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giovedì 29 maggio 2025

Cile e Argentina alleati contro i mapuche - Gianni Sartori

 

Militarizzazione del territorio, criminalizzazione della resistenza…a conti fatti non ci sono grandi differenze tra le politiche dei governi argentino e cileno

 

Già nel XIX secolo l’argentino Cornelio Saavedra (a capo della prima Giunta di governo autonomo dopo la “Rivoluzione di maggio”) adottò la strategia di installare forti militari per prendere il controllo dei territori mapuche (Wallmapu). Ponendoli strategicamente a circa cinquanta chilometri l’uno dall’altro. Per citarne alcuni: Temuco, Angol, Chiwaiwe, Traiguén, Collipulli Curaco, Perasco…

In tempi più recenti, risaliva all’ottobre 2021 (governo cileno di Juan Sebastián Piñera Echenique) il decreto per istituire lo stato di emergenza in quattro province di Wallmapu (in seguito ad alcuni sabotaggi presumibilmente opera dei dissidenti mapuche).

Riesumando sistematicamente la strategia delle Basi militari avanzate (Bases Militares Adelantadas), recuperando quelle esistenti e costruendone altre sette. Un modo efficace, si pensava, per scoraggiare ulteriori proteste degli indigeni.

Anche con il governo di Gabriel Boric Font (nonostante in campagna elettorale si fosse espresso contro l’uso delle forze armate in un conflitto interno tra lo Stato cileno e una popolazione espropriata del 95% del proprio territorio ancestrale) le cose non cambiarono di molto. Ad appena un mese e mezzo dalla fine dello stato d’assedio decretato da Sebastián Piñera (28 marzo 2022), il nuovo governo di Boric rioccupava militarmente Wallmapu (16 maggio 2022).

Operazione per la “messa in sicurezza dell’Araucania” che si fondava su tre “pilastri”: Seguridad, Plan Buen Vivir e Comisión Para la Paz y entendimiento. Rafforzando in sostanza l’utilizzo delle Bases Militares Adelantadas e realizzandone di nuove. Una quindicina: tra cui: Lumaco, Capitán Pastene, Mulchén, Contulmo, Victoria, Lonquimay, Tirua, Los Alamos, Los Sauces,Traiguén, Collipulli, Ercilla, Curacautín (in grado di ospitare un centinaio di soldati)…

 Altro “pilastro” per il controllo del territorio mapuche, la Persecución Penal Efectiva a cui si deve la carcerazione di un centinaio di prigionieri politici mapuche.

Come dichiarava Luis Cordero, ministro cileno della Pubblica Sicurezza: “…la Persecución Penal en los hechos de violencia en la macrozona sur es manifiesta.. se han presentado 491 Querellas por parte de este Gobierno y más de 552 Condenas en estos casos”.

Con ampio utilizzo di mezzi blindati e posti di blocco (per non parlare delle “sparizioni” di militanti) per reprimere il dissenso degli autoctoni e proseguire nella spoliazione delle loro terre per interessi pubblici o privati (v. la deforestazione operata da varie multinazionali con il legname inviato per lo più negli USA).

in questa gara tra Cile e Argentina a chi reprime di più i mapuche, si arriva  (febbraio 2025) all’iscrizione nella lista delle organizzazioni terroristiche del movimento Resistencia Ancestral Mapuche (RAM) da parte del governo argentino (quello del “libertario” Javier Milei). Accusando la RAM di essere responsabile degli incendiche hanno devastato le foreste della Patagonia (circa 37mila ettari). In particolare nelle province di Neuquén, Río Negro e Chubut.

Considerando le azioni dirette dei mapuche (frutto anche della legittima disperazione diffusa soprattutto tra i giovani di questa “Prima nazione” umiliata e offesa) come un “attacco alla nostra sovranità” per la ministra argentina Patricia Bullrich. E accusando in particolare la RAM di rappresentare “una minaccia grave e multiforme per la sicurezza nazionale”.

Anche se finora questo “Proteo” sovversivo e sfuggente (sulla cui effettiva consistenza, anche tra i mapuche,permangono molti dubbi) si sarebbe manifestato quasi soltanto nella persona di Facundo Jones Huala (il “Lonko”). Considerato “leader politico e spirituale dei mapuche”, l’anno scorso aveva rischiato la vita con un lungo sciopero della fame e della sete contro la persecuzione subita dal suo popolo.

Contemporaneamente, a fine luglio 2024, suo fratello Fausto Jones Huala, ugualmente militante della resistenza mapuche, si toglieva la vita in quello che appariva come un vero e proprio “suicidio di protesta”.

Un gesto di cui la madre dei due militanti ritiene responsabili lo stato cileno e quello argentino.

https://www.infobae.com/politica/2024/08/01/encontraron-muerto-al-hermano-de-facundo-jones-huala-su-madre-dijo-que-fue-un-suicidio/

In genere vestito con abiti tradizionali, Facundo Jones Huala rivendica il diritto alla resistenza anticapitalista anche con l’azione diretta. Condannato a nove anni di carcere in Cile (dopo esservi stato estradato dall’Argentina) per l’incendio di una fattoria (vuota), rigetta con indignazione qualsiasi responsabilità per i roghi delle foreste. “Noi non abbiamo mai attaccato il nostro ambiente naturale. Sostenere che appicchiamo il fuoco alle foreste è solo una menzogna” ha ripetuto in varie occasioni.

In sostanza, le accuse alla RAM sarebbero soprattutto un modo per delegittimare la residenza indigena.

Va poi ricordato che alla RAM “argentina” corrisponde un’analoga organizzazione radicale “cilena”, la CAM (Coordinadora Arauco-Malleco), a sua volta classificata come organizzazione terroristica dal Congresso cileno ancora nel 2022.

Si calcola che attualmente in Argentina vivano circa 145 000 mapuche (dati per difetto, presumibilmente) mentre in Cile sarebbero quasi due milioni.

da qui

venerdì 21 marzo 2025

Se l’Argentina brucia è colpa dei Mapuche: parola di Milei… - Ugo Zamburru

 

L’Argentina odierna appare la perfetta rappresentazione della narrazione dominante: mentre si celebra il governo dell’anarcocapitalista Milei, come lui stesso si definisce, il paese è ancora una volta in ginocchio a causa di politiche scellerate a livello economico, sociale, ambientale.

Il 1° marzo Milei ha annunciato un accordo con il Fondo Monetario Internazionale accompagnato da una proposta di legge tesa a sancire il surplus fiscale (cioè la maggior entità delle entrate rispetto alle spese) come pilastro della politica economica nazionale. In questo modo Milei vuole stabilizzare le finanze pubbliche e rimborsare parte del debito pubblico. Il prestito da parte del Fmi servirebbe ad aumentare le riserve della banca centrale e permettere un sistema di cambio più flessibile, con l’obiettivo di ridurre la spesa pubblica al 25% del Pil entro il 2027. La strategia è semplice: ridurre, se non azzerare, il ruolo dello Stato, favorendo la libera concorrenza estrema, azzerando le tasse (definite “pizzo di Stato”), flessibilizzando il mercato del lavoro, licenziando decine di migliaia di lavoratori statali, eliminando il sostegno alle fasce più deboli. Mentre si vanta di avere ridotto l’inflazione e aver registrato nel 2024 un surplus fiscale dopo oltre 15 anni di recessione, Milei non racconta che il costo per questa operazione, peraltro transitoria, è il 54,5% della popolazione sotto la soglia di povertà, con i pensionati allo stremo per la riduzione del sistema pensionistico e le grandi città, come Buenos Aires, invase da folle di homeless. Fanno parte del piano strategico economico l’eliminazione del controllo sui canoni degli affitti e del tetto ai prezzi del carburante, dei farmaci e delle assicurazioni sanitarie e dell’obbligo per i supermercati di tenere prodotti di cooperative e piccoli produttori, la privatizzazione di otto imprese statali nel campo dell’energia, della rete autostradale e di quella ferroviaria, i tagli imponenti alla cultura, all’ambiente e all’istruzione. Non ultimo è intervenuto lo scandalo della criptovaluta $LIBRA, promossa dal presidente stesso, che ha visto un rapidissimo aumento del valore cui è succeduto un altrettanto rapido crollo con arricchimento dei promotori e perdite importanti per gli investitori argentini, ma anche statunitensi (tanto che l’inviato del Dipartimento di Stato per l’America Latina, Mauricio Claver Carone ha annunciato un’indagine del Dipartimento di Giustizia Usa per accertare eventuali frodi).

Nel frattempo continua la politica negazionista che vede in prima linea la vicepresidente Victoria Villaruel, figlia di un ufficiale in servizio durante la sanguinosa dittatura dei 30.000 desaparecidos. La Villaruel ha fondato, nel 2003, il Centro di studi giuridici sul Terrorismo e le sue Vittime, ramo di un’associazione fondata nel 1993 dall’ex capo dei servizi segreti durante la dittatura, Fernando Exequiel Verplaetsen, con l’obiettivo di una narrazione in cui i militari coinvolti nei processi per sequestro, stupro, tortura, detenzione clandestina e quanto di peggio si possa immaginare erano, in realtà, i difensori della Patria contro la sovversione comunista incarnata dalla guerriglia. Da notare che la Villaruel ha completato la sua formazione partecipando, nel 2008, a un corso di coordinamento tra le agenzie antiterrorismo presso il Dipartimento della Difesa degli Usa. Insomma, una preparazione ad hoc per il varo di un negazionismo assoluto che si manifesta con la chiusura del programma tv delle Madres de Plaza de Mayo, con la criminalizzazione della protesta e con l’uso indiscriminato della forza. C’è stato addirittura il tentativo di chiudere l’Esma, l’ex scuola meccanica della marina, che è stato il lager clandestino più importante della dittatura, una vera fabbrica della morte, divenuta spazio della memoria e dei diritti umani e iscritta, nel settembre del 2023, nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. Non avendo potuto chiuderla, Villaruel e Milei hanno licenziato la quasi totalità dei dipendenti e chiuso alcune sale deputate a centri culturali.

Nella rivisitazione della storia non poteva mancare la creazione del nemico interno, di cui sono stato direttamente testimone partecipando alla carovana di appoggio al popolo Mapuche che si è tenuta nel gennaio-febbraio scorsi, organizzata da Ya Basta Edi Bese, una ventina di attivisti italiani, un messicano portavoce di una associazione contadina di Oaxaca e attivisti argentini (compresi alcuni antropologi dell’Università di Buenos Aires e Bariloche). Il nostro viaggio ha seguito il corso del rio Chubut, il fiume che attraversa tutta la regione omonima della Patagonia, 810 km dalla sorgente sulle Ande alla foce nell’oceano Atlantico. Lungo il percorso ci siamo fermati nelle comunità Mapuche, ascoltando la loro versione della storia e tessendo reti di solidarietà. Sin dal nostro raduno a Bariloche ed El Bolson, due località turistiche, abbiamo visto le fiamme degli incendi che stanno devastando la Patagonia: oltre 100.000 ettari di bosco nei parchi nazionali Lanin e Nahuel Huapi ridotti in cenere, lambendo i centri abitati. Una superficie equivalente a oltre un quarto del Piemonte, destinata purtroppo ad aumentare! Il Servicio Nacional de Manejo del Fuego, l’ente statale preposto alla prevenzione e controllo degli incendi, ha stabilito che il 95% degli incendi è di origine dolosa e qui è scattata la menzogna del Governo, che ha incolpato i Mapuche, popolazione autoctona, di essere gli artefici di tale scempio. Non un accenno al fatto che Milei ha utilizzato solo il 26% dei fondi destinati a contrastarli e che una serie di elicotteri antiincendio è stata venduta all’Ucraina, come riporta Pagina 12, uno dei periodici a maggior tiratura nel Paese. Né dobbiamo pensare che tutto ciò sia fine a se stesso. La diminuzione delle risorse destinate al controllo boschivo e la dolosità degli incendi, ma soprattutto le zone ove sono stati appiccati rispondono a una precisa strategia: i Parchi Nazionali, infatti, hanno precise tutele ambientali che decadono nel momento in cui gli incendi li devastano, lasciando campo libero all’estrattivismo e alla speculazione immobiliare!

Nel nostro viaggio abbiamo appreso molto sulle barbarie che stanno affliggendo l’umanità. La Patagonia e il rapporto con i popoli originari sono lo specchio della direzione che il sistema capitalista ci sta imponendo e delle strategie per attuare il suo piano criminale. Nel primo incontro, alle pendici delle Ande, in un luogo incantevole recuperato da una comunità Mapuche tagliando il recinto di filo spinato messo da Benetton, ci è stato rivelato come la zona circostante ha visto l’arrivo di investitori provenienti dal Qatar, che hanno riempito le loro neo proprietà di cervi fatti arrivare direttamente dall’Europa per organizzare grandi battute di caccia cui invitare occidentali, arabi e quant’altri possano rivelarsi investitori e/o clienti in quelle che diventeranno zone sciistiche di extra lusso! In altri incontri ci hanno raccontato di abitazioni costruite ad altezze teoricamente vietate dalla legge: il piano di protezione dei parchi stabilisce che in quelle aree non si può costruire sopra certe altezze. Ma la speculazione immobiliare in vista degli impianti sciistici non si cura certo della legge, anche per la connivenza con il Governo Milei! Questa volta gli investitori provengono dagli Emirati Arabi. Scopriamo inoltre che le acque del Rio Chubut, la più importante risorsa idrica di quelle zone aride, è stata data in concessione alla Mekorot, l’impresa statale di Israele che si occupa della gestione idrica. Darla in gestione non è solo l’anticamera della privatizzazione, ma anche lo sdoganamento di una modalità aggressiva e violenta di agire, conoscendo come agisce in Palestina e nelle zone occupate. Man mano che la nostra carovana avanza scopriamo altre zone destinate a essere deturpate diventando zone sciistiche di lusso, come il Cerro Leon.

Gli interessi di Benetton sono invece concentrati su altri obiettivi: dimenticate le pecore e il mercato della lana, ora il gruppo veneto si è orientato sull’estrattivismo, inteso come ricerca delle terre rare, lo stesso motivo per cui Trump vuole derubare l’Ucraina con finti negoziati in cui l’unica bussola è il tornaconto economico. Quei 17 elementi, fondamentali nell’industria degli armamenti e della tecnologia, producono un mercato che vale 11 miliardi di dollari, con la previsione di arrivare, nel 2031, a oltre 21 miliardi. Per fare questo Benetton e il suo compare Joe Lewis (il magnate inglese che ha comprato e recintato una zona immensa intorno al lago Escondido) sono sostenuti dai Gauchos Nacionales, un’associazione di pistoleri prezzolati che minacciano, malmenano e arrestano i Mapuche, incolpandoli di essere gli artefici degli incendi. I Gauchos sono guidati da Victor Hugo Araneda, tristemente famoso per aver aggredito e malmenato, nel 2023, gli attivisti che protestavano per il blocco, da parte di Lewis, del sentiero di accesso a un lago che la legge considera passaggio comune e quindi accessibile a chiunque.

Un ulteriore fattore di crisi è quello delle piantagioni di pini, che vedono tra gli artefici anche il gruppo Benetton. Negli anni ’90 fu introdotta la legge Verde por verde secondo la quale gli imprenditori che, con le loro attività, causavano aumento dell’anidride carbonica potevano essere esentati dalle multe piantando alberi che smaltissero tale contaminazione. Gli imprenditori decisero quindi di piantare decine di migliaia di piante non autoctone come i pini. E soprattutto piantarono pini di una varietà che lascia deposti sotto forma di aghi di pino e pigne che soffocano le piantine usate dai Mapuche come medicina e che sono altamente infiammabili (come lo stesso albero che, essendo ricco di resina, brucia con estrema facilità): da cui uno dei motivi della rapida propagazione degli incendi. Inoltre i pini consumano molta acqua e acidificano il terreno, a scapito delle piante medicinali.

Cosa fa il Governo in questo contesto? Stabilisce che i responsabili sono i Mapuche, gli unici a non avere alcun interesse a che ciò avvenga e la cui cosmogonia prevede il rispetto totale e la fusione con la natura. Arresta e criminalizza la protesta e crea il nemico interno, vecchia strategia che echeggia anche nella politica nostrana… In Argentina un litro di latte costa 2,20 euro, un caffè al bar fino a 3,50 euro, i supermercati hanno prezzi europei se non oltre mentre i salari non sono neppure lontanamente comparabili. Ma per Milei e accoliti il problema sono i Mapuche e si dà grande risalto alla Resistencia ancestral Mapuche, un gruppo di giovani già sconfessato dai Mapuche e praticamente inesistente, che serve per definire terroristi tutti i Mapuche e poterli reprimere. E, a seguire, una serie di misure: l’abrogazione della legge che proibiva lo sgombero dei nativi, alcuni decreti urgenti che praticamente annullano le protezioni dei popoli originari, l’intitolazione del salone della casa Rosada, sede del Governo, non più ai popoli originari ma agli eroi delle Malvinas.

Nel nostro viaggio abbiamo condiviso dinamiche di oppressione e strategie di resistenza ed è triste constatare che subito dopo il nostro passaggio le comunità sono state attaccate, le persone malmenate e arrestate, le radio comunitarie distrutte. Come è stato triste vedere che l’accordo con la Mekorot e la creazione di un corpo unificato patagonico con funzione di controllo e repressione risalgono al Governo peronista di Alberto Fernandez. Solo l’unione delle resistenze dal basso può dare qualche frutto, come ci racconta Yanniello, un attivista di Bariloche che partecipa alla carovana: ecologisti, antropologi e giornalisti argentini non tanto e non solo a sostegno dei diritti dei Mapuche, quanto a difesa del territorio contro la necropolitica del capitale.

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domenica 4 agosto 2024

Militarizzazione per controllare il popolo - Raúl Zibechi

 

C’è una geografia della violenza statale, fatta di pratiche autoritarie, in grande estensione in tutto il pianeta, ma non sempre è riconosciuta come tale. Qualcuno parla di “guerra sistemica” contro i lavoratori, i migranti, le comunità indigene, i contadini, una guerra che cresce con la militarizzazione delle nostre società a cui ci stiamo abituando. Secondo Raúl Zibechi l’importante è comprenderne la natura non ciclica o legata a un determinato governo: “Questo è il primo passo per poter capire perché non dovremmo scommettere sugli Stati, dal momento che sono proprio loro i responsabili del nuovo militarismo contro i popoli…”. In passato, in diversi angoli dell’America latina è molto evidente, quella guerra sistemica puntava a rubare oro e argento, ora serve a sgomberare territori e trasformare la vita in merce. La nostra sfida continua ad essere espandere ovunque “le geografie, i popoli e i settori sociali coinvolti nella resistenza al capitalismo…” 

 

Il noto pedagogista Henry Giroux ha appena scritto un saggio sul suo paese, gli Stati Uniti, nel quale analizza le crudeli politiche neoliberiste e l’odio per la democrazia a partire dagli anni Settanta: «Al centro delle sue pratiche statali autoritarie e criminali c’è “una guerra sistemica contro i lavoratori, i giovani, i neri e i migranti, sempre più definita dall’aumento della violenza di massa e da uno Stato che punisce sia all’interno del paese che fuori». È evidente che una “guerra sistemica” contro i popoli deve andare di pari passo con la militarizzazione delle nostre società, un processo che stiamo sperimentando in tanti paesi e regioni dell’America Latina, così come nel resto del pianeta. L’importante è comprenderne la natura sistemica e non ciclica o legata a un determinato governo. Questo è il primo passo per poter capire perché non dovremmo scommettere sugli Stati, dal momento che sono proprio loro i responsabili del nuovo militarismo contro i popoli.

Giorni fa è uscito anche il saggio Sperimentare la militarizzazione. Il caso Wallmapu di Fernando Pairicán e Wladimir Martínez, in cui gli autori analizzano due anni di stato di emergenza nel territorio mapuche in Cile e le sue conseguenze sulle comunità. La prima cosa che sottolineano è che l’attuale fase di militarizzazione è cominciata durante il governo del neoliberista Sebastián Piñera e continua ad aumentare sotto il progressista Gabriel Boric. È una politica statale. La seconda cosa è che «questa militarizzazione non ha avuto effetti reali sulla riduzione del livello di violenza», secondo i numerosi dati forniti. Il suo costo è molto chiaro: «il sentimento di minaccia permanente che le comunità pagano». La presenza di carabinieri, polizia e ora anche dell’esercito nelle comunità mapuche non contribuisce a ridurre i crimini legati al traffico di droga, ma colpisce soprattutto i giovani che stanno creando nuove organizzazioni autonome radicali. Pairicán e Martínez assicurano che «i processi di militarizzazione sono una tattica di riorganizzazione territoriale che restringe i legami e le interazioni di quei gruppi o popolazioni sotto controllo, minacciando il modo in cui si relazionano, interagiscono e abitano il loro ambiente». Parallelamente, concludono, «è stato imposto un discorso che ha favorito nuovi tipi di razzismo basati su concetti come narco-terroristi e violenza, che hanno fomentato stigmi e pregiudizi nei confronti dei mapuche, giustificando allo stesso tempo il dispiegamento militare nella zona. Invece di essere una soluzione, questo modello, che possiamo chiamare democrazia coloniale violenta, è diventato un problema».

Impotente di fronte all’aumento esponenziale della violenza legata alla droga, lo Stato intende estendere la militarizzazione del territorio mapuche a nuove regioni e città.

In Perù, il 18 luglio è stato pubblicato un rapporto di Amnesty International sui massacri contro i contadini andini durante le proteste da dicembre 2022 a marzo 2023, intitolato: Chi ha dato l’ordine? Responsabilità della linea di comando per morti e feriti nelle proteste in Perù, che hanno causato 50 morti e 1.400 feriti. Tutti i dati forniti dal rapporto indicano la responsabilità della presidente Dina Boluarte, assunta dopo la destituzione e l’arresto del presidente Pedro Castillo, e degli alti ufficiali militari e di polizia. In un solo giorno, il 9 gennaio 2023, 18 persone sono state uccise e più di cento sono rimaste ferite all’aeroporto di Juliaca. Il rapporto evidenzia che la Polizia nazionale ha ricevuto l’ordine di “eliminare le barriere umane”, che i comandanti hanno descritto i manifestanti come “terroristi” e che hanno autorizzato l’uso di armi da fuoco di grosso calibro per affrontare «le forze avverse». Hanno affrontato la mobilitazione sociale con la logica della guerra per sterminare la parte avversaria. A un anno e mezzo dalle stragi non c’è giustizia. Raúl Samillan, presidente dell’Associazione dei Martiri e delle Vittime del 9 gennaio, descrive il regime come «una dittatura parlamentare», un punto che coincide con il saggio sulla militarizzazione del Wall Mapu.

La geografia della violenza statale è esattamente la stessa della violenza coloniale da cinque secoli, qualcosa che si ripete in tutta l’America Latina, dal Guatemala e Messico all’Argentina e Cile. È evidente che questa «guerra sistemica» è diretta contro le popolazioni indigene, i neri e i contadini. In passato per rubare oro e argento, ora per sgomberare territori e trasformare la vita in merce.

La geografia delle resistenze è la stessa della violenza coloniale ed estrattivista. La nostra sfida continua ad essere quella di espandere le geografie, i popoli e i settori sociali coinvolti nella resistenza al capitalismo. Non è facile. La militarizzazione ci impone dei limiti, minacciando la riproduzione della vita.


Pubblicato anche su La Jornada. Traduzione per Comune di Leonora Marzullo.

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martedì 13 febbraio 2024

Davos e l’attacco verso i Mapuche - Andy Robinson

 Il 19 gennaio si è concluso il World Economic Forum di Davos, pare che i vati dell’economia mondiale di mercato siano piuttosto divisi sulle magnifiche sorti e progressive dell’anno appena cominciato. Mentre si discuteva di come trarre maggiori profitti dagli investimenti e dal piatto forte della cosiddetta intelligenza artificiale, com’è tradizione nell’assise svizzera dei plutocrati, si fingeva anche di preoccuparsi per le crescenti disuguaglianze al fine di “migliorare il mondo”. Così è stato solennemente affermato che “Davos 2024 celebrerà il lancio della rete di conoscenza e leadership delle popolazioni indigene in dieci centri di impatto, uno spazio per promuovere la cooperazione pubblico-privato attraverso la conoscenza indigena”. Non solo, c’è davvero da preoccuparsi se si legge che il Forum pensa che “i popoli indigeni sono i guardiani di un terzo del territorio mondiale e le loro pratiche culturali e spirituali consentono loro di proteggere e coltivare i loro ambienti e comunità”. L’uomo chiave per placare la sete insaziabile di territori da cui estrarre valore e rendere redditizie queste solenni ipocrisie sembra dunque essere il nuovo presidente argentino Javier Milei, ultrà del liberismo sfrenato, destinato a cancellare quel che resta dei diritti nel Paese facendo uso della demagogia e della motosega. Ancor più neri, dopo l’investitura di Davos, sono però gli orizzonti dei popoli indigeni che resistono nella Patagonia. Moira Millan, in questa intervista, sostiene che Milei inventerà presto i pretesti per dar vita a una tremenda escalation della militarizzazione del territorio e della repressione del popolo mapuche già molto violenta oggi. Il nuovo presidente, d’altra parte, non perde occasione per esprimere disprezzo per tutto quel che rappresenta i diritti collettivi, la sostanza della lotta che i Mapuche conducono da secoli

Il World Economic Forum di Davos pretende sempre di conciliare l’inconciliabile. All’insegna del motto di voler “migliorare il mondo”, sostiene di voler difendere la sostenibilità ambientale e l’equità sociale, e il suo fondatore, l’imprenditore svizzero Klaus Schwab, è solito indicare come priorità nei suoi discorsi davanti a un migliaio di amministratori delegati di multinazionali, banchieri e alcune ONG, la “sfida della disuguaglianza”. Il cosiddetto filantrocapitalismo è una parte centrale della formula ideologica di Davos, come ho spiegato nel libro A Reporter on Magic Mountain: How the Davos Economic Elite Sink the World .

Nel frattempo, la priorità degli incontri a porte chiuse di Davos è quella di ottimizzare la redditività degli investimenti della plutocrazia globale, rappresentata da centinaia di membri di banche e fondi di investimento presenti all’incontro nella località sciistica svizzera.

Quest’anno le contraddizioni di Davos sono state ancora più evidenti con la presenza del nuovo presidente dell’Argentina, Javier Milei, ad un incontro che inaugura una nuova iniziativa a sostegno delle popolazioni indigene.

Secondo il World Economic Forum, “Davos 2024 celebrerà il lancio della rete di conoscenza e leadership delle popolazioni indigene in dieci centri di impatto, uno spazio per promuovere la cooperazione pubblico-privato attraverso la conoscenza indigena”.

Fany Kuiru, di etnia Huitoto – Perù, Colombia – è la coordinatrice generale del nuovo progetto indigeno di Davos. Altri ospiti saranno Ayunar Domingo Peas Nampichkai, leader del popolo Achuar nell’Amazzonia ecuadoriana, e Nixiwaka e Outani Yawanawá, degli Yawanawá, nell’Amazzonia brasiliana.

“I popoli indigeni sono i guardiani di un terzo del territorio mondiale e le loro pratiche culturali e spirituali consentono loro di proteggere e coltivare i loro ambienti e comunità”, sostiene il World Economic Forum. Per questo motivo “le voci indigene sono vitali”.

Gli incontri che Milei si proponeva di tenere a Davos con investitori interessati al boom del  fracking petrolifero nel giacimento di Vaca Muerta a Neuquén – una delle ultime frontiere della guerra contro i Mapuche nel XIX secolo – o al turismo di lusso a Bariloche, nella terra mapuche della Patagonia, mostrano l’altro lato, quello oscuro, dell’incontro.

In definitiva, Milei ha alimentato “un discorso violento contro i Mapuche che occupano terre come a Villa Mascardi”, secondo quanto mi ha detto Marcelo Cayumil, membro del gruppo giuridico dell’Assemblea per i diritti umani, in un’intervista fatta a San Carlos de Bariloche. nella Patagonia andina, teatro di un genocidio contro i Mapuche 150 anni fa. 

A Villa Mascardi, 30 chilometri più a sud – un’antica missione dei gesuiti, oggi diventata meta turistica –, un’operazione di polizia militare autorizzata nel 2017 dall’attuale ministra della Sicurezza del governo Milei, Patricia Bullrich, che ricopriva lo stesso incarico nel governo di Mauricio Macri, ha posto fine alla vita di due manifestanti che sostenevano una famiglia mapuche che aveva occupato un appezzamento di terreno nella zona. Il mapuche Rafael Nahuel è morto per un colpo d’arma da fuoco alla schiena. Santiago Maldonado fu invece fatto scomparire e il suo corpo venne ritrovato solo 90 giorni dopo, sulle rive del fiume Neuquén, lo stesso giorno dell’omicidio di Nahuel. 

Milei parla spesso di un’“età dell’oro” liberale alla fine del XIX secolo, quando l’industria della carne trasformò l’Argentina in una potenza di esportazione. Non ha lesinato gli elogi nemmeno per il generale e capo di stato Julio Argentino Roca (1898-1904) citando una dichiarazione del suo primo discorso: “La libertà degli uomini e la grandezza dei popoli” possono essere raggiunti solo con “sforzi supremi e sacrifici dolorosi. “

Nessuno storico serio negherebbe che il più grande sacrificio di quegli anni di gloria fu quello delle 20mila vittime indigene assassinate nella campagna militare di Roca, la Conquista del Desierto, che servì a svuotare l’interno e il sud della popolazione che li abitava, vendendo così 42 milioni di ettari a un prezzo d’occasione a 1.800 proprietari terrieri, soprattutto allevatori. Uno di quelli che ne ha beneficiato di più è stato il presidente della Sociedad Rural, l’associazione dei proprietari terrieri. Migliaia di mapuche furono deportati nel campo di concentramento allestito sull’isola di San Martín. Altri finirono nel Museo de la Plata di Buenos Aires, esposti come animali in uno zoo.

Un secolo e mezzo dopo, in Patagonia l’ultima offensiva avviene ancora contro i Mapuche. La vicepresidente di Milei, Victoria Villarruel – ultraconservatrice e con stretti legami con i militari – ha incoraggiato l’uso del pugno duro contro le occupazioni per il recupero della loro terra dei mapuche, sottolineando che “la stragrande maggioranza delle usurpazioni avviene su terre estremamente produttive”.

Per approfondire questi temi, ho rivolto alcune domande a Moira Millán, una delle voci più note del movimento mapuche, nata nella provincia di Chubut 55 anni fa. Millán verrà in Europa questo mese per tenere conferenze sul concetto da lei ideato di terricidio: l’assassinio della terra e dei suoi abitanti da parte degli investitori multinazionali che partecipano al vertice di Davos. Lei ci parlava da un territorio mapuche liberato a Chubut, in Argentina.

Pensi che la visita di Victoria Villarruel alla scuola militare di Bariloche e le sue dichiarazioni sulle occupazioni “pseudo-mapuche” siano un’indicazione che si vuole militarizzare ancora di più le misure contro le occupazioni di terre e altre attività dei Mapuche nel sud?

La vicepresidente Villarruel ha promesso, durante la sua campagna, alla Sociedad Rural, l’organo del latifondo argentino, che avrebbe posto fine al recupero dei territori da parte del popolo mapuche. Il suo negazionismo (sullo sterminio della Conquista del Desierto, ndt) e il suo razzismo sono in linea con il pensiero di Javier Milei. La sua visita a Bariloche e queste dichiarazioni sono un segnale al settore che rappresenta. Il governo Milei inventerà le scuse necessarie per giustificare l’escalation della militarizzazione e della repressione a Puelmapu – la parte del Wallmapu – o territorio Mapuche – che si trova a est della cordigliera delle Ande – contro il popolo Mapuche.

Diego Frutos, proprietario di un immobile a Villa Mascardi, ha chiesto maggiore durezza alla polizia. Crede che ci saranno presto altre azioni militari?

Frutos fa parte della Sociedad Rural di Bariloche. Insieme ad altri proprietari terrieri, forma una sorta di moderno Ku Klux Klan, a cui viene consentito dalla giustizia di diffamare, minacciare e persino uccidere qualsia si donna o uomo mapuche che cerchi di riaffermare i propri diritti. La sua voce, con un discorso carico di odio razzista, è stata ampiamente diffusa da tutti i media. Non è un caso che sia un fervente seguace di Bullrich, oggi ministra della Sicurezza.

Il governo Milei vuole dunque “intensificare il conflitto con i Mapuche nel sud” per usare la forza militare?

L’escalation di violenza a Puelmapu può avvenire solo da parte e per causa del potere contro di noi. Generare atti criminali da parte del governo e degli amministratori della giustizia per poi incolparne i Mapuche è stata una pratica costante anche nei governi che hanno preceduto quello attuale, quindi non mi sorprenderei certo se queste strategie si intensificassero. 

La Costituzione argentina tutela i diritti di proprietà delle comunità. Milei però parla solo di proprietà privata. Cosa significa questo per le rivendicazioni dei Mapuche?

Milei esprime disprezzo per tutto ciò che rappresenta diritti collettivi e, ovviamente, si oppone al rispetto e al riconoscimento della proprietà collettiva dei popoli indigeni. Questa posizione non solo è contraria alle leggi sui diritti, è criminale e naturalmente viola il diritto costituzionale alla proprietà comune. I rapporti tra lo Stato e i popoli indigeni diventeranno ancora più tesi. Probabilmente alcuni settori indigeni non permetteranno la regressione dei nostri diritti, altri si adatteranno alle circostanze.

E come si potrà rispondere ai piani di Milei, Villarruel e Bullrich?

Penso che la cosa più sensata sia continuare con fermezza e coraggio nell’ampliamento dei nostri diritti e nella costruzione di proposte che rendano tangibile un modello diverso di società. Ora più che mai dobbiamo costruire assemblee per il buen vivir, in ogni territorio, in ogni spazio, pensare a dispositivi di contenimento e di autoprotezione della comunità. Questo governo attacca tutte le vite e tutte le forme di vita.

L’estradizione in Cile del leader mapuche Facundo Jones Huala ha a che fare con il cambio di governo o si tratta di una decisione indipendente?

L’estradizione è stata concordata in anticipo, sia lo Stato argentino che quello cileno ci attaccano dal tempo dell’invasione militare del nostro territorio. Quell’estradizione sarebbe stata concessa lo stesso se Masa o Bullrich avessero vinto le lezioni invece di Milei. Frutos, così come gli altri razzisti, cercheranno un modo per sterminare la mia gente, ma non importa quanto investano nel militarizzarci, reprimerci, spiarci, darci la caccia… Non saranno mai in grado di sconfiggerci, perché Mapu (la Terra) è il nostro principale alleato. Lei ci guida, ci parla e ci protegge, perché lottiamo per proteggere la vita. Questi capitalisti invasori conoscono solo la crudeltà e la morte, le loro ambizioni eccessive e meschine saranno la ragione principale del loro collasso.

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lunedì 8 gennaio 2024

Argentina: il popolo Mapuche difende le sue terre - Annalisa Pensiero

 

Il popolo Mapuche ha bisogno di vivere nel proprio territorio per poter esistere. Così è per la comunità di Lof Lafken Winkul Mapu in Argentina.  Tuttavia, nonostante sia un diritto acquisito, secondo l’amministrazione dei Parchi Nazionali, i giudici e i procuratori, funzionali al potere economico, questo non è possibile.

I tavoli di dialogo con il governo argentino per risolvere il conflitto si sono rivelati una farsa. Durante l’ultimo, il 1° giugno 2023, si è ottenuto il riconoscimento del rewe come territorio sacro (spazio sacro dove la machi realizza le Cerimonie per la Comunità e dove riceve i suoi pazienti per le cure fisiche e spirituali). Inoltre si è concordato il ritorno alla comunità della machi (autorità spirituale e medico tradizionale mapuche) e dei suoi più stretti collaboratori. Dopo sei mesi di attesa della formalizzazione scritta dell’accordo, il 5 dicembre la machi Betiana si è recata a Buenos Aires per ottenere una risposta, ma ha trovato chiuse le porte dell’INAI (Istituto Nazionale degli Affari Indigeni), che si è rifiutato di firmare.

Dopo il suo ritorno a Bariloche, con il nuovo governo argentino già insediato, le comunità mapuche hanno espresso la loro preoccupazione per l’incertezza del ritorno della machi al rewe. Il 28 dicembre l’abbiamo accompagnata nel territorio per conoscere lo stato del rewe. È stato devastante vedere i segni dell’oltraggio: quelle che una volta erano le loro ruka (case) sono ora cataste di legno bruciato, gettate via insieme ai giocattoli dei loro bambini. Tutto è distrutto, abbandonato.

Un sentimento forte mi assale: come può una mente umana pianificare tanta crudeltà? In questo spazio una comunità aveva trovato il senso della propria esistenza e la sua armonia! È incomprensibile!

Le lamuen (donne) cercano i lawen (piante medicinali), accendono il fuoco e celebrano la cerimonia.

Il giorno successivo, il 29 dicembre, nel Centro Civico di Bariloche (sede del Comune), diverse lof (comunità mapuche), organizzazioni ambientaliste e artistiche, sindacati e media alternativi organizzano una manifestazione per chiedere il ripristino della Legge Anticianuro 3981/05, abrogata 12 anni fa. Questa legge è stata il risultato di anni di lotte, per questo è considerata dagli attivisti della regione una vittoria popolare che ha limitato i progetti estrattivisti di materie prime a grande scala nella provincia.

In questa occasione, la machi Betiana ha preso la parola e ha ricordato che a più di un anno dal brutale sgombero, la comunità Lafken Winkul Mapu è ancora espulsa dal suo territorio e il rewe è militarizzato. Dopo la campagna del deserto, è il primo rewe lawen-medicina con una machi, in territorio patagonico, ed è per questo che ha un significato così speciale per il popolo mapuche.  Il senso del rewe è portare guarigione al popolo Mapuche e a tutte le persone che credono nei trattamenti con le piante medicinali.

“Quel rewe ci dà la vita”, dice la machi. “È in gioco la nostra salute e quella dei nostri pichikeche (bambini). La difesa dei territori è ciò che ci mobilita come Mapuche. Il nostro spirito è legato alla terra, a ogni spazio. Difendere i territori significa difendere l’acqua che scende da essi, la stessa che beviamo tutti. Le nostre lotte si uniscono”.

Conclude il suo intervento invitando al Nguillatun, la cerimonia sacra annuale per sostenere l´equilibrio con tutta la mapu, la terra, attraverso la reciprocità. Questa cerimonia si svolge a Diarco nel territorio della Lof Lafken Winkul Mapu, il 14 gennaio alle 6 del mattino, per chiedere il ritorno al loro luogo sacro cerimoniale.

I diritti si conquistano mettendo il corpo in azione. Questa è la resistenza del Lof Lafken Winkul Mapu nel territorio. Rafita Nahuel, assassinato per aver partecipato alla sua costruzione, Jessica Bonnefoi, ancora agli arresti domiciliari e altri membri del lof con mandato di cattura, lo sanno bene. Per questo continuano a subire i soprusi di un capitalismo perverso e ignorante e l’indifferenza di una società che ancora non riconosce le loro radici originarie.

Traduzione dell’autrice. Revisione di Thomas Schmid.

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giovedì 6 agosto 2020

Araucanía: violenza razzista di Stato contro i mapuche - David Lifodi(*)


 

Cresce la tensione tra lo Stato cileno e i comuneros mapuche. Nella notte tra il 1° e il 2 agosto, dei gruppi razzisti e fascisti, grazie alla complicità dei carabineros, hanno cercato di sgomberare con forza i mapuche che avevano occupato alcuni municipi dell’Araucanía per chiedere la liberazione dei prigionieri politici in sciopero della fame.

Da tempo le comunità mapuche si sono mobilitate per denunciare le pessime condizioni dei penitenziari di Temuco e Angol, dove sono reclusi gran parte dei prigionieri politici e chiedere con forza che possano almeno scontare le pene nelle loro comunità. Il machi Celestino Córdova è stato protagonista di un coraggioso sciopero della fame protrattosi per quasi tre mesi e i suoi compagni hanno seguito il suo esempio nelle carceri di Lebu e Angol. Le loro condizioni sono critiche.

È in questo contesto che i mapuche hanno accusato il ministro degli Interni Víctor Pérez di voler scatenare una guerra civile nei loro confronti, come dimostrano gli arresti a senso unico a seguito dei tentativi di metter fine con la violenza alle occupazioni dei municipi. I mapuche, rivendicando i loro diritti politici, all’insegna dello slogan Libertad a todos los presos políticos mapuche! Fuera forestales , hidroeléctricas y empresas extractivistas del territorio ancestral!, hanno evidenziato il razzismo del governo, che ha preferito soffiare sul fuoco della guerra per venire incontro, ancora una volta, agli interessi dei latifondisti e dell’ultradestra.

Lo sgombero violento dei municipi di Curacautín, Ercilla, Traiguen e Victoria, le cui tomas erano state promosse dai familiari dei prigionieri politici, è stato caratterizzato da vere e proprie cacce all’uomo da parte di gruppi di facinorosi, composti soprattutto dai grandi proprietari terrieri, dai loro figli e dalle famiglie più in vista di queste città che hanno cercato di penetrare all’interno delle municipalidades nel tentativo di appiccare il fuoco agli edifici, agli stessi mapuche e picchiando con violenza i comuneros che si trovavano al loro interno. L’attacco era stato organizzato nei dettagli e in maniera simultanea. Testimoni hanno riferito di aver udito gli aggressori dire che “a Curacautín il lavoro era stato già fatto”. Ad aggredire i mapuche (compresi donne e bambini) e ad assaltare i municipi pare che sia stata l’“Asociación para la Paz y la Reconciliación en la Araucanía”, gruppo di estrema destra che ha goduto della completa e totale complicità dei carabineros.

Una cosa è certa: nel pieno dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, la repressione contro i mapuche non solo non si è arrestata, ma è cresciuta di intensità. A testimoniarlo le parole del sindaco di Victoria Javier Jaramillo, il quale ha denunciato il provocatorio atteggiamento del ministro degli Interni Víctor Pérez, che in occasione della sua recente visita in Araucanía aveva rifiutato di incontrare i sindaci delle città della provincia di Malleco dove erano in corso le occupazioni, minacciando il governatore provinciale Juan Carlos Beltrán per gli eventuali episodi di violenza che poi si sarebbero puntualmente verificati, anche se non per iniziativa dei mapuche. Peraltro, sottolineano ancora i mapuche, anche il governo provinciale di Malleco, al pari del ministero degli Interni, ha dimostrato di non essere assolutamente interessato al dialogo.

Quanto al ministro Pérez, appena insediatosi, dichiarò che la sua priorità sarebbe stata quella di risolvere il conflitto in Araucanía ricordando sotto certi aspetti l’allora presidente messicano Fox quando affermò con arroganza che avrebbe risolto la questione zapatista in dieci minuti. Peraltro, come ammesso dallo stesso Pérez, il suo interesse a risolvere il conflitto era dovuto al desiderio di “far vivere i cileni in pace e in tranquillità”. Per lui “allontanare i violenti” rappresentava la soluzione migliore, se non fosse che per “violenti” intendeva i mapuche e che gli stessi mapuche meritino di vivere in pace. La riconciliazione del ministro, in pratica, consiste soltanto nel tutelare gli interessi neoliberisti in Wallmapu con il sostegno dell’ultradestra. Infine, a negare l’esistenza di prigionieri politici mapuche ed andare a braccetto con i gruppi paramilitari e i terratenientes che nei municipi di Victoria, Collipulli, Galvarino, Angol, Curacautín e Traiguén hanno danneggiato le infrastrutture comunali e dato vita a dei veri e propri linciaggi al grido di “El que no salta es Mapuche”, Pérez non ci fa certo una bella figura. Alcune testimonianze hanno raccontato di attacchi ai mapuche in stile Ku Klux Klan.

Nel frattempo, la condizioni di salute dei prigionieri politici mapuche preoccupano ogni giorno di più come testimonia l’appello di oltre 170 medici affinché il governo cileno si assuma le proprie responsabilità: “Nel contesto della pandemia dovuta al Covid-19”, spiegano, “ per nessuno dei comuneros in carcere sono state prese misure orientate a prevenire il contagio, segno dell’evidente opera di discriminazione dello Stato nei loro confronti”. Esprimendo la loro preoccupazione umana e professionale, i medici invitano il governo a muoversi rapidamente, ma considerando che il ministro degli Interni Víctor Pérez è vicino alla tristemente nota Colonia Dignidad di ispirazione nazista, difficilmente la situazione si risolverà in maniera pacifica.

Infine, va sottolineato, una volta di più, il gioco sporco del governo che cerca di far passare, di fronte all’opinione pubblica, l’idea di un contrasto alla prova dei fatti inesistente tra cileni e mapuche, ma in realtà sono terratenientes, latifondisti ed ultradestra ad essere responsabili di quelle disuguaglianze sociali che hanno reso il Cile uno dei paesi dove è sempre maggiore la forbice tra i pochi che sono padroni di tutto e i molti che non hanno niente. La rivolta contro il presidente Piñera, scoppiata lo scorso autunno, ha come bersaglio quella minoranza privilegiata che vuol difendere i propri interessi.

I mapuche chiedono semplicemente di essere riconosciuti come  Nación Originaria nel segno di uno stato plurinazionale che gran parte delle istituzioni cilene hanno rifiutato con sempre maggiore arroganza, soprattutto a partire dal periodo storico pinochettista.


(*) Fonte: Peacelink

I video e le foto dell’assalto ai mapuche sono visibili su Resumen Latinoamericano:

Nación Mapuche. Civiles fascistas armados desalojaron e intentaron linchar a comuneros mapuche que ocupaban municipios en Curacautín y Victoria (videos+fotos)

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domenica 10 marzo 2019

La nuova resistenza nella terra mapuche - Raúl Zibechi



L’interminabile  tappeto verde ondeggia al ritmo del vento, come un susseguirsi di onde minacciose in procinto di inghiottire villaggi, strade e persone. Un paesaggio monotono ma vellutato, costellato qua e là da distese erbose e colline coronate sempre dal verde scuro delle piantagioni dei pini. Da un lato si indovina la cordigliera. Dall’altro, la pianura si trascina verso un mare che non finisce mai di dire presente.
La città di Temuco si sveglia stanca, come una grande città di provincia, a metà strada tra la metropoli isterica e il tranquillo villaggio agricolo. Nel mercato Pinto, le famiglie girano attorno alle centinaia di bancarelle che offrono ortaggi e frutta, carne, frutti di mare e un’impressionante varietà di spezie, tra le quali spicca il merkén affumicato, un peperoncino macinato fino, leggermente piccante, che è la stella della cucina mapuche.
Quando appare un carretto tirato dai buoi, con un enorme carico di quasi quattro metri di altezza, Andrés spiega che sono famiglie che vendono cochayuyo, un’alga della costa del Pacifico, di grande valore nutrizionale, che può raggiungere i 15 metri. Andrés Cuyul è il presidente della Comunità di Storia Mapuche, un collettivo di accademici che continuano ad aggrapparsi ai loro territori, vivono attorno a Temuco e continuano a essere legati al movimento mapuche.
Esclusione per ordinanza
Gironzolando per il mercato, tra un’infinità di bancarelle informali, e alternando dialoghi con le venditrici, si spiega il conflitto con il municipio. Agli inizi di dicembre, un’ordinanza del sindaco ha deciso di proibire l’attività commerciale ambulante in un perimetro di esclusione attorno al mercato. La particolarità è chel’ordinanza impone multe sia a quelli che vendono che a quelli che comprano i loro prodotti.
Tra i penalizzati ci sono due settori: da un lato, un collettivo di 750 piccoli orticoltori artigianali delle zone vicine a Temuco e, dall’altro, i venditori di cochayuyo, uno degli alimenti più apprezzati dai cittadini. Quando gli agenti municipali hanno voluto togliere la merce alle famiglie che avevano viaggiato a piedi per dieci giorni da Tirúa, sulla costa, i passanti hanno difeso i venditori e hanno costretto gli agenti a ritirarsi. Sia le famiglie che vendono il cochayuyoche quelle orticoltrici sono generalmente mapuche.
“I giorni successivi all’assassinio di Camilo Catrillanca, tutta questa zona è apparsa piena di palloncini neri, appesi dalle venditrici in segno di lutto”, commenta Andrés in tono trionfale. Un colpo ad effetto da parte di persone che hanno ricevuto cinque secoli di No senza mai retrocedere di un passo.
Da Matías a Camilo
Ho conosciuto la mamma di Matías Catrileo per caso, nel carcere di Temuco, mentre faceva visita ai fratelli Benito e Pablo Trangol e al machi  Celestino Córdova. I fratelli furono accusati di aver incendiato una chiesa evangelica, ma vennero incriminati sulla base di dichiarazioni rese da “testimoni senza volto” e accusati di delitti di natura “terroristica” – cosa che permise di prolungare la loro detenzione preventiva-, sebbene il tribunale abbia poi disconosciuto questa valutazione. Celestino è stato condannato per il delitto di “incendio con conseguenza di morte”  che nel 2013 costò la vita alla coppia Luchsinger-Mackay, proprietari di una tenuta che da secoli vogliono recuperare i suoi legittimi proprietari: le comunità della zona.
Un gruppo di donne con abiti tradizionali parla a bassa voce intorno ai detenuti, nella piccola cappella che ci ospita. Mónica Quezada, madre di Matías, assassinato alle spalle nel 2008 mentre recuperava le terre, ha il volto indurito dal dolore. “Se paragono la situazione attuale con quella di 11 anni fa, vedo un notevole cambiamento nel nostro popolo”, commenta. Si riferisce alla mobilitazione sociale massiccia e di massa che ha provocato in Cile l’assassinio di Catrillanca, colpito anche lui alle spalle, il 14 novembre.
Così come l’assassinio di Matías ha forgiato una nuova leva di militanti, quello di Camilo sta ampliando l’orizzonte di tutto un popolo. Quello che è realmente nuovo nel Cile di oggi, non è la secolare lotta mapuche, ma il coinvolgimento di nuove generazioni di ragazzi (e non tanto giovani) in una lotta di lunga durata contro uno Stato genocida e terrorista.
Simona Mayo e Ange Valderrama incarnano la nuova generazione mapuche, di donne giovani, professionali, femministe. Una è membro del Collettivo di Storia Mapuche e vive a Santiago. L’altra è giornalista e fa parte di Mapuexpress, forse il mezzo di comunicazione mapuche web più importante. Partecipano a spazi pluriculturali, perché si stanno costruendo “soggetti eterogenei”, come sottolinea lo storico Claudio Alvarado Lincopi, qualcosa che la sinistra non è in grado di accettare perché “nella sua endogamia valgono solo le sue stesse tradizioni”, basate su concezioni proprie della modernità.
Entrambe assicurano che il mondo mapuche è in piena espansione, con il recupero delle terre e della lingua e con un sostegno che continua a crescere in tutto il paese. Simona ha registrato la reazione di massa della popolazione cilena di fronte all’assassinio di Catrillanca, con mobilitazioni in almeno 30 città, comprese quelle del lontano nord. A Santiago si sono contati 100 blocchi stradali, con barricate e fuochi accesi, per ore, con la partecipazione di centinaia di abitanti. Molti di coloro che non sono usciti di casa, battevano sulle pentole, affacciati alle finestre, soprattutto in periferia. In alcune zone le mobilitazioni si sono protratte per 15 giorni.
Lingua e territorio
L’espansione della lingua mapudungún meriterebbe uno studio specifico. Migliaia di giovani la imparano, tanto nei quartieri popolari quanto nella classe media urbana. A Villa Olímpica, nella comuna di Ñuñoa, quartiere della classe media di Santiago, la figlia della mia ospite, studia il mapudungún nella sua scuola, per  sua scelta. Lo stesso succede in altre tre scuole del distretto.
Il recupero delle terre è l’aspetto più evidente, ma anche il più represso, di questa crescita mapuche. La provincia di Malleco è l’epicentro.  È un’ampia fascia a nord di Temuco, dalla cordigliera fino alla costa, che comprende nomi storici ed emblematici: Angol, Collipulli, Traiguén, Lumaco, Ercilla, Renaico. Siti che costituiscono la “zona rossa” che concentra i conflitti dai tempi della colonia. Lì sono nati, nella decade degli anni ‘90, la  Coordinadora Arauco Malleco e, da un decennio, la Alianza Territorial Mapuche, e funziona il parlamento Koz Koz, un’organizzazione giovane e orizzontale che recupera tradizioni e spazi dove si riproducono la vita e la cultura.
In questa regione, e sulla costa di Cañete e Tirúa, si concentrò la resistenza agli spagnoli, da parte di comunità che propinarono le maggiori sconfitte che i conquistadores conobbero nelle Americhe. La lunga memoria dei mapuche  è completata dall’usurpazione delle loro terre nella seconda metà del XIX secolo, nella mal definita Pacificazione della Araucanía.
Adesso, quella memoria è stata rivitalizzata da un’ondata irrefrenabile di recuperi, ma anche da cessioni di terre dello Stato dai tempi della riforma agraria di Salvador Allende, per placare la rabbia secolare. La domanda di terra va di pari passo con l’esigenza di autonomia, che trasforma i terreni in territorio mapuche autogestito.
In alcune aree, come il triangolo tra Ercilla, la costa di Tirúa e Loncoche (al sud), il recupero delle terre sta dando forma a una macchia di potere comunitario mapuche. Nei 1200 ettari del fondo Alaska, recuperato nel 2002, oggi vivono due comunità – Temucuicui Tradicional e Autónoma-, su terre che erano della Forestal Mininco, del gruppo Matte, che possiede 700 mila ettari usurpati alle comunità.
Andrés e il suo compagno della Comunità di Storia, Pablo Marimán, riflettono sui percorsi che prevedono per un movimento del quale si sentono parte. A loro piacerebbe che l’identità mapuche fosse più aperta, e non tanto sbilanciata verso la comunità agraria, carica di tutte le sue tradizioni, comprese le pesanti eredità patriarcali e caudilliste che riproducono oppressioni. Per questo hanno l’occhio puntato sulle città, dove proliferano mapuche femministe, lesbiche e gay, professionisti e artisti, che aprono l’identità verso la diversità. “Però dobbiamo riconoscere che quelle che scuotono lo Stato cileno sono le comunità tradizionali quando recuperano le terre”, confessano.

(Articolo pubblicato su Brecha e ripreso da Rebelión con il titolo “Chile – La resistencia en tierras mapuches”.
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo)