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venerdì 2 aprile 2021

Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano - Stefano Liberti

 

Il bambino ha l’aria concentrata. Vestito con una tuta lacera, le mani protette da un paio di guanti, scava un foro nel terreno. Ci infila la piantina. Copre il foro. Si sposta di circa 30 centimetri e ripete la stessa operazione. Dice di avere dodici anni, ma ne dimostra anche meno. Intorno a lui, un’altra ventina di persone, donne, uomini, qualche altro ragazzo più grande. Tutti fanno gli stessi gesti, veloci e ripetitivi: afferrano le minuscole piante da cassette di plastica e le collocano a terra, a una distanza fissa l’una dall’altra. Finita una cassa, ne attaccano un’altra. E poi un’altra ancora, seguendo le linee dell’aratura.

Seduto su una panca di legno ai bordi del campo, il proprietario li osserva pigramente, mentre un caposquadra annota su un taccuino lo spazio che ha coperto ognuno di loro. La sera li pagherà in contanti, a cottimo: 0,17 yuan (2 centesimi di euro) al metro. A fine giornata, i più svelti riusciranno a mettere in tasca una settantina di yuan, più o meno dieci euro.

Siamo nello Xinjiang, estremo ovest della Cina, a tremila chilometri da Pechino. Questa regione sconfinata, grande cinque volte e mezzo l’Italia, è tappezzata di terreni dove si coltiva uno degli ortaggi più consumati al mondo: il pomodoro. Una produzione destinata non al consumo interno, ma all’esportazione: i frutti delle piantine immesse nel terreno da questi braccianti a giornata di ogni età saranno trasbordati in una fabbrica, per essere lavorati e mandati in giro per il pianeta sotto forma di triplo concentrato. Dopo opportuna rilavorazione, finiranno nel ketchup della Heinz, nei barattoli che si vendono a due soldi nei mercati africani. O in concentrati e sughi pronti prodotti da marchi italiani.

Perché il principale importatore di questo prodotto è proprio il nostro paese: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, sono arrivati in Italia 92mila tonnellate di triplo concentrato made in China. Una cifra che segna un aumento del 40 per cento rispetto all’anno precedente.

Intere famiglie nei campi
Le piantine nascono in serra e quando le temperature diventano più miti, tra aprile e maggio, vengono trapiantate per crescere in campo aperto. Questa è precisamente l’operazione che sta compiendo la squadra di braccianti di cui fa parte il bambino con la tuta lacera.

Nel giro di un paio di mesi, tra luglio e settembre, i frutti matureranno e saranno raccolti da altre squadre molto più numerose. Per l’occasione si riverseranno nello Xinjiang migliaia di migranti da altre zone della Cina: intere famiglie con prole al seguito, tutti insieme a lavorare nei campi. Il proprietario del campo, che dice di chiamarsi semplicemente signor Li, conferma: “Bisogna raccogliere velocemente, prima che il pomodoro marcisca. I bambini sono particolarmente adatti a questo lavoro: grazie alle loro mani piccole sono più svelti”.

Centinaia di camion assicureranno poi il trasbordo dai campi alle fabbriche, dove i pomodori saranno trasformati e spediti in treno al porto di Tianjin, vicino a Pechino, luogo di raccolta in attesa dell’esportazione. Da qui navi cargo attraverseranno gli oceani e porteranno il prodotto in giro per il pianeta. Molte di queste sbarcheranno al porto di Salerno, dove il concentrato in fusti di legno da 1,3 tonnellate sarà raccolto dalle ditte trasformatrici e diluito in doppio concentrato, oppure usato per altri prodotti derivati.

Come mai l’Italia, che è il primo produttore di pomodoro da industria dell’Unione europea e il secondo nel mondo dopo gli Stati Uniti, importa simili quantitativi dall’estremo oriente? E soprattutto, dove finisce questo mare di concentrato prodotto all’altro capo del mondo?

“Il pomodoro che importiamo dalla Cina non è immesso nel mercato nazionale. È utilizzato per lo più come materia prima in regime di temporanea importazione da parte di aziende che lo ritrasformano e lo riesportano al di fuori dell’Unione europea”, sottolinea il direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav) Giovanni De Angelis. La procedura prevede che una merce proveniente da un paese extracomunitario sia rilavorata in Italia (o in un altro paese europeo), per poi essere esportata verso un paese terzo. Per questo l’industria che fa la rilavorazione è esentata dal pagamento dei dazi doganali.

L’allarme di Coldiretti
Nel suo ufficio al centro direzionale di Napoli, nel cuore della regione che storicamente trasforma il pomodoro, De Angelis mostra le tabelle statistiche a suffragio delle sue affermazioni: “Esportiamo il concentrato in quantità due-tre volte maggiori rispetto a quello che importiamo”.

Il direttore è perentorio su questo punto e lo sottolinea più volte: “I nostri prodotti più commercializzati, i pelati e la passata, prendono origine da pomodoro italiano, nonostante l’allarmismo che è stato creato negli ultimi anni. La Cina in particolare produce solo la materia prima, che le nostre aziende trasformano mettendo il know-how e la capacità di gestire un procedimento industriale che non ha nulla a che vedere con quello utilizzato per produrre i beni di largo consumo sul mercato nazionale. Si tratta peraltro di un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice: parliamo di 145 milioni di euro su un’industria che fattura tre miliardi di euro, meno del 5 per cento del totale”.

“In termini quantitativi, non lo definirei propriamente marginale”, ribatte Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, l’organizzazione che più di ogni altra negli ultimi anni ha lanciato l’allarme sulle importazioni di concentrato cinese. “Se consideriamo che per fare un chilo di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, vediamo che l’anno scorso abbiamo importato dalla Cina e da altri paesi l’equivalente di circa un milione di tonnellate, una quantità equivalente a circa il 20 per cento della produzione nazionale”.

Origini non etichettate
Bazzana studia da anni i movimenti del concentrato cinese, registra le oscillazioni nelle importazioni e non si stanca di denunciare la mancanza di trasparenza dell’industria, che non indica sui prodotti la provenienza della materia prima. “Confezionando concentrato cinese in prodotti italiani si danneggia tutta la filiera, perché questi hanno standard di uso di fitofarmaci più bassi di quelli consentiti all’interno dell’Unione europea. Quando poi l’industria dice: ‘Non preoccupatevi, il concentrato cinese finisce in mercati esteri’, non mi pare mandi un messaggio felicissimo. Equivale a dire: manteniamo la qualità in casa, ma all’estero vendiamo prodotti scadenti. Un ottimo modo per distruggere la reputazione del made in Italy”.

Il concentrato “confezionato in Italia” ma prodotto da “pomodoro cinese” finisce quindi prevalentemente nei barattoli venduti in Africa, ma in parte anche nei sughi pronti e nel pomodoro da pizza smerciato in vari paesi europei (la Germania è il primo importatore di concentrato italiano, la Francia il terzo), e a volte nella passata (quella venduta in Italia deve essere fatta da pomodoro fresco, ma la legislazione ha validità solo nazionale).

Non tutto il pomodoro cinese entra infatti in regime di temporanea importazione: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, 14mila tonnellate sono entrate in via definitiva e sono rimaste all’interno dell’Unione europea. “Nulla mi vieta di pensare poi che una parte più consistente di quel prodotto sia utilizzata per tagliare altri sughi e derivati di pomodoro”, continua Bazzana. “Essendo il pomodoro riesportato sotto forma di doppio concentrato, ossia con un prodotto diverso, le tabelle di equivalenza permettono una certa elasticità”.

Che sia venduto all’interno del’Ue o nei mercati africani, l’origine del pomodoro non è mai indicata in etichetta, dove c’è l’obbligo di scrivere solo il paese dove il pomodoro è inscatolato. In pratica, denuncia la Coldiretti, quel pomodoro raccolto nello Xinjiang anche da bambini è venduto come italiano a milioni di consumatori in tutto il mondo. “Noi vendiamo un processo industriale”, ripete De Angelis. “Il triplo concentrato è un materiale grezzo, che la nostra industria trasforma grazie a competenze e tecnologie acquisite nel corso del tempo. È un procedimento che nell’agro-nocerino-sarnese, culla della trasformazione di pomodoro del sud Italia, si fa da più di un secolo”.

Dagli anni novanta a oggi
La storia del concentrato cinese è invece parecchio più recente. Fino agli anni novanta, nello Xinjiang non c’era l’ombra di un pomodoro. Poi sono arrivati proprio gli italiani che, per far fronte all’aumento dei costi e a una riduzione dei sussidi previsti dalla politica agricola comune (pac), hanno pensato di esternalizzare la produzione.

Con sé hanno portato due cose fondamentali: la tecnologia e il mercato per l’esportazione. E in pochi anni, il remoto Xinjiang è diventato la seconda regione produttrice al mondo di pomodoro da industria, subito dopo la California. Ma come mai la Cina, che già ha di per sé scarsità di terre per sfamare la sua popolazione, ha deciso di coltivare in scala massiccia un prodotto non destinato al mercato interno?

La risposta si trova nella particolarità dell’area in cui è stata impiantata la produzione. Lo Xinjiang è una regione complicata, scossa da tensioni sociali e da spinte separatiste. Gli abitanti autoctoni, gli uiguri di lingua turcofona e religione musulmana, ne rivendicano da anni l’indipendenza. I cinesi han, arrivati in massa grazie a un generoso programma di incentivi, controllano le leve politiche ed economiche, lasciando gli uiguri in una situazione di cittadini di serie b. Per stabilizzare l’area, fin dagli anni cinquanta Mao Zedong ha inviato nella regione un vero e proprio esercito di pionieri, reclutati in tutta la Cina, e li ha inquadrati in una specie di ente militare, lo Xinjiang shengchan jianshe bingtuan (Corpi di produzione e costruzione dello Xinjiang), più comunemente chiamato bingtuan (Corpi).

Incaricato di rappresentare i nuovi arrivati, ma anche di costruire nuove città e far fruttare le terre che gli erano state assegnate, il bingtuan nasce come filiazione del governo centrale e deve rispondere solo a questo. Formava – e ancora forma per certi versi – una società a parte all’interno dello Xinjiang, con le proprie scuole, le proprie città, le proprie terre.

La storia dello sviluppo del pomodoro in Cina è legata a doppio filo a quella del bingtuan. Nel corso degli anni, con la modifica delle priorità e degli obiettivi della Repubblica popolare, l’ente ha perduto la sua connotazione originaria di corporazione militar-rurale per assumere un ruolo più prettamente urbano, orientato ad attività industriali e commerciali.

Nel 1998, il bingtuan è diventato ufficialmente una corporation, una struttura privata, i cui obiettivi sono legati alla “apertura delle regioni occidentali” ufficializzata dal presidente Jiang Zemin l’anno successivo. È stata la progressiva trasformazione dei Corpi da gruppo militare con interessi agricoli a vera e propria industria orientata al profitto a fare da propulsore allo sviluppo dei “cash crop”, cioè prodotti destinati all’esportazione, come per l’appunto il pomodoro. Il grande balzo in avanti nella produzione dell’“oro rosso” è cominciato proprio in concomitanza con la trasformazione del bingtuan in impresa commerciale, alla fine degli anni novanta.

Sviluppo folgorante
In quegli anni è nata la Chalkis. Espressione dei Corpi, quest’azienda ha avuto uno sviluppo a dir poco folgorante: nel giro di pochi anni, ha decuplicato il suo fatturato, aprendo 23 fabbriche di trasformazione in Cina e acquisendo temporaneamente un importante gruppo estero, i francesi di Conserve de Provence-Le Cabanon. Chalkis è partita da un vantaggio non indifferente: in quanto legata al bingtuan, è proprietaria della terra in cui si coltiva il pomodoro e delle fabbriche in cui si produce il concentrato, foraggiate da sussidi statali e portate avanti da manodopera a basso costo, fra cui anche i bambini.

Vedendo il suo successo, altri si sono lanciati sul promettente settore. All’inizio degli anni 2000, una piccola azienda di nome Tunhe ha cominciato a svilupparsi in questo comparto, aprendo numerose fabbriche di trasformazione. Nel 2004, la Tunhe è stata acquisita dal conglomerato di stato cinese Cofco, il grande braccio commerciale e produttivo del governo di Pechino, che ha iniettato nell’azienda vagonate di soldi pubblici. Oggi, i due gruppi si dividono il mercato: insieme controllano complessivamente l’80 per cento della produzione cinese e il 15 per cento del commercio globale di concentrato. Gran parte dei derivati di pomodoro consumati in giro per il pianeta ha origine dalla materia prima proveniente da questi due gruppi: il braccio commerciale di un’azienda nata come una impresa paramilitare di colonizzazione e il principale conglomerato di stato in mano al governo cinese, che ha affari in tutto il mondo.

 “Il nostro mercato migliore è l’Italia”, esclama con un certo orgoglio Tian Jun nell’accogliermi in una specie di improvvisata sala conferenze nella sede centrale dell’azienda a Urumqi, capitale dello Xinjiang. “La collaborazione è antica, i rapporti ottimi. Vendiamo a gran parte dei principali gruppi. Poi, con l’aumento del cambio del dollaro, dal 2015 i nostri volumi di esportazione sono aumentati perché i nostri acquirenti preferiscono comprare da noi piuttosto che dai produttori statunitensi”.

Figlio della colonizzazione han della regione, questo responsabile commerciale di 39 anni sciorina le cifre del successo e prospetta ulteriori sviluppi. Con un entusiasmo debordante, mostra la ambizioni del gruppo, ben evidenziate dallo slogan usato nelle varie operazioni di marketing: “Chalkis will tomato the world!”. La grande inondazione di pomodoro del pianeta deve partire proprio da questa sede anonima nella capitale dello Xinjiang e dai campi coltivati in tutta la regione. Tian Jun indica chiaramente la strategia per il futuro: “Il nostro primo mercato di riferimento è l’Italia. Ma, negli ultimi anni, abbiamo diversificato. Da un po’ di tempo forniamo ditte cinesi che vendono direttamente nel mercato africano”.

Tian riassume bene con le sue parole l’evoluzione degli ultimi anni. Nata alla fine degli anni novanta, la collaborazione tra i cinesi e gli italiani era basata su uno scambio: gli italiani fornivano ai cinesi la tecnologia e gli impianti e questi li ripagavano in concentrato, che poi gli italiani ritrasformavano e vendevano sui loro mercati di riferimento.

Ma pian piano, i cinesi si sono affinati e hanno trasformato l’idea apparentemente geniale di delocalizzare la produzione in Cina in una specie di mostro di Frankenstein sfuggito di mano ai suoi creatori: perché invece di rifornire in modo esclusivo i loro ex mentori italiani, i produttori cinesi hanno cominciato a fargli concorrenza. E, nell’impossibilità di competere con ditte sostenute dallo stato che usano manodopera anche minorile a prezzi stracciati, questi hanno perso consistenti quote di mercato.

La memoria storica del concentrato
“Ormai non c’è più partita. I cinesi ci stanno buttando fuori”. Angelo D’Alessio è una sorta di memoria storica del concentrato italiano.

La sua ditta di famiglia è nel settore da più di un secolo e, con il nome di Centro di esportazioni concentrato (Cec), a partire dagli anni cinquanta si è specializzata nel doppio concentrato destinato ai mercati africani. Nel suo ufficio a Nocera Superiore, in provincia di Salerno, ricorda quando il concentrato non si importava dall’estero ma si produceva nel centro Italia. E, soprattutto, quando il business era saldamente in mano agli italiani. “Nessuno poteva competere con noi”. D’Alessio mostra con orgoglio i manifesti storici appesi alle pareti dei vari marchi che la sua ditta di famiglia ha esportato in tutto il mondo, dal concentrato “Sole d’Italia” ai pelati “la Chitarrella”, fino ai marchi “pupetta nera” e “faccetta nera” usati durante il ventennio fascista.

D’Alessio produce ancora una linea di concentrato completamente “certificato italiano” con materia prima proveniente dal nord Italia. “Ma è una nicchia per i più ricchi, che si vende a prezzi decisamente più alti”. Per il grosso della produzione, è costretto a importare i fusti di triplo concentrato da varie parti del mondo, dagli Stati Uniti, dalla Spagna. E in parte anche dalla Cina. “È l’unico modo per competere su quei mercati”. Paradossi della globalizzazione, D’Alessio si rifornisce – anche se, assicura, “al massimo per il 15 per cento” della materia – dai suoi stessi concorrenti, di cui dice peste e corna. “Fanno dumping perché le loro aziende sono sovvenzionate e perché usano manodopera a costo zero. Poi, nei mercati africani, mandano merce scadente, con additivi di vario genere, che gli costa anche meno”.

Ricapitolando, l’industria del pomodoro concentrato italiano si trova nella necessità di dover importare concentrato da quello che è il suo principale concorrente sui mercati internazionali. Non potrebbe contrastarlo con un prodotto proprio, originale, fatto con materia prima italiana? “Si tratta di mercati poveri in cui già stiamo perdendo competitività. Con il concentrato prodotto ai costi italiani, usciremmo fuori dal mercato”, continua Giovanni De Angelis. Che ribadisce: “Se vogliamo alzare muri e impedire l’arrivo della materia prima cinese, facciamolo. Ma assumiamoci la responsabilità di distruggere un intero comparto e i posti di lavoro a esso collegati”.

“Noi non vogliamo alzare muri”, ribatte Lorenzo Bazzana di Coldiretti. “Vogliamo semplicemente un’etichettatura completa, che indichi la provenienza della materia prima e permetta al consumatore di fare scelte consapevoli”. Su questo punto gli industriali non sono in disaccordo. “Noi non abbiamo nulla in contrario a indicare la provenienza della materia prima”, aggiunge De Angelis. “Siamo per la trasparenza più completa”.

Ma poi verrà da chiedersi: quando sulla latta sarà scritto “pomodoro concentrato confezionato in Italia da materia prima cinese”, il consumatore africano non preferirà comprare un prodotto totalmente cinese, che costa pure meno? E i consumatori di pizza tedeschi, francesi o inglesi non avranno a loro volta qualcosa da ridire su un pomodoro che viene dalla Cina e che è stato raccolto da bambini di dodici anni pagati dieci euro al giorno?

da qui

sabato 27 giugno 2020

L’esperimento che può rendere più giusti i prezzi al supermercato - Stefano Liberti



Quando è stata lanciata in Francia, ha avuto un successo incredibile: più di quattordici milioni di clienti, 33 referenze di prodotti e la presenza fissa in gran parte dei supermercati. Parliamo della “marca del consumatore”, un brand promosso dal basso che negli ultimi tre anni e mezzo si è imposto sugli scaffali della maggioranza dei grandi esercizi commerciali francesi.
Senza pubblicità né campagne di marketing, se non il passaparola e un uso intelligente dei social network, le confezioni con la scritta “C’est qui le patron?” (Chi è il padrone?) hanno conquistato spazi di mercato mai visti prima. “Per il latte siamo diventati il marchio più venduto, dietro solo a quello di primo prezzo”, sottolinea Nicolas Chabanne, l’uomo che nel 2016 ha avuto l’intuizione che sta rivoluzionando le dinamiche di funzionamento della filiera agroalimentare e il modo stesso di fare la spesa. Un cambiamento che dalla Francia si sta diffondendo in diversi altri paesi, tra cui l’Italia: il 25 giugno le prime confezioni di pasta con la marca del consumatore arriveranno nei punti vendita Carrefour in tutto il paese.
L’idea è semplice e innovativa al tempo stesso: attraverso un questionario online, le persone indicano le modalità di produzione preferite per un determinato prodotto. Sono loro a stringere un patto con i produttori, a cui chiedono una certa qualità in cambio di un prezzo stabilito e bloccato per tre anni che li remunera il giusto, come indica in modo evidente la stessa confezione.

L’esperienza francese
Racconta Chabanne che l’idea gli è venuta nel pieno di una delle cicliche crisi del latte. In Francia il prezzo era bassissimo tanto che, strozzati dai debiti, diversi produttori 
si erano tolti la vita. Lui ha interpellato i consorzi e chiesto loro quale sarebbe stato il prezzo giusto a cui vendere il prodotto. “Nessuno aveva una risposta precisa. Allora ci siamo messi a sedere e abbiamo preso una calcolatrice”. Alla fine, sono riusciti a stabilire che con appena otto centesimi in più al litro, i produttori passavano dalla crisi più nera alla possibilità di garantirsi un reddito. “In media ogni francese consuma cinquanta litri di latte all’anno. Con il piccolo aumento avrebbe speso quattro euro in più all’anno. Abbiamo fatto questa scommessa, proponendo l’equazione ai consumatori: siete disposti a spendere otto centesimi in più per un prodotto che remunera il giusto i produttori?”. La scommessa è stata vinta: l’imprenditore si dava come obiettivo la vendita di cinque milioni di litri all’anno. Ne ha venduti 170 milioni in tre anni, con una crescita così rapida che non ha eguali nella storia recente dell’agroalimentare. Al latte sono seguite le uova, poi il burro, la pizza, la carne, il miele e decine di altri prodotti.
Chabanne, che si definisce “il rappresentante della grande famiglia dei consumatori”, non ama parlare di rivoluzione. “Mi sembra più che altro un’evoluzione, in cui i consumatori diventano parte attiva della filiera e non subiscono scelte fatte altrove, spesso a scapito della qualità e del benessere dei produttori”. Il cambiamento ha permesso di invertire in modo radicale una tendenza che negli ultimi anni si è imposta nella grande distribuzione organizzata: quella di comprimere sempre di più i margini degli altri attori della filiera, basando il proprio marketing soltanto su una politica di riduzione dei prezzi.
A questa dinamica, la marca del consumatore risponde con il coinvolgimento delle persone, rendendo trasparenti i meccanismi di produzione e anche la parte di prezzo che arriva al produttore. “Probabilmente il movimento ha funzionato perché chi acquista la marca del consumatore si sente di partecipare al bene comune”, sottolinea Chabanne. “Siamo partiti da un assunto semplice: nessuno vuole essere complice di un sistema che crei sofferenza, danneggi l’ambiente e impoverisca i territori”.
Tutti possono compilare i questionari online per i singoli prodotti. Per entrare a far parte in modo attivo del movimento di “C’est qui le patron?” è sufficiente versare un euro e diventare socio di una cooperativa che vota in modo democratico indirizzi futuri, interagisce con i produttori, stabilisce rapporti con i punti vendita. L’accordo iniziale con Carrefour, che ha creduto nel progetto, ha dato una spinta all’iniziativa: oggi i prodotti a marca del consumatore sono una presenza imprescindibile in tutti i principali supermercati francesi.

La pasta dal prezzo giusto
“Anche in Italia partiremo con Carrefour, con cui abbiamo avuto un’interlocuzione positiva”, racconta Enzo Di Rosa, fondatore del marchio italiano. “Abbiamo scelto come primo prodotto un simbolo del nostro paese: la pasta”. Spaghetti, penne rigate e fusilli a marca del consumatore compariranno a fine giugno sugli scaffali, con una confezione blu su cui sarà scritto: “Questo prodotto remunera il giusto prezzo i produttori di grano”. Le modalità di produzione sono state stabilite attraverso un questionario aperto, a cui hanno risposto alcune migliaia di consumatori.
Per questo primo esperimento, la stragrande maggioranza delle persone che hanno partecipato ha chiesto che l’origine fosse al 100 per cento italiana, grano duro da agricoltura sostenibile, mulino annesso al pastificio, trafilatura in bronzo e remunerazione per l’agricoltore di quattrocento euro a tonnellata. “È un valore più alto del 35 per cento rispetto a quello del mercato”, sottolinea Di Rosa. “A questo prezzo gli agricoltori potranno avere un guadagno e sperimentare produzioni sostenibili”. Con le caratteristiche decise dalla maggioranza di quanti hanno risposto al questionario, il prezzo di vendita della confezione da cinquecento grammi sarà di 1,07 euro. Un prezzo più alto rispetto a quello proposto dalla maggior parte delle marche, ma più basso rispetto a quello dei marchi che si sono imposti nella fascia più alta dei consumatori.
Sarà il gruppo veneto Sgambaro a produrre la pasta. “Quest’iniziativa è per me un laboratorio, con cui proveremo a sperimentare modalità più virtuose di funzionamento della filiera”, sottolinea Pierantonio Sgambaro, amministratore delegato dell’azienda. “Partiremo con quantità piccole, come una start-up, per capire se il mercato italiano è pronto”, dice questo imprenditore della pasta che già da trent’anni promuove politiche di filiera integrata, lavorando in sintonia con gli agricoltori e producendo pasta rigorosamente con grano duro di origine italiana. “Oggi venderla non è facile. C’è un’enorme concorrenza e una politica dei prezzi feroce. Se questo esperimento consentirà di cambiare rotta, sarà un grande passo in avanti”.
Alla pasta seguiranno a breve anche la passata di pomodoro, il latte e le uova. “Con il questionario, i consumatori diventano ‘consumattori’, cioè parte attiva della filiera. Aspirano ad assumere il controllo diretto di quello che hanno nel piatto, sostenendo direttamente i produttori agricoli”, dice Di Rosa. In un panorama in cui gli agricoltori sono spesso costretti a subire i prezzi imposti dalla distribuzione, l’alleanza con i consumatori può fare la differenza, tanto più che i margini di guadagno ci sono per tutti, anche per gli esercizi della grande distribuzione organizzata. “Siamo tutti d’accordo che la marca del consumatore non debba mai partecipare a iniziative promozionali o sconti. E questo va bene anche alla grande distribuzione, che avrà i suoi utili, come è giusto che sia”.
In un contesto di grande crisi, in cui il potere d’acquisto delle famiglie è destinato inevitabilmente a calare, riuscirà la marca del consumatore a sfondare da noi come è già successo in Francia? Di Rosa non ha dubbi. “In ogni paese dove è stata lanciata, ha registrato crescite straordinarie”. Oggi la marca del consumatore è presente a vari stadi di sviluppo in Spagna, nel Regno Unito, in Belgio, in Grecia, in Germania e fuori dall’Europa, negli Stati Uniti e in Marocco. “In Grecia, dove il latte è stato messo a scaffale alla fine di maggio, ne hanno venduto 30mila litri in due settimane. E questo dimostra che anche in contesti di crisi l’iniziativa funziona”.

venerdì 19 giugno 2020

allevamenti intensivi e covid-19

COVID-19 E (CO)FATTORI AMBIENTALI, SOCIALI E ALLEVAMENTI INTENSIVI - Gian Luca Garetti

(Riceviamo e rilanciamo da Gian Luca Garetti, Vice Presidente di Medicina Democratica – sezione di Firenze – per gentile concessione di https://www.perunaltracitta.org/2020/04/13/chi-e-cosa-aiuta-il-coronavirus/)

Cofattori del Sars-cov-2
Questa pandemia è come un terribile romanzo giallo, ambientato nel Capitalocene, in cui il colpevole è il coronavirus sars-cov-2, l’arma del delitto sono le mutazioni maligne delle famose proteine spike, che permettono al virus di agganciarsi alle cellule umane, di penetrarvi e poi di replicarsi e diffondersi. Le vittime sono i più anziani, quelli più in basso da un punto di vista socioeconomico, gli operatori sanitari. C’è poi una cupola di personaggi secondari, i cosiddetti cofattori, che in vario modo contribuiscono al delitto, cioè al diffondersi ed all’esacerbarsi della malattia. In questo articolo ci occuperemo in particolare delle interconnessioni, dei collegamenti trasversali che ci sono fra l’inquinamento atmosferico, la fame di proteine animali e questa pandemia.

Il cofattore inquinamento atmosferico
Precedentemente abbiamo commentato alcuni studi scientifici che parlano dell’inquinamento atmosferico come cofattore di Covid-19, sia a livello di diffusione https://www.perunaltracitta.org/2020/03/18/piu-particolato-piu-covid-19/ che di aggravamento della pandemia https://www.perunaltracitta.org/2020/03/16/non-andra-tutto-bene/ Qui ne esamineremo altri due, pubblicati di recente nella letteratura scientifica, che mettono in evidenza come il Pm2,5 renda più vulnerabili e esacerbi gli effetti di Covid-19.
Il primo studio , https://projects.iq.harvard.edu/covid-pm condotto dall’italiana Francesca Dominici, insieme ad altri ricercatori della Harvard TH Chan School of Public Health di Boston, ha collegato l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico, cioè le zone in cui c’è stato negli anni un elevato livello di particolato, con la mortalità per Covid-19. Sono state prese in esame 3000 contee statunitensi, fino al 4 aprile, coprendo il 98% della popolazione.
E’ risultato che all’aumento di solo 1μg / m3 di PM2,5 è associato un aumento del 15% nel tasso di mortalità di Covid-19 (una evidenza statisticamente significativa).
Secondo questo studio l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico rende molto più vulnerabili al verificarsi degli esiti più gravi del Covid-19. Rafforzando quanto era stato affermato in uno studio riferito al coronavirus del 2003 https://ehjournal.biomedcentral.com/articles/10.1186/1476-069X-2-15 ,cioè che i malati di SARS che abitavano nelle regioni con qualità dell’aria peggiore presentavano un rischio di morte dell’84% più alto.

L’elevato livello di inquinamento cofattore dell’alto livello di mortalità nell’Italia del nord.
‘L’inquinamento atmosferico può essere considerato un co-fattore di mortalità SARS-CoV-2 nel Nord Italia?’ È il titolo del secondo studio https://doi.org/10.1016/j.envpol.2020.114465 condotto da un gruppo di ricercatori italiani dell’Università di Siena e della Aarhus University (Danimarca) che così termina: ‘Concludiamo che l’elevato livello di inquinamento nell’Italia settentrionale dovrebbe essere considerato un ulteriore cofattore dell’alto livello di mortalità registrato in quella zona’. L’inquinamento atmosferico, comprometterebbe la prima linea di difesa dell’organismo costituita dalle cellule epiteliali che rivestono le mucose e dal muco secreto dalle cellule caliciformi (goblet cells), delle vie aeree superiori. Così che all’arrivo delle particelle virali SARS-CoV-2 sulle superfici delle mucose respiratorie, la proteina spike avrebbe facilitato l’attracco, la fusione, l’ingresso e poi la replicazione della particella virale all’interno delle cellula. Alla morte cellulare, seguirebbe la liberazione di milioni di nuove particelle virali e la diffusione del virus nell’organismo.
Altri cofattori favorenti il surplus di letalità nel Nord Italia, sono:
a) la privatizzazione ed il progressivo indebolimento del Sistema sanitario nazionale, minato dall’aziendalizzazione e da decenni di politiche liberiste; b) la mancanza di una strategia seria di protezione degli operatori sanitari (sono già morti più di 100 medici e non è finita) e degli ospedali; c) la mancanza di corretta informazione (mascherine si, mascherino no) e di ricerca attiva dei casi (tamponi si, tamponi no); d) il tardivo lockdown del governo e) il diverso modo di riportare il numero di decessi e infezioni tra i vari paesi; f) la vecchiaia della popolazione italiana.

Un effetto positivo: l’aria è più pulita perchè calano gli ossidi di azoto
Le prime osservazioni dell’Agenzia europea per l’ambiente (AEA) e delle varie ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) concordano sul fatto che l’impatto della assenza di auto, sulla qualità dell’aria, è stato caratterizzato da un calo delle concentrazioni di biossido di azoto (NO2), ascrivibile al traffico veicolare, in particolare ai motori diesel.

Picchi di particolato transfrontaliero e di particolato secondario
L’effetto del particolato (PM) è più difficile da decifrare data la complessità della sua origine. In questo periodo si sono avute in tutta Italia impennate di particolato, riconducibili alla avvezione di polvere del deserto del Caucaso, o del Nord Africa. Mentre in Lombardia, nella Pianura padana in genere, è stata predominante la componente secondaria del particolato, costituita da nitrato e solfato di ammonio, proveniente dallo spandimento sul terreno dei liquami zootecnici degli allevamenti di bovini e di maiali. In Lombardia ce ne sono più di 4 milioni, di maiali. In Cina, che è il più grande produttore di maiali del pianeta, se ne stimano circa 440 milioni.

Suinifici cinesi devastanti cofattori di Covid-19
La provincia cinese dell’Hubei, è una vera e propria fabbrica di epidemie. In questo marzo 2020, vi si è verificato anche il primo focolaio dell’anno di peste suina africana (PSA), denominata in inglese (ASF) african swine fever. E’ una malattia virale, letale, non trasmissibile agli esseri umani, che colpisce suini e cinghiali, che si possono contagiare per contatto o attraverso l’ingestione di carni infette. Non esistendo vaccini né cure, per frenare il contagio non resta che uccidere tutti i casi conclamati e sospetti e sorvegliare le frontiere. La malattia ha gravi conseguenze socio-economiche, che possono essere state decisive nello spianare la strada a Covid-19, vedi poi.
“Big Farms Make Big Flu” (le mega-fattorie producono macro-influenze).
E’ il titolo di un noto libro del biologo Robert G. Wallace, pubblicato nel 2016. Un libro importante perché traccia la connessione tra i modelli della produzione capitalista di bestiame e l’eziologia di quelle epidemie zoonotiche, come SARS e MERS, esplose negli ultimi decenni, che sono state trasmesse dagli animali agli esseri umani, cioè che hanno fatto il ‘salto di specie’, come è successo anche per il Covid-19.

Nel Gabon si proteggono i gorilla dall’uomo
Dopo che nel 1995 l’epidemia di Ebola decimò la popolazione dei gorilla di oltre il 90%, il governo del Gabon ha deciso di proteggere i gorilla dal contagio dell’uomo, vietando l’ingresso dei turisti nei parchi e mettendo in quarantena il personale che vi lavora. Ha inoltre deciso di vietare la vendita e il consumo di pipistrelli e pangolini. Lì vivono molti cinesi. In Gabon al momento ci sono solo 21 casi di Covid-19.
Metà dei maiali allevati nel mondo sono cinesi
La Cina concentra nel suo territorio il maggior numero di “landless systems” (sistemi senza terra), fabbriche di morte, macro sfruttamento di allevamenti in cui si stipano migliaia di animali, che possono diventare laboratori viventi di mutazioni virali poi suscettibili di provocare nuove malattie e epidemie. L’allevamento industriale erodendo sempre più l’habitat delle specie selvatiche, oltre a metterne a rischio la biodiversità, ha favorito le possibilità di contatto tra la fauna selvatica (pipistrelli, cinghiali etc) e il bestiame, maiali in particolare. Ricordiamo per esempio, la Sindrome della Diarrea Acuta Suina (SADS-CoV), del 2016, sempre in Cina, che fu provocata da un nuovo coronavirus, trasmesso dai pipistrelli.

Gli animali allevati nel mondo sono più di tre volte degli esseri umani
L’allevamento degli animali ha proporzioni gigantesche, stimate in 3,5 volatili e 0,5 mammiferi da carne rossa (come vitelli e maiali) allevati ogni anno per individuo. Per il day after: bisogna cambiare, da subito, l’attuale ciclo della produzione alimentare, verso una svolta zoe-egalitaria, che ci impegni a relazioni più etiche ed eque con gli animali (vedi Rosi Braidotti, Il postumano, DeriveApprodi,Roma 2014).
Per proteggere l’ecosistema mondo è indispensabile indirizzare la nostra dieta verso le proteine vegetali, la cui produzione non uccide nessuno, non fa correre rischi pandemici, non contribuisce al disboscamento di aree ecologicamente importanti come la foresta amazzonica, non inquina le falde acquifere e l’atmosfera, non produce antibiotico-resistenza, né malattie cronico-degenerative, non ha un consumo d’acqua spropositato, non aggrava il cambiamento climatico:
‘Le emissioni di CO2, per grammo di proteine sono almeno 20 volte minori per i legumi, rispetto alla carne ed il consumo di acqua nella loro produzione è 5-6 volte minore’ ( vedi P. Vineis et al, Prevenire, Einaudi, Torino 2020)

Il 2019 l’anno del maiale, della PSA e del Covid-19
Nel 2018 partì dalla Cina un’ epidemia di peste suina africana (PSA), per la responsabilità della industria dell’allevamento, che devastò le fattorie cinesi e si propagò nel mondo. Il 5 febbraio 2019 si è celebrato, secondo il calendario cinese, l’inizio dell’anno lunare dedicato al maiale, segno zodiacale tradizionalmente associato a ricchezza, prosperità ed abbondanza. Incurante di ciò la peste suina africana ha sterminato i maiali cinesi, costringendo la Cina all’importazione di carne di maiale (dagli Stati Uniti, dall’Europa e dall’Italia etc.) facendo lievitare i prezzi del mercato interno, nonostante le scorte di Stato.

La Via del maiale
La Cina ha fame di carne di maiale. E’ il primo allevatore ed il primo consumatore di maiali al mondo. Nel settembre del 2019, l’incremento del prezzo della carne suina è arrivato a + 69,3%. Proprio i prezzi alle stelle, potrebbero essere stato uno dei motivi che hanno spinto la prima vittima ufficiale da Covid19, il sessantunenne di Wuhan, morto il 9 gennaio, a frequentare il mercato della città di Wuhan, nella provincia dello Hubei, dove venivano venduti pipistrelli e pangolini. I formichieri squamosi, una specie protetta la cui vendita è illegale, molto probabilmente sono stati l’ospite intermedio, fra il pipistrello e l’uomo, che ha favorito il salto di specie.
Un altro cofattore: il negazionismo cinese
Considerato che in Cina solo il 23 gennaio è stato imposto il lockdown totale, un recente studio condotto da ricercatori dell’Università di Southampton, in Gran Bretagna, ha stimato che se la Cina avesse agito con una settimana di anticipo rispetto alla data del 23 gennaio, avrebbe ridotto il contagio globale del 66%.

Per il day after
Covid-19 non resterà un episodio isolato, se non ci libereremo dal capitalismo che stritola tutte le specie viventi negli ingranaggi dell’economia globale, se non casseremo il modello di allevamento capitalista industriale che scanna e trasforma milioni di animali in macchine fornitrici di materia prima, con impatti ambientali giganteschi sul pianeta, se non chiuderemo per sempre i ‘wet market’, barbari mercati senza regole dove animali vivi di specie selvatiche, ma anche cani e gatti, vengono macellati sul posto e acquistati per fame o per superstizione, promuovendo lo spillover zoonotico, il salto dall’animale all’uomo di nuovi agenti patogeni. In Cina sono maestri del ‘contact tracing’ che ne facciano uso per chiudere almeno questi mercati dell’orrore e delle pandemie.
Covid-19 può essere un’opportunità per progettare nuovi schemi sociali, forme di pensiero alternativi a quelli dominanti ed un modo diverso di pensare a noi stessi.



Il COVID-19 ci avvisa che più grandi sono gli allevamenti più letali sono i virus



Nonostante le circostanze attorno alla comparsa del COVID-19 non siano ancora del tutto chiare, sappiamo di per certo che la causa dell’attuale pandemia è da far risalire alla relazione che l’uomo ha con altre specie animali. Il COVID-19 è una malattia zoonotica ‒ cioè trasmessa dagli animali all’uomo attraverso un salto di specie detto spillover. Altre malattie di questo tipo sono la SARS, Ebola, Zika, Mers, le infezioni da Escherichia coli, Campylobacter e Salmonella, oltre all’influenza aviaria e a quella suina che proliferano negli allevamenti intensivi.
Come abbiamo scritto a marzo, lo scenario più probabile indica che il serbatoio del patogeno sia una specie di pipistrello presente in Cina e che il COVID-19 sia arrivato all’uomo attraverso un ospite intermedio. Quindi, a differenza dell’influenza aviaria o di quella suina, ma similmente alla SARS, il COVID-19 non proviene da un animale in allevamento. Nonostante ciò, è proprio lo sfruttamento di animali in allevamenti intensivi ad avere favorito le condizioni alla base perché il virus si spostasse dal pipistrello all’uomo.
Inoltre la puntata del 13 aprile di Report, a cui hanno contribuito anche i nostri investigatori, ha chiarito come lo smaltimento dei liquami animali ‒ e l’inquinamento atmosferico possano giocare un ruolo chiave nella diffusione del virus. Secondo l’Arpa, in Lombardia, l’85% delle emissioni di ammoniaca è causata dagli allevamenti, nello specifico dai loro liquami, e l’ammoniaca è uno dei principali fattori della formazione di PM10.

Gli allevamenti intensivi hanno cambiato il mercato della carne cinese

Se andiamo a considerare le cause per cui sia avvenuto lo spillover da una specie all’altra, un tassello che ci aiuta a completare, seppure parzialmente, il quadro è la trasformazione del modello di produzione di carne avvenuta in Cina a partire dagli anni ‘90, che ha colpito i piccoli allevamenti familiari e sconvolto le aree rurali.

Come racconta Stefano Liberti nel capitolo dedicato alla produzione di carne suina ne I signori del cibo, nella Cina di un tempo le famiglie mangiavano carne due volte l’anno, mentre oggi il maiale «è marchio di status ‒ mangiare carne rappresenta il segno più tangibile dell’ascesa sociale, dell’uscita dalla miseria e dalla sussistenza». Questo ha portato ad un’esplosione del consumo di carne: nel 1970 un cittadino cinese ne consumava in media 8 chilogrammi all’anno, mentre oggi ne mangia cinque volte tanto. 
Una delle incarnazioni più paradigmatiche di questa trasformazione dell’industria alimentare cinese sono i CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations), vale a dire allevamenti su scala industriale che hanno l’obiettivo di produrre la maggiore quantità di carne nel più breve tempo possibile per sfamare un mercato in enorme crescita. La presenza di enormi allevamenti industriali ha spinto fuori dal mercato i piccoli allevamenti familiari che non hanno potuto reggere la competizione. Inoltre, dal punto di vista geografico, gli allevamenti industriali hanno iniziato ad occupare sempre più terra spingendo i piccoli allevatori verso zone incoltivabili, vicino alle foreste. Motivo che ha portato molti di questi allevatori a ripiegare verso altre attività economiche.

I wet market sono la risposta sbagliata a un’industria sbagliata

In molti hanno quindi iniziato a cacciare animali selvatici da vendere nei “wet market”. In alcuni casi perché considerati prelibati, in altri per motivi terapeutici – gli organi di certi animali sono secondo la medicina cinese efficaci per la cura di alcuni malanni.
Con l’aumentare della presenza dell’uomo in ecosistemi dove pipistrelli e altri animali selvatici potevano in passato vivere indisturbati, è aumentato enormemente anche il rischio del salto della specie del virus da un animale all’essere umano. La diffusione del COVID-19 ne è una prova e ci dà la misura di quanto l’uomo sia parte di un ecosistema che non bada a confini di specie, né a quelli geografici ‒ nonostante i nomi che l’uomo dà ai patogeni, questi non sono davvero “cinesi”, “spagnoli” o di qualsiasi altra nazionalità si cerchi di attribuire loro.

Il bene degli animali è anche il bene per gli essere umani
Che cosa possiamo imparare da questo? Una lezione importante è che per ridurre i rischi della salute umana è sempre più necessario occuparsi anche di quella animale. Come raccontano Jonathan Safran Foer, autore tra gli altri di Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, e Aaron S. Gross sul The Guardian, in questo momento:
«Siamo preoccupati della produzione di mascherine per il viso, ma sembriamo indifferenti alle fattorie che producono pandemie. Il mondo sta bruciando e noi ci armiamo di estintori mentre la benzina bagna la miccia che abbiamo ai piedi».
Che cosa vuol dire concretamente prenderci cura della salute animale? Un primo passo potrebbe essere limitare l’interazione umana con animali selvatici. Ma questo non basta, date le condizioni degli allevamenti in Italia o nel resto d’Europa, nessuno può assicurarci che la prossima epidemia non esploda a pochi chilometri da casa nostra. Qualcuno ricorderà che la BSE (Encefalopatia Spongiforme Bovina), l’epidemia prodotta dalla Salmonella DT104 o quella dall’Escherichia coli 0157 sono patologie nate proprio in allevamenti europei.
Nel libro Big farms make big flu pubblicato nel 2016, Rob Wallace spiega che negli allevamenti in cui vivono ammassati centinaia, migliaia di polli e tacchini selezionati geneticamente, per motivi puramente commerciali, un virus può agire indisturbato senza di fatto incontrare varianti genetiche che ne possano impedire la diffusione, con il rischio che venga poi trasmesso agli esseri umani.
Oltretutto, come spiega ancora Wallace, possiamo considerarci in qualche modo fortunati perché il COVID-19 è di gran lunga meno letale di altri virus, come l’H7N9 il cui tasso di letalità è di oltre il 30%, oppure l’H5N1, ancora più pericoloso. Negli Stati Uniti il grado di letalità del COVID-19 è stato finora di meno del 2% con oltre 48 mila decessi, ma se ci fosse stata una pandemia di H5N1, secondo il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) il tasso di letalità sarebbe arrivato al 60%.
Il fatto che non ci sia stata però non ci può far abbassare la guardia: se l’H5N1 non ha raggiunto le proporzioni di una pandemia non vuol dire che sia sparito. Al contrario, nessuno può garantire che il virus non sia a un passo dalla mutazione genetica che potrebbe permettergli di aumentare ulteriormente il suo tasso di letalità.
E se le conseguenze di una pandemia come il COVID-19 con un tasso dell’1,14% per l’Italia è di fronte agli occhi di tutti, possiamo invece immaginare che cosa potrebbe voler dire se il mondo fosse colpito da una pandemia che uccide il 60% delle persone che contraggono il virus? Non vale la pena riflettere su cosa possiamo sacrificare adesso, per evitare una catastrofe domani?
Considerati questi rischi e tutte le morti attribuibili ogni anno al consumo di carne, viene da chiedersi che cosa spinga ancora i governi di tutto il mondo a offrire ingenti sussidi agli allevamenti. Soltanto nell’Unione Europea, tramite la PAC (Politica Agricola Comune), il settore zootecnico recepisce tra i 28 e i 32 miliardi di euro ogni anno, sia direttamente che indirettamente tramite la produzione di mangimi. Questa somma rappresenta circa il 20% del bilancio totale dell’UE, fondi che potrebbero essere spesi per promuovere un’agricoltura sostenibile, amica degli animali e rispettosa per l’ambiente, oltre che per rimediare ai feroci tagli alla sanità pubblica avvenuti nell’ultimo decennio.



«Il virus è la malattia del pianeta stressato» - Gianni Tamino

(Intervista di Francesco Bilotta)
Intorno alla pandemia causata dal nuovo coronavirus si sta sviluppando un intenso dibattito sugli aspetti sanitari. Anche nel campo delle scienze sociali, per l’impatto che il virus sta avendo sulle nostre abitudini e stili di vita, si stanno producendo riflessioni ed analisi.
Si è sviluppato solo parzialmente, invece, il dibattito sul rapporto che intercorre tra la condizione ambientale e l’insorgenza di una epidemia. Per contribuire a colmare questo vuoto ci siamo messi in contatto con il professor Gianni Tamino (docente di Biologia generale all’Università di Padova, dove attualmente svolge attività di ricerca nel campo dei rischi legati alle applicazioni biomolecolari), impegnato da molti anni a indagare il rapporto tra ambiente e salute.
Quale relazione esiste tra questa pandemia e le profonde trasformazioni che il pianeta sta subendo? Lei ha più volte fatto riferimento alla capacità di carico e al deficit ecologico che sta caratterizzando il pianeta.
Sulla base della capacità di carico si può misurare la capacità rigenerativa del pianeta. Nel caso della popolazione umana si parla di «impronta ecologica». L’Overshoot Day indica il giorno in cui il consumo delle risorse supera la produzione che la Terra mette a disposizione per quell’anno. Per il 2019, il giorno è stato il 29 luglio. Significa che in sette mesi abbiamo esaurito tutte le risorse che il pianeta rigenera in un anno. Bisogna risalire agli anni ’80 per trovare un equilibrio tra risorse consumate e risorse rigenerate dalla Terra. Si è determinato un deficit ecologico che comporta esaurimento delle risorse biologiche e, nello stesso tempo, produzione di rifiuti, effetto serra, alterazione della biodiversità, con squilibri che sono alla base dell’insorgenza di molte malattie. Quanto più si superano i limiti della disponibilità del territorio e si altera l’ambiente, tanto maggiore sarà la frequenza con cui si manifestano carestie, guerre, epidemie. Il rapporto del 1972 su I limiti dello sviluppo anticipava molte delle questioni attuali.
Le risorse naturali vengono consumate a un ritmo sempre più accelerato e cresce la produzione agricola, ma non si riescono a soddisfare le esigenze alimentari della popolazione. Il cibo prodotto sarebbe sufficiente per tutti, ma malattie e malnutrizione sono presenti in diverse aree del pianeta.
La Fao calcola che la produzione attuale di cibo sarebbe in grado di sfamare fino a nove miliardi di persone, ben al di sopra dell’attuale popolazione. Sta di fatto che un miliardo di persone soffre la fame a causa di forme di produzione non sostenibili e una iniqua distribuzione. La riduzione delle terre coltivabili, la perdita di fertilità dei suoli, l’estensione delle monocolture, l’inquinamento ambientale, sono alcuni dei fattori che incidono sulla disponibilità di cibo. Il 70% della superficie agricola è destinata alla produzione di mangimi per animali. La biomassa del miliardo e mezzo di bovini che viene allevato è molto di più della biomassa umana. Inoltre, lo spreco alimentare, pari al 30% di tutta la produzione che si verifica nel corso di tutto il processo produttivo e distributivo, aggrava la situazione.
I cambiamenti climatici e l’alterazione degli habitat creano le condizioni favorevoli all’insorgenza di malattie cronico degenerative e di epidemie. Quale è il legame tra un ambiente degradato e la diffusione di una epidemia?
Le enormi quantità di energia di origine fossile che abbiamo impiegato a partire dalla Rivoluzione Industriale hanno prodotto una situazione che rischia di diventare irreversibile. I cambiamenti climatici e l’inquinamento del pianeta rappresentano una seria minaccia per il mantenimento degli ecosistemi e della biodiversità. L’inquinamento ambientale sta producendo gravi conseguenze sulla salute umana ed è responsabile della morte prematura di almeno 10 milioni di persone ogni anno nel mondo. L’incremento di malattie cronico degenerative sta determinando un indebolimento di ampie fasce della popolazione, che risulta meno idonea a difendersi dalle malattie infettive e dalle nuove epidemie.
Il contatto sempre più ravvicinato con gli animali selvatici e i loro patogeni rendono più facile il salto di specie, ma anche gli allevamenti intensivi rappresentano una condizione potenzialmente pericolosa per la diffusione di epidemie.
Il salto di specie di un virus da un animale all’uomo è sempre un evento preoccupante, sia che si tratti del pipistrello (per il nuovo coronavirus) o dei polli e suini (per l’influenza aviaria e suina), perché la popolazione è priva di difese immunitarie specifiche e il virus non trova ostacoli. Per questo è necessario contenere la diffusione riducendo i contatti tra le persone. In questi mesi stiamo affrontando una pandemia virale, ma il futuro potrebbe riservarci pandemie causati da batteri resistenti ad ogni trattamento farmacologico. Negli allevamenti intensivi, a causa dell’elevata concentrazione di animali e del massiccio impiego di antibiotici, si creano le condizioni favorevoli allo sviluppo di ceppi batterici resistenti. Se una salmonella o un ceppo di Escherichia coli sviluppassero resistenza agli antibiotici, si determinerebbe una situazione drammatica perché non saremmo in grado di controllare il contagio.
Un rapporto dell’OCSE del 2018 afferma che nei prossimi 10 anni avremo più di 600 milioni di persone residenti in aree segnate da conflitti, in condizioni di povertà ed esposte a epidemie.
Si tratta dell’80% della popolazione più povera del mondo che si trova all’interno di stati fragili e che vive una condizione di emergenza a causa dei cambiamenti climatici. Le popolazioni fragili e indebolite di questi paesi sono «terreno fertile» per la diffusione di epidemie. La precaria condizione sanitaria non consente di affrontare le epidemie che dovessero insorgere e che le inevitabili migrazioni trasformerebbero in pandemie.
Recentemente ha affermato che questa pandemia può essere un «utile avvertimento» per evitarne di nuove e più gravi.
Il Covid-19 è una reazione allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta. Questa pandemia non ha una letalità elevata, anche se è alta la contagiosità. Nella Pianura Padana, soprattutto in Lombardia, sta colpendo una popolazione anziana e indebolita da patologie pregresse. E l’inquinamento dell’ambiente svolge un ruolo fondamentale nell’insorgenza di queste patologie. Riusciamo a tenere in vita più a lungo le persone, ma non siamo in grado di garantire una vita sana. A fronte di una età media più elevata, la nostra «aspettativa di vita sana» si è ridotta. Per arginare le future epidemie dobbiamo modificare il nostro rapporto con l’ambiente, ma anche potenziare le strutture sanitarie pubbliche che vengono smantellate in tutti i paesi.



Limitiamo nuove pandemie: basta fondi pubblici agli allevamenti intensivi - Greenpeace


 Migliorare la salute dell’uomo e degli animali, insieme a quella delle piante e dell’ambiente, è l’unico modo per mantenere e preservare la sostenibilità del Pianeta” ci ha detto la professoressa Ilaria Capua, direttrice del One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, quando l’abbiamo contattata per la sua vasta esperienza a tema.
Per la professoressa Capua, come per Greenpeace, la salute umana è indissolubilmente legata alla salute degli animali e della natura. Avremo un Pianeta e una vita sani solo se cambiamo drasticamente il modo in cui trattiamo gli altri esseri viventi, animali negli allevamenti intensivi compresi.
Un dato su tutti: oltre il 70% della superficie agricola della Terra è destinato alla produzione di carne e prodotti di origine animale, considerando i pascoli, le coltivazioni per la mangimistica e gli allevamentiL’allevamento degli animali e l’agricoltura industriale sono il principale motore della distruzione globale delle foreste e i ricercatori stimano che il 31% delle epidemie di malattie emergenti siano legate al cambiamento nell’uso del suolo – tra queste HIV, Ebola e Zika – collegati all’invasione umana nelle foreste pluviali tropicali.
Si stima che il 73% di tutte le malattie infettive emergenti provenga da animali e che gli animali allevati trasmettano agli esseri umani un grande numero di virus, come i coronavirus e i virus dell’influenza. Questo sembra particolarmente vero per gli allevamenti intensivi di pollame e suini, nei quali gli animali sono tenuti a stretto contatto e in numero molto elevato, oltre che movimentati su grandi distanze, possano far aumentare la trasmissione di malattie.
Salviamo i piccoli agricoltori
Se continuiamo a spingere gli animali selvatici a contatto con le persone e a concentrare gli animali in allevamenti sempre più grandi, il Covid19 non sarà purtroppo l’ultima emergenza che dovremo subire. L’Ue e i governi nazionali devono salvare gli agricoltori su piccola scala colpiti da questa crisi e smettere di sostenere il sistema degli allevamenti intensivi.
Per ridurre il rischio di future pandemie, l’Unione europea e i governi nazionali devono bloccare il sostegno all’allevamento intensivo nei pacchetti di salvataggio o con altri sussidi pubblici, salvando invece l’agricoltura su piccola scala.
A livello nazionale ed europeo i lobbisti del settore agricolo hanno già chiesto sostegno per il settore delle carni e dei latticini, mentre il settore zootecnico europeo, nell’ambito dell’attuale Politica Agricola Comune (PAC) riceve già, direttamente e indirettamente attraverso la produzione di mangimi, tra i 28 e i 32 miliardi di euro all’anno in sussidi pubblici dell’Ue, il 18-20% del bilancio totale dell’Ue. La stragrande maggioranza di questi pagamenti sostiene le aziende intensive più grandi, che forniscono oltre il 72 per cento dei prodotti di origine animale nell’Ue, mentre le aziende più piccole continuano a scomparire. Quasi un terzo degli allevamenti dell’Ue ha chiuso tra il 2005 e il 2013. Solo l’Italia, tra il 2004 e il 2016, ha visto un calo del 38% perdendo oltre 320 mila aziende.
Per avere un Pianeta più sano e mantenere un equilibrio sulla Terra dobbiamo invertire questa rotta.
da qui


Allevamenti intensivi, polveri sottili e Covid-19 - Elisa Murgese
Siamo a quasi due mesi di isolamento obbligatorio e l’Italia resta uno dei Paesi più colpiti dal nuovo Coronavirus, mentre i decreti legge nazionali cercano di contenere ferite che, a tratti, sembrano restare locali. Perché mentre l’Italia intera si chiede cosa sarà concesso nella fase 2 del lockdown, nel nord del Paese è solo una la domanda che circola: cosa ha portato la Pianura Padana a perdere contro il Covid-19? Come è possibile che il 7% dei decessi mondiali si siano verificati in Lombardia? La Pianura Padana è la grande sconfitta: lombardi sono la metà dei decessi del Belpaese, se si aggiunge l’Emilia-Romagna si nota come nelle due regioni del nord Italia è avvenuto il 64% delle morti causate dal Coronavirus in Italia. 
La pandemia non ha i tempi della scienza, corre troppo veloce per permettere di dare risposte certe. Tuttavia, la comunità scientifica ha iniziato ad interrogarsi, e a mettere alcuni indizi nero su bianco. “L’elevato livello di inquinamento in nord Italia dovrebbe essere considerato un co-fattore addizionale dell’alto tasso di mortalità di questa zona”, si legge su uno studio pubblicato su ScienceDirect a fine marzo. Un mese dopo, una ricerca dell’Università di Harvard ribadisce come “un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine al PM2,5” potrebbe portare “a un grande aumento del tasso di mortalità da Covid-19”. In poche parole entrambi gli studi, in fase di review dalla comunità scientifica, segnalano come le polveri sottili potrebbero peggiorare l’infiammazione causata dal virus. Come a dire che, avendo respirato per una vita intera aria inquinata, lombardi ed emiliani sono partiti svantaggiati. 
Agli studi internazionali, sono seguiti quelli nostrani. “Si può ipotizzare un ruolo del PM nel rendere più severo lo stato di infiammazione dei pazienti Covid-19”, conferma all’Unità Investigativa di Greenpeace Italia Annamaria Colacci di Arpae Emilia-Romagna. “Nel Bacino Padano l’esposizione prolungata al particolato determina che la salute della popolazione può essere più a rischio che in altre aree”, continua Riccardo De Lauretis di ISPRA. 

Più famose per essere Regioni trainanti dal punto di vista economico che territori delicati dal punto di vista ambientale, Lombardia ed Emilia-Romagna sono aree che possono sopportare uno specifico limite di inquinamento dell’aria oltre il quale la situazione può diventare pericolosa per chi vi abita. Infatti, essendo un territorio chiuso su tre lati da montagne, “la Pianura Padana ha una conformazione che non permette agli inquinanti atmosferici di disperdersi, come invece accade in altre aree d’Italia”, precisa Guido Lanzani di Arpa Lombardia. Risultato: il livello di smog di Lombardia ed Emilia-Romagna è tra i peggiori in Europa e certamente il peggiore in Italia in termini di particolato. E mentre la comunità scientifica si interroga se l’aria inquinata possa essere un co-fattore della gravità dei casi in Covid-19 in nord Italia, la nostra Unità Investigativa denuncia quali sono i settori che in Italia fanno innalzare l’inquinamento da polveri sottili.
Per fermare il livello di smog, non basterà più bloccare il traffico e definire precisi limiti industriali, dopo avere visto i risultati della nostra analisi fatta in collaborazione con Ispra: per la prima volta, mostriamo una media di quali settori, dal 1990 al 2018, abbiano maggiormente contribuito alla formazione del particolato PM2,5. 
Secondo lo studio, nel 2018 riscaldamento e allevamenti sono i settori più inquinanti (responsabili in totale del 54% del PM2,5 in Italia), seguiti da trasporti stradali (14%) e industria (10%). Analizzando
 la serie storica del PM2,5 dal 1990 al 2018, abbiamo inoltre notato  come la percentuale del contributo degli allevamenti non sia mai diminuita, anzi ha continuato a crescere, passando dal 7% al 17%. Nello stesso arco di tempo il settore dei trasporti stradali (veicoli leggeri e trasporto merci), pur continuando a giocare un ruolo significativo nelle emissioni di gas serra (responsabile del 23% dei gas climalteranti) e di NOx (43% del totale), ha ridotto le emissioni di PM2,5 dal 20% al 14%. 
Anche l’industria ha un trend in diminuzione, “avendo dei limiti inquinanti ben identificati e specifiche tecnologie da adottare per abbattere le emissioni – continua De Lauretis di Ispra – Al contrario, è più difficile controllare gli allevamenti: parliamo di decine di migliaia di attività zootecniche e di un ambito in cui ci sono pochissimi controlli in merito allo spargimento dei liquami”. E invece, per ridurre le emissioni di ammoniaca e quindi le concentrazioni di particolato “il settore allevamenti potrebbe fare molto” chiude ISPRA. E sembra che il settore allevamenti possa fare molto anche in Lombardia ed Emilia, le aree più inquinate da particolato in Italia.
Perchè Lombardia ed Emilia non respirano?
Se a livello nazionale l’allevamento è al secondo posto tra le cause di smog, in Lombardia è ancora più rilevante. Infatti, stando a uno studio di Arpa Lombardia, l’ammoniaca che fuoriesce dagli allevamenti, “concorre mediamente a un terzo del PM della Lombardia, ma durante gli episodi acuti tale contributo aumenta superando il 50% del totale”, precisa Guido Lanzani di Arpa Lombardia. Cruciale, quindi, il ruolo degli allevamenti, responsabili di circa l’85% delle emissioni di ammoniaca in Lombardia.  
Anche Arpae Emilia-Romagna, lo scorso anno ha diffuso un innovativo studio dove segnalava come l’allevamento intensivo fosse la seconda causa di emissioni di PM10 equivalente (primario e secondario) della regione.

La catena è chiara: maggiori sono gli spandimenti di reflui zootecnici e maggiore sono le emissioni di ammoniaca; l’aumento di ammoniaca porta a incrementare il livello di particolato e quindi lo smog nell’aria. “I Comuni – precisa ISPRA – dovrebbero stabilire qual è il numero massimo di allevamenti e capi allevati che è possibile avere sul loro territorio, perché altrimenti i danni si ripercuotono sui cittadini”. 
Allevamenti, soldi Ue continuano a foraggiare questo sistema
Anche se gli allevamenti intensivi si confermano la seconda causa di polveri sottili, una gran quantità di soldi pubblici continua a foraggiare questo sistema, a cominciare dai sussidi della Politica Agricola Comune (PAC). Stiamo parlando di cifre tra il 18% e il 20% del budget annuale complessivo dell’Ue. Si deve cambiare rotta: un cambiamento che deve avvenire anche nell’ambito della riforma della PAC, per frenare i pesanti impatti che il settore zootecnico ha sulla natura, sul clima e sulla salute pubblica.

Leggi il media briefing completo e consulta la tabella del PM2,5 primario e secondario (Mg %) dal 1990 al 2018.
da qui