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mercoledì 26 marzo 2025

Presa “elettrica” diretta - Grig

La petizione Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica! si firma qui.

Ci risiamo.  

Dopo Far West ecco Presa Diretta.  

Dopo Salvo Sottile, ecco Riccardo Jacona.

Trasmissioni del servizio pubblico televisivo (RAI 3), supportate quindi con il canone pagato dai contribuenti, che fanno da megafono per la realizzazione di centrali di produzione energetica da fonti rinnovabili senza se e senza ma, cioè pura speculazione energetica.

A ‘sto punto sembra proprio una scelta di campo piuttosto netta da parte di un giornalismo d’inchiesta che appare più una velina d’interessi politico-industriali.

Che pena.

Mai che a ‘sto giornalismo d’inchiesta venga in mente, per esempio, di far vedere l’altra faccia della transizione energetica in corso in Cina, tanto decantata quanto poco indagata.

Vediamo un po’.

Alla recente  COP 29 di Baku, la 29^ Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Baku, Azerbaijan, 11 – 22 novembre 2024), come sempre, l’Italia ha fatto la sua parte e ha sottoscritto l’appello volontario per la messa al bando del carbone per la produzione energetica insieme numerosi Paesi, fra cui la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, il Canada, l’Australia, l’Angola, l’Uganda, l’Etiopia: “i firmatari promettono chei loro prossimi piani climatici non includeranno alcuna nuova centrale elettrica alimentata a carbone senza cattura di CO2”.

L’Italia abbandonerà l’utilizzo del carbone a fini di produzione energetica nel 2025, con l’eccezione della Sardegna, dove l’utilizzo cesserà fra il 2026 e il 2028.

Cina (30,00%), U.S.A. (11,25%) e India (7,80%) – cioè i primi tre grandi “produttori” di CO2 al mondo (complessivamente il 49,5% delle emissioni nel 2023) – non aderiscono alla dismissione del carbone.

E abbiamo detto tutto.

Cina, Stati Uniti, India, Unione Europea (27 Stati), Russia e Brasile sono i Paesi che emettono più CO2 al mondo. Insieme, rappresentano il 49,8% della popolazione mondiale, il 63,2% del P.I.L. globale, il 64,2% del consumo di combustibili fossili e il 62,7% delle emissioni globali di CO2 fossile (Commissione europea, CO2 emissions of all world countries, 2024 Report).

Nel 2023 la Cina ha emesso 15.943,99 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (in sistematica crescita dal 1990, + 411%), il 30% delle emissioni globali mondiali, l’Italia ha emesso 374,12 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (in drastica diminuzione dal 1990, – 27%), lo 0,71% delle emissioni globali mondiali.

L’International Energy Agency (IEA), nel World Energy Outlook del 2023, sottolinea come il governo cinese preveda di arrivare al picco delle emissioni nel 2030, per cui non possiamo che prevedere ulteriori aumenti delle emissioni cinesi di CO2.

E’ ben chiara la follìa di chi vorrebbe in Italia una transizione energetica votata al proliferare senza se e senza ma di centrali eoliche, centrali fotovoltaiche, centrali a biomassa in spregio a qualsiasi salvaguardia del territorio: anche se l’Italia scendesse allo 0,5% delle emissioni globali mondiali di CO2 per la nostra Terra non cambierebbe un bel niente.

Il Consiglio di Stato l’ha ricordato in questi giorni con la  sentenza Sez. IV, 5 marzo 2025, n. 1872.

E ha ragione da vendere il magistrato amministrativo Paolo Carpentieri con il suo forte richiamo al buon senso che dovrebbe guidarci tutti nella transizione ecologica ed energetica: “...è del tutto inutile auto-distruggere qui e ora, subito, i nostri paesaggi, coprendoli di pale eoliche e di campi fotovoltaici, mentre il resto del mondo non fa nulla (anzi, continua a crescere con un’esplosione demografica fuori controllo). È come voler svuotare il mare con un cucchiaino.”.

Per questi motivi, a puro titolo d’esempio, è semplicemente criminale voler assediare la reggia nuragica di Barumini con cinque centrali eoliche e svariate centrali fotovoltaiche, per non parlare (sempre a puro titolo di esempio) della Sardegna inquinatrice d’Italia, una fesseria buona solo per chi si rifiuta di ragionare.

Il fenomeno della speculazione energetica, oltre che in Sardegna, è pesantemente presente in modo particolare nella Tuscia, in Puglia, nella Maremma, in Sicilia, sui crinali appennnici…

continua qui

 

martedì 22 febbraio 2022

Quelle banche nere di carbone - Luca Manes

 

Le due più importanti banche italiane, Intesa Sanpaolo e UniCredit, fra il 2020 e il 2021 hanno aumentato sensibilmente il loro sostegno all’industria del carbone, il combustibile fossile più inquinante e per questo responsabile in modo massiccio dell’attuale crisi climatica. In particolare, l’istituto torinese ha quadruplicato i suoi finanziamenti tra il 2020 e il 2021, passando da 449 milioni a 2,1 miliardi di euro, mentre quello di piazza Gae Aulenti cresce da 1,36 a 1,71 miliardi di euro. Stesso trend per gli investimenti, soprattutto quelli della prima banca italiana: da 778 milioni a 1,35 miliardi di euro tra il 2020 e il 2021.

Lo rivela l’analisi finanziaria della Global Coal Exit List, redatta dalla Ong tedesca Urgewald, dalla francese Reclaim Finance e da 350.org Giappone insieme ad altre 25 realtà internazionali, tra cui ReCommon, e resa pubblica oggi (15 febbraio, ndr).

La crescita di Intesa Sanpaolo è stata trainata soprattutto dalla sottoscrizione di bond (sestuplicata tra 2020 e 2021), modalità di finanziamento tra le meno regolate in circolazione, dal momento che le società dell’industria fossile possono impiegare i proventi legati ai bond per scopi generici, il più delle volte il proprio core business. Tra i finanziamenti, spiccano i 120 milioni di euro alla sudafricana Sasol e, soprattutto, i 200 milioni alla tedesca RWE, società più inquinante d’Europa.

I finanziamenti a Sasol, avvenuti tra marzo e maggio del 2021, si configurano inoltre come una violazione della precedente policy sul carbone (maggio 2020), concessi poco prima dell’entrata in vigore di quella attuale (luglio 2021). Gli impegni presi nel 2020, infatti, escludevano la possibilità di finanziare società intenzionate a espandere il proprio business attraverso la costruzione di nuove miniere, proprio come sta facendo Sasol.

Anche UniCredit ha intensi rapporti commerciali con Sasol (136 milioni di euro) e RWE (226 milioni di euro). Il gruppo non sembra dunque intenzionato ad abbandonare definitivamente il carbone, come confermato dall’analisi dei dati finanziari e dalla nuova policy, adottata pochi giorni fa, con cui UniCredit ha rivisto al ribasso i propri impegni di disinvestimento nei confronti del settore.

 

«I dati del 2020 delle due principali banche italiane sembravano indicare un trend al ribasso rispetto all’esposizione finanziaria al carbone. Quelli aggiornati sono uno schiaffo a chiunque si stia impegnando per contrastare la crisi climatica», commenta Simone Ogno di ReCommon. «I ridotti prestiti al carbone da parte di Intesa Sanpaolo nel 2020 non erano quindi dettati dall’azione climatica, bensì la fotografia di un comparto fermatosi all’inizio della pandemia. Come fa la prima banca italiana a definirsi “leader della sostenibilità” se nel 2022 stiamo ancora a parlare della sua crescente esposizione al più inquinante dei combustibili fossili e se non ha ancora indicato una data per interrompere il suo supporto all’energia prodotta dal carbone?», aggiunge Ogno.

La Global Coal Exit List ha preso in esame 1.032 società del settore carbonifero e i rispettivi sostenitori finanziari: banche, fondi di investimento, asset manager. In base ai dati raccolti nella ricerca, risulta che nel 2021 le istituzioni finanziarie abbiano investito oltre 1.200 miliardi di dollari nell’industria del carbone. Un aumento molto preoccupante rispetto al 2020, quando i soldi investiti superavano di poco 1000 miliardi di dollari.

Le banche di soli 6 paesi – Cina, Stati Uniti, Giappone, India, Regno Unito e Canada – sono state responsabili dell’86% dei finanziamenti complessivi per l’industria del carbone.

Un totale di 376 banche commerciali hanno fornito 363 miliardi di dollari sotto forma di prestiti all’industria del carbone. Solo 12 banche contano però per il 48% del totale dei prestiti alle società presenti nel Global Coal Exit List. Guidano questa poco onorevole classifica le tre banche giapponesi Mizuho Financial, Mitsubishi UFJ Financial e SMBC Group, seguite da Barclays (Regno Unito) e Citigroup (Stati Uniti). Ironicamente, dieci di queste fanno parte della Net-Zero Banking Alliance, in cui rientrano anche Intesa Sanpaolo e UniCredit da ottobre 2021.

Nello stesso periodo, i tre istituti più esposti in termini di sottoscrizione di bond sono la Industrial Commercial Bank of China, la China International Trust and Investment Corporation e la Shanghai Pudong Development Bank. L’unica banca non cinese tra i primi 12 sottoscrittori per l’industria del carbone è la statunitense JPMorgan Chase.

«Le organizzazioni della società civile, i regolatori finanziari e gli stessi investitori devono smascherare le pratiche di greenwashing e mettere alle strette gli istituti di credito più importanti del Pianeta, affinché smettano di finanziarie il carbone. L’ipocrisia nascosta dietro vaghi impegni di net-zero e sostenibilità è inaccettabile», ha affermato Daniela Finamore di ReCommon.

https://comune-info.net/quelle-banche-nere-di-carbone/

mercoledì 1 dicembre 2021

Banche tossiche inquinano

il greenwashing non incanta Greenpeace e ReCommon, che non fanno sconti a Banca Intesa Sanpaolo  


Una banca insostenibile: Intesa Sanpaolo contro il clima, l’ambiente e le comunità - Greenpeace

27 Aprile 2021


Intesa Sanpaolo è riuscita a fare breccia nell’immaginario collettivo come banca sostenibile e al servizio dei territori: niente di più distante dalla realtà.

Alla vigilia dell’assemblea dei soci del gruppo torinese, Greenpeace e ReCommon pubblicano lo studio – “Una banca insostenibile: Intesa
Sanpaolo contro il clima, l’ambiente e le comunità” – per mostrare i legami finanziari che la banca ha con il settore dei combustibili fossili.

Leggi lo studio completo QUI

https://www.greenpeace.org/italy/rapporto/13553/una-banca-insostenibile-intesa-sanpaolo-contro-il-clima-lambiente-e-le-comunita/

 

Perché Intesa Sanpaolo è “la banca fossile numero uno in Italia” - Duccio Facchini

27 Aprile 2021

Aziende attive nel carbone, petrolio e gas continuano a ottenere prestiti e investimenti miliardari dal gruppo. Anche nel 2020, nonostante l’Accordo di Parigi. Dal Golfo del Messico ai Balcani, dall’Artico al Mozambico: il report di ReCommon e Greenpeace Italia

 “Intesa Sanpaolo può essere definita la banca fossile numero uno in Italia”. Il giudizio dell’associazione ReCommon e Greenpeace Italia è secco ma documentato e deriva da un’attenta analisi dei prestiti e degli investimenti del primo gruppo bancario italiano. Il report “Intesa Sanpaolo contro il clima, l’ambiente e le comunità”, pubblicato il 27 aprile a ridosso dell’assemblea degli azionisti, ne raccoglie i risultati, frutto della ricerca finanziaria realizzata dalla società specializzata olandese Profundo. È un viaggio “nero” tra carbone, petrolio e gas, che spazia dal Mozambico all’Artico, e che tocca “società che stanno sabotando l’Accordo di Parigi”.

Due numeri aiutano a capire meglio. Nel solo 2020 Intesa Sanpaolo avrebbe concesso 2,7 miliardi di euro di finanziamenti all’industria fossile (tra prestiti e sottoscrizione di azioni e bond). Stessa cifra alla voce investimenti (azioni e bond).

 


Fonte: “Intesa Sanpaolo contro il clima, l’ambiente e le comunità”, ReCommon – Greenpeace Italia, 2021

 

È la cornice del “business as usual” che contraddistingue la grande finanza privata globale. Da quando è entrato in vigore l’Accordo di Parigi sul clima, di fatto nel 2016, il sostegno al carbone non ha perso slancio e le principali banche mondiali hanno stanziato 3.800 miliardi di dollari a favore di gas e petrolio. Intesa Sanpaolo, ricordano i curatori del report, nel periodo 2016-2020 ha posto 13,7 miliardi di dollari sull’industria fossile. Principali beneficiari: Eni, Exxon, Novatek, Equinor, Cheniere Energy, Kinder Morgan.

“Ogni dollaro concesso o investito oggi nell’industria fossile -si legge nel report- rappresenta l’ennesimo ostacolo al contenimento del riscaldamento globale, nonché a una transizione che sia giusta e incentrata sui reali bisogni delle persone: alimentando la crisi climatica in corso, la finanza globale di fatto rischia di favorire con le sue operazioni l’insorgere di pandemie e altre, catastrofiche, crisi”.

ReCommon e Greenpeace Italia partono proprio dal carbone, il combustibile fossile più inquinante da cui occorre sganciarsi (per il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres si tratta non a caso di una “dipendenza mortale”).

In tema di “prestiti al carbone” la banca guidata da Carlo Messina sembrerebbe aver fatto un passo avanti, avendo ridotto l’ammontare del 70% tra 2019 e 2020. “Facili entusiasmi” sostengono però ReCommon con Greenpeace: si tratterebbe “pur sempre di 390 milioni di euro concessi a società carbonifere nel solo 2020”, considerando poi l’assenza di “impegni formali” per i prossimi anni e quindi il rischio di una ripresa.

Alla voce “investimenti” la quota resta invece altissima: 708 milioni di euro nel 2020. Alcuni casi di scuola: la società Fortum/Uniper (finlandese), che tra le altre cose nel maggio 2020 ha reso operativa la centrale a carbone Datteln 4 in Germania. Oppure la società energetica tedesca RWE, la “più inquinante d’Europa” per ReCommon e Greenpeace, con le sue centrali a carbone.

I curatori di “Una banca insostenibile” criticano anche la “policy” di Intesa Sanpaolo sul carbone. Impegni giudicati “deboli”, tardivi, limitati solo ai prestiti e non agli investimenti, caratterizzati da un “doppio standard” tra ricchi Paesi Ocse e quelli “in via di sviluppo”. Da questa separazione deriverebbe ad esempio il finanziamento alla centrale a carbone di Tuzla, in Bosnia ed Erzegovina.

La partita più importante, però, si gioca nel campo “oil&gas”. Il report passa in rassegna società e giacimenti. Come l’indiana ONGC Videsh, coinvolta nel progetto Mozambique LNG (capofila è Total), che si inserisce nella drammatica situazione di Cabo Delgado. Nel 2020 Intesa Sanpaolo l’ha finanziata per 61 milioni di euro.

Poi c’è l’Artico, segnato dalla “corsa” alle risorse naturali del Mare glaciale seguita alla progressiva riduzione della calotta polare. Intesa Sanpaolo nel 2020 ha finanziato o investito in Eni (oltre un miliardo di euro), Equinor (norvegese, 60 milioni), Total (francese, 195 milioni), ConocoPhillips (statunitense, 77 milioni).

 

Fonte: “Intesa Sanpaolo contro il clima, l’ambiente e le comunità”, ReCommon – Greenpeace Italia, 2021

 

Anche nell’Artico russo, sull’altra sponda dello Stretto di Bering, è analizzato il ruolo di Intesa Sanpaolo con riferimento agli impianti di liquefazione di gas fossile Yamal LNG e Arctic LNG-2, in pancia alla joint-venture Total e Novatek (russa).

Il primo era già stato “finanziato proprio da Intesa con un’operazione da 750 milioni di euro garantita da SACE”, ricordano ReCommon e Greenpeace Italia. “Stessa sorte spetterà ad Arctic LNG-2”, annotano i curatori del report, che danno per già “arrivato” il supporto finanziario del colosso italiano. Oltre agli istituti di credito russi VEB.RF, Sberbank e Gazprombank, in campo per cinque miliardi di dollari, vi sarebbe infatti una cordata di banche straniere composta da China Development Bank, Bank of Japan for International Cooperation, Intesa Sanpaolo e Raiffeisen Bank International per altri cinque miliardi di dollari. Dall’ufficio stampa della banca, interpellato da Altreconomia, non è giunta smentita o conferma della notizia diffusa da Kommersant.

Dall’Artico ci si sposta nel Permian Basin, al confine tra Stati Uniti e Messico, area di fracking e trivellazione orizzontale. Una “bomba climatica”, spiegano ReCommon e Greenpeace, che ricordano come tra 2020 e 2050 la combustione di tutte le riserve di petrolio e gas possa determinare “l’emissione di 46 miliardi di tonnellate di CO2“. “In prima fila nella produzione e nel trasporto di petrolio e gas del Permian Basin troviamo colossi quali Chevron (130 milioni di euro circa, ndr), ExxonMobil (140 milioni, ndr) e Kinder Morgan (57 milioni, ndr), società che hanno beneficiato abbondantemente dei soldi di Intesa nel 2020″.

Il gas estratto nel Permian Basin raggiunge poi lo snodo del Golfo del Messico per essere liquefatto e trasportato in Europa dalle navi metaniere. Un settore sensibile per le società fossili Freeport LNG e Cheniere Energy, anch’esse sostenute da Intesa per mezzo di finanziamenti (189 milioni di euro ciascuna).

“Non c’è più tempo per false promesse” o “goffi tentativi di presentarsi come banca attenta al clima”, concludono ReCommon e Greenpeace Italia, che al colosso rivolgono poche richieste chiarissime.

Stop a prestiti e investimenti a beneficio di società che stanno realizzando nuove centrali a carbone e a coloro che non prevedono di uscirne entro il 2030. Portare a zero l’esposizione in tema di carbone entro il 2028. Implementare entro quest’anno una “policy” su petrolio e gas, interrompendo le operazioni a riguardo. L’ultima, strutturale, è quella di costruire un piano di uscita dai combustibili fossili in linea con l’Accordo di Parigi sul clima. Includendo però prestiti, investimenti, gestione di asset per conto di terzi.

https://altreconomia.it/perche-intesa-sanpaolo-e-la-banca-fossile-numero-uno-in-italia/

 

Lettera a Intesa Sanpaolo - Greenpeace

24 Aprile 2020

Lunedì 27 aprile si terrà la Assemblea dei Soci di Intesa Sanpaolo, uno dei più grandi gruppi bancari italiani. Intesa ha deciso di far svolgere l’assemblea non solo a porte chiuse, ma senza la possibilità di alcuno streaming, seppure la possibilità era stata dal governo italiano proprio per non ridurre gli spazi di democrazia e partecipazione della società civile in questo momento di emergenza sanitaria.
Intesa Sanpaolo è una delle banche italiane che ancora investono maggiormente in gas, petrolio e carbone, finanziando di fatto l’emergenza climatica. Da tempo chiediamo al gruppo torinese di chiudere con il fossile, e avremmo voluto sentire la voce della società civile anche in questa importante assemblea. Per questo, insieme a Re:Common, abbiamo scritto a Intesa Sanpaolo una lettera aperta.

Leggi la nostra lettera.

https://www.greenpeace.org/italy/storia/7320/lettera-a-intesa-sanpaolo/

 

Intesa Sanpaolo presenta una nuova policy sul clima. Greenpeace e ReCommon: “impegni insufficienti e poco ambiziosi”

28 Luglio 2021 

Nelle scorse ore Intesa Sanpaolo ha aggiornato i propri impegni pubblici in materia di ambiente e clima. Un aggiornamento delle policy da parte del gruppo bancario che però per Greenpeace e ReCommon risulta insufficiente e poco ambizioso.

Nello specifico, Intesa Sanpaolo, leader in Italia nel suo settore e tra i trenta gruppi bancari più grandi al mondo, ha rivisto la propria politica sui prestiti al settore del carbone e ha introdotto anche primi, marginali impegni sui sotto-settori più impattanti del comparto petrolio e gas.

«Gli impegni di Intesa Sanpaolo risultano poco chiari e insufficienti, ancora di più nell’anno della COP26 e del G20 a presidenza italiana», commentano Greenpeace e Recommon. «Servono poi a poco se, poco prima della loro entrata in vigore, si concedono finanziamenti a mega-progetti che mettono a repentaglio il clima, l’ambiente e le comunità locali, senza contare che riguardano solamente i prestiti e non gli investimenti, ambito in cui è evidente il supporto del gruppo torinese all’industria fossile. E il rischio è che questo supporto continui ancora a lungo, in direzione contraria rispetto alla urgenza e ambizione richieste dalla crisi climatica in corso».

Gli unici aspetti positivi di questo aggiornamento riguardano il carbone, visto che è in programma la chiusura definitiva entro il 2025 delle relazioni con le società operanti nel settore dell’estrazione. A questo si aggiunge inoltre lo stop di ogni finanziamento a quelle società che prevedono di espandere il proprio business attraverso nuova capacità installata o con la realizzazione di nuove centrali termiche a carbone.

Tuttavia, questi passi in avanti sono parziali e limitati, poiché nessuna data di phase-out è prevista per i finanziamenti alla produzione di energia derivante dal carbone. La partita con la più impattante fonte fossile resta dunque ancora aperta, nonostante la comunità scientifica abbia espressamente indicato il 2030 come data per chiudere la partita con la polvere nera in Europa e nel 2040 nel resto del mondo.

Inoltre, il testo della policy incoraggia il passaggio dal carbone al gas, combustibile fossile presentato come “naturale”, “pulito” e “necessario” alla transizione verso le energie rinnovabili. La realtà è però ben diversa: il metano è uno dei principali responsabili dell’emergenza climatica, con un potenziale climalterante 84 volte superiore a quello della CO2 in un orizzonte temporale di venti anni dal suo rilascio nell’atmosfera.

Per quanto riguarda i cosiddetti sotto-settori non-convenzionali del comparto petrolio e gas – in questo caso sabbie bituminose, petrolio e gas di scisto, operazioni nella regione artica e in quella amazzonica – Intesa Sanpaolo si conferma fedele alle sue pratiche di greenwashing.

Se da un lato è positiva la volontà di chiudere la propria esposizione finanziaria con questi sotto-settori entro il 2030, i termini vaghi della policy lasciano intendere possibilità di nuovi finanziamenti a quelle società oil&gas attive nell’esplorazione, produzione e trasporto di idrocarburi in questi ambiti così sensibili. Inoltre, come avvenuto nel caso del finanziamento alla centrale a carbone di Tuzla, in Bosnia-Erzegovina, pochi giorni prima dell’entrata in vigore di questi impegni il gruppo torinese ha sancito la sua partecipazione al mega-progetto di gas fossile Arctic LNG-2, nell’Artico russo. A ciò si aggiunge anche il finanziamento al colosso italiano Bonatti – attivo soprattutto nella costruzione di infrastrutture per petrolio e gas prodotti da scisto, come il Coastal Gaslink – insieme ad altre banche italiane, per un ammontare di 137 milioni di euro.

https://www.recommon.org/intesa-sanpaolo-presenta-una-nuova-policy-sul-clima-greenpeace-e-recommon-impegni-insufficienti-e-poco-ambiziosi/

 

Greenpeace e ReCommon: «Eni si conferma la peggiore azienda italiana per gas serra, Intesa Sanpaolo continua a finanziare la crisi climatica»

4 Novembre 2021 

In occasione della giornata dedicata all’energia della COP26 di Glasgow, Urgewald, ReCommon, Greenpeace e altre 18 organizzazioni della società civile rendono pubblico il Global Oil & Gas Exit List (GOGEL), un ampio database sulle attività di 887 società petrolifere e del gas, che rappresentano più del 95% della produzione globale di idrocarburi.

GOGEL ha un duplice obiettivo: facilitare il monitoraggio delle società che, ancora oggi, continuano a investire nei combustibili fossili e dissuadere le istituzioni finanziarie a concedere loro denaro sotto forma di prestiti, sottoscrizioni e investimenti.

In base agli ultimi dati analizzati, ENI si colloca nella top 20 dei produttori globali di petrolio e gas e, attraverso la sua controllata Vår Energi, nella top 10 delle società che sfruttano le risorse della Regione artica, soprattutto con le piattaforme petrolifere nel Mare di Barents. I rischi associati alla produzione di idrocarburi, già elevati a ogni latitudine, nell’Artico aumentano esponenzialmente: le condizioni estreme, infatti, non fanno che accrescere le possibilità di fuoriuscite e incidenti, minacciando ecosistemi già fragili. A ciò si aggiunge il pericolo del rilascio, dal suolo e dai fondali marini, di enormi quantità di gas serra.

 

«ENI si conferma essere la peggior azienda italiana in termini di impatti sul clima del Pianeta», dichiara Luca Iacoboni, responsabile Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Nei prossimi decenni inoltre intende continuare a cercare, estrarre, vendere e bruciare gas fossile e petrolio, addirittura aumentando la produzione negli anni a venire. La ricerca di combustibili fossili in Artico è inoltre doppiamente grave, considerando gli enormi rischi ambientali per l’ecosistema».

Incrociando i dati di GOGEL con quelli in possesso di ReCommon e Greenpeace Italia, si possono già fare alcune considerazioni anche sul versante finanziario, e il quadro che emerge non fa che confermare la pessima posizione di un altro attore italiano: Intesa Sanpaolo è la banca nemica del clima numero uno in Italia. Nel solo 2020 la banca torinese ha investito in sei delle otto società dei combustibili fossili che figurano nelle tre principali classifiche di GOGEL. Ovvero la top 20 dei produttori di idrocarburi, la top 20 delle società che hanno intenzione di espandere il proprio business e la top 20 di quelle che hanno speso più soldi nella ricerca di nuovi idrocarburi.

A questo proposito, la recente partecipazione di Intesa alla Net-Zero Banking Alliance, parte della più ampia coalizione Glasgow Financial Alliance for Net-Zero – presentata proprio ieri alla COP26 dall’inviato speciale dell’ONU per finanza e clima Marcus Carney – rischia di risultare l’ennesima operazione di greenwashing del gruppo bancario, nonché di mostrare in maniera evidente i limiti di queste piattaforme finanziarie, con obiettivi opachi e nessun impegno vincolante per il clima.

«ExxonMobil, Shell, TotalEnergies, BP, Chevron ed Equinor hanno beneficiato di investimenti pari a 604 milioni di euro da parte di Intesa Sanpaolo», commenta Simone Ogno di ReCommon. «Mentre sul fronte strettamente italiano, nel solo 2020 la principale banca italiana ha concesso prestiti a ENI per 866 milioni di euro e investimenti pari a 183 milioni di euro», conclude.

I dati di GOGEL mostrano come l’industria dei combustibili fossili stia crescendo in maniera sconsiderata, nonostante i moniti della comunità scientifica e le recenti dichiarazioni  dell’Agenzia internazionale dell’energia, secondo cui è finito il tempo di realizzare – e quindi di finanziare – nuove esplorazioni e produzione di combustibili fossili.

Se anche il carbone fosse eliminato da un giorno all’altro, le emissioni derivanti dalle riserve di petrolio e gas esaurirebbero presto la quota di CO2 che permetterebbe di rimanere entro 1,5 gradi centigradi di riscaldamento globale. È urgente avviare un percorso di abbandono graduale ma rapido anche di gas e petrolio, eppure più dell’80% dei produttori di queste due fonti fossili analizzati nel database si apprestano a sviluppare nuove riserve di idrocarburi nell’immediato futuro. Le prime cinque società che stanno espandendo il proprio business sono Qatar Energy, Gazprom, Saudi Aramco, ExxonMobil e Petrobras.

Anche sul fronte midstream lo scenario è allarmante: ci sono attualmente 211.849 chilometri di oleodotti e gasdotti in via di sviluppo. Se i tubi fossero posati senza soluzione di continuità e puntati verso il cielo, arriverebbero a metà strada tra la Terra e la Luna.

Nelle giornate della COP26 di Glasgow, per ReCommon e Greenpeace Italia il messaggio che deve passare è chiaro: è arrivato il momento di interrompere la ricerca di nuovi idrocarburi, la loro ulteriore produzione e, di conseguenza, il supporto finanziario all’espansione del business fossile.

https://www.recommon.org/cop26-nuovo-studio-di-greenpeace-e-recommon-eni-si-conferma-la-peggiore-azienda-italiana-per-gas-serra-intesa-sanpaolo-continua-a-finanziare-la-crisi-climatica/

 

SACE e Intesa Sanpaolo finanziano la devastazione dell’Artico russo - Luca Rondi

22 Novembre 2021

A 10 giorni dalla fine della Cop26 il governo italiano contraddice gli impegni climatici. SACE ha infatti confermato la copertura assicurativa del finanziamento di Intesa Sanpaolo e Cdp per “Artic Lng-2”. “Intesa Sanpaolo si conferma campione di greenwashing”, denuncia ReCommon

A soli dieci giorni dalla fine della Cop26 di Glasgow il governo italiano non rispetta gli impegni presi. SACE infatti ha confermato la copertura assicurativa del finanziamento di Intesa Sanpaolo e Cassa depositi e prestiti per “Artic Lng-2”, un progetto di liquefazione di gas fossile che è in fase di costruzione nella penisola di Gydan, tra i territori più a rischio dell’Artico russo. “Se il buongiorno si vede dal mattino, siamo sicuri che entro la fine del 2022 ci sarà una corsa al finanziamento pubblico di mega-progetti estrattivi come ‘Arctic Lng-2’ che consideriamo l’ennesimo attentato al clima del Pianeta”, spiega Simone Ogno di ReCommon.

Secondo quanto ricostruito da Reuters proprio nei giorni del summit scozzese, mentre l’Italia annunciava impegni per interrompere sussidi pubblici diretti per progetti internazionali legati ai combustibili fossili, i dirigenti della Sezione speciale per l’assicurazione del credito all’esportazione -controllata al 100% da Cassa depositi e prestiti– comunicavano a Giorgio Starace, ambasciatore italiano in Russia, la disponibilità a fornire la copertura assicurativa per “Artic Lng-2”. È l’ennesima garanzia fornita dall’Agenzia per progetti legati ai combustibili fossili: un totale di 8,6 miliardi di euro tra il 2016 e il 2020 per progetti di primo piano. Come sottolineato da ReCommon, SACE compare nei progetti estrattivi di gas da parte di Eni in Mozambico e nel sostegno a banche e imprese direttamente coinvolte in progetti a elevato impatto ambientale sia nella regione artica (come il caso di “Yamal Lng” finanziato con 750 milioni di euro da Intesa Sanpaolo) sia in Africa dove potrebbe entrare in gioco nel contestato oleodotto “Eacop” tra Uganda e Tanzania.

La società russa Novatek, titolare della progettazione di “Artic Lng-2”, ha scelto Intesa Sanpaolo come istituto bancario privilegiato anche grazie ai buoni rapporti tra Mosca e il gruppo finanziario torinese. “La relazione ruota intorno alla figura di Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa Russia e dell’associazione Conoscere eurasia che da anni organizza il Forum economico eurasiatico di Verona, dove questi accordi prendono forma”, spiegano i ricercatori di ReCommon. La prima banca italiana dovrebbe concedere almeno 500 milioni di euro alle società coinvolte nel progetto. Del prestito si parla almeno da due anni ma si è realizzato solo dopo la certezza di una garanzia pubblica che coprisse le eventuali perdite.

Questo finanziamento spiega e chiarisce il perché di una clausola inserita nella policy di luglio 2021 che prevede l’esclusione del supporto a progetti estrattivi offshore nell’Artico permettendo invece quelli sulla terraferma come nel caso di “Arctic Lng-2”. “Intesa Sanpaolo si conferma campione di greenwashing nel panorama finanziario italiano -aggiunge Daniela Finamore di ReCommon-. In occasione della Cop26, la banca si è fregiata di impegni net-zero al 2050, insieme ad altre istituzioni finanziarie internazionali. Impegni molto vaghi e a lungo termine che di fatto significano finanziamenti incondizionati all’industria dei combustibili fossili”.

Quel che si sa, secondo quanto ricostruito da un report curato da ReCommon in collaborazione con Greenpeace, è che nel periodo 2016-2020 la banca ha posto 13,7 miliardi di dollari sull’industria fossile con principali beneficiari Eni, Exxon, Novatek, Equinor, Cheniere Energy, Kinder Morgan. Si aggiunge ora Novatek con un ruolo di primo piano di Intesa Sanpaolo anche nell’Artico segnato dalla progressiva riduzione della calotta polare e dalla conseguente “lotta” per la conquista delle risorse naturali.

https://altreconomia.it/sace-e-intesa-sanpaolo-finanziano-la-devastazione-dellartico-russo

martedì 27 luglio 2021

La falsa lotta per il clima di politici, finanzieri e grandi industriali - Guido Viale

 

Greta Thumberg è tornata a dare il meglio di sé al vertice austriaco sul mondo promosso da Arnold Schwarzenegger, con Frau Merkel, Antonio Guterres ed altri. Rivolgendosi ancora una volta a tutti i potenti del mondo, ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono, ha spiattellato che nei sei anni che ci separano dal vertice di Parigi, politici, finanzieri e grandi industriali (la crème di Davos) ci hanno riempiti di parole, ma non hanno fatto niente per avvicinarci agli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Anzi, hanno fatto, stanno facendo e si apprestano a fare esattamente l’opposto: la loro “lotta per il clima” serve solo a mascherare e giustificare la continuazione di una politica fondata sui fossili, cercando nuove occasioni di business.

Questa accusa coglie in pieno anche il PNRR italiano, il suo padre, il RRF della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, che altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a bloccare l’attenzione – e il confronto, dove c’è – intorno a misure e progetti assolutamente inconsistenti, se non controproducenti, mentre il pianeta va a fuoco. A fuoco: nello stesso giorno in cui si registravano a Vancouver 50 °C, il Parlamento italiano ha votato, alla Camera, il ponte sullo stretto di Messina (da finanziare non con il PNRR, bensì con un fondo, detto “fondone”, che Draghi ha fatto aggiungere, a debito, ai fondi, anch’essi a debito, del PNRR, per «non lasciare indietro nessuno»: in questo caso le lobby del cemento). D’altronde, non è stato forse il Senato italiano, forte delle sue competenze, a votare, anni fa, che il cambiamento climatico non esiste?

Tra le parole senza fatti o, meglio, con fatti che le contraddicono, di cui parla Greta, spicca l’istituzione in Italia di un Ministero della Transizione ecologica. Ora, se transizione ecologica significa – e non può significare altro; se no, verso che cosa mai si transita? – un cambiamento radicale, a partire dall’abbandono del presupposto su cui si basa tutto lo stato di cose attuale, cioè il mito fasullo e letale della “crescita” (che altro non è che accumulazione del capitale), è evidente che essa non può non coinvolgere profondamente comportamenti, stili di vita e assetti sociali di tutta la popolazione; oltre, ovviamente, alla determinazione di che cosa, con che cosa, per chi e come si produce. Il primo compito di un Ministero della Transizione ecologica (e del Governo che ne fa proprie le finalità) avrebbe dovuto essere, quindi, il lancio di una grande campagna di informazione: sul perché di questa svolta, sui rischi che corrono il pianeta, il paese e la vita di ciascuno; e la conseguente apertura di un confronto generale (non era certo tale la kermesse organizzata a suo tempo dal secondo Governo Conte a villa Pamphili), coinvolgendo tutte le istanze della “società civile” – associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura – sulle alternative che ci troviamo di fronte: sia a livello planetario che a livello locale; ciascuno a fare i conti nel proprio territorio con la realtà in cui è inserito e in cui può operare. Le dimensioni del problema sono d’altronde tali che non si può sperare di ottenere dei risultati – se si vogliono veramente ottenere – che procedendo così. E se il Governo non lo fa, la prima conseguenza da trarre è che di promuovere quel confronto dobbiamo farci carico noi. Chi? Tutti, dove e come si può. Mettendo al centro non la crescita ma la cura delle persone, del vivente e della Terra.

Ma invece di una campagna di informazione e di un grande confronto ci siamo ritrovati le continue esternazioni del ministro Cingolani, peraltro in frequente contraddizione tra loro, ma che, sostanzialmente, mirano a rassicurare che non c’è da cambiare gran che: il gas sostituirà – un po’ per volta – il petrolio come “combustibile di transizione” (verso che?), costruendo nuovi impianti e pipeline la cui vita utile va ben al di là del 2050, anno in cui il gas dovrebbe scomparire; l’idrogeno verde deve aspettare (non è ancora maturo); con le rinnovabili non c’è fretta, tanto arriverà la fusione nucleare, o anche la fissione in “piccoli impianti” distribuiti sul territorio; la dieta proteica è essenziale, quindi largo agli allevamenti industriali; l’agricoltura sostenibile si fa con l’agrofotovoltaico (pannelli in alto e ortaggi sotto) ecc.

Ma se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il PNRR, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e treni ad Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il TAV Torino-Lione, ricompreso nel PNRR, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T).

E qui, anche senza entrare nei dettagli (che peraltro il PNRR evita accuratamente), la prima e fondamentale domanda da fare, se si aprisse, come si dovrà aprire, ma da basso, un dibattito sulla transizione ecologica è: ma serve un treno ad alta velocità, o un ponte di quattro chilometri per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver (che è molto più a nord), per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare? O serve portare altro gas in Italia cercando di seppellirne le emissioni sottoterra in una regione già sconvolta da un terremoto di dubbia origine, lasciando in eredità alle future generazioni, ma forse anche a questa, una bomba di CO2 sotto pressione, pronta ad aprirsi un varco verso la superficie per restituire all’atmosfera tutta la CO2 fittiziamente sottrattale? Ma domande come queste chi ci governa se le è mai fatte?

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sabato 10 aprile 2021

Chi non assicura il futuro al pianeta - Luca Manes


A poche settimane dall’Assemblea degli azionisti di Assicurazioni Generali, prevista per il 29 aprile, Re:Common e Greenpeace Italia lanciano “Cambiamento climatico assicurato”, rapporto che analizza l’ostinato supporto del Leone di Trieste al business del carbone in Europa.

La pubblicazione mostra come Generali sia uno degli attori chiave nel sostenere il settore europeo del carbone, in particolare in quei Paesi che dipendono ancora fortemente dal più inquinante dei combustibili fossili: Polonia, Repubblica Ceca e Germania.

Un sostegno che ostacola la transizioni di questi Stati verso un’economia più giusta e basata sulle energie rinnovabili.

Gli investimenti di Generali nelle società carbonifere ammontano ancora a 203 milioni di euro, tra cui spiccano i 20 milioni in RWE, società più inquinante d’Europa, di cui è il primo investitore italiano. Di recente proprio la società energetica tedesca ha deciso di portare in tribunale i Paesi Bassi, perché questi hanno deciso di chiudere entro il 2030 con il carbone per la produzione di energia elettrica.

Un affronto ai cittadini dei Paesi Bassi, che rischiano di dover placare la fame fossile di RWE con i propri soldi, e a tutti coloro che affrontano quotidianamente le conseguenze derivanti dall’inquinamento del carbone.

Per Re:Common e Greenpeace Italia il nodo cruciale rimane l’ostinato legame di Generali con alcuni suoi clienti, grandi aziende del settore del carbone in Polonia e Repubblica Ceca. Generali ha infatti etichettato questi due Paesi, tra i maggiori utilizzatori di carbone in Europa, come “eccezioni” rispetto agli impegni presi nel 2018.

Grazie a questo escamotage, ancora oggi il Leone di Trieste intrattiene rapporti, ad esempio, con PGE e ČEZ, aziende controllate dallo Stato rispettivamente in Polonia e Repubblica Ceca, che hanno tra i più alti livelli di emissioni di gas serra in Europa.

Il ruolo delle compagnie assicurative nei progetti fossili è decisivo: miniere, centrali, oleodotti e gasdotti non potrebbero operare senza copertura assicurativa.

Generali in questo non fa eccezione, senza dimenticare il ruolo che riveste come investitore e gestore di asset per conto di terzi, come avviene ad esempio per alcuni fondi pensione polacchi.

«In un periodo in cui il diritto di respirare abbraccia significati più ampi, è impensabile come si possa continuare ad assicurare e investire nel carbone», commenta Simone Ogno di Re:Common, «Se Generali vuole prendere seriamente l’emergenza climatica in corso, è bene che interrompa immediatamente ogni relazione con tutte quelle società che non prevedono di chiudere con il carbone entro il 2030», aggiunge Ogno.

La comunità scientifica afferma infatti che l’Europa deve chiudere con questo combustibile fossile entro il 2030, al fine di raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento medio della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi Centigradi.

«L’emergenza climatica non ammette eccezioni», commenta Luca Iacoboni di Greenpeace. «E lo stesso deve fare Generali, chiudendo immediatamente i rapporti società come PGE e CEZ, e avviando un serio e rapido percorso di abbandono di tutti i combustibili fossili, compreso il gas».

Nell’anno in cui l’Italia ricopre la presidenza del G20 e la vicepresidenza della CoP26, Generali non può continuare a nascondersi dietro slogan che tingono di verde il suo business nero.

Gli occhi del mondo saranno puntati sull’Italia in materia di clima, ambiente e transizione ecologica, con tantissime persone che chiederanno a gran voce di smetterla con le false promesse e di passare ai fatti.

Una richiesta per i governi, per le società energetiche e anche per la finanza, Generali compresa.

Scarica il rapporto qui: Cambiamento climatico assicurato

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mercoledì 3 marzo 2021

La finanza non molla il carbone - Luca Manes

A cinque anni dall’Accordo di Parigi sul clima, il supporto della finanza globale al settore del carbone non è affatto diminuito e, ad oggi, ammonta a più di mille miliardi di dollari. È quanto emerge dalla ricerca pubblicata oggi da Urgewald, Re:Common e altre 27 Ong internazionali, la prima in assoluto che tenta di analizzare l’esposizione di banche commerciali e investitori nei confronti dell’industria del carbone (https://coalexit.org/finance-data).

La ricerca, aggiornata a gennaio 2021, esamina i flussi finanziari destinati alle 934 società del settore del carbone presenti sulla Global Coal Exit List.

Parzialmente in controtendenza i dati sulla finanza italiana: l’esposizione al carbone dei principali attori quali UniCredit, Assicurazioni Generali e Intesa Sanpaolo inizia a diminuire, dopo aver toccato il suo apice nel 2019. La posizione di avanguardia spetta a UniCredit che, di recente, ha deciso di adottare una politica che entro il 2028 dovrebbe progressivamente azzerare qualsiasi finanziamento a progetti e società coinvolte nel business del carbone.

 

Generali prosegue nel suo disinvestimento dall’industria carbonifera, sulla scia degli impegni presi nel 2018. Una fuoriuscita dal settore che procede tuttavia troppo a rilento, perché gli investimenti nel settore ammontano ancora a più di 200 milioni di dollari, di cui il 10% in ČEZ e PGE, società che stanno ostacolando la transizione energetica rispettivamente in Repubblica Ceca e Polonia.

Nonostante la ricerca si focalizzi solamente sugli investimenti, bisogna anche tenere in considerazione i contratti assicurativi ancora in essere stipulati dal Leone di Trieste con le due società, che aggravano ulteriormente la sua posizione.

Sorprendentemente, tra il 2019 e il 2020 Intesa Sanpaolo ha diminuito i prestiti al carbone di circa il 70%, nonostante una delle policy settoriali più deboli in Europa. Un risultato importante, ottenuto grazie alla pressione esercitata nell’ultimo anno da Greenpeace e Re:Common. «È ora che Intesa sostenga questi passi con l’adozione di una policy sul carbone robusta come quella di UniCredit», commenta Re:Common. «È l’unica maniera per evitare che il sostegno al carbone torni a crescere in futuro, e anzi diminuisca costantemente fino ad azzerarsi entro il 2030».

Se la Conferenza sul clima di Glasgow del 2020 si fosse tenuta regolarmente – è stata rinviata al 2021 per l’emergenza pandemica – avrebbe visto la finanza globale tra i principali imputati per la crisi climatica in corso.

Il 17% degli oltre mille miliardi investiti è imputabile ai colossi statunitensi Vanguard e BlackRock e, tra azioni e bond, gli Stati Uniti pesano per più della metà degli investimenti globali, circa 602 miliardi di dollari.

Anche le banche commerciali non hanno fatto certo di meglio e nel biennio successivo al report IPCC del 2018 hanno erogato 315 miliardi di dollari all’industria del carbone. In prima fila tre istituti di credito giapponesi: Mizuho (22 mld), Sumitomo Mitsui (21 mld), Mistubishi UFJ (18 mld).

 

È sperabile che quest’anno il settore si faccia trovare più preparato all’appuntamento con la CoP Clima di novembre che si terrà a Glasgow, ma di cui l’Italia – che ospiterà a Milano la CoP Giovani e una riunione intersessionale  a settembre/ottobre – ha la copresidenza.

Inoltre, appena una settimana prima della CoP, a Roma si terrà la riunione del G20 a presidenza italiana.

«Nell’anno della COP26, co-presieduta dall’Italia, e del G20 di Roma, la finanza italiana non può tirarsi indietro e deve dare un chiaro segnale. Gli occhi del mondo saranno puntati sul nostro Paese in materia di clima, ambiente e transizione ecologica», commenta Greenpeace Italia.

Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common

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giovedì 18 febbraio 2021

Il CCS? Negli Stati Uniti l’unico realizzato sta già chiudendo - Elena Gerebizza

Da mesi oramai l’Italia si sta preparando a ospitare “il più grande progetto di cattura e stoccaggio della CO2 al mondo”, il famigerato CCS. Il sito individuato da Eni sarebbe quello di Ravenna, il costo potrebbe arrivare fino a 12 miliardi di euro, di cui chiaramente una parte finirà con l’essere coperta da risorse pubbliche.

Un progetto accolto con entusiasmo dall’ormai ex governo guidato da Giuseppe Conte, seppure si tratti di una tecnologia ancora in fase pilota e dai costi astronomici, che l’industria propone come panacea per la decarbonizzazione, ma che di fatto continua a raccogliere una sconfitta dopo l’altra.

È di qualche giorno fa l’annuncio della chiusura definitiva e a tempo indeterminato dell’impianto di cattura e stoccaggio della CO2 di Petra Nova in Texas. L’impianto – una joint venture tra la NRG Energy e la società del petrolio e gas JX Nippon – era stato inaugurato nel 2016 con un annuncio trionfale dell’amministrazione Trump e grazie a un finanziamento di 195 milioni di dollari da parte del Dipartimento per l’energia del governo federale degli Stati Uniti. Esperti e giornalisti da tutto il mondo sono stati invitati a più riprese a visitare il progetto di punta per la cattura e stoccaggio di CCS negli Stati Uniti: l’unico operativo, e “il più grande al mondo” che utilizzava quella specifica tecnologia.

Fino all’annuncio della sua chiusura definitiva: troppo costoso e economicamente insostenibile.

Il progetto era pensato per catturare le emissioni di CO2 della centrale a carbone di WA Parish, trasportarle via gasdotto per reiniettarle in un vicino giacimento di petrolio, che aveva già superato il suo picco di sfruttamento, e permettere quindi la massima estrazione del petrolio rimasto. Un paradosso che alla fine è stato letale per il progetto stesso: ridurre le emissioni “nascondendole” e allo stesso tempo mantenere attiva una centrale a carbone e un giacimento di petrolio.

Con il crollo del prezzo del greggio durante la pandemia, estrarre petrolio con questo metodo era diventato non economico e quindi il progetto Petra Nova è stato prima congelato e poi definitivamente chiuso.

Petra Nova è stato operativo solamente per una fase pilota di tre anni, e il suo costo non è stato affatto irrisorio. Per metterlo in piedi è stato speso un miliardo di dollari. Inoltre la tecnologia necessitava di così tanta energia da costringere la NRG a installare una centrale a gas solo per alimentare il processo di separazione e cattura della CO2. La documentazione presentata alla Security and Exchange Commission parla di “perdite finanziarie inattese” per la NRG causate dal progetto.

E i risultati? Il progetto parlava di una riduzione delle emissioni del 90%. Tuttavia analisi indipendenti hanno dimostrato che il progetto catturava le emissioni da una sola delle quattro unità della centrale a carbone da 654 MW. Inoltre, non considerava le emissioni di CO2 generate dalla centrale a gas che alimentava il progetto, né le emissioni fugitive di metano. Secondo l’ultimo rapporto presentato al Dipartimento dell’energia statunitense, basato su dati dell’Agenzia per l’ambiente degli Stati Uniti, Petra Nova catturava solamente il 7% delle emissioni della centrale a carbone di WA Parish, che è considerata la più mortale del Texas a causa delle emissioni nella comunità di Houston e nella regione. Lo stesso rapporto ha segnalato inoltre 367 giorni di interruzione in tre anni, in pratica uno ogni tre giorni, proprio a causa di problemi con la tecnologia di cattura o della centrale a gas che la alimentava. Infine, il rapporto indica un aumento significativo del consumo di acqua nella centrale a carbone, dovuto proprio alla tecnologia di cattura e stoccaggio.

Insomma tante ombre, forse troppe, per una tecnologia che si propone come risolutiva per i cambiamenti climatici ma che tale decisamente non è.

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giovedì 21 gennaio 2021

Le bugie di Blackrock sulla lotta ai cambiamenti climatici

 

Un grande spreco di fanfare. Così appare, un anno dopo il suo annuncio, l’impegno di BlackRock di operare all’insegna della sostenibilità e della lotta ai cambiamenti climatici.

Il più grande fondo di investimenti del Pianeta, quote rilevanti in Intesa Sanpaolo, Telecom Italia, Eni ed Enel, è stato sbugiardato dal partner di Re:Common Reclaim Finance, che ha appena rilanciato uno studio in cui si evidenzia come BlackRock abbia “piazzato” ben 85 miliardi di dollari nel settore del carbone, il più inquinante dei combustibili fossili.

Eppure Larry Fink, grande capo e fondatore di BlackRock, nella lettera della svolta ambientalista aveva scritto che “con l’accelerazione della transizione energetica globale, non crediamo che la logica economica o di investimento a lungo termine giustifichi continui investimenti nel comparto del carbone”.

Ma il “trucco” c’era e si vedeva pure. Il fondo aveva spiegato che avrebbe tolto entro la metà del 2020 dai suoi portafogli di investimento attivo le obbligazioni e le azioni di società che ricavano almeno il 25% del loro fatturato dalla produzione di carbone. Il diavolo è nei dettagli, perché con il criterio del 25% si “salvano” ben 333 società del settore dei combustibili fossili, come denuncia Reclaim Finance. E così BlackRock continua tranquillamente a investire 6 miliardi nella società mineraria anglo-australiana Bhp Group, 2,5 nella tedesca Rwe e quasi un miliardo in Glencore, che, tanto per gradire, è il più grande produttore di carbone al mondo. Dei famigerati 85 miliardi, 24 sono investiti su società che non solo lavorano con il carbone, ma hanno progetti per espandere queste loro attività.

Ma non finisce qui. Il punto di forza di BlackRock si trova negli investimenti “passivi”, cioè nei fondi che replicano l’andamento di un mercato e di una Borsa comprando un proporzionale portafoglio di azioni. Un elemento importante quello degli investimenti passivi, che contraddistingue circa due terzi dei ricavi della società e che è escluso dal piano di uscita dal carbone. Con il risultato, fa notare Reclaim Finance, che “BlackRock può continuare a investire in ogni singola azienda del carbone attraverso i fondi indicizzati”.

Insomma, come purtroppo spesso accade quando in ballo ci sono affari miliardari, alle belle parole non hanno fatto seguito degli atti concreti.

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mercoledì 11 novembre 2020

La lobby dei combustibili fossili usa il Covid-19 per affossare la lotta alla crisi climatica

 

Re:Common, insieme alle oltre 200 organizzazioni della rete internazionale Fossil Free Politics, lancia oggi il rapporto “Trasformare la crisi in opportunità: lobby e grandi manovre dell’industria fossile durante la pandemia”.

Lo studio rivela come, con il pretesto della pandemia di Covid-19, l’industria dei combustibili fossili abbia intrapreso un enorme sforzo di lobbying per accaparrarsi decine di miliardi di euro di sussidi pubblici e come stia cercando di ottenere concessioni per programmi energetici dannosi per il clima in tutta Europa. Facendo leva sui rapporti privilegiati con gli organi decisionali di alto livello sia nazionale che comunitario, la lobby fossile ha inoltre usato la pandemia per ostacolare le politiche climatiche e spingere verso una deregulation ambientale.

Mentre i legislatori europei votano questa settimana una nuova legge europea sul clima, gli attivisti avvertono che gli interessi del settore dei combustibili fossili stanno inquinando fortemente il Green Deal dell’UE.

Nonostante le promesse della Commissione Europea e del governo italiano su una “svolta verde”, nei piani di ripresa nazionali e dell’UE sono infatti fin troppo evidenti le impronte della lobby dei combustibili fossili. Molti dei cosiddetti piani di rilancio prevedono di versare denaro pubblico nelle false soluzioni preferite dal comparto fossile, come il gas fossile, la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS), la compensazione del carbonio e l’idrogeno fossile, che peggioreranno l’emergenza climatica. La grande industria italiana, e in particolare quella fossile, ha inoltre lanciato un attacco contro le normative ambientali culminato nell’approvazione del Decreto Semplificazioni.

L’Italia ha già concesso alla società petrolchimica Maire Tecnimont un prestito agevolatodi 365 milioni di euro, mentre fin dall’inizio della pandemia Snam e Confindustria Energia si sono attivate affinché il gas fossile diventi parte integrante dei piani per la ripresa del nostro Paese. Val la pena ricordare poi che a gestire gli ingenti fondi previsti per il post-covid sarà la SACE, l’agenzia di credito all’export controllata dal ministero dell’Economia e vera e propria “cassaforte” per società come Eni o Saipem, che sono tra i suoi maggiori beneficiari.

È altresì degno di nota come il consorzio TAP abbia ottenuto una nuova proroga per portare a termine il progetto da parte delle autorità italiane. TAP ha giustificato la richiesta con la scusa della pandemia, ma ha poi di fatto ammesso che i ritardi sui lavori sono imputabili  alla forte resistenza della comunità locale e all’azione della magistratura.

A livello continentale, nel rapporto si evidenzia che la Banca Centrale Europea ha utilizzato il programma di acquisto di bond lanciato durante l’apice della crisi da coronavirus  per fornire liquidità, a compagnie petrolifere come Eni, Repsol, Shell, OMV e Total, senza imporre condizioni ambientali.

Mentre milioni di famiglie erano costrette a casa, i massimi livelli della Commissione europea hanno avuto tre incontri a settimana con i lobbisti dei combustibili fossili, un’interazione considerata inaccettabile e nociva dalla rete Fossil Free Politics. 

“La pandemia non ha rallentato l’avanzare della crisi climatica, i cui impatti si stanno manifestando con sempre più forza in ogni angolo del Pianeta” ha dichiarato Alessandro Runci di Re:Common, uno degli autori del rapporto. “Persino durante una crisi sanitaria globale come quella in corso, l’industria fossile si è attivata per sfruttare la situazione a proprio vantaggio, accapparandosi aiuti pubblici e interferendo con i piani per la ripresa economica, insinuando la propria agenda al loro interno. Un rilancio che metta al centro la salute delle persone e del Pianeta non può essere dettato dagli interessi delle big del fossile” ha concluso Runci.

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