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giovedì 26 marzo 2026

Contro l’allevamento in gabbia in Italia

 

Perché è importante firmare la proposta di legge di iniziativa popolare contro l’allevamento in gabbia in Italia

di Simone Montuschi, presidente di Essere Animali

Mancano pochi giorni alla Pasqua e per molti italiani e italiane il pranzo terminerà con uno dei dolci simbolo di questa festività: la colomba. Nel nostro Paese però è difficile sapere se le uova utilizzate in questi prodotti provengano o meno da allevamenti in cui le galline sono allevate in gabbia: a differenza delle uova fresche infatti, per i prodotti trasformati non è obbligatoria l’indicazione in etichetta. Per far fronte a questo vuoto informativo, Essere Animali ha deciso di analizzare le comunicazioni dei maggiori produttori di colombe disponibili pubblicamente e di fornire una panoramica su chi ha già smesso di impiegare uova in gabbia, chi si è posto questo obiettivo per il futuro e chi invece non ha ancora assunto nessun impegno pubblico.

Da quanto emerge dal report che prende in analisi otto grandi aziende italiane, ad aver implementato politiche pubbliche che prevedono l’impiego di uova di galline allevate a terra sono: Balocco, Galup, Paluani, Tre Marie Ricorrenze e Vergani. Maina ha pubblicato un impegno a eliminare le uova di galline in gabbia entro Pasqua 2026, mentre Bauli e Melegatti sono le sole a non essersi ancora impegnate pubblicamente per tutti i loro prodotti contenenti uova, fatta eccezione per i croissant a marchio, le uniche referenze per cui fanno uso di uova da galline allevate a terra.

In Italia, secondo l’ultimo Eurobarometro sul benessere animale, più di 9 italiani su 10 sono favorevoli al divieto dell’allevamento di animali in gabbia. Eppure il nostro Paese non ha ancora introdotto – come invece hanno fatto altre nazioni europee – un divieto all’utilizzo di ogni tipo di gabbia per le galline ovaiole.

Quelle singole sono già state vietate in tutta l’Unione europea nel 2012, ma altri paesi hanno fatto di più, mettendo al bando anche quelle arricchite. È il caso di Austria e Lussemburgo, mentre in Germania è prevista un’eliminazione completa entro il 2026-2029. La Francia ha vietato la costruzione di nuovi allevamenti in gabbia a partire dal 2018, mentre in Repubblica Ceca e Slovenia entrerà in vigore il divieto rispettivamente nel 2027 e nel 2029. In Svezia infine, pur non essendoci ancora un divieto formale, la transizione al cage-free è già avvenuta per iniziativa del settore produttivo.

E in Italia? Proprio per rispondere alla richieste di cittadini e aziende già impegnate in questa transizione, Essere Animali ha deciso di lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare per vietare l’allevamento in gabbia in Italia per tutte le specie. Per chiedere formalmente al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo su questo tema sarà necessario raggiungere 50.000 firme entro settembre.

La stragrande maggioranza degli italiani si è già dichiarata contraria alla sofferenza degli animali in gabbia e a favore di un divieto su scala nazionale, per questo – oltre all’azione virtuosa che possono mettere in atto gli operatori del settore e alle scelte che possono fare i consumatori – è fondamentale che ci sia anche un’azione istituzionale e politica.

Firmare la proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo lanciato è più importante che mai, affinché la politica si faccia carico delle istanze dei cittadini anche quando le aziende le ignorano o i processi sono troppo lenti rispetto alle esigenze e alle richieste dei cittadini e delle cittadine italiane ed europee.

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Uccisioni choc, carcasse nelle gabbie e rischi sanitari: la videoinchiesta in un allevamento intensivo di conigli in Veneto

Animali deboli o malati presi e sbattuti contro le gabbie, o per terra, per ucciderli. Centinaia di esemplari rinchiusi in spazi angusti, sottoposti a stress e che devono convivere con le carcasse. E ancora: le stesse carcasse che, se gettate via, vengono buttate insieme alle deiezioni, provocando rischi sanitari. Essere Animali si è infiltrata con una telecamera nascosta in un allevamento intensivo di conigli in provincia di Treviso e ne ha mostrato gli orrori. La struttura alleva circa 30mila animali, tutti destinati alla produzione di carne.

“A essere allevati in gabbia ogni anno in Italia – fa sapere Essere Animali – sono oltre il 90% dei 12 milioni di conigli macellati in totale nel nostro Paese (dati BDN Anagrafe Zootecnica). Il Veneto è la regione dove si concentra la maggior parte dei conigli allevati (28,8%), seguito da Piemonte (21,8%) e Friuli-Venezia Giulia (16,2%). In Europa l’Italia è tra i primi tre paesi per produzione con Spagna e Francia, che insieme rappresentano oltre l’80% dell’attività di produzione di carne di coniglio nell’Ue”.

Nell’allevamento vivono in gabbia anche “le fattrici dei conigli, costantemente sottoposte a inseminazione artificiale. Dopo 15 giorni, le coniglie vengono spostate in gabbie dotate di un vassoio di plastica che funge da nido. Alla nascita, i coniglietti vengono suddivisi in base alla taglia, in modo tale che ogni coniglia allatti animali di dimensioni simili, ma non necessariamente i propri. Già 11 giorni dal parto, mentre stanno ancora allattando, le femmine vengono nuovamente fecondate per mantenere alta la produttività dell’allevamento. Dopo due cicli di fecondazione consecutivi che falliscono, una coniglia viene considerata improduttiva quindi scartata e mandata al macello“.

Il 12 marzo scorso Essere Animali ha depositato una proposta di legge d’iniziativa popolare per introdurre a livello nazionale il divieto dell’utilizzo di gabbie per tutte le specie allevate, per chiedere al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo come è già avvenuto in altri paesi membri dell’Ue.

“I consumi di carne di coniglio sono in calo – continua la nota di Essere Animali – anche per il cambiamento di prospettiva nei confronti di questo animale, sempre più considerato un vero e proprio pet. Pur posizionandosi al secondo posto in UE per consumo di carne di coniglio dopo la Francia, in Italia questo fenomeno riguarda prevalentemente over 60 (70%) e il numero di capi macellati è in declino. Secondo i dati ISMEA, negli ultimi dieci anni la produzione nazionale ha registrato una contrazione del 37%, passando da 33,8 mila tonnellate a 23,1 mila tonnellate. Aumenta invece il numero di conigli d’affezione presenti nelle case gli italiani, con i piccoli mammiferi che superano i 3 milioni (dati Assalco) e l’istituzione di un’Anagrafe ufficiale dedicata proprio ai conigli domestici promossa in collaborazione con il Ministero della Salute”.

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venerdì 6 dicembre 2024

Maltrattamento maiali: noi di Essere Animali abbiamo denunciato un allevamento di un fornitore di Lidl - di Simone Montuschi, presidente di Essere Animali

 

A inizio ottobre vi abbiamo parlato di un allevamento appartenente a un’azienda fornitrice della catena di supermercati Lidl, situato in Emilia-Romagna, in cui i polli venivano maltrattati durante tutto il loro ciclo di vita: dallo scarico in allevamento fino al carico sul camion diretto al macello.

Questa volta siamo in grado di raccontarvi il caso di un altro allevamento della stessa azienda, che fornisce al colosso dei discount anche prodotti a base di maiale: anche in questo caso le immagini mostrano maltrattamenti e crudeltà. I video che abbiamo ricevuto rivelano gravi violenze e irregolarità sia da parte degli operatori che dal medico veterinario, una persona, quest’ultima, che dovrebbe invece garantire proprio il benessere degli animali.

Nei filmati si vedono atteggiamenti aggressivi e punitivi: gli animali vengono inseguiti, sollevati di peso dalle orecchie, picchiati con bastoni, presi a calci o pungolati con scariche elettriche. Ci sono poi animali malati o ormai in fin di vita che non vengono curati ma abbandonati a morire di stenti. Alcuni hanno gravi lesioni su fianchi e testa, ernie e ascessi.

In un caso il medico veterinario incide l’ascesso di un maiale mentre questo è ancora nel recinto con gli altri, invece di isolarlo in una zona adibita ad infermeria e immobilizzarlo. L’operazione avviene con un coltello con una lama di fatto troppo lunga e che apparentemente non viene sterilizzata, e dopo il taglio la ferita non viene disinfettata, con il rischio che l’ascesso si riformi nei giorni seguenti e provochi ancora dolore al maiale.

Sono ancora più gravi però le immagini che mostrano lo stesso veterinario operare un maiale con un grave prolasso rettale. Il professionista immobilizza l’animale legandolo per il muso (una parte del corpo particolarmente sensibile), e poi applica un tubo di plastica all’interno del retto e lega una corda intorno al prolasso, il tutto senza somministrargli né anestesia né analgesia. La sofferenza del maiale è evidente e quando il veterinario stringe la corda attorno al prolasso le urla dell’animale si fanno ancora più intense. A causa della gravità dei fatti documentati, abbiamo deciso di denunciare sia l’allevamento che il medico veterinario per maltrattamento e abbandono di animali.

Queste sono immagini che non avremmo mai voluto vedere e che abbiamo deciso di diffondere per mostrare quanto le politiche di benessere animale di Lidl siano estremamente scadenti in maniera trasversale, non solo per i polli ma anche per le altre specie. Dopo oltre due anni di campagna e richieste di adesione agli standard dello European Chicken Commitment, sollecitiamo ancora una volta Lidl a impegnarsi a fare di più iniziando proprio dai polli, gli animali terrestri numericamente più allevati. Recentemente, oltre che in Francia, anche Lidl Germania ha sottoscritto una politica allineata all’ECC, il che dimostra la fattibilità delle nostre richieste.

È ora che anche in Italia Lidl prenda una posizione e un impegno per i polli. Firma la nostra petizione.

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sabato 10 dicembre 2022

Su Rai News 24 la nostra indagine in allevamenti di un fornitore di Lidl Italia - Simone Montuschi

 


La nostra indagine uscita a supporto della campagna internazionale #LidlChickenScandal è apparsa in un servizio di Spotlight, su Rai News 24, intitolato “La mattanza” sulle problematiche legate alla produzione di carne di pollo.

Ieri abbiamo diffuso in tutta Europa un’investigazione realizzata in due grandi allevamenti intensivi capaci di contenere 1 milione di polli da carne per ogni ciclo produttivo. Entrambi gli allevamenti situati nel nord Italia, appartengono a un fornitore della catena di supermercati Lidl. Le riprese, filmate negli scorsi mesi, mostrano violenze su pulcini e polli da parte di alcuni lavoratori, per questo abbiamo denunciato l’allevamento per i reati di maltrattamento e uccisione di animali.

Nella puntata del 23 novembre di Spotlight, un programma di inchiesta di Rai News 24, la giornalista Giulia Bosetti ha mostrato le terribili immagini che abbiamo documentato durante l’indagine. Il servizio ha dato spazio alla campagna europea #LidlChickenScandal e alle indagini che diverse associazioni europee, inclusa Essere Animali, hanno realizzato per mostrare che cosa si nasconde dietro la carne di pollo venduta nei supermercati della famosa catena leader nella grande distribuzione organizzata.

AIUTACI A FERMARE QUESTE SOFFERENZE

FIRMA LA PETIZIONE

Dopo aver mostrato le immagini girate in Germania e Spagna da Equalia, il servizio si sposta sugli allevamenti fornitori di Lidl Italia, arricchito dalla testimonianza del nostro responsabile del team investigazioni, Francesco Ceccarelli, e di un nostro investigatore che raccontano la loro esperienza sotto copertura negli allevamenti di polli. La giornalista si è poi concentrata su altre problematiche relative alla produzione di carne di pollo, come la diffusione di batteri e virus, incluso quello dell’aviaria.

Che cosa abbiamo documentato

Le nostre immagini — alcune delle quali riprese nel servizio — mostrano le problematiche cruciali del benessere dei polli negli allevamenti, tra cui l’utilizzo di razze selezionate geneticamente per raggiungere il peso di macellazione in sole sei settimane — nel 1950 ne impiegavano circa sedici. Un tasso di crescita che, se fosse applicato agli esseri umani, porterebbe un neonato a raggiungere un peso di 300 kg all’età di due mesi. Questo, evidentemente, causa agli animali un’elevata incidenza di problemi muscolari, scheletrici e cardiovascolari.

Pulcini morti, malati e bruciati

Animali costretti a vivere con polli morti o incapaci di muoversi a causa del corpo deformato. Polli con bruciature sul petto conseguenza del contatto prolungato con la lettiera, carica di ammoniaca rilasciata dalle deiezioni.

La densità di allevamento può arrivare anche a 20 animali per metro quadrato, una situazione che determina nei polli la riduzione dell’attività locomotoria e dell’espressione di diversi comportamenti tipici della specie, oltre a contribuire a un peggioramento generale delle condizioni ambientali come la qualità dell’aria che respirano gli animali. Un insieme di fattori che, insieme all’estrema selezione genetica, rende gli animali più vulnerabili a infezioni e malattie.

Pulcini scaraventati a terra

I pulcini di uno o due giorni di vita, provenienti dall’incubatoio, vengono gettati con forza da un’altezza considerevole, con il rischio di provocare loro lesioni se non addirittura la morte.

L’abbattimento d’emergenza di pulcini e polli malati viene eseguito con modalità cruente e illegali: gli animali sono colpiti con sbarre di ferro e spinti con forza contro gli abbeveratoi per provocarne lo schiacciamento e, quindi, la morte, che però non sempre avviene. Nelle immagini ottenute con una telecamera nascosta si osserva che i lavoratori, invece di ripetere la procedura per porre fine alle loro sofferenze, come previsto dalla legge, gettano gli animali in un secchio, condannandoli molto probabilmente a una lunga agonia.

Abbattimenti violenti e irregolari

I polli continuano a dimenarsi e a sbattere le ali, cosa che induce a pensare che l’abbattimento non sia stato effettuato in maniera appropriata e che gli animali siano ancora coscienti.

Cosa chiediamo a Lidl?

Di fronte a queste gravi problematiche, le principali organizzazioni europee per la protezione degli animali hanno lanciato la campagna #LidlChickenScandal per chiedere a Lidl di aderire allo European Chicken Commitment, impegno che propone alle aziende di adottare una serie di criteri minimi di benessere animale, formulati per ridurre la sofferenza dei polli attraverso l’adozione di politiche aziendali che affrontano le principali criticità di allevamento.

Le immagini mostrano che, a dispetto degli slogan pubblicitari, Lidl dovrebbe impegnarsi con urgenza a implementare standard più elevati per i polli allevati dai loro fornitori.

Brenda Ferretti – Campaigns Manager di Essere Animali

Oltre 300 aziende in tutta Europa hanno già aderito all’ECC, tra queste anche Lidl Francia, ma nel resto d’Europa Lidl, leader della grande distribuzione presente in 31 Paesi nel mondo con oltre 11.550 punti vendita, non ha ancora preso nessuna decisione in merito.

Agiamo ora

Ad oggi la nostra petizione ha raccolto oltre 18 mila firme, un successo, ma abbiamo bisogno di continuare a fare pressione per sollecitare Lidl a impegnarsi per i polli da carne. Grazie al nostro Action Center, il team di web attivisti e attiviste che agiscono in supporto alle campagne, abbiamo realizzato diverse azioni online dirette a Lidl, con le quali abbiamo informato le consumatrici e i consumatori sui problemi di sofferenza animale legati ai prodotti a base di pollo presenti nei punti vendita di Lidl.

https://www.essereanimali.org/2022/11/indagine-fornitore-lidl-rai-news/