Visualizzazione post con etichetta Fabrizio Gatti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fabrizio Gatti. Mostra tutti i post

domenica 16 giugno 2019

I migranti diventati un'icona: "Su quel barcone eravamo noi" - FABRIZIO GATTI


Della nostra epoca, tra le opere d’arte destinate a sopravvivere, resterà sicuramente una fotografia scattata in mezzo al Mediterraneo. È l’immagine che sabato 7 giugno 2014, ventuno minuti dopo le cinque del pomeriggio, Massimo Sestini ha inquadrato sull’esatta verticale di un barcone e delle sue centinaia di volti. Tutti con lo sguardo all’insù, circondati dal mare.



Ecco Hajar, che allora ha 15 anni. Ecco sua sorella Shaza, in viaggio con la figlia di quattro mesi. Ecco Amal, la loro madre, che è riuscita a farle scappare dalla Siria in fiamme. E Ansoumana, partito dal Gambia, 15 anni anni pure lui e per questo soprannominato Bambino. E poi Bakary del Mali, 14 anni. E Ayman, 30 anni, con il figlio Mahmood che di anni ne ha solo quattro. Eccoli quel giorno. E rieccoli oggi, sani e salvi nelle loro nuove vite in Francia, Germania, Italia e Svizzera.

National Geographic ha voluto raccontare la storia di questa foto straordinaria che è tuttora l’icona mondiale delle migrazioni. Marco Cattaneo, direttore dell’edizione italiana della prestigiosa rivista, ha dedicato la copertina e il servizio di apertura del numero di giugno, in uscita sabato, ai protagonisti di questo ritratto collettivo, intenso, immediatamente riconoscibile. Volti e voci che incontreremo su National Geographic anche nel documentario in onda nella Giornata mondiale del rifugiato, giovedì 20 giugno alle 20.55 (Canale 403 di Sky), con la produzione di Marco Visalberghi e Doclab, il patrocinio dell’Alto commissariato per i rifugiati, musiche originali di Massimo Nunzi e la regia di Jesus Garcés Lambert.

“Where are you? Dimmi dove sei” è il titolo, ispirato allo stesso appello che Massimo Sestini ha rivolto dai social media agli sconosciuti passeggeri del barcone. Sempre il 20 giugno (alle 20.30) il documentario sarà proiettato in contemporanea al Maxxi di Roma: una serata aperta al pubblico, organizzata da National Geographic, in collaborazione con il Museo nazionale delle arti del XXI secolo e Unhcr.


La fotografia, quando è unica e irripetibile, ha la stessa potenza di un’opera d’arte. Eppure nell’immaginazione di un profano sembra uno scatto facile: l’elicottero si ferma in volo sopra il grappolo di sguardi e si ha tutto il tempo necessario per l’inquadratura. Massimo Sestini ascolta. Sta guidando la sua macchina sull’autostrada per Firenze. «Prova a mettere la faccia fuori dal finestrino», dice divertito: «Stiamo andando a 130 all’ora e già così puoi capire. Sul mare l’elicottero viaggia tra i duecento e trecento orari. È un’operazione di soccorso, non puoi chiedere al pilota di fermarsi sopra il barcone, anche perché rischierebbe di farlo rovesciare. Non appena esci dal portellone, però, vieni investito dal vento della velocità e dal flusso violento che scende dal rotore».

National Geographic rivela i retroscena, aneddoti e trucchi che ogni fotografo amatoriale vorrebbe conoscere. È comunque sconsigliabile farsi appendere a trecento all’ora sul mare senza essere professionisti esperti: «Il merito della foto», ammette Sestini, «è per il 50 per cento del comandante Sergio Prato. È lui il pilota dell’elicottero imbarcato sulla nave Carlo Bergamini della Marina militare che ha centrato la posizione esatta per la mia inquadratura».

All’inizio l’appello, rilanciato anche dalla Bbc, è caduto nel vuoto. Fino a quando in una scuola svizzera del Canton Ticino un professore ha chiesto ai suoi studenti di raccontare con un disegno la loro storia personale. Hajar, che oggi ha 20 anni e vive in Germania, voleva descrivere il viaggio che l’ha portata in salvo con tutta la sua famiglia: dai bombardamenti a Homs, la sua città in Siria, alla traversata del Mediterraneo. «Cercavo su Internet le immagini. Quando ho trovato quella barca mi sono detta: sarà una foto come un’altra. Allora», sorride Hajar, «ho provato a zoomare per capirci di più. Fino a quando... mi sono riconosciuta!»


domenica 15 luglio 2018

C'è un mercato parallelo dei farmaci che ci danneggia tutti. Ma è legale (e vale miliardi) - Fabrizio Gatti




Se non trovate la medicina che il medico vi ha prescritto, prendetevela con le regole del libero mercato o con le autorità che non sono in grado di domarle: perché probabilmente le vostre confezioni di pillole e di iniezioni sono state esportate in Germania o in Inghilterra o in Olanda dove valgono molto di più.

Sono 1.556 i farmaci carenti in Italia, secondo l’elenco settimanale pubblicato il 28 giugno scorso da Aifa, l’agenzia di autorizzazione e controllo del ministero della Salute: di questi, 410 non hanno alternative equivalenti. Significa che la cura necessaria rischia di essere ritardata o rinviata. Mancano perfino alcuni preparati importanti per la sopravvivenza destinati alle unità di pronto soccorso degli ospedali.

Nella lista dei vuoti di magazzino appaiono anche trentacinque vaccini. Alcuni sono tra quelli previsti dalla campagna in corso che, secondo la tabella, non possono contare su formule equivalenti: gli anti-Haemophilus influenzae di tipo B diventati rari per problemi produttivi, l’Infanrix contro difterite-tetano-pertosse per cessata commercializzazione temporanea, l’Engerix contro l’epatite B per problemi produttivi, l’Imovax polio contro la poliomielite per problemi commerciali, l’Imovax tetano contro il tetano per problemi commerciali e il Varilrix contro la varicella per problemi produttivi. Si tratta di preparati delle multinazionali Sanofi-Pasteur-Europe e Glaxosmithkline…

martedì 16 settembre 2014

Claudia, selargina nel Ciad: “Ho letto di Sadali e ho provato rabbia e sconforto…”

“Mi è scesa una lacrima, di rabbia e conforto”. Comincia cosi la lettera che mi scrive Claudia, selargina, dal Ciad, in Africa.
“Ho letto l’articolo su Sadali e le parole di quelle madri (“fuori, fuori, anche i nostri bambini muoiono di fame”), mi hanno impressionata. Con tutto il rispetto per quelle madri, quei padri, che si trovano in grande difficoltà economica, che non vedono futuro dignitoso e che probabilmente sentono minata la propria dignità, sento il bisogno di dire che dubito ci siano casi di malnutrizione nella nostra Sardegna. Che non ci sono casi di bambini deceduti per la diarrea, che qui, in Africa,  ancora uccide. Non sminuisco affatto le difficoltà del nostro popolo sardo, che conosco bene. Ho una famiglia anch’io, ho amici , ho i miei affetti”.  Così Claudia dal Ciad.
Nel suo libro “Bilal“, un giornalista di nome Fabrizio Gatti ci racconta il viaggiare, lavorare e morire da clandestini; lo racconta in maniera minuziosa: la disperazione, il viaggio sino all’Italia, la traversata del deserto, di migliaia e migliaia di giovani donne, uomini, bambini:
Mi sono sempre chiesto cosa stia accadendo intorno ad una persona nel momento in cui la sua mente decide di partire. Mesi o anni prima che il corpo si metta in viaggio o ne sia solo consapevole, quale sia il fatto , l’istante, il motivo per cui il ragionamento s’accorge che non restano alternative’“.
Il punto di non ritorno in cui la testa comincia silenziosamente il percorso, il viaggio. Muoversi o soccombere. E soccombere qui non significa necessariamente morire. C’è di peggio della morte. C’è una vita di stenti. Di elemosina. Di fatica a scaricare camion o a selezionare rifiuti nelle discariche e rivenderli per pochi spiccioli. C’è il pianto affamato dei più piccoli, tutti i giorni e tutte le notti. C’è l’immagine portata dai viaggiatori, dai giornali che rivela l’esistenza di un mondo ricco e irraggiungibile. C’è la sconfitta personale e intima davanti alle fidanzate, alle mogli, ai propri padri. E davanti alle proprie ambizioni”.
Con un aggravante , queste persone scappano da situazioni che noi non riusciamo neanche ad immaginare: guerre, fame, repressione, sfruttamento nel nome del dio petrolio. Scappano dalla miseria che noi creiamo giorno dopo giorno, per continuare a soddisfare Il nostro egoismo.
Claudia Mocci è di Selargius, classe 1987. Si trova attualmente in Ciad, nel villaggio di Aboudeia , regione del Salamat, dove svolge per conto della  Fondazione Acraccs  il ruolo di amministratrice di un progetto sul rinforzo delle capacità delle popolazioni dei 5 cantoni intorno al Parco Nazionale Zakouma nei settori della sicurezza alimentare e della gestione delle risorse naturali. Il progetto, iniziato nel 2012, terminerà nel 2015.
 E’ arrivata in Ciad nell’Ottobre 2011 con una progetto chiamato Eurosha, atto alla creazione dei corpi volontari europei di aiuto umanitario, finanziato dalla Commissione Europea. Nello specifico riguarda la realizzazione di una cartografia opensource delle zone ad alto rischio di crisi umanitaria. Con altri 6 volontari hanno lavorato all’interno dei campi rifugiati al confine con la Repubblica Centrafricana, gestiti dall’Unhcr.
“Mia madre”, mi racconta ancora Claudia, “è assistente volontaria di un ragazzo rinchiuso nel Cara di Elmas (Centro di accoglienza per richiedenti asilo). Io invece vivo e lavoro in quella parte del mondo in cui il viaggio di certi migranti ha inizio. Ancora prima di mettersi in viaggio, materialmente, il viaggio inizia nella testa , nello spirito, nell’intimo di queste persone. Vivo quella disperazione che spinge questi cristiani ad affrontare le traversate nel deserto, tra le impetuose onde del  mare, sui quei barconi di speranza e morte. L’ Italia  è solo l’ultimo approdo drammatico di questa odissea, di quell’umiliazione che inizia molto prima di mettersi in viaggio. La fame, che vedo tutti i giorni ma che non provo, il senso di colpa e impotenza che aumenta e lacera il mio cuore. Ho letto il suo articolo su Sadali, mi è scesa una lacrima. Una lacrima di rabbia ma anche di conforto.” Grazie Claudia.
Gianluigi Piras