per il matrimonio di Bezos, ancora a Roma con la parata kitsch di Dolce&Gabbana. Non sempre, infatti, gli abitanti riescono, nella baraonda della retorica corrente, a saper distinguere gli elementi della città che soddisfano le loro esigenze, che poi significa una vita in comune migliore, le virtù civiche, la vita associata (le piazze, la strada, il mercato), rispetto alla fiera espositiva dei presunti vantaggi della bellezza intesa esclusivamente come mera estetica (alcune volte nemmeno questa). Esigenze che erano ben conosciute dai costruttori delle antiche città (la bellezza come “ben fatto”).

Le condizioni di vita imposte dal capitalismo hanno fatto perdere questi valori nella coscienza collettiva, sostituendoli con falsi idoli scenici creati dal mercato e da stravaganti architetti, generando una frattura dolorosa tra architettura e urbanistica, sostituendo l’intervento edilizio isolato alla pianificazione urbanistica: «L’architettura del singolo edificio, per quanto pregevole, non basta da sola a fare città» perché «mummificata nella sua arroganza, l’architettura non è in grado di innescare ragioni di senso, di nutrire l’immaginario e, ancor meno, di contribuire alla bellezza d’assieme: diviene il sarcofago di sé stessa».

In questi giorni la città di Gaza City sta per essere rasa al suolo da una furia omicida e genocida senza quasi precedenti nella storia degli umani. L’operazione di sterminio prevede, a “lavoro finito” una grande riviera di lusso realizzata sui corpi dei palestinesi morti. Chissà se un giorno questa “rigenerazione urbana” prenderà il nome di modernizzazione.

Note:
(1) G. Consonni, Ridisegnare Milano, in Doppiozero, settembre 2025
(2) Aristotele, Politica III, in G. Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città, Quodlibet, 2004, p. 9
(3) C. Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, Il Crepuscolo, 1857
(4) H. Schmitz, L’atmosfera di una città, in T. Griffero, A. Petrillo (a cura di), Atmosfere urbane, ed. ETS, 2024, p. 5
(5) A. Asor Rosa, Prefazione al libro di V. De Lucia, Le mie città. Mezzo secolo di urbanistica in Italia, Diabasis, 2010
(6) G. Consonni, Esilio dalla parola, esilio dai luoghi, in Gli asini, giugno 2025.

da qui

martedì 11 maggio 2021

L’uso strumentale di certe parole - Enzo Scandurra

 

Ogni volta che la specie umana (ovvero i suoi rappresentanti eletti) si trova ad affrontare problemi o minacce inedite (quasi sempre prodotte dalla sua ingordigia) che ostacolano o mettono a rischio la crescita economica, inventa nuovi concetti o parole che dovrebbero esorcizzarne gli esiti negativi.

Così è stato per lo “sviluppo sostenibile”, concetto che ognuno interpreta a suo modo (già al suo esordio, nel 1987, si contavano ben 25 sue definizioni); grimaldello semantico che si presta a più scopi (dalla pasta alle auto alle grandi opere), ma la cui sola sua evocazione basterebbe ad allontanare gli effetti di una crescita illimitata.

Ora la nuova parola magica è “resilienza”, termine pressoché sconosciuto ai più prima che esso comparisse, a livello nazionale ed europeo, nell’ormai famoso Pnrr, ovvero Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Che significa questa parola e da dove salta fuori? Essa assume significati diversi in ognuna delle discipline dove compare: informatica, metallurgia, ecologia, psicologia, eccetera.

In generale possiamo definirla come la capacità di un sistema di adattarsi a un cambiamento (nella fattispecie al cambiamento indotto dalla pandemia).

Wikipedia definisce, la resilienza, in ecologia e biologia, come quella capacità della materia vivente di autoripararsi a seguito di un danno, o quella caratteristica di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo che questi è stato sottoposto ad una perturbazione che lo ha allontanato da quello stato (omeostasi).

Gli ecosistemi sono regolati da meccanismi di retroazione detti feedback: quello positivo assicura la crescita di un ecosistema, il feedback negativo neutralizza l’effetto della perturbazione impedendo, ad esempio, la crescita sproporzionata di una data variabile (come nel caso del famoso modello di Volterra: preda-predatore).

Una proprietà degli ecosistemi è quella di possedere più di un grado di equilibrio, ovvero se perturbati possono oscillare intorno alla posizione di equilibrio per un certo tempo, per poi ritornare in quella stessa posizione.

Come pure, purtroppo, possono allontanarsi dalla loro posizione di equilibrio (se la perturbazione è molto forte) per poi posizionarsi su una diversa posizione di equilibrio.

In questo secondo caso non è detto che le specie viventi, o almeno molte di esse, sopravvivano (vedi l’esempio dei dinosauri che hanno abitato la terra per ben 160 milioni di anni).

Nel nostro caso la “perturbazione” è costituita dalla pandemia e la resilienza è la capacità di adattamento a questo evento straordinario e la sua capacità di contrastarlo.

 

In termini più semplici, la resilienza è l’atto di risalire su un’imbarcazione dopo che questa si è capovolta (secondo Trabucchi l’etimo di resilienza deriva dal latino resalio). 

Così definita, questa parola induce all’ottimismo, ovvero i governanti tenderebbe a vedere il cambiamento (l’effetto della pandemia) come una sfida da affrontare.

E infatti sono stati in poco tempo prodotti vaccini basati su un metodo innovativo (rna-messaggero) che forse potrà essere utile in futuro ad affrontare malattie che affliggono da sempre l’umanità.

Ma che succede, per esempio, nel caso dei cambiamenti climatici? L’ecosistema planetario una volta perturbato si adatterà su nuove posizioni di equilibrio in corrispondenza del quale non è detto che la specie umana possa sopravvivere.

Il concetto di resilienza appare piuttosto inutile. Perché seppure quella umana è una specie flessibile e assai adattabile, non potrebbe resistere a un innalzamento degli oceani o alla desertificazione di vaste aree del pianeta dovute a un aumento della temperatura media (causata dall’eccesso di CO2). L’ecosistema (la biosfera) perturbato non ritornerebbe nella sua condizione originaria.

E se la specie umana possiede le ben note capacità di flessibilità ed adattamento, i sistemi economici e sociali sono invece caratterizzati da estrema rigidità e vulnerabilità. Si innescherebbe un feedback tale da far crollare l’intero sistema economico sociale.

L’introduzione (da altre discipline) del concetto di resilienza in realtà sta a significare che non si vuole intervenire sulle cause della “perturbazione” (sia essa pandemica che climatica) quanto piuttosto sugli effetti di tali cambiamenti (da noi stessi provocati), ovvero all’interno dello stesso processo di ristrutturazione capitalistica.

E’ come quel caso disperato di un malato di diabete che continua a mangiare gelati convinto che qualche nuovo farmaco annullerà gli effetti della sua golosità mortale. Forse perché siamo in clima di Liberazione nazionale, ma io preferisco il termine di Resistenza a quello di resilienza che ci vede rassegnati a subire la catastrofe col solo scopo di minimizzarne i danni.

Articolo pubblicato anche su il Manifesto

https://comune-info.net/sulluso-strumentale-di-certe-parole/