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mercoledì 22 aprile 2026

Una filiale a Singapore in cui spostare i profitti: i trucchi fiscali di Tesla. Che anche nel 2025 ha pagato zero tasse negli Usa - Chiara Brusini

 

Anche nel 2025 Tesla ha dichiarato negli Usa un’imposta federale pari a zero. Non è una novità: la casa automobilista di Elon Musk è notoriamente tra i big che, complici perdite pregresse, crediti d’imposta e altri meccanismi che riducono l’imponibile, da anni non pagano tasse. Solo in uno degli ultimi vent’anni, il 2023, ha versato al fisco Usa una cifra tra l’altro ridottissima, 48 milioni a fronte di un imponibile di 10,8 miliardi. Ma dove finiscono gli utili generati da un gruppo che continua a realizzare una quota rilevante del fatturato proprio sul mercato americano? Un’analisi di Reuters arriva alla conclusione che, attraverso una struttura che collega Paesi Bassi e Singapore, Tesla abbia convogliato circa 18 miliardi di dollari di profitti tra il 2023 e l’inizio del 2025 verso entità che non risultano tassate né in Europa né nella città-Stato asiatica. Il perno è una partnership olandese formalmente non residente e senza dipendenti, che funge da snodo contabile verso una holding a Singapore.

Un primo indizio era emerso lo scorso anno da un’inchiesta di Follow the Money: in Europa Tesla concentra volumi enormi di ricavi, soprattutto nei Paesi Bassi, ma dichiara margini minimi. In Germania, la gigafactory di Grünheide opera con una redditività molto compressa perché per ogni auto prodotta riceve da Tesla Motors Netherlands (Tmn), il quartier generale europeo, solo un piccolo margine oltre ai costi di produzione sostenuti. L’inchiesta ipotizzava che gli utili effettivi venissero spostati in un altro Paese con aliquote molto agevolate.

Reuters fa un passo in più ricostruendo come Tesla Motors Singapore Holdings sia stata il terminale di un ingentissimo spostamento di utili da TM International, registrata presso le autorità olandesi come “società di persone” non residente, priva di dipendenti e non tenuta a pagare tasse nel Paese. La filiale di Singapore ne detiene oltre il 99%. I documenti visionati dall’agenzia non spiegano cosa faccia quella società e dove abbia generato i propri profitti. Domande a cui nemmeno le autorità fiscali olandesi e singaporiane hanno voluto rispondere. I numerosi esperti consultati ipotizzano però che la capogruppo abbia deciso di trasferire all’estero parte dei suoi diritti di proprietà intellettuale – brevetti, software, know-how – per ridurre la tassazione. Non è chiaro che ruolo abbia avuto Tesla Motors Netherlands, che nel 2023 e 2024 – ultimi anni per cui sono disponibili i dati – ha fatturato 28 miliardi l’anno, quasi il 30% del fatturato totale del gruppo. I documenti contabili non spiegano se abbia gli utili dichiarati da TM International siano arrivati da lì. Un manager incontrato dal cronista di Reuters, che su LinkedIn si presenta come “Direttore finanziario Ue“, si è limitato a dire che “tutto viene deciso ad Austin“, in Texas, sede centrale del gruppo.

Il meccanismo del profit shifting è ben noto e ampiamente utilizzato dalle multinazionali per minimizzare il proprio carico fiscale. Elon Musk, ai tempi della campagna per le presidenziali a cui ha partecipato nelle vesti di primo finanziatore di Donald Trump, si era detto contrario a simili pratiche “losche“: “Mi vengono spesso presentate queste scappatoie. E io rispondo: ‘Non credo che dovremmo farlo'”, aveva dichiarato durante un comizio in Pennsylvania nel 2024. Come se fosse ignaro del fatto che già dieci anni prima Tesla, nel suo rapporto annuale, spiegava di aver stipulato un “accordo di condivisione dei costi” con filiali estere non specificate. Il Congresso degli Stati Uniti e l’Internal revenue service, ricorda Reuters, ritengono che accordi del genere siano potenziali strumenti di elusione fiscale.

C’è però un elemento nuovo che complica ulteriormente la lettura. Nell’ultimo rapporto annuale, Tesla segnala che oltre il 90% dei profitti globali nel 2025 è stato registrato negli Stati Uniti: negli anni precedenti la quota era molto più bassa, sotto il 30%. Secondo gli esperti, questo potrebbe indicare una riorganizzazione della struttura fiscale internazionale: dopo aver spostato utili all’estero negli anni passati, il gruppo potrebbe aver iniziato a riportarli negli Usa, sfruttando i crediti fiscali accumulati per attenuarne l’impatto. Prima di cambiare rotta, comunque, il gruppo ha risparmiato almeno 400 milioni di dollari di tasse, stima Reuters.

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mercoledì 21 gennaio 2026

Dai milionari di Milano ai dati sulla ricchezza in Italia, l’esperto: “Dietro la concentrazione anche il fisco iniquo. Cambiare Irpef e tasse di successione” - Chiara Brusini

 

Ha fatto molto discutere la classifica secondo cui Milano sarebbe la città con più milionari al mondo in rapporto alla popolazione, davanti a New York e Londra. Stime riportate dal Sole 24 Ore sulla base di una classifica diffusa mesi fa da Henley & Partners, società direttamente interessata al tema visto che procura passaporti d’oro ai super-ricchi e fa consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro, senza indicare con chiarezza la fonte dei dati. Che se non altro hanno riacceso l’attenzione sulle disuguaglianze crescenti, fotografate solo ieri dal rapporto di Oxfam Disuguitalia, e sugli effetti di politiche fiscali che favoriscono in maniera sproporzionata i super ricchiIlfattoquotidiano.it ne ha parlato con Salvatore Morelli, associato di Economia pubblica a Roma Tre e direttore del GC Wealth Project allo Stone center sulle disuguaglianze socio economiche dell’università di New York, che raccoglie e mette a disposizione online i dati sulle disuguaglianze di ricchezza nei vari Paesi, sulla tassazione delle successioni e la composizione dei patrimoni.

Professore, conosciamo così nel dettaglio la distribuzione dei patrimoni in Italia da poter dire quanti ce ne sono in ogni città?
No, non ci sono dati pubblici e dettagliati che permettano di identificare “chi sono” i milionari e, soprattutto, quanti siano in una specifica città. Esiste l’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia, che raccoglie informazioni dettagliate sul valore di attività immobiliari e finanziarie. Ma si tratta di una survey sulle famiglie (non individui), che consente di ricostruire la distribuzione della ricchezza a livello nazionale, al massimo con qualche dettaglio per macro-regioni. E ha un limite: si basa su un campione e da lì estrapola informazioni su milioni di nuclei. È insufficiente per stime robuste sulla grande ricchezza milionaria, anche perché le famiglie più ricche sono più difficili da intercettare meno propense a partecipare ai sondaggi.

Un suo paper scritto con Paolo Acciari e Facundo Alvaredo usa però una metodologia alternativa.
Abbiamo utilizzato dati amministrativi di natura fiscale legati alle dichiarazioni di successione: è una fotografia della ricchezza che viene trasmessa alla morte. In quelle dichiarazioni rientrano beni finanziari e immobiliari e l’incentivo a dichiarare in modo accurato è relativamente alto: chi trasferisce ricchezza ha interesse a una rappresentazione corretta. In più consentono di osservare una quota molto ampia della popolazione di riferimento: in Italia la copertura è tra le più alte al mondo, oltre il 65%. Ovviamente i deceduti non sono un campione rappresentativo, ma se si conoscono i tassi di mortalità è possibile “riportare” queste informazioni alla popolazione dei vivi, come abbiamo fatto nel paper.

Sulla base dei vostri dati è credibile che a Milano vivano 115mila milionari in termini di patrimonio liquido, uno ogni 12 abitanti?
Se fosse vero vorrebbe dire che negli ultimi anni abbiamo avuto un aumento così ampio dei milionari da stravolgere qualsiasi informazione che abbiamo sulla distribuzione della ricchezza. Nel 2016 la soglia per far parte dell’1% degli adulti più ricchi in Italia era pari a circa 1,4 milioni di euro di patrimonio netto e circa il 55% della ricchezza di quell’élite risultava composta da patrimonio reale, cioè immobili e terreni. Il valore soglia è relativamente stabile nel tempo: immaginiamo che nel 2025 sia salito un po’, a 1,5 milioni. A Milano è plausibile che risulti più alta del 50% rispetto alla media nazionale, a circa 2,2 milioni di euro, e che sia maggiore (60% contro una media del 45%) la quota di ricchezza finanziaria e imprenditoriale. Quindi la soglia di patrimonio finanziario minimo per identificare l’1% più ricco sarebbe di circa 1,32 milioni. Usando quella di 1 milione, ricadrebbe in quella platea il 2% degli adulti residenti: circa 1 ogni 50. Non l’8% come implica la statistica usata per stilare quella classifica. Vero che è costruita contando tutti i residenti e non solo gli adulti, ma non basta per giustificare la distanza tra le due stime.

Tutte le stime comunque testimoniano che la disuguaglianza di ricchezza è in aumento…
Sì, lo rilevano anche le stime ufficiali fornite dal servizio studi di Bankitalia che elabora l’indagine campionaria condotta a livello europeo per allinearla ai conti nazionali. Il top 5% delle famiglie, l’ultimo gradino osservabile con queste statistiche, concentra il 50% della ricchezza. La quota italiana è più alta della media europea e risulta in crescita, coerentemente con quanto emerge usando la metodologia basata sulle successioni.

Cosa c’è dietro?
Molti fattori: da un lato la concentrazione dei redditi, perché chi guadagna di più ha capacità di risparmio più elevata, mentre per le famiglie a basso e medio reddito il tasso di risparmio nel nostro Paese è crollato rispetto alle medie storiche. Questo spiega una parte della dinamica. Poi va considerato il fisco, che è sbilanciato e tratta con più favore chi ha redditi e patrimoni più elevati: per i ricchi l’aliquota media è più bassa. Tra i vari regimi di favore è fondamentale l’imposta di successione, perché quello è anche uno dei canali di concentrazione dei patrimoni. La tassazione delle successioni in Italia è particolarmente poco progressiva e la sua progressività è stata ridotta in maniera vistosa negli anni, il che crea occasioni di accumulazione notevoli soprattutto per chi riceve i patrimoni più ingenti. Platea che tendenzialmente comprende persone già molto benestanti.

Quanto pesa il “regime opzionale”, cioè la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017?
Dopo l’abolizione lo scorso anno del regime favorevole per i residenti non domiciliati che era in vigore in Gran Bretagna, quella misura è diventata ancora più attrattiva. Permette a persone con grandi patrimoni di stabilire la residenza fiscale nel nostro Paese, versare un forfait e ottenere un’esenzione dalla tassazione dei redditi esteri ai fini Irpef, oltre a non pagare l’imposta sul valore degli immobili all’estero (Ivie) e quella sulle attività finanziarie all’estero (Ivafe). Non solo: esenta anche dalle imposte di successione sui patrimoni che provengono dall’estero. In pratica il fisco “dimentica chi sei” e non ti chiede nemmeno di fornire dati che consentano di capire quanto gettito stiamo perdendo per effetto di questo “scudo”.
Sarebbe urgente avere dati tempestivi sul numero di persone che aderiscono e l’Agenzia delle Entrate dovrebbe dotarsi di un nucleo ad hoc responsabile della gestione dei cosiddetti “high net worth individuals”: negli Usa è emerso che ogni euro investito dall’Internal revenue service per il monitoraggio di quei contribuenti frutta 12 dollari in termini di riduzione dell’evasione e gettito aggiuntivo.

Da dove dovrebbe partire un governo interessato a ridurre le disuguaglianze?
La base è ciò che succede sui mercati: la distribuzione di profitti, salari e redditi. Se guardiamo allo step successivo, quello in cui interviene lo Stato, la priorità è fermare l’erosione della base imponibile Irpef, imposta che ormai viene pagata quasi solo da dipendenti e pensionati. Non è più sostenibile un’imposta sui redditi che vale per alcuni e non per altri, uno spezzatino fiscale in cui ognuno sceglie l’aliquota più conveniente. È un sistema estremamente iniquo.
Poi bisognerebbe intervenire sull’imposta di successione, che può essere usata per incentivare la redistribuzione del capitale produttivo e ridurre la concentrazione di ricchezza e le disuguaglianze estreme. Dal punto di vista teorico va sicuramente aumentata, anche se è sono consapevole che è diventata una delle imposte più odiate.

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Milano capitale mondiale dei milionari: sono 115mila, uno ogni 12 abitanti. Più che a New York e Londra

Ogni 12 iscritti all’anagrafe, neonati compresi, c’è un milionario. Inteso come una persona con patrimonio liquido superiore a 1 milione di euro senza contare gli eventuali immobili. È l’incredibile statistica su Milano che emerge da un’analisi di Henley&Partners – società specializzata nel procurare “passaporti d’oro” ai super-ricchi e nelle consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro – stando alla quale il capoluogo lombardo è in cima alla classifica mondiale delle città per rapporto tra residenti e molto benestanti. A New York, per fare un confronto, i milionari sono uno ogni 22 abitanti, a Londra uno ogni 41, a Roma uno ogni 54, a Parigi uno ogni 14.

Se si guarda al numero assoluto, riporta Il Sole 24 Ore, con 115mila milionari la città si piazza undicesima. Ed è diciannovesima per presenza di centimilionari (182 in tutto): Milano ne registra uno ogni 7.962 abitanti, calcola il quotidiano di Confindustria, vicina a Los Angeles (uno ogni 7.558) e Parigi (nella sola città intra muros uno ogni 7.743 residenti) e molto avanti rispetto a New York (uno ogni 10.757 abitanti) e Londra (uno ogni 25.244). Quanto ai miliardari, all’ombra della Madonnina se ne contano 17 sui 79 totali che risiedono in Italia.

Dietro c’è, dice la società di consulenza, la centralità del capoluogo come polo della finanza, moda e design. Ma ovviamente pesa moltissimo la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017 che consente a chi trasferisce la residenza in Italia di pagare una cifra fissa (aumentata a 300mila euro dall’ultima legge di Bilancio) su tutti i redditi esteri. La misura ha permesso ad alcune migliaia di contribuenti stranieri – 3.983 dal 2018 al 2023, secondo l’ultima ricognizione della Corte dei Conti, anche se la la stessa persona potrebbe aver aderito per più anni – di non dichiarare al fisco i propri dividendi e guadagni da investimenti in azioni e cavarsela versando un forfait. Senza dove dimostrare di aver investito nel tessuto produttivo locale. Il Sole aggiunge che ad attirare i super ricchi è anche il fatto che l’Italia sia di fatto un paradiso delle successioni, visto che l’aliquota si ferma al 4% per i trasferimenti a coniuge, figli e nipoti mentre la media Ocse è del 15%.

Il tutto in una città che è prima in Italia per disuguaglianze di reddito tra zone centrali e periferie e dove un lavoratore su tre percepisce un reddito che non gli consente di affrontare il costo della vita. Anche perché la concentrazione di super ricchi ha drogato il mercato immobiliare, aumentando a dismisura la domanda di immobili di lusso e super lusso. Non solo: l’attrattività – reale e percepita – della città e il continuo flusso di investimenti hanno gonfiato i prezzi anche nelle zone periferiche. Con un aumento medio, stando alle principali agenzie immobiliari, di oltre il 40% rispetto al pre pandemia. Sempre Il Sole rileva che il prezzo medio oggi supera i 6mila euro al mq, con punte che superano gli 11mila euro nel centro storico. Se si tratta di immobili di pregio si arriva a picchi di 27.000 euro nel Quadrilatero e a Brera. Intanto 60mila persone, tra città e hinterland, sono in attesa di una casa popolare.

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giovedì 11 dicembre 2025

“Lo 0,01% ha tre volte più ricchezza della metà più povera dell’umanità. Ma la disuguaglianza non è inevitabile: è una scelta politica dei governi” - Chiara Brusini

 

Il World Inequality Report 2026 del World Inequality Lab, co-diretto da Thomas Piketty con Emmanuel Saez e Gabriel Zucman alla guida scientifica, conferma che quando i governi rinunciano alla progressività fiscale e alla redistribuzione i divari tra ricchi e poveri si allargano. E rilancia la proposta di una tassa minima per i miliardari

 

La lotta alla disuguaglianza, ormai un’emergenza globale, non può e non deve essere solo materia su cui si esercitano think tank e convegni accademici. È una scelta politica ed è la politica a doversene assumere la responsabilità. È il messaggio che arriva dal World Inequality Report 2026, la nuova indagine del World Inequality Lab, osservatorio co-diretto da Lucas ChancelThomas Piketty e Rowaida Moshrif, con Facundo AlvaredoEmmanuel Saez e Gabriel Zucman alla guida scientifica: il gotha mondiale della ricerca sul tema. La loro analisi aggiornata conferma ancora una volta che quando i governi rinunciano alla progressività fiscale e alla redistribuzione, i divari tra ricchi e poveri si allargano. E oggi i sistemi di tassazione di gran parte dei Paesi avanzati contribuiscono a quell’allargamento, perché consentono a chi si piazza in cima alla piramide dei redditi di pagare molto meno degli altri.

“La storia, l’esperienza dei diversi Paesi e la teoria mostrano che l’attuale livello estremo di disuguaglianza non è inevitabile. Una fiscalità progressiva, forti investimenti sociali, standard di lavoro equi e istituzioni democratiche hanno ridotto i divari in passato e possono farlo di nuovo”, scrivono nella prefazione l’economista Jayati Ghosh e il premio Nobel Joseph Stiglitz, tra gli esperti a loro volta incaricati dalla presidenza sudafricana del G20 di stilare un rapporto ad hoc. “Il World Inequality Report fornisce la base empirica e la cornice intellettuale per capire come intervenire”.

 

Il 37% della ricchezza globale all’1% più ricco

Oggi, calcola il World Inequality Lab nel suo terzo rapporto basato sul lavoro di 200 accademici, il 10% più ricco della popolazione mondiale incassa il 53% del reddito totale e detiene il 75% della ricchezza mentre la metà più povera si ferma rispettivamente all’8% e al 2%. Non è una “legge naturale dell’economia”. Sono le conseguenze cumulative di scelte politiche: riduzione dell’imposizione sui più abbienti, tagli al welfare, arretramento dello Stato come garante di servizi e investimenti collettivi. È il punto di caduta di un trentennio (1995-2025) durante il quale il 50% più indigente ha intercettato appena l’1,1% dell’incremento totale della ricchezza globale a fronte del 37% che è finito in tasca all’1% più ricco. E in Italia? La disuguaglianza risulta in aumento lento ma costante. Negli ultimi dieci anni il rapporto tra il reddito medio del top 10% e quello della metà più povera è salito da 14 a 15. Oggi il 10% più ricco assorbe circa il 32% del reddito totale, mentre il 50% più povero si ferma al 21%. Sul fronte patrimoniale le distanze sono molto più accentuate: il top 10% possiede il 56% della ricchezza nazionale e l’1% supera da solo il 22%.

Il fisco iniquo

Il fisco ha fatto la sua parte: in molti Paesi i miliardari finiscono per pagare aliquote effettive quasi nulle grazie a elusione e strutture societarie che permettono di posticipare o evitare la distribuzione di dividendi e la realizzazione di plusvalenze in modo da non generare reddito tassabile. In media, a livello globale versano circa il 20%, ben al di sotto rispetto alla pressione fiscale subita da contribuenti con redditi medi. Anche quando sono soggetti a imposizione, del resto, i guadagni in conto capitale sono tassati meno del lavoro. Il risultato è che dagli anni Novanta la ricchezza dei multi-milionari è triplicata e lo 0,001% – circa 60mila persone, che starebbero comodamente in uno stadio – controllano tre volte più denaro della metà più povera dell’umanità, composta da 2,8 miliardi di persone.


I divari tra regioni

Un adulto medio in Nord America e Oceania dispone di un reddito pari al 290% della media mondiale e di un patrimonio che arriva al 338% della media. In Europa le percentuali sono più basse (215 e 224% rispettivamente) ma comunque abbondantemente sopra la media globale. All’estremo opposto, in Africa subsahariana l’adulto medio sopravvive con un reddito pari al 30% del livello mondiale e una ricchezza che non arriva al 20%. In concreto, ogni giorno un cittadino statunitense dispone di circa 125 euro, contro i 10 euro di un abitante dell’Africa subsahariana. Anche all’interno di ciascun continente la frattura tra ricchi e poveri è estrema: in Russia e Asia centrale il top 10% guadagna 141 volte il reddito medio della metà più povera, in Nord America e Oceania il rapporto è 72 a 1 e in Europa, il continente più egualitario, il divario è comunque 19 a 1. Quanto alla ricchezza, in tutte le regioni il 10% più abbiente controlla ben oltre la metà di quella complessiva.

La disuguaglianza come scelta politica

“La disuguaglianza non è un destino, ma una scelta”, ribadiscono Ghosh e Stiglitz nella chiusa della loro introduzione. Dove i sistemi pubblici restano più robusti, infatti, tasse e trasferimenti riescono a ridurre le disuguaglianze in modo significativo. Vale a dire che se il gap aumenta è perché la politica ha deciso di stare a guardare, invece di adottare misure per affrontare il problema. Le vie per farlo sono numerose: investimenti pubblici in istruzione e salute, che secondo gli autori sono “tra i più potenti strumenti di riequilibrio”, trasferimenti monetari e sussidi di disoccupazione insieme a supporti mirati ai nuclei vulnerabili, riduzione dei gap di genere. E ovviamente politiche fiscali.

Perché serve una tassa minima globale sui miliardari

Una tassa minima globale su miliardari e centimiliardari sul modello di quella proposta da Gabriel Zucman ed elaborata dal suo Eu Tax Observatorydiscussa anche dai leader del G20, sarebbe “tecnicamente realizzabile, gestibile sul piano amministrativo e politicamente trasformativa”. Fissando l’aliquota al 2% la regressività al vertice verrebbe neutralizzata e portandola al 3% il sistema tornerebbe progressivo. Al tempo stesso i governi potrebbero raccogliere cifre pari rispettivamente allo 0,45% o allo 0,67% del pil mondiale con cui finanziare investimenti decisivi in istruzione, sanità e adattamento climatico, settori penalizzati dai bilanci pubblici “magri” dei Paesi occidentali e sottofinanziati da sempre in quelli più poveri. Basti dire che nel 2025 la spesa pubblica per istruzione per ogni giovane tra 0 e 24 anni è stata di 220 euro in Africa subsahariana, contro i 7.430 euro dell’Europa e i 9.020 del Nord America.

I ricchi responsabili della crisi climatica

Il tema climatico è un’altra bomba politica. Il 10% più ricco del mondo è responsabile del 77% delle emissioni legate alla proprietà di capitale e del 47% di quelle da consumo. La metà più povera non supera il 3% e il 10%, rispettivamente. Ma chi contribuisce meno alla crisi climatica è anche chi ne paga il prezzo più alto: secondo il rapporto, le famiglie a basso reddito sopportano il 75% delle perdite economiche globali legate al riscaldamento. Anche in questo caso, le soluzioni – se c’è la volontà politica – non mancano. Sovvenzioni climatiche mirate, combinate con una tassazione progressiva, possono accelerare l’adozione di tecnologie a basse emissioni. E tasse ad hoc accompagnate a paletti sui consumi di lusso e sugli investimenti ad alta intensità di carbonio possono contribuire a ridurre le emissioni dei Paperoni.

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lunedì 6 ottobre 2025

Chi paga le tasse in Italia: solo 33,5 milioni versano qualcosa. Il 76% dell’Irpef arriva da 11 milioni di contribuenti - Chiara Brusini

Tre quarti degli italiani dichiarano meno di 29mila euro e pagano meno di un quarto dell’Irpef. Il resto del peso dell’imposta sui redditi si concentra su poco più di un quarto dei contribuenti. L’annuale analisi dell’Osservatorio sulle dichiarazioni dei redditi di Itinerari Previdenziali, che parla di “ceto medio in trappola”, conferma diverse verità scomode. Il 76,87% dell’imposta è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti. A fronte di 42,6 milioni di italiani che presentano dichiarazione, solo 33,5 milioni (il 57% della popolazione) versano qualcosa allo Stato perché gli altri guadagnano troppo poco o hanno l’imposta compensata dal trattamento integrativo, l’ex bonus Renzi di 80 euro poi reso strutturale e portato a 100 euro al mese. I dati sono quelli delle dichiarazioni dei redditi 2024, relative all’anno prima, che ilfattoquotidiano.it aveva esaminato a luglio pubblicando una tabella interattiva che consente di scoprire facilmente quanto dichiarano e quanto pagano le varie fasce di reddito.

L’Irpef come è noto pesa quasi per l’85% su lavoratori dipendenti e pensionati, cioè su chi non ha possibilità di occultare redditi. Mentre chi ha redditi da capitale, affitti o attività autonome può contare su aliquote sostitutive, regimi agevolati e, in troppi casi, sul nero. Risultato: l’imposta viene pagata per il 40% da chi guadagna meno di 50mila euro. La fascia che contribuisce di più in percentuale è quella dei 4,3 milioni di italiani che dichiarano tra 29mila e 35mila euro, cioè 2.500 euro lordi al mese, tredicesima e quattordicesima incluse. Una condizione ben lontana dall’agio evocato dalla definizione “ceto medio”.

Il 37,98% dei contribuenti dei primi scaglioni paga invece solo l’1,19% dell’Irpef. Oltre 1,1 milioni di persone denunciano un reddito nullo o negativo e non pagano nulla. Poi c’è la fascia che guadagna fino a 7.500 euro lordi l’anno, in cui si collocano 7,3 milioni di contribuenti (il 17,1%) con Irpef media di appena 26 euro a testa. Tra i 7.500 e i 15mila euro lordi ci sono altri 7,7 milioni di persone, il 18% del totale, con imposta media di 296 euro l’anno. Aggiungendo anche i 5 milioni che dichiarano da 15mila a 20mila euro l’anno lordi, che versano in media 1.311 euro pari al 4,55% del totale, si arriva al 49,9% dei contribuenti, che versano nel complesso solo il 5,64% dell’intera Irpef.

Alla sommità della piramide ci sono invece 145mila che denunciano oltre 200mila euro, su cui ricade il 10,7% dell’Irpef. La quota è importante, ma il fatto che quei contribuenti siano appena lo 0,34% del totale (e il numero comprende anche gli autonomi fuori dal perimetro della flat tax) segnala l’altra grande anomalia del sistema: l’evasione diffusa in tutte le attività economiche, testimoniata dai voti di affidabilità fiscale delle partite Iva soggette agli indici ad hoc dell’Agenzia delle Entrate.

“Malgrado il miglioramento di Pil e occupazione il 43,15% degli italiani non ha redditi e, di conseguenza, vive a carico di qualcuno”, ha commentato Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentando alla Camera lo studio realizzato con la Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità. “Sono invece 1.184.272 i soggetti (in aumento di oltre 170mila unità sullo scorso anno) che denunciano un reddito nullo o negativo, non pagando quindi né tasse né contributi”. Un quadro che rende sempre più complicato finanziare il welfare. “Da troppo tempo”, sostiene Brambilla, “lo Stato italiano pare poggiarsi sul pericoloso binomio ‘meno dichiari e più avrai dallo Stato’ che, in assenza di controlli e combinato a un eccesso di assistenzialismo, incoraggia elusione e lavoro nero. Giusto aiutare chi ha bisogno, così come garantire a tutti diritti primari, ma, al tempo stesso, non si può trascurare quanto queste cifre siano verosimilmente gonfiate da economia sommersa ed evasione fiscale per le quali primeggiamo in Europa: è davvero credibile che quasi la metà degli italiani viva con circa di 10mila euro lordi l’anno”.

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giovedì 2 ottobre 2025

Filantropia (al posto delle tasse) e creazione di posti di lavoro (presunti): così la grande finanza giustifica le disuguaglianze globali - Chiara Brusini

 

Dall’Europa all’India, dalla Cina alla Russia. Le disuguaglianze economiche crescono ovunque da decenni. La quota di reddito che finisce in tasca al 50% più povero della popolazione mondiale è in calo dal 1820, mentre quella del 10% più ricco aumenta. Negli Stati Uniti, tra il 1989 e il 2021 la retribuzione dei top manager è salita del 1.460% mentre quella di un lavoratore medio appena del 18%. Un manipolo di miliardari detiene la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità. Ma non per tutti la voragine che separa l’1% più facoltoso da tutti gli altri è un problema, una minaccia per la democrazia e per la stabilità sociale. Alcuni la giustificano, altri la celebrano. Con motivazioni trite – la convinzione che il benessere economico individuale sia il giusto trionfo della meritocrazia – o assai più sofisticate: per esempio molti manager di fondi speculativi raccontano a se stessi che fare un sacco soldi nella finanza grazie alle commissioni incassate dai fondi pensione stimola l’imprenditorialità e crea posti di lavoro.

Sono “logiche di accettazione“, spiegano i sociologi Francesco Duina, docente al Bates college, e Luca Storti , professore associato all’università di Torino, in The Social Acceptance of Inequality (Oxford University Press, 2025), che legittimando la disuguaglianza ne assicurano la riproduzione. I due curatori hanno raccolto i contributi di 19 tra docenti e ricercatori europei, americani, cinesi e indiani, con l’obiettivo di tentare per la prima volta un’analisi a tutto tondo su quelle logiche. Che siano culturali (la fede nell’American dream in base alla quale la ricerca del successo è un valore intrinseco), economiche (le disuguaglianze sono effetti non voluti di processi economici nel complesso positivi), etniche (chi appartiene a un certo gruppo è intrinsecamente superiore) o morali, le più insidiose perché presuppongono che la ricchezza sia giusta e meritata ricompensa di un duro lavoro e la povertà il risultato di incompetenza o pigrizia.

Il risultato è affascinante, anche perché la quota di popolazione che corrisponde all’identikit dei “difensori delle disuguaglianze” è minoritaria ma non minuscola: Lucy Barnes, docente alla University College London, analizzando i dati di 29 Paesi evidenzia che si parla dell’8% del campione, un segmento trasversale per età, livello di istruzione, reddito e genere. Anche se in alcune aree la propensione all’accettazione e normalizzazione è molto più marcata. Cary Wu, professore associato alla canadese York University, documenta che in Cina, nel 2019, a giustificare i divari di reddito era oltre il 60% degli abitanti. Mentre nella Svezia nota in passato per le generose politiche di accoglienza Arvid Lindh (università di Stoccolma) trova un diffuso sostegno a misure di welfare discriminatorie nei confronti di migranti.

A calamitare l’attenzione è però il capitolo 3, in cui Megan Tobias Neely, professoressa associata alla Copenhagen Business School e affiliata allo Stanford University’s Women’s Leadership Innovation Lab, entra nelle menti di oltre un centinaio tra manager di hedge fund, venture capitalist e fondatori di startup tecnologiche tra New York, la California e il Texas, intervistandoli e seguendoli ad eventi e incontri di lavoro. Per gran parte di loro la concentrazione di ricchezza non solo non è preoccupante, ma rappresenta una virtù. Per i venture capitalist significa essere in grado di sostenere imprese innovative che potrebbero cambiare il mondo (anche se in realtà i capitali si concentrano su app e software rapidi da monetizzare). O, semplicemente, finanziare infrastrutture e creare lavoro: un benemerito “trickle down” in un mondo in cui “la maggior parte delle persone guadagna il proprio salario e poi se lo spende tutto nel corso della vita”. Per molti manager attivi nei fondi speculativi nel fare “soldi a pacchi” c’è anche un intrinseco valore morale, visto che oltre a garantirgli un attico a Manhattan quel denaro arriverà anche – attraverso donazioni – a universitàospedaliricerca scientifica. Poco importa se questo concetto di redistribuzione dà per scontato che il molto ricco possa e debba decidere in autonomia chi è più degno del suo caritatevole contributo. E ritenga di essere in grado di farlo in maniera ben più efficiente rispetto a come lo Stato utilizzerebbe i soldi delle sue tasse per finanziare il welfare, attraverso quello che nelle società moderne dovrebbe essere il primo canale di redistribuzione delle fortune.

In settori in cui il profilo tipico è “uomobianco, laureato nelle università d’élite”, a esprimere opinioni fuori dal coro sono quasi solo le donne e i manager non bianchi. Una venture capitalist afroamericana sottolinea per esempio come i fondi sostengano quasi esclusivamente startup guidate da uomini bianchi, riproducendo il privilegio. Una donna impiegata nel servizio clienti di un hedge fund smaschera l’ipocrisia della filantropia ex post notando che meglio sarebbe ridurre le commissioni, oggi a livelli stellari, e aumentare così i proventi che vengono girati ai fondi pensione o alle università che affidano i propri patrimoni con l’obiettivo di farli fruttare a beneficio di lavoratori e studenti. Ed è un manager afroamericano a mettere in discussione a sua volta i costi imposti alla clientela, immaginando che alla fine della catena c’è “un investitore individuale che ha messo soldi in un piano pensionistico” e a un certo punto vorrebbe potersi ritirare da lavoro. Mentre oggi spesso scopre di non poterselo permettere. In tutto il campione, solo in un caso a esplicitare una critica al sistema è un uomo bianco: impiegato in un hedge fund, definisce “scandalosa e vergognosa” la tassazione agevolata delle plusvalenze del comparto e condanna le fughe offshore per evitare le tasse. Scappatoie, nota, che hanno la benedizione della politica, con cui la finanza ha relazioni strettissime quanto opache.

Visioni isolate. Ben più rappresentativa l’opinione di Bradley, manager di un fondo speculativo, che si sente il capro espiatorio di un problema ben più vasto. “È facile per i media e per voi 99%“, lamenta, “dire “Guarda casa sua”. Magari è un appartamento da 60 milioni di dollari a New York, o una casa da 40 milioni agli Hamptons… È molto facile guardare a queste cose e dire: “Guarda che eccesso! Non è giusto!”. Ma ad essere in torto, dice, è il 99%. In cerca di qualcuno a cui addossare la responsabilità di decenni di polarizzazione senza redistribuzione.

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mercoledì 27 agosto 2025

Italia maglia nera Ue per prezzi dell’elettricità: perché i consumatori pagano più che nel resto della Ue - Chiara Brusini

  

A luglio il Prezzo unico nazionale è stato in media di 113,3 euro al MWh: oltre 20 euro sopra quello della Francia, 40 sopra quello spagnolo, il quadruplo di quello svedese. Dietro ci sono la dipendenza dal gas, il funzionamento del mercato, le ondate di calore. E lo spettro della manipolazione

Mentre il governo festeggia la riduzione dello spread e un presunto (inesistente) boom del turismo a Ferragosto, un altro dato è rimasto sotto silenzio. Anche a luglio il prezzo medio dell’elettricità in Italia si è piazzato al livello più alto dell’Unione europea. Il cosiddetto Prezzo unico nazionale, base di riferimento per il prezzo all’ingrosso dell’energia che poi viene rivenduta agli utenti finali, è stato in media di 113,3 euro al MWh contro i 90 della media Ue. Oltre 20 euro sopra quello della Francia, 40 sopra quello spagnolo, il quadruplo di quello svedese. Nell’intero 2024 il prezzo medio italiano è stato di 108,5 euro/MWh contro i 58 della Francia e i 63 della Spagna. Non è più considerata un’emergenza perché fortunatamente sono lontani i picchi del 2022 quando ha superato i 550 euro. Resta una zavorra per le famiglie e il sistema produttivo. Vale la pena fare il punto su cosa c’è dietro questa non invidiabile specialità italica.

La dipendenza dal gas naturale

Il primo fattore è la forte dipendenza dal gas naturale. In Italia, quasi il 45% dell’energia elettrica (contro il 15% della Germania, il 17% della Spagna e il 3% della Francia) è prodotta da impianti a gas. E il combustibile viene quasi interamente importato dall’estero, rendendo il prezzo finale dell’energia molto sensibile alle oscillazioni dei mercati, come tutti i consumatori hanno dolorosamente imparato durante i mesi orribili seguiti all’invasione russa dell’Ucraina. All’epoca la Penisola era fortemente dipendente da Mosca (oltre 30 miliardi di metri cubi l’anno, 40% del totale delle importazioni). Dopo quello choc, il governo Draghi decise di diversificare gli approvvigionamenti in favore del Nord Africa: nel 2023 la quota di gas in arrivo dall’Algeria è salita poco sotto il 38% mentre quella russa è scesa sotto il 5% ed è aumentato il ricorso al gas naturale liquefatto. Ma l’anno scorso la tendenza si è marginalmente invertita e gli acquisti dalla Russia sono risaliti a oltre 6 miliardi di metri cubi.

Questa dipendenza ha fatto sì che l’anno scorso, quando i prezzi si sono normalizzati in tutta Europa rispetto ai picchi del 2023, l’Italia ne beneficiasse di meno. La relazione annuale dell’Autorità per l’energia (Arera), presentata a giugno, ricorda che il Pun medio italiano è sceso del 14%, contro il -40% di quello francese, il -36% registrato sulla borsa scandinava, il -28% di quella spagnola e il -18% di quella tedesca.

Il funzionamento del mercato

Il funzionamento del mercato elettrico contribuisce ad amplificare le differenze. Il Prezzo unico nazionale si forma con il meccanismo del “prezzo marginale”: ogni giorno i produttori di energia fanno le loro offerte sul cosiddetto Mercato del giorno prima. Vengono chiamate a produrre prima le centrali più economiche, alimentate a rinnovabili e idroelettrico, poi quelle più care come le centrali a gas. Ma il prezzo finale non è una media. Si allinea al costo dell’ultima centrale – la più cara – necessaria per coprire tutta la domanda. Per questo, quando il gas diventa molto costoso anche l’elettricità prodotta da fonti più economiche viene pagata a quel prezzo alto. Funziona così in tutta la Ue, ma in Italia è più penalizzante perché come visto il gas è più spesso la fonte “decisiva” che fissa il prezzo. In Francia quel ruolo è svolto dal nucleare, in Spagna e Germania dalle rinnovabili (anche se nel mix energetico di Berlino ha ancora un peso non indifferente anche il carbone).

Il ruolo delle ondate di calore

In estate, il mercato diventa particolarmente vulnerabile. Il fabbisogno di energia cresce sensibilmente per effetto della climatizzazione, che porta milioni di famiglie e imprese ad accendere i condizionatori nelle ore più calde della giornata. Al tempo stesso la produzione da idroelettrico, che vale in media fino al 20% del mix italiano, cala drasticamente a causa della siccità e della ridotta disponibilità di acqua negli invasi, mentre l’eolico è spesso condizionato da periodi di scarsa ventosità. In questo contesto, le centrali a gas diventano indispensabili per coprire la domanda residua spingono verso l’alto il Pun. Non a caso l’anno scorso il prezzo unico medio di luglio è stato di 112 euro/MWh mentre quello di gennaio, il mese più freddo, di 99.

Gli indizi di manipolazioni dei prezzi

A complicare il quadro c’è un elemento preoccupante emerso da un’indagine conoscitiva di Arera: nel biennio 2023-24, a valle dello choc seguito all’avvio dell’invasione russa dell’Ucraina, molti operatori avrebbero adottato strategie di offerta anomale sul mercato elettrico. In pratica avrebbero ridotto la capacità realmente disponibile per spingere i prezzi verso l’alto. L’Autorità parla di “probabili condotte di trattenimento economico di capacità”, che avrebbero comportato “differenze medie di prezzo” nell’intervallo di 4-7 €/MWh nel 2023 e 1 €/MWh nel 2024. Per ora non si parla esplicitamente di abuso perché l’indagine si basa su ipotesi semplificatrici e occorre “accertare l’assenza di legittime giustificazioni”, ma di sicuro gli indizi di una corposa manipolazione del mercato non possono essere ignorati.

Le maggiorazioni sul mercato libero

Dal Prezzo unico alla bolletta il passo non è breve. Per arrivarci occorre tener conto di costi di dispacciamento e di commercializzazione e degli oneri di sistema destinati per esempio a sostenere lo sviluppo delle energie rinnovabili per ridurre la dipendenza dal gas (lo scorso anno hanno sfiorato i 9 miliardi di euro). Nel mercato libero, su cui i clienti domestici non vulnerabili sono stati fatti definitivamente migrare entro il luglio 2024, contano poi le maggiorazioni decise dal fornitore. È sempre la relazione dell’Arera a quantificarle: lo scorso anno il prezzo finale al netto delle tasse sul mercato libero presentava “valori notevolmente superiori al servizio di maggior tutela per tutte le classi di consumo”: dal 37% in più per i grandi clienti al 55% per chi ha consumi tra 1.000 e 2.500 kWh all’anno.
Dulcis in fundo, ci sono le imposte, che aggiungono un 10% all’esborso.

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sabato 17 maggio 2025

Salario minimo, per i consulenti del lavoro è inutile. Ma l’assist alla maggioranza non regge: ecco i numeri – Chiara Brusini

 

La maggioranza sta per affossare definitivamente il salario minimoFratelli d’Italia teme lo smarcamento della Lega, pronta a presentare una sua proposta ad hoc sugli stipendi con la previsione dell’adeguamento all’inflazione, e per non farsi rubare la scena ha tirato fuori dal cassetto il ddl delega al governo sui salari equi che giaceva da mesi in commissione Lavoro e Affari sociali al Senato. È il testo nato come ddl delle opposizioni sul salario minimo e snaturato trasformandolo appunto in delega e cancellando la previsione di una paga oraria di almeno 9 euro lordi all’ora: l’obiettivo ora è mandarlo in Aula entro fine mese. Martedì la commissione guidata da Francesco Zaffini (FdI) ha audìto in tutta fretta una decina di enti, da Cna a Confcommercio e Federterziario, perlopiù notoriamente contrari alla fissazione di un minimo legale. In prima linea, nel tentare di fornire ulteriori assist al governo, i consulenti del lavoro. Ma a una lettura attenta la loro analisi non regge.

Un passo indietro. La proposta della maggioranza delega il governo ad adottare misure per rafforzare l’efficacia dei contratti collettivi e promuoverne il rinnovo. Il primo step prevede che si individuino quelli “maggiormente applicati” in ogni settore – previsione pericolosa perché non si tratta necessariamente di quelli sottoscritti dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative – e si estenda a tutti i lavoratori di quella categoria il loro trattamento economico complessivo minimo. Il presupposto è che i ccnl più applicati (anche se firmati da sigle poco note o “pirata”) garantiscano automaticamente il rispetto dell’articolo 36 della Costituzione sul diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata e sufficiente per un’esistenza libera e dignitosa.

Il consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, presieduto per 18 anni dalla ministra Marina Elvira Calderone e alla cui guida c’è ora il marito Rosario De Luca, ha dunque consegnato ai senatori un approfondimento che punta proprio a rafforzare quella tesi. La conclusione a cui arriva è che “anche in assenza di un salario minimo legale”, oggi adottato in 22 Paesi Ue su 27, “il livello retributivo complessivo previsto dai Contratti collettivi nazionali di lavoro è già in linea o addirittura superiore alla retribuzione minima imposta per legge in altri Stati”. Per esempio? Il principale CCNL per i dipendenti di terziariodistribuzione e servizi stando ai calcoli dei consulenti, prevede un minimo mensile lordo di 1.721 euro che vengono confrontati con i minimi in vigore in GermaniaFranciaSpagna e Romania (sic). La tabella mostra però chiaramente come sia in Germania sia in Francia il minimo legale sia più alto (2.161 e 1.802 euro). E lo stesso vale per quanto riguarda il CCNL per i dipendenti di pubblici esercizi e turismo (1.667,21 euro di minimo) e quello per i dipendenti delle imprese artigiane metalmeccaniche (1.717,35 euro). Ma Spagna (1.381 euro) e Romania (814) sono superate ed evidentemente tanto basta.

Ma è altrove che l’analisi fa acqua con maggiore evidenza. Cioè dove punta a smentire che sia utile fissare – come prevedevano le proposte delle opposizioni – una soglia minima inderogabile sotto la quale nemmeno la contrattazione possa scendere, preservando e valorizzando per il resto l’autonomia negoziale. Per farlo, oltre all'”indagine empirica comparata” con i Paesi-campione visti prima, il documento evidenza in una tabella le componenti della retribuzione minima prevista da sei contratti “tra quelli più applicati nel panorama italiano” per far emergere come il salario minimo orario sia sempre superiore ai 9 euro lordi. L’esercizio però ha molte debolezze.

Per prima cosa, i sei contratti selezionati, per quanto diffusi, coprono stando all’archivio del Cnel 6,4 milioni di dipendenti su un totale di oltre 18 milioni: una minoranza, ovviamente non rappresentativa. Tre ccnl su sei sono della metalmeccanica, settore molto sindacalizzato e dalla contrattazione storicamente “ricca” al confronto con il terziario. Quest’ultimo comparto compare nel campione con due contratti che vedono come firmatari rispettivamente Confcommercio e Legacoop e i confederali, entrambi rinnovati nel 2024. Infine, viene preso in considerazione il contratto della logistica di Assologistica, il migliore del settore.

Almeno in questi casi i minimi sono davvero sopra i 9 euro lordi? In realtà per fare tornare i conti i consulenti considerano nel calcolo anche i ratei di tredicesima ed eventuale quattordicesima e addirittura il Tfr, elementi del trattamento economico complessivo che però erano stati esclusi dalla soglia prevista nella proposta di legge di Pd, M5s, Avs e Azione. Così facendo è facile restituire l’impressione che un salario minimo in Italia non servirebbe a nulla. Ma se si vanno a guardare i “veri” minimi la situazione è ben diversa: trasformando la retribuzione tabellare minima riportata nella tabella nella corrispondente retribuzione oraria, si scopre che il CCNL del terziario, distribuzione e servizi applicato a 2,49 milioni di lavoratori ha un minimo poco superiore a 7,9 euro all’ora, quello dei pubblici esercizi e turismo che copre oltre 700mila lavoratori prevede un minimo di 7,69 euro. Solo il contratto principale dei metalmeccanici e quello delle pmi metalmeccaniche sono sopra la soglia dei 9 euro. La logistica, con 8,46 euro, non ci arriva.

Nonostante l’attenta scelta di ccnl relativamente generosi rispetto ai tanti contratti pirata disponibili per le aziende attive in quegli ambiti, lo sforzo di dimostrare che la contrattazione collettiva è “unica sede idonea a garantire l’equilibrio tra giustizia socialesostenibilità economica e valorizzazione professionale nei diversi contesti produttivi” mostra le corde.

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