Di fronte alle immagini dei turisti spagnoli che al Louvre hanno insultato
gli studenti per aver bloccato l’accesso al museo, o alle due turiste che,
sempre a Parigi, cercano il B&B in una piazza in cui divampano
violentissimi scontri, restiamo profondamente colpiti.
E non ci stupiamo che i video siano diventati virali insieme agli altri,
quello della ragazza che fa jogging lungo un boulevard nero e nebbioso o quello
della coppia che sorseggia il caffè come se la città attorno non stesse
letteralmente bruciando in preda alla guerriglia urbana.
Ci colpiscono intensamente perchè ci mostrano senza veli gli esiti cui il
neoliberismo inevitabilmente approda attraverso una calcolata atomizzazione
sociale e una sistematica depoliticizzazione della società, facendo si che, non
senza stridore, nello stesso spazio fisico si posizionino, come mondi
paralleli, segmenti sociali politicamente inconciliabili.
Queste immagini in realtà sono una metafora potentissima in cui si condensa
la frattura sociale profonda e strutturale che il neoliberismo produce,
costituendosi come dispositivo di polarizzazione economica e frammentazione
sociale che, concentrando i capitali nelle mani di pochi - sempre più pochi -
progressivamente impoverisce la classe media e crea marginalità sociali.
Senza ombra di dubbio possiamo dire che i protagonisti dei reel sono degli
idioti.
Non perché si sia testato il loro Qi, ma “idioti” ( ?δι?της ) nel senso
greco del termine, nell'accezione in cui Pericle recita, come riporta Tucidide,
nella Atene del 431 a.c. nell’epitaffio in onore ai caduti alla fine del primo
anno della guerra del Peloponneso: “Un cittadino che non si interessa dello
Stato non lo consideriamo pacifico, ma inutile”.
Ricordiamo che nell’antica Grecia chi non prendeva parte alle riunioni
dell’ Ecclesia era esposto al pubblico ludibrio, essendo considerata un’onta
non interessarsi alla cosa pubblica. Per convogliare i cittadini nell’area
dell’ Ecclesia il giorno del voto si usava cingere la piazza dell’ Agorà
con una corda intrisa di color rosso che avrebbe marchiato le vesti dei
ritardatari.
Oggi i turisti sono guidati da aspettative costruite sulla base
dell’omologazione e di luoghi comuni che hanno ridotto ogni nostra città a
cartolina, semplice sfondo di un post sui social. Aspettative che fanno si che
la città reale, in cui la rivolta divampa in tutta la sua violenza, resti solo
uno sfondo sfocato che interferisce con il loro tour, nonché banale luogo
comune da ricalcare ancora una volta, ma forte abbastanza da prevalere sulla realtà.
Quasi che la Parigi disneyficata, in una percezione aberrante, riesca ad avere
la meglio sulle fiamme, il fumo delle molotov, i lacrimogeni e la violenza.
Ma se sulla dimensione sociale della rivolta riesce a prevalere con tutta
la sua forza l’ottusità del privato, ci troviamo irrimediabilmente in una
società abitata da idioti. Ricordiamoci sempre che il neoliberismo prima che
una dottrina economica è un progetto di vita sociale.
Di una città della quale neghiamo la sua dimensione sociale, politica , restano
solo le pietre e individui che vivono come
“idiotes”: privati cittadini che non partecipano in alcun modo alla vita
pubblica e politica della comunità, sono disinteressati, “non pacifici” ma
idioti.
E mentre le turiste guardano gli smartphone, così come gli altri due che
seduti a un tavolino sorseggiano caffè e fumano, viene a galla una mostruosa
disconnessione. Avulsi in un’ottusa ‘bolla turistica’ che riduce la città reale
a puro sfondo e declassa la rivolta a imprevisto logistico che può rovinare la
vacanza, la rivolta urbana, il malessere sociale è ridotto e ricondotto a mero
rumore di fondo.
In realtà la scena comunica un fortissimo tema di classe:
da un lato “i reietti della città” come li chiama Loïc Wacquant, espulsi
dalle città-vetrina che vorrebbero definitivamente sganciarsi dalla
materialità di un conflitto di classe sempre più bruciante, per imporre la
presenza e il dominio di élite, speculatori e consumatori globali che la città
la attraversano consumandola come fosse un prodotto tra gli altri.
Se però le città vengono epurate e depurate della propria memoria, elemento
opaco e spurio di cui son composti i mattoni della storia, a favore delle città
vetrina, astoriche e acritiche, il conflitto di classe viene declassato a
fastidiosa interferenza di fondo, un contrattempo fastidioso. Tuttavia laddove
il cittadino è sostituito da turisti e consumatori facoltosi, la materialità
ritorna sempre come rimosso, attraverso i conflitti urbani.
L’espulsione dalla città del suo proletariato, respinto nelle periferie
attraverso un atto di violenza fortissima che prende il nome di
gentrificazione, genera movimenti di resistenza e di classe, spostando l’asse
del conflitto dalle fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, alla città.
E noi dobbiamo prenderne atto per non rischiare di diventare degli idioti.
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