lunedì 19 ottobre 2026

Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Fàula? - Omar Onnis

 

Antonio Gramsci credeva molto nel sapere come strumento di crescita personale e di emancipazione collettiva. Il suo celebre invito a istruirci, rivolto ovviamente prima di tutto alle persone giovani, ma non solo, risuona di tanto in tanto negli slogan delle manifestazioni studentesche. Insieme a un altro motto, tratto da un graffito murario (non so se reale o ricostruito), che recita: “fotti il sistema… studia!”.

In questi giorni di vivaci proteste studentesche in Francia, che sembra comincino a riverberarsi anche nell’anestetizzato spazio pubblico italiano (e sardo), è doveroso tornare a rifletterci su. Specialmente in un luogo come la Sardegna, margine coloniale di uno stato scalcinato ma arrogante come l’Italia.

Sono gli stessi giorni in cui il ministro della Difesa Crosetto ci informa che le esercitazioni militari nella nostra isola “sono necessarie”, dunque dobbiamo ingoiare il rospo e rendere questo servigio alla Patria. Ma sono anche gli stessi giorni in cui l’amministrazione regionale con a capo Alessandra Todde deve difendersi da diversi scricchiolii interni e dal montante scandalo detto giornalisticamente “poltronificio”, ossia la straripante pletora di consulenti esterni della Presidenza e dell’intera Giunta regionale, lautamente retribuiti, ma con risultati concreti a dir poco evanescenti. Ciò non ha impedito all’assessora alla cultura, Ilaria Portas, di celebrare un suo occasionale incontro con un noto conduttore televisivo italiano con tanto di selfie sui social.

Chiamo in causa l’assessora Portas proprio in quanto titolare della competenza regionale sulla scuola. Un comparto che nell’isola è da tempo sottoposto a uno stress sistematico, quanto a infrastrutture e a risultati negativi del corpo discente. Quest’ultimo, nelle rilevazioni a carattere statale, risulta da molti anni agli ultimi posti nelle classifiche di rendimento e ai primi in quelle di dispersione e abbandono.

La scuola sarda, in tutte le sue componenti, avrebbe moltissimi motivi per manifestare disagio e persino, direi, franca ribellione a un sistema che da decenni debilita scientemente l’istituzione scolastica pubblica, con conseguente lesione di un diritto pure formalmente garantito dalla costituzione “più bella del mondo”. Diritto che ha implicazioni evidenti nella qualità della vita delle persone e nell’esercizio di altri diritti civili.

In Sardegna questa deriva ha un peso ancora maggiore. L’invito gramsciano a istruirci trova un suo limite oggettivo nel fatto che la scuola sarda non è propriamente sarda, ma è una scuola del tutto dipendente dal Ministero competente a Roma. Una condizione di sudditanza e subalternità che ha risvolti sia nelle scelte concrete (vedi la drammatica questione del dimensionamento scolastico), sia nelle forme e nei contenuti dell’insegnamento impartito alle giovani generazioni sarde. 

Si dirà: è inevitabile, la competenza sull’istruzione è dello Stato. Be’, sì e no. Intanto esiste un margine statutario, pur nella nostra debolissima autonomia, che consentirebbe un intervento legislativo regionale in materia. Tale potestà è sempre stata elusa dalla nostra politica. Ma poi, come dimostrano altre realtà locali molto più forti dal punto di vista della negoziazione con lo Stato centrale, sarebbe anche possibile ridiscutere i termini dalla questione e pretendere competenze maggiori. 

La Sardegna non solo ha sue precise caratteristiche geografiche e orografiche che dovrebbero invitare a riconsiderare il problema infrastrutturale sotto un’ottica completamente diversa, situata, ma ha anche una sua storia e un suo patrimonio culturale e linguistico che suggerirebbero di rivedere l’intera organizzazione dell’insegnamento alla luce di questi dati oggettivi. 

Sotto il primo aspetto, la forza di interposizione della politica sarda, anche di quella paracadutata a Roma, è minima. In una recentissima audizione in Commissione parlamentare della sindaca di Fonni nonché presidente di ANCI Sardegna Daniela Falconi è stata segnalata l’ingiusta declassificazione di 102 comuni sardi, non più considerati “montani”, dunque disagiati, nell’ultima normativa statale in materia. Falconi ne dà conto su FB, rimarcando l’interesse dimostrato dalla rappresentanza sarda nel Parlamento italiano (bontà loro; evidentemente fin qui non si erano accorti di nulla), ma argomentando le richieste dei comuni sardi in modo fallace. Fa infatti appello all’insularità, connettendola con la marginalità. Ma l’insularità della Sardegna è un problema solo perché la Sardegna è un’isola italiana, ossia dipendente da uno Stato lontano di cui rappresenta una periferia buona solo come “area di sacrificio”. La marginalità dei comuni è tale solo perché le decisioni che li riguardano sono prese molto lontano dal territorio su cui ricadono, secondo criteri completamente estranei alla realtà geografica, sociale e demografica locale. 

Quanto al secondo aspetto, va detto che le forme e i contenuti della didattica in Sardegna sono a loro volta una sorta di fattore esterno che cala dall’alto sulle nostre comunità, contribuendo all’alienazione delle persone rispetto ai propri luoghi, alla propria storia, alle proprie forme di relazione, alla lingua, alla comprensione dei fatti sociali e politici. Basti pensare che non è mai stata fatta valere la condizione di minoranza linguistica, pure riconosciuta da una legge statale, nemmeno nelle vertenze sindacali riguardanti i posti di ruolo nell’isola e la costrizione al trasferimento oltre mare di molte docenti sarde. 

Purtroppo, nel corpo docente sardo manca una consapevolezza diffusa e maggioritaria su questi aspetti. Come in generale l’intero ceto medio istruito sardo, la sua componente impiegata nell’insegnamento è largamente segnata da un distacco patologico dal contesto culturale di appartenenza. Con poche eccezioni. Non per mala fede o cattive intenzioni. È semplicemente il portato di una carriera scolastica e universitaria che allontana progressivamente la formazione personale dalla propria realtà. 

La scuola italiana in Sardegna ha molti tratti di una scuola coloniale. Uno strumento di indottrinamento, più che un mezzo di crescita culturale, dunque di libertà. Basta provare a immergersi in una realtà scolastica locale, magari di una comunità in cui prevale ancora l’uso quotidiano e “normale” della lingua sarda (o di un’altra lingua di Sardegna): la sensazione di straniamento è forte. Quello che scriveva Cicitu Masala della sua generazione, ossia che da bambini vispi e intelligenti che erano la scuola li trasformava presto in individui tristi e instupiditi, non ha mai smesso di essere vero, pur con tutti i cambiamenti intercorsi in questi decenni. 

I risultati disastrosi del corpo studentesco sardo, alla fine del ciclo scolastico ordinario, non sono causati da carenze intellettive congenite e diffuse, ma da un insieme di fattori alienanti ed escludenti che alla politica italiana non interessa affatto risolvere e che la politica sarda non ha il coraggio, la consapevolezza e probabilmente nemmeno la voglia di affrontare.

È un bel paradosso che l’incitamento di un grande sardo come Nino Gramsci proprio nella sua terra suoni come una fàula, una bugia. Gli sarebbe dispiaciuto. Ma, da par suo, non si sarebbe limitato alla delusione. L’ottimismo della volontà, come diceva lui, andrebbe esercitato proprio in questi casi. Aspettarselo dall’attuale giunta regionale è illusorio, come lo sarebbe per qualsiasi altra compagine che emerga dall’oligarchia podataria che ha preso il potere nell’isola (e non intende mollarlo). Chissà se le giovani generazioni sarde, anche solo per spirito di emulazione, pur ridotte a una minoranza demografica, riusciranno a imporre il problema della scuola sarda a chi non se lo vuole porre. Sarebbe bello se la stessa compagine docente si schierasse una volta tanto in rottura con il potere costituito e spalleggiasse la gioventù in protesta. Non ho grandi aspettative in proposito (qui parla il pessimismo della ragione). Ma deve essere chiaro che la possibilità di salvare la Sardegna dal suo destino di colonia sottomessa, segnata dal crollo demografico e dall’impoverimento materiale, passa anche, e non in piccola misura, dalla scuola.

https://www.sindipendente.com/2026/10/08/istruitevi-perche-avremo-bisogno-di-tutta-la-nostra-intelligenza-faula/

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