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lunedì 10 agosto 2026

Glifosato e cancro, l’Ue proroga l’uso del diserbante fino al 2033. Che fine ha fatto il principio di precauzione? - Barbara Nappini


Forse fa venire il cancro, ma nel dubbio continuiamo a usarlo. Questo sembra essere il surreale enunciato dietro la sentenza di qualche settimana fa, in Missouri, US, in merito al Glifosate. Il glifosato è un erbicida “totale”: significa che elimina quasi ogni specie vegetale (tranne ciò che è stato selezionato o trasformato per resistergli). Agisce bloccando un enzima essenziale per la crescita delle piante e provocandone la morte. È prodotto dalla multinazionale Bayer che ha inglobato la Monsanto, produttrice del celebre “Roundup” il cui principio attivo è appunto il glifosato. Uno dei terreni di battaglia è il riquadro dell’etichetta: uno spazio cruciale per allertare gli utilizzatori o tacere il rischio. Infatti, tale principio attivo (e il prodotto commercializzato) è al centro di decine di migliaia di cause legali contro la multinazionale Bayer: i querelanti accusano l’erbicida di aver causato il linfoma non-Hodgkin e molti altri gravi problemi di salute dopo utilizzi ed esposizioni prolungate. Molte cause sono incentrate sul fatto che, non essendo segnalati i rischi in etichetta, i cittadini non hanno riconosciuto il rischio, non si sono protetti e hanno successivamente sviluppato patologie.

Di fatto, nella causa intentata da John Durnell, cittadino del Missouri che si è ammalato di linfoma non-Hodgkin, la Corte d’Appello ha scagionato la Bayer dal pagamento di 1,25 milioni di dollari, sentenza di una Giuria Statale del 2025, appellandosi ad una legge federale datata 1972, il Federal Insecticide, Fungicide and Rodenticide Act, varata proprio per evitare norme disomogenee tra Stati e livello federale. Poiché l’EPA, Environmental Protection Agency, organismo federale preposto a legiferare in questo ambito, non ha mai considerato il glifosato cancerogeno, non ha mai di conseguenza imposto di segnalare alcun allarme specifico né consigliato di usarlo indossando protezioni. Al contrario dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, IARC, dell’OMS, che ha classificato il glifosato nel gruppo 2A, ovvero come sostanza probabilmente cancerogena per l’uomo. Il risultato del ribaltamento federale della decisione della Giuria Statale del Missouri, va ben oltre la vicenda drammatica del sig. Durnell: era fondamentale per Bayer per scoraggiare future querele e class actions.

Quindi: nel dubbio che possa provocare il cancro, non si applica il principio di precauzione ma al contrario si tace ogni possibile rischio, a tutela degli interessi commerciali del colosso agroindustriale Bayer. Segnaliamo che dopo il ribaltamento della sentenza, il titolo è decollato in borsa registrando un rialzo del 17%.

Una posizione molto simile d’altronde è stata assunta anche in Europa, dove, nonostante gli alti rischi legali e le pressioni ambientaliste per la messa al bando, gli enti regolatori, come l’EFSA, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, e l’ECHA, European Chemicals Agency, hanno atteggiamenti rassicuranti e infatti l’Unione Europea ha rinnovato l’autorizzazione all’uso del glifosato fino alla fine del 2033.

La vicenda Bayer è un chiaro esempio dell’incommensurabile influenza che interessi specifici, privati, facilmente identificabili, hanno sulla politica e sulle leggi. Il potere delle multinazionali è ormai esteso, rilevantissimo e pervasivo in ogni ambito. Tale enorme capacità di influenza è stata costruita negli anni proprio nell’interazione continua con la politica e le istituzioni in generale, mediante una serie di attività volte a compenetrare le strutture pubbliche e i loro interessi, che dovrebbero riguardare esclusivamente il bene pubblico, con gli obiettivi di soggetti economici privati. Questo avviene per esempio grazie al sovvenzionamento e al sostegno di campagne elettorali in cambio di favori successivi all’elezione. Ma anche in conseguenza di passaggi “fluidi” di funzionari pubblici dagli organismi istituzionali ai CdA delle multinazionali. Per condizionare poi l’opinione pubblica molti investimenti vengono fatti in ambito comunicativo: dalla delegittimazione dei soggetti “scomodi”, a vere e proprie campagne di disinformazione, alla costruzione di una narrativa scientifica controversa, frammentaria e nebulosa che istilli il dubbio. Nel caso del cibo poi c’è l’arma definitiva: la paura della scarsità. Semplicemente perché senza cibo si muore: e allora, sostenere che la naturale conseguenza della rinuncia al glifosato, potrebbe essere un disastro produttivo – e anche economico – è assolutamente efficace.

Noi riteniamo che sia urgente un’inversione di rotta, chiediamo alla politica di fare ciò che l’etimologia della parola stessa richiama: dal greco antico politikḗ, cioè “tutto ciò che riguarda la città”, quindi che riguarda i cittadini, e, per estensione, ciò che riguarda TUTTI. Il bene comune della società civile deve tornare al centro delle agende politiche: le istituzioni esistono per garantire la tutela degli individui e della collettività. Una casa, il cibo, un lavoro, una vita dignitosa in un contesto dignitoso e salubre: vogliamo ripartire da qui? Quel rapporto di reciprocità alla base del vivere civile deve essere un perno imprescindibile nel nostro modo di stare al mondo rispetto al nostro prossimo e rispetto a ciò che ci aspettiamo dai rappresentanti politici. Il senso di responsabilità, cioè la capacità di dare risposte, deve pervadere ogni riflessione, ogni decisione, ogni atto nei gangli della vita civile, culturale e politica di una comunità.

Ricordiamo, infine, un tragico evento che testimonia però cosa può accadere quando le istituzioni lavorano con responsabilità per il bene comune. La giustizia brasiliana ha ritenuto Syngenta, colosso dell’agrobusiness, civilmente responsabile per l’omicidio dell’attivista del MST, Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra, Valmir “Keno” Mota de Oliveira. Nel 2007 infatti, un’organizzazione paramilitare privata al servizio della multinazionale, sparò su un gruppo di contadini che occupavano un campo di semi transgenici illegale. La responsabilità della corporation è stata confermata nel 2026 dal Superior Tribunal de Justiça, STJ, che ha riconosciuto l’episodio come un vero e proprio massacro e ha stabilito il risarcimento per danni materiali e morali alla famiglia della vittima.

Noi siamo convinti che un sistema alimentare più giusto sia un diritto di tutte e tutti e nel percorso per costruirlo, abbiamo bisogno di una politica coraggiosa, lungimirante, saggia, che non si fermi con lo sguardo alla prossima tornata elettorale, ma che guardi al futuro con un profondo senso di giustizia e responsabilità.

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mercoledì 11 marzo 2026

Trump, il glifosato come arma di guerra - Silvia Ribeiro

 

Un nuovo ordine esecutivo di Trump – approvato mentre venivano lucidate le bombe da scagliare contro bambine e bambini in Iran – ha dichiarato il pesticida glifosato e il fosforo elementi di sicurezza nazionale. Il loro accesso e la loro produzione sono ora una questione militare: di fatto viene garantita la continuità d’uso, malgrado siano proliferati gli autorevoli studi che dimostrano i numerosi rischi e danni causati dal glifosato. La multinazionale Bayer ringrazia

 

Il 18 febbraio 2026, un nuovo ordine esecutivo di Trump ha dichiarato il pesticida glifosato e il fosforo – un componente cruciale dei fertilizzanti sintetici – elementi di sicurezza nazionale, trasformando così il loro accesso e la loro produzione in una questione militare e mirando a garantirne la continuità d’uso. Questo è un aspetto rilevante anche nel contesto dell’attacco imperialista all’America Latina con la rinnovata Dottrina Monroe.

Questo provvedimento è stato concepito principalmente a beneficio della multinazionale Bayer, che ha dovuto affrontare forti critiche per l’uso di questo agrochimico e delle colture geneticamente modificate ad esso associate, fin da quando l’OMS lo ha dichiarato cancerogeno nel 2015. Bayer si è dedicata a denigrare e attaccare gli scienziati dell’OMS che hanno partecipato a quello studio, così come giornalisti e analisti critici, pagando allo stesso tempo scienziati per produrre studi che negassero l’elevato rischio del glifosato.

Ciononostante, dal 2015 sono proliferati studi che dimostrano sempre più i rischi e i danni causati dal glifosato, come danni neurologici e danni al microbiota di esseri umani, animali domestici e api. Nel giugno 2025, un progetto che includeva una revisione completa di studi scientifici ha dimostrato che, anche alle dosi consentite da diverse normative, questo agrochimico è stato associato a molteplici forme di cancro (https://tinyurl.com/z7fyhefx).

Un’altra battuta d’arresto per Bayer si è verificata nel dicembre 2025, quando è stato rivelato che una prestigiosa rivista scientifica aveva ritirato uno studio sul glifosato ampiamente citato dalle autorità di regolamentazione, a causa della parzialità e della mancanza di rigore degli autori, che erano stati anche pagati da Monsanto (https://tinyurl.com/243m2d5t).

Bayer, l’attuale proprietaria di Monsanto, ha dovuto affrontare quasi 200.000 cause legali dal 2018 da parte di vittime di cancro legate all’uso del glifosato in agricoltura e giardinaggio. Le cause sostengono che Monsanto fosse a conoscenza dell’elevato rischio del glifosato, ma abbia nascosto i fatti e non abbia avvisato i consumatori sulle sue etichette, un fatto documentato in tribunale con migliaia di documenti presentati da diversi dei ricorrenti iniziali. Dopo aver perso diverse cause di alto profilo, Bayer ha raggiunto un accordo extragiudiziale con numerosi gruppi di ricorrenti, sostenendo costi per circa 12 miliardi di dollari fino al 2025. Decine di migliaia di cause legali rimangono pendenti e il numero continua a crescere.

Nel dicembre 2025, Trump ha sostenuto Bayer davanti alla Corte Superiore di Giustizia, esortando la corte a sostenere la tesi di Bayer davanti alla Corte Suprema, secondo cui solo la legge federale può disciplinare l’agrochimico e che la possibilità di citare in giudizio le aziende sulla base delle leggi statali dovrebbe essere eliminata. Ciò è avvenuto perché l’agenzia federale EPA (Environmental Protection Agency) aveva dichiarato che i rischi del glifosato non erano gravi, contrariamente alle prove disponibili e grazie a rapporti discutibili con le aziende. Questa parzialità è stata denunciata da diverse organizzazioni, ma l’EPA non ha cambiato posizione.

Le cause legali contro Bayer-Monsanto si basavano principalmente sulle normative degli Stati in cui vivono le vittime e sono state regolate dalle prove presentate nel caso. La manovra di Trump mira a impedire che vengano intentate nuove cause legali e a impedire che prove cruciali vengano prese in considerazione, non solo nel caso Bayer, ma potenzialmente in molti altri casi di aziende inquinanti (https://tinyurl.com/ytu7hec2).

Il nuovo ordine sul glifosato è inoltre in contrasto con i principi del movimento Make America Healthy Again (MAHA), che include molte madri con famiglie affette da malattie croniche negli Stati Uniti ed è guidato da Robert F. Kennedy Jr., Segretario della Salute e dei Servizi Umani di Trump. L’ordine della scorsa settimana contraddice tutto ciò che MAHA ha dimostrato e quanto lo stesso Kennedy Jr. ha precedentemente affermato, nonostante abbia ora dichiarato il suo sostegno alla nuova politica. Ciò conferma ciò che molti critici hanno sottolineato su MAHA: si tratta di un cavallo di Troia per riconquistare al trumpismo milioni di persone affette da malattie croniche, intossicazione, obesità e altri problemi di salute.

Per il Messico e l’America Latina, questo ordine esecutivo rappresenta anche una minaccia volta a bloccare o impedire iniziative volte a limitare e vietare il glifosato. È anche un ordine che impone agli interessi di Bayer e di altre multinazionali agroalimentari di avere la precedenza sulla salute e l’ambiente dei nostri Paesi, poiché sono considerati parte della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Un altro giro di vite per promuovere le palesi imposizioni imperialiste che caratterizzano questa fase del trumpismo.
Insieme ad altre azioni violente e forum convocati dall’amministrazione Trump nel 2026 – come il forum sui minerali strategici e l’accordo Pax Silica (https://tinyurl.com/38wzu8p2) – Trump chiarisce che utilizzerà tutti i mezzi dello Stato, inclusa la forza militare, per promuovere gli interessi delle grandi aziende e degli individui più ricchi, che sono coloro che governano il suo Paese.


Pubblicato su La jornada

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domenica 15 febbraio 2026

Sorpresa: il glifosato fa venire il cancro

Glifosato, licenziato lo scienziato italiano che ha provato il legame con il cancro - Enrico Cinotti


Daniele Mandrioli, direttore del Centro di ricerca dell’Istituto Ramazzini, è stato cacciato dalla stessa cooperativa che gestisce l’ente. Gli scienziati: “LegaCoop deve spiegare le ragioni del licenziamento”. E i big dei pesticidi brindano


Il glifosato miete un’altra vittima. Daniele Mandrioli, direttore del Centro di Ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, lo scienziato che ha coordinato il Global Glyphosate Study fino a provare un legame tra l’aumento di tumori nei ratti e l’esposizione al famigerato erbicida, è stato licenziato dalla cooperativa che gestisce l’ente.

La decisione improvvisa e brusca è arrivata  in un momento delicato, quando, invece di cacciarlo, sarebbe servito proteggerlo: a giugno 2025 l’Istituto Ramazzini ha pubblicato i dati sulla cancerogenesi del glifosato e le due autorità europee, l’Efsa e l’Echa,  hanno acquisito i risultati con l’intento di rivedere la classificazione di rischio dell’erbicida. Il 10 dicembre scorso poi c’è stato un meeting tecnico tra il team di Mandrioli e gli esperti delle due authority in cui i ricercatori bolognesi hanno fornito ulteriori dettagli per valutare appieno il proprio studio.

In altre parole: se nel dicembre 2023 la Commissione europea ha ri-autorizzato, tra le proteste, l’uso del glifosato fino al 2033, in presenza di una nuova classificazione da parte di Efsa e Echa, l’erbicida più usato al mondo, il cui formulato commerciale RoundUp della Bayer-Monsanto fattura da solo circa 2 miliardi di dollari all’anno, finirebbe al bando.

Tanto è bastato per scatenare le lobby dell’agrofarma contro il Ramazzini e in particolare a finire nel mirino è stato il dottor Daniele Mandrioli: se testate importanti come Le Monde hanno parlato di “fabbrica del dubbio” costruita ad arte dal giugno scorso per screditare la ricerca indipendente del team bolognese, non è mancato chi ha brindato alla cacciata dello scienziato italiano, come David Zaruk autore del blog notoriamente vicino all’industria Risk-Monger, molto attivo nei corridoi di Bruxelles.

Prima della pubblicazione dello studio sulla cancerogenesi e fino al licenziamento, le pressioni attorno al Ramazzini di Bologna si sono fatte molto pesanti ed esplicite: ma lo studio non è stato bloccato. Il suo coordinatore invece sì. Perché proprio adesso?

Licenziare Mandrioli ora contribuisce a gettare cattiva luce sull’Istituto e sul Global Glyphosate Study e magari a rendere meno lineare il pronunciamento delle due authority sulla nuova classificazione del glifosato.

A questo punto è lecito domandarsi da chi e perché sia stato sollevato dal suo incarico il direttore del Centro di ricerca del Ramazzini. Secondo l’Istituto non c’è nessuna longa manus dell’industria dei pesticidi dietro la cacciata di Mandrioli: non è stata apparentemente la Bayer insomma, ma la cooperativa sociale Onlus a licenziare lo scienziato per motivi che non attengono alla “scienza”, come ha precisato la presidente Loretta Masotti, ma per una non meglio specificata “riorganizzazione aziendale“. Tanto che la Fp Cgil di Bologna, che parla apertamente di una situazione preoccupante legata alle recenti evoluzioni dell’assetto gestionale dell’ente, ha criticato la decisione del Cda dell’Istituto e chiede garanzie sul futuro occupazionale dell’ente di ricerca.

Ma in una lettera pubblica del 21 Gennaio, l’autorevole professor Philip Landrigan, direttore del Programma globale di salute pubblica del prestigioso Boston College, e presidente del Comitato scientifico internazionale dell’Istituto Ramazzini ha descritto Mandrioli come uno “scienziato eccellente” e si è lamentato con la presidente Masotti che il comitato non fosse stato consultato sul licenziamento, esprimendo la preoccupazione che la decisione fosse stata influenzata da pressioni dell’industria.

Senza ulteriori dettagli è lecito cercare nel perimetro della “proprietà” dell’Istituto Ramazzini le ragioni della cacciata di Mandrioli, licenziato non già per demeriti lavorativi, ma per una non meglio chiarita riorganizzazione aziendale.

La cooperativa non riceve finanziamenti pubblici e finanzia l’attività di ricerca con il contributo dei soci (circa 40mila) e partecipando ai bandi nazionali e internazionali, ed è associata a LegaCoop, associazione di categoria che in Emilia-Romagna associa colossi dell’agroalimentare come Granarolo e il Consorzio GranTerre, proprietario dei marchi Parmareggio, Parmacotto, Casa Modena.

A dover rispondere e fornire una versione più esaustiva dell’immotivata decisione di cacciare Mandrioli devono essere l’Istituto Ramazzini e LegaCoop, come chiede il Collegium Ramazzini, un’accademia indipendente all’Istituto fondato da Cesare Maltoni composta da 180 medici e scienziati provenienti da 45 paesi che studiano il rapporto tra ambiente e salute: “Chiediamo – scrive il presidente Landrigan – che l’Istituto Ramazzini e la Lega delle Cooperative di Bologna rendano pubbliche le motivazioni della loro decisione, affinché eventuali carenze nella gestione del Dott. Mandrioli possano essere corrette. Nel frattempo, Le chiediamo di reintegrare il dott. Daniele Mandrioli come direttore del Centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni. Pur riconoscendo chiaramente l’autorità della Lega nel prendere questa decisione, ci auguriamo che riconosca che la mancata spiegazione di questa decisione e la mancata reintegrazione del dott. Mandrioli rischiano di danneggiare irreparabilmente la reputazione dell’Istituto Ramazzini, minacciare l’indipendenza della ricerca dell’Istituto”.

Francesco Forastiere, epidemiologo di fama internazionale, professore all‘Imperial College di Londra, è membro anche del International advisory board del Ramazzini, un organo indipendente che valuta il lavoro di ricerca dell’Istituto e commenta con il Salvagente il licenziamento di Mandrioli: “Tutto è avvenuto al buio, improvvisamente e in modo brusco: questo ha generato molta preoccupazione per la mancata trasparenza. Come scienziati siamo portati naturalmente a non credere alle coincidenze, tuttavia in questa decisione ci sono tante cose che non tornano e che devono essere chiarite“.

I dubbi comuni a tanti si concentrano in una domanda: cosa farà ora il Ramazzini? Quali filoni di ricerca continuerà a coltivare?

Nel frattempo il Centro di ricerca del Ramazzini non ha un direttore e al posto di Mandrioli non è stato nominato un sostituto. Il Cda ha invece optato per la nomina del dottor Alessandro Nanni Costa come direttore della Strategia e della direzione Sscientifica dell’Istituto Ramazzini, già direttore del Centro nazionale trapianti e membro della Commissione nazionale di bioetica: un profilo autorevole, ma con un curriculum non proprio pertinente per i progetti di ricerca portati avanti storicamente dell’Istituto Ramazzini.  

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Israele sparge glifosato nel Sud del Libano per “bruciare” le coltivazioni - Ettore Cera

Il caso sollevato dall’Unifil, la forza di pace dell’Onu presente nel Libano meridionale: oltre ai danni ambientali, l’uso dell’erbicida espone la popolazione locale a un pesticida dagli effetti potenzialmente cancerogeni

L’Idf, l’esercito israeliano, con gli aerei ha irrorato glifosato campi coltivati e terreni destinati alla semina nel Sud del Libano. La notizia è stata diffusa il 2 febbraio scorso da un comunicato stampa dell’Unifil, l’United nations interim force in Lebanon, la forza di pace dell’Onu, a cui partecipano anche un migliaio di militari italiani, da tempo ormai esposta al fuoco dell’Idf, l’esercito di Israele, durante le azioni contro le milizie di Hezbollah.

L’uso massiccio di glifosato, oltre alla funzione erbicida, provoca una rapida essiccazione della pianta e quindi non è escluso che l’esercito israeliano abbia impiegato il potente diserbante per “bruciare” le coltivazioni nel Sud del Libano.

Prima dei lanci di glifosato l’Idf, precisa Unifil, ha invitato le forze di peacekeeping di “tenersi a distanza e rimanere al riparo, costringendole ad annullare oltre una dozzina di attività”.

I militari Onu, aggiunge poi l’Unifil, “hanno supportato le forze armate libanesi nella raccolta di campioni da sottoporre a test di tossicità“. 

Dalle analisi è risultato l’impiego di erbicidi a base di glifosato una sostanza, probabile cangerogena per la Iarc dell’Oms e capace di provocare diversi tipi di cancro nelle cavie da laboratorio, inquinante per l’ambiente e che espone la popolazione locale a conseguenze sulla loro salute.

“L’operazione – riporta l’Ansa – si è svolta in aree già in larga parte evacuate a causa delle ostilità tra Israele e Hezbollah, ma ancora attraversate da civili, allevatori e personale delle Nazioni Unite. Unifil ha riferito di esser stata informata da Israele delle operazioni per consentire al personale Onu di allontanarsi temporaneamente dalla zona interessata per alcune ore, senza che fossero forniti dettagli sulla natura dell’operazione”.

Molto dura la posizione espressa dalla forza di pace dell’Onu: “Questa attività (irrorazione con sostanze chimiche, ndr) è inaccettabile e contraria alla risoluzione 1701. Le azioni deliberate e pianificate dell’Idf non solo hanno limitato la capacità delle forze di peacekeeping di svolgere le attività previste dal loro mandato, ma hanno anche potenzialmente messo a rischio la loro salute e quella dei civili. Hanno inoltre sollevato preoccupazioni circa gli effetti di questa sostanza chimica sconosciuta sui terreni agricoli locali e su come ciò potrebbe influire sul ritorno dei civili alle loro case e ai loro mezzi di sussistenza a lungo termine. Non è la prima volta che le Idf lanciano sostanze chimiche sconosciute da aerei sul Libano. Continuiamo a ricordare alle Idf che i voli dei loro aerei verso il Libano violano la risoluzione 1701 e che qualsiasi attività che metta a rischio le forze di peacekeeping e i civili è motivo di seria preoccupazione. Invitiamo nuovamente le Idf – si conclude il comunicato – a cessare tutte queste attività e a collaborare con le forze di peacekeeping per sostenere la stabilità per cui tutti ci stiamo impegnando”

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giovedì 15 gennaio 2026

Non c’è pace tra gli ulivi. Il glifosato da medicina a veleno - Giuseppe Vinci

 

Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale. Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del più diffuso pesticida a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli.

“Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani”, è il titolo dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology, che attestava che il glifosato, commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Gli autori concludevano che l’erbicida non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è stata considerata negli anni una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato, citata a livello globale in oltre ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità come l’Agenzia per la protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore della rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di “gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”. Lo studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato dai ricercatori dipendenti della Monsanto e anche la peer review viziata da questa pratica in conflitto con la ricerca indipendente. A detta del caporedattore, gli autori potrebbero aver ricevuto un risarcimento finanziario da Monsanto per il loro lavoro su questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.

Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto “biologico”, una panacea contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva preso piede sin da quando il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole quotidiane in tutto il mondo. Se per l’agricoltura industriale il principio fondamentale è  l’utile sempre e comunque, allora il glifosato è l’ideale per liberarsi delle erbe “infestanti” perché sbrigativo, efficace e bisognoso di poca manodopera, giusto il trattorista per le irrorazioni. In Puglia, addirittura, tra la fine degli anni Novanta e il 2010 il glifosato della Monsanto, in base a questo dogma riduzionista, è stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo e il sostegno delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico, il Salento è stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di Roundup Gold e Platinum, che non ha risparmiato nessun areale. La tecnologia testata rientra nel programma GIPP (Gestione Infestanti Piante Perenni) della Monsanto iniziato nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013, finalizzato al controllo delle erbe infestanti negli oliveti, attraverso l’utilizzo dell’erbicida contenente glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno delle autorità scientifiche regionali e il totale consenso degli amministratori.

Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati come infestanti e invece dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di altissimo pregio, siano stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato le specie e la biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli agricoltori ma anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente dotati di un livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da sempre definito come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito il Roundup nel 2018, continua a sostenere che la sostanza chimica è sicura se utilizzata secondo le istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il mondo rurale è tra le prime vittime per livello delle insorgenze tumorali in tutto il mondo e il Salento è la prima regione in Europa per insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E pensare che tecnici e scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la causa della innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con sicumera e arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto subire una sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se lo dice la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa sempre più una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi.

Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha reso le piante più vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei suoli del Salento già sottoposta alla pressione della desertificazione associata alle cattive pratiche agricole. In letteratura scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti chimici e, dunque, la maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è conosciuta da tempo. Per quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati molti problemi: una riduzione significativa di macro e micro nutrienti riscontrata nei tessuti delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua interazione con la disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per conservare la salute della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle piante nei raccolti.

Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi secolari e monumentali, dal 2013 si comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento degli ulivi, la xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato, l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate che producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti, per eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima” e  “allargare il campo di indagine della malattia di disseccamento degli ulivi anche all’eventuale correlazione con l’utilizzo massiccio di glifosato”.

In effetti, osservando la zona focolaio, si era accertato come i disseccamenti fossero a macchia di leopardo con maggiore presenza di sintomi nei terreni che utilizzano in modo massiccio i disseccanti, in particolare il Roundup della Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione biologica. Come mostra Margherita Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di disseccamento degli olivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003 al 2010, è fino a due volte più alta che nella provincia di Bari, e fino a quattro volte superiore rispetto alla provincia di Foggia.

Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che cala ombre sulla qualità della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche? Che scienza e scienziati, lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e interessi di vario genere, sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni talvolta addirittura maggiori rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la posizione sociale che ricoprono può essere più determinante rispetto, come in questo caso, a problematiche che coinvolgono la salute delle persone e dell’ambiente; che la peer review può essere aggirata e inficiata in diversi modi e da diversi fattori, per esempio dal meccanismo perverso delle citazioni e auto-citazioni che diventano una garanzia per il successo, spesso commerciale, prima che scientifico, di alcuni prodotti, tecnologie e personalità afferenti al mondo scientifico. Le pubblicazioni relative a xylella (test di patogenicità, brevetti relativi a presunte piante, immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari) sono emblematiche di questa crisi della scienza e della ricerca sempre più esposta a interessi industriali, legati alle esigenze di carriera e affermazione bibliometrica di taluni scaltri ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli affari.

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lunedì 8 dicembre 2025

Glifosato, ritirato dopo 25 anni lo studio diventato “pietra miliare” che difendeva l’erbicida Roundup - Luisiana Gaita

Il caporedattore della rivista che lo pubblicò, Martin van Den Berg, spiega le ragioni della scelta: "I dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo" senza essere citati

A 25 anni dalla sua pubblicazione, la rivista scientifica Regulatory Toxicology and Pharmacology ritira lo studio, pubblicato nel 2000, secondo cui il glifosato, potente erbicida commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Autori dello studio, intitolato ‘Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani’ sono Gary Williams del New York Medical College, l’unico tuttora in vita, Robert Kroes dell’Università di Utrecht (Olanda) e Ian Munro, che lavorava per la società di consulenze canadese Cantox, oggi Intertek. Nel documento, giungevano alla conclusione che l’erbicida a base di glifosato della Monsanto non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. E quel documento è stato citato, negli anni, da centinaia di ricerche successive (ma anche da autorità di regolamentazione come l’Agenzia per la protezione ambientale, ndr). Tanto da diventare, come dichiarato dalla stessa rivista che lo aveva pubblicato “una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato”. Dopo “un’indagine approfondita”, il caporedattore della rivista, Martin van Den Berg, ha ritirato lo studio e ha spiegato le ragioni di questa scelta. In sintesi, “gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”.

Il nodo dell’autorizzazione in Unione Europea

Resta, ora, il dubbio sul peso che ha avuto per un quarto di secolo anche nelle valutazioni delle autorità che hanno regolato l’utilizzo del glifosato per il quale l’Unione europea ha rinnovato nel 2023 l’autorizzazione (Leggi l’approfondimento). Giova ricordare, inoltre, che il 19 novembre scorso, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la Commissione Ue non può concedere proroghe delle autorizzazioni per i pesticidi in modo automatico, in caso di ritardi nel processo di rivalutazione. La Corte si è espressa sui ricorsi presentati dalla ong Pollinis France contro la proroga del periodo di approvazione del boscalid, da Pan Europe per la dimossistrobina e da Aurelia Stiftung per il glifosato. In questo contesto, arriva la decisione presa da Regulatory Toxicology and Pharmacology di ritirare lo studio, indicando le motivazioni, anche alla luce del fatto che il co-autore Gary M. Williams non ha fornito alcuna spiegazione alle domande poste da Martin van Den Berg. Tra le ragioni (e le relative domande rimaste senza alcuna risposta), anche documenti aziendali della Monsanto venuti alla luce negli ultimi anni, durante i contenzioni intentati da cittadini statunitensi che si sono ammalati di cancro.

Studio incompleto e dubbi sull’indipendenza degli autori

Come riportato nella nota del capo redattore della rivista, le conclusioni dell’articolo ora ritirato si basano esclusivamente su studi inediti della Monsanto. Nel corso della stesura, tra l’altro, sono stati ignorati diversi studi sui temi della tossicità cronica e della cancerogenicità pure già disponibili. Non solo: alcuni documenti e e-mail inviate da dipendenti della Monsanto venuti alla luce negli ultimi anni “suggeriscono che gli autori dell’articolo non erano gli unici responsabili della scrittura del suo contenuto”. Quella corrispondenza, anzi, rivela che “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo” senza essere citati come coautori. E la mancanza di chiarezza su quali parti sono state scritte dai dipendenti della Monsanto crea incertezza sull’integrità delle conclusioni tratte. Non è poco, dato che l’articolo afferma l’assenza di cancerogenicità associata al glifosato o alla sua formulazione tecnica, Roundup. Ergo: “Non è chiaro quanto delle conclusioni degli autori siano state influenzate da contributi esterni di Monsanto”. “Questa mancanza di trasparenza – scrive Martin van Den Berg – solleva serie preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”. Di fatto, esiste altra corrispondenza divulgata durante un contenzioso che indica come gli autori potrebbero aver ricevuto un “risarcimento finanziario” da Monsanto per il loro lavoro su questo articolo. “Il potenziale compenso finanziario – scrive sempre il caporedattore della rivista – solleva significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.

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giovedì 11 aprile 2024

Glifosato, spunta un rapporto nascosto.

 


“I test utilizzati per valutare la tossicità sono insufficienti”: lo sapevano da almeno 8 anni. Si tratta di un documento richiesto, e successivamente nascosto, dall’Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, ambientale e sanitaria sul lavoro (ANSES) in Francia. l rapporto si concentrava sulla genotossicità dei prodotti contenenti glifosato, ovvero sulla loro capacità di danneggiare il DNA e potenzialmente causare mutazioni cancerogene. Solo dopo una battaglia legale intrapresa da Le Monde, il quotidiano francese, l’ANSES ha deciso di rendere pubblico il rapporto.  Générations Futures, un’organizzazione ambientalista francese, ha condannato questa pubblicazione tardiva e ha richiesto la sospensione dell’autorizzazione europea al glifosato in attesa dei risultati dei nuovi test. Basterà questo nuovo documento a far cambiare le sorti del glifosato in Europa? Temiamo proprio di no.

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sabato 10 febbraio 2024

Quali sono i pesticidi che continueremo ad avere nel piatto (dopo la vittoria delle proteste degli agricoltori sulla riduzione dell’UE) - Francesca Biagioli

Il dietrofront dell'UE sulla proposta di riduzione dei pesticidi fa esultare agricoltori e lobby, un po' meno gli ambientalisti e i cittadini, preoccupati del fatto che continueranno a portare in tavola cibi contaminati da sostanze chimiche ancora a lungo.

Gli agricoltori esultano per la prima vittoria dopo settimane di proteste, gli ambientalisti e tutti i cittadini europei che hanno a cuore la propria salute e l’ambiente (compresi noi di greenMe) decisamente meno. Ci riferiamo ovviamente a quanto avvenuto ieri, quando Ursula von der Leyen ha annunciato il ritiro della proposta di regolamento Ue sui pesticidi.

Un deciso passo indietro, dunque, per accontentare agricoltori (e lobby annesse). C’è da dire però che l’originale legge sull’uso sostenibile dei pesticidi (SUR) che prevedeva il taglio del 50% entro il 2030 era già stata bocciata al Parlamento europeo e poi fortemente ridimensionata. Quindi questa ulteriore mossa forse non è tanto a sopresa come potrebbe sembrare a prima vista. Leggi anche: Dietrofront sui pesticidi, il Parlamento europeo respinge il taglio del 50% entro il 2030

Fatto sta che la Von Der Leyen, che ha dichiarato: “i nostri agricoltori meritano di essere ascoltati”, ha annunciato il ritiro della proposta di regolamento sui pesticidi che, a detta di molti, avrebbe avuto un impatto devastante sulla produzione agricola europea.

Ma cosa cambia davvero con questo dietrofront?

Cosa cambia

Partiamo dall’inizio, i pesticidi costituiscono una vasta categoria di prodotti fitosanitari utilizzati per proteggere le colture da malattie e infestazioni. Questi includono erbicidi, fungicidi, insetticidi, acaricidi, fitoregolatori e repellenti. Non c’è dubbio che questi prodotti siano utili a mantenere sane le colture e a prevenire la chiusura forzata delle aziende agricole, tuttavia, la questione principale riguarda gli effetti collaterali associati al loro utilizzo eccessivo.

Le controindicazioni legate all’uso di pesticidi comprendono l’inquinamento delle falde acquifere, la riduzione della fertilità del suolo e la minaccia agli insetti impollinatori, preziosi alleati della biodiversità. Ovviamente c’è anche un discorso che riguarda la nostra salute, tracce di pesticidi, infatti, rimangono nel cibo che consumiamo ogni giorno.

Proprio per questo è necessario intervenire, riducendone l’uso il più possibile, scegliendo i meno pericolosi e trovando quanto prima alternative sostenibili. Questo era anche l’obiettivo della Commissione agricoltura del Parlamento europeo che aveva proposto inizialmente una riduzione del 50% dei pesticidi entro il 2030, salvo poi ridimensionare al 30% entro il 2035.

In base al testo, in realtà, ogni Stato avrebbe avuto un personale obiettivo di riduzione in base ai valori calcolati dalla Commissione europea. L’Italia puntava al 62% per il consumo totale dei prodotti fitosanitari e al 54% per quanto riguarda i fitofarmaci più pericolosi (rispetto alla media del triennio 2015-2017).

  • parchi
  • campi di gioco
  • campi sportivi
  • percorsi pubblici
  • aree natura 2000

Ora tutto da rivedere.

Quali pesticidi rischiamo di trovare ancora a lungo sulle nostre tavole

Ovviamente la transizione verso un futuro senza (o con meno) pesticidi tossici sarebbe stata comunque graduale ma ora questo stop non promette nulla di buono.

Ecco quali sono:

  • Acetamiprid: uno degli insetticidi maggiormente rilevati, con presenza evidenziata in diverse colture
  • Fludioxonil: fungicida
  • Boscalid: fungicida
  • Dimethomorph: fungicida

Da notare che, oltre a questi, è stata riscontrata la presenza di residui di neonicotinoidi, sostanze particolarmente pericolose per la salute delle api e degli insetti impollinatori. Alcuni esempi specifici includono:

  • Thiacloprid: trovato in campioni di pesca, pompelmo, ribes nero, semi di cumino e tè verde in polvere, nonostante sia stato vietato dal Reg. CE 2020/23
  • Imidacloprid: presente in un campione di arancia, due campioni di limoni e tre campioni di ocra, nonostante il divieto stabilito dal Reg. CE 2020/1643
  • Thiamethoxam: riscontrato in un campione di caffè, nonostante le restrizioni imposte dal Reg. CE 2022/801

C’è da dire che non tutta la frutta e verdura venduta in Italia è prodotta nel nostro Paese o nei Paesi Ue (e questo spiegherebbe anche la presenza di pesticidi vietati), ma la maggior parte senza dubbio.

Al triste elenco dei pesticidi dobbiamo aggiungere ovviamente anche il glifosato che meriterebbe un discorso a parte, in quanto cittadini e ambientalisti europei hanno cercato in tutti i modi di farlo mettere definitivamente al bando, ma senza successo.

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venerdì 12 gennaio 2024

Ancora condanne per Bayer - Silvia Ribeiro

 Alla fine del 2023 i tribunali del Missouri e di Filadelfia hanno nuovamente condannato Bayer-Monsanto a risarcimenti per milioni di dollari nei confronti di cittadini statunitensi che si sono ammalati di cancro a causa del nefasto pesticida il cui utilizzo limitato è stato consentito in Europa per altri 10 anni. Da quando la Bayer ha acquistato Monsanto, il gigante dei veleni e degli OGM, nel 2018, negli Stati Uniti sono state intentati contro di lei più di 165mila procedimenti legali per i danni causati dal glifosato alla salute dei querelanti o dei loro familiari


Bayer-Monsanto è stata condannata nuovamente nei mesi di novembre e dicembre 2023, nei tribunali del Missouri e di Filadelfia, a pagare un risarcimento milionario a cittadini statunitensi che hanno contratto il cancro a causa dell’uso del glifosato agrotossico, una sostanza chimica brevettata dalla Monsanto nel 1974. La sentenza del Missouri ha imposto all’impresa il pagamento di 1,5 miliardi di dollari. Oltre il 90% del mais (e della soia) geneticamente modificati sul mercato è tollerante ai pesticidi, la maggior parte dei quali al glifosato. L’aumento esponenziale dell’uso di questo agrotossico è direttamente collegato alla semina di OGM.

Da quando la Bayer ha acquistato il gigante dei veleni e degli OGM Monsanto, nel 2018, negli Stati Uniti sono state intentati contro di lei più di 165mila procedimenti legali per i danni causati dal glifosato alla salute dei querelanti o dei loro familiari. Dopo aver perso nei primi tre casi emblematici – nel 2018 e nel 2019 – per oltre 2,5 miliardi di dollari (poi Bayer è riuscita a far ridurre quella somma in appello, ma le sentenze sono state riaffermate), il colosso transnazionale ha deciso di stipulare accordi extragiudiziali con circa 100mila ricorrenti, per una cifra superiore a 10 miliardi di dollari. Decine di migliaia di casi restano però pendenti. Nel 2020 la Bayer aveva stanziato 16 miliardi di dollari per coprire le cause legali, una cifra bassa alla luce delle nuove sentenze.

Un punto chiave è che le sentenze erano schiaccianti perché i giudici hanno dimostrato con centinaia di documenti presentati da avvocati (e resi pubblici da uno dei giudici) che la Monsanto sapeva da decenni che il glifosato causava gravi danni, compreso potenzialmente il cancro, ma lo ha nascosto, oltre a fare pressioni e/o corrompere scienziati e agenzie di regolamentazione in quel paese (e in altri, come poi mostrato in separata sede) affinché ignorassero tali dati e presentassero dati di presunta innocuità o “lieve” tossicità (https://usrtk.org/monsanto-papers/).

Nel 2023, inoltre, Bayer-Monsanto è stata condannata a pagare 6,9 ​​milioni di dollari di multa allo stato di New York per aver utilizzato pubblicità ingannevole. Secondo l’ufficio del procuratore generale di quello Stato, Bayer e Monsanto “hanno ripetutamente affermato nelle pubblicità che i prodotti a marchio Roundup, che contengono il principio attivo glifosato, erano sicuri e non tossici, senza fornire prove sufficienti (http://tinyurl.com/znn4akx9 ).

Nel frattempo, le organizzazioni agricole negli Stati Uniti, rappresentate dal Center for Food Safety (CFS), hanno intentato una causa il 13 dicembre 2023, chiedendo che l’EPA (United States Environmental Protection Agency) riconosca che per il glifosato non c’è un registro in vigore, che cancelli quello precedene e proceda a vietare questo pesticida a causa dei suoi elevati rischi (http://tinyurl.com/3kxmt94v ).

Si tratta di un’azione legale significativa, non solo in sé, perché in difesa della salute e dell’ambiente, ma anche perché la causa che gli Stati Uniti stanno portando avanti contro il Messico per obbligarlo a non limitare l’uso e il consumo di mais geneticamente modificato e il glifosato – come indicato da un decreto governativo del 2023 – si basa in parte sul fatto che l’EPA afferma che l’uso del glifosato “non presenta rischi preoccupanti per la salute quando il glifosato viene utilizzato secondo le modalità indicate dall’attuale etichettatura“.

La revisione della registrazione del glifosato presso l’EPA deve essere effettuata ogni 15 anni. Dopo la dichiarazione del 2015 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui il glifosato è un probabile cancerogeno, l’EPA affermò invece che questa sostanza, “nelle misure rilevanti per la salute umana“, non è pericolosa. L’EPA convocò un gruppo di esperti e un processo di revisione e mantenne la sua conclusione iniziale, nonostante nel 2019 altri organismi ufficiali e autorizzati, come il Registro delle sostanze tossiche e delle malattie degli Stati Uniti (ATSDR), in inglese) avessero fatto una valutazione che si concludeva affermando che esiste un rischio di cancro associato al glifosato, in particolare quello di linfoma no-Hodgkins e di mieloma multiplo. Eppure, ancora una volta, nel 2020, l’EPA ha pubblicato “una decisione di revisione provvisoria di registrazione” del glifosato, ritenendo che esso non è un probabile cancerogeno.

La petizione presentata dalle organizzazioni e dal CFS a dicembre fa seguito a precedenti cause legali, che hanno dimostrato che l’EPA durante questi processi si è divisa in due schieramenti di opinioni, ma che la decisione finale per la registrazione ha intenzionalmente ignorato aspetti critici di altre istanze, di vari degli scienziati da lei convocati e anche dei suoi stessi documenti sull’argomento. Per tutti questi motivi, nel giugno 2022, la Corte d’Appello del Nono Circuito ha respinto la decisione provvisoria dell’EPA che ha dovuto dunque ritirarla nel settembre 2022 e avviare una nuova revisione della registrazione. Ciò significa di fatto che il glifosato viene ancora venduto negli Stati Uniti senza avere una registrazione valida o “scientificamente fondata“, come paradossalmente chiede il governo Usa al Messico nella causa in corso (http://tinyurl.com/3kxmt94v).

Sull’ampia revisione degli studi condotti da scienziati di 11 paesi che ha portato l’OMS IARC nel 2015 a concludere che il glifosato è cancerogeno negli animali e probabilmente cancerogeno negli esseri umani, ogni anno sono stati pubblicati dozzine di nuovi studi che confermano la sua pericolosità, così come l’azione distruttiva in ambito endocrinologico e neurologico, che causa depressione, distrugge il microbioma e provoca altri danni alla salute umana e animale (USRTK, dicembre 2023 http://tinyurl.com/2bmayz4n ).

*Ricercatrice presso il Gruppo ETC


Fonte e versione originale in La Jornada


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lunedì 1 gennaio 2024

GLIFOSATO E ALTRI PESTICIDI NEL TÈ. CONTAMINATI 11 SU 14 CAMPIONI ESAMINATI - Valentina Bennati

 

Nel numero di novembre della rivista ‘Il Salvagente’, che si occupa di test di laboratorio contro le truffe ai consumatori, sono stati pubblicati i risultati di un’analisi su 14 campioni di Tè: in 11 è stata riscontrata la presenza di glifosato e altri pesticidi.

Queste le marche analizzate:

  • Esselunga Tè nero classico
  • Eurospin Lester house Tè classico
  • Lidl Lord Nelson Breakfast Tea Ceylon-Assam Tè nero
  • Lipton Yellow label Tè nero
  • MD Alba Claridge English breakfast
  • Pam Tè english breakfast
  • Sir Winston Tea English breakfast Tè nero
  • Star Tea Classico Tè nero
  • Taylors English breakfast Tea Tè nero
  • Twinings Earl Grey Tea Classic
  • Twinings English breakfast tea
  • Alce Nero Tè verde bio
  • Conad Tè nero
  • Coop Solidal Tè english breakfast bio

I campioni sono stati sottoposti a tre analisi diverse:

  • screening sul Mercurio
  • prova specifica per individuare la presenza di glifosato
  • ulteriore prova per valutare la presenza di eventuali altri pesticidi

I risultati del test hanno mostrato che undici campioni contengono glifosato. Il fatto che si parli di concentrazioni al di sotto dei limiti di legge (2 mg per kg) non è per nulla rassicurante dal momento che già nel 2016 il glifosato è stato classificato come probabile cancerogeno dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) e che negli ultimi anni si sono moltiplicate le prove della sua pericolosità per gli esseri umani e l’ambiente.
Da segnalare, in particolare, lo studio coordinato dall’Istituto Ramazzini (Italia) – con la partecipazione di enti di ricerca e scienziati in Europa, Stati Uniti e Sud America – presentato di recente nel corso di una conferenza scientifica internazionale. È un lavoro importante che riporta dati ben precisi sulla cancerogenicità di questa sostanza (è emerso, infatti, che può causare la leucemia anche a basse dosi ritenute sicure dalle autorità di regolamentazione dell’Unione Europea). Inoltre, ci sono altre ricerche che hanno evidenziato effetti di neurotossicità dal momento che l’esposizione al glifosato è stata collegata a disturbi dello spettro autistico (nei bambini esposti fin dall’età prenatale), sclerosi laterale amiotrofica e morbo di Parkinson (negli adulti). Il glifosato sarebbe anche collegato a disturbi endocrini e alterazioni del microbioma senza considerare i rischi che riguardano ecosistemi, insetti impollinatori e fertilità del suolo.

Ciononostante, dopo averlo annunciato il 16 novembre, il 28 novembre scorso la Commissione Europea ha ufficialmente rinnovato l’autorizzazione di questo erbicida per un periodo di altri 10 anni, sostanzialmente a esclusivo vantaggio di chi lo vende e commercializza e senza voler considerare che ci sono soluzioni alternative alla chimica in agricoltura come sostiene, ad esempio, uno studio di Università e Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che hanno sperimentato in campo il metodo della veccia,  una leguminosa selvatica che, devitalizzata, forma sul terreno un tappeto naturale in grado di soffocare gli infestanti senza bisogno di ricorrere a pesticidi.

Purtroppo, prodotti a base di glifosato sono oggi molto diffusi in tutto il mondo e non c’è da meravigliarsi che tracce di questa sostanza siano state ritrovate anche nel tè; spesso, infatti, le grandi piantagioni vengono trattate con questo pesticida per evitare che le piante siano soffocate dalle erbe infestanti.
La concentrazione massima rilevata nei campioni analizzati da Il Salvagente è di 0,996 mg/kg ed è stata trovata nel Taylor English Breakfast che rappresenta quasi la metà della dose massima consentita per quel prodotto. Altri tè con livelli significativi di glifosato sono risultati quelli di Esselunga (0,883 mg/kg), Pam (0,724 mg/kg) e MD (0,598 mg/kg).

Oltre al glifosato, l’indagine de Il Salvagente ha rilevato anche residui di altri pesticidi alcuni dei quali vietati, come ad esempio l’Alfa_e_Cypermethrins, un insetticida proibito in Europa dal dicembre 2022 che è stato però trovato nel tè MD ed Esselunga (non si sa se a causa di scorte prodotte precedentemente al divieto). Altri pesticidi evidenziati in presenza residuale in alcuni tè, sono il biphenil e il thiamethoxam (nel Taylor English breakfast) e il carbendazim (nel the Pam).
Infine, nel corso delle analisi, è stata considerata anche la presenza di mercurio e, fortunatamente, tutti i campioni esaminati sono risultati non contaminati da questo metallo pesante che è un’ulteriore sostanza tossica per l’uomo.

Chi desidera conoscere i risultati completi del test può visionare il numero di novembre del Il Salvagente scaricabile anche online.

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