L’anno nuovo è arrivato, e con esso i buoni propositi. E così, da gennaio, siamo bombardati da stimoli e incentivi a pianificare progetti e obiettivi. Tra questi, compare anche quello di mangiare vegetale o “più” vegetale. Certo – ci viene da dire – perché no? Ma quello per cui quotidianamente lottiamo è un vero e proprio movimento di liberazione che, seppur sottendendolo, va ben oltre ciò di cui ci alimentiamo.
Quello in
cui crediamo fermamente è la lotta contro ogni discriminazione e oppressione. E
i Santuari, o rifugi antispecisti, ne sono campo d’azione. Luoghi al margine,
estremamente sovversivi, dove individui di diversa specie esistono
e resistono, riappropriandosi dei propri corpi e della propria identità.
Individui che al di fuori dei Santuari sono visti come oggetti, ma
che grazie all’alleanza con gli umani che attraversano questi luoghi,
riacquistano lo status di soggetti aventi diritto alla cura, alla vita e alla
solidarietà.
A chi non si
è mai avvicinato ai Santuari, sfugge spesso l’istanza politica che
li contraddistingue. Istanza che li rende ben lontani dall’essere spazi di
svago, fattorie didattiche o luoghi in cui passare del tempo con gli animali
per terapia o diletto. I Santuari, infatti, grazie all’alleanza tra non umani e
umani e alla politica antispecista, si pongono come avamposti di liberazione
totale, dove la testimonianza e la voce stessa degli animali mirano a uno
scardinamento delle logiche del profitto che imperano nella società in cui
viviamo. Una società capitalista, patriarcale e alla base, appunto, specista.
Insomma, il
lavoro quotidiano di cura e solidarietà a fianco di quei corpi
e quelle soggettività che portano i segni del sopruso e dell’ingiustizia è una
pratica che per noi non si riduce alla scelta di cosa mangiare oggi.
Vediamo
meglio alcune delle nostre motivazioni.
1. Mangiare vegetale non è
sinonimo di antispecismo. Il veganismo, secondo la definizione data
dalla Vegan Society, è “una filosofia e uno stile di vita volto a escludere,
per quanto possibile e praticabile, tutte le forme di sfruttamento e crudeltà
verso gli animali”. Ciò può essere rafforzato dall’antispecismo, ossia “il
movimento filosofico, etico e politico che rifiuta la concezione specista di
una presunta superiorità umana, negando che la specie di appartenenza
giustifichi lo sfruttamento e la discriminazione degli animali non umani”. E
(aggiungiamo noi), in quanto tale, l’antispecismo non può che essere intersezionale ed
essere anche anticapitalista, antirazzista, transfemminista e antiabilista.
Ridurre tutto ciò a un’alternativa alimentare, rischia di svuotare il movimento
del suo significato intrinseco di alternativa politica critica alla società e
alla cultura imperante, riducendo il tutto a una questione personale, a un
trend o a una fase transitoria.
2. Gli argomenti indiretti hanno
valore, ma distolgono dal cuore della questione. Spesso si
parla dell’alimentazione vegetale segnalandone i benefici per noi, come possono
essere il minore impatto ambientale e una migliore salute. Si tratta di valori
certamente importanti. Ma a ben vedere, queste tematiche richiamano vantaggi
per l’essere umano e mantengono dunque una connotazione antropocentrica,
non contribuendo a costruire la solida consapevolezza che sta alla base
dell’atto di alleanza con gli animali di altre specie, che in questa istanza
diventano, di fatto, invisibili.
3. Vegetale non fa sempre rima
con etico. Non tutti i prodotti “vegan” sono privi di sfruttamento
e crudeltà. A cominciare da quelli che finanziano la sperimentazione animale,
alle aziende che devastano territori, foreste e animali selvatici, che si
fondano su politiche di sfruttamento del lavoro, o sull’oppressione di
minoranze o interi popoli. Siamo consapevoli che la ricerca della coerenza al
100% è utopistica, illusoria e, talvolta, controproducente. Quello che teniamo
a rimarcare, però, è come la logica capitalista abbia cavalcato l’onda della
richiesta vegan facendone merce portatrice di profitto, senza mettere in alcun
modo in discussione un sistema che si basa sullo sfruttamento
strutturale di esseri viventi.
In
conclusione ci teniamo a specificare che quanto esposto non vuole essere una
critica alle scelte individuali. Al contrario, è una riflessione su un sistema
che fa della normalizzazione della violenza e del mantenimento
dei privilegi di pochi il proprio caposaldo. Invitiamo chiunque ci legge ad
approfondire e a sovvertire con noi. Da dove cominciare? Per esempio,
dall’avvicinarsi ai Santuari di Animali Liberi.
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