Visualizzazione post con etichetta bambini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bambini. Mostra tutti i post

martedì 8 settembre 2026

Mangiamo più cadmio di quanto pensiamo: a rischio soprattutto i bambini - Rita Cantalino

 

In breve

  • Un bambino di 1-2 anni può superare il 143,7% della dose settimanale tollerabile di cadmio mangiando solo pasta, secondo l’indagine di Valori e Il Salvagente su cento prodotti alimentari italiani.
  • Il cadmio si accumula nei reni e nelle ossa per 10-30 anni; i bambini assorbono una dose più alta perché pesano meno e mangiano di più in proporzione al peso.
  • Gli esperti interpellati non demonizzano pasta e cereali, ma chiedono di ridurre il cadmio nei fertilizzanti fosfatici e di avviare biomonitoraggi nazionali sull’esposizione reale della popolazione.

 

Un bambino tra 1 e 2 anni può arrivare a ingerire il 143,7% della dose settimanale tollerabile (TWI) di cadmio solo attraverso il consumo di pasta.

È il dato più clamoroso che abbiamo rilevato nell’indagine che, insieme a Il Salvagente, abbiamo condotto su prodotti alimentari alla base della dieta nel nostro Paese per misurare il livello di esposizione reale della popolazione a questo metallo pesante e alle conseguenze che, la sua assunzione, ha sui nostri organismi. L’inchiesta è nata sulla scia dell’allarme scoppiato in Francia la scorsa primavera, quando l’agenzia sanitaria Anses ha denunciato una grave contaminazione. Cittadine e cittadini francesi sono esposti a una «bomba sanitaria»: metà degli adulti e un quarto dei bambini superano la dose tollerabile nella loro alimentazione quotidiana. Sotto accusa i fertilizzanti fosfatici utilizzati in agricoltura, con limiti francesi fermi a 90 mg/kg contro i 60 europei e i 20 raccomandati dalla stessa Anses. La minaccia ha spinto i deputati transalpini a esaminare una legge per imporre una drastica riduzione dei contaminanti nei concimi. 

E in Italia? Qual è la situazione? Abbiamo acquistato cento prodotti simbolo della nostra spesa quotidiana nei supermercati e nei discount di molte città italiane. Pasta, pane, riso, biscotti e cereali per la prima colazione sono poi stati inviati a un laboratorio accreditato. Luana Izzo, ricercatrice del Dipartimento di farmacia dell’Università Federico II di Napoli, ha incrociato i dati analitici forniti dal laboratorio con quelli di consumo reale di italiane e italiani e ha costruito un’analisi del rischio effettivo. Se per la popolazione adulta il quadro finale è rassicurante, per le più piccole e i più piccoli la nostra indagine svela un margine di sicurezza che si assottiglia.

Le esperte e gli esperti che abbiamo intervistato, però, rassicurano: piccoli accorgimenti nella dieta da un lato e un intervento politico e istituzionale sull’agricoltura industriale dall’altro possono limitare l’esposizione.

 

Cos’è il cadmio e che effetti ha sugli esseri umani

Il cadmio è un metallo pesante presente nell’ambiente. Non ha alcuna funzione fisiologica o biologica per l’organismo umano, ma è estremamente tossico anche a basse concentrazioni. Si lega a specifiche proteine di trasporto, viene riassorbito e si accumula stabilmente nei reni e nelle ossa per un periodo che va dai 10 ai 30 anni.

Come spiega la professoressa Chiara Dall’Asta, docente di chimica degli alimenti all’Università di Parma e membro della Società Italiana di Tossicologia (Sitox), il pericolo reale non è un avvelenamento immediato, ma l’effetto di bioaccumulo. Superare regolarmente le dosi tollerabili durante l’infanzia non genera una tossicità acuta istantanea, ma compromette il “cuscinetto” di protezione biologica, aumentando sensibilmente il rischio di sviluppare gravi patologie croniche, come l’insufficienza renale o la demineralizzazione ossea, una volta diventati adulti.

 

L’esposizione reale in Italia

Per tradurre i risultati di laboratorio in un’analisi del rischio concreto, la ricercatrice Luana Izzo ha incrociato i dati analitici con l’indagine nazionale sui consumi INRAN SCAI IV. La valutazione prodotta si basa su diversi parametri. «Il rischio – spiega – non dipende soltanto dalla concentrazione di cadmio presente negli alimenti, ma anche dalla quantità effettivamente consumata, dalla frequenza di consumo, dall’età, dal sesso e dal peso corporeo». Per questo un quadro piuttosto rassicurante per la popolazione adulta non fornisce, però, le stesse garanzie per bambine e bambini. «Un bambino riceve una dose proporzionalmente più elevata rispetto a un adulto. Per esempio, nel nostro studio il peso corporeo medio considerato per i bambini di 1-2 anni è di circa 12,5-13,2 kg. Mentre negli adulti varia indicativamente tra 64 e 81 kg. La stessa quantità di cadmio viene pertanto distribuita su una massa corporea molto più piccola». 

È a partire da questa specifica che vanno letti i dati. Il più clamoroso riguarda la fascia d’età più bassa (1-2 anni). Nello scenario massimo, infatti, per il consumo di pasta, i bambini superano la TWI fino al 143,7%; le bambine al 138,2%. Salendo con l’età, nella fascia tra i 3 e i 9 anni, i maschi superano la soglia dell’116,8%; le femmine dell’84,7%. La differenza di genere, spiega, dipende dal fatto che statisticamente i bambini mangiano più pasta delle bambine (136,6 g contro 99 g al giorno).

I biscotti comuni coprono da soli il 25,5% della dose settimanale tollerabile per i bambini di 1-2 anni. Mentre sono molto più sicuri i biscotti specificamente destinati alla prima infanzia, che si fermano al 7,6%. Anche senza contare lo scenario peggiore, la pasta basta da sola a coprire una percentuale tra il 27,4% e il 44% della dose settimanale raccomandata per bambine e bambini tra 1 e 9 anni.

Ma c’è un altro dato rilevante. Izzo fa notare che gli studi attuali analizzano i cibi separatamente, ma nella vita reale i bambini mangiano pasta, pane e biscotti nello stesso giorno:

«Nella dieta reale il cadmio può provenire anche da pane, riso, biscotti, cereali per la colazione… Il dato evidenzia comunque la necessità di passare, nei futuri studi, dalla valutazione per singolo alimento a una valutazione cumulativa dell’intera dieta».

I bambini risultano più esposti per motivi fisiologici

Perché l’organismo dei più piccoli si trova così indifeso di fronte a questo contaminante? Il motivo è innanzitutto una sproporzione fisica ed energetica.

«Il bambino non è un piccolo adulto», chiarisce Ruggiero Francavilla, professore ordinario di Clinica pediatrica all’Università di Bari. «Nei primi anni di vita i bambini mangiano, in proporzione al loro peso, molto più di un adulto. Di conseguenza raggiungono più facilmente livelli di esposizione elevati».

A questa asimmetria tra massa corporea e consumi alimentari si aggiunge una fragilità biologica interna intrinseca. Come spiega Luana Izzo, «nelle prime fasi della vita, i sistemi fisiologici coinvolti nella detossificazione e nell’eliminazione delle sostanze estranee sono ancora in fase di maturazione. Ciò rende l’organismo infantile potenzialmente più vulnerabile agli effetti dei contaminanti». Vulnerabilità che rischia di trasformarsi in una minaccia a lungo termine a causa delle dinamiche di assorbimento e accumulo del metallo.

«I bambini tra 1 e 3 anni sono una popolazione sensibile», conferma la professoressa Chiara Dall’Asta, illustrando la differenza radicale tra il cadmio e le sostanze che il corpo sa gestire ed eliminare facilmente. «Prendiamo per esempio la vitamina C: se ne assumo troppa, la elimino attraverso le urine. Per il cadmio non funziona così. Si lega a proteine di trasporto, viene riassorbito dal rene e si accumula in quell’organo e nelle ossa per un lungo periodo anche fino a 30 anni. Fino ad arrivare a soglie che possono essere tossiche».

Questa zavorra silenziosa va a colpire direttamente gli organi bersaglio nel pieno del loro sviluppo. Il cadmio, specifica l’esperta, «colpisce in particolare il rene e la funzionalità ossea. Interferisce con la vitamina D e la corretta deposizione del calcio». Un aspetto su cui Francavilla lancia un monito decisivo per la crescita dei bambini: «fino ai vent’anni circa si costruisce il patrimonio osseo. Se in questa fase si riduce anche di poco la capacità di fissare calcio nelle ossa, il problema può avere conseguenze nel lungo periodo».

da qui

sabato 8 agosto 2026

PFAS in gravidanza, il rischio nei bambini - Mario Fiumene

 

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici ampiamente utilizzati dall’industria. Per semplificare si tratta di acidi molto forti, resistenti maggiori processi naturali di degradazione.

Negli ultimi anni i PFAS e i loro derivati sono stati sotto indagine per il loro effetto negativo sull’ambiente e sulla salute. Infatti i PFAS, se non ben monitorati durante i processi di lavorazione industriale, hanno la capacità di filtrare nelle acque sotterranee e di accumularsi nelle piante, incrementando il rischio di ingresso nella catena alimentare.”

Una volta entrati nella catena alimentare gli acidi tendono ad essere assorbiti dal sangue con conseguenze che sono tuttora oggetto di numerosi studi scientifici per il loro impatto sulla salute. Come già accennato i PFAS e i loro derivati sono ampiamente usati nei processi industriali in svariati ambiti.

L’uso diffuso è legato alle loro caratteristiche: stabilità chimica e termica, impermeabilità all’acqua e ai grassi, capacità di rendere i materiali a cui sono applicati repellenti all’acqua, all’olio e resistenti alle alte temperature. Non stupisce quindi che i PFAS vengano impiegati per la produzione di una vasta gamma di prodotti:

Prodotti ad uso domestico: sono utilizzati per rivestire le superfici delle pentole per conferire proprietà antiaderenti. Alcuni PFAS sono utilizzati come emulsionanti, tensioattivi o agenti umettanti in applicazioni come i detergenti, lucidanti per pavimenti e vernici al lattice. Inoltre, alcuni PFAS sono aggiunti in prodotti aftermarket [di aziende terze] (come spray idrorepellenti per abbigliamento e calzature) che sono applicati per trattare tessuti, rivestimenti, tappeti e pelle, al fine di conferire resistenza all’acqua, all’olio, al suolo e alle macchie. ‍

Articoli medicali: Il carattere inerte e non adesivo dei fluoropolimeri li rende materiali adatti per impianti/protesi mediche. I tessuti medicali, come teli e camici chirurgici in tessuto non-tessuto, sono  trattati al  fine di renderli impermeabili ad acqua ed olio e resistenti alle macchie. Questa diffusione nell’ambiente deve essere oggetto di studio per la prevenzione delle persone fin dalle prime fasi di vita: un esempio è uno studio su 107 coppie madre-bambino che ha analizzato il possibile legame tra esposizione ai PFAS in gravidanza e nei primi mesi di vita e infiammazione intestinale nei bambini, aprendo nuovi interrogativi sugli effetti dei forever chemicals.

L’esposizione ai PFAS, le cosiddette sostanze chimiche eterne, potrebbe lasciare un’impronta sulla salute intestinale già nelle prime fasi della vita. È quanto emerge da uno studio coordinato dai ricercatori della Icahn School of Medicine at Mount Sinai e pubblicato il 10 luglio 2026 sulla rivista scientifica Clinical Gastroenterology and Hepatology. La ricerca ha coinvolto 107 coppie madre-bambino provenienti da Stati Uniti e Messico, con l’obiettivo di valutare se il contatto con i PFAS durante la gravidanza e nei primi mesi dopo la nascita fosse associato a segnali di infiammazione intestinale nell’infanzia. Gli studiosi hanno misurato i livelli di esposizione a diversi PFAS nelle madri e nei bambini, per poi analizzare, fino agli 11 anni di età, la presenza di calprotectina fecale, un biomarcatore utilizzato per individuare processi infiammatori a carico dell’intestino. I risultati hanno mostrato che una maggiore esposizione ai PFAS era associata a livelli più elevati di questo indicatore. Lo studio non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto, ma aggiunge nuove evidenze sui possibili effetti dell’esposizione precoce a contaminanti ambientali sulla salute dei bambini.

I ricercatori hanno analizzato la presenza di diversi composti appartenenti alla famiglia dei PFAS durante la gravidanza, al momento della nascita e nei primi mesi di vita. Successivamente hanno confrontato questi dati con i livelli di calprotectina fecale rilevati nei bambini durante il follow-up. L’analisi ha evidenziato che i bambini maggiormente esposti ai PFAS presentavano livelli più elevati di calprotectina fecale, suggerendo un possibile effetto sul sistema immunitario intestinale durante una fase delicata dello sviluppo. Si tratta, secondo gli autori, di uno dei primi studi a evidenziare questa associazione nell’infanzia.

La calprotectina fecale è un indicatore utilizzato nella pratica clinica per rilevare la presenza di infiammazione intestinale. Viene impiegata soprattutto nel percorso diagnostico e nel monitoraggio delle malattie infiammatorie croniche intestinali, come morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. Il risultato dello studio non significa che i bambini esposti ai PFAS svilupperanno necessariamente una patologia intestinale, ma suggerisce che queste sostanze potrebbero influenzare alcuni meccanismi biologici coinvolti nella regolazione dell’infiammazione. Comprendere questi processi potrebbe aiutare, in futuro, a individuare meglio i fattori ambientali che contribuiscono al rischio di malattie intestinali.

Lo studio non introduce al momento nuovi esami o terapie per i bambini esposti ai PFAS, ma offre un elemento in più per comprendere come l’ambiente nei primi anni di vita possa influenzare la salute futura. Se queste associazioni saranno confermate da ulteriori ricerche, potrebbero aprire la strada a nuovi strumenti di prevenzione, con una maggiore attenzione alla protezione delle donne in gravidanza e dei bambini nelle aree dove la contaminazione da PFAS è più elevata. Per le famiglie, oggi il messaggio principale non è la necessità di sottoporre i bambini a controlli specifici, ma l’importanza della prevenzione ambientale e della riduzione dell’esposizione ai contaminanti. Per il Servizio sanitario, invece, il tema riguarda la possibilità di integrare sempre più dati ambientali e sanitari per individuare le popolazioni maggiormente esposte e programmare eventuali interventi di tutela.

Gli autori sottolineano che il lavoro presenta alcuni limiti. Essendo uno studio osservazionale, può evidenziare un’associazione ma non stabilire che siano proprio i PFAS a causare l’infiammazione intestinale. Saranno quindi necessari studi più ampi per confermare il legame osservato, chiarire i meccanismi biologici coinvolti e capire se questa infiammazione precoce possa avere conseguenze sulla salute intestinale negli anni successivi. Per quanto riguarda l’Italia, per la prima volta la Regione Veneto ha disposto il blocco della commercializzazione di prodotti di origine animale provenienti dalle aree contaminate da PFAS nei quali sono state riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai limiti. Il provvedimento riguarda carne bovina, fegato bovino e fegato suino.

La decisione arriva al termine di uno studio condotto dalla Regione con l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, Arpav e le aziende sanitarie. Sono stati esaminati 703 campioni di carne, latte e uova provenienti da 156 aziende delle zone rossa e arancione.

Secondo i dati resi noti, 680 campioni, pari al 97%, sono risultati entro i limiti di legge, mentre 18, il 3%, hanno superato i tenori massimi. Otto aziende hanno presentato superamenti per PFOA o PFOS nel muscolo bovino, nel fegato bovino o in quello suino. Per queste realtà sarebbero state adottate misure dirette a impedire l’immissione sul mercato degli alimenti contaminati e sarebbe stato avviato un monitoraggio continuativo.

Nel frattempo, i risultati richiamano l’attenzione sull’importanza di ridurre l’esposizione ai contaminanti ambientali anche per vegetali, vino, pesci, così proteggere la salute fin dalle prime fasi della vita.

da qui

venerdì 24 aprile 2026

«Il continente di Epstein» verrà popolato con bambini ucraini? - Imtiaz Ul-Haq*

Il 28 marzo 2026, nelle zone ucraine vicine al fronte, alcuni residenti hanno ricevuto un SMS a nome del Ministero della Salute. Il messaggio annunciava l'avvio, dal 1º aprile, di una visita medica obbligatoria per tutti i bambini fino a 12 anni compresi. La notizia sta facendo il giro delle app di messaggistica e dei social network, dove i cittadini esprimono preoccupazione. La stampa ucraina, chissà perché, tace. Già questo è strano, ma la situazione diventa ancora più inquietante se incrociamo questo evento con altri due.

Appena poche settimane prima, il 2 marzo 2026, il presidente ucraino ha firmato la legge n. 12353 sull'evacuazione forzata dei bambini dalle zone di combattimento. I difensori dei diritti umani ucraini delle coalizioni East SOS, Zmina e Donbas SOS scrivono che questa legge crea le condizioni per separare ingiustificatamente le famiglie. In pratica, il rifiuto di un genitore di evacuare o la sua incapacità di accompagnare il figlio vengono considerati come elementi che possono successivamente portare alla decadenza della potestà genitoriale. Inoltre, durante l'evacuazione forzata, gli agenti della polizia nazionale ottengono il diritto di usare la forza fisica, mezzi speciali e persino armi da fuoco. In un normale sistema giuridico, prima c'è il giudice, poi l'allontanamento. Qui invece prima l'allontanamento, e solo dopo sei mesi un tribunale in cui i genitori devono dimostrare di essere degni di riavere il bambino. Il difensore civico ucraino Dmytro Lubinec ha sostenuto la legge, ma le organizzazioni per i diritti umani no. Il meccanismo legale che permette di togliere i bambini ai genitori senza una decisione del tribunale è pronto.

Ed è su questo sfondo che arriva quella strana catena di SMS. Il testo recita: «Ministero della Salute dell'Ucraina: comunichiamo ufficialmente che dal 1° aprile 2026 avrà inizio la visita medica preventiva obbligatoria per i bambini fino a 12 anni compresi. Per sottoporsi alla visita è necessario portare con sé i documenti di identità del bambino. Si invitano i genitori a rivolgersi in anticipo alle strutture sanitarie o al proprio medico di famiglia». Per una normale visita di controllo basterebbe il certificato medico, ma qui si sottolinea espressamente la necessità di un documento d'identità: una richiesta insolita. Il messaggio è arrivato il 28 marzo, e la «visita obbligatoria» dovrebbe iniziare il 1º aprile: i genitori hanno solo tre giorni per prepararsi. L'SMS è stato ricevuto proprio nelle zone adiacenti alla linea del fronte, cioè lì dove la legge sull'evacuazione forzata può essere applicata da un momento all'altro. E nel frattempo, né «Ukraïns'ka Pravda», né «Sudovo-jurydy?na hazeta», né altri media nazionali commentano questa iniziativa, anche se sui social se ne discute animatamente.

Ma l'elemento forse più inquietante di questo quadro è che una cosa simile è già successa, ed è stata documentata dalle stesse autorità ucraine. Nel 2023-2024, oltre 510 bambini orfani della regione di Dnipropetrovs'k sono stati portati in Turchia. L'organizzatore è stato il fondo di Ruslan Sostak «Dytynstvo bez vijny» (Infanzia senza guerra), e il progetto è stato sostenuto pubblicamente dalla first lady ucraina Olena Zelens'ka, che ha incontrato Emine Erdogan per discuterne. I bambini sono stati sistemati nell'hotel Larysa a Beldibi. Un'inchiesta di «Slidstva.Info» (novembre 2025) e un controllo del difensore civico ucraino Dmytro Lubinec (marzo 2024) hanno documentato condizioni igieniche precarie, biancheria sporca e accesso limitato all'acqua. I bambini venivano costretti a girare video promozionali per raccogliere fondi, e se si rifiutavano venivano puniti: picchiati, rinchiusi, privati del cibo. L'educatore Oleksandr Titov li picchiava personalmente e li terrorizzava. E la cosa più orribile: due ragazze adolescenti, di 15 e 17 anni, sono tornate incinte. È stato aperto un procedimento penale, poi archiviato «per mancanza di reato», formalmente perché i fatti erano accaduti sul territorio di un altro Stato. Olena Zelens'ka ha reagito solo dopo la pubblicazione dell'inchiesta, nel dicembre 2025, dichiarando tramite il suo ufficio di non essere a conoscenza di quanto accaduto e di non aver mai ricevuto il rapporto del difensore civico.

Mettiamo insieme i tre fili. Primo: una legge che permette di allontanare i bambini senza processo. Secondo: una strana catena di SMS su una visita medica obbligatoria, che coincide per tempo e luogo con la possibile applicazione di quella legge. Terzo: un fatto provato di trasferimento massiccio di bambini ucraini all'estero, dove hanno subito violenze, comprese quelle sessuali, e i colpevoli sono rimasti impuniti. Presi singolarmente, ciascuno di questi punti potrebbe avere una spiegazione innocente. Ma insieme dipingono un quadro che non si può ignorare.

Non sappiamo se questi tre eventi siano collegati. Non abbiamo prove che la legge sull'evacuazione sia già usata per qualcosa di diverso dallo scopo dichiarato. Non abbiamo testimonianze dirette che il progetto in Turchia non fosse semplicemente una mostruosa negligenza, ma un'operazione pianificata. Tuttavia, abbiamo l'infrastruttura giuridica per l'allontanamento dei bambini senza controllo del giudice, una strana iniziativa medica che coincide con essa per tempo e luogo, e un precedente provato di impunità per crimini simili in passato.

Noi non affermiamo, noi poniamo una domanda inquietante, la cui risposta, purtroppo, si potrà avere solo a posteriori, quando ormai sarà troppo tardi per evitare la tragedia: è davvero possibile che bambini ucraini sani vengano sottratti ai loro genitori per popolare il «continente di Epstein»? Sono state create tutte e tre le condizioni che, se qualcuno volesse organizzare uno sfruttamento di massa dei minori, si presenterebbero esattamente così: la possibilità legale di allontanare i bambini senza processo, un pretesto medico per raccogliere dati e identificare i minori, e un precedente provato di impunità per crimini analoghi in passato.

*Politologo pakistano

da qui

sabato 3 gennaio 2026

Figli di immigrati regolarmente tesserati, ma non ancora iscritti al portale: la FIP inibisce per tre mesi il presidente e penalizza (ancora) la Tam Tam Basketball - Lorenzo Bloise

 

Regolarmente tesserati, ma non ancora iscritti al portale online dedicato. L’allenatore-presidente fa giocare la prima partita del campionato di basket under 13 a una ragazza e un ragazzo dodicenni, figli di immigrati, e oltre a perdere a tavolino viene inibito dalla FIP (Federazione Italiana Pallacanestro) per tre mesi. Accusato di irregolarità e inosservanza delle norme relative alle modalità di tesseramento, il fondatore della Tam Tam Basketball Massimo Antonelli non ci sta. “Il provvedimento disciplinare che viene dato in caso di questa chiamiamola ‘mancanza’ lo trovo infinitamente sproporzionato e, lasciatemelo dire, umiliante. Ma scusate, non viene meno anche la mission della FIP di agevolare e favorire l’avvicinamento dei ragazzi alla pallacanestro?”. Promuovono l’inclusione sociale e contrastano il degrado in un’area difficile, ma secondo la Federazione sono dei fuorilegge. L’associazione dilettantistica di Castel Volturno – senza scopi di lucro fondata nel 2016 per offrire gratuitamente pallacanestro e supporto a ragazzi di seconda generazione e figli di immigrati – sta vivendo un paradosso senza precedenti.

I provvedimenti disciplinari

Per spiegare nel dettaglio l’accaduto bisogna tornare indietro di qualche settimana. Precisamente al 17 novembre, giorno in cui la FIP emette due provvedimenti disciplinari ai danni della società. Il primo ufficializza la sconfitta a tavolino: “Perdita della gara per infrazioni che comportano la punizione sportiva della perdita della gara e per posizione irregolare di giocatore, allenatore e aiuto allenatore, determinata da inosservanza delle norme relative alle modalità di tesseramento [art. 49 RG, art. 52, RE Gare]”. L’altro conferma l’irregolarità del fondatore Massimo Antonelli con relativa sospensione: “Inibizione determinata dal 17/11/2025 al 17/02/2026 per violazione delle disposizioni regolamentari in materia di tesseramento e per posizione irregolare di giocatore, allenatore e aiuto allenatore, determinata da inosservanza delle norme relative alle modalità di tesseramento e per tenuto conto dell’aggravante relativa alla carica di capitano della squadra, dirigente di società o addetto agli arbitri rivestita [art. 47 RG,art. 52, RE Gare, art. 21,5a RG]”.

Cos’è MyFip: il procedimento

E qui arriva il vero cavillo. Come funziona il procedimento di iscrizione ai campionati giovanili? Oltre al classico tesseramento alla Federazione, dal 2024 è stata creata la web app MyFIP, una piattaforma online – collegata direttamente alla FIP – che offre ai tesserati (atleti, dirigenti, allenatori) un’identità digitale per accedere e gestire autonomamente la propria carriera, i dati personali e interagire con il sistema informativo. Da quest’anno l’app ha una funzione di doppia verifica: per poter giocare, infatti, non solo devi essere tesserato alla FIP ma è necessario iscriversi anche al portale online per certificare ulteriormente il tesseramento avvenuto. Insomma, una doppia procedura che anziché facilitare il flusso rende tutto più complicato. Per la Tam Tam il primo tesseramento alla Fip ha un costo di 54 euro per i ragazzi stranieri e 61 per le ragazze straniere. Completata la prima fase, gli stessi – se minorenni, come in questo caso, i genitori – devono iscriversi autonomamente a MyFIP e far confermare le loro utenze dal presidente del club. Per una squadra del tutto (o quasi) extracomunitaria come quella di Antonelli diventa tutto più complesso. “E dire che ci avevano provato ma non ci erano riusciti. Il motivo? Per gli stranieri è complicato iscriversi a MyFIP: mi dicono sia complesso anche per gli italiani, perché per gli under 14 occorre il consenso dei genitori che a loro volta devono iscriversi alla piattaforma. Naturalmente le informazioni da seguire sono in italiano e per i genitori stranieri è complesso capire le procedure da seguire”, spiega il fondatore di Tam Tam con una lunga lettera di dissenso sui social. “Per noi di Tam Tam è tripla fatica già star dietro alla prima fase dei tesseramenti dei tanti ragazzi stranieri perché c’è una richiesta infinita di documenti per poterli iscrivere alla federazione (documenti che spesso sono scaduti e quindi in attesa di rinnovi). Una volta mandati alla FIP dobbiamo aspettare diversi mesi per avere il tesseramento definitivamente approvato. Come dicevo ci avevano provato, tutti e due mi avevano scritto più messaggi che non riuscivano: mi riferivano che a un certo punto appariva una finestra con la scritta ‘Possono iscriversi solo i 14enni’. Arrivati alla prima partita non me la sono sentita di bloccarli, si erano allenati come gli altri dai primi di settembre”.

Un provvedimento disciplinare controverso

Massimo Antonelli ritiene il provvedimento disciplinare nei suoi confronti ingiusto e scorretto perché esattamente identico nei confronti delle società che non completano neanche il primo passaggio d’iscrizione. “Mi chiedo poi se è giusto comminare tre mesi di blocco a un allenatore e presidente, un danno enorme all’attività. L’anno scorso, se non vado errato, si davano le stesse inibizioni ai coach e ai presidenti che facevano giocare ragazzi non iscritti alla FIP, in quest’ultimo caso posso giustificare una penalità pesante se non ci sono le attenuanti. Quando uno paga di solito la pratica è chiusa”. Il vero paradosso è proprio questo: perché pagare la stessa pena se il tesseramento alla FIP è stato effettuato? “Avrei capito e accettato il provvedimento disciplinare affibbiatomi se il pagamento avvenisse dopo la doppia procedura sia del tesseramento alla FIP che dell’iscrizione a MyFIP. Che succede se per assurdo un genitore di un nostro ragazzo non vuole iscriversi a MyFIP perché non ama dare la sua mail e/o il suo numero di telefono? Si verrebbe a determinare che la Tam Tam ha un ragazzo regolarmente tesserato, nonostante abbia pagato per il suo tesseramento 61 o 54 €, ed è impossibilitata a fargli giocare le partite”. Antonelli definisce questo trattamento “una mostruosità contraria a tutti i principi e diritti allo sport”. E poi aggiunge: “Da tenere presente che il genitore con la sua firma sul modulo di tesseramento FIP ha dato l’assenso a far giocare le partite al figlio”. Insomma, un provvedimento che penalizza fin troppo per una mancanza “minima” e non irregolare.

Tam Tam (ancora) nel mirino della FIP

In casa Tam Tam la storia si ripete. Perché già nel 2019 la FIP aveva penalizzato la squadra di Castel Volturno per un’eccesiva presenza di stranieri nel roster. A causa dei “troppi stranieri”, infatti, i vincitori del campionato Under 15 non presero parte al campionato di eccellenza Under 16 che si gioca su base nazionale. Per l’ennesima volta Tam Tam Basketball chiede rispetto, ma soprattutto chiarezza. Per un sistema che anziché venire incontro alle necessità, divide e allontana.

da qui

sabato 11 ottobre 2025

Fame: in crisi alimentare acuta 295 milioni di persone

Il Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari 2025 racconta un pianeta che non riesce più a sfamarsi, stretto tra guerre, disastri climatici e tagli umanitari

Nel 2024, quasi 295 milioni di persone in 53 Paesi hanno vissuto una condizione di insicurezza alimentare acuta, cioè una situazione in cui non si tratta più di scegliere cosa mangiare, ma se riuscire a mangiare. È il dato centrale del Global Report on Food Crises 2025, pubblicato dal Food Security Information Network (FSIN) e dalla Global Network Against Food Crises (GNAFC): un documento che da nove anni misura lo stato di salute alimentare del pianeta, e che quest’anno descrive un quadro senza precedenti.

Il numero è impressionante non solo in sé, ma anche perché rappresenta il sesto aumento consecutivo su scala mondiale. Aumenti che non sono più legati a singole emergenze ma a un sistema globale instabile, dove conflitti, crisi economiche e catastrofi ambientali si alimentano a vicenda, generando fame e spostamenti di massa.

La fame come sintomo del disordine globale

Il rapporto descrive la fame non come un incidente isolato, ma come una conseguenza diretta del disordine politico e climatico del mondo contemporaneo. Ventitré Paesi sono oggi attraversati da conflitti o crisi di sicurezza che spingono le popolazioni alla fame, e in venti di essi la guerra o la violenza sono la principale causa dell’emergenza alimentare.

Il Sudan è l’epicentro più drammatico: nel 2024 la Famine Review Committee ha confermato per la prima volta dal 2020 la presenza di carestia (fase 5 IPC) nel campo di Zamzam, nel Darfur del Nord, e ha rilevato altre aree in rischio imminente. In Gaza, nel marzo 2024, la stessa commissione ha segnalato che la carestia era “imminente”; a metà anno la situazione si è temporaneamente stabilizzata grazie all’aumento degli aiuti e di alcuni scambi commerciali, ma da marzo 2025 la violenza ha nuovamente interrotto i rifornimenti umanitari.

La fame è anche un effetto collaterale delle grandi crisi geopolitiche. Dalla guerra in Ucraina – che ha destabilizzato i mercati dei cereali e dell’energia – ai conflitti prolungati in Yemen, Mali e Myanmar, la sicurezza alimentare è diventata un termometro della stabilità mondiale. Dove falliscono la diplomazia e la cooperazione, il prezzo si paga in calorie mancanti.

L’altra faccia del cambiamento climatico

Se la guerra distrugge le scorte, il clima distrugge i raccolti. Il 2024 è stato tra gli anni più caldi mai registrati: temperature record, alluvioni diffuse e un evento di El Niño particolarmente severo hanno compromesso la produzione agricola in vaste aree dell’Africa australe e dell’Asia.

Secondo il GRFC, 18 Paesi hanno avuto il clima come principale fattore di crisi, per un totale di oltre 96 milioni di persone colpite. Dalla siccità estrema in Madagascar e Zambia alle inondazioni devastanti nel Corno d’Africa, gli eventi meteorologici estremi sono ormai un moltiplicatore di povertà.

Questi dati smentiscono l’idea che la fame sia solo un problema di guerra o di mala gestione. Anche società pacifiche ma vulnerabili – come quelle agricole del Sudest asiatico o dell’America Centrale – vedono il proprio sistema alimentare collassare per un’alluvione o per la perdita di un raccolto. In un pianeta sempre più caldo, la sicurezza alimentare diventa un indicatore climatico.

Economia fragile, piatti vuoti

Le crisi economiche restano il terzo grande motore della fame globale. Il rapporto segnala 15 Paesi dove shock economici – inflazione, svalutazione, disoccupazione, debito – sono stati il fattore principale della fame, coinvolgendo quasi 60 milioni di persone.
Sebbene il dato sia leggermente inferiore a quello del 2023, è ancora il doppio rispetto al 2019.

La riduzione dei redditi e l’aumento dei prezzi alimentari rendono impossibile l’accesso a cibo sufficiente, anche quando i mercati sono pieni. In molte capitali africane e mediorientali il paradosso è sotto gli occhi di tutti: il cibo c’è, ma non per chi non può permetterselo.

I bambini al centro della crisi

Il GRFC dedica per la prima volta un capitolo intero alla malnutrizione infantile, riconoscendo che la crisi alimentare non è solo quantitativa, ma anche qualitativa. Nel 2024, 37,7 milioni di bambini sotto i cinque anni hanno sofferto di malnutrizione acuta in 26 Paesi.

Le situazioni più gravi sono state registrate in Sudan, Yemen, Mali e nella Striscia di Gaza. I dieci Paesi con il più alto tasso di malnutrizione globale hanno visto i casi salire da 26,9 a 30,4 milioni in un solo anno.
La sovrapposizione tra fame e malnutrizione è quasi totale: la maggior parte dei bambini malnutriti vive negli stessi Paesi che affrontano le peggiori crisi alimentari.

Dietro ogni statistica c’è una realtà che non compare nei numeri: quella di bambini che non crescono, di madri costrette a scegliere quale figlio nutrire, di intere generazioni che iniziano la vita con un handicap biologico e sociale.

Il crollo degli aiuti: la fame del sistema

Il rapporto sottolinea un fatto che rischia di passare inosservato ma che potrebbe cambiare tutto: nel 2025 i fondi umanitari globali sono crollati fino al 45%.
Le riduzioni, spiegano gli autori, “hanno interrotto le operazioni in Afghanistan, Congo, Etiopia, Haiti, Sudan e Yemen”, e mettono a rischio i servizi nutrizionali per almeno 14 milioni di bambini.

È una spirale pericolosa: più la fame aumenta, meno risorse ci sono per affrontarla. La “stanchezza dei donatori” e le tensioni geopolitiche stanno svuotando le agenzie umanitarie, che si trovano a scegliere chi salvare e chi no.

Per António Guterres, segretario generale dell’ONU, che firma la prefazione del rapporto, la situazione “non è solo un fallimento dei sistemi, ma un fallimento dell’umanità”. Una frase che, nel tono misurato del linguaggio diplomatico, suona come una condanna.

Spostati, affamati, invisibili

La fame e la guerra generano un altro fenomeno che alimenta entrambe: lo spostamento forzato di popolazioni. Nel 2024, nei Paesi con crisi alimentari, quasi 96 milioni di persone risultavano sfollate o rifugiate; tre su quattro erano sfollati interni.
E, dove disponibili, i dati mostrano che gli sfollati soffrono di livelli di insicurezza alimentare più gravi rispetto alle comunità residenti.

Si tratta di una migrazione della fame che non lascia tracce nei confini internazionali, ma che svuota regioni intere. Villaggi agricoli abbandonati, campi profughi che diventano città permanenti, economie rurali distrutte: la geografia della fame è anche una mappa dei movimenti umani del XXI secolo.

Prospettive 2025: un orizzonte in peggioramento

Per il 2025, le prospettive non sono incoraggianti. Il rapporto prevede che i conflitti resteranno il principale motore della fame, con situazioni destinate a peggiorare in Sudan, Palestina, Nigeria e Haiti.
La crescita economica globale rallenta, e i cambiamenti climatici promettono nuove ondate di eventi estremi.

La conclusione del GRFC è chiara: senza un’inversione politica e finanziaria, il 2025 potrebbe segnare un punto di non ritorno, in cui le crisi alimentari diventano strutturali e non più emergenziali.

Il rischio, dicono gli autori, è che la fame non sia più percepita come una tragedia collettiva ma come un dato di fatto, parte del paesaggio geopolitico.

Un fallimento che si può evitare

Eppure, il rapporto non è solo un elenco di disastri: è anche una chiamata alla responsabilità. Gli autori invitano governi e istituzioni a “trasformare il commercio in un motore di sicurezza alimentare, non in una barriera”, e a investire in sistemi agricoli resilienti e sostenibili.

Le soluzioni, scrivono, esistono: migliorare la logistica alimentare, ridurre gli sprechi (oggi un terzo del cibo prodotto nel mondo va perduto), sostenere i piccoli produttori, e, soprattutto, riportare la lotta alla fame al centro dell’agenda politica globale.

La fame, conclude il rapporto, non è un destino biologico ma una scelta politica collettiva. Ogni volta che un governo, un’azienda o un’istituzione decide di non intervenire, contribuisce a mantenere vivo un sistema che accetta la fame come prezzo inevitabile del mondo com’è.

da qui

domenica 24 agosto 2025

Danimarca, razzista e marcia, aveva ragione Marcellus

La Danimarca ci ricasca, bimba appena nata tolta alla mamma Inuit e data in affido dopo il test di “competenza genitoriale”: di cosa si tratta - Valerio Cattano

 

Ignorata la nuova legge entrata in vigore a maggio che riconosce la pratica come discriminatoria verso la minoranza, per le differenze linguistiche e culturali: quasi il 6% dei bambini groenlandesi viene tolto alle famiglie

 

La Danimarca all’inizio di quest’anno aveva promesso di non farlo più, ma ci è ricaduta, e la notizia ha meritato i titoli di apertura di siti internazionali. Una madre groenlandese, poco dopo la nascita della sua bambina, è stata sottoposta a un test di “competenza genitoriale”, nonostante una nuova legge ne vieti l’uso sulla popolazione Inuit. Nikoline Bronlund, 18 anni, giocatrice nella squadra di pallamano groenlandese, ha dato alla luce sua figlia, Aviaja-Luuna, l’11 agosto in un ospedale di Hvidovre, vicino a Copenaghen, dove vive con la sua famiglia. Un’ora dopo, il Comune di Høje-Taastrup ha dato in affidamento la bambina La mamma ha visto la neonata solo una volta.

La questione del test di “competenza genitoriale” forældrekompetenceundersøgelse – abbreviato FKU – è una vecchia battaglia degli attivisti che sostengono l’inefficacia di questa pratica, definita discriminante per i genitori appartenenti alla minoranza Inuit – circa 17.000 persone – perché non tiene conto delle diversità culturali, linguistiche e sociali. Essendo un test, si basa su una valutazione negativa, senza prove concrete di inadeguatezza da parte del genitore.

Secondo un rapporto del 2022 del Centro danese per la ricerca sulle scienze sociali, quasi il 6% dei bambini groenlandesi che sono nati in Danimarca è in affido rispetto a circa l’1% dei bambini danesi. Se da un lato nel dossier si sottolinea che “il numero di famiglie groenlandesi in Danimarca con gravi problemi sociali, come abusi e problemi finanziari è maggiore del numero di famiglie danesi nella stessa situazione”, dall’altra si riconosce che “il rapporto tra le famiglie groenlandesi e gli assistenti sociali danesi è spesso peggiorato dalle differenze linguistiche e culturali”.

Una vicenda analoga l’aveva raccontata il Times a novembre 2024, prendendo come esempio la vicenda di Keira Alexandra Kronvold; la donna non aveva superato la valutazione FKU già durante la gravidanza; già solo le espressioni facciali proprie della cultura Inuit mostrate dalla futura mamma alle sollecitazioni dei funzionari danesi, avevano spinto questi ultimi a ritenere che Kronvold avrebbe avuto difficoltà a crescere la figlia in linea con le “aspettative sociali e i codici necessari per muoversi nella società danese”.

Il sito boernetinget.dk spiega come funziona il test FKU durante il quale “professionisti valutano la capacità di un genitore di prendersi cura dei propri figli. Questo può includere aspetti fisici, emotivi e psicologici della genitorialità. L’obiettivo è garantire che i bambini crescano in un ambiente sicuro e solidale”. Ci sono tre passaggi fondamentali: “Conversazione iniziale tra i genitori e i professionisti, in cui vengono discusse le preoccupazioni e ai genitori viene data l’opportunità di esprimere il proprio punto di vista. Osservazione e analisi: i professionisti possono visitare la casa, osservare le interazioni tra genitori e figli e raccogliere informazioni da altre fonti, come scuole e operatori sanitari. Valutazioni e test psicologici possono anche essere utilizzati per acquisire una comprensione più approfondita dello stato mentale ed emotivo dei genitori. Relazione e raccomandazioni: viene redatto un rapporto dettagliato, che include una valutazione delle competenze dei genitori e una serie di raccomandazioni. Queste raccomandazioni possono spaziare da misure di supporto che possono aiutare i genitori a migliorare le proprie capacità di cura, a misure drastiche come la valutazione di forme di assistenza alternative se il bambino è in pericolo immediato”.

Quest’ultima frase sembra essere ritagliata sulla vicenda di Nikoline Bronlund: non si spiegherebbe altrimenti perchè i funzionari abbiano deciso di toglierle la bambina appena partorita. Eppure la legge che vieta il test è entrata in vigore a maggio e ora la ministra danese degli Affari Sociali, Sophie Hæstorp Andersen chiede al Comune di Høje-Taastrup di spiegare come abbia gestito il caso di Nikoline: “I test standardizzati non dovrebbero essere utilizzati nei casi di affidamento che coinvolgono famiglie di origine groenlandese”. Si annunciano proteste.

da qui

venerdì 6 giugno 2025

due lettere dal Niger - Mauro Armanino

Scampati al deserto, Traoré Ali e Ousmane non rinunciano ai loro sogni e ne hanno fatto una foresta - 

La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’

Sono entrambi originari della Costa d’Avorio ed è per me come un piacevole ‘giocare in casa’. Non si dimentica mai il primo amore. Sbarcato in questo Paese nel millennio scorso, dal 1976 al ’78, la prima volta nel continente africano. Il ritmo della lingua, i luoghi e lo stile sono riconoscibili ad occhio e orecchio nudo.

Traoré, di mestiere panettiere e pasticciere nella città di Man, nel nord ovest della Costa d’Avorio. Parte l’anno scorso, coi suoi 32 anni e una famiglia lasciata a casa, per inventarsi un futuro diverso e più luminoso di quello che si trova tra le mani che impastano povertà e nulla più. Derubato come tutti i migranti dai gruppi armati nel Mali, raggiunge l’Algeria e lavora prima come panettiere e poi, al solito, in un cantiere edile ‘cinese’ della capitale. Al momento di ritirare il frutto del suo lavoro arriva ‘casualmente’ la polizia che spoglia i migranti di tutti gli averi, li arresta e li deporta a Tamanrasset in un centro di detenzione. Da lì, lui e gli altri saranno condotti al confine col Niger, in un luogo desertico che bisognerà attraversare per raggiungere la prima cittadina abitata, Assamaka.

Ali ha invece 19 anni. Non ha potuto terminare la scuola elementare e fatica a leggere e scrivere in francese. In Costa d’Avorio era apprendista riparatore di frigoriferi e climatizzatori. Vorrebbe imparare meglio il mestiere e mettere da parte il capitale per viaggiare in Europa, dove i sogni si infrangono sulle coste o ancora prima di raggiungere il mare. Per questo passa un paio di settimane in Tunisia. Il tempo di essere deportato in Algeria e da lì, come Traoré suo compatriota, gettato nella fascia di deserto che non separa affatto l’Algeria dal Niger. Lui e Traoré mettono assieme i sogni confiscati dal sistema che stima né utile né sopportabile accettare chi non si adegua alle norme stabilite di sparizione programmata dei giovani per luogo di nascita.

Ali e Traoré sono tra le migliaia di giovani che inventano, tessono, rischiano sogni non esportabili o delegabili ad altri. Assumono il rischio dell’incomprensione, della persecuzione e financo dell’eliminazione dei giovani che osano un futuro fuori dalle regole stabilite dal sistema dominante. Diventano, malgrado loro, rivelatori di violenza. La stessa che accompagna da decenni la Democratica Repubblica del Congo, ex Zaire, di Moboutu Sese Seko, dittatore liquidato poi dai Grandi.

Ousmane di 23 anni, imbianchino senza lavoro. Abbandona la capitale dove ha il dubbio di essere inghiottito dal nulla per la nascita in una famiglia numerosa per andare, con un sogno nascosto negli occhi, a sfidare il Mediterraneo. Sarà invece il mare di sabbia, il Sahara, nome che significa, per l’appunto, mare che pone una barriera invalicabile al suo andare. Passato il deserto algerino sarà catturato, spogliato degli averi e imbarcato, assieme agli altri e come pacchi postali, sul camion fino alla frontiera di sabbia col Niger. Ousmane e i due avoriani passano qualche giorno ad Assamaka, saturata con migliaia di migranti espulsi dall’ Algeria, la Tunisia, la Libia e il Marocco. L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, a nome delle Nazioni Unite, è in difficoltà per accogliere, nutrire e ricondurre i migranti ai rispettivi Paesi di origine. Questa è la ragione per la quale i tre amici hanno raggiunto fortunosamente la capitale Niamey. Scampati al deserto, Traoré, Ali e Ousmane non vogliono chiudere i loro giorni in un labirinto umanitario che assomiglia fin troppo all’anticamera dell’inferno.

I sogni confiscati dal sistema non vanno affatto perduti perché sono come semi che seppelliti nel letame dei potenti, a loro insaputa, crescono e prosperano. Senza darlo a vedere e ispirati da innumerevoli poeti scomparsi, si sono messi assieme. Stagione dopo stagione e albero dopo albero si è andata formando una foresta che nessuna cartina o rilevamento dall’alto potrà identificare. La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’. Dentro la foresta si trovano gruppi di bambini che giocano con gli animali e inseguono farfalle di ogni tipo. Al centro del bosco c’è una sorgente d’acqua perenne che disseta i sogni e li affida, come preziosa eredità, al vento cha passa ogni mattina di buonora.

da qui


L’isola dei bambini mai arrivati – La lettera di P. Mauro

Molti di loro sono certamente passati dal Niger, Terra di Mezzo. Li abbiamo incontrati e poi dimenticati . Erano accompagnati da uno o entrambi i genitori oppure confusi tra fratelli, amici e conoscenti d’occasione. Hanno attraversato non si sa come il deserto e, per gli strani sentieri del destino, sono riusciti ad imbarcarsi e tentare il Mare di Mezzo, il Mediterraneo. Secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia ONU per la protezione dell’infanzia, l’UNICEF, in dieci anni, circa 3500 bambini hanno perso la vita nel mare, sulla rotta del Mediterraneo centrale.

Questa porzione di mare è riconosciuta come la frontiera più mortale del mondo.

Ciò significa, sempre per il rapporto citato, che in questi ultimi 10 anni ogni giorno un bambino è scomparso nel mare. Mancava perfino la mano di uno dei genitori a dare l’ultimo aiuto.

Sette bambini su dieci che hanno effettuato la traversata viaggiavano soli.

Quanti sono giunti sull’altra riva e interrogati hanno confessato che, durante il viaggio, molti di loro hanno sofferto violenze fisiche e altri sono stati arbitrariamente detenuti. Sono fuggiti da guerre, conflitti, violenze, miseria e soprattutto l’abbandono di una parte d’Africa che ha tradito e venduto il loro futuro ai commercianti di vite umane.

I bambini fanno parte delle oltre 20mila persone morte o disperse nel corso egli ultimi dieci anni nello stesso Mare.

L’isola dei bambini si è creata da sé, come per caso, un giorno feriale di un anno che nessuno ricorda.

Il numero degli piccoli migranti mai arrivati aumentava al quotidiano e si rese necessario, col tempo, organizzare la vita della colonia e far sentire i nuovi arrivati come a casa loro. All’inizio non è stato facile perchè i bambini cercavano di imitare quello che ricordavano della società dei grandi. Armi, guerre, muri come frontiere e parole armate generatrici di violenza e divisione. Si organizzò dunque una prima assemblea consultativa aperta a tutti i residenti senza distinzione. Si decise all’unanimità che l’isola sarebbe stata guidata senza più tener conto del sistema creato dai grandi.

Inventarono strade, cortili, piazze, giochi e feste. Alcuni dei più grandi che già avevano imparato un mestiere si industriarono a trasmettere ad altri il loro sapere. Le bambine più grandi organizzavano la cucina, la cura dei più piccoli e rallegravano la vita dell’isola con canti e danze improvvisate. L’isola dei bambini mai arrivati era anch’essa migrante e, in realtà, non andava da nessuna parte. Si muoveva, invisibile o visibile secondo le stagioni e, come esse, mutevole nei colori e nella forma. Quando, da lontano, spuntava un’imbarcazione i bambini migranti innalzavano una bandiera inesistente e accendevano fuochi sperando che il fumo avrebbe segnalato la loro presenza.

L’isola è ben là fino a tutt’oggi e continua a ricevere nuovi ospiti ai quali viene chiesto il nome, l’età e il Paese di origine. Nel caso di neonati i nomi sono scelti a seconda dei giorni di sole, di pioggia e di vento. Non c’è una rotta prestabilita perché l’isola inventa ogni giorno nuovi orizzonti e c’è chi giura d’averla vista passare ma c’era nebbia quel giorno. Alcuni dei primi residenti immaginano che un giorno l’isola dei bambini si trasformerà in un continente che avrà dimenticato per sempre l’arte della guerra.

da qui

domenica 25 maggio 2025

Se i bimbi in visita alla moschea fossero andati in sinagoga, si sarebbe sollevato lo stesso polverone? - Alex Corlazzoli

Credo che non serva aggiungere commenti in difesa delle maestre venete. Basta questo semplice interrogativo

“Extra omnes e Inshallah. L’asilo che prega in moschea fa ridere” (Il Foglio, 6 maggio). “Sui bimbi in moschea il Pd si spacca. Fdi e Lega: E’ indottrinamento” (La Verità, 6 maggio). “Crescono le violenze degli stranieri ma i bimbi vanno a lezione dall’Imam” (La Verità, 5 maggio). “A lezione di Corano” (Libero, 5 maggio). Sono i titoli dei quotidiani di destra sulla vicenda della scuola dell’infanzia paritaria (cattolica) di Ponte Priula, in Veneto, accusati dai politici al governo di aver portato dei bambini in una moschea, di aver parlato con un imam, di aver approfondito la religione islamica, di aver fatto “un compito di realtà” – ovvero capire come avviene una preghiera per Allah.

Nulla di segreto, tant’è che gli insegnanti hanno pubblicato una fotografia dell’iniziativa sui social con questo commento: “Questa mattina siamo stati accolti dall’Imam nella moschea di Susegana… è stata un’esperienza davvero emozionante. Ci siamo tolti le scarpe, le maestre hanno indossato un velo e siamo entrati in una grande stanza dove per terra c’era un enorme tappeto rosso con alcune strisce bianche dove ci si mette per pregare. L’imam ci ha spiegato che la religione musulmana si fonda su 5 pilastri e ci ha detto che loro pregano 5 volte al giorno (ci abbiamo anche provato). Già in occasione della festa per la fine del Ramadan Shevala, mamma di Bilal, ha letto un libro che spiega ai bambini cos’è e cosa si fa durante il Ramadan. Grazie di cuore all’Imam che ci ha aperto le porte della moschea e ci ha accolto con rispetto, amicizia ed entusiasmo”.

Apriti cielo! L’eurodeputata Anna Maria Cisint della Lega ha parlato di “scelta agghiacciante e gravissima”. Inutile citare Salvini e scontato dire che il ministro leghista dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha fatto intervenire il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, il leghista Marco Bussetti (ex ministro) inviando la consueta ispezione. Ma anche il “buon” presidente Luca Zaia ha detto: “E’ stato superato il limite. Va rispettata la fede religiosa di chiunque. Immagino che molti di questi bambini provengano da famiglie cattoliche. Si è mancato loro di rispetto. Non si è rispettato l’aspetto identitario. Se tu ti dichiari cattolico ma anche se ti dichiari ateo, comunque la tua identità ha profonde radici cristiane. Non può essere violata o cancellata. Dal punto di vista formativo questi sono bambini nell’età dell’imprinting. Assorbono tutto. Ricordano e ne sono condizionati tutta la vita”.

Ora, faccio una domanda a tutti questi “esperti” di pedagogia: ma se invece di andare in moschea, i bambini di Ponte Priula fossero andati in una sinagoga, avessero incontrato un rabbino e indossato la kippah, cosa avreste detto? Si sarebbero fatti gli stessi titoli? Credo che non serva aggiungere commenti in difesa delle maestre venete. Basta questo semplice interrogativo.

da qui

martedì 4 febbraio 2025

Vaccinazione Covid per bambini e vaccinazione antinfluenzale delle donne incinte - Alberto Donzelli e Patrizia Gentilini


Riteniamo che la decisione di vaccinare contro COVID-19 anche giovani e bambini sia stata una delle scelte più assurde e preoccupanti nel corso della pandemia. Anche altri paesi hanno preso una simile decisione, benché poi, ad esempio la Danimarca, ha chiesto scusa per averlo fatto.[1] Come molte altre decisioni nel corso della pandemia, anche la decisione di vaccinare bambini e giovani è stata presa non sulla base di solide prove scientifiche, ma anzi ignorando pareri contrari qualificati e sotto l’influenza di conflitti di interesse.

In Inghilterra, su The Telegraph,[2] sono emerse clamorose rivelazioni sull’opacità con cui le autorità sanitarie hanno esteso ai più giovani questa vaccinazione. Il Royal College of General Practitioners (GP) (l’organismo professionale del Regno Unito che rappresenta 54.000 medici di base) non ha dichiarato i contributi ricevuti da Pfizer proprio nel periodo in cui sosteneva la vaccinazione anti COVID-19 ai bambini. Nello specifico nel 2021 Pfizer gli ha donato 102.820 sterline britanniche (~121.000 Euro al cambio attuale) attraverso “donazioni e sovvenzioni” e “benefici in natura”, il doppio delle 49.324 sterline (59.560 Euro) che Pfizer elargiva all’organizzazione nel 2020, rispetto alle sole 4.309 sterline (5.133 Euro) del 2019. Ancor più singolare  il fatto che mentre – a settembre 2021 – le autorità sanitarie inglesi raccomandavano con forza la vaccinazione anti COVID-19 ai ragazzi dai 12 ai 15 anni, il Comitato Congiunto per la Vaccinazione e l’Immunizzazione (JCVI),  l’organo ufficiale a ciò preposto –  ha consigliato [3] esattamente il contrario. Grazie a all’associazione di difesa della salute dei bambini UsForThem [4] si sono ottenuti i verbali (poi condivisi con The Telegraph) delle riunioni svoltesi fra Il Royal College e i responsabili della salute pubblica. Dai verbali risulta che l’allora presidente del Royal College of GPs, il dottor Martin Marshall, affermava esistesse un “forte consenso” tra i medici a favore della vaccinazione dei bambini tra 12 e 15 anni e che l’organizzazione si era “consultata ampiamente”. Peccato che, benché fosse stato chiesto a tutti i partecipanti di rivelare i propri conflitti di interesse, nessuno l’abbia fatto, nonostante Pfizer fosse all’epoca l’unico produttore di vaccino COVID-19 autorizzato per i bambini. La fondatrice di UsForThem, Molly Kingsley, ha dichiarato a The Telegraph: “La decisione dell’autorità sanitaria di procedere con la vaccinazione dei bambini, nonostante che il JCVI avesse in precedenza rifiutato di autorizzare un lancio di massa, è stata una delle decisioni più controverse dal punto di vista etico dell’intera pandemia”.

Riportando questa vicenda Children Health Defense [5] ha segnalato come questa sia solo l’ultima di una lunga serie di conflitti di interesse che riguardano consulenti governativi, associazioni mediche, agenzie di sanità pubblica e Big Pharma. “Negli Stati Uniti le organizzazioni professionali, tra cui l’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG), hanno preso 11 milioni di dollari dai CDC [6] per promuovere il vaccino COVID-19 come “sicuro ed efficace” per le donne incinte. Ma anche l’ associazione dei pediatri l‘American Academy of Pediatrics (AAP) [7] incassa centinaia di migliaia di dollari all’anno direttamente dalle aziende che producono vaccini per l’infanzia e altri farmaci, secondo il suo sito web. Ad esempio, Moderna, che produce vaccini contro COVID-19 e virus respiratorio sinciziale; Sanofi, che produce vaccini contro Hib B (Haemophilus influenzae tipo b), DPT (difterite, tetano, pertosse), meningococco e altri, e Merck, che produce vaccini contro HPV (Human papilloma virus), MMR (morbillo, parotite, rosolia), varicella e altri, donano ciascuno più di 50.000 dollari all’anno all’AAP. I genitori italiani avrebbero diritto di sapere come è la situazione nel nostro paese e di essere ben consapevoli che medici e pediatri sono “ricompensati” [8] 

economicamente se raggiungono quote elevate di vaccinazioni fra i loro pazienti: quanto incide questo sul pressante invito a vaccinare bambini e adulti costantemente ricevuto?

E non sarebbe finalmente giunto il momento di aprire un franco confronto scientifico, basato su prove, nel merito di quanto tutto ciò comporta?

Uno scandalo di almeno pari entità è la spinta internazionale a vaccinare con priorità (!) le donne incinte. Nella L.124/maggio 2024 [9] avevo già introdotto il grave problema di tale spinta universale in assenza tuttora di prove da ricerche valide sulla sicurezza. Un “RCT globale“ commissionato dall’Agenzia USA FDA a Pfizer e programmato su 4000 pazienti incinte, è stato lasciato abortire.[10] Questo RCT “in cieco per gli osservatori” (dunque le donne, e chi lo somministrava sapevano se si trattava del vaccino o del placebo…) ha avuto l’arruolamento interrotto a novembre 2021, con sole 348 donne (!), perché quelle selezionate nei paesi partecipanti erano già state vaccinate (!), dunque non più eligibili. Il RCT si è concluso in luglio 2022, ma a oltre due anni di distanza, dove sono i risultati? L’ultimo aggiornamento mostra che le donne trattate (con vaccino o nel gruppo di controllo) hanno partorito 335 bambini. Nella fase in cieco le vaccinate hanno avuto numericamente più vomito o diarrea; la preeclampsia si è avuta in 4/161 vaccinate (2,48%), e in 2/163 nel gruppo di controllo (1,23%); ma nessun risultato raggiungeva la significatività statistica per l’esiguità del campione.

C’è totale dissociazione tra l’assenza di prove da RCT e il ruolo delle Agenzie Regolatorie, e – ancor peggio – di Governi, Servizi Sanitari pubblici, Società professionali… che continuano senza sosta a promuovere la vaccinazione COVID in gravidanza come “efficace, sicura e necessaria”. La vergogna è ancor maggiore per il fatto che almeno uno (o più) ingredienti dei vaccini sono stati considerati cancerogeni negli stessi documenti regolatori presentati dai produttori. [11] Perché non si sono attuati studi di cancerogenicità e di genotossicità su modelli animali prima dell’autorizzazione provvisoria, e studi post-marketing di follow-up del rischio cancerogeno?

Tuttavia non c’è limite al peggio...

continua qui