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lunedì 29 giugno 2026

Amore per le Forze Armate (italiane) e subalternità al potere - Omar Onnis

 

Il 17 giugno 2026 è stato presentato pubblicamente l’accordo tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) e il Comando Militare Esercito Sardegna (CME Sardegna). A quale scopo? La comunicazione ufficiale nel sito della Regione Autonoma Sardegna recita così:

L’obiettivo principale della partnership è quello di sviluppare forti sinergie istituzionali per informare e orientare i cittadini sardi sulle diverse opportunità di carriera offerte dall’Esercito Italiano, rafforzando contestualmente la rete territoriale dei servizi per il lavoro. Le azioni previste si rivolgono in modo specifico ai giovani in uscita dai percorsi scolastici e formativi, ai disoccupati o a chiunque sia in cerca di una nuova occupazione, nonché ai volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate, favorendo così l’occupabilità complessiva sul territorio regionale.

In una terra ad alta emigrazione, specie giovanile, con problemi irrisolti di trasporti interni ed esterni, spopolamento, crisi del settore primario, dispersione scolastica la politica di vertice favorisce una relazione privilegiata con le Forze Armate italiane, impegnandosi ad orientare le scelte proprio delle fasce giovanili verso impieghi militari.

Non c’è partita strategica in cui la politica sarda riesca mai a accennare una soluzione strutturale, a parte effetto annuncio e propaganda, o soluzioni tampone che perlopiù aggravano il problema. Le uniche cose in cui è attivissima sono gli affari delle varie lobby private, a cui sono legati i vari personaggi o le diverse consorterie clientelari, e la realizzazione dei desiderata delle rispettive case madri d’oltre Tirreno.

I casi concreti si sprecano: il mancato intervento in materia di dimensionamento scolastico (che ha di fatto spalancato le porte al commissariamento della Regione in materia, dunque alla realizzazione dei piani governativi); la mancata presa di posizione sull’ampliamento della RWM di Domusnovas (che ha di fatto accelerato la sua approvazione e in cui la RAS si costituisce nel procedimento *contro* i comitati e le associazioni); l’affare scandaloso di Cala Finanza a Loiri/Porto San Paolo; la privatizzazione degli aeroporti sardi. Ora questo accordo di partenship privilegiata con le Forze Armate.

Ricordiamo che la responsabilità della disastrosa occupazione militare della Sardegna, con decine di migliaia di ettari sottratti all’uso civile e in buona parte compromessi da sperimentazioni di ordigni ed esercitazioni a fuoco, è da attribuire precisamente al Ministero della Difesa. Abbiamo un bel chiamare in causa USA e NATO, nelle nostre analisi e nelle ricorrenti manifestazioni: la verità è che siamo una colonia militare *dello Stato italiano* (oltre al resto) ed è allo Stato che bisognerebbe chiederne conto. Invece, sia la politica sia, in diverse occasioni, le università sarde hanno da tempo dimostrato un vero e proprio amore verso l’apparato militar-industriale. Qualcuno ricorda la farsa delle “caserme verdi”? E il favore sperticato con cui vengono accolte tutte le decisioni ministeriali a proposito delle basi dell’isola (ampliamenti, estensione dei compiti, collegamento sempre più forte con la ricerca bellica), come fossero favori di cui essere grati?

La cosa grottesca è che nel frattempo i vertici politici sardi – nelle persone della presidente Todde e del presidente del Consiglio regionale Comandini – trovano il tempo per partecipare a Oliena a un convegno organizzato in memoria di Mario Melis e disquisire di autonomia, di statuto, di riforme. A leggere bene i resoconti dei loro interventi, a cominciare dai virgolettati, sotto il velo della retorica, si intravvede l’intenzione di normalizzare e neutralizzare la relazione con lo Stato italiano. Non è solo una questione di ignoranza storica e di mediocrità politica (che ci sono, beninteso).

Ricordiamo che la presidente Todde ha più volte stigmatizzato l’uso di concetti come “colonialismo” e come “resistenza”, riguardo al rapporto Italia-Sardegna. E ha dichiarato che l’autonomia speciale fu una sorta di concessione benevola dello Stato in quanto la Sardegna era una terra “arretrata”, povera, da tutelare e aiutare. Prese di posizione a dir poco discutibili su vari piani. Ma, al di là di questo, appare una volontà di “integrare” ancora di più la Sardegna dentro lo stato italiano, ovviamente come “area di sacrificio” (altra espressione usata dalla presidente Todde in altre circostanze). Per il suo bene, ovviamente, dato che “da soli non ce la possiamo fare”. Una nuova “Perfetta fusione”, come quella implicata dalla campagna per “l’insularità in costituzione”; ossia, il contrario di un percorso di conquista di responsabilità e competenze in senso autodeterminazionista. 

Il tutto attuato con una postura elitaria, anti-popolare, allergica a una democrazia reale, finalmente realizzata.

Il lavorio sostanzialmente clandestino su una nuova legge statutaria e sulla riforma dello stesso Statuto non lasciano ben sperare. Invocare, come ha fatto a Oliena la presidente Todde, una larga partecipazione “dal basso” su temi così rilevanti contrasta platealmente con le modalità di azione di questa giunta (“i legislatori siamo noi”) e con i suoi obiettivi non dichiarati ma palesi.

A parte la fanbase di Todde e soci, irrecuperabile (andate a guardarvi i loro commenti sui social), il resto della cittadinanza sarda dovrebbe restare molto vigile sulle decisioni concrete di questa compagine politica. Dovrebbe sempre distinguere lucidamente tra dichiarazioni pubbliche e fatti, tra comunicazione e decisioni pratiche.

È probabile che questa legislatura vada a finire al suo termine naturale. La presente amministrazione regionale ha dunque altri due anni e mezzo per combinare ulteriori disastri. Non servirà a nulla rivelarli, criticarli, prenderne le distanze se non emergerà una forte opposizione reale, popolare, che possa sostenere, sia a livello locale sia a livello apicale, candidature alternative all’oligarchia podataria che sta finendo per distruggere quanto resta del tessuto culturale, sociale e produttivo dell’isola.

da qui

sabato 5 luglio 2025

Il caso Perdasdefogu - Noemi Cipriano e Lydia Karazarifi

 

Non possiamo parlare di ecologia e investire nella militarizzazione: la prospettiva della giustizia ambientale attraverso il laboratorio sardo

Nel cuore dell’Ogliastra, una delle zone più incontaminate e poco popolate della Sardegna, sorge una delle installazioni militari più vaste e controverse d’Europa: la base di Perdasdefogu, parte integrante del poligono interforze del Salto di Quirra. Utilizzata per sperimentazioni militari, test missilistici e collaborazioni aerospaziali, questa struttura è il più grande poligono sperimentale e di addestramento militare in Europa. In un’isola, la Sardegna, che si distingue per essere la regione europea con la più ampia densità ed estensione di servitù militari: il 60% delle basi militari italiane si trova in Sardegna. Il suolo sardo, tuttavia, non è solo oggetto di sperimentazione da parte delle forze militari italiane, ma anche dalla Nato.

Si tratta di una questione delicata che dovrebbe farci riflettere sullo sfruttamento in corso nella regione sarda, così fortemente impattata dall’inquinamento chimico connesso alla presenza militare. È quanto emerso dalle numerose perizie giudiziarie e indagini scientifiche svolte nel territorio circostante la base di Quirra. Un dolore muto, ignorato da interessi più forti delle voci dei pastori e degli abitanti che da generazioni vivono queste terre. Una vicenda su cui non è mai stata fatta giustizia. Ricordarla oggi non è solo un atto di memoria, ma un dovere verso chi continua a subirne le conseguenze.

Nel 2012, dopo anni di denunce, analisi ambientali e sospetti legati all’insorgenza di malformazioni e tumori tra militari, civili, pastori e animali presenti nella zona, nel tribunale di Lanusei ha avuto inizio il primo processo per disastro ambientale in ambito militare. Un caso giudiziario senza precedenti, poiché ha coinvolto molti ufficiali di alto rango e riguardava un’area strategicamente sensibile – all’epoca ancora in uso – e soggetta a segreto militare, in cui molti dati erano coperti da segreto di Stato.

Fa rabbrividire ciò che hanno vissuto coloro che, direttamente o indirettamente, sono entrati in contatto con la base militare di Quirra. Non solo i militari e i tecnici che vi operavano senza adeguate protezioni, ma anche i pastori e gli abitanti dei paesi circostanti, esposti per anni a sostanze tossiche senza essere informati né tutelati. Comuni come Villaputzu, Escalaplano e Ulassai sono tra quelli maggiormente colpiti: qui i cittadini non erano al corrente – sia per l’omissione di bonifica e segnalazione delle aree demaniali militari, sia per la mancanza di adozione delle più elementari precauzioni per la salute umana e animale – di quanto veniva sprigionato in aria e nel suolo.

Cronache dell’inquinamento chimico

Dal 1984 al 2008, nella zona di Torri, a 600 metri sul livello del mare, sono stati effettuati brillamenti di enormi quantità di munizioni e ordigni fuori uso. Tra il 1986 e il 2003 sono stati lanciati oltre 1.187 missili anticarro Milan e, in seguito, Tow, contenenti torio – una sostanza radioattiva – e materiali altamente tossici come l’amianto.

La base di Quirra è stata anche il luogo in cui venivano illecitamente smaltite grandi quantità di rifiuti militari composti da bombe e munizioni obsolete dell’Aeronautica Militare, tanto che gli stessi medici del lavoro disposero che non fossero più effettuate analisi per la misurazione periodica del piombo nel sangue dei militari, ritenendole ormai inutili.

Il pericolo per la pubblica incolumità nell’area circostante il Poligono Interforze del Salto di Quirra (Pisq) è stato esteso e profondo. In un territorio dove si sono registrati circa 160 casi di linfomi e tumori nella popolazione, con centinaia di morti sospette e numerose gravi malformazioni, le fonti di contaminazione sono state molteplici.

Oltre ai brillamenti e ai lanci di missili anticarro, una delle cause più preoccupanti era l’interramento di fusti contenenti Napalm, sostanza altamente tossica e pericolosa.

Le operazioni militari venivano condotte in un’area morfologicamente predisposta alla diffusione degli agenti contaminanti: un corridoio naturale tra due rilievi montuosi paralleli, che incanalava i venti lungo l’asse dei centri abitati di Escalaplano e della frazione Quirra del Comune di Villaputzu. Questa direttrice attraversava anche le aree di sorgente che alimentavano l’acquedotto locale, considerato potabile, e serviva entrambe le comunità.

Il legame tra attività militari e gravi patologie ha generato nella popolazione un senso profondo e duraturo di allarme, rilanciato più volte con grande rilievo dagli organi di stampa.

Colpisce con particolare amarezza quanto riportato da diversi organi di stampa: alcuni generali della base militare, di fronte all’allarme sanitario crescente, arrivarono ad attribuire l’elevata incidenza di tumori tra la popolazione locale a relazioni di consanguineità tra cittadini sardi. Un’affermazione non solo infondata, ma gravemente offensiva e intrisa di pregiudizio, che riflette un atteggiamento discriminatorio verso le comunità del territorio, vittime degli esperimenti militari.

Il 5 e 6 gennaio 2011, una relazione dei veterinari delle Asl di Lanusei e Cagliari, ripresa dalla stampa nazionale, documentò in modo dettagliato le malformazioni riscontrate tra gli animali da allevamento e rivelò un dato sconvolgente: il 65% dei pastori che operavano all’interno o nei pressi del poligono risultava deceduto per linfomi o tumori.

L’esposizione a un grave rischio sanitario è stata ulteriormente confermata dalle analisi sulle salme di numerosi pastori malati di tumore o leucemia, nelle quali è stata rilevata una quantità anomala di torio – sostanza radioattiva – significativamente superiore rispetto a chi non aveva frequentato l’area del poligono. Il torio, se inalato o ingerito, emette particelle altamente nocive in grado di alterare irreversibilmente il Dna cellulare, provocando linfomi o tumori anche a distanza di decenni dall’esposizione.

La prospettiva della giustizia ambientale

Questa vicenda non è solo un caso di ingiustizia sociale e sanitaria, ma anche un grave episodio di inquinamento ambientale, che tocca il suolo, l’acqua e l’aria di un territorio prezioso e vulnerabile. In un’epoca in cui si moltiplicano le dichiarazioni di impegno verso la sostenibilità e la transizione ecologica, sorprende e inquieta che aree come il Salto di Quirra continuino a essere sacrificate in nome di interessi militari, spesso imposti dall’alto e giustificati da ragioni di sicurezza nazionale. 

Il contrasto tra la retorica della green economy e la realtà di questi territori martoriati rivela una contraddizione profonda e ancora irrisolta. Non si può parlare di futuro sostenibile ignorando queste ferite aperte. Il silenzio su Quirra è un silenzio che grida, e che ci interroga sulla gerarchia di valore che diamo ai territori, alle comunità e alle vite umane.

Allo stesso tempo, si continua a investire nella produzione militare, in equipaggiamenti e tecnologie, senza considerare i danni all’ambiente, alla salute e al benessere delle popolazioni.

La giustizia ambientale si fonda sull’equità nell’accesso a un ambiente sano, sicuro e libero da inquinamento, capace di sostenere il benessere sia delle comunità locali che degli ecosistemi. Questo concetto include le lotte sociali per la tutela ambientale e mette in luce le disuguaglianze legate alla classe sociale, al contesto culturale e alla dimensione territoriale nell’accesso e nella gestione delle risorse naturali. Tra i suoi principi fondamentali spicca l’allineamento con la democrazia partecipativa, che riconosce il valore dell’impegno attivo delle comunità nei processi decisionali.

In Sardegna, come è emerso chiaramente, le dinamiche di ingiustizia ambientale sono strettamente connesse alla presenza e all’attività delle basi militari, le cui operazioni hanno avuto un impatto devastante sull’ambiente e sulla salute delle popolazioni locali. Le storie di resistenza nate in questo contesto mirano a riconoscere e denunciare tali ingiustizie, dando voce a chi le ha subite. Iniziative dal basso, movimenti civici, comunità e singoli individui si sono mobilitati per rivendicare il diritto a vivere in un ambiente sano. I processi giudiziari, la formazione di collettivi attivisti e l’azione continua sul territorio rappresentano le molteplici forme di una lotta in corso per la vita, la terra e la dignità ambientale.

Accanto a queste forme di attivismo, esiste una resistenza più profonda e simbolica, radicata nel legame tra persone e territorio. Pratiche rituali, cerimonie legate all’acqua e alla terra, luoghi sacri e tradizioni ancestrali costituiscono una memoria collettiva viva, che suggerisce possibilità future di coesistenza armoniosa. In questo senso, il diritto alla tutela ambientale si intreccia con una visione più ampia del vivere: cosa produrre, in che modo investire, come abitare e rispettare il territorio.

Come afferma Robert Bullard, «Il movimento per la giustizia ambientale ha ridefinito il significato dell’ambientalismo. Dice fondamentalmente che l’ambiente è tutto: dove viviamo, lavoriamo, giochiamo, andiamo a scuola, così come il mondo fisico e naturale. E quindi non possiamo separare l’ambiente fisico da quello culturale. Dobbiamo assicurarci che la giustizia sia integrata in tutto ciò che facciamo».

L’ingiustizia ambientale è un fenomeno complesso e multidimensionale, la cui comprensione è imprescindibile nei dibattiti contemporanei sulla protezione ambientale. È urgente portare alla luce gli effetti nocivi dell’industria militare sull’ambiente e sulla salute umana, temi troppo spesso assenti dalle agende pubbliche.

Il caso della Sardegna esemplifica con chiarezza le molteplici sfaccettature di questa ingiustizia, così come le forme di resistenza e i tentativi di ricostruire un legame profondo con la terra e con le comunità che la abitano. Attraverso la lente della giustizia ambientale, emerge come alcuni gruppi sociali siano più vulnerabili di altri di fronte ai processi di militarizzazione e sfruttamento.

Per affrontare questi squilibri è fondamentale riconoscere le specificità delle comunità, considerando la loro storia, classe sociale, cultura e relazione con il territorio. Le esperienze di partecipazione democratica e le memorie di lotta possono costituire la base per nuovi investimenti nel benessere collettivo, tracciando un cammino concreto verso una giustizia ambientale integrale e duratura.

da qui

venerdì 23 maggio 2025

Sardegna tra propaganda di guerra e «dissenso debole» - Cristiano Sabino

 Sardegna tra propaganda di guerra e «dissenso debole» - Cristiano Sabino

La Sardegna, da sempre terreno di sperimentazione militare e cavia silenziosa delle politiche di guerra italiane e NATO, è oggi anche laboratorio di una nuova forma di ingegneria ideologica: la propaganda umanitaria militarizzata. Con la maxi-esercitazione Joint Stars 2025, le forze armate italiane – in sinergia con il Comune di Cagliari e la Regione Sardegna – hanno costruito un palinsesto propagandistico perfettamente allineato alle logiche del war-washing pianificato lo scorso 19 marzo dalla Commissione Europea con la pubblicazione del “Libro bianco per la difesa”, un documento di indirizzo politico che riunisce le proposte per rafforzare e rilanciare in grande stile l’industria bellica in Europa, nel contesto del noto piano guerrafondaio “ReArm Europe/Readiness 2030”.

È da leggersi sotto questo rispetto l’evento “Joint Stars for Charity” organizzato lo scorso 10 e 11 maggio dall’Esercito italiano e dalle principali istituzioni regionali a Cagliari: mascherare le operazioni belliche sotto la patina della beneficenza, dell’inclusione sociale, dello sport e dei diritti dell’infanzia.

Ma questa operazione, lungi dall’essere una semplice trovata mediatica, ha caratteristiche molto più profonde e pericolose: si tratta dell’attivazione di un laboratorio di propaganda coloniale e di guerra, con la Sardegna che fa un salto di qualità nel suo ruolo di area strategica all’interno della NATO, passando dall’essere una "vetrina pacificata" dell’impero utile come passivo campo di sperimentazione dei sistemi d’arma a vero e proprio laboratorio proattivo per la costruzione del consenso verso la nuova dottrina dell’economia e della cultura di guerra voluta dalle oligarchie europee e avviata a pieno regime con il piano di riarmo da 800 miliardi in funzione anti russa e anticinese. 

Parte I

Il salto di qualità

La Sardegna come avamposto della normalizzazione della guerra

La "Joint Stars" si svolge periodicamente nella terra più militarizzata d’Europa: la Sardegna. È stata definita come la "principale esercitazione nazionale della Difesa". Questa attività, pianificata e condotta dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI) si è concentrata sull'addestramento delle truppe in scenari complessi, comprendendo operazioni anfibie e controllo del territorio, come dimostrato dall'esercitazione di sbarco avvenuta a Capo Teulada.

Tutto ciò non rappresenta certo una novità, visto che gli abitanti dell’ultima colonia oltremare dello Stato italiano sono abituati da settant’anni a vedere periodicamente interdette gigantesche porzioni di territorio, interi litorali e perfino la maggior parte della volta celeste.

Ma l’edizione 2025 resterà nella storia per un salto di qualità nella militarizzazione coloniale dell’isola. Parallelamente alla solita invasione di scarponi, anfibi e bombardamenti per terra, cielo e mare, viene sviluppata l'iniziativa "Joint Stars for Charity", caratterizzata da screening sanitari pediatrici gratuiti offerti a bordo della nave Trieste della Marina Militare, ormeggiata nel porto di Cagliari, del resto già da tempo ampiamente militarizzato. Questa iniziativa ha suscitato un acceso dibattito pubblico, polarizzando l'opinione tra coloro che ne hanno lodato gli scopi benefici e chi, invece, l'ha criticata come forma di propaganda bellica.

Parafrasando il famoso motto latino “si vis pacem, para bellum”, potremmo dire che lo slogan della Joint Stars 2025 può essere così riassunto: “se vuoi preparare la guerra, presentala sotto le rassicurante spoglie della pace e dell’innocenza”.

Agli inizi di maggio infatti, sui social sardi, ha iniziato a rimbalzare la locandina dell’evento intitolato “Un gesto meraviglioso come il sorriso di un bambino”, iniziativa organizzata dal “Comando operativo di vertice interforze”, con partner principali del calibro di Leonardo SPARWM Italia,Terna e Unicredit.

L’evento si è svolto in due luoghi distinti, ma uniti da una sapiente e distopica strategie propagandistica: l’ospedale G. Brotzu di Cagliari e la nave da guerra “Trieste” ormeggiata appunto nel porto di Cagliari. Il tema dell’infanzia è il fil rouge che indora la supposta bellica somministrata all’opinione pubblica sarda. Così, mentre all’ospedale andava in scena lo spettacolo musicale della fiaba “Pierino e il lupo” dedicato ai bambini ospedalizzati e la contestuale consegna di doni ai medesimi bambini, sulla nave da guerra si esibiva la banda interforze e venivano effettuati gli “screening sanitari gratuiti per i bambini”.

Utilizzare la salute e i bambini per normalizzare la presenza militare direttamente nel contesto civile (ospedali, porti, scuole, ecc..) è già raccapricciante di per sé. Ma la cosa appare ancora più grave se si pensa a chi ha patrocinato l’evento. In calce alla locandina figuravano infatti i loghi del gratuito patrocinio concessi dal Comune di Cagliari e dalla Regione Autonoma di Sardegna, entrambe a guida “campo largo”.

Come si può leggere sul sito della RAS, il patrocinio gratuito (ma il discorso è analogo per il Comune) «si esprime con la concessione dell'utilizzo dello stemma istituzionale del Consiglio regionale della Sardegna, è una forma di adesione e manifestazione di apprezzamento per iniziative senza scopo di lucro ritenute meritevoli per le loro finalità sociali, culturali, artistiche, filantropiche, scientifiche, sportive che si svolgono di norma nel territorio sardo e che rientrano negli ambiti di competenza normativa della Regione Autonoma della Sardegna. È concesso in forma discrezionale dal Presidente del Consiglio regionale e non è da considerarsi un atto amministrativo ma una mera volontà».

Quindi vale la pena chiedersi, chi governa Regione e Comune di Cagliari? I fascisti? I guerrafondai del Governo Meloni? Una coalizione di “centro sinistra” a trazione calendiana? No, a Cagliari il sindaco (che deve dare l’ultima parola sul patrocinio) è Massimo Zedda, volto noto del “progressismo” sardo a sinistra del PD, eletto con il sostegno, fra gli altri, di Sinistra Futura, Progressisti, Alleanza Verdi-Sinistra, Movimento 5 Stelle e gli “indipendentisti” di A Innantis. In Regione governa Alessandra Todde, nota esponente del M5S, contiana di ferro e oratrice alla piazza contro il riarmo organizzata lo scorso aprile dai pentastellati.

Insomma, Houston, abbiamo un problema!

Un'altra locandina, sempre siglata dal “Comando Interforze”, con in primo piano l’immagine della nave da guerra Trieste, invitava la popolazione a visitare la nave stessa e ad “effettuare screening pediatrici gratuiti”, specificando che “i medici e i sanitari del DMML di Cagliari e della Croce Rossa Italiana saranno a tua disposizione negli ambulatori di bordo per screening”. La novità che emerge da questa nuova propaganda è la collaborazione con l’USR, cioè con l’Ufficio Scolastico Regionale della Sardegna, oltre che con la ASL.

Lo shock nell’opinione pubblica sarda è stato forte. Da una parte l’immagine del bambino sorridente, perché accudito dai medici della Trieste, dall’altra parte la realtà di una sanità pubblica sarda sempre più inefficiente, con liste d’attesa di anni per esami salvavita o addirittura senza alcuna possibilità di prenotazione tramite CUP. A fare da contrasto alla propaganda militarista patrocinata dai “progressisti”, “ambientalisti” e “indipendentisti” sardi anche le orride immagini dei bambini palestinesi e yemeniti fatti a pezzi con quegli stessi sistemi d’arma forniti da Leonardo SPA e RWM Italia a Israele e coalizione saudita. Quest’ultima multinazionale produce bombe proprio a Domusnovas, in Sardegna e da anni un movimento si batte per la sua riconversione ad uso civile.

Normalizzazione della guerra e normalizzazione del dissenso

L’essere laboratorio della propaganda di guerra della Sardegna non si risolve però soltanto nell’evento "Joint Stars for Charity" e nella sua architettura sofisticata e lungimirante dal punto di vista degli ideatori. La Sardegna diventa parallelamente anche un laboratorio egemonico del dissenso, nella misura in cui di fronte a questa operazione, una serie di soggetti organici alla Giunta hanno cercato di intestarsi la protesta.

In un comunicato congiunto i Consiglieri regionali di Sinistra Futura, Movimento 5 Stelle Sardegna e Alleanza Verdi Sinistra hanno infatti preso le distanze dalle medesime maggioranze che sostengono e quindi hanno di fatto sconfessato il patrocinio concesso dal Comune di Cagliari e dalla Regione Autonoma di Sardegna, auspicando che la “Sardegna sia costruttrice di pace”.

Nel documento si stigmatizza «ogni azione atta a giustificare e a rendere popolare e socialmente accettata la guerra è da bandire» e, dopo aver criticato alcune iniziative del Parlamento europeo e del Governo italiano, i firmatari attaccano quelle forze che “vorrebbero svuotare i granai per riempire gli arsenali» e si propongono come «una voce dissonante per essere costruttori di pace e un autentico presidio della nostra Costituzione repubblicana». [qui]

Stessa operazione da parte dell’associazione “indipendentista” filo governativa A Innantis che ha diffuso sui suoi social un articolo intitolato “Anche no. Con Joint Stars l’esercito italiano offre screening ai bambini sardi” firmato presumibilmente da un suo sodale, Francesco Ledda, dove si può leggere che l’intera operazione è «una vera e propria beffa da parte dello Stato italiano». Al contrario del documento dei “progressisti” però Ledda, critica anche il patrocinio: «una cosa in questo quadro non ci è chiara e proprio non capiamo: il patrocinio della Regione e del Comune di Cagliari. Non capiamo davvero come si possa pensare che associare la guerra alla salute, nel contesto di presa in giro dei sardi che è stato descritto finora, e non condividiamo pensare l’accettazione di questo “war-washing” da parte dell’esercito.

Non sappiamo chi ha deliberato questa decisione, ma dopo la presa di distanza da parte dei partiti della maggioranza, ci auguriamo che possa davvero seguire una seria risposta alle prese in giro dello Stato italiano» [qui] .

Insomma, nel documento dei partiti “progressisti” e “costituzionalisti” l’indignazione si ferma ad una mera dichiarazione di principi senza toccare la questione “patrocinio”, nella narrazione di A Innantis, il gran cattivone è lo Stato Italiano e poi c’è il gran mistero del folletto che ha «deliberato questa decisione».

A queste prese di posizione si è aggiunta “la nota stampa della Segreteria della Camera del lavoro CGIL di Cagliari con la richiesta di ritirare i patrocini istituzionali” , la stessa organizzazione sindacale che solo due mesi fa non trovava nulla di strano nell’aderire alla piazza guerrafondaia, pro riarmo e suprematista chiamata dal Gruppo Gedi.

L’operazione, in tutti questi casi, è raffinata e deve essere valutata con il dovuto criterio, anche alla luce del fatto che tutte queste prese di posizione, addirittura da parte del partito che esprime la governatrice Todde, non hanno determinato la rimozione del patrocinio. E il patrocinio – bisogna sottolinearlo - può essere ritirato senza problemi, vista la natura gratuita e valoriale del sostegno. Ciò è dimostrato anche dalla discussa revoca con cui la Regione Lazio ha tolto il sostegno al pride (qui).

Sarebbe dunque bastato motivare la scelta, anche in ragione del fatto che la governatrice è salita sul palco della manifestazione del 5 aprile a Roma contro il riarmo, sottolineando come quella della carità e della solidarietà rappresenta solo una patina per un’operazione di war-washing infiocchettata dall’Esercito e sostenuta finanziariamente da chi con il suo businnes ai bambini contribuisce a togliere per sempre il sorriso, insieme a tutti i diritti, incluso il diritto alla vita.

Evidentemente siamo dentro una splendida bolla di apparenze e anche queste prese di posizione fanno parte della bolla, costituendone la superficie più luminosa e colorata. Perché a questi comunicati non è seguito un serio dibattito in Consiglio Regionale e nel Consiglio Comunale di Cagliari e magari una mozione di sfiducia a Sindaco e Governatrice? Se alle prese di posizione morali e civili non segue nessun atto concreto che senso ha esibire la coda da pavone e tingerla con i colori arcobaleno della pace, con il verde speranza dell’albero deradicato d’Arborea e con il rosso delle rivendicazioni sindacali?

Ovviamente tutto ciò non è privo di valore, anzi tali prese di posizione assolvono alla funzione rituale dell’antagonismo conformista in cui oggi consiste il dispositivo per controllare e pilotare ogni forma – seppur blanda – di dissenso reale. È una strategia che viaggia tra il conscio e l’inconscio e che assomiglia tanto a quegli splendidi versi di Don Raffae’ di De André: “Si costerna, s'indigna, s'impegna. Poi getta la spugna con gran dignità”. Nel contesto della canzone, a costernarsi, indignarsi e a gettare la spugna dopo essersi lavato la coscienza era lo Stato, nel nostro tempo invece è la “sinistra progressista”, l’ “indipendentismo di governo”, il “movimento dei cittadini” e perfino tanti “antagonisti”. Ed è esattamente di questo raffinato e nuovo dispositivo egemonico che ci occuperemo nella seconda parte dell’articolo.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-sardegna_tra_propaganda_di_guerra_e_dissenso_debole/39130_60894/

 

 

 

Il panottico del dissento: il caso Sardegna – Cristiano Sabino

Inseriamo la seconda parte dell'editoriale pubblicato ieri"Sardegna tra propaganda di guerra e 'dissenso debole'"

Il panottico del dissento

Che tutto questo non sia frutto del caso o di una diffusa mancanza di cultura politica ma obbedisca ad un dispositivo ben preciso di sgretolamento di ogni possibile reale opposizione all’economia e alla cultura della guerra, del riarmo e della colonizzazione è dimostrato da alcuni fatti emersi a ridosso dell’evento organizzato a Cagliari.

Era ancora caldo lo strascico delle polemiche dovute allo scandalo della concessione del patrocinio all’evento della Joint Stars for Charity, quando sui canali della lista governativa Sinistra Futura veniva pubblicata una nuova iniziativa: “Fermare il massacro della popolazione. Riconoscere lo Stato di Palestina”. Sorvolando sul fatto che il genocidio in atto venga derubricato come “massacro”, è interessante notare come gli organizzatori non abbiano trovato alcun problema nell’affidare l’intervento conclusivo allo stesso sindaco di Cagliari Massimo Zedda che ha concesso il patrocinio ad un evento finanziato da Leonardo SPA e da RWM Italia. Non stiamo parlando di un semplice saluto e di una presenza istituzionale, ma dell’acme politico di tutto l’evento: la sintesi finale che trae dall’evento le conclusioni politiche.

Tra gli interventi programmati anche quello di Piero Comandini, presidente del Consiglio Regionale Sardo ed esponente di spicco del PD sardo, di un partito cioè che neppure formalmente ha criticato la concessione del patrocinio, non figurando tra i firmatari del documento che abbiamo analizzato sopra. 

 

Riepilogando per punti e riassumendo per passaggi logici tutto ciò abbiamo che:

 

  1. Comune di Cagliari e Regione Autonoma di Sardegna, a maggioranza “Campo Largo” e guidati da figure di spicco del progressismo “a sinistra” del PD quali Zedda e Todde, concedono il patrocinio ad un evento di becera propaganda di guerra finanziato da multinazionali che vendono armi a Israele e alla coalizione saudita;
  2. una parte di questa stessa maggioranza protesta pubblicamente dissociandosi dall’evento ma non chiede la revoca del patrocinio, a parte A Innantis che però incolpa non le elites sarde ma lo “Stato italiano”;
  3. Il patrocinio non viene revocato nonostante ciò sia legalmente possibile;
  4. Gli stessi “dissociati” (Sinistra Futura) pochi giorni dopo organizzano un evento sulla Palestina invitando a parlare i medesimi esponenti politici protagonisti della concessione del patrocinio all’operazione di propaganda di guerra finanziata dalle multinazionali della guerra.

Che significato ha tutto ciò? Può essere ridotto a mera cialtroneria o si tratta piuttosto di una strategia ben precisa dotata di finalità precipue?

In realtà tracce di risposta a questa domanda si trovano nello stesso documento congiunto dei partiti “progressisti”.

Nel comunicato firmato da Sinistra Futura, M5S e AVS compare il riferimento alla Risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025 sull'attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune e in particolare la critica all’articolo 165 che «invita l'UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l'importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società alle sfide in materia di sicurezza» e all’ articolo 167 che «chiede, inoltre, di mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell'UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili».

La “sinistra” del campo largo al governo del capoluogo di Regione e della medesima Regione Autonoma si dimostra  dunque consapevole del progetto egemonico per sgretolare la vocazione pacifista e contraria al riarmo dell’opinione pubblica.

La citata risoluzione accoglie con favore il piano "ReArm Europe" approvato dal Consiglio Europeo nel marzo 2025 il quale – è bene ricordarlo – contiene una clausola di salvaguardia che consente ai paesi membri di contrarre debito per spese militari senza violare il Patto di Stabilità e Crescita. Oltre al riarmo insomma la beffa. Dopo che per decenni i Governi e le tecnocrazie europee hanno ripetuto meccanicamente che non si deve fare debito per soddisfare la domanda di diritti e protezione sociale ora sdoganano il debito stesso per favorire la corsa agli armamenti e la preparazione delle ostilità con Russia e Cina.

Se c’è una cosa che dimostra la storia del movimento socialista e progressista variamente inteso è che davanti alla guerra non è possibile assumere posture ambigue. Chi sostiene con il voto politiche belliciste, favorevoli al riarmo, compatibili con il sostegno a stati terroristici come Israele e subalterne alle strategie di allargamento del blocco NATO, non può mai e in nessun caso essere un interlocutore politico.

Di fronte alla guerra, al riarmo, all’escalation e davanti al piano inclinato dell’economia e della cultura di guerra teorizzate a chiare lettere dalle oligarchie europee e messe nero su bianco nella risoluzione di Politica di Sicurezza e Difesa Comune approvata lo scorso 2 aprile 2025, non è possibile scendere a compromessi.

E invece, in questo caso, non solo i compromessi si fanno, ma si sta allegramente al banchetto insieme con chi «inneggia alla guerra» (da qui).

Se le parole hanno un senso, se veramente si crede che si stia preparando la guerra e se si prendono sul serio i medesimi documenti europei, come è possibile che non esistano conseguenze davanti ad un atto gravissimo come quello di concedere il patrocinio ad un laboratorio avanzato di indottrinamento guerrafondaio come quello a cui abbiamo assistito lo scorso 10 e 11 maggio a Cagliari?

Proprio in ragione del fatto che l’intera opinione pubblica deve cambiare di segno e abbandonare le sue posizioni ostili a guerra e riarmo, è necessario comunicare a tutte le oligarchie guerrafondaie che di fatto votano e deliberano a favore degli invii di armi, del riarmo e di tutti i vari provvedimenti che gettano oggettivamente le premesse per un nuovo conflitto globale, che non esistono conseguenze di alcun genere alle loro azioni e che chi esercita egemonia nel mondo del pacifismo rappresentando la “sinistra” e l’ “antagonismo” potrà abbaiare, ma non morderà.

Se i consiglieri, i deputati, gli europarlamentari, i sindaci, i presidenti di Regione deliberano a qualunque livello per la propaganda e l’economia di guerra o per la guerra vera e propria, il messaggio da dare è che ci sarà qualche comunicato, comparirà qualche dichiarazione, qualche bandierina di qualche cespuglio progressista o presunto tale comparirà qua e là, qualche leader colorerà di tonalità arcobaleno qualche orazione o posterà qualche presa di posizione critica, ma poi non accadrà assolutamente nulla. Nessun Governo cadrà. Le Giunte regionali e comunali resteranno al loro posto, le alleanze elettorali rimarranno salde in nome della sacra unione contro la “destra” e accadrà persino che i massimi dirigenti del Partito della Guerra verranno invitati a parlare di pace. Oppure, all’inverso, accadrà, come è avvenuto a Sassari lo scorso 14 maggio, che sarà il PD ad organizzare un convegno dal titolo “Tra conflitti e speranze. Il cammino dell’Europa per la pace” e nel parterre figureranno i vari esponenti della bandiera arcobaleno, che stanno sempre in prima fila ad ogni marcia o manifestazione per la pace.

Ma quale cammino per la pace dell’Europa? Quello di ripetuti invii di armi sempre più letali, sempre più offensive e sempre più inutili in Ucraina e di un milione di morti causato dall’assenza totale di strategie diplomatiche? Quella del kit di sopravvivenza in previsione del conflitto termonucleare da affrontare con un mazzo di carte e una power bank per il telefono? Quello delle auto sanzioni e dell'auto sabotaggio al gasdotto che consentiva al continente europeo un approvvigionamento energetico a basso impatto ambientale e a basso costo e che oggi ci obbliga a comprare il GLN americano al triplo del prezzo? Quello dell'appoggio al colpo di stato in Ucraina indotto dagli USA per installare basi missilistiche a un tiro di schioppo da Mosca? Quello degli 800 miliardi sottratti a scuola e sanità per comprare armi statunitensi? Quello della Germania che, dopo aver scatenato due guerre mondiali, annuncia con nonchalance che sta preparando «l’esercito più forte del Continente»? Quello del silenzio e della complicità di fronte al criminale genocidio a Gaza perpetuato sotto il gentile patrocinio dell’amministrazione democratica di Biden?

Domando: che ci faceva l'ANPI a questo convegno di war washing del PD? Non sono una associazione che ricorda i partigiani? I partigiani nel secondo dopo guerra lottavano per la pace e smascheravano i guerrafondai, non ci facevano fichi fichi insieme.

Cosa ci faceva Emergency? Non è una associazione schierata senza e se e senza ma contro il partito unico della guerra? Avete dimenticato le parole di Gino Strada:

“Mi invitano ai talk show per parlare di pace, poi sul divano a fianco c’è uno che fabbrica armi. È come chiamare un oncologo e un venditore di sigarette alla stessa tavola rotonda.”

Questa politica dell'ipocrisia insanabile, della facciata, del volemose bene, del tengo famiglia, questa fiera del circo del progressismo sassarese che mostra ad ogni occasione la faccia più conveniente, va denunciata e combattuta.

Tutto nella norma? Cos' è uno scherzo?

Si possono stimare anche alcuni percorsi individuali di politici e attivisti che si trovano in questa rete infernale di compromissione e sdoganamento del partito trasversale della guerra, ma come sosteneva Aristotele in riferimento al suo rapporto di dissenso con Platone “amicus Plato, sed magis amica veritas".

Cos’è e come funzione il «dissenso debole»

Dobbiamo essere chiari, tutto questo non accade per caso, ma fa parte di una medesima partita di giro. È finito il tempo in cui nei movimenti venivano infiltrati agenti provocatori con lo scopo di praticare la strategia della tensione e liquidare le formazioni del dissenso con la criminalizzazione. Dobbiamo capire che la strategia è cambiata. Sebbene restino molte tessere da piazzare, sembra chiaro che oggi la strategia più efficace per fare piazza pulita di ogni potenziale opposizione, è disinnescare l’opposizione stessa, utilizzando argomenti e temi di distrazione di massa come la retorica antifascista e la sensibilità diffusa sui diritti civili. Il gioco è semplice: si individuano dei temi di identità culturale forte, si sceglie di radicalizzarli e contemporaneamente di isolarli dal resto dell’agenda politica, così si avrà la sensazione del conflitto, dell’opposizione, della dialettica quando in realtà tutto si gioca sul piano di ombre cinesi. Sui temi strutturali – strutturali in senso sia marxista che geopolitico e geostrategico – si pratica poi la massima ecumenicità e il massimo laissez faire. È questo il cuore della strategia che traghetta dalla “strategie della tensione” per sbaragliare i movimenti sociali potenzialmente ostili al piano del “dissenso debole” per riassorbire e assoldare i movimenti sociali stessi.

Dopotutto è molto meglio rendere debole e dunque innocuo il dissenso che combatterlo.

Il dissenso è “debole” non per sua natura, ma per effetto di una strategia ben precisa e ben studiata. Per rendersene conto basta porsi una domanda. Cosa accadrebbe se la Regione governata da forze che partecipano al Gay Pride avesse offerto il suo patrocinio ad un evento di associazioni “pro-life”? La risposta la sappiamo tutti: sarebbe accaduto il finimondo, e direi giustamente. Cosa sarebbe accaduto al sindaco di Cagliari se avesse sbarrato le porte del Municipio il 25 aprile? Come minimo sarebbe arrivata in Consiglio una mozione di sfiducia da parte della sua stessa maggioranza. E cosa sarebbe accaduto se la Giunte Todde avesse dato sponda ad un convegno che nega il riscaldamento climatico? Ovviamente una crisi di maggioranza.

Perché la stessa cosa non accade davanti alla guerra e al riarmo? Perché l’utilizzo bellico della Sardegnala propaganda di guerra, la produzione di sistemi d’armi che finiscono direttamente nelle mani dei criminali di guerra israeliani sono temi meno importante dei diritti civili o della “giustizia climatica” o del totem del 25 aprile? È come se la vecchia logica del movimento operaio e contadino che distingueva tra contraddizioni «maggiori» e contraddizioni «minori» (maggiori e minori da leggersi sempre in relazione ai concetti di «struttura» e «sovrastruttura» di stampo marxiano e non in termini di gradi importanza reale o presunta) fosse stata non solo azzerata ma proprio ribaltata.

Lo sfruttamento sul lavoro, la guerra, la colonizzazione di interi popoli passano sullo sfondo e diventano temi deboli, tiepidi, su cui si sbuffa o si finge indignazione. I veri temi forti diventano quelli sovrastrutturali, legati ai diritti individuali, alla sessualità o certe curvature legate ad un certo modo di leggere le questioni ambientali. E tutto questo – che sia consapevole oppure no – rappresenta qualcosa di più di una posa personale, diventa una nuova strategia egemonica per controllare dissenso e opposizione e realizzare i fini di un progetto politico e sociale ben definito. Perché combattere i movimenti di protesta, perché sfiancarsi in un corpo a corpo con le mobilitazioni sociali, perché inimicarsi settori di popolazione giovanile quando si può passare all’incasso concedendo loro l’apparenza della rivolta e l’estetica del dissenso?

Ecco perché non è affatto vero che il patrocinio alla propaganda pro accettazione sociale del riarmo, così come diverse altre manovre egemoniche del trasversale e sempre più forte partito della guerra e dell’occupazione coloniale, non sono affatto frutto di «un errore», di «distrazione», di «automatismi istituzionali» così come è stato sostenuto in più sedi. Si tratta di una strategia ben precisa che punta a consolidare il nucleo forte e consapevole dell’asse guerrafondaio guidato da Ursula von der Leyen e a creare un sotto livello di finta protesta di partiti, movimenti e associazioni che a parole hanno segno opposto ma che nei fatti svolgono un ruolo funzionale agli obiettivi del partito trasversale della guerra.

L’obiettivo latente è sfiancare e disperdere in mille proteste deboli e inefficaci quella vasta platea che invece teoricamente è orientata in senso pacifista, multipolare, anticoloniale. Quando leggiamo sui manuali scolastici che al tempo della prima guerra mondiale la maggioranza delle forze parlamentari e dell’opinione pubblica della società era contraria all’entrata in guerra del Regio Esercito, ciò dovrà pur insegnarci qualcosa. Perché allora fu una minoranza agguerrita ad organizzare le piazze del “maggio radioso”, vale a dire quella strategia egemonica strumentale ad entrare in guerra che poi, non a caso, divenne base ideologica del fascismo. Allora i dispositivi egemonici pro guerra utilizzavano la retorica del compimento del Risorgimento, dell’ostilità alle potenze militariste degli imperi centrali e facevano leva su un nazionalismo fanatico che costituiva la base ideologica di una borghesia in cerca di collocamento.

Oggi si invocano i diritti individuali dell’occidente, le libertà di costume, il luccichio dei “valori occidentali” od europei, presentati come gangli strutturali di una identità progressista e democratica che fa l’occhiolino alle multinazionali della guerra così come ai movimenti antagonisti. Sono queste le tessere principali del mosaico guerrafondaio in corso di messa in posa. E la cosiddetta sinistra, parlamentare o no, di palazzo o di piazza, sta cadendo nel tranello o – in diversi casi – non rappresenta altro che la longa manus del partito della guerra nei movimenti.

Prima lo capiamo più possibilità avremo di costruire un’alternativa capace di sottrarsi al luccichio degli specchietti per le allodole, alla strategia del dissenso debole e al posticcio antagonismo di questi accessori dell’economia e della propaganda di guerra.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_funzione_del_dissenso_debole/39130_60913/

martedì 29 aprile 2025

Defendeus sa terra nostra: a Teulada, un convegno su salute, ambiente e poligoni - Carlo Bellisai

 

Si è svolto sabato 26 aprile a Teulada il convegno DEFENDEUS SA TERRA NOSTRA, promosso dal movimento A FORAS, che da oltre dieci anni propone iniziative di informazione e di lotta contro le basi e i poligoni militari in Sardegna. Sul territorio di Teulada e, in parte, su quello del comune di Santa Maria Arresi, ricade una delle più ampie servitù militari dell’isola, pari a 7500 ettari, a cui vanno aggiunte le acque prospicenti.

Davanti ad un pubblico di alcune decine di persone, di cui una buona metà abitanti del paese, i relatori si sono concentrati sulle ricadute sulla salute e sull’ambiente delle esercitazioni militari e sulle azioni legali intentate dalla società civile.

Il fisico e attivista Massimo Coraddu ha parlato delle indagini epidemiologiche svolte, dalle quali risulta che tra gli abitanti delle case e dei terreni agricoli prossimi al poligono militare si è riscontrata un’incidenza di mortalità doppia rispetto a quella riscontrata a Teulada centro. Queste persone hanno subito detonazioni pari o superiori ai 120 decibel, oltre la soglia del dolore uditivo, con probabili conseguenze sulla funzione, hanno respirato polveri sottili dense di elementi tossici.

Ha poi ricordato il caso della così detta Penisola Delta, un istmo del promontorio che da almeno trent’anni è stato usato come bersaglio durante le periodiche esercitazioni. Il Ministero della Difesa, costretto dai ricorsi delle associazioni, ha deciso infine di bonificarla, dopo che per anni l’aveva definita “imbonificabile.” Ma al momento non c’è nessun piano di bonifica, se non quello di aprire una strada, facendo brillare gli ordigni inesplosi e portando via i detriti. Ma soprattutto si vuole bonificare quel martoriato istmo, solo allo scopo di riprendere a bersagliarlo.

Graziano Bullegas, di Italia Nostra-Sardegna, ha approfondito il discorso dal punto di vista del danno ambientale, ricordando che all’interno dell’area militare e nel tratto di mare limitrofo esistono due aree protette SIC, di salvaguardia ambientale. Ma come può essere compatibile la protezione della flora e della fauna con la deflagrazione delle bombe? Diremmo incompatibile. E se anche si procedesse davvero alla bonifica della penisola delta, si dimentica che la maggior parte degli ordigni utilizzati durante le esercitazioni finisce in mare. Sulla Valutazione di Impatto Ambientale presentata dalla Difesa, le associazioni Italia Nostra, Assotziu Consumadoris Sardigna, Unione Sindacale di Base hanno fatto ricorso al TAR, di cui si attende il giudizio.

La parola passa quindi all’avvocato Paolo Pubusa, che ricorda che oltre alle basi militari, in Sardegna è presente anche la fabbrica di armamenti della RWM e che le battaglie legali su poligoni e armi si sono spesso intrecciate. Rivela, tra l’altro, che nei documenti presentati dal Ministero della Difesa non c’è traccia dell’esigenza che, dopo la bonifica, si ricominci a bersagliare; questo perché altrimenti faticherebbero a spiegarne il senso.

L’avvocato Giulia Lai riporta invece indietro la memoria al processo penale per disastro ambientale, svoltosi a Cagliari nei confronti dei quattro generali che avevano responsabilità dirette nella gestione delle esercitazioni a Capo Teulada. Sono stati assolti nel 2024 “perché il fatto non sussiste.”

Ma la sorpresa arriva leggendo le motivazioni della sentenza che ammette “che risulta dimostrata la compromissione dell’ecosistema e il rapporto causa-effetto tra esercitazione e inquinamento.” Ma subito dopo, al contrario, ribadisce che “l’attività addestrativa militare risponde agli impegni istituzionali ed agli accordi internazionali della Difesa.”

Si è parlato della salute, si è parlato dell’ambiente, due principi che dovrebbero essere tutelati. Ma constatiamo che esiste anche un terzo principio, quello della sicurezza nazionale, quello della così detta difesa. Che passa sopra gli altri due come un carrarmato.

Aggiungiamo che si può allora chiedere di quale difesa si parla? Difendersi dalle malattie, con una buona sanità territoriale, difendersi dall’inquinamento con le comunità energetiche. La difesa non deve essere armata, ma solidale. Tutto il resto, il Ministero, gli eserciti, l’aviazione, le fabbriche di morte, i droni-killer, fanno parte di altri interessi, quelli del profitto disumano.

da qui

martedì 10 ottobre 2023

Una via giuridica contro la tracotanza delle armi - Carlo Bellisai

  

La lotta per la dismissione dei poligoni militari in terra sarda, che da decenni caratterizza le attività dei movimenti antimilitaristi, disarmisti e ambientalisti presenti sul territorio, si svolge sempre di più anche nelle aule di giustizia. Aule penali, come quella del tribunale di Cagliari, dove il giudice Giuseppe Pintori ha in carico il processo che vede imputati i vertici militari dello Stato, nientemeno che per disastro ambientale, causato dalle ricorrenti e perduranti esercitazioni a fuoco nel poligono di Capo Teulada. Aule amministrative, come quella del TAR Sardegna, dove il prossimo 8 novembre verrà discusso il ricorso sull’illegittimità del decreto del Ministero della difesa che autorizza le esercitazioni belliche, nonostante la totale assenza di una valutazione di impatto ambientale.

Il ricorso, presentato materialmente dall’avvocato Carlo Augusto Melis Costa, per conto dell’associazione ambientalista Gruppo d’Iniziativa Giuridica, è stato fortemente voluto dall’organizzazione assembleare di “A FORAS”, attiva nell’ultimo decennio, assieme ad altri gruppi e movimenti contrari alle basi di guerra sull’isola. A Foras, in un suo comunicato ci informa che “l’avvocato ha ritenuto fondate le nostre motivazioni e ha scritto un ricorso che è stato depositato al TAR di Cagliari, con richiesta di sospensiva immediata delle attività addestrative (ricorso n. 692/2023). Il ricorso è stato firmato dal Gruppo di Intervento Giuridico, per ragioni di legittimità”.

All’interno dei territori concessi alle installazioni militari, nonché nei territori immediatamente adiacenti, sono situate diverse zone SIC (Siti di Importanza Comunitaria) che per legge dovrebbero essere salvaguardati da qualunque forma di inquinamento. Ad esempio l’Isola Rossa a Capo Teulada (riserva dell’avifauna) o la spiaggia di Murtas, nel poligono di Quirra, solo per citarne alcune. La tutela di questi siti è compatibile con le esplosioni che rilasciano torio, cesio, uranio impoverito, sostanze altamente inquinanti e cancerogene?

L’impressione è che il mondo militare e quello delle armi siano protetti non solo dai reticolati, ma anche da un muro invisibile che li rende in qualche modo ingiudicabili. Come se le leggi della Repubblica non valessero anche per loro, casta privilegiata, al di fuori del popolo. Dietro il mito della difesa della patria prosperano gli intricati legami fra generali ed amministratori delegati delle industrie di armamenti, in rapidi giri di poltrone.

Ne è riprova la decisione del ministro Crosetto di festeggiare il 4 novembre la “festa delle forze armate” in Sardegna. Forse gli farà da spalla il presidente della repubblica Mattarella. Il tutto solo quattro giorni prima dell’udienza del TAR che dovrà pronunciarsi sulla legittimità o meno delle esercitazioni. Indebita influenza? Abuso di potere?

“Storie d’ordinaria follia”, direbbe Charles Bukowsky. Se non fosse che in questo conflitto tra istituzioni e cittadini sono questi ultimi a soffrirne le conseguenze. Perché la distruzione sistematica dell’ambiente naturale (vedi Penisola Delta a Capo Teulada, giudicata “non bonificabile” dagli stessi militari) incide inevitabilmente sulla salute di tutti gli esseri viventi. Ma di questo chi si occupa di preparare la guerra e la morte, certo non può curarsi.

Il compito della cura del territorio, della salute, del benessere collettivo, in assenza spesso delle istituzioni delegate, spetta ai cittadini attivi, ai movimenti, alla società civile. Diventa inutile parlare ancora di pace, senza venire qui a capire cosa significhi la devastazione del preparare la guerra. Ma non so se il ministro Crosetto abbia i lineamenti ideali per capirlo.

da qui

martedì 18 luglio 2023

Sardegna: presidio davanti all’Assessorato all’ambiente