Visualizzazione post con etichetta Occidente. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Occidente. Mostra tutti i post

lunedì 24 novembre 2025

Tornato dal Sahel, ho sentito parlare solo di guerre. Anche qui impera la militarizzazione della società - Mauro Armanino

 

Sono le tre parole che ho sentito più usate dal mio ritorno dal Sahel. In questi pochi mesi mesi, armi, guerra e sicurezza sono proprio quanto credevo aver lasciato partendo dal Niger. Dopo 14 anni di permanenza tra le zone più ‘critiche’ dell’Africa pensavo di trovare ben altra musica tornando a casa. I militari al potere nei tre Stati confederati nel Sahel centrale, i gruppi armati affiliati a Al Quaeda e Stato Islamico, quelli di autodifesa, mercenari di varia provenienza e armi in quantità. Questo sembra essere il sentire e vivere quotidiano nel Mali, Burkina Faso e Niger. Società nelle quali l’ambito militare appare tanto pervasivo da incidere nei ritmi e stagioni politiche di questi Paesi. Mi sbagliavo.

Dall’altra parte del mondo, colui che per convenzione unilaterale si chiama ‘Nord’, si trova lo stesso clima solo declinato in un contesto che definire democratico è altrettanto fuorviante. Bisogna armarsi e riarmarsi, accrescere la potenza per colpire prima dell’eventuale attacco nemico. Occorre prepararsi alla guerra che verrà, probabilmente presto o comunque quando sarà necessario. La propria sicurezza sarà cercata, promessa e garantita, anzitutto e dappertutto. Per la nostra tranquillità ci sono le aree video-controllate nei bus, nei treni, i luoghi pubblici, le chiese, le frontiere e in ogni tipo di entrata che meriti questo nome. Anche in questa porzione del mondo si opera la militarizzazione della società.

Il canale privilegiato per la crescente militarizzazione della società è, naturalmente, il linguaggio che opera attraverso narrazioni pre-confezionate a misura della realtà che si vuole imporre. Da tempo non è il reale che veramente conti ma il tipo di realtà o meglio il consenso che da essa si desidera veicolare. I mezzi di comunicazione sono consapevoli di quanto disse al giornalista Ron Suskind del New York Times nel 2004 un consigliere dell’allora presidente degli Usa George W. Bush: “Non è più in questo modo che il mondo funziona. Adesso siamo un impero e, quando agiamo, noi creiamo la nostra propria realtà. Mentre voi studiate, giudiziosamente come lo desiderate, questa realtà, noi operiamo di nuovo e creiamo altre nuove realtà… che voi potrete debitamente studiare: è così che funziona…Noi siamo gli attori della storia e a voi non rimane che studiare ciò che noi facciamo”.

Per condurre a buon porto l’operazione la costruzione del nemico, vero, presunto, possibile o inverosimile, rimane una tappa primordiale. Da questo punto di vista basterebbe rileggersi Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. Il giovane soldato Giovanni Drogo che spende la sua vita in una fortezza di confine e proprio quando il nemico sembra finalmente giungere è lui che scende per l’ultimo e definitivo viaggio. Viviamo come in una fortezza in attesa dei barbari e nel frattempo ci si arma, e si prepara la guerra per dare la sicurezza che, com’è noto, solo il cimitero può garantire. L’Occidente sembra determinato a trasformarsi in un immenso cantiere che organizza il cimitero dei sogni.

Demilitarizzare i pensieri e le parole. Mettersi all’ascolto del reale di cui i poveri sono il volto censurato. E, soprattutto, come disse nel 2002 a Bari la docente di linguaggio Nurith Peled Elanan, il cui figlio di 13 anni è stato ucciso, “termini come libertà e onore, Dio e pace, il bene del Paese e anche democrazia possono essere armi letali… siamo coloro che sanno che non c’è pace o libertà, nessun bene e nessun Dio dopo la morte di un bambino”.

da qui

sabato 31 maggio 2025

L’Occidente e una pretesa superiorità che non esiste - Sergio Labate

 

Io sono un uomo semplice e, ahimè, di mestiere mi occupo di filosofia. Le due cose messe insieme mi giustificano rispetto al fatto che quando devo pensare all’Occidente, mi torna in mente banalmente Socrate. Potrei citarne mille altri ovviamente. Ma Socrate reca con sé un privilegio, che è quello di una ragione che si occupa di pensare se stessa e, proprio per questo, riconosce i propri limiti. “Io so di non sapere” è la formula perfetta che ha permesso alla storia dell’Occidente di non identificarsi con l’infinita sequela di guerre, dominazioni, stragi, genocidi, sopraffazioni nei confronti dell’altro da sé che essa contiene. Che ci ha salvato da noi stessi in fondo, permettendoci di riconoscere le nostre debolezze e persino di riformarle – in epoche passate – o di denunciarle o contestarle pubblicamente, in epoche recente.

Non sto dicendo nulla di particolarmente intelligente, anzi più propriamente sto solo introducendo un argomento scontato. Ma è proprio questo il punto più inquietante. Non tanto il contenuto di ciò che sta accadendo, quanto il fatto stesso che stia accadendo: come è infatti possibile che cose che abbiamo per decenni date per scontate sono adesso non solo ignorate ma anche derise e se possibile contraffatte persino sui maggiori quotidiani del Paese? È questa la domanda che mi è sovvenuta quando, nei giorni scorsi, ho letto un editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Ritornerò su quell’articolo, in cui si difende addirittura “la supremazia dell’Occidente” contro l’utopismo di quelli che lo criticano. Ma intanto vale la pena aggiungere una piccola nota di metodo storico. Quell’editoriale è del 3 maggio. Due settimane prima Meloni aveva omaggiato Trump e l’impianto teorico del suo intervento mi aveva da subito insospettito. La sua insistenza proprio su questo comune denominatore che andava difeso: l’Occidente, appunto. Non è difficile supporre che quell’uso pubblico della categoria di Occidente da parte della nostra Presidente del Consiglio abbia per così dire “chiamato alle armi” tutti gli intellettuali di regime. L’Occidente – categoria recente, eppure ormai vetusta e probabilmente inservibile – è diventato il nuovo “significante vuoto” dell’ideologia dei dominanti.

Qualcuno potrebbe obiettarmi da subito: la categoria di Occidente ha sempre avuto questa funzione, è stata sempre al servizio dell’ideologia dei dominanti. Io credo che sia vero in parte, proprio perché nell’Occidente convivono più o meno pacificamente Galli della Loggia e Socrate. L’Occidente è la storia delle sue infinite ombre – le abbiamo velocemente ricordate prima – ed è anche la storia di chi ha riconosciuto tali ombre come “ombre”. C’è stato un istante, uno spazio di rottura, in cui la storia delle crociate non è stata più raccontata con orgoglio, ma con vergogna. La stessa cosa è accaduta con l’inquisizione, con l’imperialismo, con il colonialismo, con i fascismi e i totalitarismi che hanno attecchito nel seno dell’Occidente e hanno portato in dote le guerre mondiali. Ma anche col patriarcato e con lo schiavismo. Basterebbe questo per riconoscere che se ancora quella categoria può servire, può servire per il disincanto che rivolge a se stessa, non certo per la trionfante rivendicazione della sua supremazia. Ma ripeto, tutto questo è banalissimo e sono davvero perplesso a dover ricordare cose che per la mia generazione erano ormai date per scontate. Nessuno si sarebbe sognato di rivendicare la supremazia dell’Occidente alzando con orgoglio il vessillo delle sue ombre e delle infinite sofferenze inflitte. Certo, c’era l’ultima Oriana Fallaci e il tracotante Giuliano Ferrara. Ma insomma, non riuscivano a scalfire delle verità che la storia sembrava aver accertato e messo in sicurezza.

Perché dunque Galli della Loggia e Meloni e Trump e tanti altri decidono di tornare indietro e riarmare l’Occidente contro gli altri proprio adesso? Il riferimento puntuale all’oggi è determinante, perché nel suo articolo Galli della Loggia rivendica un’idea di superiorità dell’Occidente che è legata fondamentalmente alla sua capacità di riconoscere e ascoltare il diverso in quanto tale. A supporto di questa tesi, si cita un celebre passo di Erodoto: «Ogni anno mandiamo le nostre navi, rischiando le nostre vite e spendendo molto denaro, fin sulle coste dell’Africa per chiedere: Chi siete? Quali sono le vostre leggi? Qual è la vostra lingua? Loro non hanno mai mandato una nave per chiedercelo». Una frase piuttosto datata, ancora legata a un’opposizione tra noi e loro che oggi ha poco motivo di esistere, se non altro perché la storia è diventata globale e non solo parziale: non esistono più popoli ricchi di storia e popoli senza storia che identifichiamo come barbari. Una banale evidenza della storia, che è stata pacatamente ricordata da Marco Aime – un amico e collaboratore di Volere la Luna – sulle pagine del Domani e che ha fatto irritare non poco Galli della Loggia. Ma il punto è sempre lo stesso: sono certo che Marco Aime converrà con me nel riconoscere che persino il suo articolo – come il mio del resto – in un mondo normale non sarebbe stato scritto: sarebbe stato una perdita di tempo ricordare cose che tutti davano per scontate.

Invece la supremazia dell’Occidente che viene rivendicata contro ogni evidenza della storia e contro ogni pazienza socratica suona proprio in questi giorni come una beffa. Le punte di diamante del “pianeta Occidente” non mi pare affatto che stiano chiedendo chi sono a quelli che stanno perseguitando e genocidando. Non ricordo foto di membri del governo Trump in ascolto dei messicani arrestati. Invece ho memoria delle foto di messicani ammassati come delle bestie in gabbie e che vengono esibiti come trofei dal governo americano. Non ricordo di procedure d’accoglienza da parte della civile Italia che siano rispettose della lingua degli altri. Ho memoria invece di deportazioni in luoghi di detenzione di persone che non hanno commesso nessun reato, in barba a ogni garanzia di diritti che dovrebbero essere il cuore della supremazia occidentale. Procedure che non solo non vengono sanzionate, ma vengono rivendicate dall’Europa come buone pratiche da estendere ulteriormente. Soprattutto, non mi pare che il governo israeliano stia facendo domande di questo genere ai palestinesi di Gaza che si accinge a deportare; almeno quelli che sono ancora vivi e non sono stati sterminati senza pietà. Non volendo, la frase citata dimostra ciò che si vuole negare contro ogni evidenza: se la supposta superiorità dell’Occidente è data dalla sua capacità di dare la parola all’altro, a Gaza si assiste al suo fallimento, non certo al suo trionfo. Mi pare che la vera questione da porsi non è dunque la questione della supposta superiorità dell’Occidente, ma della sua evidente dissoluzione. L’Occidente, questa invenzione recente che ha preteso di eternarsi e che invece sta velocemente suicidandosi. Concludo suggerendo due linee di riflessione ulteriore.

La prima è che forse bisogna concedere a Galli della Loggia di avere un po’ di ragione. Se cose che davamo per scontato non lo sono più, è perché stiamo assistendo a una rinascita dell’Occidente. Non quello di Socrate, ma quello che ha condannato a morte Socrate. Quell’Occidente la cui storia è stata per millenni la storia del dominio della forza, non la storia della capacità di provare vergogna. L’Occidente che ha provato a sostituire al primato della forza quello dei diritti è durato molto poco, in effetti. In questo poco tempo ha dimostrato di esser capace di auto-emendarsi, di sospendere il vanto sulla propria supposta superiorità, di riconoscersi responsabile della barbarie del colonialismo e dell’imperialismo, d’immaginare la guerra fuori dalla politica, di relativizzare se stesso aprendosi alla pluralità delle storie, di costruire progetti di democrazie che salvaguardassero l’uguaglianza e la dignità di tutti gli esseri umani. Ma l’Occidente dei diritti è stata una brevissima parentesi della sua storia, niente di più. La sua utopia concreta non è più il cosmopolitismo kantiano, ma la riviera di Gaza che l’IA ha bellamente immaginato per Trump e Netanyahu. Un’immagine falsa costruita facendo violenza al mondo vero, riducendolo in macerie, cimiteri, deportazioni. L’occidente che sta rinascendo è quello della pura forza, del puro dominio brutale su quelli che considera “altri”.

La seconda mi è venuta in mente osservando la disinvoltura con cui Trump intreccia affari e accoglie senza pudore regali letteralmente mastodontici con il Qatar e con tutte le dittature baciate dalla grazia del petrolio. Quasi quasi mi tocca rimpiangere Renzi e chi mi conosce sa quanto questa considerazione possa scatenare in me un’inguaribile fase di depressione: davvero il mondo è impazzito. Se dovessi in un’immagine sintetizzare quanto sta accadendo, direi che la storia dell’Occidente sta identificandosi sempre più con la storia dei ricchi. Qualcuno tra i lettori dirà che non c’è nulla di nuovo in tale identificazione. In realtà basterebbe – per fare solo un esempio – leggere il bel libro di Guido Alfani (Come dèi tra uomini. Storia dei ricchi in occidente, Laterza, 2025) per capire che le cose sono state molto più complesse. I ricchi hanno sempre recitato parti importanti sulla scena dell’Occidente, ma non vi è mai stata una totale identificazione. La storia dell’Occidente è la storia dei potenti, ma tra potenti e ricchi c’è stata anche diffidenza (pensiamo al medioevo, periodo in cui l’ostentazione della ricchezza era sacrilega). La stessa cosa, ovviamente, si può dire della storia del capitalismo. che è un capitolo della storia dell’Occidente, ma non è l’intero suo libro. Il tentativo cui stiamo assistendo non è solo la rinascita di una supremazia, ma anche il tentativo di strappare alcune pagine per ridurre la storia dell’Occidente ad alcune sue parti. La storia dell’Occidente è diventata niente di diverso dalla storia dei ricchi. È questo il suo futuro? È quasi certo – a questo punto – che sia il futuro dell’Occidente. Ma in alcune pagine strappate della sua storia qualcuno avrebbe ammonito: l’Occidente si pensa come mondo ma non è il mondo. E se il futuro dell’Occidente è la supremazia dei ricchi senza regole né leggi, non è affatto detto che questo sia il futuro del mondo.

da qui

domenica 23 marzo 2025

La storia siamo noi? Il ministro e la ”centralità culturale” dell’Occidente - Marco Aime,Stefano Allovio e Adriano Favole

 

«Solo l’Occidente conosce la Storia […]. Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia». Inizia così il paragrafo dedicato alla Storia delle “Nuove Indicazioni 2025. Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione. Materiali per il dibattito pubblico”, formulate da una Commissione nominata dal Ministero dell’istruzione e del merito, con affermazioni perentorie, che non poggiano su nessuna base scientifica. Sostenere che solo l’Occidente conosce la Storia significa negare che grandi civiltà come quella indiana, cinese, persiana, ma anche società più piccole numericamente abbiano avuto coscienza del loro passato, affermazione che, dal punto di vista della ricerca antropologica, è assolutamente inaccettabile. Ogni società conosciuta riflette sul proprio passato; ogni società, compresa la nostra, seleziona aspetti del passato considerandoli più o meno importanti e ne mette in ombra altri, ogni società interpreta la storia. Intere discipline come l’antropologia storica e l’etnostoria hanno lavorato e lavorano oggi sulle dimensioni storiche delle società umane.

Nel testo si legge che grazie al Cristianesimo «si affermò così l’idea di una storia dal tempo lineare, fatta interamente dagli uomini», in opposizione a un’idea «[nell’antichità largamente dominante] circa una presunta ciclicità della storia». Anche qui emerge un inaccettabile eurocentrismo, un evidente errore scientifico: non è assolutamente vero che l’idea del tempo lineare sia un’esclusiva occidentale e cristiana. Sebbene con sistemi di calcolo diversi, popolazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania e delle Americhe hanno conosciuto e utilizzato calendari “lineari”. Allo stesso modo, le società europee e occidentali e, in generale, anche la società globalizzata conosce e pratica forme di tempo ciclico: non dividiamo forse il giorno in ore, i mesi in settimane, gli anni in stagioni? Se un antropologo venuto da Marte ci osservasse da vicino, non vedrebbe forse il ritorno ciclico di Natale, Pasqua e Ferragosto? Il pensiero cristiano, per altro, non prefigura una linea del tempo infinita e continua, ma un’epifania finale in cui il ciclo della vita è destinato a esaurirsi con la redenzione ultima.

Si ripete più volte nel documento che la storia, per la sua “centralità culturale” o perché intesa come “conoscenza e giudizio sul passato” nasce in Occidente e solo dopo viene recepita dagli altri: «In particolare, anche grazie alla storia e alla politica, i popoli – dapprima quelli dell’Occidente poi quelli del mondo intero – hanno potuto prendere coscienza di sé, abituarsi a considerare la propria esistenza collegata a quella di milioni di propri simili, sono divenuti consapevoli di ciò che li univa». Come a dire che nel resto del mondo dominava una sorta di disordine anarchico, fatto da individui inconsapevoli di appartenere a un qualche gruppo! Eppure gli annali dell’antropologia sono pieni di monografie su società, che si autodefinivano con etnonimi ben precisi, che pensavano la loro storia in rapporto ai vicini e alle popolazioni più remote, anche se non necessariamente avevano dato vita a Stati e Nazioni.

Sempre in riferimento alla Storia il documento recita che: «è attraverso questa disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti che la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo». Come dobbiamo intendere questo passaggio? Come una esaltazione del “dominio intellettuale” su un mondo non occidentale inferiore, incapace, meno consapevole di sé e della propria Storia? Vogliamo ritornare a una visione di un mondo diviso tra un mondo occidentale civilizzato e società selvagge? In più di cento anni di storia, l’antropologia culturale ha documentato come le società umane siano, fin dalla preistoria, frutti di scambi, traffici, relazioni conflittuali e pacifiche, come le appartenenze nascano da un effetto “specchio” per cui noi ci definiamo sempre in rapporto agli altri. L’Occidente, termine ben difficile da circoscrivere, si è modellato come ogni società a partire da catene infinite di relazioni e scambi come mostrano intere biblioteche di antropologia.

Può un Ministero definire le linee guida per la formazione scolastica senza considerazione alcuna per le scienze accademiche e la verità scientifica? Che senso ha il nostro insegnamento antropologico nelle Università, il nostro quotidiano tentativo di smontare pregiudizi ed etnocentrismi, la lotta contro i razzismi e le teorie della supremazia intellettuale di una cultura sulle altre, se il Ministero dell’Istruzione, cuore della trasmissione culturale, esprime ideologie predefinite invece di acquisizioni scientifiche?

In un’epoca in cui (finalmente) si sta sviluppando e diffondendo quella che viene chiamata “global history”, in queste pagine si propone invece un preoccupante ritorno a nazionalismi ed etnocentrismi. Affermazioni come quelle contenute nel documento costituiscono dunque a nostro parere, un pericoloso segnale: non soltanto una disinvolta volontà di piegare il pensiero scientifico a uno schema ideologico precostituito, ma una chiusura a tutto ciò che si ispira al dialogo inter-culturale e al pensiero critico.

da qui