Glifosato, licenziato lo scienziato italiano che ha provato il legame con il cancro - Enrico Cinotti
Daniele Mandrioli, direttore del
Centro di ricerca dell’Istituto Ramazzini, è stato cacciato dalla stessa
cooperativa che gestisce l’ente. Gli scienziati: “LegaCoop deve spiegare le
ragioni del licenziamento”. E i big dei pesticidi brindano
Il glifosato miete un’altra
vittima. Daniele Mandrioli,
direttore del Centro di Ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, lo
scienziato che ha coordinato il Global
Glyphosate Study fino a provare un
legame tra l’aumento di tumori nei ratti e l’esposizione al famigerato erbicida,
è stato licenziato dalla
cooperativa che gestisce l’ente.
La decisione improvvisa e brusca
è arrivata in un momento delicato, quando, invece di cacciarlo, sarebbe
servito proteggerlo: a giugno 2025 l’Istituto
Ramazzini ha pubblicato i dati sulla cancerogenesi del glifosato e le
due autorità europee, l’Efsa e
l’Echa, hanno acquisito i
risultati con l’intento di rivedere
la classificazione di rischio dell’erbicida. Il 10 dicembre scorso poi c’è stato un meeting tecnico tra
il team di Mandrioli e gli esperti delle due authority in cui i ricercatori
bolognesi hanno fornito ulteriori dettagli per valutare appieno il proprio
studio.
In altre parole: se nel dicembre 2023 la Commissione europea ha
ri-autorizzato, tra le proteste, l’uso del glifosato fino al 2033, in
presenza di una nuova
classificazione da parte di Efsa e Echa, l’erbicida più usato al
mondo, il cui formulato commerciale RoundUp della Bayer-Monsanto fattura da solo circa 2 miliardi di dollari all’anno, finirebbe al bando.
Tanto è bastato per scatenare le lobby dell’agrofarma contro
il Ramazzini e in particolare a finire nel mirino è stato il dottor Daniele
Mandrioli: se testate importanti come Le Monde hanno
parlato di “fabbrica del dubbio” costruita ad arte dal giugno
scorso per screditare la ricerca indipendente del team bolognese, non è mancato chi
ha brindato alla cacciata dello scienziato italiano, come David Zaruk autore
del blog notoriamente vicino all’industria Risk-Monger, molto attivo nei
corridoi di Bruxelles.
Prima della pubblicazione dello
studio sulla cancerogenesi e fino al licenziamento, le pressioni attorno al
Ramazzini di Bologna si sono fatte molto pesanti ed esplicite: ma lo studio non è stato bloccato. Il suo
coordinatore invece sì. Perché proprio adesso?
Licenziare Mandrioli ora
contribuisce a gettare cattiva luce sull’Istituto
e sul Global Glyphosate Study e magari a rendere
meno lineare il pronunciamento delle due authority sulla nuova
classificazione del glifosato.
A questo punto è lecito
domandarsi da chi e perché sia
stato sollevato dal suo incarico il direttore del Centro di
ricerca del Ramazzini. Secondo l’Istituto non c’è nessuna longa manus
dell’industria dei pesticidi dietro la cacciata di Mandrioli: non è stata apparentemente la Bayer insomma,
ma la cooperativa sociale Onlus a licenziare lo scienziato per motivi che non
attengono alla “scienza”, come ha precisato la presidente Loretta Masotti, ma per una non meglio
specificata “riorganizzazione
aziendale“. Tanto che la Fp
Cgil di Bologna, che parla apertamente di una situazione
preoccupante legata alle recenti evoluzioni dell’assetto gestionale dell’ente,
ha criticato la decisione del Cda dell’Istituto e chiede garanzie sul futuro
occupazionale dell’ente di ricerca.
Ma in
una lettera pubblica del 21 Gennaio, l’autorevole professor Philip Landrigan, direttore del
Programma globale di salute pubblica del prestigioso Boston College,
e presidente del Comitato scientifico internazionale dell’Istituto Ramazzini ha descritto Mandrioli
come uno “scienziato eccellente” e si è lamentato con la presidente Masotti che
il comitato non fosse stato consultato sul licenziamento, esprimendo la
preoccupazione che la decisione fosse stata influenzata da pressioni
dell’industria.
Senza ulteriori dettagli è lecito cercare nel perimetro
della “proprietà” dell’Istituto
Ramazzini le ragioni della cacciata di Mandrioli, licenziato
non già per demeriti lavorativi, ma per una non meglio chiarita
riorganizzazione aziendale.
La
cooperativa non riceve finanziamenti pubblici e finanzia
l’attività di ricerca con il contributo dei soci (circa 40mila) e partecipando
ai bandi nazionali e internazionali, ed è associata
a LegaCoop, associazione di categoria che in Emilia-Romagna associa
colossi dell’agroalimentare come Granarolo e
il Consorzio GranTerre, proprietario dei marchi Parmareggio, Parmacotto, Casa Modena.
A dover rispondere e fornire una versione più esaustiva
dell’immotivata decisione di cacciare Mandrioli devono essere l’Istituto
Ramazzini e LegaCoop, come chiede
il Collegium Ramazzini, un’accademia indipendente all’Istituto
fondato da Cesare Maltoni composta da 180 medici e scienziati provenienti da 45
paesi che studiano il rapporto tra ambiente e salute: “Chiediamo – scrive il presidente
Landrigan – che l’Istituto Ramazzini e la Lega
delle Cooperative di Bologna rendano pubbliche le motivazioni della loro
decisione, affinché eventuali carenze nella gestione del Dott.
Mandrioli possano essere corrette. Nel frattempo, Le chiediamo di reintegrare
il dott. Daniele Mandrioli come direttore del Centro di ricerca sul cancro
Cesare Maltoni. Pur riconoscendo chiaramente l’autorità della Lega nel prendere
questa decisione, ci auguriamo che riconosca che la mancata spiegazione di
questa decisione e la mancata reintegrazione del dott. Mandrioli rischiano di
danneggiare irreparabilmente la reputazione dell’Istituto Ramazzini, minacciare
l’indipendenza della ricerca dell’Istituto”.
Francesco Forastiere, epidemiologo di fama
internazionale, professore all‘Imperial
College di Londra, è membro anche del International advisory
board del Ramazzini, un organo indipendente che valuta il lavoro di ricerca
dell’Istituto e commenta con il Salvagente il licenziamento di Mandrioli: “Tutto è avvenuto al buio,
improvvisamente e in modo brusco: questo ha generato molta preoccupazione per
la mancata trasparenza. Come scienziati siamo portati naturalmente a non
credere alle coincidenze, tuttavia in questa decisione ci sono tante cose che non tornano e che devono essere
chiarite“.
I dubbi comuni a tanti si
concentrano in una domanda: cosa
farà ora il Ramazzini? Quali filoni di ricerca continuerà a coltivare?
Nel frattempo il Centro di
ricerca del Ramazzini non ha un direttore e al posto di Mandrioli non è stato nominato un sostituto. Il
Cda ha invece optato per la nomina del dottor Alessandro Nanni Costa come
direttore della Strategia e della direzione Sscientifica dell’Istituto
Ramazzini, già direttore del Centro nazionale trapianti e membro della
Commissione nazionale di bioetica: un
profilo autorevole, ma con un curriculum non proprio pertinente per
i progetti di ricerca portati avanti storicamente dell’Istituto Ramazzini.
Israele
sparge glifosato nel Sud del Libano per “bruciare” le
coltivazioni - Ettore Cera
Il caso
sollevato dall’Unifil, la forza di pace dell’Onu presente nel Libano
meridionale: oltre ai danni ambientali, l’uso dell’erbicida espone la
popolazione locale a un pesticida dagli effetti potenzialmente cancerogeni
L’Idf,
l’esercito israeliano, con gli aerei ha
irrorato glifosato campi coltivati e terreni destinati alla
semina nel Sud del Libano. La notizia è stata diffusa il 2 febbraio
scorso da un comunicato stampa dell’Unifil,
l’United nations interim force in Lebanon, la forza di pace dell’Onu,
a cui partecipano anche un migliaio di militari italiani, da tempo ormai
esposta al fuoco dell’Idf, l’esercito di Israele, durante le azioni contro le
milizie di Hezbollah.
L’uso
massiccio di glifosato, oltre alla funzione erbicida, provoca una rapida
essiccazione della pianta e quindi non è escluso che l’esercito israeliano abbia impiegato il
potente diserbante per “bruciare” le coltivazioni nel Sud del
Libano.
Prima dei
lanci di glifosato l’Idf, precisa Unifil, ha invitato le forze di peacekeeping
di “tenersi a distanza e rimanere al riparo, costringendole ad annullare oltre
una dozzina di attività”.
I militari
Onu, aggiunge poi l’Unifil, “hanno supportato le forze armate libanesi
nella raccolta di campioni da sottoporre a test di tossicità“.
Dalle
analisi è risultato l’impiego di erbicidi a base di glifosato una
sostanza, probabile cangerogena per la Iarc dell’Oms e capace di provocare diversi tipi di cancro nelle cavie
da laboratorio, inquinante per l’ambiente e che espone la
popolazione locale a conseguenze sulla loro salute.
“L’operazione
– riporta l’Ansa –
si è svolta in aree già in larga parte evacuate a causa delle ostilità tra
Israele e Hezbollah, ma ancora attraversate da civili, allevatori e personale
delle Nazioni Unite. Unifil ha riferito di esser stata informata da Israele
delle operazioni per consentire al personale Onu di allontanarsi
temporaneamente dalla zona interessata per alcune ore, senza che fossero
forniti dettagli sulla natura dell’operazione”.
Molto dura
la posizione espressa dalla forza di pace dell’Onu: “Questa attività (irrorazione
con sostanze chimiche, ndr) è inaccettabile e contraria alla risoluzione 1701.
Le azioni deliberate e pianificate dell’Idf non solo hanno limitato la capacità
delle forze di peacekeeping di svolgere le attività previste dal loro mandato,
ma hanno anche potenzialmente messo a rischio la loro salute e quella
dei civili. Hanno inoltre sollevato preoccupazioni circa gli effetti
di questa sostanza chimica sconosciuta sui terreni agricoli locali e su come
ciò potrebbe influire sul ritorno dei civili alle loro case e ai loro mezzi di
sussistenza a lungo termine. Non è la prima volta che le Idf lanciano
sostanze chimiche sconosciute da aerei sul Libano. Continuiamo a ricordare
alle Idf che i voli dei loro aerei verso il Libano violano la risoluzione 1701
e che qualsiasi attività che metta a rischio le forze di peacekeeping e i
civili è motivo di seria preoccupazione. Invitiamo nuovamente le Idf – si
conclude il comunicato – a cessare tutte queste attività e a collaborare con le
forze di peacekeeping per sostenere la stabilità per cui tutti ci stiamo
impegnando”
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