sabato 22 agosto 2026
venerdì 21 agosto 2026
La Sardegna non ha bisogno di un’altra sigla, ma di uno stato - Michele Zuddas
Prima ancora di domandarsi se la Sardegna possa permettersi l’indipendenza, sarebbe forse opportuno chiedersi se possa permettersi di continuare a non averla. Un popolo che misura esclusivamente il prezzo della propria libertà e non quello della propria dipendenza finisce quasi sempre per trasformare la prudenza in rassegnazione, convincendosi che sia naturale vivere dentro un sistema nel quale le decisioni fondamentali sul proprio territorio, sulle proprie risorse, sul proprio modello energetico, sulla politica industriale e perfino sulle prospettive demografiche vengano assunte altrove, come se la sovranità fosse un privilegio riservato ai grandi Stati e non il presupposto elementare attraverso il quale una comunità decide chi deve beneficiare della ricchezza che essa stessa produce.
Proprio qui
si annida il più grande equivoco che continua a deformare il dibattito
sull’indipendenza, perché da decenni ci viene insegnato a considerare
l’economia una disciplina neutrale, capace di produrre risposte inevitabili e
indipendenti dalla volontà politica, mentre ogni sistema economico rappresenta
sempre un sistema di potere, stabilisce chi controlla le risorse, chi determina
gli investimenti, chi distribuisce il reddito e, soprattutto, chi possiede il
diritto di decidere il futuro di una comunità, ragione per la quale chiedersi
se la Sardegna possa diventare uno Stato senza domandarsi chi governa oggi la
sua economia equivale a osservare l’ombra ignorando il corpo che la produce.
La Sardegna
conta poco più di un milione e mezzo di abitanti, una popolazione superiore a
quella di diversi Stati europei pienamente sovrani; produce ogni anno un
prodotto interno lordo che supera i quaranta miliardi di euro; dispone di una
posizione geografica che nessun centro di ricerca geopolitica esiterebbe a
definire strategica; possiede quasi duemila chilometri di coste, uno dei
patrimoni ambientali più importanti del Mediterraneo, università, centri di ricerca,
competenze professionali riconosciute in tutto il mondo e una produzione
energetica che in numerosi periodi dell’anno supera il fabbisogno dell’isola,
eppure continua a percepirsi come una terra incapace di amministrare sé stessa,
quasi che il problema risieda nella scarsità delle risorse e non nella scarsità
del potere di decidere come quelle risorse debbano essere utilizzate.
La vera
questione, dunque, non consiste nello stabilire se l’indipendenza costi, perché
ogni forma di organizzazione politica comporta inevitabilmente dei costi, ma
nel comprendere quanto costi la dipendenza, quanto costi l’emigrazione di
migliaia di giovani che ogni anno trasferiscono altrove competenze costruite
grazie agli investimenti pubblici dell’isola, quanto costi uno spopolamento che
svuota paesi, scuole e imprese, quanto costi una pianificazione energetica
nella quale i profitti rischiano troppo spesso di seguire strade diverse da
quelle percorse dai sacrifici delle comunità locali, quanto costi un modello
economico nel quale il valore aggiunto continua a concentrarsi fuori dalla
Sardegna mentre qui rimangono gli effetti ambientali e sociali delle scelte
compiute da altri.
Sarebbe
tuttavia un errore immaginare che basti conquistare la sovranità per risolvere
automaticamente questi problemi, perché uno Stato sardo che si limitasse a
riprodurre gli stessi rapporti economici, gli stessi privilegi e le stesse
concentrazioni di potere esistenti oggi cambierebbe la geografia delle
istituzioni senza modificare la condizione dei cittadini, trasformando
l’indipendenza in una semplice sostituzione delle élite invece che in una
trasformazione della società, ed è proprio per evitare questo rischio che il
sardismo del XXI secolo dovrebbe avere l’ambizione di proporre non soltanto una
diversa forma dello Stato ma una diversa idea di economia, nella quale energia,
acqua, infrastrutture strategiche, porti, reti digitali e patrimonio naturale
vengano considerati beni comuni sottratti alla pura logica della rendita e
amministrati nell’interesse della collettività.
Una
Repubblica sarda moderna dovrebbe trattenere la gran parte del gettito fiscale
prodotto nel proprio territorio, creare un fondo sovrano alimentato dai
proventi dell’energia e delle concessioni pubbliche, investire stabilmente nella
ricerca scientifica, destinare una quota significativa della ricchezza prodotta
all’università, all’innovazione tecnologica, alla digitalizzazione della
pubblica amministrazione e al rientro dei giovani emigrati, favorire la nascita
di cooperative, piccole imprese ad alta tecnologia e filiere industriali capaci
di trasformare nell’isola ciò che oggi viene esportato come semplice materia
prima, perché nessuna comunità diventa davvero libera se continua a vendere
risorse e ad acquistare valore aggiunto.
Eppure,
tutto questo rimarrebbe soltanto un esercizio teorico se prima non si
affrontasse una questione ancora più decisiva, quella dell’unità del popolo
sardo, poiché nessuna trasformazione politica diventa possibile quando una
comunità continua a pensarsi come la somma di appartenenze contrapposte invece
che come una nazione consapevole dei propri interessi permanenti.
Prima di
domandarsi con chi costruire l’unità bisognerebbe infatti trovare il coraggio
di chiedersi che cosa, in realtà, meriti davvero di essere unito, perché la
storia dei popoli insegna che non tutto ciò che può essere accostato deve
necessariamente convivere e non ogni somma produce una comunità, allo stesso
modo in cui nessun grande cuoco ha mai immaginato che bastasse gettare gli ingredienti
dentro una pentola perché da quel gesto nascesse un piatto capace di raccontare
una terra, una cultura e una memoria, essendo vero esattamente il contrario, e
cioè che ogni ingrediente acquista valore soltanto quando viene scelto con
rigore, dosato con intelligenza e armonizzato con gli altri senza perdere la
propria natura.
Forse è
proprio questa la metafora che manca al dibattito politico sardo, nel quale la
parola unità viene spesso pronunciata come se indicasse una semplice operazione
di accumulo, una progressiva addizione di sigle, associazioni, movimenti e
appartenenze destinata, quasi per una misteriosa legge della matematica
politica, a produrre automaticamente una forza più grande della somma delle sue
parti, mentre la vita delle comunità dimostra che gli insiemi costruiti senza
un principio ordinatore finiscono quasi sempre per trasformarsi in aggregati
privi di identità, incapaci di riconoscere una direzione comune proprio perché
nessuno ha mai avuto il coraggio di interrogarsi su quale fosse il fine prima
ancora dei mezzi.
La Sardegna,
invece, possiede oggi un’occasione che raramente si presenta nella storia di un
popolo, perché le grandi mobilitazioni contro la speculazione energetica hanno
dimostrato che esiste già una coscienza nazionale molto più avanzata delle
organizzazioni politiche che pretendono di rappresentarla, dal momento che
migliaia di cittadini hanno saputo riconoscersi senza chiedersi quale fosse la
tessera dell’altro, se provenisse dalla sinistra o dalla destra, dal mondo cattolico
o da quello laico, comprendendo istintivamente che la difesa della propria
terra appartiene a una dimensione più alta delle appartenenze importate dalla
politica italiana.
Chi continua
a immaginare l’unità come la costruzione dell’ennesimo contenitore rischia di
riprodurre proprio quella cultura politica dalla quale il sardismo dovrebbe
emanciparsi definitivamente, perché i contenitori servono a custodire
organizzazioni mentre una nazione ha bisogno di custodire un progetto, e il
progetto della Sardegna non può consistere nella semplice conquista di nuove
istituzioni ma nella costruzione di una società più giusta, più competente, più
democratica e più capace di redistribuire il potere insieme alla ricchezza.
Essere sardisti, allora, non significa aggiungere un’altra ideologia alle
ideologie esistenti, ma liberarsi finalmente delle categorie attraverso le
quali lo Stato italiano ha insegnato ai sardi a leggere sé stessi, comprendendo
che un imprenditore e un operaio, un pastore e un ricercatore universitario, un
credente e un laico, un uomo di destra e uno di sinistra possono continuare a
pensare diversamente su molte questioni senza smettere di riconoscersi nella
priorità assoluta degli interessi permanenti della Sardegna, perché una nazione
matura non cancella il pluralismo ma lo organizza attorno a un bene comune
superiore.
Se davvero
dovrà aprirsi una nuova stagione politica, essa non nascerà dalla fusione di
simboli né dalla costruzione dell’ennesima sigla destinata a consumarsi nella
competizione elettorale, ma dalla capacità di trasformare quella coscienza
popolare già esistente in un progetto di governo fondato sulla sovranità
democratica, sulla giustizia sociale, sulla conoscenza, sulla tutela dei beni
comuni e sulla responsabilità collettiva, poiché il contenitore esiste già e
coincide con la Sardegna stessa, con la sua lingua, con la sua storia, con il
lavoro delle sue donne e dei suoi uomini e con il diritto di un popolo a
decidere del proprio destino, mentre ciò che ancora manca non è l’unità, ma il
coraggio di riconoscere che essa non rappresenta il punto di arrivo del
sardismo, bensì il primo indispensabile strumento attraverso il quale rendere
finalmente possibile tutto il resto.
giovedì 20 agosto 2026
Eruzioni Etna. Perchè USA e NATO non mollano Sigonella - Antonio Mazzeo
Gli operatori fanno i conti sui danni economico-finanziari (centinaia di milioni di euro) ma né il governo regionale nè le autorità nazionali spiegano perchè in questa drammatica emergenza di Ferragosto non sia stata richiesta l’apertura al traffico civile della base militare USA e NATO di Sigonella, a meno di 20 km in linea d’aria da Fontanarossa, risparmiata dalle ceneri (la direzione dei venti ha colpito lo spazio aereo ad est e sud-est del vulcano).
L’impiego
alternativo di Sigonella era stato assicurato tra il novembre e il docembre
2012 in occasione dei lavori di rifacimento delle piste di Catania
Fontanarossa.
Le forze
armate italiane e statunitensi ed i principali centri di ricerca universitari e
di vulcanologia sono perfettamente a conoscenza della maggiore “protezione”
dalle emissioni delle ceneri della base militare, posta a sud-ovest dal
vulcano.
Inoltre sono
stati predisposti sofisticati sistemi di monitoraggio e controllo dell’Etna che
consentono di prevedere con largo anticipo le attività eruttive ed i possibili
effetti, specie in termini di intensità delle emisisoni, loro direzione ed aree
di ricaduta.
Vogliamo
citare in proposito quanto evidenziato nella prestigiosa rivista scientifica
“Natural Hazards and Hearth System Sciences” della European Geosciences Union
(13 giugno 2025) da sette ricercatori italiani dell’Istituto Nazionale di
Geofisica e Vulcanologia – INGV (sezioni di Bologna e Catania) e delle
Università degli Studi di Genova e “Aldo Moro” di Bari (titolo: Estimating the
mass of tephra accumulated on roads to best manage the impact of volcanic
eruptions: the example of Mt Etna, Italy).
I
ricercatori spiegano in particolare che “la localizzazione dell’Etna, insieme
ai venti predominanti da ovest e da nord-ovest in alta altitudine, favorisce la
dispersione e la ricaduta di ceneri e materiali piroclastici principalmente
verso est (31%), sud est (35%) e nord ovest (29%), con solo il 6% diretti verso
sud. Questi valori sono derivati dall’analisi dei dati ottenuti durante i 39
eventi eruttivi registratisi tra il febbraio e ottobre 2021. Questi risultati
sono coerenti con la storica distribuzione statistica della direzione e
velocità dei venti bel periodo 1990–2007 ad altitudini comprese tra i 5 e i 10
km.”.
Ad analoghe
conclusioni è giunto uno studio del Dipartimento di ingegneria Civile e
Architettura dell’Università di Catania e di altri centri di ricerca accademici
sui “possibili riutilizzi del rifiuto vulcanico nel campo dei materiali edili”,
coordinato dalla prof.ssa Loredana Contrafatto. In un articfolo pubblicato dal
sito di UNICT il 26 Febbraio 2024, la docente scrive in proposito che “a causa
della direzione dei venti dominanti sono soprattutto i comuni del versante
orientale e sud-orientale ad essere maggiormente colpiti dalla ricaduta delle
ceneri vulcaniche e a soffrirne i disagi logistici e le conseguenze economiche
maggiori”,
Pentagono e
NATO possono stare tranquilli dunque e ciò spiega come nella “settimana di
passione” ferragostana la base di Sigonella sia rimasta sempre pienamente
operativa.
Attendiamo
di conoscere il motivo per cui la Regione Siciliana non abbia chiesto al
governo Meloni e alla Difesa di concedere anche parzialmente l’uso delal base
militare per “tamponare” gli enormi disagi causati dalla chiusura dello scalo
di Fontanarossa.
Tre anni
avevamo assistito ad un ipocrita “balletto” propagandistico-elettorale tra il
governatore Renato Schifani e il ministro della Difesa Guido Crosetto, proprio
in merito all’apertura di Sigonella al traffico aereo civile. “Ieri sera ho
chiamato il ministro Crosetto al quale ho chiesto la possibilità dell’utilizzo
dello scalo dell’aeroporto militare di Sigonella, dopo aver rappresentato il
grave stato di criticità in cui si trova il sistema aeroportuale siciliano a
seguito della ridottissima attività dello scalo di Fontanarossa”, scriveva
Schifani il 20 luglio 2023. “Il ministro, dopo le dovute consultazioni, mi ha
informato circa la possibilità dell’utilizzo dello scalo militare, come già
avvenuto in una precedente situazione di inagibilità dell’aeroporto di Catania,
a causa della pioggia di polvere vulcanica (sic.). Ringrazio a nome dei
siciliani il ministro Crosetto per la grande sensibilità dimostrata sulla
vicenda, che denota ancora una volta la serietà ed affidabilità del governo
Meloni”.
Nella stessa
giornata del 20 luglio 2023, il ministero della Difesa italiana emetteva la
seguente nota. “L’aeroporto militare di Sigonella è stato reso disponibile per
allentare la pressione sugli aeroporti siciliani. In particolare lo scalo
civile di Catania. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha infatti dato
immediata disponibilità dello scalo militare di Sigonella venendo incontro alla
richiesta del Presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani”.
In verità
alla fine non si fece nulla: lo scalo non fu messo a disposizione degli aerei
passeggeri, ma la ricaduta mediatica per Regioen Sicilia e Difesa fu enorme.
Stavolta si
poteva fare e in tempi rapidissimi, ma non è stato fatto. Volere è potere. Ma
né Schifani né Crosetto hanno inteso voler fare qualcosa. Nè purtroppo
l'”opposizione” politica e le forze sindacali di regime hanno voluto proferire
parola.
Che lo
ricordino alle tornate elettorali 2027 i siciliani e le decine e decine di
migliaia di turisti condannati alla tragica odissea di questa bollentissima
estate. Buona domenica
mercoledì 19 agosto 2026
Aeroporti: ordine del giorno - Lucia Chessa
Che sorpresa
in consiglio regionale. Dopo aver eliminato lo stanziamento di 30 milioni di
euro che avevano destinato alla privatizzazione degli aeroporti sardi, che
detto così, se ci fai caso, fa già ridere (o piangere), hanno votato un
bell’ordine del giorno. All’unanimità. Proposto dalla destra, meritoriamente,
ma votato da tutti, maggioranza ed opposizione.
Un
bell’ordine del giorno dove il Consiglio Regionale, impegna la giunta a
garantire che la società che controllerà gli aeroporti sardi sia a maggioranza
pubblica. Cioè l’esatto contrario del percorso impostato e seguito fino a ieri
da Alessandra Todde.
Non si sa
bene se i consiglieri del Campo Largo avessero capito bene cosa stavano
votando. Non è chiaro se fossero consapevoli che stavano pesantissimamente
sconfessando l’operato della Giunta e cannoneggiando le fondamenta stesse del
castello che la Presidente aveva costruito in mesi di solitarie trattative con
il presidente della camera di commercio di Cagliari e il fondo privato di
investimento F2i Ligantia. Lo so che può sembrare strano. Lo so che sembra
impossibile ipotizzare inconsapevole ed unanime leggerezza nel voto su una
partita come questa. Ma il momento era concitato. Un emendamento dopo l’altro,
nel giro di meno di una settimana, stavano programmando, anzi frantumando due
miliardi e mezzo di euro in decine se non centinaia di piccoli interventi ad
personam, puntuali li chiamano loro, attraverso i quali ogni consigliere si
curava il proprio collegio, senza bandi a cui tutti potessero partecipare,
senza criteri in base ai quali effettuare gli stanziamenti, senza niente se non
lo sguardo benevolo di un consigliere regionale su quella singola associazione,
quel singolo comune, quel singolo evento, quel singolo futuro elettore.
Quell’ordine
del giorno a me, firmataria di un ricorso al Presidente della Repubblica contro
l’operato della Regione Sardegna che avrebbe consegnato ad un preciso privato,
sempre senza bando, gli aeroporti sardi, fa estremamente piacere. Potrebbe
mettere una pietra tombale su quel pessimo e prepotente percorso di privatizzazione,
sempre che i consiglieri della maggioranza non abbiano la faccia tosta di
tornare indietro dopo essersi studiati le carte ed essersi resi conto di quello
che hanno votato. Tenderei a non escluderlo completamente anche se, certo,
credo che gli venga in salita.
Ma la
domanda è. Come mai nessuno della maggioranza, in primo luogo la Presidente
Todde, dopo una inversione ad U rispetto ad un percorso che caparbiamente si è
seguito per mesi e forse per anni, un percorso anche dispendioso di incarichi
esterni e di consulenze, come mai nessuno sente il bisogno di spiegare ai
cittadini?
E anche il
gruppo di centro destra, rispetto ad un Consiglio che sconfessa in questo modo
l’operato della Giunta e della presidente, rispetto ad un voto che la mette
palesemente in minoranza rendendola ovviamente inaffidabile agli occhi di tutti
gli interlocutori coinvolti e non coinvolti nell’operazione, come mai non
chiede a gran voce le dimissioni.
Il Campo
Largo, in parlamento, platealmente ha chiesto le dimissioni di Giorgia Meloni
perché è andata sotto di un voto e qui nel Consiglio Regionale Sardo la destra
cosa fa? Giocherella?
Si.
Giocherella esattamente come fa il Campo Largo in parlamento. Maggioranza ed
opposizione sono due facce della stessa medaglia che si inter-scambiano il
ruolo e, a turno, recitano la loro parte in un teatrino che ci trascina giù. E
questo spettacolo avvilente è esattamente la ragione per la quale occorrerebbe
rifondare tutto e immaginare un’altra via capace di invertire la tendenza.
martedì 18 agosto 2026
Quando la transizione verde prende fuoco: il paradosso della rete elettrica dal Mediterraneo alla Sardegna - Francesco Santoianni
Da qualche
settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del
rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe
partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo
elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un
caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero
remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del
rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono
per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai
dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in
Sicilia, in Calabria e in Sardegna.
La Grecia:
il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci
Secondo i
dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso
della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora
attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della
superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio
— nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e
causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato
come causa un guasto alla rete.
Il
paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica
coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi
e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di
vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia,
citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025
sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55%
della superficie bruciata quell'anno.
Il punto
politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete
elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo,
aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico
applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un
campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo
fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da
quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni
degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in
sicurezza.
L'Italia non
è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila
Chi pensa
che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati
italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente,
ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato
603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la
Sicilia.
In Sicilia
il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca:
non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come
racconta MeridioNews sulla base di un'analisi
del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale
per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un
docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai
giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e
cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per
settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che
chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.
Un articolo
del Sole 24 Ore quantifica il problema su
scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero
investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che
— pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla
velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati
per un altro secolo.
La Sardegna:
lo stesso copione, un'estate dopo l'altra
Se c'è una
regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore
e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è
la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in
un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di
47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera
isola.
Il
sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che
ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A
Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo
di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.
Non si
tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di
interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico
del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei
conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere
state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum
Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci
regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un
tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole
che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore —
che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica".
La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo
permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e
manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.
La
differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella
scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento
del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione
e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su
manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione —
la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non
genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.
Non solo
incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico
Il filo che
lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli
incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta
la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60
milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la
ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la
rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una
serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita
dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni
commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.
Anche qui lo
schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che
cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60%
dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la
resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo
indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha
causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati
in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.
Perché
succede sempre così
Il filo
comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una
fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o
eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che
può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come
dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies
sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un
bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera
nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere
resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali
privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista
delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di
disciplina di bilancio.
Per chi si
occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da
enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria
dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione
antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte,
separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata
come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla
Sardegna.
Fonti principali: Video
OttolinaTV L’Europa Green ha dato fuoco alla Grecia? Politico/E&E
News, Brussels Signal, EU Alive,
Legambiente via Telemia, MeridioNews, Il Sole 24 Ore, Sardiniapost, Report Sardegna
24, Euronews.
lunedì 17 agosto 2026
I pesticidi e l’ipotesi di un rischio fino al 71% di sviluppare la Sla per chi è esposto, lo studio sui dati di otto paesi tra cui l’Italia - Valentina Arcovio
Alcuni lavori potrebbero aumentare il rischio di
ammalarsi di Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), una malattia
neurodegenerativa altamente invalidante e mortale. Un nuovo studio condotto
dalla Robert Suave Institute For Research del Quebec (Canada), basato su
un’ampia revisione di dati scientifici, rivela che chi è stato esposto
a pesticidi sul luogo di lavoro presenta un rischio maggiorato del
61-71% di sviluppare questa grave patologia. Un dato significativo, pubblicato
sulla rivista Occupational & Environmental Medicine (edita
dal BMJ Group), che tuttavia gli esperti invitano ad analizzare con estrema
cautela.
La Sla è la forma più comune di malattia del motoneurone. Debilitante e con
una progressione spesso rapida – la sopravvivenza media dopo la diagnosi si
attesta tra i 2 e i 3 anni -, compromette la capacità di parlare, mangiare,
respirare e deglutire. Colpisce prevalentemente tra i 40 e i 70 anni, con
un’incidenza superiore del 20% negli uomini rispetto alle donne. Nel 90% dei
casi la malattia si presenta in forma sporadica, cioè in individui privi di una
storia familiare o di una causa genetica identificata. Solo il restante 10% ha
un’origine genetica nota. Sebbene i fattori scatenanti esatti rimangano in gran
parte sconosciuti, la comunità scientifica ritiene altamente probabile un’interazione
dinamica tra predisposizione genetica e fattori ambientali. Il nuovo
studio ha aggregato i dati di otto ricerche condotte in diversi Paesi — cinque
negli Stati Uniti, uno transnazionale tra Canada e Francia, uno in Italia e uno
in Australia —, prendendo in esame un totale di 1.734 pazienti affetti
da Sla.
I risultati indicano che l’esposizione professionale a pesticidi, categoria
che comprende insetticidi, fungicidi ed erbicidi, è associata a un incremento
del 61% del rischio di sviluppare la malattia rispetto a chi non ne è
mai stato esposto. L’associazione risulta ancora più marcata nel caso specifico
degli erbicidi, con un aumento del rischio che raggiunge il 71%. Dall’analisi
emerge inoltre un legame più forte tra l’esposizione ai pesticidi e la Sla
negli uomini, anche se non è ancora chiaro se questo rifletta una reale
differenza biologica o semplicemente una diversa accuratezza nella rilevazione
dei dati relativi alla popolazione femminile. “I risultati di questa revisione
– commentano i ricercatori – si aggiungono alle prove che l’esposizione
professionale ai pesticidi può aumentare il rischio di Sla e dovrebbero
incoraggiare l’attuazione di interventi volti a ridurre l’esposizione durante
l’uso professionale di pesticidi”.
Nonostante la rilevanza dei numeri, gli stessi autori dello studio invitano
a non interpretare questi risultati come una prova diretta di un rapporto di
causa-effetto. La metanalisi presenta infatti diversi limiti strutturali. In
primo luogo, si riscontra un’eterogeneità dei fattori di rischio: molti
degli studi inclusi segnalano la compresenza di altri elementi nei pazienti,
come traumi cranici o l’esposizione ad ulteriori tossine, che l’analisi
non è riuscita a isolare completamente rispetto ai soli pesticidi. Inoltre, va
considerata la presenza di scenari atipici, come uno studio sui reduci di
guerra esposti all’Agent Orange durante il conflitto in Vietnam,
un contesto di esposizione estremo e nettamente differente da quello lavorativo
quotidiano. Infine, pesa il fenomeno della distorsione del ricordo (recall
bias): la maggior parte delle ricerche si è basata su informazioni riferite
dai pazienti stessi, e chi è affetto da una patologia così grave tende a
ricordare con maggiore enfasi le passate esposizioni ad agenti chimici rispetto
ai soggetti sani.
Gli studi condotti con misurazioni indipendenti dell’esposizione hanno
infatti mostrato associazioni meno marcate. Le evidenze attuali supportano
l’ipotesi che l’esposizione professionale ai pesticidi rappresenti un tassello
nell’insorgenza della malattia, ma il quadro rimane complesso. “Alcune delle
domande più importanti a cui dovremo rispondere sono quali componenti
dei pesticidi potrebbero aumentare il rischio per la persona e se
un’esposizione prolungata ai pesticidi aumenti ulteriormente tale rischio”,
dicono i ricercatori.
domenica 16 agosto 2026
Colonialismo “banale” e prospettive funeste per la Sardegna - Omar Onnis
La situazione della Sardegna diventa di giorno in giorno più critica. I problemi accumulati nei decenni non sono mai stati risolti e in molti casi nemmeno affrontati adeguatamente e a essi se ne sono aggiunti altri, via via più pressanti.
L’approccio
colonialista dello Stato centrale emerge costantemente in tutte le partite
strategiche che riguardano l’isola, dai trasporti all’energia, dal turismo ai
rapporti con le grandi organizzazioni criminali, dalla scuola al comparto
agro-zootecnico.
I mass media
italiani e l’intellighenzia egemone oltre Tirreno raccontano
di una Sardegna restia alla modernizzazione, arretrata, chiusa egoisticamente
in una sua specifica sindrome NIMBY. In cui però il “cortile di casa” è
ampio quanto tutta l’isola, un’isola a sua volta grande, con sue
caratteristiche orografiche e ecologiche, con una storia di antropizzazione
plurimillenaria e una serie di questioni aperte tutte da risolvere.
Parlare
della Sardegna come se la sua popolazione non avesse né dovesse avere voce in
capitolo è uno dei sintomi caratteristici del colonialismo. Ci siamo dentro in
pieno. Ciò che fino a qualche tempo fa poteva essere etichettato come una
fissazione ideologica dell’ambito indipendentista, oggi risulta un’emergenza
generalizzata a cui la nostra classe politica e la sua intellettualità organica
non sembrano capaci di reagire, non essendo state selezionate per quello.
L’ambito
politico indipendentista è sempre stato dipinto come un’accozzaglia
folkloristica fuori dalla storia, un effetto secondario del disagio sociale o
un residuato identitario di stampo sostanzialmente reazionario. Questo
quadro non è mai stato veritiero. I mass media hanno sempre
privilegiato le figure meno presentabili dell’intero movimento indipendentista,
che va molto oltre le sue organizzazioni e il suo consenso elettorale,
per usarle nelle loro “argomentazioni del fantoccio”. Le tesi e le proposte delle varie anime
dell’indipendentismo non sono mai state accolte nel già disastrato dibattito
pubblico sardo, la cui pochezza è uno dei tanti problemi della nostra mancata
democrazia. Salvo poi costituire, nel corso degli anni, l’ossatura dell’intera
agenda politica sarda. Non c’è oggi questione aperta, problema
strutturale, allarme socio-economico che non sia stato sollevato e discusso con
larghissimo anticipo in ambito indipendentista.
L’attualità
spinge finalmente anche osservatori moderati o comunque non ascrivibili alla
sensibilità autodeterminazionista a riconoscere che esiste un problema
serio di relazione con lo Stato centrale. Un dato oggettivo, non
un’interpretazione di parte. La crisi finale dell’autonomia è evidente,
l’obsolescenza dello Statuto regionale ormai palese. Evitare di ricondurre
tutta la congerie di problemi aperti al nodo storico della dipendenza e della
subalternità dell’isola rispetto allo stato italiano significa disconoscere la
realtà. Impedendo così che si possa procedere a sciogliere tale nodo, o almeno
cominciare ad allentarlo.
Faccio pochi
esempi recentissimi.
Il Governo di Roma autorizza direttamente un investimento immobiliare
di grandi dimensioni in zona Loiri-Porto San Paolo. Lo fa passando come un
rullo compressore sopra competenze statutarie, PPR e relativi vincoli (anche di
natura costituzionale), valutazioni degli organi regionali preposti. Lo fa in
virtù della normativa riguardante le ZES, Zone Economiche Speciali, per le
quali vige una procedura autorizzativa semplificata.
La Sardegna,
in passato costituente un ZES a sé stante, è stata recentemente incorporata
nella più vasta ZES del Mezzogiorno, compresa la Sicilia
(altra Regione Autonoma). In realtà, dalla stessa normativa che regola le ZES
risultano fatte salve le norme paesaggistiche e autorizzatorie, quindi quella
del Governo è un’azione arbitraria, di pura prepotenza colonialista. In
proposito, segnalo il post su FaceBook, del 6 giugno, di Tonino Dessì (tra le
altre cose, ex assessore all’ambiente) e un articolo del 23 maggio dal Gruppo di Intervento
Giuridico.
La stessa
postura centralista e autoritaria esercitata a proposito di 52 ettari a
sud-ovest della zona industriale di Porto Torres, area agricola, da ricoprire
di pannelli fotovoltaici. Anche in questo caso è direttamente il Ministero
dell’Ambiente che, con decretazione propria, impone una decisione in barba a vincoli,
procedure, competenze regionali e quant’altro.
In queste
stesse settimane, poi, assistiamo a una singolare campagna social, attiva
soprattutto su Instagram, in cui viaggiatori, influencer e commentatori vari,
perlopiù statunitensi, parlano della Sardegna come una destinazione
vacanziera estremamente desiderabile, comoda e sicura. Non sembrano
interventi casuali, anche perché si legano ad altri fatti e altre circostanze.
L’inaugurazione
del volo diretto New-York-Olbia, salutato con grande giubilo da politici e mass
media sardi, è uno. Gli investimenti di entità finanziarie legate agli USA in
vari ambiti, nell’isola, è un altro. Nello stesso periodo, in Albania, si sono
scatenate vere e proprie mobilitazioni popolari contro il progetto immobiliar-turistico
targato Kushner-Trump in una zona di pregio del paese balcanico.
L’approccio è lo stesso: prepotenza predatoria, compiacenza della politica
locale, noncuranza verso le popolazioni. Direi che sarebbe il caso di alzare le
antenne anche dalle nostre parti e cominciare a premunirci, onde scongiurare il
rischio della espropriazione e privatizzazione di vaste fasce di
territorio, ad uso e consumo esclusivo di un turismo “alto-spendente”
(quello che piace all’assessore Cuccureddu), che nell’isola lascerebbe poco o
nulla, a parte costi e servitù ulteriori.
Si è parlato
ancora, nei giorni scorsi, del problema dell’infiltrazione mafiosa (in realtà
più che altro camorristica e ‘ndranghetista) ad Alghero.
Problema noto, sollevato da anni da comitati e associazioni cittadine, ma poco
amato dalla politica locale. Il sindaco Cacciotto, in un consiglio comunale dei
giorni scorsi, ha affermato che i recenti attentati incendiari sono
riconducibili a banali “dissidi privati”. In loco la faccenda è però presa
molto sul serio, si citano circostanze e si fanno nomi. Le autorità
sembrano stranamente dormienti. Addirittura, da un vertice in Prefettura a
Sassari, pochi giorni or sono, è emersa la conclusione che non esiste ad
Alghero un problema di infiltrazione mafiosa.
Ora, che il
disegno governativo di dirottare in Sardegna una parte consistente delle
leadership criminali italiane – detenute in regime di art. 41bis –
potesse causare l’arrivo delle stesse organizzazioni in pianta stabile era ed è
un pericolo segnalato da tempo. Non una suggestione paranoica di qualcuno, ma
un risultato considerato più che probabile da tutti gli studi in materia.
Dunque, una scelta deliberata da parte del Governo. Spostare in Sardegna le
centrali decisionali e operative delle grandi organizzazioni criminali potrebbe
avere un senso, nell’ottica italiana. Negarne la pericolosità, a livello
istituzionale, serve ad attenuare l’allarme diffuso, in modo che il progetto
possa andare avanti.
Non è
nemmeno escluso che qualche soggetto dentro gli apparati di sicurezza dello
Stato abbia avuto la brillante intuizione che la Sardegna abbia bisogno
di italianizzarsi anche sul fronte criminale, dunque niente di
meglio che regalarla alle organizzazioni di stampo mafioso. Dopo tutto, tale
esito potrebbe fare comodo anche per controllare i rigurgiti ribellistici
locali, le velleità di autodeterminazione o le pretese di democrazia compiuta e
dispiegata. Quando, anni fa, preconizzavo una Sardegna ridotta a una
sorta di Cuba del Mediterraneo, non nel senso in cui l’aveva concepita –
illusoriamente – Gian Giacomo Feltrinelli, a fine anni Sessanta del secolo
scorso, ma nel senso della Cuba pre-Rivoluzione, poteva suonare come una
provocazione.
Oggi, la
prospettiva di un’isola progressivamente svuotata della sua popolazione storica,
adibita in alcune zone ad “area di sacrificio” per la produzione
di energia a favore del continente (specialmente del Nord Italia), in
altre a vasto poligono ad uso e consumo delle forze armate, in
altre ancora ad enclave turistiche di lusso, con un territorio
sottoposto a durissimo controllo poliziesco da un lato e mafioso dall’altro (le
due cose non vanno necessariamente a contrasto), non suona più come una
distopia fantasiosa ma somiglia molto a una realtà di cui cominciamo a
intravvedere i contorni.
La domanda è: cosa aspettiamo a renderci conto della situazione e ad agire
di conseguenza?
sabato 15 agosto 2026
La privatizzazione degli aeroporti, è di destra o di sinistra? - Gianni Loy
Ma prima ancora di entrare nel merito delle tecniche di razionalizzazione degli aeroporti sardi, e di altre connesse questioni già oggetto di alcuni interventi, su queste pagine, io mi chiedo. Ma privatizzare un servizio pubblico essenziale quale il trasporto aereo – e nello specifico proprio in un’isola, in Sardegna – è scelta di destra o di sinistra?
Il tempo in cui gli Stati si astenevano da ogni
intervento sulle materie che riguardano il benessere della popolazione, dalla
sanità, all’istruzione, dall’assistenza ai bisognosi, alla mobilità delle
persone, l’abbiamo conosciuto, storicamente: lo chiamavamo medio-evo, con
l’intonazione di chi quei tempi se li è lasciati, fortunatamente, alle spalle.
Poi è arrivato lo Stato sociale, a farsi carico di
quanto prima veniva lasciato alla discrezionalità dei privati o a alla pietà
delle associazioni caritatevoli, prevalentemente religiose, che “supplivano”
alla carenza di uno Stato che, pur avendo proclamato i principi (Deus
cunservet sa Costitutzioni), non aveva ancora la forza di metterli in
pratica. Ma a poco a poco lo ha fatto.
I più anziani di noi, quel medio-evo che tardava a
morire, l’hanno conosciuto. Il potere assoluto del datore di lavoro sui propri
dipendenti, prima che arrivasse l’alba del 68, sapete come veniva rappresentato
nei libri di diritto? Di poter disporre completamente di essi, e di
licenziarli, senza neppure bisogno di proferir verbo, cioè “ad nutum”,
ovverossia con un semplice cenno del capo, senza cioè neppure il
bisongo di spendere una parola.
La riforma della scuola media unica è arrivata qualche
anno prima, e la riforma sanitaria, che Dio l’abbia in gloria, qualche anno
dopo. Era lo Stato che, a poco a poco, senza diventare comunista, si
faceva carico dei suo doveri.
Non credo di essere mai stato un estremista, ho sempre
coltivato il principio di uno Sato sociale e liberale, secondo il quale Stato
deve provvedere ai bisogni dei suoi residenti, senza disconoscere il diritto ai
privati di un’ampia libertà di iniziativa economica. Libertà, che può essere
limitata solo se “in contrasto con l’utilità sociale, la sicurezza, la
libertà, la dignità umana, la salute e l’ambiente.
Non deve stupire, pertanto, quanto a prima vista
potrebbe stupire, e cioè che organizzazioni politiche nella destra siano
schierate contro la privatizzazione degli aeroporti sardi. Perché la norma che
limita la libertà di iniziativa privata se “in contrasto con l’utilità sociale”
non è contenuta nel Manifesto del partito comunista, bensì nella nostra
Costituzione.
Stupisce, invece – personalmente mi irrita – che
alcune forze dello schieramento che si dichiara progressista e di sinistra,
plaudano alla privatizzazione del nostro caro vecchio “Mario Mameli” di
Elmas.
Ciò riporta alla domanda: privatizzare, nel concreto
l’aeroporto di Elmas, prima ancora di entrare in ogni altra questione, è scelta
di destra o di sinistra?
È possibile affrontare il dibattito? Sui vantaggi che
ne deriverebbero ai nuovi proprietari non credo che esita margine di
discussione: si chiama profitto. Ma quali i vantaggi per gli utenti (cioè
l’utilità sociale) se il servizio sarà governato da chi – coerentemente e
correttamente, come impongono le regole dell’economia, – dovrà ispirare la
propria azione alla massimizzazione del profitto?
venerdì 14 agosto 2026
Meno turismo più vita. Una manifestazione a Maiorca - Marc Morell e Xesc Alemany
Sabato 26 luglio a Maiorca c’è stata una manifestazione con lo slogan “Maiorca al limite”, organizzata da una piattaforma locale che si chiama “Meno turismo più vita”. Alla manifestazione hanno partecipato decine di migliaia di persone, con uno spirito pacifico e festivo, ma al termine la polizia ha caricato pesantemente, facendo diversi feriti, tra cui un giornalista. La notizia ha raggiunto anche i media italiani, in un momento in cui il turismo e le trasformazioni che provoca sono al centro del dibattito pubblico. Traduciamo due resoconti della protesta scritti da due abitanti dell’isola, entrambi antropologi, in uno scambio di email tra membri dell’Osservatorio di Antropologia del Conflitto Urbano di Barcellona. Il primo autore, Marc Morell, è uno studioso del turismo, oltre che membro dell’Istituto di antropologia delle Isole (Baleari e Pitiuse). Il secondo, Xesc Alemany,è un giovane antropologo e scrittore, anche lui membro dell’Istituto. La fotografia è di Miquel Ángel Ballester anch’egli maiorchino. Le traduzioni sono di Stefano Portelli.
* * *
Marc
Morell. Avevo
deciso di seguire la manifestazione insieme al gruppo di un ateneu
popular, una specie di centro sociale e culturale della capitale di Maiorca,
uno spazio chiamato La Fonera – si potrebbe tradurre come La
Fionderia: la fionda era l’arma degli antichi mercenari delle Baleari, e di
recente è diventata un simbolo dell’identità maiorchina. Quindi ho preso un
autobus tre quarti d’ora prima dell’inizio e ho raggiunto il punto di partenza.
Il corteo partiva dalla Plaça del Malnom, la “piazza dal brutto
nome” – che è come in certi ambienti chiamiamo la Plaça d’Espanya. Mentre
aspettavo l’autobus mi ha sorpreso la quantità di furgoni della polizia
nazionale che circolavano su e giù per i viali intorno al centro. L’ho messo in
relazione con le tensioni crescenti degli ultimi giorni: la settimana scorsa
c’era stata una catena umana per proteggere Es Trenc, la più grande
spiaggia libera dell’isola, e la segretaria del Partito popolare locale aveva
provato a prendere in giro e a provocare i partecipanti (ci sonno immagini
veramente da ridere). Poi c’erano stati gli arresti di alcune compagne a Santa
Maria, perché avevano fatto delle scritte sulla parete di un’agenzia
immobiliare del paese; infine il Comune, guidato dal Pp e da Vox, aveva
proibito un evento a Brunzit, una cena collettiva all’aperto, che
già aveva ottenuto i permessi necessari.Quando sono arrivato alla Plaça
del Malnom, i miei timori sono passati. C’era gente molto varia, sia per
età che come lingua, posizioni politiche, eccetera. Abbiamo iniziato a
camminare sotto il sole, e io sono andato per conto mio, incontrando vecchi
amici man mano che il corteo andava avanti. Così sono arrivato nella zona
di Dalt Murada, il sentiero che corre lungo ciò che resta delle
antiche mura della città, fino a Ses Voltes, un recinto di fronte
alla cattedrale, la Seu, circondato dalle mura che si affacciano sul mare. Ho
pensato che era un po’ strano che la manifestazione terminasse lì; mi sembrava
che fossimo circa 50 mila persone, e che lì non c’era abbastanza spazio per
tutta questa gente. Per cui sono avanzato ancora dentro la piazza, per lasciare
spazio a chi veniva dopo, allontanandomi dalla folla sotto la Seu.
A quel punto mi ha sorpreso la presenza di
circa sette poliziotti antisommossa, con un atteggiamento molto aggressivo,
proprio accanto alla folla: faceva paura solo a guardarli. Non è passato molto
tempo che qualche manifestante iniziasse a gridare contro di loro, ma niente di
più. Però già si cominciava a percepire una certa tensione nell’aria. Da sopra
le mura potevo vedere le migliaia di persone che non riuscivano a entrare nel
recinto, e che quindi si dirigevano verso l’altra sponda del lago artificiale
di fronte alla Seu e al Palau de l’Almudaina, il palazzo gotico
della famiglia reale. Due persone si sono buttate nelle acque torbide del lago
per attraversarlo, facendo ridere tutti. Pochi minuti dopo, da fuori ho visto
che la polizia antisommossa aveva iniziato a caricare un gruppo di persone che
volevano entrare nella zona di Ses Voltes; ma erano così lontani che non sono
riuscito a capire cosa stesse succedendo. Non ricordo se questo è successo
prima o dopo i discorsi e le performance, di cui non sono riuscito a sentire
niente. Più tardi l’organizzazione ha detto che non avevano potuto usare le
prese elettriche per l’amplificazione, perché il Comune aveva tagliato la
corrente.
Solo quando sono arrivato a casa e ho
visto il telegiornale sulla IB3, la rete della regione autonoma delle Baleari,
ho visto le violenze. Era successo proprio dall’altra parte rispetto a dove mi
trovavo io, sotto le mura e vicino a una zona molto turistica: s’Hort del Rei e
le aree circostanti. È il primo
spazio urbanisticamente patrimonializzato della città, alla fine
degli anni Cinquanta. Probabilmente tutto è successo proprio mentre
andavo verso casa, ma in coda al corteo, mentre io ero in testa.
La polizia dice che eravamo 25 mila,
l’organizzazione 70 mila. Io resto convinto della mia prima impressione di 50
mila manifestanti. Le autorità dicono che l’organizzazione non ha voluto
seguire l’allerta per l’eccesso di gente; gli organizzatori dicono che gli
avvisi sono arrivati tardi e che non hanno avuto tempo di avvisare i potenziali
manifestanti, o qualcosa del genere.
Martedì sono andato anche alla protesta
davanti alla delegazione provinciale, per chiedere le dimissioni del delegato
del governo centrale, anche a capo della polizia nazionale, naturalmente del
partito socialista. Eravamo circa cinquecento. Sono andato via quando metà dei
partecipanti aveva lasciato la manifestazione, e non ho sentito che fosse
successo nulla di simile a quanto accaduto sabato. Ma dopo aver ascoltato il
delegato provinciale, la presidentessa della comunità autonoma (del Pp, e al
governo con Vox), nonché i sindacati di polizia, credo sia chiaro che era tutto
programmato. Si dice che le violenze erano state pianificate in modo da
boicottare il successo della manifestazione, per me però l’obiettivo delle
violenze non erano tanto i manifestanti, ma piuttosto il delegato del governo.
Criminalizzando la manifestazione, il Pp e Vox hanno vinto un trofeo di caccia
grossa, nella grande battaglia contro quello che chiamano “sanchismo” (cioè la
linea del governo di Pedro Sánchez).
Xesc Alemany. È interessante vedere i fatti da questa
prospettiva, da sopra le mura. Rispetto alla tua idea che
le cariche fossero pianificate – nel senso di quella “provocazione
controrganizzativa” di cui parla Deniz Yonucu (in un libro che abbiamo
recensito su
Monitor, NdT) – posso riportare qualche elemento che ho visto dalla mia
prospettiva. Io ero più in basso, proprio dove hanno caricato. Non mi
hanno toccato, ma hanno picchiato giovani e anziani, addirittura
un ultrasessantenne. Per non dire del giornalista, a cui hanno spaccato la
testa. Una delle compagne che gli ha prestato le cure – siccome la
polizia aveva bloccato l’accesso ai medici per più di un’ora e mezzo,
l’hanno dovuto portare di peso – ci ha detto che se passava un’altra ora il
giornalista avrebbe perso troppo sangue. Potete immaginare cosa
volesse dire.
In breve: la polizia ha bloccato a
sorpresa il passaggio tra le mura e il lago artificiale, da dove doveva passare
ancora molta gente. In mezzo alla folla, tra chi voleva arrivare al recinto
dentro alle mura e chi ne usciva, sono rimasti bloccati una decina di
poliziotti, forse una dozzina. Hanno dato il permesso perché leggessero il
manifesto della protesta, davanti a tutta la gente che era rimasta fuori e che
non l’aveva potuto ascoltare; ma a metà lettura da dietro sono arrivati almeno
altri venti agenti in tenuta antisommossa, che hanno cominciato a spingere per
attraversare la passerella e raggiungere i loro compagni, con la scusa che
questi erano rimasti bloccati nella folla.
Non tutti li hanno visti. Hanno
iniziato a spingere da dietro con gli scudi, la gente ha iniziato a cadere
dalle scale ai lati, addirittura dentro al lago. Poteva essere un disastro.
Questa cosa ha acceso la rabbia; fino a quel momento la gente era nervosa per
il blocco, perché non riuscivano a entrare, ma non c’era intenzione di alzare
la tensione. Le spinte e le manganellate per passare, sono state il detonatore.
Ci sembrava che la presenza della polizia fosse poca e male organizzata; invece
si è rivelata una trappola. In pochi minuti sono arrivati più di dodici
blindati, oltre cinquanta agenti, che hanno occupato tutta la
zona. Inizialmente sono entrati in azione solo una trentina di poliziotti;
c’era molta rabbia, e la folla li ha spinti
indietro. Poi però sono iniziati ad arrivare gli altri; c’è
stata qualche carica, con cui hanno preso tempo per
raggiungere il viale. Sono arrivati al viale, e
hanno aspettato che la folla gli si scagliasse
contro; ma siccome la gente non reagiva, e siccome è una zona molto
turistica, sono arrivati gruppi di turisti che provocavano i manifestanti; la
gente rispondeva con fischi e grida, e la polizia ne ha approfittato per
caricare, come se stessero difendendo i turisti. Le
dichiarazioni sia della polizia che della Guardia Civil hanno
mostrato quale fosse la loro strategia: usare la
categoria del “turista” per far emergere tutti gli
stereotipi sulla “turismofobia”. Volevano che uscisse l’idea che
c’era una pulsione “etnica” o “identitaria”, per nascondere invece le
accuse contro lo stato, il modello di sviluppo, l’industria
del turismo, gli speculatori, i politici, la stessa
polizia per gli arresti dei giorni precedenti, e così via. Hanno
esasperato, hanno provocato, per presentare la situazione come
se fossero “turisti contro manifestanti”, giustificando le
cariche “in difesa del turista”.
Un altro studioso della polizia, Paul
Rocher, afferma una cosa che stiamo vedendo in atto: oltre al razzismo, che
fomenta la guerra tra gli ultimi e i penultimi, c’è un secondo grande fattore
di fascistizzazione sociale, cioè l’autonomia “selettiva” della polizia. La
polizia ha sempre una certa autonomia quando si tratta di perseguitare i
settori più impoveriti della classe lavoratrice, oppure quelli più organizzati
in termini antagonisti, siano i loro contenuti politicamente espliciti, oppure no.
È una cosa che non dobbiamo dimenticare.
giovedì 13 agosto 2026
Il politicamente corretto e il suo bisogno compulsivo di dichiararsi estraneo - Michele Zuddas
Bruciare le automobili di due ricercatori è un gesto vile, criminale e politicamente inaccettabile, sul quale non può esistere alcuna indulgenza, alcuna ambiguità e alcun tentativo di giustificazione, ma proprio perché ogni crimine deve essere condannato senza esitazioni sarebbe altrettanto doveroso impedire che la sua gravità venga utilizzata per costruire, in assenza di autori individuati, di movente accertato e perfino di una rivendicazione, una verità politica già pronta, confezionata non dagli inquirenti ma dal potere istituzionale, secondo la quale quell’incendio sarebbe un attacco contro l’Einstein Telescope e, per implicazione, il prodotto del clima creato da chi contesta il progetto.
L’imbarazzo nasce nel vedere quanto rapidamente il politicamente
corretto, con il suo bisogno quasi compulsivo di dichiararsi estraneo a ogni
forma di violenza, riesca a prevalere sulla lucidità politica, perché la
preoccupazione di apparire moderati, responsabili e rispettabili finisce per
spingere molti ad accettare una ricostruzione priva di riscontri, come se la
paura di essere associati a un gesto criminale fosse più forte del dovere di
domandarsi chi stia costruendo quella associazione, attraverso quali elementi e
soprattutto con quale vantaggio politico.
Nessuno discute che un attentato debba essere isolato e condannato,
ma isolare un crimine non significa aderire alla narrazione che qualcun
altro ha deciso di costruirgli attorno, né accettare che un fatto ancora
oscuro venga immediatamente collocato dentro il conflitto sull’Einstein
Telescope, trasformando il dissenso in un indiziato morale e offrendo al potere
costituito la possibilità di presentarsi come vittima della violenza proprio
mentre sottrae al dibattito pubblico il diritto di contestare una scelta
politica, economica o territoriale.
La Regione Sardegna non è un organo inquirente, non dispone di una
verità processuale e non può trasformare una propria convenienza
comunicativa in un accertamento dei fatti, ragione per cui ogni
dichiarazione che presenti l’incendio come un attacco al progetto, anziché come
un crimine di cui restano da chiarire autori e movente, deve essere letta per
ciò che è, cioè come un atto politico, non come una conclusione investigativa,
con tutte le responsabilità che derivano dalla scelta di orientare l’opinione
pubblica prima ancora che emergano elementi certi.
Il potere conosce perfettamente il valore della delegittimazione preventiva,
perché quando non riesce a neutralizzare il dissenso sul terreno delle
idee tenta spesso di trasformarlo in un problema di ordine pubblico, di
estremismo o di pericolosità sociale, e in Sardegna abbiamo già assistito
al tentativo di associare la protesta contro la speculazione energetica a
comportamenti violenti, costruendo attorno a movimenti civili, comitati
territoriali e cittadini organizzati un alone di sospetto utile a spostare
l’attenzione dalle ragioni della protesta alla presunta natura di chi protesta.
Quanto accade oggi supera dunque il merito dell’Einstein Telescope, poiché
in gioco non c’è soltanto il giudizio su una grande infrastruttura scientifica,
ma la possibilità stessa di esprimere un dissenso radicale senza essere
collocati, attraverso insinuazioni e accostamenti, nella zona grigia della
violenza, fino a rendere ogni critica più facilmente attaccabile e ogni
opposizione più facilmente isolabile.
L’indipendentismo sardo dovrebbe comprendere prima di altri la pericolosità
di questo meccanismo, perché un potere che oggi riesce a presentare come moralmente contiguo a
un attentato chi contesta un progetto scientifico, domani potrà utilizzare lo
stesso schema contro chi mette in discussione le servitù militari, contro chi
si oppone alla speculazione energetica, contro chi rivendica sovranità sulle
risorse dell’isola e perfino contro chi sostiene apertamente il diritto del
popolo sardo all’autodeterminazione.
Accettare questa narrazione per timore di apparire indulgenti verso la
violenza significa non comprendere la posta in gioco, poiché nessuno
chiede di attenuare la condanna del crimine, mentre si chiede di impedire che
quella condanna venga usata come lasciapassare per una colpevolizzazione
politica del dissenso, che è cosa diversa, assai più sottile e, proprio per
questo, molto più pericolosa.
La vera responsabilità politica non consiste nel ripetere le formule del
potere per dimostrare la propria rispettabilità, ma nel conservare la
capacità di distinguere tra ciò che è accertato e ciò che è utile far credere,
tra un fatto e la sua manipolazione, tra la violenza reale e l’immagine della
violenza costruita attorno a chi contesta, perché la democrazia non viene
minacciata soltanto dagli incendi, ma anche dalle narrazioni che li trasformano
in strumenti per restringere il campo del dissenso.
Chi oggi abbocca a questa ricostruzione, magari convinto di difendere la
scienza, l’immagine della Sardegna o la civiltà del confronto, rischia
in realtà di consegnare al potere un precedente formidabile, attraverso il
quale ogni futura protesta potrà essere sorvegliata, sospettata e delegittimata
prima ancora di essere ascoltata, mentre qualunque posizione realmente
antagonista verrà costretta a passare il proprio tempo a dimostrare di non
essere violenta, anziché discutere delle ragioni per cui esiste.
Condannare il crimine è un dovere, smascherare la propaganda che tenta di
appropriarsene è un altro dovere, e confondere i due piani per timore di
apparire scomodi significa rinunciare non soltanto alla lucidità politica, ma
alla difesa di quello spazio democratico senza il quale nessuna protesta,
nessuna idea di sovranità e nessuna prospettiva di indipendenza potranno mai
avere cittadinanza reale.
mercoledì 12 agosto 2026
Il razzismo inizia dal linguaggio: perché non usare il termine ‘maranza’ - Marco Aime
La discriminazione, fino al razzismo, inizia dal linguaggio. Dare un nome, significa collocare il soggetto in una certa casella del nostro ordine mentale. La parola “negro”, per esempio, da semplice aggettivo in lingua spagnola per definire un colore, è diventato via via un epiteto dispregiativo, al punto di diventare un’offesa. Lo stesso potremmo di re a proposito di “terrone” o “cafone”, entrambi epiteti nati per definire i contadini e poi divenuti rispettivamente sinonimo di meridionale e di maleducato.
Le lingue si
evolvono continuamente e si arricchiscono di neologismi, che a volte
impoveriscono chi li usa, per il modo in cui li usa. Che tali epiteti vengano
usati nel parlare comune è già un cattivo segno, “chi parla male, pensa male”
diceva Nanni Moretti, che ad adottarli sia un governo, non è solo un pessimo
segnale, è piuttosto un pericolo. È il caso di “maranza”, termine
che nasce molto probabilmente dalla crasi di “marocchino” e “zanza” (quest’ultimo
in dialetto milanese significa “borseggiatore”) usato per indicare quei giovani
che spesso ostentano atteggiamenti spavaldi e ineducati, che
adottano un gergo triviale e un codice di abbigliamento comune, fatto di abiti
che ostentano griffe note, ma spesso contraffatte.
Il fatto che
siano divenuti oggetto di un progetto di legge contro di loro, lascerebbe pensare a un
fenomeno nuovo, ma in realtà già nel 1989 Jovanotti, ne Il
capo della banda, cantava: “Mi chiamo Jovanotti e sono in questo
ambiente/ Di matti di maranza e di malati di mente/Fissati con le moto e coi
vestiti americani/Facciamo tutto ora o al massimo domani”.
Molti di
questi ragazzi (ma non tutti) sono figli di immigrati di origine nordafricana e
questo ha contribuito a renderli oggetto prediletto della destra, sempre pronta
ad accusare gli stranieri per reati commessi, così come a difendere o a far
finta di niente se a delinquere è uno dei nostri. Così lo stesso governo che
con una mano celebra le gesta eroiche di un orefice, che ha ucciso due persone, esattamente come fece
nell’immediato del caso del poliziotto di Rogoredo, dall’altro promulga una
legge anti-maranza.
Già il fatto
di chiamarla con questo epiteto è indice di razzismo: è come se
facessimo una legge anti-negri, anti-musulmani, anti-gay. Le leggi regolano la
vita degli individui, i loro atti, non la loro appartenenza e
abbiamo già molte leggi che condannano gli atti di violenza e di criminalità:
applichiamole, ma non facendo differenza sulla base del gruppo di cui si fa
parte. Chiamando una legge “anti-maranza” si razzializza, li si classifica, per
poi giudicarli partendo già da un pregiudizio. I cosiddetti maranza
non sono un’associazione a delinquere organizzata, non sono la mafia, semmai
una galassia di atteggiamenti e pensieri che possono piacere o meno, ma
diventano colpevoli solo nel momento in cui uno di loro compie un reato e in
quel caso si applichino le leggi vigenti.
L’ossessione
securitaria di questo governo, che più di una volta ha mostrato un
volto razzista, viene ulteriormente accentuata in campagna elettorale, nella
speranza di ottenere qualche voto in più. La sicurezza non si costruisce con
leggi contro qualcuno, ma contro un determinato comportamento e con la
prevenzione. Una legge di questo tipo prevede pene diverse se a commettere lo
stesso reato è un “maranza” o un “non maranza”? Se la risposta è sì è una legge
razzista, se la risposta è no, è una legge inutile.