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venerdì 30 gennaio 2026

Trovate microplastiche anche nei pesci delle acque incontaminate del Pacifico


Altro che atolli incontaminati e acque cristalline. Un nuovo studio dell’Università del Pacifico del Sud rivela che l’invulnerabilità dei mari del Sud è un mito: nei piatti delle comunità del Pacifico, la plastica è diventata un ospite fisso. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista PLOS One, circa un pesce su tre catturato nelle acque costiere delle isole del Pacifico ha ingerito microplastiche. In alcune zone, come le isole Fiji, la percentuale di pesci contaminati schizza al 75% contro una media globale che si attesta intorno al 49%. Le microplastiche sono ormai riconosciute come una minaccia ambientale globale, che colpisce gli ecosistemi marini e solleva preoccupazioni per la salute umana. Sebbene i Paesi e Territori insulari del Pacifico (PICT) siano spesso considerati isolati, i ricercatori affermano che queste regioni potrebbero essere maggiormente esposte a causa della rapida crescita urbana e delle limitate infrastrutture per il trattamento dei rifiuti e delle acque.

Analizzando 878 pesci di 138 specie diverse tra Fiji, Tonga, Tuvalu e Vanuatu, i ricercatori hanno scoperto che le microplastiche sono arrivate ovunque. Il motivo per cui le Fiji sono così colpite rispetto alla vicina Vanuatu, dove solo il 5% dei pesci presenta tracce di plastica, sta nell’impatto umano. Lo studio non si è limitato a contare i frammenti, ma ha cercato di capire l’identikit del pesce “a rischio”. I pesci di barriera e quelli di fondo, i cosiddetti “benthonici“, sono molto più esposti rispetto a chi nuota in mare aperto. Chi caccia tendendo imboscate o chi setaccia il fondale in cerca di invertebrati — come il Lethrinus harak (imperatore macchiato) — finisce per ingerire accidentalmente le fibre sintetiche che si depositano sul fondo. Queste fibre, derivate principalmente da tessuti e attrezzature da pesca, agiscono come agenti infiltrati nella catena alimentare.

“I dati infrangono l’illusione che la nostra lontananza offra protezione”, avverte Rufino Varea, co-autore dello studio. “I pesci più accessibili per i pescatori di sussistenza sono diventati serbatoi di inquinamento sintetico”, aggiunge. Se per un europeo o un americano la microplastica nel pesce è una preoccupazione ambientale, per gli abitanti delle isole del Pacifico è una minaccia diretta alla sicurezza alimentare. Qui il pesce non è una scelta gourmet, ma la principale fonte di proteine e il cuore della cultura locale. Questo studio è il canarino nella miniera di carbone del nostro oceano globale. Se anche le acque teoricamente più pure del pianeta mostrano segni di sofferenza, è chiaro che le soluzioni “a valle”, come la pulizia delle spiagge, non bastano più. “Questi dati ci obbligano a chiedere un Trattato Globale sulla Plastica che imponga limiti rigorosi alla produzione primaria di plastica e agli additivi tossici, poiché questo è l’unico modo praticabile per salvaguardare la salute e la sicurezza alimentare delle popolazioni del Pacifico”, concludono i ricercatori.

Leggi qui lo studio


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venerdì 22 agosto 2025

Rifiuti: l’Adriatico punta sull’economia circolare - Marta Abbà

Non solo microplastiche, ma anche mozziconi di sigaretta e bastoncini cotonati, pezzi di polistirolo, salviette, vetro e ceramica, sdraio e frammenti di ombrelloni. Le spiagge dell’Adriatico sono pesantemente “frequentate” dai rifiuti e, a differenza dei turisti, molti di essi le occupano tutto l’anno, registrando numeri di presenze ben superiori a quanto tollerato dall’Unione Europea.

I numeri dei rifiuti spiaggiati sulle coste adriatiche

Non esistono dati specifici per le coste adriatiche, ma l’entità del fenomeno può essere in parte dedotta dalle medie nazionali italiane. Se la quantità massima di rifiuti (“beach litter”) che una spiaggia europea può ospitare per essere considerata “in buona salute” è di 20 elementi antropici ogni 100 metri, in Italia si parla di almeno dieci volte tanto.

Secondo l’ARPA, nel 2023, tra Tirreno e Adriatico, si sono registrate oltre 250 unità. Lo scorso anno, i volontari di Legambiente ne hanno rilevate addirittura 900. Oltre a confermare il quasi scontato trionfo della plastica, questo lavoro meticoloso ha servito anche a sottolineare la presenza permanente degli oggetti usa e getta: ufficialmente scomparsi dal mercato da anni, ma ancora ben presenti nelle nostre acque.

Rifiuti a confronto: come cambiano lungo le coste dell’Adriatico

A causa del suo profilo concavo e della sua scarsa profondità, l’Adriatico è condannato all’accumulo di rifiuti sulle spiagge, mentre i fiumi – il Po in primis – li trasportano anche dall’entroterra verso nord, aggravando ulteriormente il problema, e non solo nei pressi delle foci. Non esistono latitudini o confini, che siano coste dell’Unione europea o meno: lo scambio d’acqua è continuo e ogni elemento galleggiante si sposta da una sponda all’altra come una nave da crociera. Quando finisce nello stomaco di pesci, uccelli o altri organismi marini, attraverso la catena alimentare può arrivare anche sulle nostre tavole, con conseguenze dannose per la salute.

Massimiliano Falleri, responsabile della divisione subacquea di Marevivo, monitora e combatte questo fenomeno da anni, con campagne di sensibilizzazione e attività di raccolta rifiuti sia in mare che sulle spiagge. È sempre più convinto che serva un impegno collettivo. «Tutti dovrebbero contribuire sia riducendo l’uso della plastica che smaltendo i rifiuti in modo corretto, altrimenti questo ciclo non avrà mai fine», spiega. «Anche se negli ultimi cinque anni la consapevolezza di governi, organizzazioni e cittadini è cresciuta, la quantità di rifiuti resta alta, soprattutto a causa di pratiche di smaltimento scorrette e dell’uso ostinato della plastica monouso».

La pandemia di Covid-19 aveva inevitabilmente fatto aumentare la presenza di rifiuti, ma il calo atteso nel periodo post-Covid non si è mai verificato. Secondo Marevivo, il “beach litter” nell’Adriatico resta una «sfida importante: la sua evoluzione recente conferma la necessità di intensificare sia gli sforzi di prevenzione che di gestione».

Il caso dell’Albania: turismo e acque reflue tra le cause principali del “beach litter“

Attraversando il mare, la quantità di rifiuti ritrovati sulle spiagge non cambia molto, ma cambia la tipologia, dimostrando come la pulizia di queste strisce di terra dipenda da ciò che accade sia in mare che a terra, sul proprio territorio e su quello altrui. Analizzando il beach litter sulle coste albanesi, ad esempio, emergono caratteristiche specifiche che aiutano a ipotizzare interventi mirati di mitigazione. Grazie a un recente studio scientifico dell’Università di Cadice dedicato esclusivamente al litter sulle spiagge albanesi, si è osservato che, pur prevalendo frammenti e oggetti in plastica (82%) come altrove, nel caso dell’Albania essi derivano principalmente dal turismo locale e si mescolano a elementi provenienti da acque reflue.

Giorgio Anfuso Melfi, uno degli autori della ricerca, racconta che, oltre ai “soliti” rifiuti come mozziconi, tappi di bottiglia e frammenti plastici, ha trovato anche arredi da spiaggia abbandonati, come vecchie sdraio e ombrelloni: «Non comuni altrove e chiaramente legati agli stabilimenti balneari».

In Albania, seppur in modo stagionale, il turismo sembra essere la principale fonte di beach litter, mentre la pesca contribuisce in modo meno significativo. Secondo Anfuso Melfi, «è quindi necessario studiare interventi mirati per migliorare la consapevolezza dei bagnanti e potenziare le attività di pulizia da parte di Comuni e stabilimenti balneari».

I rischi per animali marini, turisti e comunità costiere

Che sia in mare o in spiaggia, plastica o mozziconi, gran parte dei rifiuti presenti nell’area adriatica «rischia di essere scambiata per cibo da pesci, uccelli, tartarughe e molti altri organismi marini, causando anche la morte, ad esempio se la plastica ostruisce l’apparato digerente o rilascia sostanze tossiche», spiega Falleri. «Il beach litter può anche danneggiare habitat naturali, come le biocenosi a coralligeno e le praterie di Posidonia, compromettendo la loro capacità di sostenere la vita marina. In questi casi, rappresentano una minaccia anche per spugne, briozoi, coralli e gorgonie, che restando intrappolati perdono la possibilità di nutrirsi».

Anche le comunità costiere sono vittime dei rifiuti marini, in particolare quelle che vivono di pesca e turismo. «A seconda del mare, spesso si trovano costrette a sostenere e finanziare attività di pulizia per ridurre l’impatto visivo, paesaggistico ed economico», aggiunge Falleri, riportando in particolare la voce di Marevivo Puglia. «Senza contare che questo tipo di inquinamento può anche rappresentare un rischio per la salute: alcuni rifiuti possono ferire o avvelenare, se sono in plastica o altri materiali tossici e finiscono nella catena alimentare».

È un pericolo per chi vive vicino a spiagge invase dai rifiuti, e i pescatori professionisti devono anche tenere conto dei danni economici: le reti e le attrezzature possono impigliarsi o danneggiarsi con i rifiuti galleggianti, riducendo le catture e aumentando i costi di manutenzione.

Il progetto Bluecircle: l’economia circolare per pulire le spiagge adriatiche

Pesci e organismi marini, pescatori e abitanti delle coste: con i rifiuti in spiaggia, tutti ci perdono in salute, alcuni anche economicamente. Nessuno ne trae davvero beneficio. Eppure, nessuna campagna di sensibilizzazione e raccolta ha finora ridotto significativamente il fenomeno. Per questo motivo, da circa dieci mesi è in corso la sperimentazione di un approccio di economia circolare grazie al progetto interregionale europeo Bluecircle (Boosting Circular Economy Solutions for Marine Litter Collection and Recycling in the Adriatic-Ionian Regions).

Destinato a Italia, Albania, Montenegro, Croazia, Grecia e Bosnia Erzegovina, il progetto non si limita a pulizie, raccomandazioni e controlli, ma testa nuovi metodi di trattamento dei rifiuti spiaggiati, «trasformando una criticità in un’opportunità». L’obiettivo è ambizioso, ma c’è tempo fino alla fine dell’estate 2027 e oltre un milione e mezzo di euro di fondi UE per raggiungerlo. Non tutti i sette partner sono ugualmente ottimisti: il più convinto è quello scientifico, l’autore dell’impianto sperimentale stesso, il Politecnico di Bari.

Tecnologie mobili per il trattamento dei rifiuti spiaggiati

Michele Notarnicola, a capo del team Bluecircle, è certo che il sistema mobile possa funzionare sulle spiagge. Nei prossimi mesi verrà testato prima in Italia e poi negli altri Paesi partecipanti, essendo un impianto piccolo e replicabile in qualsiasi contesto.

Il primo aspetto fondamentale riguarda la possibilità di raccogliere e trattare i rifiuti spiaggiati direttamente sulle coste adriatiche. «Per noi è essenziale intercettarli prima che vengano classificati come rifiuti urbani, perché altrimenti verrebbero considerati come “indifferenziati”, comportando una perdita di risorse e costi economici elevati», spiega Notarnicola. «Per questo ci siamo dotati di mini robot che aspirano gli oggetti ritrovati e li trasportano in un mini contenitore dove, con tre diverse tecnologie, selezioniamo le varie frazioni».

Anche se per l’osservatore casuale i rifiuti spiaggiati sembrano ammassi indistinti, chi vuole inserirli nelle filiere e ridurre la quota non recuperabile deve saperli distinguere. Nei cumuli trovati, plastica, vetro, alluminio e legno si mescolano con elementi naturali come Posidonia, piante acquatiche, alghe in decomposizione, sabbia, conchiglie e materiali di varie granulometrie. Occorre dividerli almeno in tre categorie: inorganici, organici naturali e antropici.

Le tre tecniche per separare e riciclare i rifiuti marini: densimetrica, aeraulica e triboelettrostatica

A ciascuna categoria corrisponde una tecnica di separazione:

  • Separazione densimetrica: divide sabbia e ghiaia in base al peso specifico, per poi reinserirle nell’ambiente o usarle come materia prima per il calcestruzzo.
  • Separazione aerodinamica (aeraulica): usa getti d’aria per isolare le frazioni più leggere (alghe, Posidonia), da restituire al mare o trasformare in compost, a seconda del degrado.
  • Separazione triboelettrostatica: la più innovativa, progettata dal Politecnico di Bari, separa la plastica.

«Utilizzando l’attrito, le particelle si caricano elettricamente in positivo o negativo, e vengono divise in base al comportamento superficiale», spiega Notarnicola. La plastica così separata può poi essere smaltita nei normali circuiti di raccolta. Con questo tridente tecnologico dell’economia circolare, Bluecircle punta a trattare 100 kg di rifiuti spiaggiati all’ora, con un impianto mobile trasportabile in 2–3 giorni.

Per ora, è in fase di test un prototipo da 10 kg/ora, che verrà collaudato su ogni costa adriatica, portando con sé anche campagne di sensibilizzazione e standard di classificazione. Perché nel bacino adriatico tutto possa circolare meglio — tranne i rifiuti.


Questo articolo è stato pubblicato da Osservatorio Balcani e Caucaso nel contesto del progetto “Cohesion4Climate” cofinanziato dall’Unione europea. L’UE non è in alcun modo responsabile delle informazioni o dei punti di vista espressi nel quadro del progetto; la responsabilità sui contenuti è unicamente di OBCT.

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lunedì 7 luglio 2025

Lo Squalo della Groenlandia, quando il tempo non conta.

 

Per lo Squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus) il tempo è un dettaglio.

Si stima che possa vivere fino a 4-500 anni, grazie molto probabilmente alla suo lento metabolismo, favorito dalle gelide acque dei mari artici dove vive.

Per quel poco che si conosce della sua vita quotidiana, pare che sia estremamente tranquilla.

Potrebbe insegnar qualcosa anche a noi umani, no?

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Mare

da Kodami, 9 luglio 2023

Lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus).

Lo squalo della Groenlandia è un grande squalo della famiglia Somniosidae. Vive nelle fredde acque del Nord e per questo è chiamato anche squalo artico. Famoso per la sua longevità, può raggiungere i 400 anni. Perché viva così a lungo rimane però ancora un mistero. (Claudia Negrisolo)

Lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus) è un animale appartenente alla famiglia Somniosidae. Data la sua distribuzione nelle fredde acque del Nord, è noto anche con il nome di squalo artico. Si tratta di una specie di grandi dimensioni, famosa soprattutto per la longevità. Secondo uno studio del 2019, condotto dal Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università di Windsor (Canada), infatti, lo squalo della Groenlandia raggiunge in media 272 anni di età e, in alcuni casi, può sfiorare i 400 anni.

Come è fatto lo squalo della Groenlandia

Lo squalo della Groenlandia è di colore grigio tendente al marrone, con bande scure trasversali e piccole macchie chiare e scure su tutto il dorso. La pelle è ruvida e presenta piccoli dentelli appuntiti. Ha il muso corto e arrotondato e due pinne dorsali di dimensioni uguali tra loro. Il corpo, dalla forma cilindrica, raggiunge mediamente i 4 metri e 20 centimetri, ciò nonostante, secondo quanto descritto dallo Shark Research Institute, sono stati individuati soggetti di dimensioni molto maggiori che, in alcuni casi, superano i 7 metri di lunghezza e i 1000 chili di peso.

Si tratta di animali dalla crescita molto lenta e, generalmente, le femmine raggiungono dimensioni superiori rispetto ai maschi. Secondo quanto riportato in uno studio condotto nel 2017 presso l’Università di Copenhagen, un soggetto pescato accidentalmente per ben due volte negli anni Sessanta del secolo scorso, ha presentato una crescita di 8 centimetri in circa 16 anni, ovvero mezzo centimetro all’anno.

Habitat e distribuzione

Lo squalo della Groenlandia vive prevalentemente nelle acque fredde e profonde dell’Oceano Atlantico settentrionale e dell’Oceano Artico. Talvolta può raggiungere la costa orientale degli Stati Uniti, ma molto più spesso si muove nelle zone esterne della piattaforma continentale e della scarpata continentale superiore, tra la Baia di Baffin (che separa il Canada settentrionale dalla Groenlandia), il Mare di Barents (a Nord della Scandinavia, fino alle isole Svalbard) e il Mare del Nord.

Può raggiungere i 1200 metri di profondità e predilige acque caratterizzate da temperature tra gli 0,6 e i 12°C. Durante l’inverno artico tende a spostarsi verso la costa, dove frequenta foci dei fiumi e baie.

Alimentazione

Secondo una ricerca pubblicata nel 2016 condotta dal Norwegian Polar Institute, nella zona di Kongsfjorden, vicino alle isole Svalbard, gli squali della Groenlandia si nutrono di numerose specie di foche per circa il 40% del totale della dieta. Possono inoltre predare balenottere minori (Balaenoptera acutorostrata), merluzzi atlantici (Gadus morhua), lupi di mare (Anarhichas lupus) ed eglefini (Melanogrammus aeglefinus). Da un’analisi svolta sul contenuto degli stomaci degli squali, è emerso che molte prede (fino ad un massimo di circa 8 chili) vengono inghiottite intere.

Per i ricercatori, inoltre, si tratta di una specie che nuota molto lentamente (mediamente a 0,34 m/s), il che porta a supporre che sia in grado di avvicinarsi in maniera estremamente silenziosa e che prediliga prede deboli, ferite, già morte, oppure intente a dormire.

Gli squali della Groenlandia riescono a nutrirsi nonostante un piccolo parassita (Ommatokoita elongata) capace di mettere quasi completamente fuori uso il bulbo oculare della maggior parte degli adulti, rendendoli quasi completamente ciechi. Oltre ad impedirne la vista, però, stando a quanto riportato sul sito del Florida Museum of Natural History, fornisce loro un vantaggio nella caccia, grazie alla sua bioluminescenza.

Riproduzione

Uno studio pubblicato nel 2020 e condotto dal Greenland Institute of Natural Resources di Nuuk ha dimostrato che lo squalo della Groenlandia è una specie vivipara e non ovovivipara, come per molto tempo si è creduto. Il numero di piccoli varia da 1 a circa 10 per ogni gravidanza e anche questo aspetto è stato rivelato solo recentemente.

Sebbene non sia mai stato osservato l’accoppiamento, alcune femmine sono state rinvenute con cicatrici sulle pinne caudali. Questo indizio porta a supporre che, come avviene in molte specie di squali, prima dell’atto vengano morse dai maschi.

Trattandosi di una specie estremamente longeva, è molto difficile valutare con precisione a che età gli squali della Groenlandia raggiungano la maturità sessuale, ma si suppone che ciò avvenga intorno ai 150 anni.

La longevità dello squalo della Groenlandia

Lo squalo della Groenlandia è il vertebrato più longevo del mondo e, secondo uno studio condotto dall’Università di Copenhagen e pubblicato nel 2016, può arrivare a sfiorare i 400 anni di età. Perché lo squalo della Groenlandia viva così a lungo rimane ancora un mistero per i ricercatori e il dato è in realtà una stima che potrebbe venire corretta in futuro. A favorire la longevità è probabilmente proprio l’ambiente in cui vive l’animale. L’acqua fredda, infatti, potrebbe rallentare sia la crescita che le attività biologiche, allungandogli la vita.

Per rilevare là longevità degli squali della Groenldandia, gli studiosi hanno raccolto il corpo di numerosi esemplari morti e ne hanno poi analizzato il cristallino degli occhi, dove sono conservate grandi quantità di carbonio-14. Il dato riguardante la presenza della sostanza è stato poi incrociato con la dimensione dei soggetti, permettendo di risalire alla durata della loro vita.

La carne tossica dello squalo della Groenlandia

A causa della presenza di una neurotossina, ovvero l’ossido di trimetilammina, la carne dello squalo della Groenlandia è tossica e, se ingerita da cruda, può provocare effetti simili a quelli di una forte ubriacatura. Ciò nonostante, in alcuni paesi del Nord, le popolazioni locali hanno trovato il modo di renderla commestibile. Il kæstur hákarl, ad esempio, è una ricetta tipica dell’Islanda e consiste in bocconcini di carne di squalo essiccati e fermentati. Prima della cottura, corpo dell’animale viene mantenuto per alcune settimane sotto la sabbia e ricoperto da pietre pesanti. Grazie alla pressione, i fluidi (tra i quali l’acido urico) fuoriescono e, dopo qualche mese di essiccazione, l’animale diviene infine consumabile.

Svelato il segreto della longevità degli squali della Groenlandia.

I ricercatori hanno scoperto che gli squali della Groenlandia vivono fino a 500 anni grazie a un metabolismo costante che non diminuisce con l’età, mantenendo così energia e capacità di riparazione cellulare negli anni. (Yuri Digiuseppe)

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giovedì 12 settembre 2024

Le spiagge sono della natura e delle persone, non di chi ci lucra - Paolo Ermani

Tempi di vacanze e di spiagge assaltate da italiani e turisti, ma sono spiagge particolari perché non appartengono più alle persone o alla natura; sono spesso occupate da privati che ne hanno fatto l’ennesima fonte di profitto sulle spalle della collettività.

  

 

Tempi di vacanze e di spiagge assaltate da italiani e turisti, ma sono spiagge particolari perché non appartengono più alle persone o alla natura; sono spesso occupate da privati che ne hanno fatto l’ennesima fonte di profitto sulle spalle della collettività. Tanto è ormai la normalità usare natura e beni collettivi pagandoli spiccioli allo Stato per ricavarci lauti guadagni.
E così le spiagge sono strapiene di stabilimenti balneari attrezzati dove a costi non bassi, il cittadino paga per qualcosa che dovrebbe essere a disposizione e libero. I posti di spiaggia libera si restringono sempre di più, quindi a meno che non si vogliano fare chilometri o trovare posti sperduti, si è quasi costretti a pagare per stare sulle nostre spiagge.
Ci sono casi emblematici come le spiagge liguri, che spesso sono di qualche metro e in quei pochi metri viene occupato anche il centimetro quadrato dagli stabilimenti privati per accaparrarsi il vacanziero. Poi ci si lamenta che la vita è cara, ma ciò è ovvio se tutto viene costantemente messo a disposizione di chi ci deve fare profitto.
Ma chi di profitto ferisce, di profitto perisce, perché c’è chi lo sa fare meglio degli altri e sono le multinazionali. Così arriva la Red Bull che si prende 120 mila metri quadrati di litorale nel triestino dando l’elemosina di 9 milioni di euro (che per multinazionali di quel tipo, ci pagano il caffè al CEO), per farci il parco giochi della vela per il titolare Dietrich Mateschitz.
Vista la situazione, adesso gli stabilimenti balneari italiani protestano, perché non vogliono che gli si porti via il bocconcino prelibato, esattamente come è successo per gli agricoltori, che prima trasformano il cibo in merce avvelenando l’impossibile e poi quando arrivano i giganti per fare le stesse cose ma con molta più potenza economica, allora non va più bene. Ma se tu accetti che il profitto sia la sola e unica logica per la quale lavori e pensi, non puoi lamentarti se chi, facendo gli stessi ragionamenti, ti spazza via. Abbiamo voluto privare i cittadini e la natura dei loro spazi e farne un negozio e ora le conseguenze nefaste sono evidenti.
Tra l’altro per rendere gli stabilimenti balneari sempre più appetibili, si effettuano lavori con ruspe, camion e varia per rubare spazi a dune o altro che possa in qualche modo diminuire la possibilità di piazzare ombrelloni, sdraio, giochi, intrattenimenti con attrezzature di ogni tipo. Gli stabilimenti si inventano mille servizi e vendite di qualsiasi cosa e a fine giornata spesso si passano trattorini (che inquinano e consumano combustibili fossili per uno degli innumerevoli assurdi e insensati usi degli stessi) o si incaricano persone (spesso immigrati) per livellare la sabbia, perché quelle scomode cunette che si creano devono essere eliminate per fare in modo che il turista cammini sulla sabbia piatta come se fosse sul pavimento di casa.
E come se già la gestione delle spiagge da parte dei privati non fosse una aspetto assurdo, sempre in nome del sacro profitto, adesso arrivano pure gli stabilimenti firmati da stilisti di grido che battezzano quei luoghi con firme, colori, stoffe, mobilia, accessori, trasformandoli in “emozionanti esperienze di stile”. Il tutto a caro prezzo ovviamente e rendendo quei posti ancora più esclusivi, perché si sa, l’italiano si deve distinguere mostrando il suo lato fashion e su come è bravissimo a buttare i soldi.
Chissà se mai arriverà un giorno in cui le persone riprenderanno l’uso delle proprie spiagge, finalmente libere e a disposizione di tutti o dovremo tutti vestirci da lattine di Red Bull o chi per lui, prima di buttarci in acqua.

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giovedì 15 febbraio 2024

La Open Arms ha lasciato il porto di Crotone dopo 20 giorni di ingiustificato fermo amministrativo

La nostra nave, la Open Arms, era partita il 17 gennaio scorso dal porto di Salerno per la sua Missione 108. Subito dopo aver raggiunto la zona di ricerca e soccorso, si era trovata a dover intervenire su tre differenti imbarcazioni in pericolo, riuscendo a trarre in salvo un totale di 57 persone, tra cui 5 minori e un bimbo di otto anni che viaggiava con lo zio.

Durante le operazioni di soccorso, tutte coordinate dalla Guardia Costiera italiana, l’equipaggio del nostro rimorchiatore era venuto a conoscenza di una quarta imbarcazione in pericolo a poche miglia di distanza. Su indicazioni delle autorità competenti, una nostra lancia veloce era stata inviata verso la posizione indicata per effettuare una prima valutazione della situazione.

Una volta giunta in zona, l’equipaggio della nostra Rhib aveva constatato la presenza di una motovedetta libica, già impegnata a recuperare le persone a bordo dell’imbarcazione in distress. Informata la nave madre, la lancia aveva immediatamente invertito la rotta, tornando verso la Open Arms.

Una volta giunti nel porto di Crotone, POS assegnato dalle autorità, il comandante era stato chiamato in questura per riferire come persone informata sui fatti. Al termine di un lungo interrogatorio durato fino a notte tarda, gli era stato notificato poi il fermo di venti giorni della nave e una possibile multa dai 3 ai 10 mila euro per aver “intralciato le operazioni di soccorso della Guardia Costiera libica”, come si legge nel verbale consegnato al Comandante stesso.

Come ribadito più volte, in alcun modo la nostra lancia ha potuto intralciare le operazioni della cosiddetta Guardia Costiera libica, essendosi limitata a constatare la presenza della motovedetta lasciando immediatamente l’area di interesse.

Insistiamo tuttavia su una questione per noi molto importante: la Libia non può essere in alcun modo considerata un luogo sicuro, come ribadito più volte dalle più importanti organizzazioni internazionali  e dalle Nazioni Unite che in quei territori lavorano. La vita delle persone vulnerabili che proprio da lì fuggono è costantemente messa in pericolo e le violenze a cui vengono sottoposte nei centri di detenzione presenti sul territorio rappresentano una gravissima violazione dei diritti umani che le democrazie europee dovrebbero condannare con forza.

“Più di 100.000 persone sono state rimpatriate con la forza in Libia dopo essere state intercettate nel Mediterraneo centrale, subendo gravi violazioni dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni forzate da parte delle autorità libiche. E’ inaccettabile che queste persone, che hanno già sofferto così tanto, siano sottoposte a ulteriori violenze e abusi in luoghi di detenzione sconosciuti. Ciò non solo viola i principi fondamentali del diritto internazionale e dei diritti umani, ma dimostra anche una chiara mancanza di rispetto per la dignità e la vita degli esseri umani. Inoltre, la legislazione interna libica consente ai migranti irregolari di essere puniti con la detenzione e il lavoro forzato, il che costituisce una chiara violazione dei loro diritti fondamentali.

È preoccupante che ingenti somme di denaro, come i 100 milioni di euro stanziati con la firma dell’accordo Italia-Libia del 2017, vengano utilizzate per fermare i flussi migratori e rafforzare la cosiddetta Guardia Costiera libica, nonostante le gravi accuse di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani che sono state portate avanti dagli organismi internazionali. E’ chiaro che il traffico di esseri umani in Libia è stato gestito con la complicità di alcune istituzioni del Paese, il che è inaccettabile”. Così Oscar Camps, fondatore della ONG.

Durante la Missione 108 inoltre, abbiamo registrato episodi che destano preoccupazione e di cui abbiamo immediatamente informato le autorità competenti. Al termine dei soccorsi, sulle tre imbarcazioni, 5 persone hanno rifiutato di salire a bordo della nostra nave, decidendo di allontanarsi autonomamente senza tuttavia essere fermate dalla cosiddetta Guardia Costiera libica, pur presente in zona. Il fatto che alcune persone si siano rifiutate di essere soccorse suggerisce che i trafficanti di esseri umani stiano usando nuove tattiche per sfruttare migranti e rifugiati vulnerabili. Come osservatori di quanto sta accadendo nel Mediterraneo, abbiamo immediatamente segnalato questi eventi alle autorità italiane, consegnando un report dettagliato e agendo in totale e completa trasparenza.

Si tratta di un fenomeno nuovo, a cui assistiamo per la prima volta in tanti anni di operatività in mare. Non siamo in grado di dire a cosa sia dovuto, né sappiamo chi fossero le persone a bordo che hanno rifiutato il soccorso; per noi la priorità rimane il soccorso tempestivo delle donne, dei bambini, degli uomini che ogni giorno rischiano la vita in mare. Questa è e resterà la nostra sola missione, consapevoli del fatto che le navi umanitarie rappresentano oggi l’unico presidio in mare capace di garantire la vita e di documentare ciò che accade nel Mediterraneo.

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Brindisi, sit-in di solidarietà contro il fermo della Ocean Viking - Lucio de Candia

Nel pomeriggio di domenica 11 febbraio, grazie ad una mobilitazione spontanea delle associazioni territoriali, si è tenuto sul lungomare di Brindisi un sit-in di solidarietà nei confronti dell’equipaggio dell’Ocean Viking in seguito al nuovo decreto di fermo imposto dalle autorità italiane, il terzo in pochi mesi.

Il personale della nave è stato accolto dalla comunità locale che ha voluto manifestargli il proprio supporto e la propria vicinanza in un periodo storico in cui si assiste a una vera e propria opposizione politica ad interventi di salvataggio in mare; l’operato della Ocean Viknig non solo è conforme alle convenzioni internazionali in materia, ma di fatto risponde a un dovere di soccorso nei confronti di persone in pericolo di vita.

E’ stato lasciato spazio all’intervento del personale della nave, composto non solo da esperti dell’assistenza in mare, ma anche da professionisti di comunicazione, logistica e mediazione culturale: il blocco è stato imposto perché l’Ocean Viking avrebbe ostacolato l’attività della Guardia Costiera libica, ritenuta al contrario responsabile di una condotta ambigua e pericolosa per le sorti di persone in evidente stato di pericolo.

Erano presenti al raduno anche volontarie del Gruppo salvagente di SOS Mediterranee di Bari, sezione locale del network organizzativo che gestisce l’imbarcazione…

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domenica 31 dicembre 2023

Le Grandi Navi minacciano Roma

 

Un megaporto per grandi navi da turismo rischia di devastare, con l’ennesima colata di cemento, una delle aree paesaggistiche più affascinanti della costa laziale. Il progetto viene collocato nelle grandi opere ispirate e legittimate dal Giubileo, nonostante i lavori che lo riguardano si prevede si concludano ben oltre il dicembre 2025. È della Fiumicino Waterfront srl, società in gran parte partecipata dal gruppo Royal Caribbean, considerato il primo nel mondo per quel che riguada le navi da crociera, ed ha, per ora, un costo previsto di 440 milioni di euro. Le ragioni per opporvisi sono moltissime e sono già state denunciate dalle oltre trenta associazioni di residenti che contestano il progetto. Qui c’è un appello – promosso da autorevoli urbanisti, architetti ed esponenti a vario titolo del mondo della cultura e della critica allo sviluppo, molti dei quali compagni di lungo corso e abituali collaboratori di Comune-info – e c’è anche l’indirizzo mail di Enzo Scandurra a cui si possono inviare firme di adesione contro questo nuovo assalto alla bellezza e al patrimonio culturale e paesaggistico di Roma e dintorni

 

Su una delle aree più preservate e ricca di testimonianze storico-culturali e paesaggistiche di Fiumicino rischia di abbattersi l’ennesima colata di cemento: un megaporto per grandi navi da turismo e crocieristiche, oltre che un vicino porto commerciale.

Il paesaggio è dei più singolari e affascinanti della costa laziale: il canale che taglia in due la città, il ponte sollevabile oltre il quale una strada, costeggiando il mare, arriva fino al Faro militare in disuso da moltissimi anni. In prossimità del Faro si può assistere all’incontro del Tevere con il mare e allo spettacolo delle bilance (palafitte costruite sugli scogli per la pesca); sulla riva opposta l’Idroscalo  Oltre, il luogo in cui fu ucciso Pasolini il 2 novembre 1975, che lo ricorda attraverso la scultura di Mario Rosati e un piccolo parco con pietre d’inciampo sulle quali sono leggibili frasi del poeta. Un luogo quasi sacro per chi viene dalla città tumultuosa e violenta.

L’opera (se così si può chiamare) prevista rientra in quelle del Giubileo anche se non si capisce a che titolo, visto che i lavori saranno terminati probabilmente a evento concluso.

Il progetto è della Fiumicino waterfront srl, società in gran parte partecipata del gruppo Royal Caribbean per un costo complessivo di circa 440milioni di euro. Le criticità del progetto sono moltissime e già denunciate dalle oltre trenta associazioni di residenti che contestano il progetto. Prime tra tutte le infrastrutture inadeguate, i fondali bassi e limacciosi e il vicino aeroporto che non consente un traffico marino con altezze superiori ai 48 metri.

Gli attuali fondali impedirebbero l’attracco di Grandi Navi, per cui si realizzerebbe un dragaggio di sabbia, parte della quale invaderebbe l’area antistante il mare e verrebbe dedicata ad alberghi e megainfrastrutture. Inoltre tale porto entrerebbe in diretta concorrenza con il vicino di Civitavecchia, già attrezzato per l’attracco delle grandi navi.

L’ambiente ne sarebbe definitivamente compromesso, visto che queste grandi navi emettono una quantità di CO2 e altre sostanze inquinanti pari a migliaia di auto col motore sempre acceso. Tra aeroporto e Grandi Navi lo stesso comune di Fiumicino diventerebbe un luogo infernale.

Chiediamo a Gualtieri, Sindaco di Roma che dal 2021 lo è anche dell’Area Metropolitana di Roma (della quale fa parte il comune di Fiumicino), nonché Commissario straordinario di Governo per le opere giubilari del 2025, il ritiro immediato di tale progetto privato lasciando quel sito nel suo stato naturale.

La cultura non può essere isolata, cultura e politica non sono cose separate come ci ha insegnato Gramsci e la politica non può essere espropriata dall’economia delle false illusioni di modelli fantasmagorici di città come nei Paesi Arabi o nel fallimentare “modello Milano”.

Roma non ha bisogno di grandi eventi, quanto piuttosto di interventi nei settori dei trasporti pubblici, dello smaltimento dei rifiuti, dell’accoglienza, del fabbisogno di case, dei servizi e della cura delle periferie e, soprattutto di idee all’altezza del suo ruolo capitale.

 

firmatari:

E. Scandurra, P. Bevilacqua, R. Musacchio, V. De Lucia,T. Montanari, L. Ferrajoli, L. Marchetti, M. Acerbo, S. Brai, A. M. Bianchi,  Federico M. Butera, P. Berdini, P. Sentinelli, P. Cacciari, M. Fabbri, P. Favilli, P.Ippolito Armino, P. Spirito, R. Bertuzzi, R. Palmieri, G. Saponaro, I. Agostini, M. Bersani, A. Ziparo, G. Liquori, R. Pazzagli, B. Pizzo, F. Trane, S. Medici, E. Mazzoni, I. Masulli, S. Morelli, L. Decandia, M. Acerbo, L. Marchini, L. Speciale, C.M. Amici, V. Vita, F. Sebastiani, G. Gallozzi,  P. G. Arcangeli,  G. Pallottino,  M. Dentici, F. Wetzl , M. Pellegrini, B. Buccellato, S. Maira, V. Agnoletto, R. Budini Gattai, G. Greco, F.Lozzi, P.Modugno, G. Lucini, M. Asunis, C. Amoroso, P. Caprari,  N. Greco, R. Giannarelli, M. Mercatali, I. Benci, B. Gaudino, I. Sandri, M. Conforti, T.Perna,  D. Rizzo, T. Passerelli, G. Aragno, D. Ruggiero, C. Lancia, R. Rifici, G. Panizzi, M.P. Rosati, D. Monterosso, T. Francescangeli, G. Reitano, S. Scoccia, M. Filippi, A. Cassaro, F. Messineo, ML Arena, L. Mozzati, M. G. Meriggi, A. Veneroso, G. Martini, M. Dapporto,

(per ulteriori firme, inviare a: scandurraenzo@gmail.com)

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venerdì 15 settembre 2023

PER I PESCI DEL MEDITERRANEO - Erri De Luca

 

Prendete e mangiatene tutti,

Questi sono i corpi planati

A braccia aperte sul fondale.

In terra sono stati crocefissi,

ora sono del mare e di voi pesci.

Prendete e mangiatene tutti,

che non avanzi niente,

nessuna delle corde vocali

che hanno gridato al vento.

Fate questo in memoria di noi

Che rimaniamo a riva.

Lasciatevi afferrare dalle reti

Per essere venduti sul banco del mercato,

dove i sopravvissuti furono venduti.

Sarete sulle nostre tavole imbandite.

Di voi, sazi di loro, mangeremo tutto.

Conservate una spina per le nostre gole,

toglietela dalla corona dei perduti.

 

(da Madrugada, n. 130, dalla Stampa 15/03/2023)


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sabato 9 settembre 2023

Cosa resta delle spiagge italiane - Sarah Gainsforth

 

Stabilimenti balneari onnipresenti, coste danneggiate dall’erosione, danni al turismo: il modello di gestione del patrimonio balneare va cambiato con urgenza, contrastando le speculazioni e gli effetti della crisi climatica

Il 14 luglio un gruppo di attivisti è entrato allo stabilimento Twiga, nella riviera della Versilia in Toscana, e ha fatto rimuovere tutti i lettini dalla battigia. I cinque metri di terra che precedono il mare devono essere infatti sempre liberi e accessibili a tutti. Il Twiga (di cui fino al 2022 l’attuale ministra del turismo Daniela Santanchè deteneva una quota della proprietà) è uno dei 683 stabilimenti balneari che occupano quasi tutto il litorale della Versilia, meta del turismo di lusso, con file di costosi lettini e ombrelloni. Meno del 10 per cento delle spiagge in questa zona è libero: si tratta di piccole strisce di sabbia tra gli stabilimenti a pagamento.

Secondo Legambiente tutte insieme non arrivano a un chilometro di lunghezza. “Ho cominciato a fare attivismo quando mia figlia era piccola: non riuscivo a portarla al mare”, spiega Matilde Balatresi Nocchi, che ha guidato la spedizione al Twiga. Ogni anno, dal 2019, il 14 luglio gruppi di cittadini si incontrano in diverse località marine italiane per “la presa della battigia”, un appuntamento indetto dal Coordinamento mare libero, di cui Nocchi fa parte, per difendere il diritto all’accesso al mare.

Il nodo delle concessioni balneari

La data è stata scelta non solo per via dell’anniversario della presa della Bastiglia: il 14 luglio è anche la ricorrenza della sentenza della Corte di giustizia europea che nel 2016 ha dichiarato illegittime le proroghe delle concessioni balneari, che vanno assegnate tramite un bando pubblico. Da allora ogni estate la questione torna d’attualità: nonostante la sentenza europea, nel 2018 il governo ha rinviato la scadenza delle concessioni al 2033, ma nel 2021 il consiglio di stato è intervenuto e ha imposto la scadenza al dicembre 2023, confermandola dopo che l’attuale governo ha tentato di introdurre un’altra proroga fino alla fine del 2024. L’associazione di categoria Sib-Confcommercio ha presentato un ricorso alla corte di cassazione e l’udienza è stata fissata per il 24 ottobre.

Un altro nodo su cui si discute da anni riguarda l’adeguamento dei canoni concessori che sono scarsamente redditizi per l’erario dello stato. In un documento del 2018 il ministero delle finanze sollevava la necessità di una revisione complessiva del sistema delle concessioni demaniali, scrivendo che “i canoni imposti non sono, in numerosi casi, correlati agli ingenti fatturati e profitti che i beni dati in concessione producono in capo ai concessionari”. A partire dal 2021 il ministero delle infrastrutture ha aggiornato i canoni balneari introducendo una quota minima di 2.500 euro, aumentata a 2.700 nel 2022. Il governo sta mappando i beni dati in concessione e dovrebbe approvare una norma sulle concessioni balneari prima della loro scadenza a dicembre.

Intanto il costo per una settimana al mare quest’anno è aumentato del 19 per cento secondo Federconsumatori. Un’escursione costa il 20 per cento in più, l’albergo è rincarato del 28 per cento. Le prenotazioni nei campeggi sono cresciute del 14 per cento. In Versilia, secondo i mezzi d’informazione locali, “spopolano le aree picnic” dove mangiare il pranzo al sacco. Secondo Federalberghi qui il tasso di occupazione degli alberghi a ferragosto era del 70 per cento, in discesa rispetto aall’87 per cento dell’anno scorso. I turisti stranieri aumentano mentre la domanda interna cala: del 4,4 per cento nel 2022, secondo l’Istat. Per chi se la può permettere, la vacanza al mare è ancora la prima scelta, ma qualcosa sta cambiando e non è solo colpa dei rincari.

Ondate di calore

“Quanto successo quest’estate è un campanello d’allarme”, ha dichiarato Marina Lalli, presidente di Federturismo Confindustria. “Ondate di calore sempre più frequenti e intense, nei prossimi anni potrebbero far cambiare le abitudini dei turisti, spostando la geografia delle vacanze verso destinazioni più fresche rispetto all’Europa meridionale”.

Nei primi cinque mesi del 2023 gli eventi climatici estremi sono cresciuti del 135 per cento rispetto al 2022, con 122 fenomeni meteorologici che hanno causato danni soprattutto in Emilia-Romagna, Sicilia e Piemonte.

Il 16 luglio è andato a fuoco il terminal A dell’aeroporto di Fontanarossa a Catania e, con 40 gradi, la città è rimasta senza corrente e acqua. Il 25 luglio l’aeroporto di Palermo è rimasto chiuso per alcune ore. Alla fine di luglio in Sicilia si contavano 48 incendi, a ferragosto 16.

Secondo i dati dell’Osservatorio città clima di Legambiente dal 2010 al giugno del 2023 nei comuni costieri italiani ci sono stati 712 eventi meteo-idrogeologici e idraulici, come alluvioni, cicloni, crisi idriche e ondate di calore. Si tratta del 41 per cento di 1.732 eventi di questo tipo in Italia, concentrati in appena 240 dei 643 comuni costieri. Le regioni più colpite sono quelle preferite per le vacanze al mare: Sicilia, Puglia, Calabria e Campania. Le coste spariscono mangiate dall’innalzamento del livello del mare dovuto al riscaldamento climatico. La temperatura dell’oceano aumenta senza sosta dal 1970 per via delle attività umane, secondo l’Intergovernamental panel on climate change (Ipcc), perché assorbe il calore in eccesso nel sistema climatico. E scaldandosi la sua acqua si dilata. L’aumento del livello del mare tra il 2005 e il 2015 è stato senza precedenti, con una crescita di 3,6 millimetri all’anno dovuto anche allo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide.

Nel luglio del 2023 la temperatura media globale è stata la più alta mai registrata dal 1940; il 31 luglio quella della superficie marina ha raggiunto un nuovo record, 20,96 gradi, secondo il sistema di monitoraggio europeo Copernicus. Di solito negli oceani si registrano le temperature più elevate a marzo: anche per questo il dato di luglio segna un’anomalia significativa. Già l’anno scorso il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) aveva lanciato l’allarme sul fatto che il Mediterraneo sta diventando “bollente”, con picchi superiori a 23 gradi in superficie.

Le spiagge scompaiono

“Senza interventi di mitigazione e adattamento, tra qualche anno buona parte degli stabilimenti balneari in Italia finirà sott’acqua” afferma Filippo Celata, geografo all’Università Sapienza di Roma e componente del direttivo della Società geografica italiana. Secondo Celata questo scenario si potrebbe presentare fra una trentina d’anni in quasi la metà delle spiagge italiane, “non solo per via dell’innalzamento del livello del mare, ma per i pesanti processi erosivi che le spiagge già subiscono da diversi decenni”. Celata ha applicato alle spiagge italiane le stime di erosione costiera al 2050 e al 2100 contenute in un recente studio pubblicato su Nature Climate Change. Secondo queste stime, già nel 2050 la superficie delle spiagge che rischiano di scomparire in Italia va dall’8 per cento, nelle ipotesi più ottimistiche, al 50 per cento, in quelle più pessimistiche. La stima si basa su uno scenario di riduzione consistente delle emissioni, uno scenario intermedio secondo la classificazione dell’Ipcc, descritto con la sigla Rcp 4.5 (representative concentration pathways, percorsi rappresentativi di concentrazione), in cui il livello del mare nel 2100 sarà cresciuto di 50 centimetri. Secondo il centro di ricerca nazionale Enea, quaranta aree costiere in Italia rischiano di essere sommerse nel 2100.

I risultati dello studio di Celata, che confluiranno nel rapporto annuale della Società geografica italiana Paesaggi sommersi: geografie della crisi climatica nei territori costieri italiani in uscita all’inizio del 2024, sono sconcertanti. L’ipotesi mediana di probabilità prevede la scomparsa di circa il 20 per cento delle spiagge italiane al 2050, ed è particolarmente drammatica in alcune regioni: la Sardegna potrebbe perdere il 38 per cento delle sue spiagge, la Sicilia, la Puglia e la Basilicata quasi un quarto delle spiagge. “Ovviamente sono previsioni soggette a errore e rappresentano l’ipotesi mediana di probabilità nello scenario per il quale i governi rispettino gli impegni presi e le temperature crescano solo di 1-2 gradi”, commenta il geografo.

Celata ha georeferenziato le spiagge a rischio scomparsa nei prossimi trent’anni, colorando di rosso quelle che subiranno un’erosione maggiore di cento metri, di arancio quelle con un’erosione maggiore di 50 metri. Sulla mappa la foce del Po è una grande macchia di punti rossi: tutta la costa dell’alto Adriatico, dove l’impatto dell’innalzamento del livello del mare sarà più drammatico, è costellata di punti rossi e arancio. Meno drammatica ma comunque preoccupante appare la situazione nelle Marche e in Abruzzo, lungo la costa meridionale della Sicilia e in quella orientale della Sardegna. A sud di Roma la costa del Lazio è tutta rossa e arancio, così come quella della Versilia dove c’è lo stabilimento Twiga.

Le parti di costa dove il mare si inoltrerà verso l’interno per più di cento metri includono alcune delle località più turistiche d’Italia. Jesolo, nella città metropolitana di Venezia, è la quinta località tra le prime 500 per valore aggiunto turistico, secondo una stima di Sociometrica, ed è nel cuore di una “zona rossa” a forte rischio di regressione del mare. Rimini, anch’essa in “zona rossa”, è al quinto posto della classifica di comuni più turistici.

Soluzioni troppo rigide

Pochi giorni fa è stata completata la fase di valutazione ambientale strategica necessaria all’approvazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc). La bozza era pronta dal 2017. Ma secondo Legambiente nel documento presentato dal ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica alla fine del 2022 il tema delle coste “è affrontato con un concetto ‘difensivo’ ormai decisamente superato”. “La parte del piano dedicata alle coste è molto vaga, ha una visione generale e teorica delle coste che si esplica semplicemente attraverso indicazioni ‘da manuale’”, spiega Michele Manigrasso, direttore dell’Osservatorio paesaggi costieri italiani di Legambiente. “L’adattamento ai cambiamenti climatici è legato al contesto e richiede una traduzione specifica nei diversi territori”.

Il piano contiene elenchi di possibili azioni per le coste. Ma si tratta di azioni difensive come la creazione di pennelli e barriere frangiflutti, insomma di strutture che produrranno un ulteriore irrigidimento delle coste”, continua Manigrasso. “Come hanno dimostrato le discipline che si occupano del mare e in particolare dei ‘conflitti’ lungo i bordi d’acqua, queste azioni non riducono il problema dell’erosione, anzi lo enfatizzano lungo segmenti di costa consecutivi”.

La linea di costa è mobile. “Più che una linea, è uno spazio”, osserva Manigrasso. L’edificazione delle coste interferisce con la naturale dinamica litoranea, peggiorando l’erosione costiera, che diventa un problema quando il mare incontra un ostacolo, perché le onde non riescono a scaricare l’energia e trascinano via la sabbia con la risacca. Le opere rigide di difesa dal mare tamponano l’erosione costiera localmente ma la spostano altrove, modificando le correnti marine e aggravando complessivamente il problema. “Serve una strategia di adattamento naturale al cambiamento climatico basato sull’arretramento gestito delle spiagge, bisogna ridare spazio alle dinamiche costiere naturali”, spiega Celata. “Quando parliamo di impatto al 2050 parliamo soprattutto di fenomeni erosivi precedenti al riscaldamento globale, quindi già in corso”, prosegue il geografo. “L’Italia non è un atollo nel Pacifico e non ha coste su un oceano. Ma le nostre coste sono più vulnerabili perché sono molto urbanizzate. Quindi in Italia gli scenari sull’innalzamento del livello del mare non sono drammatici come altrove, ma avranno un impatto importante perché le coste sono densamente costruite, sono rigide”.

Senza una strategia nazionale

La massiccia edificazione delle aree costiere è in gran parte dovuta al turismo balneare. Soprattutto dagli anni ottanta il fenomeno delle vacanze di massa nelle spiagge è diventato un fenomeno distruttivo, scrive il giornalista Alex Giuzio, autore di La linea fragile (Edizioni dell’asino, 2022).

Nato nell’ottocento come pratica salutista, cresciuto nell’epoca fascista, esploso negli anni sessanta, il turismo balneare ha modificato profondamente il paesaggio con la costruzione di colonie marine, villaggi vacanza, alberghi, pensioni, seconde case, villette, linee ferroviarie e porti turistici. Oggi la densità degli edifici lungo la fascia entro i trecento metri dal mare è doppia rispetto alla media nel resto della penisola, scrive Giuzio. Qui non c’è stata alcuna pianificazione perché “lo stato ha sempre demandato la gestione delle coste ai piani regionali e comunali che hanno dato priorità alle esigenze del turismo di massa anziché a quelle di un ambiente molto delicato”.

I comuni, a loro volta, hanno demandato la gestione delle spiagge ai privati, di fatto assegnandogli non solo l’erogazione di servizi ma la gestione ambientale delle coste, per la quale manca una strategia nazionale. Tra il 1998 e il 2015 il 90 per cento di 4,5 miliardi di euro spesi per la protezione delle coste è riconducibile a spese per interventi emergenziali, scrive Giuzio. L’Italia spende milioni di euro per il ripascimento delle spiagge, con il trasporto e il versamento di carichi di sabbia. Ma serve a poco. In alcune zone di Jesolo la costa è già arretrata di 300 metri. Qui “l’azione erosiva è talmente accentuata che si possono perdere alcuni metri di spiaggia in poche ore, come successo all’inizio del settembre 2020, nonostante il ripascimento effettuato nell’autunno precedente”, si legge nel rapporto annuale sulle spiagge di Legambiente. “Quest’anno gli stabilimenti a Cesenatico hanno tolto due file di ombrelloni”, racconta Giuzio. “Il comune di Cervia sta progettando l’innalzamento del lungomare per via delle mareggiate”.

Il miglior modo per ridurre il rischio di inondazioni è ridare spazio alla natura, ricostituire le dune e le zone umide e paludose, demolire le costruzioni. È quello che sta facendo il comune di Lecce con un Piano delle coste, approvato nel 2022, che prevede interventi di rinaturalizzazione degli arenili e la rimozione di manufatti rigidi. Il comune ha rivisto la percentuale di spiagge in concessione e ha destinato la maggior parte del litorale a spiagge libere e attrezzate.

Un’altra esperienza interessante è quella del comune di Rimini, spiega Manigrasso. Con il progetto Parco del mare il comune sta portando avanti interventi di adattamento e rigenerazione urbana con la ricostruzione dei cordoni dunali, l’elevazione della passeggiata rispetto al bagnasciuga, l’integrazione di soluzioni per il drenaggio dell’acqua, il progressivo ritiro delle attrezzature turistiche per ampliare la spiaggia. “L’innovazione è rappresentata dall’uso flessibile e reagente del suolo, dalla nuova topografia ripensata rispetto alle dinamiche dell’acqua”, ha scritto Manigrasso in un capitolo del saggio Coste in movimento (Donzelli 2022). Ma le esperienze di Lecce, di Rimini e di alcuni altri comuni sono eccezioni.

“La strategia di adattamento climatico non può essere demandata ai privati, e neanche può essere portata avanti da singoli comuni: ha bisogno di una gestione nazionale. Il tema delle concessioni balneari riguarda il recupero di uno spazio di governo pubblico, di gestione ambientale delle coste”, afferma Celata. Secondo Manigrasso una strategia nazionale potrà essere costruita con l’istituzione di un Osservatorio, previsto dal Piano di adattamento ai cambiamenti climatici, che funzioni da cabina di regia per coordinare gli enti coinvolti alle varie scale di governo, e dare concretezza al Piano nazionale, che è solo di indirizzo. “Questa sarà una fase strategica per approfondimenti territoriali specifici, per aggiornare i vincoli del piano che sono già obsoleti, perché basati su dati vecchi, e per tradurre le linee guida generali in scelte e azioni locali”, sostiene Manigrasso.

Il problema non riguarda solo il meccanismo di assegnazione delle concessioni balneari: a essere ormai insostenibile è il modello privatistico di gestione delle coste, basato sulla conservazione di privilegi economici e su un modello di turismo inadeguato alla nuova realtà. L’Italia non può continuare ad affrontare il cambiamento climatico con soluzioni di emergenza che peggiorano il problema, e poi con risarcimenti per il settore turistico quando questo si manifesta. Anche perché il costo dell’immobilismo politico, in un paese al centro di un “hotspot climatico”, come i climatologi definiscono il Mediterraneo, rischia di essere altissimo.

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