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lunedì 22 settembre 2025

L’ambigua fascinazione della caccia - Annamaria Manzoni

  

È sempre più necessario un contrasto netto alla violenza ma in tutte le sue forme, intrecciate le une alle altre in una consequenzialità spesso indiretta, eppure ricostruibile, se solo lo si voglia. Di sicuro, all’interno di un discorso sulla violenza – la sua genesi, le sue manifestazioni, i modi per contrastarla – non è più possibile prescindere da considerazioni che riguardino la pratica crudele della caccia

 

“Il diritto di uccidere un cervo o una mucca è l’unica cosa sulla quale l’intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose”1

La critica alla caccia non si limita oggi a particolari modi o tempi, ma è globale nel senso che ne mette in discussione la stessa essenza, la sua liceità, tanto che alcune associazioni hanno promosso una raccolta firme, grazie a cui verrà portata in senato una Proposta di Legge per la sua abolizione. Abolizione, non limitazione nel tempo e nello spazio, nel rilascio di autorizzazioni o nel numero delle specie cacciabili. Abolizione, perché nulla di ciò che questa attività comporta può essere considerato accettabile. Proprio come nulla di accettabile può essere rintracciato nelle guerre, quelle alle quali ci eravamo illusi, nel mondo occidentale, di avere posto fine: le avevamo in realtà solo spostate un po’ più in là, in tutti quei paesi da cui è stato semplice fare filtrare solo rare informazioni, facilmente stipabili nel grande magazzino del rimosso. Per poi risvegliarci un giorno dal torpore e prendere atto che i governi, il nostro e gli altri, non avevano mai interrotto una smisurata produzione di armi. Perché, oggi si sentenzia, si vis pacem para bellum: ignorando la replica all’antico enunciato, secondo cui, invece, se vuoi la pace è la pace che devi preparare. Elementare Watson.

E se la pace la vuoi preparare, è necessario un contrasto netto e preciso alla violenza in tutte le sue forme, intrecciate le une alle altre in una consequenzialità spesso indiretta, ma ricostruibile, se solo lo si voglia. È lo psicologo Stephen Pinker ad affermare che, se la si vuole combattere, bisogna prima di tutto riconoscerla, al di là delle mistificazioni a cui è sottoposta, e poi avversarla in tutte le sue manifestazioni “dalle sculacciate educative date ai bambini alle dichiarazioni di guerra tra le nazioni2 . Innegabile che la necessità dell’abolizione della caccia, che è regno assoluto di crudeltà e disumanità, occupi un posto d’onore nella ricerca, visionaria o meno che sia, di un mondo pacificato.

La caccia: la migliore educazione alle pratiche di guerra3

Per altro esiste un particolare puntuale parallelismo colto in ogni epoca tra caccia e guerra: ”La guerra è la continuazione della caccia”, diceva Lev Tolstoj, e la caccia è sempre stata considerata una raffigurazione ritualizzata della guerra, un suo sostituto ugualmente sanguinario, ma molto più rassicurante vista la mancata controffensiva del nemico immaginario.

Se in tempi molto lontani la sua crudezza poteva trovare giustificazione nella lotta per la sopravvivenza umana, oggi neppure i suoi cultori si sognerebbero mai di sostenerlo; se comportava coraggio, audacia, forza fisica, oggi comporta se mai esercizio di pusillanimità, data la smisurata sproporzione di forze in campo e la non belligeranza degli animali che, nemici inconsapevoli di esserlo, hanno nella fuga l’unica disperata possibilità di salvezza. E, per gli occidentali, si risolve tutta in attività di svago e ricerca di piacere, alternativa ad una partita a tennis o a calcetto, per intenderci.

Le vittime di tanto accanimento sono a volte uccellini di pochi centimetri di lunghezza e pochi grammi di peso, letteralmente disintegrati dai pallini, ma anche quelli che piace considerare feroci non hanno scampo davanti alle armi in dotazione del moderno cacciatore, novello Rambo, che si avvia alla guerra unilateralmente dichiarata con fucile in spalla e portamunizioni in vista, invaso da grande fascinazione anche per tuta, cinturoni stretti, stivali o scarponi, per attraversare terreni un po’ umidi manco fossero le paludi del Vietnam. Così bardato, trasforma la propria identità in un’altra fittizia, definita dall’abbigliamento e dai temibili accessori, grazie a cui anche un fisico più adatto alla tranquillità di uno sportello postale, così travestito, può ambire ad una sua rivincita macha, pronta allo sterminio, al servizio di virile quanto farlocco autocompiacimento.

Spara, spara, spara qui…

È indiscutibile che il vero motore della caccia si scalda e rimbomba là dove albergano forme di aggressività e violenza, tanto virulente da lasciare sul terreno vere e proprie carneficine, frutto di un crescendo di esaltazione e delirio fuori controllo, che, nei territori di caccia, porta a non saturare mai la pulsione a uccidere. Pulsione di cui non ci si vergogna, ma che è anzi fonte di vanto, a giudicare da tante foto di fine battuta che, sui social, immortalano stuoli di vittime stese intorno al sedicente eroe tronfio e soddisfatto.

Sanno bene i legislatori che questa passione è talmente travolgente da non poter essere controllata da chi la sperimenta e da richiedere di conseguenza un controllo esterno, quello delle leggi appunto, le quali, per quanto permissive, non possono astenersi dal porre freni a quello che altrimenti sarebbe uno sterminio ancora più smisurato di quelli attualmente tollerati. Lo fanno, stabilendo limiti ai giorni e agli orari consentiti, nonché al numero di individui e alle specie da bersagliare. Limiti, come si evince dalla lettura dei siti venatori, vissuti con insofferenza, con rabbiosa inquietudine, perché il divieto di sparare, come succede in amari tempi di caccia chiusa, provoca malessere, una sorta di crisi di astinenza, tenuta a bada dalla certezza che l’attesa impaziente avrà presto fine: il momento in cui, finalmente, la caccia si riaprirà si avvicina giorno dopo giorno, ponendo fine all’inquieto count down: “Mi manca l’inebriante profumo, quell’aroma di polvere da sparo torrefatta che si sprigiona dalle canne della doppietta quando la si apre, e nell’aria volano ancora le piume del fagiano”4.

Il numero dei cacciatori, in caduta libera in Italia tanto che oggi rappresenta circa lo 0,7% della popolazione, vede una netta prevalenza di persone anziane, tra i 65 e i 78 anni, che preoccupa non poco le associazioni, incapaci di capire, anche se non dovrebbe essere così difficile riuscirci, le ragioni di un tale disamore da parte delle nuove generazioni, quelle colpevolmente impregnate di ecologismo, di animalismo, a volte addirittura di antispecismo. Al momento, cercano di contrastare l’assottigliarsi delle loro fila, dilatando l’attivismo degli irriducibili, anche quelli un po’ ammaccati dalle ingiurie della vita. Tra loro, i più ricchi suppliscono alle inefficienze senili andando in terre lontane, dove sarà sempre possibile, dai rassicuranti sedili di un elicottero, affidare il compito ambito a un giovane del luogo, dalla mira precisa, che colpirà in subappalto l’animale in fuga, elefante, tigre o leone che sia. L’attempato ma non domato cacciatore, scambiando con un po’ di malafede il potere del denaro con quello dell’efficienza personale, mira precisa e braccio fermo, trarrà ancora grandi soddisfazioni, proprio come se lo avesse colpito lui, nel vederlo accasciarsi e poi morire, emozioni tanto più travolgenti quanto più la vittima sarà raro o addirittura in estinzione: è un vezzo da classe sociale particolarmente elevata uccidere qualcuno (loro sembrano pensare qualcosa) di unico o pregiato.

Non è, questo approccio critico all’essenza stessa della caccia, frutto di un’analisi artefatta, di una interpretazione prevenuta: è anzi totalmente in sintonia con il pensiero dei cacciatori stessi, quale emerge persino negli stralci di conoscenza di sé che loro stessi offrono, nei loro siti5 quando si confrontano con entusiasmo, cuore in mano, su tutto ciò che l’attività che li affratella smuove in loro: eccoli allora a celebrare la “magia della caccia”, a pregustare “una palpitante avventura”, a esaltare la “passione”, a crogiolarsi nell’”euforia”, ad abbandonarsi all’ebbrezza”: stati d’animo emotivamente alterati, che anticipano il piacere di trovarsi davanti al sangue degli animali colpiti, alle urla di quelli solo feriti, alla fuga impazzita di quelli che ancora sperano. Se non altro si deve dar loro atto di ottime competenze introspettive, nell’auto riconoscimento di emozioni e stati d’animo, già preannunciati da titoli di articoli quali Il sapore della caccia che sono tutto un pregustare, un sentire sensorialmente il gusto stuzzicante della morte cruenta, che infliggeranno alle povere bestie.

Premono il grilletto. E la natura scompare6

Per altro è un grande scrittore, Lev Tolstoj, cultore della caccia prima di diventarne acerrimo nemico, a ricordare, in una sorta di racconto catartico, di avere tante volte sperimentato quelle che lui stesso definiva la delizia e la voluttà davanti alle bestie agonizzanti, la soddisfazione nell’essere stato artefice di tanto dolore 7.

C’è di che rimanere basiti davanti a ciò che può albergare nella psiche umana: e allora, alla ricerca dell’origine di quel vuoto etico che è il brodo di cultura della passione venatoria, bisogna addentrarsi ancora di più nelle emozioni e nei pensieri dei suoi cultori; si viene allora a contatto con elementi che dovrebbero essere fonte di grande preoccupazione: perché nei loro comportamenti prepotenti e brutali la fa da padrona quella assenza di empatia che esonda in  psicopatia nel piacere dichiarato di essere artefici della sofferenza e della morte di esseri senzienti. Soprattutto appare virulenta una forma grave di sadismo, nell’accezione psicologicamente corretta del termine, che lo definisce quale “tratto del carattere proprio di chi si compiace della crudeltà”8,  tratto a volte innato, spesso collegato a risposte culturalmente apprese; sadismo che si crogiola nel piacere generato dal provocare dolore o dal senso di potenza personale che deriva dalla capacità di sopraffare l’altro. Nulla di nuovo sotto il sole, visto che già lo psichiatra Karl Manninger (1893-1990) affermava che il sadismo potesse assumere una forma socialmente accettabile nella caccia, rappresentante delle energie distruttive e crudeli dell’uomo verso le creature più indifese9.

Mentre altri studiosi si spingono ad ipotizzare una particolare forma di questa componente del carattere, strettamente connessa alla sessualità10. Dice la psicologa Margaret Brooke-Williams: “Si tratta di una riscoperta della virilità e del senso di potenza maschile sopito dalla vita urbana. Questo sentimento di potenza offre temporaneo sollievo al disagio psicologico dei cacciatori”. Teoria suffragata dallo psicologo sociale Rob Alpha secondo cui nella pulsione sessuale e nella compulsione a cacciare e uccidere vengono attivate le stesse aree cerebrali. Per altro lo stesso Sigmund Freud si riferiva a volte al sadismo per indicare la fusione di sessualità e violenza.

È possibile trovare ispirazione per altri approfondimenti in resoconti quali un’illuminante intervista su l’Adige.it (02.09.2012) a un’esponente femminile del mondo venatorio, tale contessa Maria Luisa Pompeati, della stirpe dei von Ferrari Kellerhof: sulla scia dei suoi colleghi maschi, definisce la caccia un atto d’amore, una passione intensissima che l’ha accompagnata nella crescita. Riferisce della sensazione meravigliosa del momento dell’uccisione, in cui l’animale diventa tuo per sempre. Perché, dice, la caccia è il momento culminante di una passione intensissima che la lega all’animale, che lei vuole possedere: dopo averlo centrato, corre da lui, prende la sua testa tra le mani, l’accarezza e lo bacia. Mangiarlo è, in seguito, l’ultimo atto del possesso. È lecito ipotizzare che alcuni gesti quali l’accarezzare e il baciare la vittima appartengano piuttosto a particolari vezzi della femminilità della contessa e non siano particolarmente diffusi tra i cultori della caccia, ma di certo vi risuona l’eco delle convinzioni di Rob Alpha. A parte ciò, tutto il resto è normale cronaca emotiva di una battuta di caccia.

Dalla parte delle vittime

In tutto questo, non emergono pensieri per gli animali, che pagheranno il prezzo di quelle battute di caccia, che definire arte (per venatoria che sia) è quanto meno un azzardo linguistico. Sono loro i grandi assenti, gli invitati di pietra alla grande kermesse venatoria, al delirio dell’uccidi più che puoi: assenti sono il cervo senza scampo che chiede grazia con le sue lacrime, nelle parole di Montaigne; la cerva che assiste il maschio ferito, con la testa levata al cielo e l’espressione piena di cordoglio, in quelle di Tolstoj; quelli che sentiamo ansimare nei filmati dai luoghi della carneficina: volpi stanate da buche profonde, rifugio vano da cani che le estraggono strappando loro la pelle, e aprono la strada al cacciatore di turno, appostato nei dintorni, armato del suo fucile e della sua viltà. 

È un guardiacaccia, Giancarlo Ferron 11, che racconta di caprioli in fuga, inseguiti per giorni,  che corrono con la schiuma alla bocca, senza più fiato, tremanti e sfiniti con la bocca spalancata per la fame d’aria; racconta di cacciatori che hanno due o tre mute di cani, per sostituire quella sfiancata nell’inseguimento di un capriolo, che lui però di sostituti non ne ha; ancora racconta di animali che si suicidano buttandosi dalle rocce, pur di sottrarsi allo sbranamento annunciato dai latrati che si fanno più vicini.

Che nessun animale possa sottrarsi alla furia omicida dei cacciatori, elefanti o uccellini di pochi grammi lo dice bene un bambino nel colorito spirito napoletano quando constata che “sparerebbero pure alla colomba dello Spirito santo”12 compendiando così l’incontenibile impulso ad andare ad ammazzare esseri di ogni genere e taglia, giovani o vecchi, che volino o corrano: purchÉ respirino.

La caccia. Un vero suicidio morale13

Descrizioni tormentate sono anche quelle di Lev Tolstoj, quando, da cacciatore da molto tempo pentito, ricorda con tormento lo spasimo pieno di terrore delle sue vittime in agonia, la sopraffazione del più forte sul più debole, l’assalto di molti a uno solo, del forte contro il debole, della sottrazione dei piccoli alle madri e viceversa: un universo di azioni tanto orribili da indurlo a definire la caccia un vero suicidio morale.

Parlando di conseguenze nefaste dell’attività venatoria si può continuare con i morti e feriti di ogni stagione, di cui mantiene un accurato conteggio l’Associazione Vittime della Caccia14 vittime che sfilano a passi felpati nei trafiletti dei giornali, così da poco disturbare governi e partiti, sempre in tutt’altre faccende affaccendati e magari un po’ imbarazzati. Perché si tratta non di malasorte, ma delle inevitabili conseguenze di un’attività che comporta l’uso continuo di armi, per moltissimi giorni all’anno, e svariate ore quotidiane, in uno stato d’animo in continua tensione. Quando imperizia, imprudenza, mancato controllo emotivo, deliri di onnipotenza, possono contare sul possesso di un fucile caricato a pallettoni, che l’esito possa essere mortifero non può certo meravigliare.

L’uomo e il cane: un’amicizia unilaterale

E che dire delle altre vittime oscurate, i cani, trasformati in aiutanti killer mediante un addestramento vigoroso, notoriamente trattati come oggetti d’uso, tenuti normalmente in gabbie da cui escono solo per andare a servire il loro padrone, maltrattati, crudelmente puniti? Le cronache raccontano dell’abbandono e della soppressione dei “soggetti” non idonei e di quelli da annoverare tra le vittime accidentali di colpi sparati a casaccio.

A completamento, è una novella cacciatrice, Catia, a fornire nella sua intervista15 on line un grazioso particolare, quello tanto diffuso da meritare un termine ad hoc, la frustata, vale a dire una fucilata che abitualmente i cacciatori sparano nel sedere di cani disobbedienti o lenti nell’apprendimento (“la famosa frustata” dice), metodo di addestramento da cui lei però si vanta di smarcarsi.

I bambini ci guardano16

Caccia che allunga le sue ombre lunghe anche in un campo colpevolmente trascurato, quello delle ricadute su bambini e ragazzi, che certo per legge a caccia non ci possono andare, almeno in Italia dove l’età minima è di 18 anni, ma che, sempre dalla lettura delle chat dei cacciatori, risulta che non raramente “accompagnino”, perché questo è permesso, i grandi, senza sparare, fin da età davvero improbabili: nove, dieci, undici anni, con qualche eccezione, udite udite, per bambini (accidentalmente anche bambine) di quattro anni. Grandi che non stanno più nella pelle per insegnare alla discendenza il mestiere e, impazienti, vogliono nell’attesa condividere le dilaganti emozioni. Potrebbe sembrare roba da marziani, ma non è necessario espatriare su un altro pianeta, perché è sufficiente oltrepassare la Manica: là, tutta la famiglia reale, generazione dopo generazione, ha goduto di un tirocinio precocissimo a quello che ritengono sport of the kings. Ahimè, non solo dei re. Il problema è che neppure il velocissimo srotolamento dei tempi, con tutti i cambiamenti che si succedono alla velocità della luce, pare intaccare la loro idolatria per la tradizione, per mortifera che sia: l’ultima vittima è l’ancora innocente (?) principe George, che risulta avere partecipato alla caccia al gallo cedrone a sette anni (con papà) e pare si appresti ad uccidere il suo primo cervo ora che ne ha compiuti dodici.

Che dire? Quasi meglio tornare alle cose di casa nostra: e provare a riflettere che figli o nipoti di cacciatori crescono alla presenza costante di una, ma più spesso più armi, presenza che, nella sua normalità, non provoca inquietudine, ma assuefazione: tutto normale, un po’ come il portaombrelli o le piante da arredamento. Normale sarà anche l’attenzione di cui le vedranno oggetto da parte del cacciatore di famiglia, che le maneggerà con cura (almeno si spera), quali oggetti di culto, preziosi ferri del mestiere, capaci di trasformare in realtà il sogno sognato del prossimo trofeo. E normali, nella loro ripetitività, saranno i comportamenti, i rituali di accompagnamento: levatacce antesignane, rientri appagati se con accettabile numero di vittime, o malcelati malumori per uno scarso bottino. E si conosceranno gli stati d’animo: l’ansia dell’attesa, i racconti grondanti eccitazione per l’avvistamento dell’animale da colpire, il non dargli tregua fissandolo nell’occhio del mirino o inseguendolo insieme ai cani godendo del suo terror panico. E finalmente colpirlo.

Ora, banale ricordare che i bambini imparano ciò che viene loro insegnato, che il giusto e lo sbagliato, il bene e il male sono concetti che prendono forma in funzione delle convinzioni e dell’accezione che i grandi di riferimento danno alle situazioni. E i primi anni di vita sono fondamentali per creare le proprie rappresentazioni del mondo e dei valori della vita, frutto del modellamento educativo, basilare nella strutturazione del carattere e della personalità. Anche l’empatia, vale a dire la capacità di identificarsi con le emozioni e gli stati d’animo dell’altro e di sentirli riverberare su di sé, condizionando il proprio comportamento, dipenderà in grande parte dalla possibilità di apprenderla se presente come modello a cui affidarsi. Se tale modello è strutturato sulla crudeltà verso creature deboli, sul piacere nel provocare loro dolore e morte, il piano educativo produrrà speculari contraccolpi psicologici nei più giovani.

In estrema sintesi, non esiste dubbio che la violenza contro gli animali vada nella direzione dell’introiezione di modelli aggressivi e prevaricatori, basati sul diritto della forza. Vale la pena ricordare che, dal 2005 la Violenza Assistita, quella quindi non subita in prima persona, ma come testimone di quella agita su altri o percepita o anche solo sentita raccontare è ufficialmente entrata nel novero delle violenze sfavorevoli infantili, sfavorevoli rispetto a un sano ed armonico sviluppo della personalità. E quella agita sugli animali è a tutti gli effetti inserita tra le forme prese in considerazione: al di là delle teorizzazioni, emerge in modo drammatico dai racconti di adulti che mai hanno potuto dimenticare lo strazio vissuto da piccoli assistendo allo scempio su un animale, spesso ad opera dello stesso padre. Non basta tutta una vita per dimenticare, ma neppure per sfoltire un dolore che, nel momento del racconto, esplode con tutta la virulenza di un dramma appena accaduto.

La caccia come tarlo sociale

Insomma: ce ne è davvero abbastanza per riflettere seriamente sulla caccia come tarlo sociale e agire di conseguenza: perché la sua struttura portante è, in estrema sintesi, il piacere di praticare violenza contro individui inermi.

“Quando capiremo, a fatti e non a parole, che le scelte esercitate contro gli animali sono anche scelte contro di noi?”17.

Viviamo in tempi cupissimi, dove anche noi, abitanti di un mondo occidentale che in molti pensavamo in costante crescita verso l’estensione dei diritti, ci siamo ritrovati davanti al baratro di un’umanità disumanizzata. Siamo qui a chiederci come tutto quello che sta succedendo stia davvero succedendo: troppo per essere anche solo pensato, perché il pensiero stesso si ribella al farsi contaminare dal regno dell’odio, dal dilagare dell’indecenza e di una crudeltà che nessuna specie vivente potrebbe mai ideare. Nessuna tranne la nostra, che è la più devastante, crudele e pericolosa. Che mai, nemmeno in nessun periodo di pace, ha smesso di sentirsi in diritto di praticare alla luce del sole le più orrende forme di supplizio sugli altri animali e, in modo variamente occulto, sugli altri esseri umani.

Oggi il mondo tutto sembra allargarsi a normalizzare ogni forma di indecente prepotenza, contro chiunque, senza neppure più vergognarsene; il mondo venatorio, in contemporanea, pretende un po’ di spazio in più: molti più uccellini da accecare per richiamare i loro conspecifici davanti al cacciatore lì pronto ad impallinarne quanti potrà; licenza di sparare agli uccelli migratori, esausti per viaggi interminabili; ribaltamento di sentenze del TAR per consentire il massacro anche nei valichi di montagna. E poi orsi, lupi, nutrie: tutti trasformati in bersagli, con la benedizione delle autorità, in una moderna riedizione di quel Far West dove era la colt ad accogliere ogni estraneo sgradito.

Ci si aspetterebbe che i cacciatori, numericamente in dissesto, le loro straricche lobbies, quei politici afasici e indifferenti a un volere popolare dichiaratamente contrario, prendessero consapevolezza dell’insostenibilità morale dell’attività venatoria.

A tutti noi il compito di riconoscere le mistificazioni in atto, implicitamente sostenute in modi diversi: per esempio con la vendita stessa delle armi  accanto agli sci o ai costumi da bagno nei negozi sportivi, giusto per sdoganare l’idea che farsi una nuotata o massacrare un cinghiale è solo una questione di gusti individuali. Mistificazioni sorrette anche attraverso richieste dei cacciatori per entrare nelle scuole nella veste di testimonial della natura e, udite udite, difensori degli animali. Che vanno ad uccidere perché li amano. Doveroso interrogarsi sulla confusione cognitiva generata nei più giovani nel momento in cui viene loro proposta l’equazione amore-uccisione, che oggi più che mai è il mantra giustificativo di tanti femminicidi.

“Stiamo causando la distruzione. Dei nostri compagni animali… Ricercando null’altro che il nostro benessere E il nostro divertimento”18.

Insomma, all’interno di un discorso sulla violenza, la sua genesi, le sue manifestazioni, i modi per contrastarla, non è più possibile prescindere da considerazioni che riguardino la pratica della caccia. Se si ritiene fondamentale che l’educazione abbia come obiettivo primario l’insegnamento del rispetto per l’altro, la presa in carico dei diritti di ognuno, la convinzione che il senso di giustizia sia fondamentale nella gestione di relazioni positive, è davvero impensabile proteggere, difendere, connotare positivamente comportamenti sadici, violenti e crudeli a danno di esseri indifesi.

Non è superfluo ricordare la posizione di Albert Scheiwtzer, Nobel per la pace 1953, che sosteneva che la compassione, sulla quale si devono basare tutte le filosofie morali, può raggiungere la massima estensione e profondità solo se riguarda tutti gli esseri viventi e non solo gli esseri umani.

Gandhi, uno dei massimi esponenti del pacifismo, non pensò in nessun momento che la grandiosità degli obiettivi che andava perseguendo lo autorizzasse a mettere in secondo piano il dovere del rispetto per gli altri animali, da praticare costantemente anche attraverso scelte alimentari, avanzatissime per i suoi tempi.

Aldo Capitini, filosofo della non violenza, sosteneva che se si fosse imparato a non uccidere gli animali, a maggior ragione si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini: e lo diceva all’alba della seconda guerra mondiale, facendo tutto ciò che era in suo potere per provare a scongiurare il delirio di violenza che di lì a poco si sarebbe comunque scatenato.

Insomma e per concludere: l’attività venatoria è indiscutibilmente territorio di crudeltà. Riconoscere questa elementare verità, è passo doveroso. Che dovrebbe condurre alla strada che Freud, nel carteggio del 1932 con Einstein, indicava per agire contro la guerra, con parole che si attagliano perfettamente anche alla caccia. Le forze che esistono, dice Freud, che vanno costruite e riconosciute, sono le relazioni d’amore e i legami emotivi che si stabiliscono grazie anche a meccanismi di identificazione con l’altro. È necessario indignarsi contro la guerra (e contro la caccia, aggiungo) perché ogni uomo, ogni essere senziente ha diritto alla vita, perché la guerra (come la caccia) “annienta vite piene di promesse, pone i singoli individui in posizioni che li disonorano”. Per ricercare uno stato di pace, fra le persone, i popoli, le specie, che forse è esistito, che forse è desiderio di qualcosa di mai interamente vissuto, ma di cui vi è infinita nostalgia perché, dice Anna Maria Ortesei, da quel bene assoluto ci siamo allontanati “per deviazione, errore, stranezza o forse malattia” .


Sull’argomento ho scritto nei miei libri i capitoli:

Bang…bang…: io sparo a te. In “Noi abbiamo un sogno”. Bompiani 2006

Finchè non lo vedrai esangue, In “In direzione contraria” Sonda 2009

Ai cacciatori il posto d’onore. In “Sulla cattiva strada, Sonda 2014


1 Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere;

2 Stephen Pinker, Il declino della violenza

3 Senofonte, Il Cinegetico

4 https://brotture.net/tag/caccia

5 www.bighunter.net

6 Marcello D’Orta , Nessun porco è signorina

7 Lev Tolstoj, Contro la caccia e il mangiar carne

8 Umberto Galimberti, Nuovo Dizionario di Psicologia

9 Www.feelguide.com/2016/11/07/hunting-linked-to=psychosexual-inadequancy-the=5-phases-of-sexual-frustration

10 www.animals24-7.org

11 Giancarlo Ferron, Il suicidio del capriolo

12 Nessun porco è signorina, Op. cit.

13 Lev Tolstoj, Op. cit.

14 https://www.vittimedellacaccia.org

15 http://www.sabinemiddelhaufeshundundnatur.net/ale/caccia_intervista.htm

16 Titolo del film di Vittorio De Sica, I bambini ci guardano

17 Danilo Mainardi

18 Yuval Noah Harari, Da animali a dei

da qui

martedì 15 aprile 2025

Come si spiega l’umiliazione dell’altro? - Annamaria Manzoni

Ogni parola è già stata spesa annaspando nella ricerca di un modo per dare voce all’incredulità, all’angoscia, alla rivolta inesprimibile davanti a un mondo che declina la parola umanità con sinonimi quali ferocia, brutalità, spietatezza. Bambini fatti morire di fame e di sete, ospedali bombardati, missili lanciati con la stessa svagatezza con cui si lanciano freccette sul bersaglio nei pub inglesi: pur di distruggere ogni forma di vita, quelle di oggi e quelle di domani, ostaggio di mine antiuomo, in grado di colpire i bambini che ci sono e quelli che verranno. E poi stupri, torture, oscenità di ogni tipo esibite con orgoglio da chiunque pensi di poterlo fare perché detentore di un qualsiasi potere, che si tratti di presidenti, dittatori, ministri o bulli di ogni calibro che misurano il grado della propria forza sull’umiliazione inflitta ad altri.

In risposta ci armiamo anche noi, ci armiamo più di quanto non abbiamo sempre continuato a fare (l’Italia nello specifico sta scalando posizioni, dal decimo posto al sesto in pochi anni, nell’elenco dei maggiori esportatori mondiali di armi) facendo emergere la nostra essenza mai scomparsa di scimmia assassina, di quella killer ape che, nella seconda metà del ‘900 in molti hanno sostenuto impersonare la nostra vera natura, tenuta a bada dalle briglie sociali, ma sempre viva e vegeta, pronta a riemergere. Pronta perché tutto sommato, diventare civili ci ha di certo un po’ ingentilito, ma, diceva Freud, se ci dà sicurezza, comporta però anche disagio, limita l’espressione dei nostri desideri e delle nostre pulsioni, che sempre sono lì a premere per manifestarsi: insomma l’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza, (Il Disagio della civiltà, 1929). E allora ecco i nostri tempi che ci lasciano senza parole nel buttare in discarica leggi e diritti: a questo punto tutto diventa lecito, per esempio prendere la Groenlandia perché ci serve. In fondo siamo sempre quelli della pietra e della fionda: peccato che, emancipati come siamo, pietra e fionda le abbiamo sostituite con bombe e droni.

Come non richiamare le parole di Einstein che, nel suo carteggio del 1932 con lo stesso Freud affermava che l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di uccidere? Terrorizzati da questa e altre simili consapevolezze, da vari decenni stuoli di scienziati, studiando tra i nostri comportamenti quelli più distruttivi, vanno sostenendo che li scegliamo, ma le nostre non sono scelte obbligate, non sono mai l’unica nostra possibilità: tutto quello che facciamo dipende sì dalla nostra biologia, ma contestualmente anche da elementi psicologici e sociali. E allora, se anche non si può prescindere dalla nostra natura, possiamo almeno agire sugli altri elementi che concorrono a determinare le nostre scelte, sui modelli e sull’educazione che proponiamo alle nuove generazioni: nel loro insieme potrebbero dirigere i nostri passi e le nostre azioni in direzione ostinatamente contraria al male che da millenni è parte corposa delle nostre vite.

Purtroppo però tanti degli attuali modelli, quelli diffusi da social e media, quelli gridati, esposti e sostenuti, quelli che hanno la potenza della propaganda, questa auspicabile direzione neppure la conoscono. Se anche ci si allontana dai teatri di guerra e dal trionfo dei massacri quotidiani, il cinismo e l’arroganza invadono il mondo offeso degli inermi, degli sconfitti, dei disperati. Quale ottimo testimone di questa deriva troviamo allora, tra i tanti altri, Donald Trump, che si fa vanto con i filmati del rimpatrio forzato in Venezuela di prigionieri, mani e piedi in catene, piegati in due, trascinati da omoni grandi e grossi, tutori di quella legge mille miglia lontana dalla giustizia.

Tutto fa scuola: passano pochi giorni ed è la segretaria statunitense alla sicurezza Kristi Noem che, orgogliosa e felice, rilascia le sue dichiarazioni sullo sfondo di prigionieri seminudi, ingabbiati, umiliati: perché questa è la fine che si meritano i migranti non regolari, quelli che cercano scampo da luoghi di fame e sopraffazione, ci comunica da sotto l’ala del suo berrettino da baseball che fa tanto America is back, con tutte le sue bandierine a sostenere una visione del mondo in cui povertà e disperazione diventano crimini.

Diffuso lo sdegno a cui hanno dato voce con parole simili molti giornalisti, quelli non asserviti ai potenti della terra: nelle immagini cariche di orrore i prigionieri vengono descritti stipati come bestiame, si parla di disumanizzazione degli umani, divenuti una massa anonima, come nei gulag, in quei luoghi di detenzione dove gli uomini diventano cose, trasformazione indispensabile per potersene poi liberare come si fa con le cianfrusaglie: citazioni, queste, dall’articolo di Michele Serra sull’Amaca di Repubblica, in cui risuonano temi fondamentali, implicitamente richiamati. È vero: i prigionieri ammassati, rinchiusi, disperati sono proprio come gli animali che ogni giorno, a milioni, vengono stipati sui carri diretti al macello, addossati gli uni agli altri con lo spazio solo dell’aria in cui lasciar dissolvere inascoltati lamenti, che a cui i loro aguzzini, determinati allo svolgimento di quello che considerano un dovere, non danno risposta alcuna.

Non sarebbe male ricordare le parole di Marguerite Yourcenar, che, con tutta la sua autorevolezza, sosteneva che ci sarebbero… meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni dove le bestie agonizzano senza cibo e senz’acqua dirette al macello. In altri termini ricostruiva il filo che lega la violenza sugli animali a quella sugli umani e coglieva il drammatico insegnamento, figlio dell’accettazione e della assuefazione alla crudeltà legalizzata, normata, sistemica, regolarmente inflitta alle bestie. Il tirocinio disconosciuto a quella crudeltà su esseri senzienti, diceva, ha conseguenze drammatiche non solo su di loro, ma anche sulla specie umana, sulla quale prima o poi verrà riversata una analoga crudeltà, il cui esercizio sarà stato bene imparato ed interiorizzato.

C’è dell’altro nell’articolo citato: Serra dice che il trattamento inflitto ai prigionieri è reso possibile solo dalla loro disumanizzazione: importante teoria già sostenuta dallo psicologo Albert Bandura. Al quale va il merito di avere inquadrato i meccanismi che permettono a noi umani di fare del male continuando a considerarci brave persone: per usare le sue parole, a disimpegnarci moralmente dal male che facciamo. Bene: uno di questi meccanismi consiste proprio nel deumanizzare la vittima, nel privarla della sua umanità per assimilarla a un animale: meccanismo in perpetuo funzionamento nel corso delle guerre, antiche e moderne, che hanno sempre visto i nemici appellati come animali: topi di fogna, scarafaggi, figli di cagna…tanto per citare. Il meccanismo funziona: se quelli che vado tormentando e uccidendo sono animali, beh: allora sono nel giusto. Perché agli animali si può fare tutto il male del mondo, visto che sono al nostro esclusivo servizio; ma, per maggiore tranquillità, si prosegue reificandoli, considerandoli alla stregua di cose. Spaventosa teoria che ha tra i suoi illustri sostenitori quel Renato Cartesio che già nel 1600 sosteneva che l’animale è solo una macchina e quindi su di lui qualsiasi operazione, esperimento, tortura può essere eseguita senza alcuno scrupolo. Perché le sue grida, diceva, non sono di dolore, ma semplici cigolii come quelli che provengono dalle macchine. Secoli dopo, era papa Pio XII, in visita al mattatoio di Roma nel 1957, a rivolgersi ai macellatori assicurando che i gemiti delle bestie abbattute e uccise per giusto motivo non dovrebbero destare una tristezza maggiore del ragionevole. Quale sia il confine della ragionevolezza richiamata sarebbe tutto da definire.

Insomma alla ricerca di una risposta alle domanda che in tanti oggi ci poniamo, vale a dire come sia possibile che si possa fare ad esseri umani l’enormità del male che oggi si sta facendo, e come sia possibile che tanta parte del mondo occidentale resti incredibilmente afona e impassibile davanti all’intollerabile, sarebbe davvero venuto il momento di prendere atto che la risposta va cercata anche nell’assuefazione a tutte le altre forme di violenza, crudeltà e ingiustizia che pratichiamo o accettiamo, considerandole normali, addirittura giuste tanto da criticare aspramente o dileggiare chi vi si oppone. Da millenni pensatori e scrittori mettono in luce il filo che unisce tutte le forme di violenza, contro chiunque siano dirette, animali o umani che siano.

E oggi sappiamo bene che nessuna esperienza è priva di tracce, perché viene custodita nel nostro inconscio e influisce sul nostro modo di essere e di agire. Non solo quello che facciamo ci modifica, ma anche quello a cui assistiamo: allora se per caso è vero (ma i tempi autorizzano ormai a dubitarne) che il mondo che vogliamo è un mondo pacificato, solidale, rispettoso, è assolutamente necessario opporsi a ogni forma di violenza, contro chiunque venga commessa, individuo umano o nonumano, comunità, popolo. Finché non lo faremo, alla violenza stessa concederemo di albergare dentro di noi, e guardandola senza nemmeno riconoscerla come tale a causa della sua normalizzazione, ne saremo di fatto sostenitori; per poi scandalizzarci se il numero delle vittime diventerà smisurato o se si esprimerà in modi in cui rileveremo livelli di impensabile sadismo.

Forse è venuto il momento di prendere sul serio i suggerimenti di Montaigne e Andrea Gallo, e aggiungere all’elenco dei vizi capitali, interiorizzati come motivo di vergogna, la crudeltà, degna di ambire ad un meritatissimo primo posto, a pari merito con l’indifferenza, tanto praticate dalla nostra specie: l’una e l’altra prime responsabili della nostra essenza, tanto più vicina nei fatti a quella di legno storto che a quella autoattribuita di specie eletta.

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sabato 6 luglio 2024

Non si uccidono così gli agnelli? - Annamaria Manzoni

  

Ultimi giorni di giugno: a Fabriano, nell’ambito alternanza scuola lavoro, alcuni studenti dell’istituto tecnico agrario sono all’interno di un’azienda agraria, di proprietà della scuola stessa, dove si trovano animali cosiddetti da allevamento, nello specifico pecore. Alcuni dei ragazzi cominciano a divertirsi maltrattandole: uno in particolare calcia loro addosso un pallone, facendole fuggire spaventate: un agnellino però, troppo piccolo o troppo debole, non ce la fa a seguire il gruppo e resta indietro. Uno dei ragazzi non si lascia sfuggire l’occasione: lo afferra, lo lancia fuori dal recinto, lo riacciuffa, lo scaraventa di nuovo dentro, quasi fosse diventato lui il pallone: la bestiola riporta la paralisi di tutti e quattro gli arti e muore dopo tremenda agonia. Gli altri studenti, nella maggior parte minorenni, se ne guardano bene dall’intervenire e risulta che abbiano assistito divertiti allo scempio.

Alla notizia viene dato risalto sui media e la dirigente scolastica fa sapere che verranno presi adeguati provvedimenti disciplinari contestualmente alla denuncia alla polizia per maltrattamento e uccisione di animale.

Ovviamente lo sconcerto e la condanna sono generali: ci si chiede essenzialmente a cosa serva una scuola che non riesce a contrastare condotte così crudeli tanto che qualcuno arriva provocatoriamente ad auspicarne la chiusura, vista l’inettitudine educativa che l’episodio denuncia.

Di certo comportamenti tanto abnormi su un essere piccolo, inerme, spaventato devono interrogare su chi siano quei ragazzi e come e dove abbiano appreso insensibilità, sadismo, ferocia: auspicabile che, oltre alle punizioni, vengano iniziati percorsi di educazione al rispetto e all’empatia e anche ad una autoconsapevolezza, che porti in superficie quello che c’è di guasto nella loro psiche. Perché qualcosa di certo è andato male se si è qui a discutere di studenti trasformati in aguzzini, anche se con ruoli diversi nella dinamica di gruppo. Gruppo che, è facile pensare, può avere avuto un ruolo forte come attivatore di violenza, perché è probabile che il maggiore responsabile, fosse stato da solo, non avrebbe fatto quello che ha fatto: la presenza degli altri in questi casi, con una sorta di tifo fatto di lazzi e battute, sostiene sempre l’eccitazione e il desiderio di un protagonismo, che, quando non può contare su altre abilità, si accontenta di forme di bullismo a danno dei più deboli trasformando la colpa in vanto.

L’esercizio di violenza gratuita però, lungi dall’essere un disgrazia che irrompe inaspettatamente in contesti paradisiaci, se trova terreno fertile nel temperamento individuale, si nutre poi di modelli familiari, educazione, cultura, mass media, ambiente.

Di conseguenza, il banco degli imputati, da allestire nel processo contro i colpevoli di questo disastro comportamentale, se vuole davvero ospitare tutti i responsabili a voler ben guardare deve allargarsi a molti invitati di pietra.

A cominciare dal fatto che la scuola frequentata dai ragazzi, a quanto si legge (“Vengono approfondite le problematiche collegate all’organizzazione delle produzioni animali e vegetali, alle trasformazioni, alla commercializzazione dei relativi prodotti…”), avvia tra l’altro alla produzione animale e alla gestione degli allevamenti zootecnici. Vale a dire: all’interno dei percorsi di formazione gli animali non sono certo visti come compagni di vita e nemmeno come esseri da conoscere a fondo nel rispetto della loro etologia, bensì come produttori di cibo, che può essere ottenuto solo tramite adeguato sfruttamento e conclusiva uccisione. Quello stesso agnellino brutalmente assalito e ucciso, non avesse avuto la malasorte di impattare in ragazzi, forti solo del proprio numero e della propria protervia, avrebbe incontrato destino non tanto diverso a distanza di poche settimane: perché ciò che succede a quelli della sua specie è di finire afferrati per le zampe, trascinati lontano dalla madre, caricati su camion dove impazzire di paura per essere infine sgozzati in un delirio di sangue e di disperati belati in cerca di un’improbabile pietà. Perché è questa la fine che fanno gli agnelli come documentato da filmati alla portata di chiunque voglia informarsi, e come presumibilmente non ignorano i ragazzi che stanno seguendo un percorso di formazione che prevede tecniche di allevamento.

Ovvio che tutto questo non autorizza nessuno ad infliggere tormenti gratuiti per puro divertimento: si tratta di comportamenti che anche la legge contro i maltrattamenti punisce, in quanto crudeli e non necessari, anche se nessuno fino ad oggi si è assunto l’onere di definire con precisione quali sarebbero le condizioni che invece rendono i maltrattamenti necessari: il dubbio trattarsi di ossimoro incombe. In società satolle come la nostra, per quanto ci si pensi, la necessità parrebbe riferita (in modo francamente discutibile) solo al piacere del palato: insomma alla gola, per altro vizio che possiede il non invidiabile privilegio di essere inclusa tra i sette capitali.

Il problema è che lo status di quegli animali, appunto “da allevamento”, è quello di esseri al servizio di noi umani, che decidiamo quando farli nascere e quando e come farli morire, del tutto incuranti della dose devastante di sofferenza che questo percorso procura loro.

Non facilissimo pretendere da adolescenti l’accettazione acritica di comportamenti basati su una sorta di dissociazione cognitiva: tu li devi trattare bene e rispettare, poi fra un po’ interveniamo noi e facciamo, sotto l’egida della legalità, tutto quello che ora etichettiamo come turpe, sadico, e quindi sanzionabile.

Non bastasse tutto questo a definire la caotica convivenza di giusto e ingiusto nella vicenda di Fabriano, è interessante ricordare che a San Romualdo, frazione di Fabriano, le calde giornate agostane da 23 anni a questa parte (!) vengono allietate da una delle tante sagre estive, nello specifico, la Sagra dell’agnello, a uso e consumo di tanti cittadini e cittadine, che accorrono a festeggiare degnamente il clima vacanziero nonché le proprie papille gustative, allettati dalla pubblicità che assicura (manifesti in giro per la città lo scorso anno) aria fresca e divertimento, nonché Agnello in tutte le salse, in un gioco di espressioni dal doppio significato, opera di qualche creativo in difficoltà nel cogliere la differenza tra cinismo e spiritosaggine.

Il quadro che si delinea, mettendo in ordine le tessere del mosaico dei fatti, interroga davvero sulla compromissione dei ragionamenti, sulla illogicità delle convinzioni, sulla disarmonicità della visione d’insieme sulla realtà. Quei ragazzi, colpevoli dell’uccisione dell’agnellino, sono cresciuti e si sono formati vedendo gli adulti abbuffarsi serenamente di altri agnelli, giusto per godersi meglio giornate di festa; e seguono percorsi scolastici che prevedono anche come allevare animali che finiranno poi al mattatoio. Miracolosamente dovrebbero però considerare gli agnelli esseri da trattare con rispetto, ignorando le incongruenze e le spiegazioni, insite in messaggi incoerenti, e accettare la logica sottostante, quella implicita ma non detta, secondo cui la violenza è sanzionabile quando individuale, accettabile e indiscutibile quando è di stato, vale a dire quando è legalizzata.

Gli adulti sono bambini andati a male, ha detto qualcuno: forse vanno a male a causa dei puntuali attacchi alla loro empatia, che passa anche dal sistematico menefreghismo che viene sollecitato davanti alle tante forme di crudeltà inflitte ad altri, umani e nonumani, se pure a norma di legge.

Le riflessioni necessarie sui fatti di Fabriano, allora, nell’interrogare sulle responsabilità individuali e su quelle della scuola non possono prescindere dai modelli educativi e da quelli culturali e ambientali: è fuori di dubbio che soprattutto in questi ambiti maturano i germi di un’aggressività che, al suo esplodere, non lascerebbe basiti se solo ci fosse un po’ di consapevolezza in più, consapevolezza che una buona società è quella che esclude la violenza in tutte le sue forme e verso tutti gli esseri senzienti.

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martedì 26 marzo 2024

Il belato degli agnelli

Con tutto quello che succede! - Annamaria Manzoni

In questo mondo afflitto da terrificanti conflitti, l’allegra mattanza pasquale non può essere derubricata a fatto privo di importanza, sulla scorta del mantra “con tutto quello che succede…”. Al contrario quella strage sostiene la normalizzazione e l’ubiquità della crudeltà del più forte sul più debole, crudeltà, che non è opera di sadici o psicopatici, ma è intrinseca al tessuto stesso delle nostre società

Le ricorrenze, nel loro preciso ripetersi, tracciano punti fermi nel nostro calendario interiore, richiamando a una sorta di memento: ricordati, ricordati di ricordare qualcosa che non va dimenticato. Quelle religiose, per chi religioso si ritiene, dovrebbero anche essere un monito, un richiamo a dogmi, credenze, riferimenti che però sempre più spesso appaiono appannati nel mondo occidentale dove la tendenza in ascesa è quella del fai quello che vuoi purché ti piaccia. Tanto che dichiararsi credente per molti finisce per limitarsi a un’etichetta che risulta protettiva, pur nel materialismo dilagante, in quanto assicura nell’al di là la strada verso un’immortalità sempre agognata, ed è nel contempo garanzia, nell’al di qua, di un’accettazione sociale, basata sull’ostinata equazione religioso uguale buono, capace di fornire una sorta di pregiudizio positivo, per cui non esiste necessità di dovere argomentare: basta la fede, che per altro è dono e non merito.

Tutto bene? Non proprio. Fatto salvo il sacrosanto diritto alle proprie credenze, esistono addentellati, accessori a queste stesse credenze che investono un ambito che non è più quello spirituale intoccabile, ma invade vita e morte di centinaia di migliaia di altri esseri senzienti, nello specifico, quando si parla di Pasqua, di agnelli. La loro uccisione non conosce sosta lungo tutto l’anno, ma, in questa ricorrenza, diventa rito, tradizione, cultura, e rispolvera il postulato, per sua natura indimostrabile, che l’agnello, quello di Dio, è colui che toglie i peccati dal mondo attraverso la sua stessa morte: lui, innocente, indifeso, fragile viene allora condannato a una morte impietosa così da redimere l’uomo dai suoi peccati. Vecchia storia che si rifà al concetto di capro espiatorio, colui sul quale vengono riversati i debiti umani non pagati che lui, morendo, si dice riscatterà. Chi mai davvero può credere in questa narrazione che è l’apoteosi dell’ingiustizia, per cui il peccatore si salva compiendo un altro peccato, quello dell’uccisione di un innocente, di milioni di innocenti? Torna alla mente la figura, non si sa quanto storicamente dimostrata, dell’whipping boy, il ragazzo che, all’inizio dell’età moderna, affiancava un giovane principe in modo che, quando questi commetteva errori, venisse frustato al posto suo, preservando così il nobile da umiliazione e dolore. Se questa situazione lascia noi contemporanei increduli, non riesce comunque a disappannare il nostro sguardo davanti ad altre ingiustizie del tutto simili che continuiamo serenamente a compiere attribuendo loro significati spirituali. In fondo, per altro, in forme fortemente diverse, la tentazione di far pagare ad altri le nostre colpe non ci è certo estranea, anzi esercita un’attrazione di non poco conto, sintetizzabile nella convinzione che l’importante è il nostro benessere, chissenefrega se pagato con miserie altrui. E questi altri, i capri espiatori, incaricati della missione, sono sempre i più deboli, quelli privi di diritti, incapaci di vendetta: tutto considerato, in quanto specie che teorizza e sostiene tutto questo, non ne usciamo davvero bene e ci iscriviamo a tutto tondo nella categoria dei codardi.

Ma all’allegra mattanza pasquale degli agnelli si unisce anche uno stuolo di non credenti, che, per l’occasione, rispolvera un attaccamento imprevisto alla tradizione, che incredibilmente affida all’abbacchio, il quale, al forno o alla romana, magari con contorno di patate, dovrebbe essere il mezzo per celebrarla. E l’abbacchio, giusto per ricordare i distratti e gli smemorati, è l’agnello ucciso entro i primi due mesi di vita: insomma appartiene a quello stuolo di decine di migliaia di neonati d’altra specie che già stanno affollando le nostre strade e autostrade, stipati sui camion, belanti di terrore e di sgomento, per arrivare ad essere macellati giusto in tempo per le nostre tavolate.

In un mondo che ogni anno macella circa 70 miliardi di animali, limitando la conta solo a quelli terrestri, hanno forse poco senso la rabbia e il raccapriccio davanti alla strage di questi cuccioli, quasi le nostre reazioni sancissero un loro diritto alla vita maggiore di quello delle vittime di altre specie. Così non è: ma esistono particolari ragioni, o forse emozioni, solleticate da questo scempio, in primo luogo riferite alla abitudine di celebrare una festa, per giunta cattolica, con il massacro di altri esseri, come in questo caso, di assoluta innocenza: quale mai logica perversa può reggere una ingiustizia tanto conclamata?

C’è anche altro a caratterizzare l’uccisione di altri animali, ma non degli agnelli. Uno dei tanti meccanismi messi in moto per sdoganarla è quello che si serve della loro denigrazione: il maiale, per esemplificare, è costantemente rappresentato come brutto, sporco, grasso, dotato di istinti sconci, un vero maiale insomma. Il biasimo di cui lo si ricopre, e non fa nulla se in modo etologicamente del tutto scorretto, è il lasciapassare per la sua orrida eliminazione: uno così, in altri termini, se lo merita proprio il trattamento che gli riserviamo.

Non va meglio a galline, oche, tacchini, la cui presunta stupidità diventa autorizzazione al loro sfruttamento. I bovini sono invece circondati da una narrazione mistificata che li vede quieti e miti, tanto che La vache qui rit da oltre un secolo è costretta a guardarci felice dalla confezione del formaggio francese, fatto con il latte sottratto al suo vitellino mandato al macello.

Qualche problema in più lo procurano i cavalli, amati da molti quali animali da compagnia, problemi comunque presto accantonati se è vero che l’Italia brilla per i suoi primissimi posti nelle classifiche dei paesi importatori di carne equina dal resto del mondo. Animali di tante altre specie, quali i conigli, vengono semplicemente rimossi, dimenticati, resi invisibili.

Gli agnelli no: sono e restano simbolo di purezza, innocenza, vulnerabilità. Sono bianchi come il latte, il loro vagito è simile a quello dei bambini, sollecitano tenerezza e chiedono protezione. Celebrati nei peluches, smuovono commozione nei bambini, che si rispecchiano nella loro fragilità. Ecco, su di loro che sono simbolo di tutto ciò che è incontaminato dalle brutture del mondo, si scatena la brutalità di chi, per conto terzi, vale a dire industria e consumatori, svolge il lavoro sporco: li afferra per le zampe e li allontana, mentre belano la loro vana richiesta di pietà, dalle loro madri, quelle madri che, se conoscessero per intero la loro sorte ululerebbero come lupi come racconta Josè Saramago nel suo Vangelo secondo Gesù Cristo, quello in cui c’è posto anche per la tenerezza verso tutti gli altri animali. Caricati sui camion della morte, spinti in enormi macelli dove verranno accoltellati e lasciati a morire dissanguati, mentre i loro compagni terrorizzati guardano in attesa del proprio turno, testimonieranno con la loro morte il primato dell’homo necans, quello che afferma se stesso uccidendo altri e che di sapiens conserva davvero poco.

La strage degli agnelli, con i suoi picchi di crudeltà, non è un fenomeno a sé stante, ma piuttosto un tassello della geografia umana: da due anni anche il mondo occidentale è coinvolto nei teatri bellici di Ucraina e Gaza (che per altro sono solo la punta dell’iceberg di almeno altre 60 guerre sparse per il mondo) che gettano davanti agli occhi di tutti l’esistenza di uno sconvolgente potenziale umano di crudeltà: morte ovunque, distruzioni, uccisioni atroci anche di bambini e anziani, torture irraccontabili, sadismo normalizzato. Ora bisognerà pure arrivare a rendersi conto che la violenza è il più contagioso di tutti i virus, che tutte le forme in cui si concretizza e si manifesta si collegano direttamente o indirettamente l’una all’altra, che se qualche inossidabile idealista ambisse ancora e nonostante tutto a un mondo pacificato, non potrebbe prescindere dalla coscienza che la sua costruzione non può che passare attraverso l’esclusione della violenza tout court: in tutti i campi, contro chiunque diretta, da chiunque praticata.

Diceva Edmondo Marcucci, pacifista di fama internazionale, che “l’uccisione degli animali è un esercizio di violenza che abbrevia la distanza all’uccisione dell’uomo, alla guerra”. Mentre Aldo Capitini, filosofo della nonviolenza, sosteneva che se si fosse imparato a non uccidere gli animali si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini, perché la scelta nonviolenta avrebbe avuto ricadute sul nostro modo di essere: tanto che diventò vegetariano negli anni ‘30, convinto che la scelta di non uccidere animali avrebbe sostenuto il rifiuto ad uccidere gli uomini nella guerra che vedeva minacciosamente avvicinarsi.

Era invece Edgar Kupfer-Koberwitz, dalla sua esperienza di internato a Dachau, ad affermare “che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino ad allora ci saranno guerre”.

Ora, in questo mondo afflitto dai peggio conflitti, l’attuale strage degli agnelli non può essere derubricata a fatto privo di importanza grazie a quel confronto vantaggioso che, mettendola a confronto con le immani crudeltà sugli esseri umani, consenta di sminuirne il portato, sulla scorta del mantra con tutto quello che succede…! Al contrario sostiene pericolosamente la normalizzazione e l’ubiquità della crudeltà del più forte sul più debole, crudeltà, è bene ricordarlo, che non è opera di sadici o psicopatici, ma è intrinseca al tessuto stesso delle nostre società, che lungi dal condannarla, la sostengono culturalmente, come sostengono tutte le altre violenze legalizzate sugli animali. Fondamentale è allora riconoscerlo il male, e smettere di confondere ciò che è lecito con ciò che è giusto: per capire finalmente che l’uccisione di centinaia di migliaia di cuccioli, lecita, legale, normata dalle leggi, è e resta un crimine morale che nessuna legge morale può essere in grado di assolvere.

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Agnello di Dio - Paolo D’Arpini

In tutta Italia i cristiani si stanno preparando a festeggiare la resurrezione di Gesù. Ma ho notato che ancora molte persone  si predispongono a celebrarla  in modo cruento. Ad esempio,  ho assistito ad una conversazione fra una signora ed un pastore durante la quale la donna, ordinando un capo,  si raccomandava sul giusto modo in cui l’agnello doveva essere macellato e tagliato per la cucinatura. Ed ho visto dei manifesti pubblicitari  in cui si reclamizza la “vendita di agnelli puliti e pronti alla cottura (compresa la testa ed il cuore)” a prezzi stracciati.


Non so se questa usanza di mangiare l’agnello a Pasqua sia veramente una consuetudine cristiana, forse appartiene più alla tradizione giudea e musulmana, anche perché Gesù viene definito “agnello di Dio” e dopo il suo sacrificio sulla croce non sono richiesti altri sacrifici di altri innocenti…  

Perciò i veri cristiani dovrebbero abbandonare la cattiva abitudine di festeggiare la Pasqua uccidendo agnelli, capretti ed altri animali.

Questa preghiera  è rivolta a tutti gli uomini di buon cuore, religiosi e non, che intendono contribuire alla santificazione della Pasqua con nobiltà d’animo e morigeratezza.

Per santificare la memoria dell'”agnus Dei”, invece di servirlo in tavola,  il nostro invito  è quello di salvarlo. Chi dispone di un terreno potrà  acquistare un agnello per tenerlo in vita, allevandolo come animale da compagnia. Infatti l’agnello si affeziona facilmente e da grande può essere utile a tener pulito il prato producendo inoltre dell’ottimo concime naturale…

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giovedì 28 settembre 2023

La ribellione dei Santuari - Annamaria Manzoni

 

In questi giorni in provincia di Pavia si è proceduto all’uccisione di decine di migliaia di maiali (34.000 quelli già abbattuti, secondo la terminologia usata dai responsabili) perché alcuni focolai di peste suina negli allevamenti stanno portando le autorità a eliminare tutti gli animali presenti per evitare che il contagio si espanda: sani o malati fa lo stesso, come è ininfluente la certezza che gli umani non possono essere colpiti dal virus. Semplice prudenza, atta a proteggere la filiera alimentare, attuata con i metodi particolarmente spicci usati in questi casi: altro che stordimento preventivo.

La furia da abbattimento non ha risparmiato il Rifugio Cuori Liberi di Sairano, dove le forze dell’ordine e i veterinari sono entrati di forza e hanno ucciso i nove maiali lì ancora presenti: a nulla è valsa la resistenza portata avanti per quindici giorni da attiviste e attivisti che hanno difeso fisicamente gli animali presidiando senza sosta la situazione. Ci sono state suppliche, richiamo alla compassione, sollecitazione a non obbedire a ordini ingiusti, esortazione a esaminare soluzioni diverse: e senza sosta la resistenza passiva delle persone, in buona parte donne, che hanno frapposto i propri corpi tra le forze dell’ordine, in assetto di battaglia, e gli animali minacciati. Per altro le richieste non potevano raggiungere i veri responsabili: ministri, amministratori, vertici della sanità, che gestiscono il potere a grande distanza, lasciando prudentemente allo scoperto i “soldati semplici”, ultime pedine del gioco, per i quali le conseguenze personali da pagare per un atto di disobbedienza sarebbero state presumibilmente gravosissime. L’”operazione” si è conclusa con attacchi fisici a chi stava opponendo resistenza passiva, e l’uccisione dei maiali ha avuto luogo nella disperazione delle volontarie e dei volontari presenti e di tutti coloro che hanno assistito a distanza agli avvenimenti grazie ai filmati postati sui social: l’indignazione, il dolore, la rabbia sono dilagati a macchia d’olio.

 

Per capire il senso di tutto questo è necessario un passo indietro, fino alla nascita dei cosiddetti Santuari, collegati tra loro attraverso una rete, sparsi in varie località soprattutto del nord e centro Italia: si tratta di sorta di oasi che raccolgono e ospitano animali normalmente definiti da reddito, quindi maiali, galline, capretti… salvati in vari modi dal destino di morte a cui erano destinati, e portati a vivere una vita in libertà, nel rispetto delle loro caratteristiche, protetti da qualsiasi forma di sfruttamento. La loro individualità viene sancita anche dall’attribuzione di un nome di battesimo, Pumba, Crusca, Freedom, Ursula… che li designa come individui unici e non semplicemente appartenenti a una specie. Chi gestisce questi luoghi li conosce uno per uno, sa dire delle loro caratteristiche e della loro personalità, ne conosce le preferenze e i gusti, sa che possiedono un’enorme ricchezza di capacità cognitive nonché un mondo interiore animato da emozioni e sentimenti specie-specifici. Ed è sulla base di questa conoscenza e della progressiva fiducia degli animali che si vanno stabilendo a livello interspecifico rapporti affettivi, amicali, rispettosi, gioiosi: molto simili, per intenderci, a quelli che si sviluppano tra un cane o un gatto e il loro compagno umano.

Il grande significato che i Santuari hanno acquisito sta anche nel loro essere testimonianza necessaria: esiste il modo, ed è questo, per conoscere davvero gli animali nonumani, abbattendo la rappresentazione di comodo che ne viene normalmente diffusa, che sempre li svilisce: non certo a caso, perché la denigrazione delle vittime è sempre fondamentale per sdoganare il trattamento di sfruttamento, tortura e morte che viene regolarmente loro destinato, per altro nell’incredibile misconoscimento di tutte le progressive conoscenze degli etologi. Meglio ignorare che si tratta di esseri senzienti, esposti senza difese alle atrocità a cui vengono quotidianamente destinati, dotati di autoconsapevolezza: non solo i mammiferi, categoria a cui anche noi umani apparteniamo, ma gli uccelli, e anche invertebrati quali il polpo, che pure in tantissimi continuano serenamente a trattare come gustoso ingrediente di un’insalata. Molto più funzionale continuare a sostenere la rappresentazione delle galline come stupide, dei maiali come sporchi, brutti e persino immorali , delle oche…beh lo dice il nome stesso, come per altro degli asini o dei muli, solo per citare. Riconoscerne le virtù o semplicemente la bellezza, l’affettività, l’insospettato mondo di emozioni e sentimenti che li anima, renderebbe decisamente più arduo continuare a trattarli come cose o esseri spregevoli e quindi destinatari perfetti di tutto il male che viene fatto loro. Come diceva l’etologo Mainardi

“anche il maiale possiede una sua intelligenza, ha capacità sociali e affettive: ma preferiamo non venirlo a sapere, perché quest’ignoranza indubbiamente ci facilita la digestione”.

Il gioco è facilissimo: tutte le istituzioni e le forme di comunicazione procedono compatte nel sostenere una visione del mondo in cui gli animali nonumani restano saldamente ancorati nella posizione dei senza diritti, gli ultimi degli ultimi: vengono dopo i poveri che, diceva Anna Maria Ortese, almeno qualche volta possono reagire. Il gioco è facilissimo perché la moltitudine umana, anche quella non sadica e non brutale, resta inerte magari non per cattiveria, ma in quanto immersa in uno stato delle cose in cui la violenza è normalizzata, sistemica, ubiquitaria e quindi neppure riconosciuta e le abitudini sembrano vivere di vita propria, senza essere sottoposte a vaglio critico.

I Santuari, che la denominazione stessa ammanta di una dimensione spirituale, si oppongono e abbattono il pensiero dilagante dando dignità propria ai più diseredati: da alcuni mesi, si sono visti riconoscere uno status che non li equipara più agli allevamenti, ma li definisce rifugi permanenti che esercitano un’attività di ricovero degli animaliun passo in avanti di cui però gli esperti hanno subito evidenziato i limiti riscontrabili in una insufficiente tutela degli animali stessi: come i fatti di questi giorni hanno drammaticamente confermato.

Gli animali ospitati nei Santuari sono i pochissimi individui salvati dalla smisurata moltitudine di esseri messi al mondo per essere fecondati artificialmente, obbligati alla innaturale separazione madre-figli; reclusi a vita in gabbie che li immobilizzano; incatenati; costretti ai viaggi della morte; alimentati a forza; frustati; spiumati; vivisezionati; cacciati; pescati; modificati; estinti…: tutto lungo il filo di un orrore e di un raccapriccio che termina solo con la morte; spesso nei macelli, sorta di inferno in terra per quei 65 miliardi di esseri viventi uccisi ogni anno che diventano molto più del doppio se si considerano gli abitanti delle acque, normalmente riconosciuti solo a peso: riusciamo infatti a sfruttare tormentare e uccidere ogni anno un numero di animali che corrisponde più o meno a venti volte il numero di noi umani: una terra trasformata in un immenso mattatoio all’interno del quale si applicano a norma di legge violenza, sopraffazione, crudeltà su esseri inermi.

I Santuari oltre al merito impagabile di mettere in salvo dall’orrore un numero per quanto infinitesimale di individui, hanno anche quello di animare una relazione con i dannati della terra, che abbatte il diritto del più forte come bussola di ogni comportamento e gli sostituisce la possibilità di una relazione in cui se superiorità umana esiste è solo per essere declinata come responsabilità: come succede con i bambini, la cui fragilità non giustifica abuso, ma pretende protezione.

A Sairano insieme alla vita di nove esseri viventi è stata violata la sacralità del luogo e quell’idea di mondo pacificato che sprofonda le sue radici nella convinzione che una buona società non può che escludere la violenza in tutte le sue forme verso tutti gli esseri senzienti: lo spaesamento, l’incredulità, lo sgomento che ne sono seguiti hanno ben ragione d’essere perché l’ingiustizia, se accettata, non può che propagarsi e l’attesa per quello che potrebbe presto tornare a succedere in qualunque altrove è tenuta a bada solo dalla tensione verso una rivolta che non ha più tempo di aspettare.

Mentre il cordoglio per Spino, Mercoledì e gli altri è ancora dolore soffocante, il pensiero non può non andare a tutti quei milioni di altri maiali, polli, visoni, oche, tacchini… che, nel silenzio generale vengono regolarmente uccisi alle prime avvisaglie di una possibile epidemia: succede sempre, è successo più e più volte durante l’epidemia del Covid anche in Europa dove gli animali sono stati gasati, bruciati, sepolti vivi, perché le condizioni aberranti di allevamento li rendevano vittime di sempre nuove epidemie. Mai nelle alte sfere è stata preso in considerazione il dovere di preoccuparsi delle cause, da ricercare nell’esistenza stessa degli allevamenti: la soluzione è sempre stata lo sterminio degli animali, poi sostituiti con altri, nel silenzio assenso della stragrande maggioranza delle persone, prudentemente lasciate senza la necessaria informazione, e comunque non raramente preoccupate, più che degli stermini in atto, della salvaguardia delle proprie abitudini alimentari.

In tutto questo è forse venuto il momento anche per qualche riflessione sul ruolo dei veterinari e delle veterinarie, fondamentale nel decidere le soluzioni e i metodi che coinvolgono la vita e la morte degli animali, che sono l’oggetto della loro professione. Professione che, nella testa della gente, dovrebbe essere legata ad interventi di aiuto e di cura, ma nei fatti si esprime anche nell’avvallo e nel sostegno di uno status quo fatto di repressione e morte di quegli stessi individui. Il confine tra il prendersi cura e il condannare senza appello non è sottile, come non lo è la differenza tra ritenersi al servizio di animali bisognosi o invece della filiera della carne. Il pensiero va ad altre professioni d’aiuto, quali la psichiatria, che per parte della sua storia si è preoccupata non tanto di curare anime ferite e fragili, quanto piuttosto di fornire giustificazione per ridurre al silenzio ogni dissidenza al potere, ruolo da cui, nei regimi dittatoriali, non si è ancora del tutto affrancata: di certo va dato atto della profondissima riflessione al proprio interno che ne è derivata. Sarebbe auspicabile che anche i veterinari (come categoria, non certo i singoli che ogni giorno curano e salvano animali di ogni specie) chiarissero a chi proprio non riesce a concepirlo in che modo la cura degli animali e la ricerca del loro benessere possa coniugarsi con l’attività di certificare e sostenere come leciti gli interventi fatti su di loro in nome degli enormi interessi economici coinvolti.

Tante le cose che stanno succedendo: non ultima la drammatica diffusione di una forma di influenza aviaria persino nelle isole Galapagos, arcipelago del Pacifico, reso famoso dal lavoro di Chaarles Darwin, considerate scrigni preziosi di biodiversità del pianeta, terre dove condurre l’osservazione della natura incontaminata. Bene, anzi malissimo: la contaminazione le sta raggiungendo tra le enormi preoccupazioni degli studiosi: nei paesi che le fronteggiano, Ecuador ma anche, un po’ più a sud, Perù, già si è proceduto all’eliminazione di migliaia e migliaia di volatili, mentre Manuel Delogu, veterinario del Servizio Fauna Selvatica ed Esotica dell’Università di Bologna, dice che “il passaggio dagli allevamenti alle specie selvatiche, ci conferma una volta di più che finché permetteremo al virus di potersi sviluppare in grossi serbatoi come gli allevamenti intensivi gli renderemo le cose più semplici per rafforzarsi in natura”.

Oggi la distanza dalla soluzione delle smisurate sofferenze inflitte al mondo animale e della stessa sopravvivenza della nostra specie è siderale perché non può prescindere da ciò che non viene neppure preso in considerazione vale a dire l’eliminazione di ogni allevamento sulla faccia della terra. Nel nostro pur microscopico ruolo come singoli individui, non dimentichiamo la responsabilità che ci compete nel dare un contributo allo stato delle cose, in un senso o nell’altro, anche con le nostre quotidiane scelte, alimentari e non.

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