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giovedì 7 novembre 2024

C’è un buco nero nelle politiche per il clima, ed è la plastica - Marina Forti

Ci preoccupiamo della benzina bruciata dalle automobili, delle centrali termoelettriche e del passaggio ancora troppo lento alle fonti rinnovabili che permettono di sostituire i combustibili fossili, fonte delle emissioni di gas di serra che surriscaldano il pianeta. Intanto, però, continua a crescere la produzione globale di plastiche, derivate del petrolio e del gas – cioè quegli stessi combustibili fossili. In altre parole, non dobbiamo pensare agli idrocarburi solo in termini di energia e trasporti: sono anche la materia prima delle infinite sostanze sintetiche che hanno invaso la nostra vita.

Qualche semplice dato dovrebbe far riflettere. La produzione globale di plastiche rappresenta circa il 12 per cento della domanda globale di petrolio e il 9 per cento della domanda di gas (è un dato del 2019), e questa quota è destinata ad aumentare. Anzi, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia ormai è proprio l’industria petrolchimica a trainare la domanda di petrolio; è “grazie” a questa industria che nel 2023 il consumo globale di petrolio ha superato il livello precedente alla pandemia di Covid-19. 

L’industria chimica ha sempre avuto un forte legame con quella dei combustibili fossili. Soprattutto a partire dalla seconda metà del ‘900, quando molecole derivate da sottoprodotti del petrolio e del gas sono diventate la materia prima di fertilizzanti azotati, detersivi, solventi, vernici, materiali isolanti, fibre sintetiche – e ovviamente delle varie plastiche, che oggi rappresentano oltre due terzi della produzione petrolchimica mondiale.

Le plastiche sono onnipresenti nella nostra vita, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. Sono nei telefoni e nei computer, negli elettrodomestici, nelle automobili – perfino nelle pale delle turbine eoliche. Le troviamo in oggetti sofisticati come molti prodotti biomedici e in infiniti oggetti più banali, dai giocattoli a molte fibre tessili, plexiglass, materiali da imballaggio – fino all’infinita quantità di sacchetti, bottiglie e contenitori monouso per cibo e bevande che poi si accumulano nelle pattumiere, discariche e mari di tutto il pianeta. In termini di quantità, oltre il 40 per cento delle plastiche consumate oggi sono imballaggi, seguono i prodotti per l’edilizia. Qualcuno sostiene che viviamo nel plasticene.

Basti pensare che nel 1950, quando la petrolchimica era all’esordio, la produzione globale annua di plastiche ammontava a 2 milioni di tonnellate; a fine secolo era salita a oltre 200 milioni di tonnellate, e nel 2019 era ancora raddoppiata, a oltre 400 milioni. Negli ultimi vent’anni è stata fabbricata più plastica che nel mezzo secolo precedente, e secondo le previsioni correnti la produzione raddoppierà entro il 2050 (ma secondo altre stime potrebbe triplicare). 

Sono previsioni già largamente determinate dai fatti, dal conto degli impianti appena costruiti o che stanno per entrare in attività: stabilimenti sempre più grandi, ubicati intorno agli impianti dove gli idrocarburi vengono raffinati e lavorati. Gran parte della nuova capacità produttiva è in Cina e altri paesi dell’Asia orientale, in Arabia saudita e altri Paesi della penisola arabica, e in parte negli Stati Uniti. In gran parte sono investimenti di compagnie petrolifere, da sole o in società con grandi imprese della chimica. Un mercato in gran parte spostato verso l’Asia: l’Agenzia internazionale per l’energia osserva che la domanda cinese di prodotti petrolchimici sta trainando una crescita senza precedenti, e che gli impianti di raffinazione entrati in attività di recente lavorano più per produrre le macromolecole di base delle plastiche che carburanti. Secondo l’Aie, «tra il 2019 e il 2024 la Cina ha aggiunto altrettante capacità di produzione di etilene e propilene, i due principali componenti della petrolchimica, di quanta ne esiste oggi in Europa, Giappone e Corea sommati». 

Questo significa che più declina la domanda di petrolio per gli usi “tradizionali”, come la produzione di carburante per i trasporti, più le imprese petrolifere vedono le plastiche come un investimento strategico: un piano B per continuare a prosperare. Le plastiche perpetuano la nostra dipendenza dai combustibili fossili. 

E in termini di emissioni? Una ricerca del Lawrence Berkeley National Laboratory stima che nel 2019 la produzione globale di plastiche abbia prodotto 2,24 gigatonnellate (miliardi di tonnellate) di anidride carbonica-equivalente, pari al 5,3 per cento di tutte le emissioni di gas di serra globali. Stima anche che, al tasso di crescita attuale, questa quantità potrebbe triplicare entro il 2050, raggiungendo il 15 per cento delle emissioni globali. 

Così torniamo al punto: le plastiche sono un ostacolo a qualsiasi sforzo per limitare le emissioni di gas di serra. E questo porta a una domanda: è possibile rendere meno pesante questa industria, esiste la “plastica sostenibile”?

Non facciamoci illusioni. Alcune (poche) grandi aziende della petrolchimica hanno presentato piani per tagliare le emissioni nei processi produttivi, sostituire i combustibili fossili, aumentare l’efficienza. Ma la gran parte degli idrocarburi usati per le plastiche servono come materia prima: se anche si riuscisse a decarbonizzare il sistema energetico, la produzione di plastiche continuerà a richiedere grandi quantità di petrolio e gas. 

Bisogna anche ricordare che la petrolchimica è una delle industrie più nocive per chi ci lavora, come testimonia una lunga storia di disastri e malattie in tutto il mondo. E che, come prodotto finito, le plastiche diventano rapidamente rifiuti, fonte di inquinamento che minaccia la salute umana e gli ecosistemi.

Su questi aspetti qualche consapevolezza si diffonde. Da un paio d’anni le Nazioni unite discutono un Trattato internazionale sulla plastica per limitare l’inquinamento durante tutto il ciclo, dalla produzione allo smaltimento; il prossimo round di negoziati comincerà il 25 novembre a Busan, in Corea del sud. Passerà l’idea di mettere un tetto alla produzione globale di plastiche? Non è affatto scontato. Intanto le associazioni dell’industria petrolchimica in tutto il mondo continuano un agguerrito lavoro di lobby per evitare normative stringenti, nazionali e internazionali – si pensi alle feroci opposizioni suscitate dai tentativi di limitare le plastiche monouso.

E l’economia circolare? Oggi solo il 9 per cento delle plastiche consumate viene riciclato (percentuale che resta invariata per i paesi industrializzati e non); mentre il 19 per cento finisce negli inceneritori e il resto in discariche, controllate o abusive (sono stime dell’Organizzazione per la cooperazione economica, Ocse). Il fatto è che non tutte le plastiche sono riciclabili, e molti oggetti mescolano diversi materiali. Per aumentare la circolarità bisogna preferire certe plastiche, raccoglierle in modo separato per tipo, non mescolare materiali riciclabili e non. E questo rende le operazioni complicate e costose, oltre che dispendiose di energia: infatti oggi le plastiche (e le fibre sintetiche) nuove costano meno di quelle riciclate. 

Così, sostenere che le plastiche siano riciclabili è un’altra illusione: e forse è stata alimentata di proposito. Una nota istituzione statunitense di ricerca ambientale sostiene che “per anni le compagnie petrolifere e chimiche hanno fatto credere che sia possibile riciclare le plastiche pur sapendo che non è tecnicamente né economicamente fattibile”, al fine di continuare a promuovere i loro prodotti. Il mese scorso il governo della California ha fatto causa alla ExxonMobil proprio con quest’accusa.

Bisogna allora puntare sulle cosiddette bioplastiche, prodotte non da idrocarburi ma da olii vegetali non fossili? Oggi sono appena l’uno per cento del totale delle plastiche prodotte. Ed è un bene, perché se volessimo sostituire con bioplastiche tutti gli imballaggi oggi di plastica monouso dovremmo usare più di metà della produzione mondiale di mais: quindi convertire una superficie più grande della Francia, o distruggere altri pezzi di foresta del Borneo per farne altre piantagioni di palma da olio. 

Ammettiamolo, la plastica “sostenibile” non esiste. Possiamo riciclare un po’ di più, guadagnare qualche punto di efficienza energetica, ma non basta. Se vogliamo davvero andare “oltre il petrolio” non resta che aggredire il problema alla radice: produciamo e usiamo troppe plastiche. L’unica strada sarà produrne di meno: e un buon inizio sarà eliminare la massa di imballaggi, bottiglie, vaschette e altri oggetti monouso che hanno riempito le nostre vite.

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sabato 27 luglio 2024

Vivere circondati dai veleni e lottare per fermarli - Marina Forti

 

In un pomeriggio di metà giugno i primi bagnanti popolano la spiaggia di Fos-sur-Mer, non lontano da Marsiglia. Qualcuno gioca tra le onde, una bambina costruisce un castello di sabbia, gli amanti del surf approfittano del vento. Nessuno sembra fare caso agli altiforni della grande acciaieria in fondo alla spiaggia, né al groviglio d’installazioni industriali e depositi di carburante che incombe.

Siamo al centro della seconda più grande concentrazione industriale della Francia: il golfo di Fos, tra Marsiglia e le Bouches-du-Rhône, passando per la grande laguna di Berre, dove l’acqua di mare si mescola a quella dolce. L’intera zona include una trentina di centri urbani e quattrocentomila abitanti. Fos, com’è chiamata qui, ne conta 17mila: è una cittadina allo sbocco del canale che collega la laguna al mare, con graziose casette e aiuole fiorite di lavanda. Ma è assediata dagli impianti industriali, come si vede bene dalla piazza della chiesa che sovrasta il paese.

“Siamo circondati”, commenta Daniel Moutet, un signore dai capelli grigi che dedica tutte le sue energie a un’associazione di cittadini per la difesa della salute. Dal belvedere indica i depositi di carburante a poche decine di metri dalle ultime case, le acciaierie Arcelor Mittal in riva al mare, le fiammate delle raffinerie, gli stabilimenti petrolchimici. Poi ancora fabbriche chimiche, cementifici, l’inceneritore che serve la città di Marsiglia, e il porto di Marsiglia-Fos con altre raffinerie e imprese di logistica.

 

Solo tra Fos e la vicina Port-Saint-Louis-du-Rhône “ci sono tredici siti Seveso”, spiega Moutet: ovvero, aziende classificate a rischio secondo la direttiva europea per la sicurezza industriale. L’intera zona Fos-Berre (dipartimento delle Bouches-du-Rhône) ne conta 69, di cui 43 a “rischio alto”. Insieme formano il polo d’industria chimica e il deposito di idrocarburi più grandi d’Europa, e producono un quarto delle emissioni tossiche industriali di tutta la Francia. Si aggiungano una zona militare e una fabbrica di elicotteri Airbus nei pressi di Marignane, l’aeroporto di Marsiglia. Siderurgia, chimica, petrolchimica, cementifici producono una gran varietà di sostanze inquinanti diffuse nell’atmosfera, sui terreni e le piante: “Siamo costantemente esposti a un cocktail di sostanze tossiche”, dice Moutet.

Oggi il polo industriale di Fos è al centro di diverse azioni legali avviate da cittadini, tra cui quella che ha portato il tribunale penale di Marsiglia ad aprire un’istruttoria per reati ambientali. È stato teatro di un’indagine partecipativa su salute e ambiente che ha cambiato la percezione pubblica dell’inquinamento. Ma è anche al centro dei nuovi piani per reindustrializzare la Francia, e potrebbe presto ospitare un progetto italofrancese di “cattura e stoccaggio di anidride carbonica”, guidato dalla società Air Liquide con l’Eni e la Snam. Ecco perché vale la pena di guardare bene questo caso di gigantismo industriale tra le lagune e il mare.

Omertà

“Per anni ci hanno detto che andava tutto bene”, dice Moutet, nella casetta sul lungomare di Fos in cui ha sede la sua associazione (dal nome lunghissimo: Association de défence et protection du littoral du golfe de Fos”, Adplgf). I messaggi delle autorità sono sempre rassicuranti, ripetono che le emissioni industriali sono nella norma, spiega.

Del resto, per decenni queste aziende hanno dato lavoro a decine di migliaia di persone e generose compensazioni alle municipalità, che quindi possono offrire ottimi servizi, centri sportivi, infrastrutture. “Così tutti hanno preferito non vedere l’inquinamento”, commenta Patrick Courtin, medico. “Negli anni sessanta, quando è stato deciso di costruire questo polo industriale, si diceva che l’inquinamento non era un problema perché c’è il mistral”, il vento che scende con grandi raffiche dalla valle del Rodano, quindi da nordovest, verso il mare: “Però soffia per circa un terzo dell’anno”.

Courtin ricorda che quando dirigeva il reparto di rianimazione dell’ospedale di Martigues, comune confinante con Fos, vedeva un numero allarmante di casi di tumore: “Tra i medici però non si parlava di possibili nessi con l’esposizione alle emissioni tossiche industriali. Si diceva: non possiamo affermare, non sappiamo”. Medici, autorità pubbliche, gli stessi cittadini: secondo Courtin “c’è stata una sorta di omertà generale, perché riconoscere gli effetti dell’inquinamento voleva dire rimettere in causa l’intera politica industriale della regione”.

E poi c’è il mare: Bernard Huriaux ricorda che quando dalla Lorena si è trasferito qui nel 1972, per lavorare nell’acciaieria ancora in costruzione, il clima dolce del Mediterraneo l’ha conquistato. “E comunque allora si badava solo ai posti di lavoro”, dice Huriaux, che è stato rappresentante sindacale delegato alla sicurezza (oggi è in pensione). Ricorda le battaglie per far riconoscere le malattie professionali provocate dall’amianto. “Così ci siamo dovuti rendere conto delle emissioni tossiche”.

Intorno al 2005 Daniel Moutet, che allora lavorava nel porto di Marsiglia Fos, ha cominciato a girare con la macchina fotografica. “Avevo di fronte la ArcelorMittal e ogni giorno vedevo fumi rossi, neri, gialli, marrone, la chiamavo la sinfonia di colori”. Ha cominciato a fotografarli e a riconoscere da quali impianti provenivano. Filmava le fumate anomale (“Mi davano del matto”). Spiega che le aziende funzionano in “regime di autocontrollo”, cioè comunicano i propri dati su emissioni e misure di sicurezza all’ente pubblico di controllo (la Direction régionale de l’environment, de l’amenagement e du logement, Dreal).

Moutet ha cominciato a segnalare emissioni fuori norma. Accusa diverse aziende di abusare della “sgasatura”, quando si aprono le valvole di impianti sotto pressione eccessiva: “È una procedura di sicurezza ammessa entro certi limiti, invece ne approfittano per liberarsi dei reflui”. Poi ha cominciato a raccogliere dati sulla catena alimentare. Faceva analizzare campioni di carne di manzi e tori della Camargue negli allevamenti locali, scopriva diossine e furani nella carne o nelle uova di gallina. “Mi dicevano: ‘Allora ce l’hai con noi allevatori’. Ma no, erano le industrie ad avvelenare l’ambiente e i prodotti della zona”.

Fatto sta che l’impegno dei cittadini è cresciuto. Le malattie aumentavano, e anche le domande senza risposte. Nel 2007 migliaia di persone hanno firmato una petizione rivolta alle autorità sanitarie perché diffondessero dati precisi sulla salute degli abitanti.

“Ma c’è voluta l’iniziativa di una ricercatrice venuta da fuori per rompere l’omertà”, dice il medico Courtin. Si riferisce allo studio sullo stato di salute della popolazione di questo bacino industriale coordinato dalla sociologa statunitense Barbara Allen con un’équipe franco-americana di ricercatori, antropologi ed epidemiologi.

Chiamato Fos epseal, acronimo di Ėtude participative en santé environnement ancrée localment (Studio partecipativo su salute e ambiente ancorato localmente), è stato condotto tra il 2015 e il 2017, con ulteriori indagini, e ha avuto un effetto dirompente: ha mostrato che tra gli abitanti dell’area industriale Fos-Port-Saint-Louis l’incidenza di malattie come tumori, diabete e asma è abnorme. Soprattutto, ha coinvolto i cittadini e cambiato il tono del dibattito pubblico. “Ormai nessuno può negare i fatti”, sottolinea Courtin.

L’epidemiologia porta a porta

Il progetto Fos epseal è nato quasi per caso, dice Barbara Allen, sociologa all’università della Virginia, negli Stati Uniti. Nel settembre 2013 era arrivata a Marsiglia nell’ambito di una ricerca sulla partecipazione pubblica nella definizione delle politiche ambientali, in collaborazione con l’Institut d’études avancées di Aix-Marseille (Iméra). “Una delle zone coinvolte era la laguna di Berre”, spiega Allen in videochiamata.

La sociologa parlava con associazioni di cittadini, ambientalisti, amministratori locali, medici. “Mi aiutava come interprete l’antropologa Yolaine Ferrier, che è cresciuta nella zona. Un giorno mi ha proposto di intervistare suo zio, che aveva lavorato in una di quelle fabbriche fino alla pensione”. Lui ha indicato altri colleghi, da ogni intervista ne nascevano altre, “a palla di neve”. “Finché è stato chiaro che i cittadini non erano mai stati interpellati negli studi degli enti pubblici, anche se nella zona c’erano state diverse indagini sanitarie, nessuno aveva mai chiesto loro se avevano dei problemi. Molti ormai non si fidavano dei ricercatori”.

Così Allen, Ferrier e colleghi hanno formulato un progetto di ricerca partecipativa sulla salute dichiarata degli abitanti del distretto industriale, ottenendo un finanziamento dall’Agence nationale de sécurité sanitaire de l’alimentation (Anses, l’ente statale per la sicurezza alimentare) e il sostegno di diverse istituzioni scientifiche. Uno studio che combina l’epidemiologia (che studia frequenza e distribuzione delle malattie) con l’antropologia e la sociologia: l’obiettivo principale “era coinvolgere i cittadini interessati in tutte le fasi dell’indagine scientifica”, si legge nell’introduzione.

La prima fase della ricerca era incentrata su interviste porta a porta con i cittadini, condotte tra il 2015 e 2016. “Abbiamo preparato un questionario sulla ‘salute dichiarata’: e perché fosse inattaccabile ci siamo rifatti alla formulazione già usata in analoghe indagini pubblicate su riviste scientifiche sottoposte a peer review”, spiega Allen. I ricercatori hanno bussato a una porta su cinque di Fos-sur-Mer e Port-Saint-Louis-du-Rhône, e raccolto le interviste in forma anonima: “La prima domanda era sempre la stessa: ‘Le è stata diagnosticata qualche malattia?’. Poi domande su problemi sanitari di tutta la famiglia, abitudini alimentari, fumo, alcol, lavoro, quelli che chiamiamo fattori di stress, e così via”. Hanno registrato le malattie diagnosticate e i malesseri dichiarati dai singoli intervistati, disturbi cronici, difficoltà a respirare, e così via. “Quasi metà delle persone che ci aprivano hanno accettato di rispondere, è un’ottima percentuale. Così abbiamo creato un campione casuale (random) di abitanti”.

Allora è cominciata una serie di forum aperti per discutere i risultati delle interviste con le parti in causa, cittadini, medici, ricercatori, associazioni, sindacati. “I primi che abbiamo interpellato sono stati i medici del servizio sanitario pubblico e altri ‘informatori chiave’, i quali spesso trovavano nei nostri dati la conferma di quanto avevano osservato sul campo”, continua Allen.

Poi la “restituzione” alla cittadinanza. “Siamo andati dal sindaco di Fos-sur-Mer, che all’inizio non ci aveva permesso di usare spazi della municipalità per svolgere la ricerca. Ha voluto conoscere prima i nostri risultati. Ci ha ascoltato senza dire una parola, e infine ci ha concesso la sala comunale per un’assemblea pubblica”. Era il gennaio 2017. “Quella sera c’era il pienone, le persone da noi intervistate e molti altri: ormai in città tutti avevano sentito parlare della nostra ricerca”.

Barbara Allen ricorda quando, finito l’intervento dei ricercatori, il primo ad alzarsi è stato proprio il sindaco: “Si è voltato verso i suoi concittadini e ha detto: ‘Ecco lo studio che stavamo aspettando’. È stato un momento importante. Da allora è stato uno dei nostri grandi sostenitori”.

Lo studio mostrava che due terzi degli abitanti di Fos e Port-Saint-Louis dichiarano almeno una malattia cronica, tra cui asma e altre malattie respiratorie, disturbi cronici della pelle, o irritazioni degli occhi e mal di testa; attesta inoltre un’incidenza abnorme di casi di tumore (più elevata tra le donne), di asma negli adulti e di diabete di tipo 1. “Per molti è stato uno choc, anche se in qualche modo era atteso perché tutti avevano qualcuno ammalato tra i parenti o i vicini”, ricorda Allen.

È stato uno choc anche scoprire che sul “fronte industriale” del golfo di Fos non c’erano differenze significative nella salute di chi lavorava in fabbrica e chi no, cioè chi è esposto in modo concentrato a determinate sostanze tossiche per motivi professionali, e i residenti che si presumono esposti in modo diluito. Molti hanno testimoniato anche di stress e pressioni sul lavoro. Tutti convivono con la malattia e la morte. È ciò che lo studio definisce “violenza ordinaria”: invisibile, non immediatamente percepita, “lenta”, ma inesorabile.

Lo studio partecipativo per la verità è stato molto criticato, dopo quella prima uscita pubblica. “Molti hanno accusato la sociologa americana di aver usato un metodo non scientifico; dicevano che aveva raccolto impressioni, non fatti”, ricorda Daniel Moutet. Una critica più circostanziata è arrivata dalla Santé publique France, l’agenzia nazionale per la sanità, e riguardava il metodo.

In effetti allo studio mancava ancora una parte essenziale per un’indagine epidemiologica: ripetere la ricerca in una zona paragonabile della stessa regione non esposta alle emissioni industriali (il gruppo di controllo). Così la ricerca è stata ripetuta a Saint-Martin-de-Crau, cittadina a trenta chilometri da Fos, distante dalla concentrazione industriale. In questa fase al team di ricerca si sono aggiunti altri epidemiologi. Il rapporto finale è stato pubblicato nel 2022 con il nome Fos crau epseal.

“Se c’è stato un errore non era scientifico ma di comunicazione: aver diffuso i primi risultati, nella discussione con i cittadini, prima di terminare la ricerca”, dice Maxime Jeanjean, epidemiologo, che ha coordinato questa seconda parte dell’indagine. “Lo studio Epseal documenta lo stato generale della salute, le patologie e i disturbi cronici, e anche la percezione di chi è esposto a polveri, fumi, emissioni industriali. Emerge senza dubbio uno stato di salute reso molto fragile”. A studio concluso, anche la Santé publique France ne ha riconosciuto la validità, spiega Jeanjean: “La metodologia della ricerca partecipativa è ormai convalidata”.

Lo studio Fos epseal ha avuto un effetto dirompente, osserva Philippe Chamaret, direttore dell’Institut écocitoyen, istituto di ricerca ambientale indipendente ma finanziato quasi per intero da istituzioni pubbliche. Lo incontro nella sede dell’istituto, palazzine basse nascoste tra i pini anche se siamo in piena zona industriale di Fos. Fondato nel 2010 per studiare il rischio ambientale e l’impatto dell’inquinamento sulla salute, l’istituto ha una équipe multidisciplinare (ingegneri ambientali, epidemiologi, ricercatori in scienze sociali) e collabora con università, Consiglio nazionale della ricerca scientifica e altre istituzioni.

“La nostra ricerca parte dalle richieste del territorio”, spiega Chamaret: enti locali, prefettura, aziende, sindacati, associazioni di cittadini. Il coinvolgimento degli abitanti è sollecitato, ad esempio in un Osservatorio cittadino sull’ambiente che raccoglie dati forniti da una rete di volontari a cui l’istituto dà formazione e protocolli precisi. “È importante perché oltre al dato scientifico abbiamo accesso alle segnalazioni, alle impressioni e anche alla rabbia di chi vive in un territorio interessato da così tante attività industriali”.

Discusso, criticato, lodato, lo studio Fos epseal ha suscitato grande attenzione pubblica. È stato invocato da chi si opponeva a un nuovo inceneritore per i rifiuti solidi urbani di Marsiglia (che infine è stato bocciato). È diventato uno strumento di battaglia.

Nel novembre 2018 l’associazione diretta da Daniel Moutet ha contattato a Marsiglia l’avvocata Julie Andreu, specializzata in cause su salute, ambiente e lavoro. Con la sua assistenza, un gruppo di cittadini di Fos ha depositato al tribunale di Marsiglia una denuncia contro ignoti per aver “messo deliberatamente in pericolo la vita altrui”. La documentazione era solida, tanto da spingere la giudice d’istruzione Nathalie Roche ad avviare un’istruttoria. “La giudice ha ritenuto di prendere in considerazione le cinque o sei maggiori aziende sul territorio”, spiega l’avvocata Andreu nel suo ufficio in centro a Marsiglia. “Ma ha deciso di considerarle una per volta: così ha cominciato con la ArcelorMittal”, primo inquinatore della zona.

L’istruttoria dura ormai da quattro anni “ed è stata molto seria e approfondita: speriamo che ci saranno presto novità”. Se ci sarà un rinvio a giudizio, la ArcelorMittal potrebbe dover rispondere di diversi reati e irregolarità. Sarebbe la prima volta in questa zona.

Poi c’è la causa civile promossa nel 2021 da quattordici cittadini di Fos contro tre aziende accusate di “disturbo anomalo del vicinato” (la ArcelorMittal, la Esso, la Dépôts pétroliers de Fos-Dpf). La querela è stata respinta in primo grado (il tribunale l’ha giudicata non ricevibile). Ora però la corte d’appello “ha emesso una decisione favorevole”, spiega Andreu: con sentenza del 13 giugno ha stabilito che i cittadini hanno motivo di perseguire le aziende, perché non potevano immaginare che le loro emissioni superavano i limiti ammessi, come dimostrato dai numerosi incidenti, sgasature, fiammate. Un nuovo giudizio dovrà definire il danno subìto dalle persone. A sostegno i querelanti citano ancora una volta lo studio Fos epseal.

Infine si prepara una nuova causa civile, in cui un centinaio di cittadini e associazioni ambientaliste vogliono citare a livello nazionale e locale le istituzioni responsabili del controllo del rischio per la salute dei cittadini. “Questa sarà la causa più difficile”, ammette l’avvocata. “Ma aver avviato le azioni legali ha già suscitato grande attenzione pubblica. È la nostra prima vittoria”.

A Fos-sur-Mer, Daniel Moutet dice che le azioni legali sono solo uno strumento di battaglia. “Non cerchiamo risarcimenti. L’obiettivo è che si riconosca che le soglie d’inquinamento sono state superate, che queste fabbriche hanno diffuso reflui tossici in modo consapevole e sistematico. E che hanno messo in pericolo la nostra salute”. In fondo, aggiunge, “non chiediamo che chiudano. Ma vogliamo che rispettino le regole e smettano d’inquinare”.

Una zona sacrificata?

“Ormai nessuno può fare a meno di citare lo studio Fos epseal”, osserva Philippe Chamaret sotto il portico dell’Institut ecocitoyen: “Tutti devono almeno far vedere che prestano ascolto ai cittadini”. Perfino la locale prefettura ha invocato lo studio partecipativo, quando ha istituito un laboratorio territoriale sulla reindustrializzazione.

Già, perché nonostante il gran numero di aziende presenti, nel bacino industriale di Fos si parla di circa novecento ettari di terreno da destinare a nuovi impianti, con investimenti progettati per 15 miliardi di euro: in nome della decarbonizzazione si parla di idrogeno, nuovi materiali, energie rinnovabili. Anche il progetto franco-italiano di cattura e stoccaggio di anidride carbonica denominato Callisto si svilupperà qui: nessun dettaglio è stato ancora diffuso, ma lo scorso dicembre la Commissione europea l’ha incluso tra i progetti di interesse comune.

Secondo il progetto, a Fos-sur-Mer dunque dovrebbe sorgere un nuovo impianto per liquefare l’anidride carbonica catturata dalle emissioni industriali del distretto. Eppure restano molti dubbi. Non è chiaro per esempio come questa CO2 verrebbe poi trasferita fino a Ravenna per essere immagazzinata nei pozzi di gas esauriti del mare Adriatico, e a quali costi. Le aziende interessate, la Air Liquide, la Snam e l’Eni, non rivelano dettagli. “Il sospetto è che sia soprattutto un modo per raccogliere fondi pubblici, incentivi e sgravi fiscali destinati alla decarbonizzazione”, dice Elena Gerebizza, ricercatrice dell’associazione ReCommon, che ha dedicato un ampio dossier alle “false promesse” della cattura e stoccaggio di carbonio, tra cui il progetto Callisto.

Comunque sia, nel laboratorio territoriale del golfo di Fos sono rappresentate amministrazioni locali, parti sociali, aziende, sindacati e istituti di ricerca, incluso l’Institut ecocitoyen. Un modo per indorare la pillola, per far accettare nuove espansioni industriali? Molti qui ne sono convinti. “Se almeno servisse a non ripetere gli errori degli anni sessanta”, commenta Chamaret. “Allora il polo industriale fu costruito in uno schiocco di dita, in pochi anni, senza la minima attenzione all’impatto ambientale o alla salute dei cittadini. Questa volta non ci sono scuse. Noi terremo gli occhi aperti”.

Intanto sulla strada di accesso alla spiaggia di Fos, un grande cartello avverte che siamo in una zona di rischio industriale, con le istruzioni in caso di evacuazione d’emergenza. Accanto, un’anziana coppia pesca nel canale che costeggia la zona industriale. Patrick Courtin, che da quando ha lasciato l’ospedale collabora con l’Institut écocitoyen, teme che il golfo di Fos sia ormai una “zona sacrificata”: così compromessa dall’inquinamento che tanto vale mettere qui nuove fabbriche.

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giovedì 24 agosto 2023

In Ecuador un referendum lascia il petrolio sotto terra – Marina Forti

 

Lasciate il petrolio sottoterra. La maggioranza degli ecuadoriani si è espressa così, nel referendum popolare tenuto il 20 agosto in concomitanza con le elezioni politiche: quasi il 60 per cento degli elettori ha votato per mettere fine alle attività petrolifere nella zona di foresta amazzonica chiamata Blocco 43. La zona, nota anche come ITT perché include i giacimenti di Ishpingo, Tambococha e Tiputini, si trova all’interno del Parco nazionale di Yasunì, riserva naturale di oltre 900 mila chilometri quadrati di foresta pluviale considerata tra le più ricche al mondo di biodiversità. Il parco Yasuni e il “Territorio ancestrale Huaorani” adiacente, sono riconosciuti dall’Unesco come “riserva della biosfera” dal 1989.

Il quesito in effetti era molto semplice: “Lei è d’accordo che il governo del Ecuador lasci indefinitamente sottoterra il petrolio greggio contenuto nel ITT, conosciuto come Blocco 43?”. Per volere popolare dunque i pozzi petroliferi attivi in quella zona dal 2016 saranno smantellati. È una svolta storica per la regione del Yasunì e per le popolazioni indigene che vi abitano. E non solo per loro: mentre il mondo discute di cambiamento climatico, un voto popolare per chiudere dei pozzi di petrolio “è un esempio mondiale”, ha commentato Antonella Calle, portavoce della rete Yasunidos che ha promosso il referendum.

La battaglia per il Yasunì ha una lunga storia. Si può far cominciare nel 2007, quando l’allora presidente Rafael Correa ha lanciato la «Iniziativa Yasunì ITT», facendo proprio uno dei progetti più ambiziosi mai avanzati dai movimenti per la giustizia ambientale: l’Ecuador si impegnava a non estrarre il petrolio nella zona di Ishpingo-Tambococha-Tiputini, quindi a non mettere sul mercato un combustibile fossile che – si calcolava – avrebbe prodotto oltre 4 milioni di tonnellate di anidride carbonica, gas «di serra» responsabile del riscaldamento del clima. Ma il petrolio era (ed è) la seconda voce delle entrate nazionali, e l’Ecuador chiedeva alle economie ricche di farsi carico di parte del mancato reddito: quantificato il valore del greggio giacente nel Yasuni in circa 7,2 miliardi di dollari, l’Ecuador chiedeva di sottoscrivere 3 miliardi e 600 milioni (la metà) in «certificati di garanzia» corrispondenti alle tonnellate di anidride carbonica che non andranno nell’atmosfera. Il progetto sembrava decollare nel 2010, quando il Programma dell’Onu per lo sviluppo (Undp) ha accettato di gestire un fondo fiduciario. Tre anni dopo però erano stati effettivamente sottoscritti certificati per appena 13 milioni di dollari, una briciola.

Così il progetto Yasunì ITT è fallito. Nell’agosto 2013 il governo dell’Ecuador ha sciolto il fondo fiduciario («Le nazioni ricche non hanno appoggiato il piano», aveva dichiarato Correa). Lo stesso anno il presidente ha ottenuto che il parlamento dichiarasse il Blocco 43 zona di “interesse strategico nazionale”, così da poter autorizzare attività estrattive: a chi lo accusava del voltafaccia diceva che il paese ha bisogno del reddito petrolifero “per combattere la povertà”.

È allora che una rete di organizzazioni sociali, ambientaliste e di popoli indigeni raccolta sotto il nome Yasunidos ha proposto un referendum: sostenevano che il paese ha interesse a proteggere il suo patrimonio naturale anche senza l’appoggio di altre nazioni. A sostegno della consultazione popolare avevano raccolto 850 mila firme, ben oltre la quota necessaria. La Commissione elettorale però ne ha considerate valide meno della metà; il quesito stesso era stato respinto, con un atto che solo più tardi è stato riconosciuto illegale. Prima ci sono stati dieci anni di ricorsi alla Corte Costituzionale, una vicenda legale tortuosa che ha attraversato tre diversi governi.

Durante i dibattiti che hanno preceduto il voto, il presidente uscente Guillermo Lasso ha sostenuto che rinunciare al blocco ITT farà perdere allo stato 1.200 milioni di dollari all’anno – tale è stato il reddito generato nel 2022. L’amministratore dell’ente nazionale PetroEcuador, Ramon Correa, ha rincarato: in vent’anni la perdita sarà di oltre 16 mila milioni di dollari, sommando il mancato reddito (13.800 milioni) alle spese per l’abbandono, per smantellare infrastrutture e pozzi, e 251 milioni di compensazioni sociali.

I promotori controbattono. L’economista Carlos Larrea, membro di Yasunidos, sostiene che il calcolo del governo è fuorviante: quei 1200 dollari sono calcolati su un prezzo di 60 dollari al barile per 55 mila barile al giorno per 365 giorni – che però è irreale. Inoltre sarebbe il ricavato delle esportazioni, non ciò che entra nelle casse dello stato, e nel conto non sono incluse le spese di estrazione. Soprattutto, non considera il fatto che il greggio estratto nel ITT è intriso d’acqua (si parla di 11 barili d’acqua per barile di greggio), cosa che fa salire i costi e la difficoltà dell’estrazione, e ne riduce la qualità. Tanto che il ministro dell’energia Francisco Santos aveva detto tempo fa che quel petrolio è stato “una delusione” per tutta l’acqua che “annega i pozzi” (riprendo queste dichiarazioni dal quotidiano spagnolo El Pais).

Nella sua campagna, la rete Yasunidos ha puntato sulla difesa delle risorse naturali, la biodiversità, l’Amazzonia e i suoi popoli. Ha indicato altre vie per compensare la fine delle estrazioni nel Blocco 43: abrogare alcune delle esenzioni fiscali per i super-ricchi nel paese (da sole farebbero 6.300 milioni di dollari in un anno, secondo dati dell’agenzia delle entrate ecuadoriana); magari introdurre una tassa dell’uno per cento sulle super-fortune. Ma questo richiederà un governo orientato alla redistribuzione – cosa per nulla scontata neppure se a vincere il ballottaggio del 15 ottobre fosse Luisa Gonzales, la candidata “correista” (attualmente favorita sul giovane imprenditore Daniel Noboa, conservatore).

Secondo la legge ora PetroEcuador ha tempo un anno per ritirarsi dal Yasunì, anche se l’azienda ha già fatto sapere che smantellare i circa 230 pozzi in attività richiederà almeno cinque anni di lavoro. “Ci assicureremo che i petrolieri se ne vadano quanto prima dalla nostra foresta” ha commentato Nemonte Nenquimo, leader indigena della nazionalità Hoaorani (e vincitrice nel 2020 del premio ambientale Goldman, detto “Nobel alternativo”). “Condivideremo questo modello di azione diretta per il clima con tutti i popoli e paesi, perché la crisi climatica nel mondo ha bisogno di modelli di lotta che mettano il potere nelle mani dei popoli”.

(Un altro esempio del resto viene dallo stesso Ecuador: dove gli abitanti del Distretto metropolitano di Quito, la capitale, hanno votato al 68 per cento contro nuove concessioni minerarie nel territorio chiamato Choco Andino, anche questo considerato Riserva della biosfera dall’Unesco (in questo caso però non saranno chiuse le miniere già esistenti). Anche qui il referendum è stato promosso da una rete popolare, chiamata Quito sin mineria: e ha vinto.

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lunedì 6 febbraio 2023

La passione per le bollicine è sempre meno sostenibile - Marina Forti

 

Abbiamo cominciato ad aggiungerle anche quando non ci sono in natura. È un amore che viene da lontano, che ora però va ridimensionato

Bollicine, sostantivo plurale: piccole bolle di anidride carbonica che sciolte nell’acqua o in altre bevande le rendono frizzanti. Per metonimia, vino spumante o champagne, da cui “brindare con le bollicine”. Difficile spiegare l’insana passione della specie umana per le bollicine, in tutte le possibili accezioni: acqua effervescente, bibite gassate, fino ai più nobili perlage dei vini della Champagne (regione nel nordest della Francia) o dei loro cugini italici.

Non è chiaro perché ci sembri più dissetante l’acqua frizzante della liscia; perché la sensazione pungente delle bollicine sul palato ci provochi piacere. Certo è che il nostro stesso lessico riflette questa passione: frizzante è qualcosa di allegro, che suscita interesse, solletica – una conversazione frizzante, un carattere effervescente.

Non tutte le bollicine però sono uguali. Naturali, o artificiali? Prendiamo l’acqua: in natura non esiste pura, la H2O porta sempre in sé tracce di sali, minerali, sostanze organiche e inorganiche assorbite nel suo viaggi0 attraverso strati di terreno e di roccia prima di risalire in superficie. Ci sono acque che sgorgano dal terreno bollenti, fumanti, solforose; acque bullicanti (con le bolle, come la fonte naturale alle porte di Roma nota fin dall’antichità), o frizzanti a causa dei sali che vi sono disciolti.

Certe fonti sono state venerate dagli antichi, a cui apparivano come misteri di natura, quasi miracolose per le loro proprietà curative: oggi sappiamo che dipende tutto dalla conformazione geologica degli strati di roccia che l’acqua ha attraversato. Sta di fatto che nel corso della storia alcune sono state cercate per curare o per purificare l’organismo e tonificare lo spirito. Acque termali in cui bagnarsi o da bere: e quelle con bollicine sono da sempre le più ricercate.

Fin dal medioevo sappiamo di acque minerali messe in boccette sigillate per essere vendute ai pellegrini come medicinale o reliquia. Ma la moderna storia delle acque minerali comincia nel diciannovesimo secolo, quando le località termali della vecchia Europa diventano meta di un turismo facoltoso, dove il bel mondo frequenta eleganti hotel con marmi e specchi alternando passeggiate con feste mondane, e bagni salutari.

All’apice del turismo termale si afferma anche l’abitudine di portare con sé bottiglie d’acqua di note fonti, le francesi Evian o Vittel, la tedesca Apollinaris. Un consumo di lusso, s’intende. Un lusso che varca l’oceano: pare (ma forse è solo un aneddoto) che sia stato Benjamin Franklin, dopo un soggiorno termale quando era ambasciatore in Francia, a importare per primo bottiglie dell’acqua che aveva tanto apprezzato. Certo è che nel 1845 entra in commercio negli Stati Uniti la Poland Spring, prima acqua minerale americana, estratta da una fonte nel Maine.

La più rinomata delle acque minerali però sarà quella che viene da una fonte di Vergèze, non lontano da Nîmes, nel sud della Francia: così ricca di anidride carbonica che le sue bollicine pizzicano nel naso. La svolta avviene nel 1863, quando l’imperatore Napoleone III concede a un medico, ex sindaco della cittadina, il permesso di vendere l’acqua di quella fonte a cui fino ad allora tutti potevano attingere. Il dottor Alphonse Granier organizza soggiorni curativi con docce e bagni di bollicine, e perfino inalazioni.

L’affare funziona così bene che per gestire la stazione termale assume un giovane collega interessato all’idroterapia, Louis Perrier. A fine secolo il dottor Perrier, insieme a un gruppo di investitori, comincia a imbottigliare quell’acqua frizzantissima e la mette in commercio con il proprio nome. La pubblicizza come “la principessa delle acque da tavola”, e il successo è travolgente. A cavallo del secolo l’acqua Perrier sfonda nel mondo anglosassone, anche perché l’azienda viene acquistata da tale St John Harmsworth, che aveva fatto fortuna con i giornali: sarà lui a lanciare la Perrier nel Regno Unito come la cosa migliore da miscelare al whisky. Il nuovo marketing fa della Perrier “lo champagne delle acque in bottiglia”. Nel 1930, la Compagnie de la source de Perrier dichiara di aver venduto 18 milioni di bottiglie (traggo queste notizie dalla bella storia dell’acqua potabile di James Salzman, Drinking water. A history).

Da allora, il mercato dell’acqua in bottiglia è cresciuto senza sosta – soprattutto da quando siamo stati convinti che quella imbottigliata sia meglio di quella del rubinetto, perfino quando si tratta di acqua liscia. Ma questo è successo negli ultimi trent’anni, ed è un altro discorso.

Le bollicine sono talmente ricercate che abbiamo imparato ad aggiungerle anche se non ci sono in natura. Così oggi è “effervescente naturale” un’acqua che contiene anidride carbonica già alla fonte, distinta da quella con “aggiunta di anidride carbonica”. La prima contiene almeno 250 milligrammi di anidride carbonica per litro. Nell’altra, la quantità può variare (ma di norma va sottoposta a diverse verifiche, in particolare sul contenuto di sali). Per il resto cambia solo il gusto di chi la beve, in tutte le varianti dal leggermente frizzante all’esplosione che pizzica nel naso, all’acqua “fatta in casa” con le bustine (chi ricorda l’Idrolitina?) o più modernamente con macchinette della soda. Il risultato è pur sempre acqua.

Dissetante, digestiva? Miti. Le bollicine di gas “stimolano i recettori del gusto sulle papille gustative, simulando un effetto anestetizzante che, anche se di breve durata, può dare una sensazione di freschezza”, leggiamo nelle schede della fondazione Umberto Veronesi. La sensazione che l’acqua frizzante disseti di più è appunto una sensazione.

Né si può dire davvero che sia digestiva, sebbene molte acque si pubblicizzino come tali: sembra che anche questa sia solo una sensazione dovuta all’espulsione del gas dopo aver bevuto. In compenso non è ingrassante, tutt’al più gonfia un po’ lo stomaco. Fanno ingrassare invece le bibite gassate, vera passione insana del mondo contemporaneo: non per il gas, ma per gli zuccheri e i sali che contengono, una delle cause della moderna epidemia di obesità.

Freschezza illusoria

Le sensazioni però contano: quell’effetto di freschezza sul palato sarà illusorio, ma è potente. Tanto che l’industria dell’acqua in bottiglia è diventata gigantesca, per non parlare delle bibite, con miliardi di litri venduti ogni anno, per lo più in bottiglie di plastica monouso che andranno a inquinare mari e discariche.

L’estate scorsa però acqua e bibite gassate hanno cominciato a scarseggiare, perché la filiera industriale dell’anidride carbonica si è inceppata…

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venerdì 29 aprile 2022

L’energia del vento arriva a Taranto – Marina Forti

 


Ci sono voluti quattordici anni, ma infine giovedì 21 aprile 2022 è stato inaugurato a Taranto il primo impianto eolico off shore realizzato nel Mediterraneo. Comprende dieci aerogeneratori (gli ultimi due per la verità ancora da completare): un impianto relativamente piccolo, 30 megawatt di potenza nominale. È un segnale importante, nei pressi di una città più nota per le sue acciaierie fonte di inquinamento, crisi sanitaria e infiniti conflitti.

E però è anche un caso emblematico del lento sviluppo delle energie rinnovabili in Italia, ostacolato da lungaggini procedurali, opposizioni e ricorsi. Eppure, il ministero della transizione ecologica annuncia che il prossimo Piano nazionale energetico (Pniec) prevede di installare in Italia  114 gigawatt di capacità produttiva da fonti rinnovabili al 2030 (contro i 56 GW al 2020) e un taglio delle emissioni di gas serra del 51% rispetto al 1990. Per farlo, bisognerà realizzare impianti per altri 58 gigawatt di potenza, cioè 6,3 gigawatt all’anno per i prossimi nove anni. Insomma, bisognerà accelerare. Anche per questo, bisogna sperare che l’impianto di Taranto sia il preludio a una svolta.

Ho visitato Taranto durante la costruzione dell’impianto eolico: il reportage completo è uscito su L’Essenziale il 26 marzo 2022, sotto il titolo: “L’energia del vento che arriva dal mare”, con le foto di Piero Percoco.

 

Le prime pale eoliche piantate nella rada di Taranto si notano appena, seminascoste dalle gigantesche gru di un molo per container. Bisogna avvicinarsi per capire le dimensioni di quelle torri d’acciaio bianco contro il blu del mare.

Siamo al limite estremo del porto, nella rada esterna, sul molo chiamato “polisettoriale” in concessione alla società turca di logistica e container Yilport. Le prime torri eoliche sono ormai in posizione, prossime alla costa; le altre sorgeranno a ridosso della diga foranea che protegge il molo, a due chilometri e mezzo dalla costa: dieci torri eoliche in tutto. “Dobbiamo sfruttare le finestre di bel tempo e di alta marea”, spiega l’ingegner Paolo Sammartino, direttore operativo di Renexia, la società che sta costruendo l’impianto: “Contiamo di terminare entro marzo”.

Quello di Taranto è il primo parco eolico off shore che arriva a realizzazione in Italia, anzi in tutto il Mediterraneo. È un impianto relativamente piccolo, 30 megawatt di potenza nominale. Nei pressi di una città più nota per le sue acciaierie fonte di inquinamento, crisi sanitaria e infiniti conflitti, molti ci vedono un simbolico contrappasso: qui si produrrà energia elettrica “pulita” sfruttando il vento, un’alternativa ai combustibili fossili.

È anche un segnale importante, in tempi di crisi energetica, guerra in Ucraina, ritorsioni sulle forniture di gas metano dalla Russia. Molti osservano che se l’Italia avesse investito in modo più deciso sulle energie rinnovabili, oggi sarebbe meno dipendente dalle importazioni di gas.

Il parco eolico di Taranto però ha una storia contrastata, che illustra bene i paradossi della transizione energetica in Italia.

Un paradosso è che ci sono voluti ben quattordici anni per passare dal progetto alla realizzazione. La prima proposta infatti risale al 2008. L’autorizzazione definitiva è arrivata dopo cinque anni, nel 2013: “Le procedure per progetti di energia rinnovabile, tra verifiche e valutazione di impatto ambientale, richiedono purtroppo questi tempi”, osserva l’ingegner Luigi Severini, autore del progetto e oggi direttore dei lavori.

Una storia contrastata

Poi è cominciata una vicenda travagliata. Il progetto ha avuto contro la regione Puglia, che aveva già dato un parere sfavorevole citando possibili danni ambientali e paesaggistici. Con le stesse motivazioni il Comune di Taranto è ricorso al Tribunale amministrativo regionale per bloccare l’impianto. Ha perso il ricorso e anche il successivo appello al Consiglio di Stato, ma intanto siamo arrivati al 2016: “Così abbiamo dovuto rinunciare alla prima asta per la produzione di energia rinnovabile, perché non saremmo stati pronti a produrre nei tempi richiesti”, ricorda Severini.

Nel frattempo è cambiato l’assetto societario. Alla piccola azienda tarantina che aveva ottenuto l’autorizzazione, Societ Energy Spa, è subentrata una società francese di investimenti, la Belenergia. Infine il progetto, ribattezzato Beleolico, è passato al Gruppo Toto di Chieti, a cui appartiene la società Renexia che lo sta costruendo. “Intanto la ditta tedesca che doveva fornire le turbine è fallita”, spiega Severini: “Non è stato facile trovare un altro fornitore perché servivano turbine con le stesse caratteristiche tecniche del progetto approvato nel 2013, e invece l’innovazione tecnologica corre. Alla fine le abbiamo trovate in Cina”.

Fattostà che la costruzione effettiva è cominciata nel settembre del 2021, ben otto anni dopo la prima autorizzazione.

Sulla banchina del molo polisettoriale di Taranto, Paolo Sammartino descrive una logistica complessa. Per montare gli aerogeneratori è arrivata una speciale nave-cantiere della società olandese Van Oord (in Italia non esistono imbarcazioni simili). Primo, ha piantato le fondazioni monopalo che reggono le torri: sono cilindri d’acciaio fatti di un pezzo unico, quasi 5 metri di diametro e lunghi fino a 50 metri, conficcati nel fondale per trenta metri da una sorta di gigantesco martello a percussione.

Su queste fondazioni vengono assemblate le torri. Davanti a noi la nave-cantiere si sposta lentamente vicino al troncone giallo di un monopalo, a cercare la posizione giusta dove ancorarsi; poi farà scivolare sul fondale dei grandi piloni d’acciaio che la sollevano dall’acqua, trasformandola in una piattaforma. Ora può cominciare a montare i tre segmenti cilindrici della torre, diametro 4 metri. Poi sarà fissata la navicella che contiene il generatore, infine il rotore con le tre pale – di cui una è dipinta di nero, spiega il responsabile dei lavori, per una prescrizione ambientale: quando gira risulta più visibile agli uccelli in volo.

L’ultima fase sarà posare i cavi che collegano ogni turbina a una sottostazione elettrica a terra, dove l’energia viene trasformata e immessa nella rete di Terna, il gestore nazionale.

L’investimento complessivo per il parco Beleolico ammonta a 82 milioni di euro. La navicella con il rotore si trova a 90 metri d’altezza; l’apertura delle pale fa 130 metri di diametro. Ogni aerogeneratore ha una potenza di 3 megawatt: l’impianto ha dunque 30 megawatt di potenza totale e potrà produrre circa 58 mila megawattora (Mwh) annui, abbastanza per alimentare l’equivalente di  21 mila abitazioni con 60 mila persone. In termini di cambiamento climatico, nei 25 anni di vita dell’impianto saranno risparmiate circa 730 mila tonnellate di anidride carbonica.

Si tratta di un piccolo impianto, riconosce l’autore del progetto. “Quando l’abbiamo pensato, nel 2008, il termine di confronto erano i parchi eolici esistenti sulla terraferma, che andavano da 20 a massimo 45 megawatt”, spiega Luigi Severini. “Certo, oggi turbine di dimensioni analoghe potrebbero avere quattro megawatt di potenza invece che tre. Ma resterebbe un piccolo impianto e non potrebbe essere altrimenti, in un ambito portuale e così vicino alla costa. Del resto, il nostro progetto è stato approvato proprio per questo: il ministero dei beni culturali ha riconosciuto che ha le giuste proporzioni in rapporto alla morfologia del territorio”.

Tonnellate di acciaio, ma non di Taranto

A lavoro finito, le pale eoliche danno un’impressione di leggerezza. Perfino là adagiate sul molo, insieme agli altri componenti in attesa di assemblaggio, quelle pale lunghe una sessantina di metri appaiono sottili, agili. Eppure stiamo parlando di grandi quantità d’acciaio. Ogni fondazione monopalo da sola fa circa 400 tonnellate; si aggiungano torri, pale e tutto il resto: l’energia eolica è un grande lavoro di siderurgia. Poiché siamo a Taranto si potrebbe pensare che tutto quell’acciaio venga dallo stabilimento Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva, di cui da questo molo si scorgono le ciminiere. Invece no: e questo è un altro paradosso.

“Abbiamo fatto di tutto perché il progetto restasse made in Italy”, spiega Luigi Severini: ma non è stato possibile. Perché? Per quanto riguarda l’acciaio, quando sono stati definiti i contratti di forniture l’Ilva era in pieno passaggio di proprietà, l’esito della vendita e perfino la sorte dello stabilimento erano incerti: non avrebbe potuto prendere una commessa che richiedeva il lavoro di un anno e una linea di produzione apposita. Ma c’è un problema più generale, aggiunge Severini: “L’offerta delle imprese italiane non reggeva la competizione di aziende del nord Europa, che in questo settore hanno più esperienza e possono fare offerte più convenienti”.

Così il monopalo è stato fabbricato in Spagna, le pale e le turbine vengono dalla Cina (dalla Ming Yang Smart Energy). Il contributo “fatto in Italia” è limitato ad alcune lavorazioni meccaniche affidate a aziende tarantine, o la posa dei cavi che correranno sul fondale e poi a terra per trasferire l’energia al trasformatore. Oltre a vari servizi, come le barche che trasporteranno i tecnici per la manutenzione continua dell’impianto.

Anche la squadra di lavoro è mista. La costruzione del parco Beleolico occupa circa 250 persone, di cui un centinaio lavora sulla nave-cantiere. “È un team molto specializzato”, spiega Sammartino: ci sono i tecnici venuti dal nord Europa con la nave-cantiere, quelli arrivati dalla Cina con le turbine; gli addetti al complicato assemblaggio o alla posa dei cavi vengono per lo più da Taranto o dalla Campania.

“In termini di occupazione, le ricadute sul territorio di Taranto non sono molte”, osserva Giuseppe Romano, segretario della Federazione dei lavoratori metalmeccanici della Cgil nella città pugliese: “La fabbricazione è avvenuta altrove e anche il montaggio richiede un lavoro molto specializzato, con qualifiche che qui non sono presenti”. Il segretario della Fiom però vede con favore lo sviluppo dell’industria eolica. “È un segnale importante e un passo verso la transizione a energie rinnovabili. In linea di principio servirà anche a sostenere la nostra siderurgia, se investiremo per produrre qui l’acciaio”. Anche se, aggiunge, “restano molte diffidenze”.

Un paesaggio industriale

Da Taranto le pale eoliche non si vedono. Né dalla città vecchia, né da quella nuova con il lungomare che guarda verso il largo. Dal belvedere di piazza Marinai d’Italia si possono osservare le navi ferme nella rada, un piccolo peschereccio che rientra in porto, le gru sui moli più vicini, i camini delle Acciaierie d’Italia sempre sullo sfondo. Da certi punti si scorge la raffineria dell’Eni. Ma non gli aerogeneratori: sono a meno di dieci chilometri in linea d’aria, ma si trovano oltre punta Rondinella, dove la costa curva e il golfo jonico si allarga.

Il progetto eolico però è stato accolto con diffidenze nella città pugliese, quando non opposizioni attive e ricorsi legali, spesso motivati citando un danno al paesaggio. Come se la città non si fidasse più di nulla, e si capisce: Taranto ha i nervi scoperti. Sono passati dieci anni da quando la magistratura ha messo sotto sequestro l’area a caldo dell’ex Ilva, cioè altiforni e cokerie, ovvero il cuore di un’acciaieria, facendo precipitare la crisi (anche se l’azienda ha mantenuto la “facoltà d’uso” degli impianti ed è rimasta in attività). Era l’agosto 2012: da allora l’impianto industriale è passato attraverso una gestione commissariale, la vendita al gruppo Arcelor Mittal, infine l’ingresso in società di Invitalia, cioè lo stato. Sono arrivate nuove prescrizioni ambientali. C’è stato un processo ai dirigenti del gruppo Riva che ha gestito lo stabilimento tra il 1995 e il 2013, concluso da condanne per “disastro ambientale”. Intanto le indagini epidemiologiche hanno descritto i danni dell’inquinamento sulla salute dei tarantini. E però la crisi resta aperta.

Certo: insieme alle ciminiere, oggi nel panorama urbano ci sono anche i giganteschi capannoni che coprono finalmente i “parchi minerari” dello stabilimento: sono i depositi di ferro e di carbone a cielo aperto che disperdevano polveri tossiche, tanto che nei giorni di vento bisognava chiudere le scuole del vicino quartiere Tamburi. Ora le polveri in aria sono diminuite (non eliminate, perché i capannoni sono aperti di lato). Ma nel terreno e nelle falde idriche, o nei fondali del Mar Piccolo, restano le sostanze tossiche accumulate in decenni: metalli pesanti, diossine, pcb, idrocarburi policiclici aromatici. Delle bonifiche promesse ben poco è stato fatto.

Resta aperto anche l’interrogativo di fondo: si può riconvertire lo stabilimento, “decarbonizzare” la produzione di acciaio? La nuova società Acciaierie d’Italia in dicembre ha annunciato, per bocca del suo amministratore delegato Franco Bernabè, che gli altoforni lasceranno il posto a forni elettrici con un piano graduale da attuare in dieci anni, passando dal carbone al gas e poi all’idrogeno. “Ma è un annuncio ancora vago, nulla di scritto”, osserva Giuseppe Romano: con quale energia si alimenterà lo stabilimento, quanti lavoratori occuperà? “Stiamo aspettando un vero e proprio piano industriale”.

Secondo gli accordi sottoscritti nel dicembre 2020 con Arcelor Mittal, in maggio Invitalia dovrebbe versare altri 680 milioni di euro nel capitale della società, diventando così l’azionista di maggioranza con il 60% della proprietà (oggi i due soci sono al 50 per cento). Ma già si parla di un rinvio. E la ragione sarebbe che sullo stabilimento gravano ancora diversi sequestri penali: avere gli impianti liberi da pendenze legali era una delle condizioni dell’accordo, insieme alla revisione dei piani industriali e delle prescrizioni ambientali. Il futuro delle acciaierie dunque resta sospeso. “Continua a mancare una strategia industriale a lungo termine”, insiste il segretario della Fiom: “E la cosa peggiore è l’incertezza”.

L’energia che galleggia

È difficile ignorare tutto questo, a Taranto. Così anche il progetto eolico, che pure è energia rinnovabile, è stato guardato con scetticismo. “Dopo tante promesse non mantenute, capisco che la città sia diffidente”, dice Lunetta Franco, presidente di Legambiente a Taranto: “Ma il parco eolico è un passo nella direzione giusta. Quelle pale in mare sono un segno di cambiamento”. (…)

https://www.terraterraonline.org/blog/lenergia-del-vento-arriva-a-taranto/

mercoledì 27 aprile 2022

Il riscaldamento del clima nuoce alla vostra salute - Marina Forti

 

 

Di questo tratta un rapporto pubblicato dall’Istituto superiore di sanità, dedicato al nesso tra la salute e il clima. È un documento allarmante, perché descrive un’Italia assai vulnerabile al cambiamento del clima e alle sue ripercussioni; ma è anche un documento che indica soluzioni possibili. Il titolo è “Mitigazione del cambiamento climatico e prevenzione sanitaria in Italia: la politica dei co-benefici” (pubblicato il 3 novembre 2021, è online sul sito dell’Istituto superiore di Sanità).

L’Italia è particolarmente esposta al riscaldamento globale del clima. Qui è ormai superata la soglia di 1,5 gradi centigradi di aumento della temperatura media globale, indicata come linea rossa dalle conferenze dell’Onu sul clima. Secondo dati diffusi il 10 novembre dall’Istituto superiore di protezione e ricerca ambientale (Ispra), in Italia nel 2020 la temperatura media ha superato di 1,54 gradi centigradi quella del periodo 1961-1990, con picchi di 2,88 gradi in febbraio. Ed è un trend ormai stabile.

Per misurare quanto siamo esposti al cambiamento climatico, il rapporto dell’Istituto superiore di sanità usa alcuni indicatori, ripresi da una ricerca internazionale pubblicata da Lancet Countdown  alla vigilia della Conferenza mondiale sul clima di Glasgow.

Un indicatore sono i picchi di temperatura: nell’ultimo decennio l’Italia ha visto ondate di calore più intense, prolungate e frequenti rispetto al periodo 1985-2005. Per la popolazione sopra ai 65 anni ciò peggiora patologie preesistenti, soprattutto cardiovascolari e respiratorie. Il rapporto stima che il 2,3 per cento dei decessi registrati in un anno (il 2015), sia dovuto proprio alle ondate di calore. Un altro indicatore: tra il 1950 e il 2020 è raddoppiata la superfice di territorio affetta da siccità per oltre un mese l’anno, con ripercussioni sulla disponibilità di acqua potabile oltre che sull’agricoltura.

“Abbiamo individuato tre grandi aree in cui l’azione è urgente”, spiega Marco Martuzzi, direttore del dipartimento ambiente e salute dell’Istituto superiore di sanità (e uno dei curatori del rapporto): i trasporti, la produzione di energia, l’agricoltura e allevamento. Sono le grandi fonti di gas di serra che alterano il clima, “e sono le aree in cui ridurre le emissioni porterà grandi miglioramenti per la salute di tutti”.

Le misure prese dall’Italia per tagliare le emissioni però sono insufficienti, e questo è un altro indicatore da considerare. I combustibili fossili restano dominanti, anche perché continuano a ricevere sovvenzioni pubbliche; nei trasporti ad esempio, il 96 per cento dell’energia usata per i veicoli su strada è fossile. L’obiettivo di “de-carbonizzare” l’economia è lontano. Questo pesa anche sull’inquinamento dell’aria, e quindi sulla salute dei cittadini: l’Italia è il secondo paese in Europa, dopo la Germania, per numero di morti attribuite alla presenza di polveri sottili nell’aria (il particolato PM 2,5), secondo dati del 2019.

L’inquinamento atmosferico illustra bene la relazione tra salute e clima e anche i “co-benefici” a cui allude l’Istituto superiore di sanità. Tra i fattori di rischio per la salute, la qualità dell’aria è quella su cui abbiamo le evidenze più chiare, osserva Paola Michelozzi, dirigente del Dipartimento di epidemiologia della Regione Lazio e coautrice della ricerca pubblicata dal Iss.

Prendiamo ad esempio le polveri sottili. Nel settembre scorso l’Organizzazione mondiale della sanità ha dimezzato il limite suggerito per il PM 2,5 da 10 a 5 microgrammi per metro cubo (anche se l’Unione europea mantiene la sua norma a 25 microgrammi). “Sappiamo che in Italia la concentrazione media di queste polveri è di 16 microgrammi per metro cubo”, fa notare Carla Ancona, ricercatrice del Dipartimento di epidemiologia del Lazio e coordinatrice della Rete italiana ambiente e salute (Rias). “Ma nelle città della pianura padana la media sale a 20 microgrammi, con picchi fino a 28, perché qui c’è la maggiore densità urbana e di impianti industriali, e condizioni meteorologiche che favoriscono l’accumulo nello strato basso dell’atmosfera”. L’inquinamento dell’aria si traduce in malattie e morti premature,  stimate con metodologia ormai consolidata. Il Dipartimento di epidemiologia del Lazio stima che al PM 2,5 si debbano quasi 51 mila decessi in più ogni anno in Italia, di cui oltre 30 mila nelle regioni del nord. “Ovvero, se fosse rispettata quella soglia di 5 microgrammi per metro cubo avremmo l’8 per cento di decessi in meno”, sottolinea Michelozzi.

“Il cambiamento deve partire proprio dalle città”, dice Carla Ancona. Qui vive il 70 per cento della popolazione italiana, intrappolata tra cemento, scarichi di auto, riscaldamento e impianti industriali. Aumentare gli spazi di verde pubblico e diminuire le auto potrebbe attenuare le “isole di calore” urbano e insieme permettere ai cittadini di respirare e fare attività fisica.

Il messaggio è chiaro: dalla pianificazione urbana ai trasporti, dalla produzione di energia al cibo, “de-carbonizzare” la nostra economia farebbe un gran bene alla salute generale.

(Questo articolo è uscito su L’Essenziale del 20 novembre 2021. Nella foto, una veduta di Taranto con l’acciaieria)


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