domenica 15 febbraio 2026

Sorpresa: il glifosato fa venire il cancro

Glifosato, licenziato lo scienziato italiano che ha provato il legame con il cancro - Enrico Cinotti


Daniele Mandrioli, direttore del Centro di ricerca dell’Istituto Ramazzini, è stato cacciato dalla stessa cooperativa che gestisce l’ente. Gli scienziati: “LegaCoop deve spiegare le ragioni del licenziamento”. E i big dei pesticidi brindano


Il glifosato miete un’altra vittima. Daniele Mandrioli, direttore del Centro di Ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, lo scienziato che ha coordinato il Global Glyphosate Study fino a provare un legame tra l’aumento di tumori nei ratti e l’esposizione al famigerato erbicida, è stato licenziato dalla cooperativa che gestisce l’ente.

La decisione improvvisa e brusca è arrivata  in un momento delicato, quando, invece di cacciarlo, sarebbe servito proteggerlo: a giugno 2025 l’Istituto Ramazzini ha pubblicato i dati sulla cancerogenesi del glifosato e le due autorità europee, l’Efsa e l’Echa,  hanno acquisito i risultati con l’intento di rivedere la classificazione di rischio dell’erbicida. Il 10 dicembre scorso poi c’è stato un meeting tecnico tra il team di Mandrioli e gli esperti delle due authority in cui i ricercatori bolognesi hanno fornito ulteriori dettagli per valutare appieno il proprio studio.

In altre parole: se nel dicembre 2023 la Commissione europea ha ri-autorizzato, tra le proteste, l’uso del glifosato fino al 2033, in presenza di una nuova classificazione da parte di Efsa e Echa, l’erbicida più usato al mondo, il cui formulato commerciale RoundUp della Bayer-Monsanto fattura da solo circa 2 miliardi di dollari all’anno, finirebbe al bando.

Tanto è bastato per scatenare le lobby dell’agrofarma contro il Ramazzini e in particolare a finire nel mirino è stato il dottor Daniele Mandrioli: se testate importanti come Le Monde hanno parlato di “fabbrica del dubbio” costruita ad arte dal giugno scorso per screditare la ricerca indipendente del team bolognese, non è mancato chi ha brindato alla cacciata dello scienziato italiano, come David Zaruk autore del blog notoriamente vicino all’industria Risk-Monger, molto attivo nei corridoi di Bruxelles.

Prima della pubblicazione dello studio sulla cancerogenesi e fino al licenziamento, le pressioni attorno al Ramazzini di Bologna si sono fatte molto pesanti ed esplicite: ma lo studio non è stato bloccato. Il suo coordinatore invece sì. Perché proprio adesso?

Licenziare Mandrioli ora contribuisce a gettare cattiva luce sull’Istituto e sul Global Glyphosate Study e magari a rendere meno lineare il pronunciamento delle due authority sulla nuova classificazione del glifosato.

A questo punto è lecito domandarsi da chi e perché sia stato sollevato dal suo incarico il direttore del Centro di ricerca del Ramazzini. Secondo l’Istituto non c’è nessuna longa manus dell’industria dei pesticidi dietro la cacciata di Mandrioli: non è stata apparentemente la Bayer insomma, ma la cooperativa sociale Onlus a licenziare lo scienziato per motivi che non attengono alla “scienza”, come ha precisato la presidente Loretta Masotti, ma per una non meglio specificata “riorganizzazione aziendale“. Tanto che la Fp Cgil di Bologna, che parla apertamente di una situazione preoccupante legata alle recenti evoluzioni dell’assetto gestionale dell’ente, ha criticato la decisione del Cda dell’Istituto e chiede garanzie sul futuro occupazionale dell’ente di ricerca.

Ma in una lettera pubblica del 21 Gennaio, l’autorevole professor Philip Landrigan, direttore del Programma globale di salute pubblica del prestigioso Boston College, e presidente del Comitato scientifico internazionale dell’Istituto Ramazzini ha descritto Mandrioli come uno “scienziato eccellente” e si è lamentato con la presidente Masotti che il comitato non fosse stato consultato sul licenziamento, esprimendo la preoccupazione che la decisione fosse stata influenzata da pressioni dell’industria.

Senza ulteriori dettagli è lecito cercare nel perimetro della “proprietà” dell’Istituto Ramazzini le ragioni della cacciata di Mandrioli, licenziato non già per demeriti lavorativi, ma per una non meglio chiarita riorganizzazione aziendale.

La cooperativa non riceve finanziamenti pubblici e finanzia l’attività di ricerca con il contributo dei soci (circa 40mila) e partecipando ai bandi nazionali e internazionali, ed è associata a LegaCoop, associazione di categoria che in Emilia-Romagna associa colossi dell’agroalimentare come Granarolo e il Consorzio GranTerre, proprietario dei marchi ParmareggioParmacotto, Casa Modena.

A dover rispondere e fornire una versione più esaustiva dell’immotivata decisione di cacciare Mandrioli devono essere l’Istituto Ramazzini e LegaCoop, come chiede il Collegium Ramazzini, un’accademia indipendente all’Istituto fondato da Cesare Maltoni composta da 180 medici e scienziati provenienti da 45 paesi che studiano il rapporto tra ambiente e salute: “Chiediamo – scrive il presidente Landrigan – che l’Istituto Ramazzini e la Lega delle Cooperative di Bologna rendano pubbliche le motivazioni della loro decisione, affinché eventuali carenze nella gestione del Dott. Mandrioli possano essere corrette. Nel frattempo, Le chiediamo di reintegrare il dott. Daniele Mandrioli come direttore del Centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni. Pur riconoscendo chiaramente l’autorità della Lega nel prendere questa decisione, ci auguriamo che riconosca che la mancata spiegazione di questa decisione e la mancata reintegrazione del dott. Mandrioli rischiano di danneggiare irreparabilmente la reputazione dell’Istituto Ramazzini, minacciare l’indipendenza della ricerca dell’Istituto”.

Francesco Forastiereepidemiologo di fama internazionale, professore all‘Imperial College di Londra, è membro anche del International advisory board del Ramazzini, un organo indipendente che valuta il lavoro di ricerca dell’Istituto e commenta con il Salvagente il licenziamento di Mandrioli: “Tutto è avvenuto al buio, improvvisamente e in modo brusco: questo ha generato molta preoccupazione per la mancata trasparenza. Come scienziati siamo portati naturalmente a non credere alle coincidenze, tuttavia in questa decisione ci sono tante cose che non tornano e che devono essere chiarite“.

I dubbi comuni a tanti si concentrano in una domanda: cosa farà ora il Ramazzini? Quali filoni di ricerca continuerà a coltivare?

Nel frattempo il Centro di ricerca del Ramazzini non ha un direttore e al posto di Mandrioli non è stato nominato un sostituto. Il Cda ha invece optato per la nomina del dottor Alessandro Nanni Costa come direttore della Strategia e della direzione Sscientifica dell’Istituto Ramazzini, già direttore del Centro nazionale trapianti e membro della Commissione nazionale di bioetica: un profilo autorevole, ma con un curriculum non proprio pertinente per i progetti di ricerca portati avanti storicamente dell’Istituto Ramazzini.  

da qui

 

 

Israele sparge glifosato nel Sud del Libano per “bruciare” le coltivazioni - Ettore Cera

Il caso sollevato dall’Unifil, la forza di pace dell’Onu presente nel Libano meridionale: oltre ai danni ambientali, l’uso dell’erbicida espone la popolazione locale a un pesticida dagli effetti potenzialmente cancerogeni

L’Idf, l’esercito israeliano, con gli aerei ha irrorato glifosato campi coltivati e terreni destinati alla semina nel Sud del Libano. La notizia è stata diffusa il 2 febbraio scorso da un comunicato stampa dell’Unifil, l’United nations interim force in Lebanon, la forza di pace dell’Onu, a cui partecipano anche un migliaio di militari italiani, da tempo ormai esposta al fuoco dell’Idf, l’esercito di Israele, durante le azioni contro le milizie di Hezbollah.

L’uso massiccio di glifosato, oltre alla funzione erbicida, provoca una rapida essiccazione della pianta e quindi non è escluso che l’esercito israeliano abbia impiegato il potente diserbante per “bruciare” le coltivazioni nel Sud del Libano.

Prima dei lanci di glifosato l’Idf, precisa Unifil, ha invitato le forze di peacekeeping di “tenersi a distanza e rimanere al riparo, costringendole ad annullare oltre una dozzina di attività”.

I militari Onu, aggiunge poi l’Unifil, “hanno supportato le forze armate libanesi nella raccolta di campioni da sottoporre a test di tossicità“. 

Dalle analisi è risultato l’impiego di erbicidi a base di glifosato una sostanza, probabile cangerogena per la Iarc dell’Oms e capace di provocare diversi tipi di cancro nelle cavie da laboratorio, inquinante per l’ambiente e che espone la popolazione locale a conseguenze sulla loro salute.

“L’operazione – riporta l’Ansa – si è svolta in aree già in larga parte evacuate a causa delle ostilità tra Israele e Hezbollah, ma ancora attraversate da civili, allevatori e personale delle Nazioni Unite. Unifil ha riferito di esser stata informata da Israele delle operazioni per consentire al personale Onu di allontanarsi temporaneamente dalla zona interessata per alcune ore, senza che fossero forniti dettagli sulla natura dell’operazione”.

Molto dura la posizione espressa dalla forza di pace dell’Onu: “Questa attività (irrorazione con sostanze chimiche, ndr) è inaccettabile e contraria alla risoluzione 1701. Le azioni deliberate e pianificate dell’Idf non solo hanno limitato la capacità delle forze di peacekeeping di svolgere le attività previste dal loro mandato, ma hanno anche potenzialmente messo a rischio la loro salute e quella dei civili. Hanno inoltre sollevato preoccupazioni circa gli effetti di questa sostanza chimica sconosciuta sui terreni agricoli locali e su come ciò potrebbe influire sul ritorno dei civili alle loro case e ai loro mezzi di sussistenza a lungo termine. Non è la prima volta che le Idf lanciano sostanze chimiche sconosciute da aerei sul Libano. Continuiamo a ricordare alle Idf che i voli dei loro aerei verso il Libano violano la risoluzione 1701 e che qualsiasi attività che metta a rischio le forze di peacekeeping e i civili è motivo di seria preoccupazione. Invitiamo nuovamente le Idf – si conclude il comunicato – a cessare tutte queste attività e a collaborare con le forze di peacekeeping per sostenere la stabilità per cui tutti ci stiamo impegnando

da qui

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