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sabato 8 agosto 2026

PFAS in gravidanza, il rischio nei bambini - Mario Fiumene

 

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici ampiamente utilizzati dall’industria. Per semplificare si tratta di acidi molto forti, resistenti maggiori processi naturali di degradazione.

Negli ultimi anni i PFAS e i loro derivati sono stati sotto indagine per il loro effetto negativo sull’ambiente e sulla salute. Infatti i PFAS, se non ben monitorati durante i processi di lavorazione industriale, hanno la capacità di filtrare nelle acque sotterranee e di accumularsi nelle piante, incrementando il rischio di ingresso nella catena alimentare.”

Una volta entrati nella catena alimentare gli acidi tendono ad essere assorbiti dal sangue con conseguenze che sono tuttora oggetto di numerosi studi scientifici per il loro impatto sulla salute. Come già accennato i PFAS e i loro derivati sono ampiamente usati nei processi industriali in svariati ambiti.

L’uso diffuso è legato alle loro caratteristiche: stabilità chimica e termica, impermeabilità all’acqua e ai grassi, capacità di rendere i materiali a cui sono applicati repellenti all’acqua, all’olio e resistenti alle alte temperature. Non stupisce quindi che i PFAS vengano impiegati per la produzione di una vasta gamma di prodotti:

Prodotti ad uso domestico: sono utilizzati per rivestire le superfici delle pentole per conferire proprietà antiaderenti. Alcuni PFAS sono utilizzati come emulsionanti, tensioattivi o agenti umettanti in applicazioni come i detergenti, lucidanti per pavimenti e vernici al lattice. Inoltre, alcuni PFAS sono aggiunti in prodotti aftermarket [di aziende terze] (come spray idrorepellenti per abbigliamento e calzature) che sono applicati per trattare tessuti, rivestimenti, tappeti e pelle, al fine di conferire resistenza all’acqua, all’olio, al suolo e alle macchie. ‍

Articoli medicali: Il carattere inerte e non adesivo dei fluoropolimeri li rende materiali adatti per impianti/protesi mediche. I tessuti medicali, come teli e camici chirurgici in tessuto non-tessuto, sono  trattati al  fine di renderli impermeabili ad acqua ed olio e resistenti alle macchie. Questa diffusione nell’ambiente deve essere oggetto di studio per la prevenzione delle persone fin dalle prime fasi di vita: un esempio è uno studio su 107 coppie madre-bambino che ha analizzato il possibile legame tra esposizione ai PFAS in gravidanza e nei primi mesi di vita e infiammazione intestinale nei bambini, aprendo nuovi interrogativi sugli effetti dei forever chemicals.

L’esposizione ai PFAS, le cosiddette sostanze chimiche eterne, potrebbe lasciare un’impronta sulla salute intestinale già nelle prime fasi della vita. È quanto emerge da uno studio coordinato dai ricercatori della Icahn School of Medicine at Mount Sinai e pubblicato il 10 luglio 2026 sulla rivista scientifica Clinical Gastroenterology and Hepatology. La ricerca ha coinvolto 107 coppie madre-bambino provenienti da Stati Uniti e Messico, con l’obiettivo di valutare se il contatto con i PFAS durante la gravidanza e nei primi mesi dopo la nascita fosse associato a segnali di infiammazione intestinale nell’infanzia. Gli studiosi hanno misurato i livelli di esposizione a diversi PFAS nelle madri e nei bambini, per poi analizzare, fino agli 11 anni di età, la presenza di calprotectina fecale, un biomarcatore utilizzato per individuare processi infiammatori a carico dell’intestino. I risultati hanno mostrato che una maggiore esposizione ai PFAS era associata a livelli più elevati di questo indicatore. Lo studio non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto, ma aggiunge nuove evidenze sui possibili effetti dell’esposizione precoce a contaminanti ambientali sulla salute dei bambini.

I ricercatori hanno analizzato la presenza di diversi composti appartenenti alla famiglia dei PFAS durante la gravidanza, al momento della nascita e nei primi mesi di vita. Successivamente hanno confrontato questi dati con i livelli di calprotectina fecale rilevati nei bambini durante il follow-up. L’analisi ha evidenziato che i bambini maggiormente esposti ai PFAS presentavano livelli più elevati di calprotectina fecale, suggerendo un possibile effetto sul sistema immunitario intestinale durante una fase delicata dello sviluppo. Si tratta, secondo gli autori, di uno dei primi studi a evidenziare questa associazione nell’infanzia.

La calprotectina fecale è un indicatore utilizzato nella pratica clinica per rilevare la presenza di infiammazione intestinale. Viene impiegata soprattutto nel percorso diagnostico e nel monitoraggio delle malattie infiammatorie croniche intestinali, come morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. Il risultato dello studio non significa che i bambini esposti ai PFAS svilupperanno necessariamente una patologia intestinale, ma suggerisce che queste sostanze potrebbero influenzare alcuni meccanismi biologici coinvolti nella regolazione dell’infiammazione. Comprendere questi processi potrebbe aiutare, in futuro, a individuare meglio i fattori ambientali che contribuiscono al rischio di malattie intestinali.

Lo studio non introduce al momento nuovi esami o terapie per i bambini esposti ai PFAS, ma offre un elemento in più per comprendere come l’ambiente nei primi anni di vita possa influenzare la salute futura. Se queste associazioni saranno confermate da ulteriori ricerche, potrebbero aprire la strada a nuovi strumenti di prevenzione, con una maggiore attenzione alla protezione delle donne in gravidanza e dei bambini nelle aree dove la contaminazione da PFAS è più elevata. Per le famiglie, oggi il messaggio principale non è la necessità di sottoporre i bambini a controlli specifici, ma l’importanza della prevenzione ambientale e della riduzione dell’esposizione ai contaminanti. Per il Servizio sanitario, invece, il tema riguarda la possibilità di integrare sempre più dati ambientali e sanitari per individuare le popolazioni maggiormente esposte e programmare eventuali interventi di tutela.

Gli autori sottolineano che il lavoro presenta alcuni limiti. Essendo uno studio osservazionale, può evidenziare un’associazione ma non stabilire che siano proprio i PFAS a causare l’infiammazione intestinale. Saranno quindi necessari studi più ampi per confermare il legame osservato, chiarire i meccanismi biologici coinvolti e capire se questa infiammazione precoce possa avere conseguenze sulla salute intestinale negli anni successivi. Per quanto riguarda l’Italia, per la prima volta la Regione Veneto ha disposto il blocco della commercializzazione di prodotti di origine animale provenienti dalle aree contaminate da PFAS nei quali sono state riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai limiti. Il provvedimento riguarda carne bovina, fegato bovino e fegato suino.

La decisione arriva al termine di uno studio condotto dalla Regione con l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, Arpav e le aziende sanitarie. Sono stati esaminati 703 campioni di carne, latte e uova provenienti da 156 aziende delle zone rossa e arancione.

Secondo i dati resi noti, 680 campioni, pari al 97%, sono risultati entro i limiti di legge, mentre 18, il 3%, hanno superato i tenori massimi. Otto aziende hanno presentato superamenti per PFOA o PFOS nel muscolo bovino, nel fegato bovino o in quello suino. Per queste realtà sarebbero state adottate misure dirette a impedire l’immissione sul mercato degli alimenti contaminati e sarebbe stato avviato un monitoraggio continuativo.

Nel frattempo, i risultati richiamano l’attenzione sull’importanza di ridurre l’esposizione ai contaminanti ambientali anche per vegetali, vino, pesci, così proteggere la salute fin dalle prime fasi della vita.

da qui

mercoledì 11 febbraio 2026

Aumento del TFA, acido trifluoroacetico, negli ecosistemi - Patricia Iori

 

La progressiva eliminazione delle sostanze responsabili dell’assottigliamento dell’ozono stratosferico è stata a lungo considerata uno dei più importanti traguardi della cooperazione ambientale internazionale. Il Protocollo di Montreal ha imposto l’abbandono dei clorofluorocarburi (CFC) e successivamente degli idroclorofluorocarburi (HCFC), ritenuti tra i principali responsabili del cosiddetto “buco dell’ozono”.

Il TFA è stata una delle sostanze introdotte come alternative ai composti vietati, i quali si stanno, purtroppo, rivelando all’origine di un’altra forma di contaminazione ambientale, meno visibile ma potenzialmente persistente.

 

Il TFA: un inquinante discreto ma persistente

L’acido trifluoroacetico è un composto organofluorurato caratterizzato da un’elevata stabilità chimica. Proprio questa stabilità, che ne favorisce la permanenza nell’ambiente, lo colloca tra le cosiddette “sostanze eterne” (forever chemicals), termine con cui si indicano molecole capaci di resistere alla degradazione naturale per tempi molto lunghi.

Secondo uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters, le concentrazioni di TFA rilevate in diversi ecosistemi del pianeta sarebbero triplicate nell’arco degli ultimi vent’anni. I dati raccolti indicano un incremento significativo in acque superficiali, precipitazioni e suoli, con una diffusione ormai globale.

 

Il TFA non viene prodotto direttamente su larga scala per applicazioni industriali diffuse; la sua presenza crescente è in gran parte il risultato di processi di degradazione atmosferica. In particolare, alcuni gas refrigeranti utilizzati in sostituzione dei CFC e degli HCFC – come gli idrofluorocarburi (HFC) e le idrofluoroolefine (HFO) – subiscono trasformazioni chimiche in atmosfera che portano alla formazione di TFA. Questo, una volta generato, viene trasportato dalle correnti e ricade al suolo attraverso le precipitazioni.

Per comprendere il fenomeno è necessario ripercorrere l’evoluzione dei refrigeranti. I CFC, ampiamente impiegati per decenni in frigoriferi, condizionatori e aerosol, furono progressivamente eliminati a causa della loro capacità di distruggere l’ozono stratosferico. In loro sostituzione vennero introdotti prima gli HCFC, poi gli HFC, composti privi di cloro e quindi meno dannosi per l’ozono.

Successivamente, l’attenzione si è spostata anche sul potenziale di riscaldamento globale di questi gas. Molti HFC, pur non intaccando l’ozono, presentano un’elevata capacità di intrappolare il calore nell’atmosfera. Ciò ha portato allo sviluppo e all’adozione delle HFO, considerate più compatibili con gli obiettivi climatici per via del loro minore impatto in termini di effetto serra.

È in questo contesto di continua sostituzione tecnologica che si inserisce la questione del TFA. Alcuni HFC e HFO, durante la loro permanenza in atmosfera, si degradano attraverso reazioni fotochimiche producendo sottoprodotti stabili, tra cui l’acido trifluoroacetico.

Un accumulo globale silenzioso

La ricerca scientifica spiega che il TFA, una volta depositato al suolo, tende a permanere nei comparti ambientali acquatici. È altamente solubile in acqua e può accumularsi in laghi, fiumi e falde sotterranee. A differenza di altri inquinanti, non si degrada facilmente né viene eliminato attraverso i normali processi di trattamento delle acque.

L’aumento registrato negli ultimi due decenni suggerisce che la produzione indiretta di TFA attraverso la degradazione dei refrigeranti stia avendo un impatto cumulativo. Sebbene le concentrazioni attuali siano generalmente considerate basse rispetto a soglie di tossicità acuta, la natura persistente del composto genera domande sulla sua possibile accumulazione a lungo termine e sugli effetti cronici sugli ecosistemi.

Le regioni più industrializzate, caratterizzate da un uso intensivo di sistemi di climatizzazione e refrigerazione, mostrano livelli più elevati. Tuttavia, tracce di TFA sono state rilevate anche in aree remote.

Effetti ecologici

Ad oggi, le conoscenze sugli effetti ecotossicologici del TFA sono ancora oggetto di studio. Alcuni esperimenti indicano che concentrazioni elevate possono influire negativamente sulla crescita di determinate specie vegetali e organismi acquatici. Tuttavia, le concentrazioni ambientali attualmente rilevate risultano inferiori ai livelli sperimentali che hanno prodotto effetti evidenti.

Ciò non elimina le preoccupazioni. La storia recente dell’inquinamento industriale insegna che la valutazione del rischio ambientale richiede una prospettiva di lungo periodo. L’accumulo progressivo, unito alla difficoltà di rimozione, rende il TFA un osservato speciale nel dibattito sulle sostanze perfluoroalchiliche.

La famiglia dei PFAS, di cui il TFA rappresenta una delle molecole più semplici, è già al centro di un’intensa attenzione regolatoria in Europa e negli Stati Uniti. Molti PFAS sono stati associati a effetti avversi sulla salute umana, tra cui interferenze endocrine e potenziali rischi cancerogeni.

Il paradosso della transizione ambientale

Il caso del TFA mostra un paradosso che accompagna spesso le politiche ambientali: la sostituzione di una tecnologia dannosa con un’alternativa apparentemente più sicura può generare effetti collaterali inattesi. Il successo nella protezione dell’ozono non è in discussione, ma l’adozione su larga scala di nuovi composti ha innescato dinamiche chimiche che solo ora vengono comprese appieno.

Questo scenario mette in luce la complessità dei sistemi naturali e l’interconnessione tra atmosfera, idrosfera e biosfera. Una molecola rilasciata per garantire comfort termico negli ambienti urbani può, attraverso una catena di trasformazioni, contribuire all’accumulo di sostanze persistenti in ecosistemi lontani migliaia di chilometri.

Un equilibrio delicato da preservare

La sfida per i prossimi anni sarà conciliare la necessità di raffreddare ambienti e catene del freddo — elementi ormai essenziali nelle economie moderne — con l’obiettivo di minimizzare l’impatto chimico sull’ambiente. Ciò richiederà investimenti in ricerca, innovazione tecnologica e una costante revisione delle politiche industriali.

L’aumento globale del TFA non costituisce, allo stato attuale, un’emergenza ambientale paragonabile al buco dell’ozono o al cambiamento climatico. Tuttavia, rappresenta un segnale da non sottovalutare. La sua crescita triplicata in due decenni dimostra che anche le soluzioni nate con finalità virtuose possono generare effetti secondari.

da qui

venerdì 24 gennaio 2025

PFAS: le nostre analisi sull’acqua potabile rivelano dati preoccupanti in tutte le Regioni d’Italia - Giuseppe Ungherese

 

La nostra spedizione ”Acque senza Veleni”, che ha avuto luogo tra settembre e ottobre 2024 per verificare la contaminazione da PFAS (sostanze poli- e per-fluoroalchiliche) dell’acqua potabile in tutte le regioni d’Italia, è nata per rispondere alla crescente preoccupazione della popolazione e per sopperire alla mancanza di dati pubblici a riguardo. I PFAS, noti anche come “inquinanti eterni”, sono sostanze chimiche usate in numerosi processi industriali e prodotti di largo consumo, che si accumulano nell’ambiente e che sono da tempo associate a gravi rischi per la salute.

Ben prima di enti pubblici e agenzie governative abbiamo:

1) Realizzato la prima mappa nazionale della contaminazione da PFAS nelle acque potabili italiane, misurando la presenza di queste molecole nelle reti acquedottistiche di tutte le Regioni italiane;

2) Monitorato 58 sostanze, ovvero più del doppio delle 24 molecole che la nuova direttiva europea impone di quantificare;

3) Analizzato la presenza di molecole ultracorte (ad esempio Acido Trifluoroacetico, TFA, e Acido Acido perfluoropropionico, PFPrA) su cui, nonostante le preoccupazioni della comunità scientifica internazionale e dei legislatori comunitari per i loro effetti sulla salute umana, non esistono dati pubblici anche laddove si effettuano i controlli sui PFAS.

Per realizzare la prima mappa nazionale indipendente della contaminazione da composti poli- e per-fluoroalchiliche (PFAS) nell’acqua potabile, abbiamo raccolto 260 campioni in 235 comuni appartenenti a tutte le Regioni e Province autonome italiane. La quasi totalità dei campioni è stata prelevata presso fontane pubbliche e, una volta raccolti, i campioni sono stati trasportati presso un laboratorio indipendente e accreditato per la quantificazione di 58 molecole appartenenti all’ampio gruppo dei PFAS.

Per ogni provincia, i campionamenti hanno interessato tutti i comuni capoluogo e almeno un altro comune. In alcune grandi città sono stati eseguiti due campionamenti (Ancona, Bari, Cagliari, Campobasso, Firenze, Genova, L’Aquila, Milano, Napoli, Palermo, Potenza, Reggio Calabria, Roma, Torino, Trieste, Venezia). L’obiettivo della nostra indagine è fare luce su una delle forme di inquinamento più pericolose che abbia mai colpito il nostro Paese e spingere le istituzioni a mettere in atto misure concrete per proteggere la popolazione contro i PFAS.



CONSULTA LA MAPPA DEI RISULTATI

INDICE

I risultati delle analisi

Le regioni più contaminate

Le città più contaminate

I problemi della futura normativa anti-PFAS

La contaminazione da PFOA nei Comuni

La contaminazione da PFOS nei Comuni

La contaminazione da TFA nei Comuni

Conclusioni

I risultati delle analisi: PFAS presenti nel 79% dei campioni di acqua potabile analizzati

In 206 campioni su 260 analizzati, è stata trovata almeno una delle 58 sostanze PFAS monitorate: ciò significa che il 79% dei campioni di acqua potabile risulta contaminato. 

Solo in 54 campioni (21%), non è stata registrata la presenza di alcun PFAS. 

Consulta il report completo con tutti i risultati delle analisi PFAS divisi per Regione.

 

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In ogni Regione almeno 3 campioni di acqua potabile sono contaminati 

Pur essendo stato analizzato un numero di campioni differente, sono almeno 3, in ogni Regione, i campioni risultati contaminati da PFAS, eccezion fatta per la Valle d’Aosta (qui i campioni contaminati erano 2 su un totale di 2 analizzati).

Le Regioni in cui la contaminazione da PFAS è più grave

Al netto del numero differente di campioni analizzati per ogni Regione, è possibile avere un’indicazione della diffusione della contaminazione su scala regionale considerando il numero di campioni contaminati rispetto al totale analizzati. Le situazioni più critiche si registrano in Liguria (8/8), Trentino Alto Adige (4/4), Valle d’Aosta (2/2), Veneto (19/20), Emilia Romagna (18/19), Calabria (12/13), Piemonte (26/29), Sardegna (11/13), Marche (10/12) e Toscana (25/31).

Le Regioni in cui si riscontrano meno campioni contaminati sono, nell’ordine Abruzzo (3/8), l’unica regione con meno della metà dei campioni positivi alla presenza di PFAS, seguita da Sicilia (9/17) e Puglia (7/13)…

continua qui

venerdì 10 gennaio 2025

Processo Miteni per l’inquinamento da Pfas: tra scienza, coscienza e conflitti d’interesse

di Mario Saugo e Claudia Marcolungo (*) . A seguire notizie sul film «Chemical Bros» di Massimiliano Mazzotta con link utili per chi vuole saperne di più.



A Vicenza si celebra il più importante processo per inquinamento mai svolto in Italia, che riguarda l’inquinamento da Pfas causato primariamente dagli sversamenti effettuati nel corso di decenni dall’industria chimica Rimar/Miteni/Icig.

Vicenza diventa quindi un osservatorio privilegiato per vedere e valutare anche il ruolo dei consulenti scientifici dentro e fuori le aule di Tribunale. Il peso della scienza nelle Corti è da decenni oggetto di attenzione, tanto che alcuni autori ne hanno parlato in termini critici evidenziando strategie processuali deprecabili portate avanti da “mercenari della scienza” che alimentano una “cultura del dubbio” finalizzata a negare nessi causali e associazioni con danni ambientali e sanitari e spesso veicolo per assoluzioni in casi di disastro e crimini ambientali.

Nell’occasione specifica, il professor Paolo Boffetta e il professor Claudio Colosio, consulenti delle società imputate, hanno predisposto un loro “aggiornamento” sulla valutazione del rischio di danni alla salute nelle svariate decine di migliaia di persone colpite dall’inquinamento in parte delle tre province di Verona, Vicenza e Padova

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https://altreconomia.it/processo-miteni-per-linquinamento-da-pfas-tra-scienza-coscienza-e-conflitti-dinteresse/

(*) Mario Saugo è membro della Commissione ambiente e salute dell’Ordine dei medici di Vicenza. Claudia Marcolungo è docente universitaria di Diritto dell’ambiente


UN FILM E UNA MAPPA

Il film «Chemical Bros» (del 2002) di Massimiliano Mazzotta documenta l’inquinamento della Fluorsid, in Sardegna e in Inghilterra, e quello da Pfas, in Veneto (ma anche Toscana, Lombardia, Trentino…) . Immagini e testimonianze, complicità e ricatti.

Una mappa dei luoghi contaminati da Pfas – detti anche «inquinanti eterni» – l’ha costruita Wired a partire dai dati del «Forever Pollution Proje», inchiesta guidata dalla testata francese Le Monde che ha permesso di individuare oltre 17mila siti contaminati da Pfas in tutta Europa: più di 1600 sono in Italia.

Tutto questo (e altro) in un dossier che la “bottega” ha pubblicato qui: Chemical Bros – Massimiliano Mazzotta


TROVATE IN “BOTTEGA” MOLTI ALTRI ARTICOLI. Questi i più recenti: Toscana: PFAS nei corsi d’acqua, PFAS: questa lotta ci riguarda, L’inizio della fine dei PFAS, Mamme NoPfas contro MITENI, I Pfas sono tossici. Ma restano nell’acqua potable, Pfas: lunga storia di connivenze


da qui

lunedì 4 novembre 2024

Tira brutta aria ad Alessandria, non solo in atmosfera.

L’Arpa Piemonte ha reso pubblici i dati giugno-luglio (clicca qui) dell’inquinamento dei Pfas nell’atmosfera di Alessandria, completando ormai il quadro annuale di questi  tossici e cancerogeni che permeano polmoni, cibi, acque, suoli, acquedotti di Spinetta Marengo, Comuni di Alessandria (pozzi chiusi), Montecastello (acquedotto chiuso) e altri della Provincia.

 

La relazione ARPA denuncia, assieme al vecchio PFOA già vietato nel mondo, e al “nuovo” C6O4 malgrado il reparto fosse chiuso in quei mesi, la presenza del “nuovo” pfas ADV, ora denominato MFS, con concentrazioni più sensibili nel sobborgo di Spinetta. Quasi fosse una scoperta!! Mentre invece la nostra associazione ne denunciò pubblicamente l’impiego -non autorizzato- fin dal 2009 con un esposto alla procura. La successiva graziata  autorizzazione AIA della Provincia  è addirittura scaduta nel 2023.  Nell’atmosfera alessandrina odierna, Solvay da 72 ciminiere spara in aria i pfas ADV, che si aggiungono ai C6O4, ai PFOA, nel cocktail  di altri 20 tossici e cancerogeni, che, tutti assieme motivano le tragiche indagini epidemiologiche (l’ultima nel 2019, clicca qui alcune tabelle). Tutto ciò: malgrado sia già intervenuta una sentenza della Cassazione e per responsabilità della sopravvenuta magistratura.

 

Brutta aria in politica.

Un gran daffare a nascondere la polvere (cancerogena) sotto i tappeti. Mentre Solvay si fa propaganda invitando frotte di studenti della provincia per ammirare le meraviglie dello stabilimento di Spinetta Marengo, a coprire le larghe spalle della multinazionale belga provvedono come sempre  le istituzioni locali: in questo frangente è presentata al ristretto  pubblico la “task force” del neo assessore alla sanità regionale Federico Riboldi. Tale denominazione bellica che in italiano è mitigabile  come “unità di pronto intervento”, fa abbastanza ridere perché, mentre Riboldi scopre l’acqua calda, il disastro ecosanitario di Alessandria è vecchio come il cucco, e nei recenti cinquant’anni i politici hanno fatto finta di affrontarlo sotto altri nomi: commissione consiliare, osservatorio ambientale, gruppo di studio, ecc. Tutte inconcludenti distrazioni ad uso dell’opinione pubblica. Con questa cosiddetta task force innanzitutto si punta a sviare l’attenzione sulla ventina di cancerogeni che Solvay spara in aria-acqua-suolo, limitandosi  solo alla punta dell’iceberg dei Pfas.

 

All’assessore Riboldi con l’elmetto di cartone in testa, Solvay Syensqo ha affidato il compito di prendere tempo-perdere tempo: diluire il più a lungo possibile i tempi degli esami del sangue di una ristretta popolazione, piuttosto che il monitoraggio di massa provinciale rivendicato e  negato da decenni (i cittadini gli esami se li sono fatti a proprie spese). E, con ciò, rinviare l’unica discussione, ovvero decisione, da fare oggi: su come chiudere, ORA le produzioni della Solvay di Spinetta Marengo e, POI, chiedere i risarcimenti per le Vittime in base ai monitoraggi ematici nel frattempo eseguiti: i cui risultati  inevitabilmente saranno oggetto di lunghissime valutazioni e discussioni in sede giudiziaria (senza  riconoscimenti per i tanti Gianni Spinolo sulle lapidi del cimitero di Spinetta).  

 

Il trucco di Solvay-Riboldi è infatti  rovesciare le priorità dei tempi: DOPO che i cittadini faranno da cavie di laboratorio, e ponderati i pro e i contro delle morti e delle malattie, e soppesati i rapporti causa-effetto, e i valori di soglia dei veleni compatibili nel sangue (perdio! ma solo zero è compatibile!), insomma dopo un milione di se e di ma, POI eventualmente, non necessariamente, iniziare la discussione sulla chiusura… secondo i tempi nazionali e internazionali prefissati da Solvay Syensqo. “Altrimenti” ha detto senza pudore Riboldi “si prendono decisioni di pancia”. Purtroppo alcuni attivisti ambientalisti si fanno pigliare nell’ingranaggio del trucco. Spontaneamente approva l’irresponsabile sindaco di Alessandria (vedi Adriano Di Saverio).

 

Affinchè tutto resti saldamente nelle mani di Solvay-Riboldi-Regione, la cosiddetta  task force è stata articolata in “commissione tecnica” e “commissione scientifica”, cioè polverizzata  in una pletora ininfluente di fedeli  funzionari provinciali e regionali, nonché di eterogenei dirigenti sanitari per successive diagnosi e terapie a lungo termine. Il fine evidente è annegare ancora una volta in un mare di informazioni tecniche,  come non bastassero tutti i dati ambientali e sanitari pur usciti dai mafiosi Arpa e Asl, e nove indagini epidemiologiche nella Fraschetta, a tacere i referti delle Università di Liegi e Aquisgrana.  

 

In concreto, l’impegno “finanziario” consisterebbe  al momento in un annunciato camioncino attrezzato  che girerebbe a fare prelievi in un limitato  raggio di 3 chilometri attorno al polo chimico.  “Sui tempi di chiusura” precisa la Regione, “non si possono al momento indicare delle date, perché dipendono dai risultati dei primi campioni”. Lo sappiamo, campa cavallo per il resto della Provincia, del Comune di Alessandria, degli altri Comuni , come Montecastello dove è stato addirittura chiuso l’acquedotto.

 

E’ stato commentato: “Quello della cosiddetta ‘task force’ è solo l’ultimo di una lunga serie di capitoli che da anni si susseguono e che continuano a raccontare la presenza di un inquinamento, di responsabilità relative e di risposte il più delle volte flebile e lascive”. Ecco, “lascive” è il termine appropriato, con i suoi sinonimi: scandalose, indecenti, immorali, vergognose, disoneste, criminali…

 

Brutta aria in magistratura.

Ha fatto notizia, grazie al GUP di Alessandria, un esempio di come funziona la giustizia in Italia. L’episodio è relativo all’ordinanza in sede di udienza preliminare con la quale il giudice Andrea Perelli ha fatto fuori dal processo Solvay-bis i due più temibili avversari di Solvay: Greenpeace e ancor  più inverosimilmente  Lino Balza, da oltre 50 anni l’antagonista storico nel polo chimico di Spinetta Marengo. Clicca qui Solvay gongola. Con Greenpeace, Lino Balza escluso come parte civile. Cosa c’è dietro.  e qui 6 (+ 1) ragioni affinchè Lino Balza debba partecipare al processo per rinchiodare 39 prove che condannano Solvay e imputati.

 

Sono pervenuti tantissimi commenti di solidarietà e anche complimenti (immeritati ma che comunque tengono su il morale). Il primo, quasi in tempo reale, mi ha commosso:

Caro Lino non demordere. Ciao Lino,
leggo con orrore della tua esclusione dal processo. Ma non mi
meraviglio, con una magistratura serva ancora una volta dei potenti.
Sembra di essere tornati indietro agli anni ’70. Non demoralizzarti,
troverai il modo di farti accettare come parte lesa. Tu sei un giusto, e
i giusti non vengono mai abbandonati da Dio. Pregheremo per te.  Oggi ti
bonifico 10 Euro a sostegno della tua, della nostra battaglia. Un
abbraccio, e mi raccomando NON DEMORDERE !!!
Ciao! Giacomo.

 

Nello stesso tono, Enrico: “Ciao, Lino. Non ti deprimere e tieni duro, ti dico che provo solo nausea.” Maria Chiara: “Rendermi conto del livello cui è caduta almeno in parte la nostra magistratura mi ha inorridito e molto amareggiato”. Non altrettanto riproducibili, senza uso di eufemismi, sono altri commenti coloriti. In generale,  sono assai rari i commentatori rimasti sorpresi. Anzi, un dotto mi definisce vittima ancora di “fumus persecutionis”.

 

Chi usa il sarcasmo: “Pazzesco. E poi dicono che i giudici sono tutti comunisti…!” Chi raccomanda che “Certe sedi di tribunale sarebbe una fortuna scansare”. E fa il nome di Alessandria come “porto delle nebbie”. In effetti, per tutte le rappresaglie subìte mi sono sempre rivolto (vincendo) ai tribunali di Milano. Per questo processo Solvay bis non posso che tentare in sede di dibattimento in assise di rientrare dalla porta dopo che il GUP mi ha scaraventato dalla finestra. Certo, non piacerebbe nè a Solvay nè  alla Procura il mio contributo all’accertamento di responsabilità e verità.

 

Luigi Maconi fa riferimento al “comma 2 dell’articolo 1 dei 12 PRINCIPI FONDAMENTALI della COSTITUZIONE: La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” per ritenere che “questo principio , letti anche i tuoi precedenti rispetto al processo Solvay, a me pare ampiamente violato dal GUP di Alessandria”.

 

Il termine “giustizia di classe” magari non viene da tutti i commentatori pronunciato ma la sostanza della loro valutazione è di una giustizia costruita su leggi che sono state fatte su misura dalle classi dei potenti, magari proprio da quegli impuniti che giornalmente  attaccano quella magistratura invece implacabile con i più deboli, spesso poveracci indifesi, che non tutela le Vittime: come  avviene per  delitti contro l’ambiente e la salute (come ho documentato nei tre volumi  di “Ambiente Delitto Perfetto”, disponibili a chi ne fa richiesta). Da aggiungere al libro ci vengono segnalati significativi esempi da Vito Totire, Luigi Maconi, Enrico Martini.

 

 A tutti quelli che mi hanno chiesto “Che fare?”, ho risposto: tutti assieme,  possiamo denunciare in tutte le sedi questa giustizia italiana che non tutela le Vittime e salva gli inquinatori.

 

Il miracolo di S. Baudolino, santo protettore dei Pfas.

lI laboratorio “Medica” di Zurigo ha analizzato il sangue di 35 persone provenienti da 18 cantoni svizzeri alla ricerca di PFAS (PFOA e PFOS) persistenti “forever chemicals”  nell’ambiente malgrado siano vietati dal 2021.  Tutti i partecipanti allo studio, dai bambini di sette anni alle donne di 89 anni, hanno queste sostanze cancerogene nel sangue. I livelli di Pfas di 29 partecipanti sono  così alti che, secondo l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM), insorge “Una necessità acuta d’intervento,  in particolare  per le donne, soprattutto in età fertile (danni al feto), e per i bambini  che porteranno danni irreversibili tutta la vita. Infatti sono le mamme svizzere le più disperate.

 

Disperate  come lo sono le “Mamme No Pfas” del Veneto, con i figli avvelenati dalla Miteni di Trissino, alle quali è toccato il tragico “merito” di essere state protagoniste a portare alla ribalta in Italia il dramma dei Pfas: da risolvere con una legge di  messa al bando.

 

L’assassinio dei bambini a mezzo dei Pfas è uno scandalo che non preoccupa Alessandria. Qui non ci sono bambini con i Pfas nel sangue. Eppure qui la Solvay di Spinetta Marengo, unico produttore nazionale, spara Pfas in aria acqua suolo! Miracolo! Miracolo del patrono San Baudolino? Oppre semplicemente il fenomeno non è sovrannaturale bensì merito di ometti che coprono la carica di sindaci e assessori: che hanno sempre impedito analisi di massa del sangue dei bambini.  

 

Questo miracolo va però condiviso con i magistrati. La mia associazione, già nel primo (anno 2009) dei 20 esposti depositati alle Procure di Alessandria pubblicamente chiedeva -documentando i Pfas nel sangue dei lavoratori Solvay- di intervenire in fabbrica e indagando con monitoraggi ematici  la salute nella cittadinanza tutta. Non solo, scandalo nello scandalo, denunciammo su su fino al ministro della sanità che i Pfas erano trasmessi nelle sacche dei donatori di sangue.

 

Berrino: “Dobbiamo difenderci”. Sì, ma anche la magistratura ci volta le spalle.

Giulio Alfredo Maccacaro, medico, biologo e partigiano, è stato il padre della biometria italiana, maestro nell’analisi del processo d’insorgenza delle patologie e del loro sviluppo con particolare attenzione alle loro cause: ambientali e lavorative. Maccacaro  fu uno scienziato che visse in modo completo la sua professione di studioso e ricercatore con il suo impegno sociale: sempre dalla parte dei lavoratori e dei movimenti che verso il ’68 si andavano organizzando nelle fabbriche e nei territori.

 Perciò la nostra Associazione si ispira ai suoi insegnamenti al punto da assumermene il nome: “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”. Abbiamo avuto la fortuna di frequentare membri prestigiosi del Comitato di redazione di “Sapere”, rivista di cui era direttore, nel cui collettivo ricordiamo Luigi Mara, Laura Balbo, Sergio Bologna, Marcello Cini, Giorgio Negri, Vladimiro Scatturin, Benedetto Terracini, e fra i collaboratori: Angelo Baracca, Franco Basaglia, Virginio Bettini, Giorgio Bignami, Luigi Cancrini, Franca Ongaro, Ettore Tibaldi, Enzo Tiezzi eccetera.

 

A quella esperienza storica (da parte nostra aggiungiamo il nome di Giorgio Nebbia) che chiamò a costruire l’ambientalismo scientifico di massa  -efficace ad esercitare critica a disuguaglianze ed iniquità sociali e a progettare cambiamento, nei luoghi di lavoro e nei territori-, ha fatto riferimento Franco Berrino direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano al  convegno nazionale “Curare è prendersi cura. Impatto ambientale e rischio sanitario”, promosso dall’ “Associazione italiana contro le leucemie, i linfomi e il mieloma, AIL”.

 

“Siamo circondati da una grande quantità di veleni. Dobbiamo difenderci” ha esclamato con forza l’epidemiologo  “difenderci dai veleni della plastica, che è trattata con pfas, ftalati e il bisfenolo (Bpa), sostanze che interferiscono con gli ormoni e alterano il nostro sistema riproduttivo, causa di impotenza e sterilità”. Fossimo stati presenti per intervenire al convegno, non avremmo potuto non polemizzare con le istituzioni, comprese la magistratura. Avremmo ricordato che, dei nostri  20 esposti depositati alle procure di Alessandria, quello del 17 novembre 2020 (all’attuale procuratore Cieri) fra l’altro invano denunciò -documentando- che nel cocktail con i Pfas c’è anche un altro micidiale interferente endocrino: il bisfenolo, che Arpa  dichiarava sconosciuto.  

 

Edison coimputata con Solvay?

Gli avvocati della Solvay, forse la stessa Procura di Alessandria, si stanno interrogando alla luce della  recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, scaturita da una “questione pregiudiziale” posta dalla Cassazione nel corso della vicenda  processuale SNIA Caffaro.

 

Per questa sentenza della Corte europea, secondo principio europeo, l’azienda responsabile dell’inquinamento deve pagare, indipendentemente da quanto tempo è passato dalle attività che hanno provocato il danno ambientale.

 

L’interpretazione giuridica, dunque,   potrà essere seguita in procedimenti su casi analoghi. Nella fattispecie del processo (il secondo) in Corte di Assise di Alessandria, attualmente al vaglio del GUP, ci si chiede se, oltre alla Solvay, per il risarcimento dei danni ambientali e sanitari debba essere chiamata anche Edison, la quale nel primo processo era appunto  stata co-imputata.

 

Cancerogeni nel pescato di Calabria e Toscana. E in Liguria?

Una contaminazione di Pfas fuori controllo che espone a rischio migliaia di consumatori. Greenpeace  ha consultato i dati delle Agenzie regionali per la protezione ambientale ARPAT e ARPACAL, e ha ribadito: “Questi risultati confermano l’urgenza di vietare l’uso e la produzione dei Pfas, cioè di chiudere le produzioni di Solvay a Spinetta Marengo”.

 

Dalle analisi effettuate in Toscana tra il 2018 e il 2023, circa il 60% di pesci (principalmente cefali) e crostacei delle acque marino costiere del Santuario dei Cetacei è contaminato da Pfas (Pfos), sono emersi valori molto elevati: in un cefalo alla foce del fiume Bruna a Castiglione della Pescaia (Grosseto) è stata trovata la concentrazione record di 14,7 microgrammi per chilo; 5,99 e 5,65 microgrammi per chilogrammo lungo la costa pisana, alle foci dell’Arno e del Fiume Morto.  

 

In Calabria, le indagini dell’Arpacal tra 2021 e 2023 evidenziano notevoli livelli di inquinamento da Pfas (oltre  3 microgrammi per chilogrammo)  in triglie, naselli e cicale di mare prelevati lungo la costa ionica e tirrenica.

 

Se analoghe indagini fossero eseguite in Liguria: ci sarebbe una rivolta di pescatori e ristoratori. Marco Bucci da candidato non le aveva promesse (al pari di tutte le forze politiche) e come neo presidente non le promuoverà (senza proteste delle altre forze politiche e sociali). In Liguria, d’altronde, per i Pfas neanche si effettuano analisi del sangue alla popolazione, anzi il reparto di Endocrinologia dell’Ospedale San Martino di Genova omette di accogliere le richieste di malati di tumore… perché Toti non le finanziava. Chissà ora Bucci, la cui moglie però afferma:  “Con Toti erano pappa e ciccia”.   

 

Fiumi veneti bocciati da Legambiente.

Fiumi veneti sotto la lente di Legambiente, che come ogni anno ha dato vita alla campagna di monitoraggio Operazione fiumi. Nell’edizione 2024 la novità sono i Pfas. Preoccupante  incremento dei valori di Pfoa e Pfos allo scarico sul Fratta Gorzone, a Cologna Veneta (Verona). Così anche a Padova come a Vicenza per lo stato del Bacchiglione e del canale Piovego. Per il Sile superamenti della media annua di Pfos presumibilmente derivante dallo scarico di depuratore e dalle attività aeroportuali.

 

Il contesto è che tra le province di Vicenza, Verona e Padova c’è uno dei più gravi casi di contaminazione di questi “inquinanti eterni” dell’intero continente europeo: per un avvelenamento della Miteni di Trissino  che interessa oltre 180 km quadrati e 350mila persone che stanno subendo da anni l’emergenza sanitaria.

 

A sua volta, Greenpeace, con la campagna "Acque senza veleni", in 220 tappe sta monitorando i Pfas nelle acque potabili delle città italiane. Le quali   in gran parte omettono i controlli fra le maglie sbrindellate della regolamentazione nazionale. La stessa Direttiva europea  partirà già vecchia nel 2026 con limiti ormai superati dagli studi scientifici internazionali, tant’è che molte nazioni (ma non l’Italia!) hanno già introdotto soglie  più cautelative per la salute umana, in considerazione dell’aumento delle patologie cancerogene generate da questi interferenti endocrini:  danni alla tiroide, al fegato, problemi alla fertilità, incremento dei livelli di acidi grassi nel nostro corpo, diabete gestazionale ecc.

 

Alla messa al bando dei Pfas (in parlamento giace da anni il Disegno di Legge Crucioli) si oppone la potente lobby capitanata da Solvay, unico produttore nazionale, che fa quadrato attorno a queste produzioni dai lauti profitti, pur consapevole  che per la totalità del settore industriale in cui vengono impiegati i PFAS, esistono le alternative più sicure.

 

Pfas nelle acque potabili di tutto il mondo, e nei pesci dei mari.

Il primo studio riguarda le acque potabili, sia del rubinetto che in bottiglia, naturali o gassate, ed è stato condotto da un team sino-inglese, composto da ricercatori delle università di Birmingham, nel Regno Unito e di Shenzhen, in Cina, che hanno poi pubblicato i risultati su ACS Environmental Science &Technology – Water. Gli autori hanno analizzato campioni provenienti da 15 Paesi, 41 acquedotti inglesi e 14 cinesi, e 112 campioni di bottiglie di acque minerali in vetro e in plastica, naturale (89) o gassata (23), di 87 marchi.

 

Ebbene, i Pfas sono presenti con percentuali da al 63% al 99%. Con concentrazione in media da 9,2 nanogrammi per litro (ng/l) a  2,7 ng/l.

Nel secondo studio, pubblicato su ACS Environmental Science & Technology, invece, i ricercatori della facoltà di ingegneria dell’Università di Harvard (Boston) hanno voluto controllare i pesci che vivevano ad alcuni chilometri da una base militare di  Cape Code, dove  impiegano  grandi quantità di schiume e altre sostanze antincendio con Pfas. Hanno così scoperto che, pur diminuendo con la distanza, i PFAS sono presenti nel 90% dei  pesci in concentrazioni superiori ai limiti anche quando questi vivono a otto chilometri di distanza, unitamente a  composti di vario tipo usati nell’industria farmaceutica e in agricoltura.

 

È possibile trovare cosmetici senza Pfas?

Il giornale francese Vert, dopo gli allarmanti studi scientifici, ha condotto una ricerca sui principali rivenditori di prodotti di bellezza e ha trovato più di un centinaio di articoli venduti online che menzionano almeno un Pfas, compreso PFOA,  nella loro composizione. Creme anti età L’Oréal della linea Revitalift: creme giorno notte idratante con SPF30 e il siero idratante levigante con proprietà antirughe, la matita per gli occhi Yves Saint-Laurent Beauty, creme idratanti di Biotherm, rossetto L’Absolu Rouge Drama Matte di Lancôme,  fard Blush Subtil di Lancôme, crema solare Fluide Minéral Teinté SPF 50+ di Avène, ombretti e trucchi del marchio italiano low cost Kiko Cosmetics come una palette di trucco per sopracciglia e una maschera purificante, eccetera.

 

Le aziende (e le donne) adorano i cosmetici con Pfas per la loro resistenza straordinaria e la capacità di idrorepellenza: le donne inconsapevoli  mentre le aziende sapendo che la letteratura scientifica ha evidenziato i rischi di tumori, malattie della tiroide o problemi di fertilità anche nell’uso dei cosmetici, in quanto i Pfas  possono essere assorbiti anche dalla pelle e arrivare nel sangue.

 

Lo conferma anche un recente studio dell’ Università di Birmingham pubblicato sulla rivista Environment International.  

I pericoli maggiori sono per i bambini e le adolescenti perché i Pfas agiscono come interferenti endocrini, che possono alterare il sistema ormonale. I nomi più noti:  gli ombretti di Natasha Denona, il mascara M.A.C, la matita Charlotte Tilbury e il siero Laneige.  

È possibile evitare cosmetici con Pfas? Sì, controllando  l’elenco degli ingredienti, INCI, che è obbligatorio secondo le normative europee, o affidarsi ai marchi certificati bio, come Cosmébio, Ecolabel europeo ed Ecocert, che contengono oli vegetali: sostituiscono i Pfas rendendo i cosmetici resistenti all’acqua e con un effetto levigante.

 

Quarta puntata. Tutta la storia di Spinetta raccontata in video da Lino Balza. Un inferno dantesco 

Quinta puntata. Tutta la storia di Spinetta raccontata in video da Lino Balza. I sopravvissuti.