domenica 31 maggio 2026
sabato 30 maggio 2026
Il cibo moderno uccide più del fumo. Come correggere la tua alimentazione - Stefano Vendrame
venerdì 29 maggio 2026
Il negozio fisico non è morto ma deve cambiare mestiere - Vincenzo Imperatore
Per anni ci hanno spiegato che il negozio fisico fosse destinato a sparire, travolto dall’e-commerce, dai modelli direct-to-consumer, dalle piattaforme digitali e da quella religione contemporanea secondo cui tutto ciò che passa da uno schermo sarebbe automaticamente più moderno, più efficiente e più intelligente. Poi, come spesso accade, la realtà si è permessa di disturbare la teoria.
Nel 2024 il
tasso di sfitto dei centri commerciali era pari al 5,4%, il
livello più basso degli ultimi vent’anni. Ancora più interessante è un altro
dato: la frequentazione dei centri commerciali risulta più alta tra i giovani
della Generazione Z, cioè proprio tra quei consumatori cresciuti con lo
smartphone in mano, che secondo molte previsioni avrebbero dovuto seppellire
definitivamente il commercio fisico sotto
una montagna di carrelli digitali. Evidentemente la storia era un po’ più
complicata.
Anche la crescita
dell’e-commerce racconta una realtà meno lineare di quella immaginata. Nel 2025
le vendite online rappresentavano il 16,4% delle vendite retail complessive,
appena sopra il 16,3% raggiunto nel secondo trimestre del 2020, cioè nel pieno
delle condizioni eccezionali create dai lockdown. Inoltre, gli incrementi
annuali registrati negli ultimi quattro anni sono stati tra i più bassi dalla
Grande Recessione del 2008-2009. Tradotto: l’e-commerce
resta fondamentale, ma non ha divorato il negozio fisico. Ha
costretto il negozio fisico a cambiare mestiere.
Questa è la
lezione che molte PMI italiane dovrebbero imparare in fretta. Il problema non è
scegliere tra fisico e digitale. Il problema è costruire un modello commerciale
nel quale negozio, sito, social, magazzino, consegna, assistenza e relazione
con il cliente funzionino come parti dello stesso sistema.
Il punto vendita,
oggi, non è più soltanto il luogo in cui si espone merce e si aspetta che
qualcuno entri. Quella non è strategia: è meteorologia applicata al commercio.
Si apre la porta e si spera nel passaggio. Ma il cliente contemporaneo non
compra più così. Si informa online, confronta prezzi, guarda recensioni, visita
il negozio, chiede conferme, pretende servizio, valuta l’esperienza e poi
decide se comprare lì, altrove o da nessuna parte.
Per questo il
negozio fisico deve assumere almeno tre nuove funzioni.
La
prima è logistica. Il punto vendita può diventare luogo di
ritiro, reso, consegna rapida, gestione dello stock e supporto operativo
all’online. Non è un dettaglio. In molti settori, il vero vantaggio competitivo
non è solo vendere, ma consegnare meglio, assistere prima, risolvere problemi,
ridurre tempi morti e trasformare la prossimità in efficienza. Alcune catene
hanno già introdotto nei negozi strumenti digitali che permettono al cliente di
accedere a cataloghi molto più ampi rispetto allo spazio fisicamente
disponibile, anche oltre centomila articoli. Il messaggio per le PMI è chiaro:
il negozio non deve contenere tutto, deve collegare tutto.
La
seconda funzione è esperienziale. Il cliente torna nel punto
vendita se trova qualcosa che online non può avere: competenza, consiglio,
fiducia, prova del prodotto, relazione, sicurezza nella scelta. Questo vale
ancora di più per le piccole imprese italiane, che non possono competere con le
piattaforme sul prezzo, sulla scala o sulla velocità pura. Possono però
competere sulla qualità dell’interazione. Ma attenzione: relazione non
significa improvvisazione simpatica. Significa personale formato, procedure
chiare, capacità di ascolto, coerenza dell’offerta, cura dello spazio e
promessa commerciale riconoscibile.
La
terza funzione è comunicativa. Il negozio è un media. La
vetrina comunica, l’allestimento comunica, il comportamento degli addetti
comunica, il packaging comunica, perfino il modo in cui viene gestita una
lamentela comunica. Una PMI che cura Instagram ma lascia il punto vendita
disordinato somiglia a chi si mette il profumo sulla camicia sporca:
l’intenzione è lodevole, il risultato meno.
Dentro questa
trasformazione, il dato diventa decisivo. Troppe
PMI continuano a gestire il negozio “a sensazione”: oggi è andata bene, ieri
male, il sabato si lavora, il lunedì è morto, quel prodotto “secondo me tira”.
È il folklore della gestione commerciale. Ma un’impresa dovrebbe sapere quanti
clienti entrano, quanti comprano, quanto spendono, quali prodotti generano
margine, quali occupano spazio senza redditività, quanti clienti ritornano,
quanti sono identificati in un CRM, quante vendite nascono da un contatto
digitale e quante si chiudono fisicamente.
Senza questi
numeri, il negozio non è gestito: è raccontato. E
il racconto, nei bilanci, purtroppo non si incassa.
Il punto centrale,
per le PMI italiane, è smettere di considerare il digitale come nemico del
negozio fisico. Il digitale deve portare persone nel negozio, il negozio deve
alimentare dati per il digitale, l’assistenza deve rafforzare la fidelizzazione,
la fidelizzazione deve migliorare la marginalità. Questa è omnicanalità. Non
avere una pagina Facebook abbandonata dal
2021 con gli auguri di Natale ancora fissati in alto, testimonianza
archeologica di un entusiasmo finito male.
Il ritorno del negozio
fisico, dunque, non premia la nostalgia. Premia chi
ha capito che la presenza territoriale è un vantaggio solo
se viene organizzata. Il piccolo commerciante, l’artigiano evoluto, il retail
locale, il laboratorio con punto vendita, la piccola azienda familiare possono
ancora avere un ruolo enorme nei centri urbani e nei quartieri, ma devono
trasformare la prossimità in valore misurabile: servizio più rapido, relazione
più forte, esperienza più curata, informazioni migliori, offerte più
pertinenti.
La serranda alzata
non basta più. È solo ferro che si muove. Il negozio fisico sopravvive se
diventa piattaforma commerciale, presidio relazionale, centro logistico leggero
e laboratorio di ascolto del cliente.
Il futuro del
retail non sarà tutto online e non sarà nemmeno il ritorno romantico alla
bottega di una volta. Sarà ibrido, selettivo, spietato con chi improvvisa e
generoso con chi misura, organizza e innova.
Il negozio fisico
non è morto. È morto il negozio passivo, quello
che aspetta il cliente come si aspetta la pioggia. E nelle PMI italiane, dove
spesso si confonde la fatica quotidiana con la strategia, questa è forse la
verità più scomoda: non basta lavorare tanto. Bisogna lavorare dentro un
modello.
Altrimenti il
cliente entrerà una volta, sorriderà per educazione e poi comprerà altrove. Con
la serenità crudele di chi non deve spiegare nulla a nessuno.
giovedì 28 maggio 2026
“Niente acqua del rubinetto al ristorante”: turista fa causa e chiede 2700 euro di danni, ma la Cassazione dà ragione a un hotel 5 stelle e fissa la regola
I ristoratori e gli albergatori che scelgono di non servire acqua del rubinetto ai propri clienti non violano alcuna regola. A chiudere definitivamente una discussione che da anni anima i tavoli dei locali italiani è stata la Corte di Cassazione, mettendo la parola fine a una singolare disputa legale nata a Corvara in Badia, nel cuore delle Dolomiti. Protagonisti della vicenda sono una turista e un noto hotel a cinque stelle della zona.
Una vacanza da 5.700 euro e l’acqua a 10 euro al litro
I fatti risalgono alle festività di Natale del 2019. La cliente si trovava
in vacanza nella rinomata località altoatesina dopo aver acquistato un
pacchetto in mezza pensione del valore di oltre 5.700 euro, con una formula
che prevedeva le bevande escluse dal prezzo finale. Durante le
cene, la donna ha domandato ripetutamente al personale di sala di poter
consumare una caraffa di acqua della rete idrica locale, precisando di
essere disposta a pagare la richiesta come un normale costo di servizio da
aggiungere al conto. La direzione della struttura ha però opposto un fermo
rifiuto. L’albergo ha infatti applicato la propria rigida politica commerciale
interna, che prevedeva unicamente la somministrazione di bottiglie di
acqua minerale al prezzo di circa 10 euro al litro.
La richiesta di 2.700 euro di risarcimento
Considerando questo diniego come la violazione di un principio essenziale,
la turista ha deciso di intraprendere le vie legali e ha trascinato in
tribunale la struttura ricettiva. La sua linea difensiva si basava
sull’idea che l’accesso all’acqua rappresenti un diritto umano
fondamentale. Sulla base di questa convinzione, la donna ha richiesto un
risarcimento danni complessivo di circa 2.700 euro, calcolato per coprire
sia il danno economico subito sia il disagio personale patito nel corso del
soggiorno.
La decisione della Suprema Corte
L’argomentazione della turista non ha fatto breccia nelle aule di giustizia
e la sua richiesta di risarcimento è stata respinta in ogni grado di giudizio,
fino ad arrivare alla definitiva pronuncia della Cassazione. La Suprema Corte
ha chiarito in modo inequivocabile che all’interno dell’ordinamento giuridico
italiano non si rintraccia alcuna norma di legge che imponga agli
operatori del settore della ristorazione o dell’alloggio l’obbligo di
servire la comune acqua del rubinetto. I giudici hanno stabilito che, in
assenza di un patto contrattuale stipulato in precedenza tra l’albergo e
l’ospite al momento della prenotazione, la gestione della carta delle bevande e
la scelta di vendere esclusivamente acqua in bottiglia rientrano nella totale
e legittima libertà d’impresa della singola attività commerciale. L’acqua
del rubinetto al tavolo, in sintesi, non è un diritto acquisito del cliente.
mercoledì 27 maggio 2026
Virus e batteri trovano negli allevamenti intensivi un ambiente ideale per diffondersi - Roberta Marchi
Negli ultimi anni le emergenze sanitarie legate agli allevamenti intensivi si sono susseguite con una frequenza sempre più inquietante. Influenza aviaria, peste suina africana, afta epizootica, Bluetongue, morbo della mucca pazza: nomi diversi per un problema che continua a ripresentarsi, spesso trattato come una fatalità inevitabile anziché come il sintomo di un sistema profondamente fragile, mostruoso e crudele.
Ogni nuova
epidemia viene raccontata come un evento isolato, un’emergenza temporanea da
contenere. Eppure il punto centrale resta quasi sempre fuori dal
dibattito pubblico: il modello produttivo su cui si basa l’industria della
carne e dei suoi sottoprodotti. Un sistema costruito sulla concentrazione di
migliaia di animali in spazi ridotti, sulla massimizzazione della produzione e
sulla compressione dei costi, dove il benessere animale diventa inevitabilmente
secondario rispetto alla resa economica. E’, di fatto, sempre inesistente. Un
tradimento vergognoso. Una bugia.
Per molto
tempo tutto questo è rimasto invisibile agli occhi della maggior parte delle
persone. Polli, maiali e bovini esistono quasi esclusivamente come prodotto
finale: confezioni ordinate nei supermercati, ingredienti sugli scaffali,
numeri all’interno della filiera alimentare. La loro vita reale, fatta di
oppressione, crudeltà, sovraffollamento, selezione intensiva, trattamenti
sanitari continui e abbattimenti di massa, resta lontana dall’immaginario
collettivo.
Le epidemie
però continuano a ricordare quanto quel sistema sia instabile. Corrotto.
Malato. E contagioso. Virus e batteri trovano negli allevamenti intensivi un
ambiente ideale per diffondersi rapidamente, mutare e attraversare
specie differenti. Gli animali vengono gestiti come unità produttive
concentrate in enormi strutture industriali: una condizione che rende il
controllo sanitario sempre più complesso e che aumenta il rischio di nuove
emergenze.
Il caso
dell’influenza aviaria H5N1 rappresenta uno degli esempi più
preoccupanti. Negli Stati Uniti è stato documentato il primo caso noto di
trasmissione del virus da un gatto domestico a un essere umano. Negli ultimi
anni numerosi gatti sono risultati positivi dopo essere entrati in contatto con
fauna selvatica infetta o aver consumato alimenti contaminati, come carne cruda
o latte non pastorizzato. Gli esperti continuano a parlare di “rischio
basso” per la popolazione generale, ma il virus continua a evolversi,
adattarsi e superare le barriere tra specie.
Ed è proprio
qui che cambia la percezione pubblica. Finché le vittime restano
animali confinati negli allevamenti, il problema sembra distante. Quando invece
il rischio entra nelle case, coinvolgendo animali domestici o
esseri umani, l’attenzione cresce improvvisamente. La paura diventa concreta
soltanto quando ciò che accade quotidianamente negli allevamenti smette di
riguardare esclusivamente animali considerati “da reddito”.
Eppure, per
milioni di esseri viventi, quella realtà non è una novità. Malattia, isolamento,
selezione genetica esasperata, contenimento sanitario e abbattimenti di massa
fanno parte della normalità dell’allevamento industriale. Ogni volta che un
focolaio esplode, la risposta è quasi sempre la stessa: eliminare migliaia o
milioni di animali nel tentativo di fermare la diffusione del virus. Una
pratica ormai accettata come inevitabile conseguenza del sistema produttivo.
Anche chi
prova a mettere in discussione questo modello spesso si scontra con un muro
politico e culturale. In diversi casi, persino animali salvati e ospitati nei
santuari sono stati abbattuti per ragioni sanitarie, nonostante fossero
sottratti alla filiera produttiva. Episodi che hanno acceso forti polemiche e
mostrato quanto il confine tra tutela animale e logiche industriali resti estremamente
fragile.
Alla base di
tutto continua a esistere una distinzione profondamente radicata: alcuni
animali vengono considerati membri della famiglia, altri semplicemente risorse
economiche. Cambia il nome che diamo loro, non la capacità di soffrire.
Le epidemie che
colpiscono gli allevamenti non possono più essere archiviate come incidenti
imprevedibili. Sono il risultato diretto di un modello intensivo che spinge la
produzione oltre ogni limite biologico ed etico. Continuare a ignorare questa
connessione significa affrontare soltanto le conseguenze, senza interrogarsi
davvero sulle cause.
La domanda,
oggi, non riguarda soltanto la salute animale. Riguarda il tipo di sistema
alimentare che stiamo scegliendo di sostenere e il prezzo — sanitario,
ambientale ed etico — che siamo disposti ad accettare perché tutto continui a
funzionare esattamente come prima. Mentre dovremo avere il coraggio di cambiare
radicalmente, sovvertendo ogni cosa, giungendo, infine, alla fine dell’industria
della carne.
martedì 26 maggio 2026
Sardegna e Sudtirolo in rivolta - Fabio Gobbato
Abbiamo
lasciato Giangiacomo e Sibilla al termine del viaggio da incubo in Bolivia
nell’estate del 1967. Feltrinelli, fin da quando è ragazzo, è un attento
osservatore della politica. Quello che vede in Italia e nel mondo gli piace
sempre di meno. Sono anni difficili. Oggi lo ricordano in pochi ma il
decennio cominciò nel sangue. Nel 1960 il governo Tambroni, monocolore DC
sorretto dai voti del MSI ordina di sparare sulla folla di operai che
protestano per l’annunciato congresso dei neofascisti a Genova. Tra Reggio
Emilia e il resto del Paese in pochi giorni si contano 11 morti. Undici
morti. Un bilancio da massacro di minatori in sciopero in Sudamerica. Ma siamo
parlando dell’Italia a guida democristiana, non della Bolivia di Barrientos.
Undici morti.
Nel 1967 la
catena di eventi che generano apprensione in chi ha a cuore le sorti
democratiche dell’Occidente è allucinante. Una sfida alle leggi della
statistica. In aprile, in Grecia, il regime dei colonnelli sale al potere con
un colpo di Stato e va a fare compagnia a Salazar in Portogallo e a Franco in
Spagna. Tre dittature fasciste in Europa. Come se non bastasse, a maggio
i giornalisti Scalfari e Jannuzzi pubblicano sull’Espresso lo scoop che rivela
il tentato golpe De Lorenzo del 1964 (Il Piano Solo). Altro che “paranoie” di
un ricco editore ansiogeno. La crescita del PCI fa paura. In quegli anni
la destra eversiva, le reti militari clandestine, i servizi (deviati?) mordono
il freno. Scalpitano. Aspettano solo il momento buono, che come noto, arriverà
nella notte dell'8 dicembre di due anni più tardi con il tentato golpe
Borghese. Era tutto pronto. Il contrordine arrivò solo all’ultimo minuto.
Un’operazione, questa, che coinvolgeva nomi che fanno venire i capelli
dritti. Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, ad
esempio. Odore di zolfo nell’aria. Soprattutto dai tombini.
Al rientro
dalla Bolivia, Feltrinelli vede che in Italia il centrosinistra di Aldo
Moro (senza PCI) arranca. Il 9 ottobre Ernesto Guevara,
il “mito” per cui si è tanto speso alcuni mesi prima, viene giustiziato
dall’esercito boliviano eterodiretto dalla CIA. Il suo “amico” Quintanilla, il
capo dei servizi segreti che nelle ultime puntate ritroveremo console ad
Amburgo, mozza le mani al cadavere del Che e le spedisce a Fidel Castro come prova
dell’avvenuta esecuzione. “Così potete confrontare le impronte digitali”, è il
sottinteso. Uno sfregio che manda ai pazzi milioni di militanti della sinistra
in tutto il mondo.
A quel punto
nella testa dell’editore scatta qualcosa. Decide di mollare un po‘ le redini
della casa editrice e di lanciarsi nell’attivismo politico rivoluzionario. La
sua vita entra letteralmente in un turbine. E’ come se sentisse di dover fare
ovunque tutto quello che può per sostenere i gruppi che
lottano contro regimi oppressivi. E grazie all’immensa ricchezza che ha a
disposizione e alla rete di contatti costruita in una ventina d’anni, l’editore
“può” molto. E fa molto. Disordinatamente, spesso in modo avventato, ma fa
molto. Fa più che può. Schizza letteralmente da una parte all’altra
dell’Europa e del pianeta, muovendo montagne di soldi e, pure, carichi di armi
e di esplosivi.
La storia
familiare, i legami personali e l’attualità – la strage di Cima Vallona è del
giugno 1967 - spingono Feltrinelli ad interessarsi con regolarità anche della
questione sudtirolese. Uno dei molti fronti aperti.
·
Prima la Sardegna
Prima di
arrivare al Sudtirolo bisogna, però, fare un tuffo nel cuore del mar
Mediterraneo. Nel 1967, tra un viaggio in Bolivia e l’altro in Algeria,
Feltrinelli comincia a girare la Sardegna in lungo e in largo. Ci torna più
volte tra il 1967 e il 1969. In quegli anni per “Giangi” l’isola ha
un’attrattività a cui è difficile resistere: indipendentismo radicato,
banditismo romantico, poligoni militari americani da contestare, comunità
dedite alla pastorizia che resistono alla modernizzazione capitalista. Nel 1968
la casa editrice Feltrinelli pubblica Sardegna: Rivolta contro la
colonizzazione di Giuliano Cabitza, pseudonimo dello scrittore Eliseo
Spiga. Il titolo dice già tutto.
Feltrinelli
arriva a identificare nel bandito Graziano Mesina - allora
latitante nel Supramonte di Orgosolo il possibile comandante di una
guerriglia sarda. Una sorta di Che Guevara local profumato al mirto. L’editore
è convinto di poter fare dell’isola una “Cuba del mediterraneo”. Ma c‘è un
piccolo problema: a Grazianeddu, de su comunismu, no nd’importat un
carru. Del comunismo, cioè, non gliene frega un
carru-cavallo. Una mazza, insomma.
Secondo i
documenti del Servizio Informazioni Difesa (SID) portati alla luce dalla
Commissione Stragi nel 1996, è un ufficiale dei servizi a convincere
Grazianeddu a desistere dall’alleanza con Feltrinelli (le conversazioni fra i
due furono pubblicate da Epoca in un numero che contiene pure
un’intervista a Sibilla Melega, ndr). Il progetto si arena, ma non scompare.
Resta come schema mentale, come metodo: cercare territori periferici,
marginali, dove la frattura sociale possa trasformarsi in rivolta. Un progetto
naif, senza dubbio, segno anche di un bisogno di protagonismo un po’
superficiale e puerile. Vero. Ma quelli sono anni di fermenti veri, ovunque. Le
lotte di liberazione alternano rovinose sconfitte a qualche successo. Cuba e
Fidel infondono speranza. Feltrinelli ci crede davvero al punto da acquistare due
navi che dovrebbero servire per portare a compimento
l’impresa. Dovrebbero.
Le cose talvolta non accadono perché non devono accadere. Pigrizia del
fato. Altre volte non accadono perché vengono da idee campate in aria. Altre
ancora perché intervengono i servizi segreti. E niente. Il Mediterraneo non ha
una sua Cuba. La Sardegna non farà nessuna lotta per l’indipendenza. Resterà -
placidamente -una regione autonoma.
Poi l’Alto
Adige
Con un
livello di naïveté simile l’editore approccia la
questione sudtirolese. Il tema lo appassiona. La sera del 1966 in cui conosce
per la prima volta la meranese Sibilla Melega l’argomento
viene affrontato in profondità. Lo racconta Sibilla stessa in un pezzo di
memorie pubblicato nel marzo del 2002 sulla rivista svizzera Du.“Die
Gäste assen im Salon und unterhielten sich, GgF und ich waren einen Stock
tiefer in der Küche, sprachen über die Probleme der Minderheiten in
Südtirol”. Mentre gli altri erano nel salone lei era con GG in cucina a
parlare di minoranze in Alto Adige.
Sibilla, di
famiglia mistilingue, era cresciuta nella condizione peculiare di chi finisce
per non appartenere davvero a nessuno dei due gruppi etnici: da bambina, ricorderà,
non giocava né con i bambini tedeschi né con quelli italiani. E Feltrinelli —
che aveva una nonna di Mittewald e aveva imparato il tedesco da bambino a pena
di decurtazioni sulla paghetta — capisce immediatamente. Vede nell’Alto Adige
quello che sta cercando altrove: una regione colonizzata, “tradita” dalla
propria borghesia locale, sfruttata dal capitalismo italiano e
dall’imperialismo americano, nella quale però c'è un movimento indipendentista
passato dalle parole ai fatti, con una lunga catena di attentati. Chissà se
nella sua vita Feltrinelli ha mai incontrato Georg Klotz, il
martellatore della val Passiria, il punto riferimento sudtirolese in un gruppo
terroristico ormai egemonizzato da neonazisti come Norbert Burger e Peter
Kienesberger. Bruttissima gente. Chissà.
Ma quand‘è
che GG inizia a occuparsi di Alto Adige dal punto di vista teorico? La risposta
è: tra la fine del 1967 e l’inizio del 1968.
In tutti i
testi su Feltrinelli si parla dell’esistenza di un dattiloscritto, Italia
1968: Guerriglia politica. Tesi e proposte per un’avanguardia (comunista) di
sinistra. È un documento raro, assente perfino dal catalogo della
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, a quanto mi hanno riferito via email.
Quando
decido che per la mia ricerca sarebbe importante leggere il documento
integralmente non ho idea di quanto sia raro. Imparo presto quanto possa essere
divertente il mondo della ricerca storica per uno che come me non l’ha mai
fatta: un giorno, nei primi mesi del 2023, contatto telefonicamente uno
studioso che cita ampi stralci dello scritto, scambiamo alcune impressioni, e
poi mi sembra normale chiedergliene una copia. Il mio ragionamento, da
giornalista, è: “Tu ce l’hai, lo citi ampiamente, e quindi hai già ”tirato il
buco a tutti“ (espressione gergale che indica le notizie date in anticipo e
in esclusiva, ndr) per cui, che problema c’è a farmelo avere? Niente di più
sbagliato.
Parliamo di ricerca storica, non di attualità. ”Lo devi trovare da solo“, mi
dice. Non ha detto, cazzi tuoi, ma lo ha sicuramente pensato. ”Ok va
bene, grazie lo stesso“, rispondo con il massimo aplomb. Te la farò vedere io,
maledetto.
Riesco ad
occuparmene nei ritagli di tempo, mezzora lì, tre ore là. Trascorrono i mesi.
Alla fine di ogni ”sessione“ borbotto imprecazioni irripetibili. Non lo cerco
tutti i giorni, no, ovvio, ma davvero non saprei dire quante decine di ore,
quante email senza risposta o con risposte elusive, ci sono volute, per trovare
il documento.
Stavo
davvero per desistere finché a dicembre 2025, con il classico colpo di fortuna,
imbrocco il prompt che funziona per la deep research di Chatgpt. Compare
una traccia in un Biblioteca cantonale svizzera. Non credo ai miei occhi.
Andarci sarebbe un casino ma grazie alla gentilezza di un bibliotecario riesco
a riceverne una copia in formato digitale. Bingo, prosecco.
La lettura integrale del dattiloscritto - che renderemo disponibile in questo
articolo se la biblioteca ci concederà l’autorizzazione - è in effetti
molto interessante. Valeva la pena sbattersi così tanto, mi dico. O forse
è la quantità di energia spesa per ottenere il pdf a convincermene? Ad ogni
modo, Italia 1968 è forse il testo più completo che
l’editore abbia scritto sulla strategia rivoluzionaria: cinque capitoli,
quarantatré pagine, un apparato di note. Feltrinelli scrive il documento a
gennaio 1968, quattro mesi prima del Maggio francese. E‘ obiettivamente il
testo che segna la svolta nel Feltrinelli-pensiero. Leggerlo consente di
entrare (o quanto meno di avere la sensazione di poterlo fare) nella testa
dell’editore.
La tesi centrale del lavoro è che la sinistra debba abbandonare sia la strada
riformista-socialdemocratica sia quella insurrezionalista classica e adottare
una ”guerriglia politica" continua — non armata in senso militare, ma
fatta di azioni dimostrative, occupazioni simboliche, interventi sui mezzi di
comunicazione, propaganda diretta — legata alle rivendicazioni concrete di
operai, contadini e studenti. E’ l’embrione teorico di quelli che a breve
saranno i Gap, i gruppi di azione partigiana fondati dallo stesso editore.
Nel capitolo
IV, nella sezione dedicata alla piattaforma rivendicativa, Feltrinelli chiede
l’immediata indipendenza piena e totale per la Sardegna e l’Alto Adige. Chiede
che si possano esprimere a favore della separazione dallo Stato italiano.
Aggiunge una parentesi che è già una soluzione politica: la “rettifica etnica
dei confini” mediante lo stralcio del Trentino. In altre parole, separare
Bolzano da Trento e ridisegnare il confine del Tirolo storico. È la posizione
del BAS, formulata da un comunista milanese. Nel gennaio 1968.
A proposito
di “Italia 1968” scrive nel libro La diplomazia oscura, Gianluca
Falanga, uno dei massimi esperti di servi segreti dell’est:
“Vi è uno
scritto di quelli programmatici composti da Feltrinelli nel 1968-70, che è
rimasto inedito (ne circolarono solo poche copie dattiloscritte) e soprattutto
trascurato dagli analisti, dal titolo: Italia ‘68: guerriglia politica. Tesi e
proposte per un’avanguardia comunista. L’editore vi teorizzava il ”fronte
frantumato“, asserendo che ”la guerriglia c’è già, in Sudtirolo e in Sardegna,
andava solo intensificata per “provocare la reazione dello Stato”.
Nell’opuscolo si chiedevano ‘azioni che facciano concretamente sentire
alle truppe straniere in Italia, ai rappresentanti economici politici e
culturali dell’imperialismo Usa quanto essi siano sgraditi in Italia, azioni
che esprimano il pieno incondizionato appoggio e sostegno alle aspirazioni di
libertà e di indipendenza di minoranze etniche o delle popolazioni di
determinate regioni italiane’. Nel passaggio più interessante dello scritto –
continua Falanga - Feltrinelli incitava la sinistra rivoluzionaria a ‘mettere
da parte giudizi e riserve che, in quanto militanti comunisti, possiamo e
dobbiamo esprimere sulle forze, a volte di destra, che rappresentano
l’avanguardia di queste aspirazioni (e sui mezzi che usano e che rischiano di
colpire indiscriminatamente viaggiatori di un treno, ecc.)’. Sono parole
pesanti, che non possono non rimandare la mente agli attentati dell’estate del
1969, attribuiti agli anarchici, ma commessi dalla cellula ordinovista
padovana, sollevando il sospetto che in quel nodo delle frequentazioni venete
dell’editore vi fosse quella che in un documento della Stasi è chiamata
‘attivazione delle forze neofasciste’ – vale a dire l’estensione del fronte di
destabilizzazione delle democrazie occidentali al radicalismo nazionalista,
sciovinista e antisemita dell’estrema destra – prevista dalle pianificazioni
offensive sovietiche, delle quali l’azione di Feltrinelli fu in tutta la sua
complessità un’articolazione. In altre parole, Feltrinelli non fu un doppio
agente, come è stato insinuato per sciogliere la contraddizione di quei
rapporti, bensì un’agente d’influenza del Piano strategico di lungo
termine".
Secondo
alcuni autori Feltrinelli aveva rapporti non casuali con l’estrema destra
neofascista e una convergenza di interessi addirittura con gli ordinovisti. Su
questo punto, invece, Carlo Feltrinelli, figlio e biografo di Giangiacomo, è in
netto disaccordo. Ai fini del racconto non è per nulla importante che io dica
che idea mi sono fatto. Ma – democristianamente, me ne rendo conto – credo che
i contatti di GGF con la destra eversiva ci siano indubbiamente stati anche se
– azzardo – per puro “cinismo” e utilitarismo rivoluzionario. Con la stessa
logica GGF non condanna ma sostiene il separatismo sudtirolese anche se in quel
momento è trainato da loschi personaggi neonazisti.
Dal punto di
vista documentale la questione altoatesina torna protagonista nell’estate del
1968 quando Giangiacomo scrive una lettera a “Sibillelein” che Aldo
Grandi riporta integralmente nella sua biografia. La causa dei
sudtirolesi, sostiene l’editore, è stata strumentalizzata dalla borghesia
locale e poi abbandonata non appena quella stessa borghesia ha conquistato i
propri privilegi accanto agli italiani. “Quando essi — le sette famiglie —
hanno conquistato i privilegi degli italiani, allora sono pronti ad allearsi
con gli italiani pur di difendere i loro privilegi capitalisti, e fregarsene
dei poveri cristi”. Le sette famiglie. Un concetto che tornerà in una lettera
ad Alexander Langer che vedremo presto e nello stesso volantino del 1969. E poi
arriva una frase di Giangiacomo che riassume le forti motivazioni che lo
spingono ad imboccare la strada rivoluzionaria: “Quello che tu senti per l’Alto
Adige è quello che io sento per l’Italia”. Il nemico è comune: la borghesia
capitalista che intrallazza con gli italiani e sfrutta contadini, operai,
giovani.
C'è
ovviamente una certa ironia nella scelta del bersaglio. I Feltrinelli avevano
possedimenti in Alto Adige fin dall’Ottocento - foreste, segherie, immobili tra
Appiano e Dodiciville - e la Feltrinelli Masonite era
una fabbrica attiva dagli anni Trenta. Secondo il settimanale Epoca, quando
Giangiacomo morì, era questa la sua principale fonte di guadagno. Ma basta
vedere gli archivi della Cgil altoatesina per capire che gli operai bolzanini
non godevano di particolari privilegi rispetto ai colleghi delle altre
fabbriche. Una delle non poche contraddizioni nella vita di Feltrinelli.
Nella sua
lettura della realtà sudtirolese l’editore sembra non tenere in debito conto il
fatto che i contadini sudtirolesi all’epoca erano sì una classe economicamente
in difficoltà ma anche profondamente radicata in un universo cattolico e
iper conservatore. La leva che li muoveva era etnico-identitaria, non di classe
o di giustizia sociale. Il terrorismo sudtirolese era inoltre tutto tranne che
anticapitalista e di sinistra e, a partire dal 1962, tendeva addirittura verso
derive neonaziste pangermaniste. Difficile scaldare il cuore dei contadini, ma,
con questi punti di riferimento, pure quello degli operai in buona parte di
lingua italiana, che allora erano già parecchie decine di migliaia. Difficile
fare la rivoluzione con questi presupposti.
Se il
documento “Italia 1968” è rimasto inedito, la questione sardo-sudtirolese entra
invece anche in uno scritto pubblicato all’inizio del 1969 e facilmente
reperibile sul sito della Fondazione GGF. Si intitola “Contro l’imperialismo
e la coalizione delle destre” e sviluppa molti dei temi che abbiamo visto
nel testo precedente. L’editore propone di lavorare “a una piattaforma politica
che stringa assieme le classi lavoratrici e la maggioranza della popolazione
che vive del proprio lavoro nella lotta rivoluzionaria per il socialismo e il
comunismo. Questa piattaforma dovrà esprimere e collegare, in ogni momento, le
richieste più elementari con gli obiettivi finali della lotta per un concreto
avanzamento della democrazia e della libertà e per un costante, progressivo
miglioramento delle condizioni economiche e politiche delle classi lavoratrici”.
E poi alla lettera I) si legge:
I) Immediata indipendenza piena e totale per regioni, come la Sardegna e il
Sud Tirolo (Alto Adige) (previa rettifica etnica dei confini della regione
mediante stralcio da essa del Trentino), le cui popolazioni si esprimessero in
un referendum a maggioranza assoluta a favore del distacco, della separazione
dallo Stato italiano (anche se riteniamo che i problemi di queste popolazioni
non potranno essere risolti fin tanto che esse non faranno i conti con le
borghesie capitaliste locali). Il popolo italiano non potrà mai essere
indipendente e libero fin tanto che negherà indipendenza e libertà a coloro che
la reclamano.
A cosa si
riferisce Feltrinelli quando parla della borghesia traditrice e delle sette
famiglie? Proviamo a dare una prima risposta. Nel 1961, nel pieno della
tensione post Notte dei fuochi, nasce dentro la SVP la
corrente Aufbau (“ricostruzione” o “progresso”), in aperta critica alla linea
rigida di Silvius Magnago (ne scrivemmo ampiamente qui). Il movimento si manifesta con un
documento pubblicato sul Dolomiten e rappresenta l’ala
moderata ed europeista del partito. Tra i promotori e firmatari spiccano Toni
Ebner, Roland Riz, Karl von Braitenberg, insieme a Erich Amonn, Walter von
Walther e Alois Pupp. Aufbau chiede una svolta: abbandono delle posizioni
estremiste, apertura al dialogo con lo Stato italiano, sviluppo economico e
convivenza interetnica. La pressione di questa corrente costringe Magnago ad
ammorbidire fin da subito la propria linea, contribuendo indirettamente a
creare il clima politico che porterà al percorso della Commissione dei 19 e al
secondo Statuto di autonomia. Questa parte della “lettura” feltrinelliana
della realtà non è per nulla campata in aria: fu la borghesia cittadina a
trainare la Stella alpina verso la strada che porterà al Pacchetto.
Tra il 1968
e il 1969, mentre Feltrinelli medita di intervenire con il proprio proclama, in
Südtirol-Alto Adige imperversa il dibattito Autonomia Sì / Autonomia No,
culminato nel congresso SVP del 22 novembre 1969, in cui la linea autonomista —
ormai incarnata anche dallo stesso Magnago — passa per una manciata di voti.
Due piani che non si incontrano: da una parte la strategia politica concreta,
lenta, negoziale della Stella alpina, dall’altro lo sguardo sempre più
ideologizzato di Feltrinelli.
lunedì 25 maggio 2026
domenica 24 maggio 2026
Vento di malaffare nel Bel Paese - Grig
Incentivi, bonus,
sgravi fiscali, contributi in favore delle energie
prodotte da fonti rinnovabili in Italia sono fra le occasioni
principali per il riciclaggio (non ecologico) di denaro
di provenienza opaca e
per la realizzazione di truffe di ogni genere ai danni delle casse pubbliche.
Ciò
costituisce un gravissimo danno per le politiche ambientali e le aziende pulite del
settore.
Non è una
novità, purtroppo.
Ne ha
parlato ancora una volta Report, programma di approfondimento
giornalistico di RAI 3.
Grazie
davvero, se ne sente il bisogno.
Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)
Report, 10 maggio 2026
La via della
pala. (Walter Molino)
Gli affari
del vento: le mani delle mafie sull’eolico.
Le
infiltrazioni della criminalità organizzata nel grande business dell’energia
eolica, dalla Sicilia fino a Verona. Rivelazioni inedite ed esclusive sugli
affari di Matteo Messina Denaro in Veneto.
da OK!
Mugello, 11 maggio 2026
Inchiesta di
Report sull’eolico: «Infiltrazioni mafiose negli asset acquisiti da AGSM AIM».
Il servizio
“La via della pala” ricostruisce i legami tra la criminalità organizzata e i
parchi eolici della multiutility. Riflettori accesi anche sulle procedure per
il progetto nel Mugello.
L’inchiesta
giornalistica La via della pala (clicca qui
per vedere il servizio), trasmessa da Report il 10
maggio 2026, ha delineato una rete di infiltrazioni della criminalità organizzata
nel settore delle energie rinnovabili in Veneto. Al centro dell’inchiesta
figura la multiutility AGSM AIM, ora ridenominata Magis, che
avrebbe acquisito asset energetici legati a figure di spicco di Cosa Nostra.
Secondo la
ricostruzione giornalistica, il boss Matteo Messina Denaro avrebbe
coordinato personalmente l’espansione degli interessi mafiosi nel Nord Italia
già nel 2006. Testimonianze inedite e materiale visivo lo collocano
a Verona, dove avrebbe incontrato emissari della politica locale per
gestire il business del vento. L’inchiesta evidenzia come il settore
eolico sia diventato un canale privilegiato per il riciclaggio di capitali
illeciti attraverso complessi passaggi societari.
Il parco
eolico di Monte Mesa, a Rivoli Veronese, rappresenta l’operazione
più discussa. Sviluppato inizialmente da società riconducibili a Vito
Nicastri, noto prestanome di Messina Denaro, l’impianto è passato sotto il
controllo di AGSM nel 2013 tramite
l’acquisizione di quote del Gruppo ICQ. Durante la costruzione del parco,
sarebbe emersa anche la presenza di ditte colpite da interdittiva antimafia.
Le criticità
evidenziate dal servizio si potrebbero estendere anche al Centro Italia, con il
progetto di Monte Giogo di Villore nel Mugello. Sebbene
non siano emersi legami diretti con la mafia, l’iter autorizzativo ha generato
forti scontri istituzionali e ricorsi per l’impatto paesaggistico. Uno dei
vari esposti presentato dal consigliere comunale di Dicomano Saverio
Zeni contesta inoltre clausole della convenzione sottoscritta tra
l’azienda e gli enti comunali che limiterebbero i poteri di vigilanza dei
comuni coinvolti.
L’indagine
suggerisce che l’infiltrazione mafiosa nel Nord non avvenga tramite violenza,
ma attraverso la finanza e la politica. Il gruppo AGSM AIM, che
nel 2024 ha registrato una crescita nella produzione da
rinnovabili, risulta particolarmente appetibile per operazioni di “ripulitura”
di asset contaminati.
La redazione
di OK!Mugello resta a disposizione di AGSM AIM per
accogliere e pubblicare eventuali note, comunicazioni ufficiali o smentite in
merito ai fatti riportati, con particolare riferimento ai progetti in corso sul
territorio appenninico.
sabato 23 maggio 2026
Nelle aziende il vero problema è disimparare: ecco quattro comportamenti da cambiare subito - Vincenzo Imperatore
Nelle
piccole e medie imprese italiane la formazione viene spesso associata all’idea
di aggiungere qualcosa: nuove competenze, nuovi strumenti, nuove tecniche
commerciali, nuove procedure. Tutto utile, almeno in teoria. Ma nelle Pmi il
problema più serio, quando il mercato diventa instabile, non è solo imparare
cose nuove. È disimparare quelle vecchie.
Disimparare
non significa rinnegare la storia dell’azienda o buttare via ciò che ha
funzionato per anni. Significa riconoscere che alcune abitudini, un tempo
efficaci, possono diventare un ostacolo quando cambiano clienti, margini,
banche, tecnologie, costi e tempi di incasso. L’esperienza resta un patrimonio,
ma se diventa automatismo cieco rischia di trasformarsi in una gabbia. Il
famoso “abbiamo sempre fatto così” sembra prudenza; spesso è solo pigrizia
mentale.
Il primo
comportamento da disimparare è l’idea che tutto debba passare dalla
testa del titolare. In molte Pmi il cliente importante lo segue lui, il
prezzo lo decide lui, la banca la gestisce lui, il problema urgente lo risolve
lui. Per anni questo modello ha retto perché l’impresa era più piccola e la
complessità più bassa. Poi l’azienda cresce, le persone aumentano, i margini si
comprimono, la liquidità diventa più delicata e quel modello eroico si trasforma
in collo di bottiglia. L’imprenditore continua a sentirsi indispensabile, ma
spesso è proprio la sua indispensabilità a impedire all’azienda di evolvere.
Governare,
infatti, non significa controllare tutto. Significa costruire un sistema in cui
le decisioni vengano prese al livello giusto, con dati adeguati e
responsabilità chiare. Il titolare che non decide ogni dettaglio non perde
potere: lo trasforma. Passa dal comando operativo al governo
dell’organizzazione. Per chi ha costruito l’azienda dal nulla può essere un
trauma, ma il bilancio, purtroppo per l’ego, non si commuove.
Il secondo
comportamento da disimparare è la gestione per emergenze. In
troppe Pmi l’urgenza è diventata cultura aziendale: si interviene quando il
problema esplode, si guarda la cassa quando la banca ha già telefonato, si
controllano i margini quando il prezzo è stato già concesso. L’emergenza dà
l’impressione di essere reattivi. In realtà consuma energie, crea confusione e
impedisce di distinguere ciò che è importante da ciò che è soltanto rumoroso.
Disimparare
l’emergenza significa introdurre pianificazione, budget di cassa,
indicatori, controllo degli scostamenti, riunioni periodiche e responsabilità
preventive. Non per burocratizzare l’impresa, ma per evitare che ogni settimana
sembri una prova di sopravvivenza. Nessuna azienda può eliminare l’incertezza,
ma può attrezzarsi per leggerla prima. La differenza è tra chi intercetta i
segnali deboli e chi li scopre quando sono già diventati fatture scadute,
ordini persi o margini bruciati.
Il terzo
comportamento da disimparare è la delega finta. Molti imprenditori
dichiarano di voler responsabilizzare i collaboratori, ma poi continuano a
intervenire su ogni decisione significativa. Delegano l’attività, non
la responsabilità. Chiedono risultati, ma non concedono reale potere
decisionale. Così il manager diventa responsabile di ciò che non può governare:
una raffinatezza organizzativa, se l’obiettivo è produrre frustrazione.
Una delega
vera richiede confini, obiettivi, dati e libertà di azione. Se un direttore
commerciale deve difendere la marginalità, deve poter intervenire su prezzi,
priorità e clienti entro limiti definiti. Se un responsabile amministrativo
deve presidiare la liquidità, deve avere dati tempestivi e ascolto quando
segnala rischi. Se un responsabile di produzione deve ridurre inefficienze,
deve poter modificare flussi, tempi e metodi.
Il quarto
comportamento da disimparare è la fiducia cieca nel passato. Un
canale commerciale che per anni ha funzionato può saturarsi. Un cliente storico
può diventare meno redditizio o meno solvibile. Una banca fedele può ridurre
gli affidamenti. Un collaboratore affidabile può non avere più le competenze
necessarie. Nelle Pmi tutto questo è difficile da accettare, perché ogni abitudine
porta con sé memoria e riconoscenza. Ma dirigere nell’incertezza significa
distinguere ciò che ha ancora valore da ciò che è solo familiare.
Da
consulente di direzione aziendale, spesso ricordo che la domanda decisiva non è
soltanto: “Che cosa dobbiamo imparare?”. È soprattutto: “Che cosa dobbiamo
smettere di fare?”. Se si introduce un budget ma si continua a decidere solo
sulla sensazione, il budget diventa arredamento contabile. Se si parla di
controllo di gestione ma i dati arrivano tardi e nessuno li usa, il controllo è
una liturgia. Se si formano i manager ma non cambia il modo in cui vengono
prese le decisioni, la formazione diventa un investimento senza ritorno.
Nelle Pmi il
cambiamento non dovrebbe essere un progetto straordinario, da
avviare ogni tanto con un consulente, qualche slide e due parole motivazionali.
Dovrebbe diventare una pratica ordinaria: aggiustamenti continui, verifiche
periodiche, errori analizzati senza caccia al colpevole, decisioni corrette
quando non producono risultati. Disimparare non è un gesto isolato. È una
competenza organizzativa.
Le Pmi non
devono diventare grandi imprese in miniatura. Devono diventare imprese
più leggibili, più governabili e meno dipendenti dall’umore, dalla memoria e
dall’onnipresenza del titolare.
Molte
imprese non si indeboliscono perché imparano poco. Si indeboliscono perché
continuano a proteggere ciò che dovrebbero superare. In un mercato incerto, la
competenza più rara non è aggiungere strumenti, corsi e procedure. È lasciare
andare i vecchi riflessi che impediscono ai nuovi strumenti di produrre valore.
venerdì 22 maggio 2026
giovedì 21 maggio 2026
La caduta di un pilastro della democrazia - Vann R. Newkirk II
Le cose migliori brillano intensamente, ma
mai a lungo. È stato così per il Voting rights act (Vra), la legge che per
sessant’anni ha garantito il diritto di voto dei neri e ha neutralizzato i
tentativi di sopprimerlo fatto dagli stati del sud, diventando la base per un
accesso equo alle urne. Gli Stati Uniti esistono da 250 anni, ma hanno avuto il
suffragio universale per meno di un quarto di quel periodo. La tv a colori, le
carte di credito e le bambole Barbie sono arrivate prima del Vra e resteranno
più a lungo. Il regno della regina Elisabetta II è durato dieci anni in più
rispetto al provvedimento che garantiva la democrazia statunitense.
Il 29 aprile la maggioranza conservatrice
della corte suprema ha portato a termine la sua campagna, durata tredici anni,
contro il Vra. Nel caso Louisiana contro Callais, i giudici hanno limitato
l’uso del fattore razziale nella definizione dei collegi elettorali e la
possibilità per le minoranze di contestare distretti disegnati in modo da
discriminarle.
Spiegando l’opinione della maggioranza, il
giudice conservatore Samuel Alito ha affermato che il fattore razziale è
ammissibile solo quando può essere dimostrata “la discriminazione intenzionale
e concreta rispetto al voto”. In questo modo, la corte ha compromesso ogni
tentativo di rimediare al razzismo – passato e presente – nel modo in cui
vengono disegnati i distretti elettorali.
Nel sud degli Stati Uniti il voto ricalca
le linee di divisione razziale: gli elettori bianchi tendono a scegliere il
candidato che si oppone a quello sostenuto dagli elettori afroamericani. Oggi
la manipolazione dei distretti a svantaggio dei neri può essere facilmente
nascosta presentandola come un semplice tentativo di favorire i repubblicani.
Questa e altre manovre per modificare le
procedure di voto mantenendo una neutralità di facciata sono sfruttate negli
stati del sud per ostacolare la rappresentanza politica dei neri. Il Vra e le
leggi successive avevano riconosciuto il problema, stabilendo che l’unico modo
per arginare la discriminazione era introdurre soluzioni pratiche che tenessero
in considerazione il fattore razziale.
Come le decisioni precedenti legate al
Vra, anche l’ultima sentenza della corte suprema ha apparentemente una portata
limitata, perché non cancella l’intera legge. Tuttavia, anche se l’edificio
rimane in piedi, c’è solo la facciata. La legge – approvata grazie agli sforzi
di attivisti come Fannie Lou Hamer e John Lewis, dei mezzadri del Mississippi e
dei manifestanti dell’Alabama – è praticamente morta.
A prescindere da ciò che succederà alle
elezioni di metà mandato, la politica statunitense è cambiata per sempre. Per
gran parte della storia, gli ex stati confederati hanno fatto di tutto per
ridurre al minimo l’influenza politica delle comunità afroamericane. Ora
potranno ricominciare a farlo con la piena copertura della legge.
Uguaglianza formale
L’ultima sentenza arriva dopo quella del
2022 sul caso Robinson contro Landry, in cui i querelanti neri si sono opposti
a una mappa elettorale approvata dal governo della Louisiana, controllato dai
repubblicani. La mappa ammassava in un’area ristretta gli elettori neri, in
modo da ridurre il loro impatto sul voto a livello statale. La Louisiana elegge
sei deputati alla camera dei rappresentanti, e un terzo degli abitanti dello
stato è composto da afroamericani. I querelanti hanno sostenuto, con successo,
che la suddivisione dei distretti era una manovra illegale, perché all’atto
pratico dimezzava il peso del voto dei neri.
In quell’occasione avevano presentato
alcune mappe alternative che avrebbero protetto l’influenza dei neri, ma alla
fine i tribunali hanno accettato il piano scritto dai repubblicani, tra cui il
governatore Jeff Landry, alleato del presidente Trump. Questa nuova mappa
creava un secondo distretto a maggioranza nera, rispettando formalmente la
sentenza della corte suprema, ma continuava a proteggere la maggior parte dei
candidati repubblicani da ogni rischio di essere sconfitti alle elezioni.
Nell’ultimo decennio la corte suprema ha
concesso agli stati sempre più margine di manovra per manipolare i distretti in
modo da ottenere un vantaggio politico (il cosiddetto gerrymandering). Nel 2019 il tribunale ha stabilito di
non avere l’autorità per bloccare questi provvedimenti, a patto che i politici
non agiscano con l’obiettivo esplicito di discriminare gli elettori in base al
colore della pelle.
Progresso politico
Fino alla sentenza del 29 aprile, i
tentativi di ricorrere al Vra per rimediare al razzismo nella distribuzione dei
seggi tenevano conto del fattore razziale. Dopo il censimento del 1970, i
parlamentari degli stati del sud decisi a ridurre il potere politico dei neri
suddivisero le aree a maggioranza nera in distretti in cui gli afroamericani si
sarebbero ritrovati in minoranza rispetto ai bianchi conservatori. Ma nel 1982
il congresso rispose emendando il Vra per consentire ai tribunali e al
dipartimento di giustizia di bocciare le mappe che diluivano il voto delle minoranze.
Oggi le aree che eleggono molti
parlamentari neri sono chiamate “distretti Vra”, disegnati dagli stati sotto la
supervisione federale per garantire agli elettori delle minoranze la
possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Questo sistema partiva dal
riconoscimento di una serie di circostanze: l’ovvia presenza di un pregiudizio,
sì, ma anche il fatto innegabile che le leggi sulla segregazione in vigore fino
agli anni sessanta erano state scritte in un linguaggio apparentemente neutrale
dal punto di vista razziale, in modo da non violare formalmente la
costituzione.
Il parere del giudice Alito ignora questo
contesto ritenendolo irrilevante e riporta gli Stati Uniti indietro nel tempo,
al 1896, quando il suo collega Henry Billings Brown scrisse che la formula
secondo cui bianchi e neri erano “separati ma uguali” non era in contrasto con
la costituzione, negando l’evidenza di una segregazione creata proprio per
introdurre diverse classi di cittadinanza.
Una prima spallata al Vra era arrivata nel
2013. Allora il giudice della corte suprema John Roberts aveva sostenuto che
l’elezione di tanti parlamentari neri e l’affluenza alle urne degli
afroamericani dimostravano che la discriminazione negli stati e nelle contee
disciplinati dalla legge non era più così grave.
Allo stesso modo, Alito ha svuotato il
meccanismo che ha permesso l’elezione di molti rappresentanti neri, citando la
difficoltà d’identificare la discriminazione intenzionale come prova che le
cose, in America, sono cambiate. Tecnicamente il giudice riconosce che la
discriminazione resta un problema, ma allo stesso tempo fissa criteri quasi
irraggiungibili per dimostrarne l’esistenza.
Questa logica trasforma il Voting rights
act in una legge zombie, una distorsione del suo scopo originario, che oggi
protegge soprattutto i bianchi da qualsiasi tentativo di spezzare il loro
controllo sproporzionato sul processo elettorale.
Molti statunitensi di tutti gli
schieramenti non si rendono conto di quanto siano stati straordinari gli ultimi
sessant’anni. Gran parte di ciò che oggi viene dato per scontato nella scienza
politica è un prodotto recente, reso possibile dal Vra. Oggi gli Stati Uniti si
vantano del livello relativamente basso di violenza politica, ma la situazione
era molto diversa quando uomini e donne venivano linciati solo perché avevano
osato registrarsi per votare. In questi decenni l’accesso ai seggi non è mai
stato adeguato, ma la relativa facilità con cui molte persone hanno partecipato
al processo politico esiste da poco.
Queste trasformazioni strutturali ci hanno
regalato un paese in cui la fiducia nel cambiamento è diventata la norma. Ogni
statunitense ha buone probabilità di conoscere qualcuno che per votare doveva
pagare una tassa o sottoporsi a test di lettura e scrittura, ma che è
sopravvissuto abbastanza da votare per il primo presidente nero.
Mia nonna, che ha da poco compiuto
ottant’anni, era una donna adulta in Mississippi all’epoca della Freedom summer
– la campagna per far registrare i neri in vista del voto nello stato – ed era
una madre quando è stato approvato il Voting rights act.
La mia generazione è stata la prima a
crescere sotto la piena protezione di quella legge, un’epoca in cui per le
persone come noi la politica è stata un’ambizione ragionevole e tutt’altro che
straordinaria. Il Congressional black caucus, che riunisce i deputati
afroamericani, non esisteva fino al 1971, e oggi conta più di sessanta
componenti.
Ora questi numeri caleranno. A cominciare
dalla Louisiana, molti stati controllati dai repubblicani abrogheranno le mappe
basate sul Vra e limiteranno l’influenza dei distretti abitati soprattutto dai
neri, forse già in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Poi
potrebbe toccare all’Alabama, dove la governatrice Kay Ivey ha convocato una
sessione legislativa straordinaria per ridisegnare le mappe statali a meno di
tre settimane dalle primarie.
In Tennessee, Georgia, South Carolina e
Mississippi, i politici repubblicani hanno chiesto pubblicamente sessioni
legislative straordinarie per ridisegnare le mappe alla luce della sentenza
della corte suprema. Anche se queste nuove mappe potrebbero non essere valide
già quest’anno, è solo una questione di tempo e volontà politica.
In base all’opinione della maggioranza
conservatrice della corte suprema, ogni tentativo di trovare un rimedio a
questa tendenza pericolosa sarà considerato illegale. La prospettiva di una
diversità anche minima all’interno delle istituzioni potrebbe sparire
rapidamente.
Detto questo, la rappresentanza al
congresso non è mai stata l’obiettivo finale del Vra, né sarà il principale
problema che dovremo affrontare dopo la distruzione della legge. Come spiegò
Lyndon B. Johnson (il presidente che ratificò il provvedimento) lo scopo era
costringere i nemici della libertà ad “aprire i cancelli dell’opportunità” a
tutti gli statunitensi. Per Johnson i diritti elettorali erano legati alla
“dignità dell’uomo e al destino della democrazia”, mentre la legge in sé doveva
essere uno strumento per proteggere questo destino. Senza il Vra, nessuno statunitense
potrà più credere che la propria dignità sia al sicuro.
I difensori del diritto di voto dei neri
lo avevano capito da tempo: quando i diritti di un cittadino sono calpestati, i
diritti di tutti gli altri cittadini non possono essere considerati davvero
inalienabili. Il Voting rights act è una manifestazione concreta della
dichiarazione d’indipendenza. Per secoli i neri hanno combattuto per il voto,
non solo per far sentire la loro voce all’interno del governo ma per dimostrare
il loro valore, sia agli altri sia a se stessi. Ci sono riusciti, ma solo per
poco. ◆ as
Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 32.
mercoledì 20 maggio 2026
Lo spirito sportivo - George Orwell
Su Tribune, il 14 dicembre 1945, George
Orwell pubblica un articolo che passerà, così come l’evento da cui prende le
mosse, alla storia della cronaca sportiva. Si tratta dell’incontro di calcio
fra la Dinamo Mosca e l’Arsenal, uno dei match che la squadra russa giocò in
quel periodo in Gran Bretagna, e che si caratterizzarono per un livello di
acrimonia e ostilità fra squadre che faceva eco al raffreddamento dei rapporti
internazionali già pienamente in corso fra Regno Unito e URSS dopo la
temporanea alleanza antinazista. È ragionando su questi incontri che Orwell
conia la famosa frase “la guerra senza gli spari”, per descrivere lo spirito
sportivo nell’era dell’agonismo e del prestigio nazionalista.
La rubrica Orwell è tradotta in italiano dalla
traduttrice letteraria Anna Martini.
Ora che la breve trasferta della Dinamo[1] è terminata, si può dire in
pubblico quello che molte persone ragionevoli dicevano in privato, ancor prima
che la squadra di calcio arrivasse. Ovvero, che lo sport è un’inesauribile
fonte di ostilità, e che se questa visita ha avuto un qualche effetto sulle
relazioni anglo-sovietiche, ha potuto soltanto peggiorarle leggermente.
Neppure i giornali sono riusciti a nascondere il fatto
che almeno due della quattro partite giocate hanno provocato forti malumori.
Durante l’incontro con l’Arsenal, come mi ha riferito uno spettatore, un
giocatore inglese e uno russo sono venuti alle mani e il pubblico ha fischiato
l’arbitro. La partita di Glasgow, mi informa un altro, è stata un parapiglia
fin dall’inizio. E poi c’è stata la polemica, tipica di quest’epoca
nazionalistica, riguardo alla formazione della squadra dell’Arsenal. Era
davvero una selezione nazionale inglese, come sostenevano i russi, o una
semplice squadra di club, come sostenevano i britannici? E la Dinamo ha davvero
interrotto bruscamente la tournée per non giocare contro una selezione
nazionale inglese? Come sempre, a queste domande ognuno risponde a seconda
delle sue predilezioni politiche. Non proprio tutti, però. È stato interessante
osservare, quale esempio delle perverse passioni suscitate dal calcio, che il
cronista sportivo del russofilo News Chronicle ha
seguito la linea antirussa, affermando che l’Arsenal non era una selezione
nazionale. Una polemica la cui eco risuonerà per anni nelle note dei libri di
storia. Frattanto l’effetto della tournée della Dinamo, nella misura in cui ha
sortito qualche effetto, sarà stato di creare nuovo malanimo in entrambe le
parti.
E come potrebbe essere altrimenti? Mi sorprende sempre
sentir dire che lo sport crea amicizia tra le nazioni, e che se i popoli del
mondo potessero incontrarsi su un campo da calcio o da cricket, non avrebbero
nessuna voglia di incontrarsi su un campo di battaglia. Se anche non avessimo
esempi concreti (le Olimpiadi del 1936, per esempio) che le competizioni
sportive internazionali scatenano rancori frenetici, potremmo dedurlo dai
principi generali.
Quasi tutti gli sport praticati oggigiorno sono
agonistici. Si gioca per vincere, e il gioco ha poco senso se non si fa tutto
il possibile per vincere. In un campetto di paese, dove ti scegli una squadra e
non c’è di mezzo il patriottismo locale, è possibile giocare per il semplice
divertimento e per l’esercizio fisico; ma quando spunta la questione del
prestigio, quando cominci a sentire che se tu e un gruppo più esteso non
vincete, vi coprirete di vergogna, si destano gli istinti combattivi più
feroci. Lo sa chiunque abbia fatto anche soltanto una partitella di calcio a
scuola. A livello internazionale, lo sport è praticamente una simulazione di
guerra. Ma non tanto è il comportamento dei giocatori ad essere significativo,
quanto l’atteggiamento degli spettatori; e, dietro gli spettatori, quello delle
nazioni che si scalmanano per queste competizioni assurde, e credono
sinceramente – per brevi periodi, almeno – che correre, saltare e prendere a
calci una palla siano prove di virtù nazionale.
Perfino un gioco tranquillo come il cricket, che
dovrebbe esprimere più grazia che forza, può causare forti malanimi, come
abbiamo visto nel caso della polemica sul bodyline[2] e
sul gioco troppo duro della squadra australiana che è stata ospite in
Inghilterra nel 1921. Il calcio, sport in cui tutti si fanno male e per cui
ogni nazione ha un proprio stile di gioco che agli stranieri sembra scorretto,
è molto peggio. Peggiore di tutti è la boxe. Uno dei più orribili spettacoli al
mondo è un incontro fra pugili bianchi e di colore davanti a un pubblico misto.
Ma il pubblico della boxe è sempre disgustoso, e in particolare il
comportamento delle donne è tale che, se non erro, l’esercito vieta loro di
assistere agli incontri dei suoi atleti. Ad ogni modo, due o tre anni fa,
quando la Home Guard e le truppe regolari hanno organizzato un torneo di
pugilato, mi hanno messo di guardia all’ingresso della sala, con l’ordine di
non lasciar entrare le donne.
In Inghilterra, l’ossessione per lo sport non è uno
scherzo, ma passioni ancora più violente si accendono nei paesi giovani, dove
l’attività sportiva e il nazionalismo sono sviluppi recenti. In paesi come
l’India o la Birmania, alle partite di calcio sono necessari robusti cordoni di
polizia per impedire alla folla di invadere il campo. In Birmania, ho visto i
sostenitori di una squadra sfondare lo sbarramento di polizia e intralciare il
portiere avversario in un momento cruciale. La prima partita di calcio
importante giocata in Spagna, una quindicina d’anni fa, terminò in un tumulto
incontrollabile. Quando si destano forti sentimenti di rivalità, l’idea di
giocare secondo le regole svanisce sempre. La gente vuole vedere una parte
esaltata e l’altra umiliata, e dimentica che una vittoria ottenuta tramite
l’inganno o l’intervento della folla è priva di senso. Anche quando gli
spettatori non intervengono fisicamente, cercano di influenzare la partita
incitando la propria squadra ed esasperando gli avversari con fischi e insulti.
Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È pervaso da odio,
gelosia, vanagloria, disprezzo di ogni regola e piacere sadico di fronte alla
violenza: in altre parole, è guerra senza gli spari.
Invece di blaterare della innocente e salutare
rivalità del campo di calcio e del grande contributo dei giochi olimpici
all’unione fra i popoli, è più utile chiedersi come e perché sia nato questo
moderno culto dello sport. Quasi tutte le attività sportive che oggi pratichiamo
hanno origini antiche, ma tra l’epoca romana e il XIX secolo lo sport non
sembra essere stato preso molto sul serio. Perfino nei collegi inglesi il culto
dello sport ebbe inizio soltanto sul finire del secolo scorso. Il dottor
Arnold, generalmente considerato il fondatore della moderna public school, lo considerava solo una perdita di
tempo. Poi, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, le discipline
sportive divennero progressivamente attività fortemente finanziate, capaci di
attirare enormi folle e di suscitare passioni feroci, e il contagio si diffuse
da un paese all’altro. Ad essersi affermati sono soprattutto gli sport più
violentemente combattivi, come il calcio e il pugilato. Non ci possono essere
molti dubbi sul fatto che tutto ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo,
cioè alla stravagante abitudine moderna di identificarsi con grandi unità di
potere e di vedere ogni cosa in termini di prestigio competitivo. Inoltre, è
più probabile che gli sport organizzati si sviluppino nelle comunità urbane,
dove l’essere umano medio conduce una vita sedentaria o almeno limitata nello
spazio, e ha scarse occasioni di dedicarsi a un lavoro creativo. In una
comunità rurale, un ragazzo o un giovane smaltisce molta energia in eccesso
camminando, nuotando, tirando palle di neve, arrampicandosi sugli alberi,
andando a cavallo e praticando vari sport crudeli verso gli animali, come la
pesca, i combattimenti fra galli e la caccia ai ratti con i furetti. In una
grande città, se si vuole dar sfogo alla forza fisica o agli impulsi sadici,
bisogna indulgere in attività di gruppo. Le gare sono prese sul serio a Londra
e a New York, come lo erano a Roma e a Bisanzio: si disputavano nel Medioevo, e
probabilmente con molta brutalità fisica, ma non si mischiavano alla politica
né erano causa di odii collettivi.
Non ci possono essere molti dubbi sul fatto che tutto
ciò sia legato all’ascesa del nazionalismo, cioè alla stravagante abitudine
moderna di identificarsi con grandi unità di potere e di vedere ogni cosa in termini
di prestigio competitivo.
Se si volesse accrescere l’immensa riserva di ostilità
che esiste in questo momento nel mondo, credo che il modo migliore sarebbe
organizzare una serie di partite di calcio fra ebrei e arabi, tedeschi e cechi,
indiani e britannici, russi e polacchi, italiani e jugoslavi, ciascuna davanti
a un pubblico misto di centomila spettatori. Certo, non voglio affermare che lo
sport sia una delle cause principali della rivalità tra nazioni; lo sport su
vasta scala è esso stesso, credo, soltanto l’ennesimo effetto delle cause che hanno prodotto il
nazionalismo. Comunque è
vero che si peggiorano le cose, mandando in campo una squadra di undici uomini
con l’etichetta di campioni nazionali a battersi contro una squadra avversaria,
assecondando la sensazione che la nazione sconfitta “perderà la faccia”.
Spero, quindi, che non daremo seguito alla visita
della Dinamo mandando una squadra britannica in URSS. Se proprio dobbiamo,
allora mandiamo una squadra di secondo piano, che sarà certamente battuta e che
nessuno possa considerare rappresentativa dell’intera Gran Bretagna. Abbiamo
già fin troppe preoccupazioni vere, e non c’è bisogno di crearne altre incoraggiando
dei giovanotti a prendersi a calci sugli stinchi fra i ringhi di spettatori
inferociti.
[1] Dinamo Mosca, la prima squadra
di calcio sovietica ospitata in Occidente. Questa trasferta in Gran Bretagna è
un evento leggendario nella storia del calcio post-bellico. (NdT)
[2] Tattica di lancio aggressiva,
diretta verso il corpo del battitore, per intimidirlo e fargli male; pericolosa
anche perché all’epoca si giocava senza il casco o altre protezioni. (NdT)
