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venerdì 27 maggio 2022

Lo sguardo dei gorilla di montagna - Paolo Pecere

 

Un reportage ecologico e filosofico, dalle foreste del Ruanda.

Kigali è una città di colline verdi su cui spuntano grappoli di case. Infrastrutture e strade sono solide. In centro ci sono le ambasciate e un grande magazzino labirintico, qualche fast food, negozi di telefoni e televisori digitali, motorini. Intorno si diradano edifici e cantieri. Lo strato urbano funzionale si sovrappone allo strato rurale, che rimanda al passato. Per le strade c’è una calma insolita, le persone con cui parlo sembrano timide, hanno un contegno gentile e leggermente grave.

Per prima cosa penso al genocidio. Da questo orrore è cominciata la mia conoscenza del Ruanda. Era la primavera del 1994. In pochi mesi furono massacrate tra mezzo milione e un milione di persone. I numeri sono spaesanti, ma una proporzione aiuta a comprendere meglio la misura della strage: nel paese di sette milioni di abitanti morirono due terzi dei Tutsi, l’etnia di minoranza. Si uccideva per le strade e nelle case, in campagna e in chiesa, solitamente con machete e mazze. Quasi tutti hanno sperimentato la morte di cari e vicini di casa, restando orfani, invalidi, traumatizzati. Durò fino alla fine dell’estate e oltre, senza nessun intervento esterno a protezione della popolazione.

Il governo ha favorito, negli ultimi anni, una pacificazione nazionale, con un programma educativo e la riduzione di pena ai responsabili confessi. È gradualmente ripreso un turismo internazionale. Ma non mancano i segni di un conflitto ancora latente e complicato, che rende impossibile parlare liberamente. Non sono venuto in Ruanda per ricerche sulla storia politica e sociale, però; come molti altri visitatori, sono qui per la storia naturale. Oggi la conservazione e l’ecologia sono al centro del sistema educativo del Paese (nei negozi la merce è avvolta in buste di carta). Tre grandi parchi naturali con savana, foreste e vulcani garantiscono un costante afflusso di turisti che vengono a vedere elefanti, scimpanzé, gorilla di montagna. L’Africa in vent’anni ha perduto il novanta percento della sua popolazione di elefanti, restano solo un migliaio di gorilla tra Uganda, Congo e Ruanda, e la conservazione e la lotta al bracconaggio sono tenute in piedi dal turismo. Il denaro pagato per scattare foto agli animali sostituisce quello per comprare zanne d’avorio, carne e arti amputati. Sostituendo un desiderio umano con altri, il turismo è capace di evitare l’estinzione di intere specie; ma con la pandemia il sistema ha rallentato.

Arrivo ai margini della foresta di Nyungwe. Pernotto in un complesso gestito da un belga che parla italiano, dove sono il solo ospite. Il giorno successivo arriva una coppia di iraniani, e due ragazze che fanno cooperazione in Congo. Mi spiegano che a Kinshasa si esce solo in auto, perché armi e droghe sono così a buon mercato che è pieno di ragazzi pronti a rapirti e poi valutare il da farsi. Il Ruanda in confronto è un paese facile, un’opzione per riprendersi un po’, e ben venga la bellezza naturale. Vado a camminare nei dintorni. Le colline sono un tappeto lucido di tè, su cui spiccano azzurrini gli eucalipti. All’orizzonte la foresta si alza come un’onda gigantesca. La parola “verde” non coglie nulla della sinfonia sensoriale che m’imporrà giorni di silenzio attento e assimilazione. Per entrarci, però, bisogna avere un mezzo di trasporto. Mi accordo con un ragazzo per andarci in moto.

Nel freddo del primo mattino ci vuole un’ora di corsa sul solco di asfalto sinuoso, tra quelle che sembrano pareti di un canyon vegetale. Incrociamo diverse postazioni di soldati. Lo Stato ha limitato la coltivazione e la caccia ai confini del parco, protegge i non–umani in assetto da guerra. Quando arrivo in uno dei centri di accoglienza trovo un paio di ranger assonnati. Spiego il mio piano: inoltrarmi nella foresta in cerca dei colobi, le scimmie bianche e nere tipiche di questa antica foresta pluviale. La guida è obbligatoria e, grazie a un sistema di trasmissione con squadre di guardiaboschi, garantisce la localizzazione degli animali. Mi chiedono di tirare fuori certificati, visti, carta di credito. La carta non funziona, problema di linea. Non sanno come aiutarmi, mi toccherà tornare indietro e andare in un villaggio a fare un pagamento; ma a quel punto sarà tardi. In quel momento compare un uomo bianco col berretto, alto e corpulento, circondato da guide private. È uno svizzero, si presenta con un sorriso: “Mi chiamo Beat, cioè Beatus”. Propone di pagare lui con la sua carta oro, lo ripagherò con calma. Gli dico che insegno e scrivo. “Forse ho un lavoro per te. Cerco qualcuno che racconti i miei viaggi. Ho visitato 176 paesi nell’ultimo anno! Nonostante la pandemia! Guarda!” Mi mostra la mappa dei viaggi sul telefono, un globo con centinaia di bandierine. M’invia il suo contatto con un messaggio: una schiera di emoticon con gli occhi a cuore. Si allontana per l’escursione, seguito da un tizio che gli porta il treppiede per le foto.

M’incammino tra i mogani. Tra dislivelli di decine di metri, i tronchi sembrano sottili pilastri di un mondo verticale. Finiscono in un tetto di foglie su cui la timidezza delle chiome traccia nitidi contorni di luce. Sembra di stare sotto un cielo di cellule verdi. Lo sguardo scende fino alle radici, dove spuntano i dischi dei funghi sulle cortecce, e l’esplosione rossa di un giglio di sangue. Felci gigantesche nascondono il terreno. Mancano gli elefanti, che le mangiavano, ma c’è un progetto per reintrodurli.

Le scimmie sono in un profondo avvallamento. Sul pendio ripido la vegetazione è impenetrabile, si avanza col machete cercando appoggio su un tappeto scivoloso di piante piegate. Un ranger mi indica un tronco filiforme, e vedo il colobo, con la sua barba bianca e la coda penzolante da un ramo. È immobile a venti metri da terra, mastica una pianta. In alto e in basso ce ne sono altri. Sono decine, il gruppo intero che si sposta nella foresta. Mi tengo in equilibrio addosso a un tronco. Il guardiacaccia mi indica una “blue monkey”, un cercopiteco dal diadema, che sta nei pressi del gruppo. Lentamente i colobi si spostano, scendono passando sopra e accanto a noi che stiamo immobili. La vita delle scimmie è un continuo spostamento in cerca di cibo.


Il giorno dopo vado in cerca di scimpanzé. Anche questi si spostano, ma soli o in piccoli gruppi. Ogni sera preparano il giaciglio per la notte. Vedo una femmina col piccolo, seduta su un ramo altissimo. Resto mezz’ora a spostarmi lentamente, torcendo il collo, finché non inizia a scendere. È rapidissima sul tronco, arriva a terra e s’incammina tenendo il figlio per mano. Un’immagine in movimento della transizione dalla vita arboricola a quella terrestre. La sera mi scrive Beat. Mi invia delle cose che ha scritto, vuole un parere in cambio della sua cortesia. C’è anche un CV, da cui risulta che è un imprenditore iscritto a Filosofia. I testi che mi sottopone espongono la sua visione del mondo, mediante assiomi e brevi proposizioni, passando in poche pagine dalla fisica delle particelle a un progetto di pace universale.

Esco dal parco per dirigermi a nord, al confine con il Congo. La mia destinazione è il Parco Nazionale dei Vulcani, dove ho appuntamento con Veronica Vecellio, una studiosa italiana che da una vita si occupa dei gorilla. Passo due giorni tra viaggi e attese alle fermate dei bus, a chiacchierare con i ragazzi locali. Visito le piantagioni di caffè nei pressi del lago Kivu, al confine con il Congo, dove da giorni arrivano profughi in fuga da un’eruzione vulcanica.

Arrivo a Musanze. È un altro paese anonimo: due strade principali, la banca, il distributore di benzina, negozi che vendono tutto e niente, qualche isolato periferico e un arcipelago di villaggi sparsi tra i campi di patate. Ma qui si viene da tutto il mondo perché sui monti vive una popolazione di gorilla che per decenni ha fatto parlare di sé in Occidente. Nel 1966 arrivò Diane Fossey, la primatologa che sfidò le convenzioni scientifiche e sociali andando a vivere da sola con i gorilla, legandosi a loro sentimentalmente, proteggendoli dai cacciatori che li uccidevano per farne cibo e medicine tradizionali, o li catturavano vivi per venderli agli zoo. Fossey ottenne la tutela di una piccola gorilla, che chiamò Coco, rimasta orfana dopo l’uccisione dei genitori. Al momento di riceverla – così raccontò in seguito – trattenne la voglia di abbracciarla per timore di impaurire l’animale sfiduciato, che infine si avvicinò spontaneamente:

Coco mi si sedette in braccio calma per qualche minuto, prima di camminare sulla panca sotto le finestre che davano sui vicini pendii del Bisoke. Con gran difficoltà si arrampicò sulla panca e guardò la montagna. All’improvviso cominciò a singhiozzare e a piangere vere e proprie lacrime, qualcosa che non ho mai visto fare a un gorilla prima e dopo. Quando si fece buio si avvolse in un nido di piante che le avevo preparato, e piagnucolò a bassa voce fino a addormentarsi.

L’indomani Fossey trovò l’intera casa sottosopra, ma gioì per la viva curiosità che aveva portato Coco a aprire tutto e spargere le cose in giro. In seguito prese in casa un secondo gorilla, Pucker: i due passarono dall’antagonismo a una bisognosa alleanza, finendo col dormire abbracciati. Cominciò così una convivenza che per Fossey iniziava ogni giorno con una fragorosa sveglia alle sette, quando i due gorilla sbattevano i pugni sulla porta della stanza. La descrizione è quella della vita quotidiana di un genitore.

Se il tempo era coperto o freddo, passavano un’ora a mangiare tutti contenti, per poi prepararsi i nuovi giacigli con le piante. Se c’era il sole chiedevano che li portassi fuori, dove potevano sfogare l’energia repressa in lotte scalmanate, inseguimenti e arrampicate sugli alberi.

Ma non sarebbe durata a lungo. Fossey aveva ottenuto la custodia dei gorilla a condizione di restituirli al proprietario di uno zoo non appena fossero cresciuti. Questo era il solo modo per salvare le loro vite. Quando li vennero a riprendere sentì di averli traditi e non riuscì a salutarli:

Scappai dalla capanna, correndo per i prati delle nostre infinite camminate, corsi nel profondo della foresta fino a non poterne più. Non c’è modo di descrivere il dolore per la loro perdita, anche ora, più di dieci anni dopo.

Ci volle molto tempo per riuscire a convincere la società che i gorilla dovevano restare tra i monti, e provare che avevano sentimenti come quelli umani, capacità linguistiche e rapporti sociali complessi fu parte di questo processo. Col suo approccio Fossey interveniva in un dibattito antico. Molti filosofi greci, come Aristotele e gli stoici, sostenevano che le bestie prive di linguaggio e ragione, gli aloga, non rientrano nel campo della giustizia, per cui far loro guerra, cioè ucciderli per trarne vantaggio, sarebbe giusto. Per molti altri, da Empedocle a neoplatonici come Porfirio, gli animali sono invece dotati di sensibilità e ragione, e pertanto andrebbero trattati con pietà, evitando di ucciderli e mangiarli senza necessità. La questione fu ripresa più volte da filosofi e scienziati, e riguardò particolarmente i primati. Per Darwin, comprendere la mente di scimmie e primati era un compito della massima importanza “metafisica”, poiché ne andava di confutare il primato dell’uomo. L’orang utan che osservò nei giardini della Società zoologica di Londra “scalciava e piangeva come un bambino cattivo”; un’altra, Jenny, era “curiosa”, “gelosa”. Si convinse che gli oranghi capivano il linguaggio umano. Per Darwin, non c’era dubbio che in molti animali “c’è compassione nei confronti del dolore o del pericolo altrui”, e che nei primati vi fosse un vero e proprio “istinto morale” che si sarebbe evoluto nella nostra “coscienza morale”. 

Nonostante queste opinioni del grande naturalista, l’ipotesi che gli animali non umani abbiano una ricca vita mentale è rimasta a lungo esclusa dall’etologia, il cui metodo prediligeva la descrizione dei comportamenti senza congetture sul vissuto soggettivo degli animali. Quando Donald Griffin pubblicò L’animale consapevole, nel 1976, le sue tesi che gli animali hanno una coscienza come quella umana suonarono rivoluzionarie. Ma in tutte le scienze cognitive si stava tornando a parlare di coscienza e dagli anni Ottanta l’etologia cognitiva divenne sempre più autorevole e popolare. Parallelamente si ripropose la questione etica della sofferenza animale, che portò in breve tempo al dibattito ancora attuale sui diritti degli animali non umani. Insomma, primatologhe come Jane Goodall e Diane Fossey, per quanto si formassero in un ambiente accademico ancora chiuso rispetto al riconoscimento del pensiero animale, erano al passo con un’avanguardia che avrebbe prevalso. Ma non si trattava solo di convincere gli scienziati. Col suo lavoro Fossey toccò forti interessi economici, per cui nel 1985 fu assassinata nella sua capanna ai piedi del monte Bisoke. È seppellita qui, vicino ai gorilla che amò.


Scelgo proprio il monte Bisoke per la mia prima escursione. La guida, Patience, è un uomo enorme in tuta militare, che avanza insieme a me e a tre soldati armati di fucili. Mi spiega che a volte si possono incontrare dei gorilla, ma non è oggi che andiamo a cercarli. I fucili non sono per loro: la zona è rischiosa, ci sono state incursioni dal territorio congolese, rapine, morti. Pochi minuti dopo alzo lo sguardo e vedo una strana sagoma su un ramo. Sembra un uomo molto largo, seduto a gambe incrociate. “He’s watching you”, sorride Patience, e m’invita a proseguire. 

Mentre avanziamo mi parla di Alex Kagame, il filosofo che ha raccolto molte tradizioni locali, e ha tradotto la Bibbia in Kinyarawanda, una lingua locale, e che tra l’altro studiò all’Università Gregoriana di Roma. Kagame fu un critico del regime coloniale e, nel suo Philosophie Bantu–Rwandaise de l’Être, sostenne che la complicata lingua ruandese implicherebbe un’ontologia specificamente africana. Mentre parliamo Patience pianta il bastone nel terreno e si ferma a riposare sotto un albero nodoso. Mi indica il sentiero che va alla capanna e alla sepoltura di Fossey. C’è un cartello in sua memoria, che mi fermo a leggere. Ma dobbiamo presto ripartire per il sentiero che sale. Abbiamo un intervallo temporale molto stretto per arrivare in cima al vulcano, a 3700 metri, perché verrà a piovere e il ripido cammino diventerà impraticabile.

Anche qui la vegetazione è densa e stratificata, avvolta nella nebbia. Mi affaccio da una sporgenza per vedere il cielo: sopra le foglie delle lobelie vedo altre masse di alberi sospese. Torno al sentiero stretto e fangoso, che poco avanti scompare nella fredda foschia. Patience si ferma. Uno dei soldati gli parla dalla trasmittente. Facciamo ancora qualche passo seguendo una curva: c’è una famiglia di gorilla sul sentiero. Un maschio di fronte a me, poggiato sui pugni, mi osserva. Dietro ci sono femmine e piccoli. Il silverback, il maschio anziano dalla schiena argentata, non si vede. È tra le piante, devo avanzare piano. Ripasso il tutorial linguistico che ho ricevuto in precedenza. I gorilla hanno una ventina di vocalizzazioni diverse. Un sospiro profondo e rilassato, come a schiarirsi la gola, è un modo di dire che siamo in pace. Uno dei soldati lo imita alla perfezione mentre passiamo tra gli animali, che non sembrano curarsi di noi, ma ogni tanto ci guardano. Patience dice di far presto. “Se sei con noi sanno che sei un visitatore, e sono calmi”, spiega. “Ma non avvicinarti troppo, e non fissarli a lungo”. Ma sono loro che guardano me, mentre passo tra loro. 

La società dei gorilla ha una struttura semplice: ogni gruppo ha di norma un maschio dominante e altri esemplari di ogni età e sesso. Si spostano continuamente nel territorio, restandosi vicino, e ogni sera preparano un nuovo rifugio con foglie e rami. Alcuni maschi in età adulta se ne vanno, formano gruppi propri, a volte cercano di prendere il controllo di altri gruppi. A questo scopo devono sfidare l’autorità di un silverback, affrontandolo direttamente o tentando di uccidergli i figli.

Mentre passo oltre mi accorgo del maschio che mi osserva appostato tra le foglie, mentre mastica un ramoscello verde. Ogni mia mossa è oggetto di sorveglianza attenta. Anche se non si vedono tra loro, i membri del gruppo si localizzano a vicenda con suoni e odori. Una rete sensoriale li unisce in una stretta solidarietà finalizzata alla difesa e alla cura dei figli. Al tempo stesso, il loro orizzonte sociale è stretto: con gli altri gruppi convivono a distanza, evitano di mischiarsi, non concepiscono comunità più estese. In inglese i gruppi di gorilla hanno nomi marziali: troops, bands. In realtà il loro stato di natura è raramente uno stato di guerra, e capita che mangino accanto ad altre specie come gli scimpanzé. Ma capitano anche scontri feroci.

“Fra le bestie, alcune si fanno sempre guerra a vicenda, altre – come per esempio l’uomo – quando capita”, così scrive Aristotele. La guerra permanente a cui pensa è soprattutto quella tra predatori e prede. I conflitti tra i gorilla mi fanno pensare piuttosto a arcaiche faide patriarcali. Eppure proprio in questi clan col loro grosso grasso maschio dominante, secondo l’etologo Frans De Waal, si trova l’origine delle nostre capacità morali. L’appartenenza al gruppo che si ricompatta di fronte ai pericoli fonderebbe infatti la consapevolezza di appartenere a una comunità come valore che oltrepassa l’individuo. Le società umane condividono questo principio, ma possono espandere la comunità morale fino a raccogliere intere popolazioni, tutti gli umani, altre specie. Da questo punto di vista il gorilla, che a lungo è stato associato alla violenza brutale, è un personaggio ambivalente e complesso. Del resto proprio adesso l’animale sta accettando che io e altri umani passiamo tra di loro, perché sa che non vogliamo nuocere. La mia impressione è che ci sia di più: quando smette di masticare e mi considera in silenzio sta ricambiando la mia curiosità, e un certo spaesamento. Mi sembra anche che si annoi, e di fronte alla novità cerchi di capire cosa viene a fare lo strano visitatore.


Quando arrivo in cima la nebbia è impenetrabile. Non si vede il lago nella caldera, né il Congo sull’altra sponda. Comincia a piovere. Presto ci riavviamo a valle, cercando di non scivolare troppo su radici esposte e fango sciolto. Mi concentro su piedi e mani, dimentico il resto, fino al margine della foresta. Salto giù da una radice sull’erba di un campo, e solo allora inizio a sentire le gambe indolenzite e ritrovo i pensieri quotidiani, i messaggi sul telefono di persone lontane, l’incertezza delle parole, le preoccupazioni per il passato, l’inutile, l’irreale: non sono più leggero. Capisco meglio quel che è accaduto là sopra. Con i gorilla non avevamo solo da guardarci o annusarci, soprattutto siamo stati insieme, a goderci la bella giornata, in un’esperienza di ricongiunzione tra viventi sempre più rara, come una festa silenziosa. Tornato qui alle monocolture umane, alle strisce d’asfalto, ai rantoli delle marmitte, alle insegne dei negozi fulminate, al piacere globale del cappuccino, sono in un mondo più povero.

Le strade di Musanze sono piene di ragazzini, e come sempre finisco con l’andarmene in giro con un corteo di accompagnatori. Due di loro, Ignace e Claude, mi pregano di andare a visitare il loro villaggio. Dicono che ci vuole mezz’ora, ci mettiamo più del doppio di buon passo, avanzando tra sterrati e case con i tetti di lamiera. Un gruppo di vigilanti di zona chiede informazioni su di me, ci fanno passare. Entriamo in una delle tante boarding school evangeliche. Ampi cortili erbosi, aule vuote, e un grande capannone dove stanno riuniti tutti per una specie di spettacolo. A turno gruppi di studenti e studentesse fanno la loro canzone. I gruppi sono decine, si fa buio. Ignace e Claude aspettano che dica qualcosa, sembrano ansiosi. Dico che è molto bello, e che vorrei avviarmi. Ma loro insistono che parli con un professore, che mi riceve nel suo studio, poi s’incammina con noi.

Andiamo velocissimi e in silenzio verso Musanze, scambiando qualche parola su studenti e scuola col collega, e finalmente il professore istruito dai ragazzini mi dà il messaggio: Ignace e Claude vorrebbero studiare turismo, non hanno però i soldi per la retta. Ecco un tema del nostro rapporto, che proseguirà per mesi. Loro due, come tanti altri figli di contadini, trovano nel turismo una promessa di cambiamento sociale, e le scuole private ne approfittano. Claude e Ignace me li ritrovo mattino e sera di fronte alla pensione. Tornano col buio, mi spiegano che la madre non li aspetta per la cena, che lascerà qualche patata lessa: hanno sedici anni, ormai sono grandi e lei deve badare ai figli minori. Chiacchieriamo di fronte a un frappè da “Crema”, il locale nuovissimo che sta sulla strada principale. Prima di ripartire, sulla porta della pensione, mi portano un regalo: un pezzo di legno nero su cui è scolpito il volto di un gorilla. Ignace dice di averlo fatto lui, ma ho visto in giro quel souvenir. Il modo in cui guardano il simulacro mi colpisce: per loro è chiaramente un’entità estranea e di scarso interesse, che per un caso indecifrabile affascina i bianchi, porta ricchezza, e ci ha fatto incontrare. Scrivo il mio numero di telefono su un foglietto. Intorno stanno altri ragazzi che nel frattempo ci hanno seguito: mentre comincio a chiudere il cancello vedo che iniziano a contendersi il foglietto, spalancano gli occhi, iniziano a spintonarsi.

L’ultimo giorno sui monti, in cerca di gorilla. Il gruppo è segnalato su un pendio remoto. Raggiungerli è arduo, si avanza aprendo cunicoli nella vegetazione solida, il guardiaparco mi aiuta a tirarmi su. Lo perdo di vista in una strettoia, faccio tre salti avanti ed ecco l’animale nero. È a pochi passi da me, mi viene incontro. Mi dicono di non toccarlo e stare fermo. Resto immobile mentre mi passa accanto strofinando il pelo lucido sul mio fianco. Sento il suo odore forte, inconfondibile. Postura e posizione fanno parte del modo in cui comunichiamo.

Mi accorgo di altri quattro maschi, siamo circondati. Sembra di stare tra uomini che parlano un linguaggio straniero, le cui intenzioni sono imprevedibili. Condividiamo lo stesso spazio, ma a tratti sembra che siamo in luoghi diversi e non comunicanti. Con l’esperienza e lo studio, forse, sarei capace di tradurre quel che fanno e pensano. In parte, si capisce, fanno cose familiari. Uno di loro, un passo sotto di me, sgranocchia piante dandomi le spalle. Un giovane maschio si sdraia sull’erba, piedi all’aria, e si riposa al sole. Altri due stanno accucciati tra le piante, bloccandoci la via del ritorno. Saliamo ancora, entriamo in un boschetto e vediamo un trio di maschi all’ombra. Uno di loro, il silverback, mi ricorda un mio parente in Italia, molto attaccato al divano: sta con la testa reclinata, le braccia incrociate sulla pancia e le gambe mezze stese. Socchiude gli occhi e si rilassa. Un altro spunta con la testa da sopra una radice, sdraiato di fianco. Mi fissa con gli occhi nocciola bene aperti. Mi avvicino, gli scatto delle foto. Continuiamo a osservarci per qualche minuto, prima che decida di girarsi. Forse si chiede che faccio con quell’apparecchio nero che tengo sugli occhi, e cosa mi spinga a guardarlo con tanto interesse. Mi rispecchio nel gorilla attribuendogli dubbi e pensieri simili ai miei; mi pare per un attimo che, al termine di un viaggio lunghissimo nello spazio e nel tempo, tra noi sia possibile un’intesa meravigliosa.

Ragionare così, in etologia, è stato a lungo sospettato di antropomorfismo. Gli altri animali non sono umani, per cui non possiamo sapere con certezza cosa pensino, e il fatto stesso che pensino per molti è dubbio. Il darwinismo suggerisce una replica: “se è vero che gli animali non sono esseri umani, è altrettanto vero che gli esseri umani sono animali”. La prossimità biologica giustifica una somiglianza psicologica, per cui di fronte a comportamenti che associamo a certi pensieri non bisogna farsi scrupoli a prendere sul serio la nostra interpretazione. Negarlo è una forma di “antropodiniego”, che nasconde un’infondata pretesa di eccezionalità. Certo, non siamo del tutto sicuri di cosa pensino i gorilla, né di quanto le nostre traduzioni siano adeguate quando ci diciamo che sono “curiosi”, “divertiti”, “irritati” e così via. Ma fare ipotesi è pienamente legittimo. Del resto, anche tra umani la comprensione ha sempre margini d’incertezza e vaghezza. Quando parliamo di “amore” o “dolore” possiamo intendere cose diverse, e l’esperienza degli altri non è immediatamente trasparente, eppure non mettiamo in dubbio che esista e che sia tutto sommato comprensibile. E d’altra parte, gorilla e altri primati hanno mostrato di poter comprendere molte parole del linguaggio umano, inclusi concetti astratti. Insomma possiamo capirci su molte cose, con tutto il fondo d’indeterminatezza che ogni comprensione comporta.

La riflessione sulla morale dei primati pone problemi simili. Da Darwin a De Waal, la capacità morale umana è stata collegata con i suoi precedenti nei primati. Per Darwin l’“altruismo reciproco” avrebbe prodotto benefici di gruppo, e questo ne avrebbe potuto spiegare lo sviluppo. Ci si domanda però se i primati siano capaci di sentimenti empatici e di pensieri altruisti. Alcuni esperimenti lo suggeriscono. Le scimmie reso non accettano cibo se questo produce dolore nei loro simili. Le cappuccine protestano se ricevono un compenso peggiore delle altre per lo svolgimento di un compito. Non è chiaro se questi comportamenti implichino il “sentimento della compassione” tipicamente umano, l’empatia come “scambio di posto nella fantasia con chi soffre”. Né il senso di un’ingiustizia subita comporta senz’altro l’idea di una giustizia universale. La questione è complessa. Ci sono diversi gradi di coinvolgimento nello stato degli altri: il contagio emozionale, per cui il fastidio istintivo per il disagio altrui ci spinge a lenirlo in qualche modo, la vera e propria empatia cognitiva, per cui si capisce cosa prova l’altro, e l’altruismo, per cui si decide di aiutare un altro mettendosi dal suo punto di vista. Tutti questi comportamenti possono nascere da emozioni naturali, da pressioni sociali, o da un vero e proprio ragionamento.

Sembra che l’altruismo presupponga una coscienza della distinzione tra sé e gli altri che si trova solo in animali come scimmie, delfini e elefanti, oltre che negli uomini. È comunque difficile capire quando un comportamento sia accompagnato o motivato da considerazione consapevole. Ma questa difficoltà vale anche per gli umani. L’azione morale può essere mossa da pulsioni cieche, calcoli, ideali. Sulle motivazioni altrui possiamo fare solo congetture più o meno fondate, e spesso raccontiamo a noi stessi di agire con altruismo quando in realtà non è così. Di certo sappiamo formulare norme universali e abbiamo una potente capacità di autocontrollo e riflessione (benché imperfetta, e spesso inutilizzata). Proprio per questo consideriamo responsabili gli altri umani che si comportano in modo violento e crudele, ed è del tutto inappropriato dire che si comportano “come animali”, perché l’assenza di rispetto e di pietà che c’indigna è propriamente umana.

Questo porta al problema della nostra responsabilità verso gli altri animali. Le nostre società possono essere più o meno gerarchiche, più o meno ingiuste, non diversamente da quelle di scimmie e primati; ma in noi c’è la capacità di concepire una comunità che includa chi è diverso, prima di tutto altri popoli. “La strada per l’amore universale e il vantaggio reciproco” è “considerare i paesi dove vivono gli altri popoli come fossero il proprio”, scriveva già il pensatore cinese Mozi. Certo la distanza indebolisce il senso di quella distanza, e cosa accade in Cina importa normalmente meno all’Europeo di quel che avviene nel suo paese. Le emozioni non hanno lo stesso raggio d’efficacia della ragione, ma esperienza e riflessione possono forse aumentarlo. Lo stesso vale per il rapporto con gli altri animali: lo sforzo d’immaginarne i pensieri fa parte dell’obiettivo di stabilirne dei diritti.

Peter Singer ripropose cinquant’anni fa la questione dei diritti degli animali rispetto a pratiche come il maltrattamento, la vivisezione, l’allevamento di carne. Parlò di “liberazione animale”, riprendendo il paragone aristotelico tra schiavi e bestie. Quel paragone è controverso: alcuni insistono sulla discontinuità tra i due casi, sottolineando che gli animali non umani non potranno mai diventare membri effettivi della società, a differenza degli schiavi liberati, né rivendicare i propri diritti. Resta l’esigenza di conferirli, questi diritti, rompendo con tradizioni millenarie che hanno fatto degli altri animali degli esseri naturalmente subordinati, riserve di cibo ed energia che si possono sfruttare indiscriminatamente, strumenti da colpire se mal funzionanti. Capire il raglio dell’asino, il tocco di ringraziamento della balena liberata dalle reti, il pianto dell’elefante orfano, diventa decisivo.

Il caso dei primati è singolare, perché la loro vicinanza biologica è saldamente incarnata nel nostro apparato cognitivo. Darwin già accostava la comprensione delle emozioni a quella dell’espressione facciale. Lo confermano le recenti scoperte sui neuroni–specchio, che si attivano quando percepiamo un altro che svolge un’azione e quando compiamo quella stessa azione: le emozioni tendono a riprodursi in noi quando osserviamo certe espressioni sul volto, ma questo vale solo per i nostri simili, come uno scimpanzé. La nostra vicinanza è profonda, la distanza è sottile. 

Si torna allora alle domande sollevate dalla vita di Fossey: quanto possiamo capirli? Come possiamo legarci a loro? Fossey affrontò la questione nel libro autobiografico Gorilla nella nebbia, popolarizzato nel film con Sigourney Weaver che ne è stato tratto, e ha lasciato un’eredità vivissima. Il Diane Fossey Gorilla Fund è ancora oggi una delle istituzioni più solide e prestigiose per lo studio e la conservazione dei gorilla di montagna. Proprio qui lavora la persona che sono venuto a incontrare, e a cui giro le mie domande. Veronica Vecellio è nata a Roma come me, ma per oltre vent’anni ha studiato scimmie e primati in diversi paesi africani. Lavora dal 2005 al Diane Fossey Gorilla Fund, dove oggi dirige le pubbliche relazioni.

La incontro per un caffè da “Crema”. Per un po’ conversiamo di Roma, delle nostre vite private, di conoscenze e letture comuni. Ha l’accento lievemente apolide di chi vive da tanto lontano dal paese d’origine, e uno sguardo d’incondizionata curiosità. Le domando come ha deciso di studiare i gorilla. “Ho sempre avuto una speciale connessione con gli animali. Sono cresciuta e ho trovato me stessa nel rapporto con gli animali e nell’esplorare la natura, e mi è sempre piaciuto farlo da sola. Questa mia passione, che solo quando anni dopo si è concretizzata in carriera, l’ho riconosciuta come dote solo da adulta. Prima vivevo un po’ come un’estranea e mi sentivo strana! Faticavo a trovare il mio posto e la mia motivazione nella società urbana di Roma, che ho amato ma sempre con un sentimento di non appartenenza. Così appena ho maturato l’idea che potevo andarmene non ho esitato a farlo. Non mi spaventavano gli sguardi allibiti della gente o frasi di preoccupazione, io da quel momento in poi non avevo nessun dubbio”.

 

“Perché i gorilla?”.
“Ero affascinata dalla storia di Diane Fossey. Ho visto il film Gorilla nella nebbia e mi è scoccata l’idea che volevo essere come lei, avvicinarmi ai gorilla ed essere parte della natura selvaggia africana”.
“Com’è il tuo legame con i gorilla,  quanto è stato importante nella tua vita?”.
“Il rapporto con i gorilla ha completamente plasmato la mia vita tanto da diventare la mia identità. Il contatto personale non è la cosa che mi ha cambiato, anche se non ne ho avuti tanti; il fatto che davvero sento mio è condividere la natura con i gorilla. Mi spiego meglio. Quando sono con i gorilla e loro mi ignorano e continuano a fare le loro cose quello è davvero il momento in cui mi sento ‘io’, esattamente dove e come voglio essere. Non condivido la necessità di creare un contatto personale, essere toccata o avere un rapporto di curiosità e affetto, quello che davvero mi fa felice è vivere ed essere parte della natura senza modificarla. I gorilla di montagna in Ruanda sono stati abituati all’uomo da anni, da quando Diane ha iniziato a avvicinarli. Non si è trattato per loro di una convenienza pratica, come il fatto di ricevere cibo. È stato un processo naturale ed ora l’uomo è accettato dai gorilla come parte del loro ambiente. È pazzesco!”

“Negli studi sugli altri animali, e in particolare sui primati, si discute spesso dell’opportunità o del rischio di proiettare eccessivamente le categorie e le emozioni umane. Tu che ne pensi?”.
“Antropomorfizzare i comportamenti animali è la cosa più naturale del mondo e non ci vedo niente di sbagliato fintanto che il comportamento che stiamo antropomorfizzando è davvero simile al nostro. Prendi i gorilla: condividiamo con loro la maggior parte del nostro patrimonio genetico e condividiamo con loro un’evoluzione comune. Il loro aspetto, la loro fisiologia e anatomia e il loro modo di comunicare sono simili a quelli umani. Per questo moltissimi comportamenti ed espressioni sono facili da interpretare. In questo senso dare un significato umano ai comportamenti dei gorilla e qualsiasi altra specie di scimmia antropomorfa non soltanto ha senso; facendolo, oggettivamente li comprendi meglio dal punto di vista scientifico. Ti faccio degli esempi. Quando un gorilla muore e i componenti del gruppo restano con il corpo del defunto, noi diciamo che stanno elaborando il lutto, ed è assolutamente vero. Lo fanno in modi diversi, chi più e chi meno. Anche la varietà di personalità e comportamenti è molto simile a quella dell’uomo. Ti racconto la storia di Fashya. Quando aveva 4 anni è rimasta intrappolata in una trappola per antilopi, quando l’abbiamo liberata le è rimasta una gravissima ferita al piede. Non riusciva a camminare. Fashya era rimasta orfana di madre pochi mesi prima. L’amica Icyororo era sempre al suo fianco per aiutarla a camminare. Un giorno le abbiamo viste mentre attraversavano un fiume: Fashya non ci riusciva e Icyororo le ha porto la mano e l’ha tirata dall’altra parte. Mentre le due giovani stavano attraversando il fiume, loro padre (il padre adottivo) le aspettava insieme a tutti gli altri del gruppo. Oggi Fashya e Icyororo hanno 9 anni e Fashya si è ripresa dalla ferita. Chiamiamo il loro rapporto amicizia e io non trovo un termine che sia più adatto”.


 “Mi ha colpito scoprire che nella società dei gorilla c’è una struttura fortemente gerarchica, e che i maschi possono uccidere i figli degli altri allo scopo di prendere il controllo del gruppo. Forse nei gorilla vediamo qualcosa di simile e inquietante, e nello stesso tempo qualcosa che siamo capaci di superare?”.
“Una delle cose più affascinati dell’osservare una specie non umana è cercare di capire le strategie di successo sociale e le politiche interne. I gorilla hanno delle società fortemente incentrate sul nucleo familiare. Questo ha dei pro e contro dal punto di vista umano (mentre dal punto di vista naturale tutto è pro). Ogni adulto del gruppo darebbe la vita per la protezione dei piccoli. I maschi, essendosi evoluti con una taglia più grande per il loro ruolo di protettori, usano la loro stazza per mantenere ordine e per proteggere dagli attacchi esterni. La gerarchia è una strategia di mantenimento dell’ordine e funziona molto bene. Il silverback dominante guida e protegge e allo stesso tempo si mantiene attraente per le femmine che si devono sentire al sicuro. L’infanticidio avviene quando un maschio esterno alla famiglia entra nel gruppo con l’obbiettivo di attrarre femmine e di formare un suo gruppo o ingrandire quello che ha. Uccidendo i piccoli riporta le femmine allo stato fertile, che la femmina perde dal momento del parto per 3–4 anni durante l’allattamento. Inoltre quando una femmina perde un piccolo per un incidente così grave normalmente cambia gruppo perché non si sente più protetta. Insomma alla base di tutta l’organizzazione sociale c’è la protezione dei piccoli dall’infanticidio! Quindi anche se questa è una strategia usata (raramente) dai gorilla per attrarre femmine, è pure il fattore decisivo per cui i gorilla preferiscono stare in gruppo”.

“Hai avuto episodi (positivi o negativi) in cui le tue aspettative sul comportamento dei gorilla sono state spiazzate?”.
“Sì, parecchie volte. Ti voglio raccontare di Maggie, una femmina eccezionale. Quando il maschio dominante del suo gruppo, si chiamava Bwenge, è stato ucciso da un altro silverback, lei (cosa rarissima) ha preso le redini del gruppo di otto gorilla. Non solo è riuscita a proteggere tutti dal silverback che ha ucciso Bwenge, ma, quando si è imbattuta in altri silverbacks solitari che volevano approfittare della situazione, non si è arresa: l’abbiamo vista correre alla carica di silverbacks molto più grandi di lei per proteggere il gruppo. Quando Maggie ha finalmente trovato un altro gruppo dove si è sentita al sicuro ha smesso di lottare. Il suo gruppo si è unito a quest’altro, guidato dal maschio Ugenda. Maggie però non voleva restare e quando ha potuto se n’è andata da sola e così è rimasta fino a che siamo riusciti a seguirla. Io e gli altri ricercatori, che hanno avuto la fortuna di seguire la vicenda, siamo rimasti sbalorditi dalla personalità di questo gorilla che ha messo in salvo la sua famiglia e poi ha continuato da sola”.


“Qui c’è l’istinto del gruppo, ma anche un individuo che va oltre”.
“Ho tanti altri esempi, come quello di Giraneza, il silverback che uccideva altri silverback, un vero serial killer. Un comportamento mai visto prima. Alla fine è morto di polmonite e nessuno di noi ha pianto, dato che aveva ucciso quattro silverbacks a sangue freddo, una cosa terribile”.
“Passando poco tempo con questi animali ho avuto un assaggio di una sensazione gioiosa, di pacifica convivenza tra diversi nel medesimo ambiente, qualcosa che mi sembrava avvenire al di qua del linguaggio e della razionalità. Per trent’anni hai approfondito questa esperienza: potresti farne a meno o farà sempre parte della tua vita?”.
“Sarà sempre la mia vita sia sul campo che fuori. Abbiamo il dovere di proteggere i diritti degli animali, e io contribuirò sempre in qualche modo alla loro conservazione. Il senso di famiglia che si sente quando si sta con i gorilla va al di là di ogni concezione del regno animale che si può ricavare da una conoscenza impersonale. Osservare cosa significa famiglia per un’altra specie è veramente qualcosa di unico: capisci i sentimenti, i modi di comunicare, le diverse personalità e i diversi rapporti, chi si piace di più e chi meno. Non ci si stanca mai. Tu lo hai vissuto e così succede ai fortunati che possono venire a visitare i gorilla di persona e senza barriere. Dicono che è un’esperienza che cambia la vita: è proprio così”.

da qui

 

mercoledì 17 marzo 2021

Femminismi e altre liberazioni - Annamaria Manzoni


Era il 1792 quando il filosofo Thomas Taylor, in risposta a Una rivendicazione dei diritti delle donne di Mary Wollstonecraft, rispondeva provocatoriamente che, se si riconoscevano diritti alle donne, allora si sarebbe dovuto riconoscerli anche agli animali. Pensava ovviamente di risultare provocatorio, di suscitare sconcerto o ilarità, proprio come divertito e sconcertato era evidentemente lui davanti all’ipotesi che le donne potessero aspirare ad essere portatrici di diritti. Ma, suo malgrado, la sua tesi, ripulita dalle connotazioni connesse alla sua preoccupante visione a tunnel sulle cose, risulta quanto mai azzeccata: comporta un link, che è politico, psicologico, esistenziale tra questione femminile e questione animale, benché lui fosse lontano mille miglia dall’intuirla e riuscisse a risolverla solo come battuta.

Prescindendo dalla ricostruzione del cammino faticosissimo delle donne in direzione della parità di genere e di quello solo agli albori degli altri animali, portato avanti per interposta persona, in difesa almeno della loro sopravvivenza, è importante riflettere sui modi in cui si estrinseca questa particolare alleanza interspecifica donne-animali.

Di certo nessun discorso al proposito può essere univoco ed esaustivo, data l’enorme articolazione dello stato delle cose dovuto all’infinito numero degli individui implicati. È un dato di fatto, comunque, che spesso sono state le donne a prendere atto di come le loro battaglie per uscire da una condizione di sottomissione e dipendenza dal genere maschile andassero di pari passo con la rivendicazione ante litteram della liberazione animale.

 

Già dagli anni Trenta del 1800, le attiviste che lottavano contro la schiavitù negli stati americani diedero vita al primo movimento per i diritti delle donne, rendendosi conto1 della discriminazione femminile all’interno delle loro stesse organizzazioni (un pensiero reverente alle ragazze deputate, secoli dopo, a fare fotocopie per i compagni sessantottini). Non è casuale che molte di quelle donne fossero vegetariane: semplicemente capivano che la lotta contro le ingiustizie razziali, di genere, di specie avevano un unico denominatore, il rifiuto dei rapporti di potere, e in difesa dei nonumani mettevano in atto l’unica azione immediatamente praticabile, vale a dire la decisione di non mangiarli. Lo capì Harriett Beecher Stowe, autrice del libro cult La capanna dello zio Tom (1852), che dopo avere denunciato con una potenza descrittiva fuori dal comune le ingiustizie razziali, si dedicò a scrivere per un pubblico femminile, parlando anche di diritti animali.

La scia lunga di queste lotte unitarie dalla parte dei deboli contro i dominatori, è andata poi organizzandosi in modo più esplicito arrivando con l’ecofemminismo ad attiviste che fanno della difesa del mondo animale un tassello imprescindibile delle loro rivendicazioni. Nel loro pensiero le forme di oppressione su donne, bambini, animali e ambiente sono connesse, e di conseguenza la lotta contro le discriminazioni, portata avanti dai movimenti progressisti, deve contemplarle tutte. Consequenziale, secondo Carol Adams, una delle rappresentanti più prestigiose di questi movimenti, che le femministe debbano essere vegetariane.

Non si può ignorare Angela Davis, a partire dagli anni Settanta attivista dei diritti civili degli afroamericani e delle donne: anche lei, con la sua scelta vegana, si situa nel filone di chi, dedicando la propria vita alla lotta contro il razzismo, si è contestualmente mostrato sensibile alla questione animale, in quanto intimamente collegata alla discriminazione ai danni delle minoranze umane.

Insomma, non dovrebbe essere possibile parlare di giustizia, equità, liberazione declinata in tutte le sue forme umane senza includere nel cerchio delle vittime in cerca di liberazione anche i nonumani, il chè richiede ovviamente come primo imprescindibile passo l’adesione al veganismo, come forma di necessaria coerenza. Quindi, come altre delle donne già citate, la Davis considera parte di un atteggiamento rivoluzionario cogliere il link tra tutte le forme di oppressione: a stupire non dovrebbe essere questa tesi, ma piuttosto il suo rifiuto. È singolare che la Davis solo in tempi recenti abbia reso pubblica la sua scelta vegana, che pure è di antica data: il silenzio sulla questione, protrattosi per tanti anni, parla forse della sua consapevolezza che quella che era una evidenza per lei e forse per altre avanguardie culturali aveva bisogno di tempo per una adeguata elaborazione da parte della grande massa delle sue seguaci: troppi i luoghi comuni e troppo impreparato il contesto, tanto da rendere plausibile la possibilità di inficiare il consenso per le altre fondamentali battaglie in corso, che evidentemente anche per lei erano prioritarie. A fronte di ciò, l’outing odierno testimonia la sua percezione che i tempi siano davvero cambiati tanto da rendere l’accoglimento di posizioni di giustizia inclusive degli altri animali uno step ineludibile, parte imprescindibile di una diversa visione del mondo.

E non può che stupire che agenzie di pace, come lo è chiesa, partiti autodefinentisi di sinistra e quindi strutturati su ideali di giustizia, associazioni ambientaliste tenute a includere gli animali nella natura che vogliono difendere, e si può continuare con gli psicologi che di benessere si occupano siano così spesso e tanto colpevolmente estranei a questa consapevolezza.
La particolare vicinanza delle donne ai nonumani si struttura da sempre anche su ragioni diverse da quelle fino a qui esaminate.

Insegna molto il fatto che a studiare i primati nella seconda metà del 1900 furono tre donne, attive in periodi in cui il lavoro scientifico femminile era fortemente svantaggiato rispetto a quello maschile: Dian Fossey, che si dedicò allo studio dei gorilla nell’Africa centrale, Jane Goodall, che studiò gli scimpanzé, e Birkute Galdikas, interessata agli oranghi del Borneo, furono scelte dall’archeologo e naturalista Louis Leakey proprio in quanto donne, e come tali portatrici di un diverso approccio alla conoscenza degli animali, caratterizzato da passione e capacità di empatia. Tutte loro segnarono una distanza abissale rispetto ai colleghi maschi, che gli animali li osservavano negli zoo e nei laboratori. Nessuna di loro, in netta contrapposizione con lo spirito dei tempi, si arrogò il diritto di sottomettere gli animali alle proprie pretese di studio, imprigionandoli in ambienti estranei alle loro necessità etologiche: furono loro stesse, invece, a trasferirsi nell’ambiente di vita degli animali che volevano conoscere, e lo fecero con una dedizione totale, mettendo in gioco la propria stessa vita (Dian Fossey fu uccisa in Africa nel 1986 proprio a causa del suo coinvolgimento nella difesa dei gorilla), trattandoli non come oggetti di studio da manipolare a piacere, ma considerandoli nella complessità delle loro relazioni. Insomma un approccio assolutamente empatico a fronte dell’atteggiamento appropriativo maschile.

Ed è proprio di empatia che bisogna parlare nell’esaminare la relazione donne-altri animali, ricordando in primo luogo quanto prioritaria sia la presenza femminile in una serie di situazioni “animaliste”: sono soprattutto donne le volontarie dei canili, quelle che telefonano ai centralini per denunciare violenze contro gli animali; sono soprattutto donne le gattare e le persone vegane.

Alla base di questa predominanza di genere a giocare un ruolo fondamentale è appunto la capacità di immedesimarsi nell’altro in una sorta di identificazione che permette di percepire, di vivere sulla propria pelle le sue emozioni. E identificarsi con l’altro significa anche soffrire la sua sofferenza e, anche se non sempre, mobilitarsi per andare in suo soccorso. È fuori discussione, non solo in base all’osservazione, ma anche ai risultati di ricerche fatte, che l’empatia è non soltanto, ma soprattutto femminile: le ragioni sono complesse e probabilmente, a livello evolutivo, connesse alla necessità empatica nel rapporto con i bambini/e nelle prime fasi della vita, quando è indispensabile capire le loro necessità in assenza di una comunicazione verbale. Ora, l’empatia, quando riesce ad aggirare la presenza di tanti meccanismi di difesa che remano in direzione contraria, va oltre i confini di specie e guida anche la relazione con gli altri animali.

Ne è chiaro il ruolo nel mondo delle gattare (il termine “gattari” non è ad oggi divenuto di uso comune!), di quelle persone cioè che si occupano di gatti randagi, procurando loro cibo e acqua e cercando di metterli al sicuro dai frequenti maltrattamenti a cui sono esposti. Tradizionalmente lo fanno a prezzo di un sacrificio personale tutt’altro che trascurabile, trasformando il proprio coinvolgimento emotivo in dovere quotidiano, indifferenti alle condizioni del tempo o al proprio stato di salute. Lo fanno in assenza di aspettative di riconoscenza e di intenti appropriativi, attente come sono a rispettare e salvaguardare le abitudini e la libertà di questi animali, (proprio come fecero le primatologhe sopra ricordate): si limitano a percepire il bisogno di aiuto che proviene da esseri indifesi e a darvi risposta. La loro rappresentazione non ha mai goduto neppure di quella considerazione sociale che sarebbe doverosa risposta a tanto impegno. Al contrario l’immagine della gattara è sempre stata stigmatizzata e svalutata da parte degli uomini, che ne hanno messo in risalto difetti e presunte manchevolezze, ne hanno ridicolizzato l’aspetto inevitabilmente trasandato visto il loro darsi da fare con i gatti. Ne viene oscurata l’ottemperanza alla legge non scritta della pietà, che induce a doveri ben più alti di quelli sanciti dagli uomini.

Nella tensione ad occuparsi di animali in stato di bisogno si estrinseca la cultura del prendersi cura senza aspettative di ricompense: e oggetti di questa cura possono essere tutti i deboli, bambini, malati, anziani o appunto altri animali in quanto fragili, vulnerabili, spesso del tutto indifesi. È sufficiente un’occhiata a quello che succede nelle nostre case (con grande amplificazione in tempi di covid) per verificare come si tratti di attività che vedono percentuali bulgare nella predominanza femminile. E quello del prendersi cura non è un comportamento che semplicemente si affianca ad altri: facilmente diventa esclusivo in quanto in grado di mangiare le risorse, di toglierle a molte altre attività, che sono invece tese all’autoaffermazione, e che vedono rimaterializzarsi la presenza maschile, tanto amante di quel potere che per affermarsi necessita di aggressività e assertività.

La più scarsa adesione degli uomini rispetto alle donne al vegetarismo e al veganismo è ovvia conseguenza al disinteresse per la questione animale, ma trova anche ampia giustificazione nel luogo comune secondo cui i cibi vegetariani sarebbero “da donna”, nel senso di anemici, non vigorosi, inadatti alla loro virilità. Esiste e sopravvive, infatti, la profonda convinzione, in gran parte inconscia, che gli alimenti abbiano una forte connotazione sessista: ci sono quelli da uomini e ci sono quelli da donna. La carne, soprattutto quella rossa, resta alimento icona dell’uomo macho, metafora di virilità, nella misura in cui, con il suo stesso aspetto, richiama immagini da uomo primitivo, da cavernicolo che se la andava a procurare di persona, clava in mano. L’uomo moderno, anche se la carne la conquista al massimo dagli scaffali del supermercato per metterla nel carrello della spesa, resta ostinatamente affezionato al valore simbolico della faccenda, sostenuto anche dalla diffusa convinzione che si è ciò che si mangia, quindi chissà mai che miracolosamente riaffiori quel machismo che un po’ traballa sotto i colpi di dopobarba profumati, gel per capelli e creme per il corpo dall’attrazione fatale. Tant’è: gli uomini spesso tendono a mantenere distanze di sicurezza dal mondo dei cibi leggeri, delle donne, quelle che, secondo la svilente rappresentazione maschile, nutrendosi di verdure e alghe, rafforzano un’identità di genere fondata sulla debolezza.

Is meat male? È maschile la carne? È il titolo di una ricerca pubblicata nel 2012 sul Journal of Consumer Research, autore Paul Rozin, professore di psicologia della Università di Pennsylvania. Risposta positiva, a quanto pare: oltre alla ricerca, lo conferma una statistica molto più casereccia sulle abitudini osservabili in giro. Inutilmente ci si interroga come sia possibile che non lasci tracce di pensiero l’informazione che vegani sono i maggiori campioni sportivi di ogni disciplina: a cominciare da quel Carl Lewis, “figlio del vento”, indiscussa leggenda con le sue dieci medaglie olimpiche oltre alle altre, che nel 1990 diventa vegano, per motivi etici e religiosi, nel bel mezzo della sua attività sportiva e dichiara “Ho scoperto che un atleta non ha bisogno di proteine animali per essere un atleta di successo. Infatti il mio migliore anno nelle competizioni di atletica leggera è stato quando mi sono convertito al veganismo”. Per continuare con le sorelle Williams, Venus e Serena, l’una vegana su indicazione del medico, l’altra per condivisione solidale, secondo quanto riportato dai media: di loro, sulla cui potenza fisica avrebbero molto da dire le tenniste che hanno avuto la (mala)sorte di doverle fronteggiare, tutto si può dire tranne che richiamino, nell’aspetto e nella forza dirompente, sofferte privazioni alimentari. Un grande testimonial è Mirco Bergamasco, statuario e imponente, il quale di mestiere gioca a rugby, che notoriamente, per dirla con Nanni Moretti, non è uno sport per signorine: appunto, lui è vegano. È poi, o anzi prima di tutti, c’è il grandissimo Luis Hamilton, 7 titoli mondiali al suo attivo e, giova ricordarlo, grande testimonial dell’opposizione a tante delle odierne ingiustizie, a partire da quelle razziali. Solo per citare. E per concludere con la dichiarazione di Dave Scott, considerato il più grande triatleta del mondo, che definisce “un errore ridicolo” pensare che gli atleti abbiano bisogno di proteine animali.

Niente da fare: i bias di conferma, vale a dire gli errori cognitivi che portano a filtrare solo quegli aspetti della realtà in sintonia con le nostre convinzioni ignorando quelle che le smentiscono, sono sempre all’opera.

Un’altra ricerca illuminante (Mente&Cervello, n. 104) dice che il veganismo è sostenuto soprattutto da 1) donne, 2) che vivono in contesti urbani e 3) che hanno un grado di cultura medio alto. Facile capirne le ragioni. Si è immersi in una cultura che fa della sudditanza dei nonumani la cifra della nostra esistenza e del mangiarli la normalità. Per sottoporre a un’analisi critica il pensiero dominante è necessario poter disporre di mezzi culturali adeguati, e la vita nelle città è certamente più attiva e stimolante, più facile brodo di cultura di movimenti innovativi. Si aggiunge il fatto che, a quanto pare, è molto meglio essere donne: vale a dire disporre di una forma di intelligenza sintetica, intuitiva, induttiva, a fronte di quella più analitica, logica, deduttiva degli uomini; soprattutto di un’intelligenza arricchita e vivificata dalla presenza delle emozioni.

La breve analisi condotta è indirizzata alla necessità di prendere atto dello stato delle cose, di individuarne la genesi complessa peri mettere a fuoco le strade da seguire. Prescindendo dalla situazione che vede sempre più sfumarsi la dicotomia sessuale, il riferimento non è mai ad una frattura netta al mondo maschile da quello femminile, ma sempre a maggiori disposizioni, a dei “soprattutto”, che contengono in sé la possibilità di cambiamenti da governare: esistono uomini il cui impegno è forte in favore di tutti i deboli e gli svantaggiati e vi sono, purtroppo, donne che pur senza esporsi in prima persona ad atti violenti, mantengono un ruolo non meno colpevole di sostenitrici o fiancheggiatrici di tante brutture. E non sempre i cambiamenti in atto sono rassicuranti perché vedono le donne a volte inseguire i non invidiabili primati dei loro compagni nelle cronache di omicidi o crudeli attacchi fisici contro persone deboli, le vedono sgomitare per svolgere il servizio militare, mentre qualcuna è già entrata nell’arena a massacrare con entusiasmo tori braccati e indifesi, e altre esibiscono orgogliosa soddisfazione nelle foto che le ritraggono in tenuta da cacciatrici con il piede sopra l’ultima vittima uccisa.
Il cammino dell’emancipazione femminile deve governare il rischio dell’uniformazione a quello maschile magari per compensare atavici sensi di inferiorità: non è certo questa la strada da percorrere, perché invece le trasformazioni si impongono. Da millenni la divisione di genere è stata il criterio principale per determinare l’esistenza delle persone, con gli uomini al potere e le donne in posizione di sudditanza, esattamente come lo specismo è stato il criterio per definire il posto di umani e nonumani nel mondo. La strada verso il superamento del sessismo deve coincidere con la lotta a tutte le forme di sudditanza e prevaricazione e non può non essere condotta contestualmente alla lotta per la liberazione animale: la consapevolezza conta su contributi di altissimo livello, ma di certo ancora assolutamente insufficienti. Il giorno in cui i festeggiamenti per un nuovo diritto riconosciuto non contemplassero che a pagarne l’ingiusto prezzo fossero vittime animali sulle tavole festose il segnale che questo principio sarà entrato in una consapevolezza più diffusa sarà più tangibile.

Il tempo giusto è oggi: per ogni animale, “dopo” sarebbe troppo tardi.

da qui    

martedì 14 gennaio 2020

DIAN FOSSEY, UNA VITA PER I GORILLA - Giovanna Nastasi


«Quando capisci il vero valore della vita, di ogni vita pensi meno al passato e lotti per difendere il futuro».
Queste parole possiamo considerarle il testamento di Dian Fossey, la naturalista americana, che dedicò la sua vita, fino all’estremo sacrificio, alla tutela dei gorilla di montagna, sottraendoli all’estinzione.
Forse sembrerà stravagante che una donna americana decida di trasferirsi in Africa e lì trovi quello che dà un senso alla vita. Nell’immaginario collettivo, i gorilla sono delle creature che incutono timore perché considerati aggressivi. Dian ci mostrò che ogni essere vivente interagisce attraverso delle regole e che, rispettandole, è possibile stabilire una relazione.
Ogni anno sul nostro pianeta si estinguono diverse specie di piante e animali senza che questo venga considerato una perdita. Infatti, ciò che è lontano da noi, ciò che non intacca la nostra quotidianità, ciò che non ci riguarda emotivamente è come se non esistesse. Così senza accorgercene la Terra sta diventando sempre più povera delle sue risorse ambientali e naturali e questo accade il più delle volte per cinico interesse e per cattiveria, perché, come diceva Fossey, siamo lontani dal comprendere il vero valore della vita.
Nel luglio del 2015, su tutti i Tg mondiali, fecero il giro le immagini del dentista americano Walter Palmer appassionato di caccia sportiva, volato dagli Usa fino allo Zimbawe per uccidere, con arco e frecce, Cecil, un raro leone che viveva in riserva. Le foto pubblicate anche in tutti i siti Internet mostravano il corpo del leone privo di vita, accucciato e inerme quasi fosse sprofondato in un sonno improvviso, e alle spalle il medico americano che baciava la moglie con sguardo trionfante. Uccidere un animale che vive in un’area protetta significa avere una grande quantità di denaro per corrompere le guardie, servendosi dei bracconieri che lucrano su questi sporchi assassini di animali indifesi. Scorrendo le immagini postate sulla rete si può trovare un ampio e orrido catalogo di questi presunti uomini e donne forti che trovano una perversa soddisfazione nell’uccidere esseri viventi: si va dal cacciatore tedesco che paga a una guida del luogo ben 53 mila euro per uccidere, sempre in Zimbawe, l’esemplare di elefante più grande al mondo, per arrivare alla cacciatrice americana che dal Sud Africa, in jeans e maglietta leopardata, posta sui social il suo trofeo, cioè una rarissima giraffa nera.
Secondo “The Guardian” le statistiche dimostrano che più di 1,7 milioni di trofei sono stati venduti in tutto il mondo tra il 2004 e il 2014 – e almeno 200.000 di questi animali sono considerati dalla Iucn a rischio di estinzione.
Dian Fossey lavorava in un ambiente non differente da quello appena descritto e in Africa ci era arrivata quasi per caso per la prima volta nel 1963.
Ci era rimasta sette settimane, durante le quali aveva visitato il Kenya, la Tanzania, il Congo e lo Zimbawe. A rendere quel viaggio una svolta nella vita di Fossey furono però due incontri in particolare. Il primo fu quello con il primatologo statunitense George Schaller in Tanzania dove stava conducendo uno studio pioneristico sui gorilla di montagna: «Credo che fu quello l’istante in cui ebbi la percezione che sarei tornata in Africa, a studiare i gorilla di montagna», scrisse anni dopo Dian nel suo best seller Gorilla nella nebbia (1983). Il secondo incontro chiave fu quello con Louis Leakey, un altro famoso zoologo.
L’infanzia di Dian non era stata particolarmente felice: l’assenza del padre alcolista e la freddezza del patrigno e della madre la fecero rifugiare nella compagnia del suo pesciolino rosso e nella lettura dei libri sugli animali, infatti sognava di diventare veterinaria. Fu grazie al sostegno economico degli zii che riuscì a studiare e diventare terapista. Probabilmente è grazie alla competenza che aveva acquisito nelle dinamiche relazionali con i bambini disabili che sarà in grado di entrare in empatia con i gorilla. Dian li osserva minuziosamente, comprende il loro linguaggio, studia come si comportano in branco, fino ad essere accettata da loro non come una estranea  ma come un membro della loro famiglia. In questo modo aveva ricreato la famiglia che aveva perso e quella che non aveva mai avuto nella comunione rispettosa tra gli esseri umani e la natura, tra gli esseri umani e gli animali. Scrive ancora la primatologa: «l’uomo che uccide un animale oggi, è l’uomo che domani ucciderà la gente che lo disturberà». Dian conosceva tutti i gorilla della zona e aveva stretto con loro un rapporto filiale, soprattutto con Digit, leader di uno dei sottogruppi che lei amava di più. Il 31 dicembre 1977, la vita della donna cambiò drasticamente perché Digit, orribilmente mutilato, venne trovato senza vita. La situazione peggiorò quando poche settimane dopo altri due gorilla furono uccisi mentre proteggevano il loro cucciolo, che morì a sua volta per le conseguenze dell’aggressione. Da quel momento in poi la ricercatrice dedicò tutte le sue energie alla lotta ai bracconieri e anche alle organizzazioni internazionali che puntavano ad aumentare il turismo nella zona. Il 26 dicembre 1985 Dian Fossey venne uccisa nella sua capanna sui Monti Virunga a colpi di machete. Riposa nel piccolo cimitero dei gorilla nel cortile di quello che resta del suo campo di Karisoke, a pochi passi dalla tomba di Digit. Il suo epitaffio recita: «Nessuno amò i gorilla più di lei».
Quali gli insegnamenti da trarre da questa storia? Intanto, quello di avere una passione, l’unica vera linfa vitale che porta avanti la vita; non smettere di costruire sé stessi anche quando si è soli e in frantumi; trovare sempre un nuovo punto di vista che ci aiuti a capire chi è diverso da noi anche se appartiene ad una specie diversa. Bob Campbel, il fotografo del “National Geographic”, che seguì e documentò il lavoro di Dian per tre anni dice che «nessuno mai come lei aveva avvicinato i gorilla di montagna con tanta naturalezza e comunione». Come fare memoria di Fossey? Lei ci ha mostrato la possibilità di comprendere una grammatica diversa che lega ogni essere vivente di questo pianeta, l’unica casa che abbiamo di cui non siamo gli onnipotenti e deliranti proprietari quanto piuttosto i custodi dell’enorme bene che ci è stato consegnato. Ci ha indicato la via dell’armonia e della pacifica convivenza, il rispetto per tutte le forme di vita diversa dalla nostra.
Ma la strada è ancora molto lunga.
Scrive Tiziano Terzani: «Che errore è stato allontanarsi dalla natura! Nella sua varietà, nella sua bellezza, nella sua crudeltà, nella sua infinita, ineguagliabile grandezza c’è tutto il senso della vita».