Visualizzazione post con etichetta decolonizzazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta decolonizzazione. Mostra tutti i post

giovedì 5 febbraio 2026

Basta con l’immagine del povero bimbo malato: ActionAid cambia rotta in Africa e smonta un rapporto di potere - Stefano Pancera

 

Per decenni, uno dei pilastri morali e finanziari della cooperazione internazionale è stato rappresentato da una formula consolidata: la foto di un bambino, un nome, un villaggio lontano e la promessa che, attraverso una quota mensile, si potesse “cambiare una vita”.

Tuttavia, le immagini di minori africani utilizzate per mobilitare le donazioni — pratica nota da anni come poverty porn — non sono affatto neutrali. Producono immaginari, rafforzano gerarchie e raccontano l’Africa come un luogo di privazione, piuttosto che come uno spazio di organizzazione sociale.

Il modello del sostegno a distanza, o “sponsor a child”, ha costruito l’identità di molte grandi Ong occidentali attive in Africa, Asia e America Latina. Per mezzo secolo, la figura dello sponsor del “povero bimbo” è stata considerata intoccabile: una formula semplice e rassicurante composta da un bambino, un donatore e una promessa.

Questo meccanismo ha funzionato, raccogliendo fondi e costruendo consenso, ma ha anche cristallizzato un’immagine distorta del continente africano: una terra fragile, dipendente e in perenne attesa.

Oggi ActionAid, una delle grandi organizzazioni che più a lungo ha incarnato questo modello sin dalla sua nascita nel 1972, dichiara che tale approccio non è più sufficiente. Lo fa con parole che hanno un peso specifico nel mondo della cooperazione: l’obiettivo è “decolonizzare” lo storico programma di sponsorizzazione dal paternalismo, retaggio di un’epoca passata. Non si tratta di accuse esterne, bensì di un’autocritica necessaria. È un passaggio complesso e scomodo, poiché tocca il cuore emotivo della cooperazione internazionale e mette in discussione un sistema che ha garantito entrate stabili per decenni.

 

Per anni il sistema è rimasto immutato: i donatori scelgono un bambino in un Paese povero, ricevendo in cambio aggiornamenti, lettere e fotografie. È tuttavia evidente che permettere di selezionare un bambino tramite una foto generi una relazione asimmetrica. Si definisce un divario tra chi guarda e chi viene guardato, tra chi decide e chi riceve: un nodo che non è solo etico, ma profondamente simbolico. Non è solo una questione di metodo; è, a tutti gli effetti, una questione di potere.

Il fulcro della revisione annunciata consiste nello spostare la narrazione degli aiuti dalla compassione alla reale solidarietà. L’obiettivo non è più limitarsi ad “aiutare qualcuno che soffre”, ma collaborare attivamente con movimenti locali, organizzazioni di base e comunità che già lottano per i diritti, l’istruzione e la salute. Questo approccio impone un superamento delle narrazioni individuali, dei ‘volti’ da salvare. In termini di coerenza, ciò dovrebbe tradursi in una drastica riduzione degli investimenti in campagne pubblicitarie e promozione, così come in un ridimensionamento di quegli apparati burocratici che alimentano stipendi privilegiati.

Resta però un interrogativo aperto che ogni Ong deve affrontare: i donatori saranno pronti a seguire questo cambiamento? Saranno disposti ad accettare un’Africa meno “commovente”, meno filtrata dai post strategici e furbetti sui social e più marcatamente politica?. Un’Africa meno rassicurante e più complessa?

Decolonizzare gli aiuti, infatti, non significa solo modificare i programmi. Significa rinunciare intimamente all’idea di essere al centro della Storia. Perché non lo siamo.

da qui

martedì 17 giugno 2025

La decolonizzazione parte dai nostri sguardi - Alessandra Mecozzi

Contro gli orrori di Israele e l’ipocrisia dei governi delle grandi potenze possiamo, in basso, imparare ad ascoltare le voci femministe palestinesi. Hanno qualcosa da dirci.

 

Parlare di  guerra e femminismo, dopo oltre un anno di orrori del genocidio ancora in corso di Israele contro la popolazione palestinese, non è facile. La stessa parola guerra è inadeguata, non si tratta infatti di un conflitto tra Stati, tra eserciti, ma di uno degli eserciti più potenti del mondo, quello di Israele, che stermina una popolazione, animato da una furia fanatica e razzista, che si espande in tutta l’area, di prendere una terra che non gli appartiene e cacciare la popolazione autoctona, sostituendola con quella ebraica.

Quando l’esercito di uno Stato occupante uccide oltre 50.000 persone, di cui 17.000 bambini con bombe, malattie fame; ammazza più di 200 giornalisti; distrugge un patrimonio culturale, scuole e università; quando bombarda scientemente un’ambulanza, ammazzando e seppellendo in una fossa comune l’equipaggio di soccorritori, non bastano le (poche) parole di denuncia e di condanna. Servono misure per colpire l’impunità di Israele, come del resto hanno indicato la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale,

Unione Europea e governo italiano, come sappiamo, hanno steso su quanto avviene a Gaza e in tutta la Palestina un sudario di indifferenza e immobilità. Oggi la UE chiede «armi all’Ucraina fino alla vittoria» (!), di riarmare l’Europa, di riempire gli arsenali e di manipolare le coscienze fin nelle scuole. È una politica insostenibile, un patriarcato con facce di donne. In questo quadro di silenzio e doppi standard, di disinformazione e informazione disonesta, ascoltiamo le voci femministe palestinesi, hanno qualcosa da dirci, una strada da suggerirci grazie alla loro lunga storia di lotte di liberazione, dal colonialismo britannico nei primi anni del ‘900, fino a quello sionista: la storica Unione dei comitati delle donne palestinesi nel 2021 venne dichiarata terrorista da Israele e, insieme ad altre 5 Ong messa fuori legge (per i movimenti femministi e femminili in Palestina, vedi C. Dalla Negra, Questa terra è donna, Astarte 2024).

Nello stesso anno nasceva negli Stati Uniti, il Palestinian Feminist Collective con la dichiarazione: «Il sionismo, come tutti i sistemi coloniali, è complice della violenza di genere» invitava a porre fine alla violenza dall’interno, come dall’esterno.  Le donne palestinesi sono sempre state parte attiva della fondamentale resistenza alle aspirazioni imperialiste sulla loro patria, convinte che la liberazione nazionale è incompleta senza giustizia di genere. Lo sosteneva anche il giovane movimento di Tal’at, contro misoginia e patriarcato. E il PFC (Nada Elia su Middle East Eye, marzo 2021. N. Elia, La Palestina è una questione femminista, Alegre 2023).

Dopo il 7 ottobre e la vergognosa esaltazione di tutti i governi – dagli Stati Uniti all’Italia – del diritto all’autodifesa dello stato occupante di Israele dagli occupati, l’appello delle femministe palestinesi è stato: «Porre fine al genocidio di Gaza è una questione femminista», forse anche una reazione a quella parte di femminismo che, come in Francia, che insorgeva contro stupri palestinesi sulle donne israeliane (petizione ripresa anche in Italia da Micromega): la stessa procuratrice di Israele Gez, dichiarava due mesi dopo in un intervista a Ynet: «Sfortunatamente sarà molto difficile provare questi crimini» in assenza di denunce e di prove.

Decine di prove e testimonianze hanno invece purtroppo permesso di ricostruire violenze e torture sulle donne palestinesi. Ultima in ordine di tempo l’indagine della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite (13 marzo) che nel suo rapporto scrive: Israele ha «intenzionalmente attaccato e distrutto» il principale centro di fertilità del territorio palestinese e ha simultaneamente imposto un assedio e bloccato gli aiuti, compresi i farmaci per garantire gravidanze, parti e cure neonatali sicure,  «deliberatamente infliggendo al gruppo condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica» e «imponendo misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo».

Ce lo ha ricordato anche Rania Hammad intervenendo il 18 febbraio scorso alla Scuola politica della Casa Internazionale delle Donne «Non perdiamo più la bussola»:

Sappiate che la violenza di genere e sessuale è indispensabile al colonialismo nel suo intento di eliminare noi, il popolo nativo della Palestina e rubare le nostre terre nonché reprimere la nostra resistenza. Il Sionismo, Israele non ha mai fatto segreto dei suoi piani, né della soluzione di avere tutta la terra senza palestinesi, non è nulla di nuovo […] Mentre venivano ammazzate in massa le donne palestinesi, mentre venivano sterminate intere famiglie e le donne rapite, imprigionate, torturate, abusate sessualmente e stuprate, ci siamo trovate, noi donne palestinesi in Occidente, in una situazione surreale di fronte al massacro e ai nostri traumi.  Ci siamo trovate di fronte al femminismo coloniale, ci è stato chiesto di mettere da parte le cause del conflitto stesso, le radici del problema, la verità storica, cioè quelle del colonialismo di insediamento e dell’occupazione; ed è stato preteso da noi che ci dimenticassimo di tutti i nostri antenati massacrati prima di noi, migliaia di vittime, di corpi palestinesi, per soffermarci e condannare un giorno di ottobre del 2023.

Ho ripensato al tempo della pandemia, quando sembrava che «nulla sarebbe stato più come prima» e opponevamo la rivoluzione della cura contro la guerra, sempre di stampo patriarcale, che distrugge le società in nome della «esportazione» della democrazia e della «libertà delle donne» – ricordiamoci  l’Afghanistan e l’Iraq – arricchendo l’industria delle armi e i poteri militari, scatenando guerre civili e sostenendo le occupazioni: violenza come massimo gesto di incuria verso l’umanità e la natura. Esprimersi contro armi, violenza e guerre, oggi, deve mettere al centro le pratiche, i pensieri e le parole contro gli orrori compiuti da Israele in solidarietà con le femministe palestinesi anche se sostenere queste posizioni può configgere con il cosidetto «femminismo coloniale».

Cominciamo dalle nostre menti a sostenere la decolonizzazione.

da qui