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lunedì 21 gennaio 2019

QUANTI SONO 117 MORTI? - Saverio Tommasi




117 morti, se stessero accanto e con le braccia aperte, formerebbero una catena di 292 metri, che a farli di corsa ci vorrebbero trenta secondi anche a Usain Bolt. Se invece sei una persona normale ti ci vuole un minuto e mezzo, di corsa, per sorpassare 117 morti stesi e con le braccia aperte.
117 morti sono un palazzo di 39 piani, per tre persone a piano.
117 morti equivalgono a una decina di giri completi alle macchinine a scontro, al Luna Park. Come se per dieci giri tu sapessi che tutti quelli che ci salgono, poi, non scenderanno più. E noi siamo lì, a bordo pista, a tenere il conto dei giri che passano.
117 morti sono 234 occhi che guardano. E chissà le urla, poi, moltiplicate per 117; una grande confusione di voci anche mentre affogavano.
117 morti sono una fila mai vista neanche alla Posta, che è famosa per le file lunghe. Io alla Posta prendo il numerino e trovo dieci o venti persone prima di me, e con quei numeri l’Ufficio è già pieno. Immaginatevi ora una fila di 117 persone, equivalgono a sei uffici postali pieni.
117 persone somigliano a un supermercato medio pieno, proviamo a immaginarlo. C’è chi compra il pesce, la verdura, i biscotti, la birra, il riso, i pannolini per i bambini, e così via. 117 azioni come questa, cose normali come “scusi, è suo il carrello?” che non faranno più. Frasi normali come: “Dai, babbo, mi compri la cioccolata?” che non verranno più dette.
Fra quelle 117 persone, disperse nel Mar Mediterraneo – il più grande cimitero al mondo – sappiamo oggi che c’erano anche dieci donne. Una di loro era incinta. E poi c’erano due bambini, fra quelle 117 persone, fra quei 234 occhi. Uno di quei bambini aveva due mesi. L’età in cui i bambini portano il pannolino che ora la mamma che era con lui non gli comprerà più, in quel supermercato pieno di gente in fondo al mare.

domenica 19 marzo 2017

Una storia bellissima - Saverio Tommasi

Posso dirlo? Quando ho letto questa storia mi sono commosso e ho pianto come un bischero. Perché la bellezza che vive nella resistenza all'autorità, alla disobbedienza alle leggi ingiuste, è sempre molto emozionante. Soprattutto quando viene da ragazze e ragazzi così giovani.
La storia è questa, siamo a Vercelli, la scuola è una terza media. I professori leggono una finta circolare ministeriale che impone ai venti ragazzi dell'Istituto con almeno un genitore straniero (tutti informati dell'esperimento prima che venisse realizzato), di smettere di seguire le lezioni con i loro compagni, e l'obbligo di spostarsi in un'aula separata. E poi a giugno un esame in più “per dimostrare la conoscenza della lingua e della cultura italiana”.
Ma le compagne e i compagni di questi ragazzi, quasi tutti, si sono opposti, mentre invece i ragazzi con genitori stranieri (a conoscenza dell'esperimento) si alzavano in piedi e fingevano di obbedire alla finta circolare.
Ebbene: qualche studente ha chiesto di seguire i compagni stranieri nella nuova aula, qualcuno ha chiamato la preside, altri hanno cercato di mettersi in contatto con gli studenti di altre scuole per capire se anche da loro stava accadendo una cosa simile, altri ancora hanno cercato di impedire fisicamente che i compagni lasciassero l'aula.
L'esperimento, così, ha ricreato una situazione simile a quella delle leggi razziali del 1938, cercando di valutare le reazioni che si avrebbero (o non si avrebbero) oggi. Poi, una volta svelato l'esperimento, le ragazze e i ragazzi hanno scritto su dei foglietti i loro sentimenti. Uno ha scritto "mi sono sentito uno schifo perché non mi ritengo superiore ai miei compagni”; uno dei ragazzi con i genitori stranieri, invece, ha scritto "so che se succedesse veramente i miei compagni si ribellerebbero e mi aiuterebbero".

Un inchino a tutti gli studenti e le studentesse, alla scuola Pertini, alla preside Ferdinanda Chiarello. E un inchino alle due insegnanti che hanno ideato la simulazione: Patrizia Pomati e Carolina Vergerio.
Grazie di cuore da parte di tutte le persone per bene.

da qui

giovedì 1 settembre 2016

La bambina con la bicicletta e la pace - Saverio Tommasi



Ho visto un video in cui un soldato israeliano strappa la bici a una bambina palestinese, e lei piange. Lui continua a tenere i piedi sopra la bici e costringe la bambina ad andare via. La bambina, ancora, piange.
Il soldato aspetta che la bambina se ne vada, correndo e piangendo, e poi getta la bici fra i cespugli.
Questo non c’entra niente con il bisogno di sicurezza di un popolo. Come il bisogno di sicurezza non c’entra niente con il costringere un altro popolo a vivere in un fazzoletto di terra, fermare le ambulanze con i nonni che stanno morendo ai posti di blocco, privarli dell’acqua, privarli della libertà, privarli dei campi da coltivare, chiuderli con un muro, privarli del riconoscimento di uno Stato.

Io sto con le biciclette, e con le bambine che le guidano, perché sono l’unica possibilità, per tutti, di arrivare alla pace.

martedì 4 agosto 2015

Giorgia Meloni, che NON corre felice nei prati – Saverio Tommasi



Giorgia Meloni, che non corre felice nei prati ma sta davanti a facebook con il braccio destro alzato, ha pubblicato questa stessa foto che pubblico anch'io.
Giorgia, che non ha due fratelli gnocchi come Abel e Arthur, si è scandalizzata perché di fronte a un cibo giudicato di merda, i profughi hanno protestato.
Giorgia, che non ha mai assaggiato un cibo di merda, non sa cos'è un cibo di merda. I profughi, che invece l'hanno assaggiato per una vita e sanno cos'è, se ne sono accorti subito. Anche perché sono richiedenti asilo, alcuni di loro laureati, e sanno che se la comunità europea paga 35 euro al giorno per vitto e alloggio, e qualcuno dà loro cibo di merda, significa che qualcun'altro si è intascato la loro cena.
Giorgia sopra a questa foto ha scritto "hanno lanciato i vassoi in strada". Giorgia, che è meno vera del suo cartone animato, mente. I richiedenti asilo hanno adagiato le pietanza plastificate sull'asfalto, alcune di queste sono aperte perché il cibo prima lo hanno assaggiato, e il fatto che cibo in terra non ce ne sia rende chiaro anche il procedimento con cui questi vassoi sono stati adagiati sull'asfalto: cioè attraverso una protesta in forma di resistenza civile, che ha previsto appunto l'appoggiare i vassoi in terra, per poter essere visti e fotografati, e poi sedersi intorno. Come hanno fatto.

Non hanno urlato, i richiedenti asilo, non si sono strappati i capelli, non li hanno strappati agli operatori, non hanno spaccato il centro. Anche se forse, io, avrei fatto tutte queste cose insieme. Loro no. Loro hanno protestato attraverso il digiuno.
Probabilmente se avessero avuto un ufficio stampa avrebbero mandato i comunicati stampa ai giornali e avrebbero convocato una conferenza stampa, ma non sono Giorgia Meloni, loro. Per fortuna sono migliori, anche se l'ufficio stampa non ce l'hanno.

PS. l'opzione "mangi questa minestra o salti dalla finestra" non è un'opzione, è un ricatto. Ricordiamocelo sempre. Esattamente come accade al lavoratore costretto dodici ore nei campi, o in fabbrica, o a tre euro l'ora in un call center, l'opzione del padrone "se non ti va bene vattene" non è un'opzione, è un ricatto. E di fronte ai ricatti resistere è un dovere, anche di chi non è ricattato.

E ora torno a guardare i cartoni animati, cercando un po' di sincerità. Viva Georgie, abbasso Giorgia.