L’immagine del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella con alle spalle un gruppo di persone sarde in abito tradizionale è utile per riflettere su come si dispiegano i rapporti di disparità, dominio e ingiustizia epistemica in un contesto come la Sardegna.
Che cos’è l’ingiustizia epistemica?
L’ingiustizia
epistemica si configura quando c’è uno squilibrio nei rapporti di
dominio.
Il sapere (episteme) delle culture autoctone viene messo su un piano
inferiore rispetto a quello della dominante. Il termine “sapere” va
inteso non solo come insieme di conoscenze, ma come espressione piena della
cultura di un popolo.
Nella
situazione immortalata dalla fotografia, gli elementi della cultura sarda sono decontestualizzati
e contribuiscono a creare un’immagine statica, congelata nel tempo.
Per
comprendere cosa sia la violenza epistemica, bisogna ricordare che
le epistemi eurocentriche sono universalizzanti,
nel senso che rappresentano lo standard di civiltà a cui conformarsi. La
stessa cosa accade anche tra Italia e Sardegna: ciò che distingue le culture
dell’Isola come contesto unico è quasi ornamentale, spogliato di ogni
carattere emancipativo.
L’affiancamento
di persone in abito tradizionale di culture minoritarie a rappresentanti della
cultura dominante può essere una pratica che perpetua dinamiche
coloniali di potere, appropriazione culturale e folklorizzazione.
Queste
giustapposizioni, comuni in cerimonie ufficiali in cui presenziano capi di
stato e rappresentanti istituzionali, ristabiliscono dinamiche di
potere.
Perché?
La relazione
non è alla pari, ma non solo: chi rappresenta la cultura dominante
rappresenta anche chi agisce la minorizzazione.
La cultura
sarda non è solo minoritaria nel contesto dello stato italiano
(in Sardegna non è affatto così scontato che lo sia, dipende sempre dal punto
di vista), ma è minorizzata, in quanto soggetta a pratiche di
dominio (culturale, politico, economico, sociale).
La colonialità del potere
Si tratta di
un’estensione del concetto di colonialità del potere: la subalternità
della Sardegna è stata -ed è- funzionale allo sviluppo dello stato-nazione
italiano.
Una parte di
territorio viene mantenuta in una condizione di dipendenza che legittima i
tentativi di modernizzazione, con il pretesto dell’arretratezza.
La
colonialità del potere stabilisce gerarchie interne ai confini e le rende quasi
invisibili.
Corpi e spazi sono situati entro una geografia del
dominio
L’accoglienza
trionfale dei rappresentanti del potere dominante va pertanto letta
nell’ambito dei rapporti di oppressione che relegano una cultura al
margine. Le pratiche di dominio sono state (da parte dell’Europa coloniale)
giustificate dall’intento filantropico (!)
di portare la civiltà (nella convinzione di esserne i rappresentanti e i
depositari).
La
costruzione di un “altro” con caratteristiche di inferiorità (razzismo) serve a
legittimare pratiche di sviluppo (estrattivismo) per produrre ricchezza di cui
la cultura dominante si avvantaggia (capitalismo).
Per
mantenere questa dinamica si mantiene un territorio in una condizione
di dipendenza (economia del bisogno), la quale offre opportunità
per mostrare il lato buono del potere
(come
facevano e fanno ancora le monarchie attraverso gli aiuti ai popoli
colonizzati).
La popolazione al margine si sente vista, considerata, specie nel caso di
località periferiche, o percepite come tali, e spera di ricevere sostegno,
supporto, riconoscimento.
La dinamica espressa da tale immagine non svela solo la natura del rapporto tra
lo stato italiano e la Sardegna in termini di gerachie, ma anche come la
cultura dominante benefici di elementi della cultura minorizzata per
autoaffermarsi.
Lo fa attraverso il sentimento di gratitudine, di orgoglio che vuole suscitare
in chi abita il margine e si sente visitato, visto, considerato. Succede quando
la Sardegna viene presentata come “eccellenza italiana”.
Le figure istituzionali, affiancandosi a elementi riconoscibili
come identitari che simboleggiano valori condivisi dalle subalternità,
sembrano voler fare un omaggio, ma in realtà aumentano il loro
prestigio. Come accade quando si indossano abiti o si sfoggiano
acconciature proprie di una minoranza culturale senza farne parte e da una
posizione di privilegio.
Quindi è colpa dei sardi?
A questo
proposito è utile ricordare che cos’è la colonialità dell’essere.
Le pratiche
di dominio si autoalimentano grazie alla costruzione di un
“altro-da-sé”, come detto prima.
Come lo fanno?
Con processi
di oppressione e inferiorizzazione, che col tempo influiscono anche
sul modo di autorappresentarsi (noi sardi siamo disuniti, non
ce la facciamo da soli) e limitano persino il pensare di avere
desideri, sogni, aspirazioni di libertà e di decidere per sé.
Da
questo senso di inferiorità nasce l’essere coloniale,
come individuo che crede normale la
propria condizione di subalterno; l’italianità è vista come coessenziale, un fatto accettato e vissuto
come immutabile e non come una fase storica che può passare,
esattamente come altre che la Sardegna ha vissuto.
La mancanza
di strumenti di autodeterminazione viene vissuta come qualcosa che quasi “ci si
merita”: come se il popolo inferiorizzato non avesse per cultura gli strumenti per emanciparsi in
quanto sottosviluppato. Un eterno soggetto minore che ha bisogno di essere
guidato e “condotto fuori dal proprio Medioevo di barbarie”, per citare Omar
Onnis.
Si collabora
con l’oppressore perché il rapporto di dominazione è nascosto, interiorizzato,
sistemico. Normalizzato.
I soggetti marginali finiscono per fare propria la prospettiva esterna,
dominante. Una delle conseguenze è sentire di occupare lo
spazio illegittimamente, tranne in due casi: quando ci si conforma (siamo sardi, ma anche italiani) oppure quando il potere
ci consente, in condizioni ben definite, di mettere in scena la sardità, una
sardità innocua, integrata, come è accaduto nell’evento presieduto da Sergio
Mattarella.
Ecco perché
è importante parlare anche di pratiche di resistenza nell’abitare il margine.
Il margine può essere ferita feconda, uno spazio fertile.
Dove non avviene solo l’assimilazione del rapporto di dominazione, ma vengono
messe in atto anche pratiche di sopravvivenza e perpetuazione delle nostre
culture indigene.
“La marginalità è un luogo
radicale di possibilità, uno spazio di resistenza. Un luogo capace di offrirci
la condizione di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare
alternative e nuovi mondi”.
Bell Hooks

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