La costruzione di un
porto temporaneo a Venezia per accogliere le grandi navi ha riaperto un
dibattito che lacera la città da decenni, tra chi si batte per la salvaguardia
della laguna e chi spinge per la crescita economica a tutti i costi
Se dalle finestre
arcuate del campanile di San Marco vedeste un uomo su un piccolo motoscafo che
sfreccia verso l’orizzonte, non lo riconoscereste. Sebastiano Bergamaschi,
cofondatore del movimento Fridays for Future di Venezia, 24 anni, è coperto
dalla testa ai piedi da un passamontagna nero e da una pesante giacca scura.
Solo i suoi occhi si muovono, contro il vento freddo che gli sferza il viso.
Intanto, la barca attraversa il canale Malamocco Marghera, a pochi chilometri
dal centro di Venezia. È il 27 Novembre 2022 e l’attivista è in missione per
verificare la presenza di anomalie: lavori edilizi non annunciati, o il
passaggio non autorizzato di crociere. «Vedete, è da qui che passano ora le
navi», dice mentre ci mostra i contorni sfocati di una imbarcazione
all’orizzonte. «I giganti non sono più dentro casa, li hanno spostati lontano
dagli occhi», aggiunge Ruggero Tallon, attivista del Comitato No Grandi Navi
che ci accompagna nel viaggio.
L'inchiesta in
breve
·Per proteggere il business delle grandi navi a Venezia, l’Autorità portuale
sta costruendo un sistema di approdi provvisori che richiederà interventi
sull’ecosistema lagunare
·Le crociere passeranno per il canale Malamocco Marghera, che già versa in
condizioni critiche dovute all’impatto del traffico marittimo degli anni
sessanta
·Parallelamente, le casse di colmata, un biotopo naturale nell’area,
verranno rinforzate con barriere rigide e sopra vi verranno depositati chili di
fanghi dragati dal canale
·L’ultima volta che il canale è stato dragato, negli anni Sessanta, la città
ha vissuto la più grande acqua alta di sempre (194 cm)
·L’Autorità Portuale vuole alzare il numero di crocieristi ad un milione al
2027.
Scienziati, organizzazioni ambientali e la Commissione europea hanno espresso
preoccupazione per l’effetto che questo progetto avrà sulla sopravvivenza della
città
Come la maggior parte dei residenti della città, giovani attivisti come
Tallon e Bergamaschi hanno un attaccamento quasi religioso a Venezia. Entrambi
si sono dati all’attivismo politico da studenti e si sono subito uniti al
movimento per il clima. «La prima volta che sono saltato davanti a una barca
avevo diciassette anni», racconta Sebastiano. Una volta terminato il liceo, i
due sono passati da essere compagni di scuola a organizzatori di proteste,
mentre i sindaci diventavano via via più indifferenti alla causa ambientale,
secondo Ruggero.
I due sono in allerta a causa dell’espansione del porto “provvisorio” che
aprirà una nuova strada alle grandi navi nella Laguna di Venezia…
La motivazione: “non sarebbero state adottate misure sufficienti
per contrastare il deterioramento del sito dovuto in particolare al ‘turismo di
massa’ e ai cambiamenti climatici”.
Ma quanta ipocrisia, da parte del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, nel relazionarsi al richiamo
dell’Unesco su Venezia e sugli effetti del turismo di massa, quasi
lui contasse come il due di coppe quando la briscola è bastoni in una
partita politica in cui da le carte da quasi vent’anni.
E quanta parzialità, superficialità, quasi accondiscendenza nel
racconto mediatico di quello che il turismo di massa
sta arrecando e potrà arrecare all’ambiente, non solo a Venezia, ma in tutte le
località di richiamo del Veneto.
E quanta apatica indifferenza nel fideistico
corpus elettorale del Presidente Zaia verso gli effetti di un
nuovo capitolo del libro veneto sulla mercificazione delle risorse
ambientali e storiche ereditate (Venezia, le Dolomiti) e sull’uso,
consumo e gestione delle risorse naturali (cementificazione
del suolo, inquinamento dell’aria delle città venete, inquinamento delle acque
sotterranee e di superficie per residui di pesticidi e di Pfas).
.
L’ultimo capitolo del libro veneto sulla mercificazione delle
risorse naturali, ambientali e storiche ereditate si intitola turismo
industriale.
La turistificazione industriale è un processo poliedrico
(ambientale, politico, economico, culturale) portato avanti nel tempo, in
più fasi e con più atti legislativi, accompagnati immancabilmente dal
linguaggio della propaganda.
Lo scopo finale di tale processo, a mio giudizio, è quello di usare il
turismo industriale come una consistente leva economica che venga in soccorso
dello scricchiolante modello economico del Nord-Est che, tra
l’altro, ha capannonizzato e ingrigito il paesaggio,
la terra e la campagna veneta.
In questo percorso di mercificazione delle risorse la valorizzazione
turistica si sta rivelando una valorizzazione
monetaria, commerciale di singoli luoghi, esaltati da cartoline
mediatiche prodotte anch’esse a livello industriale da influencer e media e
usate come specchietto per le allodole per nascondere la scomparsa del
paesaggio veneto nella sua dimensione propriamente paesaggistica,
sempre più degradato e cementificato.
Venezia è un caso emblematico delle conseguenze ambientali e antropologiche
del turismo di massa: un turismo industriale a
cui viene affidato il compito di aumentare il PVL (Prodotto Veneto Lordo) messo
in crisi dagli effetti della globalizzazione.
Una strategia amministrativa e politica di cortissimo respiro,
infiocchettata da gigantesche operazioni di marketing territoriale,
che fa fuori l’essenza valoriale, ecologica, naturalistica, storica,
antropologica dei beni cosiddetti turistici.
Non è un caso che in Regione Veneto la sezione “Strategia Regionale della
Biodiversità e dei Parchi” sia finita sotto la Direzione Turismo:
una forzatura istituzionale di senso e di significato, tipica di una politica
arrogante e autoreferenziale, non incalzata da una efficace contro
narrazione del sistema veneto.
E non c’è solo Venezia in questo tritatutto industriale dei
beni turistici.
Rispetto alla soverchiante urbanizzazione pedonale e marittima di Venezia
cosa sta accadendo in altri siti Unesco della Regione?
Cosa si sta facendo e cosa sta facendo l’Unesco per non
arrivare alla situazione limite di Venezia?
Ad esempio, perché gli effetti sugli habitat faunistici e
vegetazionali, in conseguenza dell’organizzazione di un evento sportivo
globale, planetario, come lo sono le XXV Olimpiadi Invernali, non sono ancora
stati oggetto di alcun richiamo da parte dell’Unesco?
Un evento la cui traduzione operativa, urbanistica e logistica
sul territorio alle pendici delle Tofane ha già comportato e sta
comportando la creazione di nuove piste, l’allungamento e rimodellamento
con allargamento di quelle esistenti (anche in versanti soggetti a valanghe),
la creazione di bacini idrici per l’innevamento artificiale, la creazione di
nuovi impianti di risalita, di nuovi parcheggi, di nuove strade di accesso e
raccordi fra piste da sci e fra strade di collegamento, la riduzione di superfici
boscate, il taglio di centinaia di alberi, la riduzione di superfici a
prato o a pascolo: tutte “azioni” che hanno già determinato un
consumo di suolo di circa 40 ettari, a cui si vorrebbe (le “intenzioni”)
aggiungere la costruzione di una anacronistica pista da bob a spese anche
di un lariceto secolare.
Cosa c’è di diverso, rispetto al sovraffollamento antropico fuori controllo
di Venezia, in un’area vitivinicola già soggetta a importanti fenomeni di
erosione per quello che potrà accadere a seguito di mega
operazioni di marketing territoriale che possono portare
ad un aumento del flusso turistico dagli attuali 400.000 visitatori al
loro raddoppio in 5 anni?
Non bisogna essere dei geni per comprendere la compromissione
urbanistica e ambientale che comporterebbero nuove infrastrutturazioni (strade,
parcheggi, nuove strutture ricettive, ecc.) in un’area collinare e boschiva,
relativamente ridotta e idrogeologicamente fragile. Certo, la
consapevolezza sulle caratteristiche dei luoghi che si amministrano nasce dalla
conoscenza della loro geografi”.
Una consapevolezza che chi amministra la Regione non può acquisire
solo attraverso un debordante presenzialismo sui social e
alle sagre, facendosi immortalare per l’ennesimo brindisi con
le bollicine.
In un’area, quella del Prosecco, in cui l’espansione imperialistica
della Glera e l’uso intensivo della chimica
di sintesi avevano già fatto vacillare la decisione dell’Unesco circa
l’esito positivo della candidatura a Patrimonio dell’Umanità.
Un’indecisione che l’Unesco ha risolto stilando 14 prescrizioni su
cui però non sembra minimamente preoccupata di vigilare.
Cosa c’è di diverso, nella sostanza e non nella forma, rispetto a Venezia?
Forse i tempi in cui potrà materializzarsi una situazione off
limits come quella di Venezia?
Cosa c’è di diverso, da non meritare un richiamo dell’Unesco, nelle
leggi regionali del Veneto che riguardano i siti Patrimonio dell’Umanità
presenti in regione?
Leggi regionali che consentono, in un caso, nell’area delle Colline del
Prosecco, di urbanizzare l’area agricola dei vigneti
ampliando, a scopo ricettivo, fino a 120 metri cubi le vecchie
casere e, nell’altro caso, nell’area delle Dolomiti, dì costruire,
parificandole ai rifugi alpini, delle strutture ricettive di lusso (le chiamano
“stanze panoramiche”) oltre i 1600 metri di altitudine.
Il turismo industriale modello balneare non è sostenibile,
tanto meno nelle aree Unesco, perché provoca l’asfissia culturale,
ambientale, economica e antropologica dei siti.
Alla valorizzazione turistica dei luoghi vanno posti
dei limiti invalicabili che riguardano la loro conservazione,
manutenzione e la gestione controllata e contingentata dei flussi (si tratti di
Venezia, delle Dolomiti, delle Colline del Prosecco).
Va fermata ulteriore urbanizzazione, ulteriore cementificazione.
Va fermata la folle corsa pubblicitaria del marketing
territoriale social tenendo conto della capacità di assorbimento
antropico del luogo pubblicizzato e del suo contesto paesaggistico-ambientale
e, soprattutto, della qualità di vita dei residenti.
La valorizzazione turistica dei luoghi
naturali o storico-artistici non può essere oggetto di ulteriori
pianificazioni infrastrutturali e di business che
potrebbero abbassare il pregio naturalistico, storico-artistico, estetico
e attrattivo dei luoghi e compromettere il tessuto antropologico delle
comunità residenti: è sempre una questione di “limiti”, un concetto
difficile da assimilare, ma drammaticamente vitale per la sopravvivenza degli
ecosistemi, della stessa economia dei luoghi nel lungo periodo, dei
sistemi di vita delle popolazioni locali.
.
Non si riflette abbastanza sugli effetti del turismo di massa sul
precario equilibrio antropologico delle comunità che vivono nei siti turistici:
il dramma turistico di Venezia è lì a ricordarcelo.
E sono aspetti essenziali da inglobare nella nostra visione di un futuro
per questi luoghi che non possono essere assimilati a delle zone
industriali a cielo aperto in funzione del PVL (Prodotto Veneto Lordo).
La risorsa turismo in certi luoghi va maneggiata con cura,
va centellinata e può dare il suo contributo all’economia dei territori,
ma non può degenerare in un turismo di massa indifferente
alla capacità di assorbimento antropico, alla tutela dei paesaggi e alla
salvaguardia dello spirito identitario delle comunità interessate dai
flussi turistici.
Rispetto ai fatturati del turismo modello balneare, che
compromettono nel medio-lungo periodo la risorsa ambientale, la gestione
controllata dei flussi turistici quasi certamente avrà dei ritorni
economici più contenuti (e sostenibili nel tempo), ma
potrebbe anche rendere fertile un terreno su cui attecchiscono
nuovi desideri/aspirazioni di appartenenza alle
comunità e assecondare così, unitamente a misure di incentivazione
economica e sociale, un processo di ripopolamento residenziale, sia del
centro storico di Venezia e sia delle aree interne del Veneto (i borghi e i
paesi di montagna e di collina) che stanno vivendo una fase di lento
spopolamento.
La Lista di Spagna a Venezia è il “rio interrato” dove un tempo risiedeva,
in un palazzo oggi diventato hotel, la delegazione diplomatica spagnola. Nei
giorni scorsi (lo testimoniano i filmati in rete) è stata teatro di un
incidente che ha replicato un’acqua granda con allagamento di atri, negozi,
cantine, esercizi: una tubatura si è rotta per scarsa o nulla manutenzione a
dimostrazione che ci vuol poco a infliggere una ferita mortale a una città.
In realtà sono poche le istruzioni per assassinare una città.
Si comincia dalla sospensione di ogni pratica di sorveglianza e manutenzione
dei servizi essenziali e del territorio affidati a imprese subappaltate a costi
ridotti oppure più verosimilmente nella loro qualità di sedi clientelari dove
alimentare scambi di voti.
Si prosegue allestendole in veste di location per eventi eccezionali che
richiedono misure speciali, commissariamenti, autorità investite di poteri
straordinari o per opere di “pubblica utilità” che si rivelano ben presto
macchine mangiasoldi e fabbriche di speculazioni e malaffare.
Se si tratta di città d’arte, ma va bene anche la chiesetta romita, la si
converte in albergo diffuso, percorso da file di pellegrini, località da
annoverare tra quelle irrinunciabili del turismo di massa, che invece i privilegiati
possono godere di relais e accoglienza esclusiva.Al tempo stesso per quelli che
non possono o non vogliono approfittare delle opportunità del low cost ecco
pronte le imitazioni, a Las Vegas come in Cina, intere Venezia ricostruite con
rii, ponticelli, palazzi in miniatura o a altezza reale così perfetti da
appagare i visitatori veri o virtuali.
La si affida a cattivi amministratori – ed è evidente la responsabilità
diretta o indiretta dei cittadini. Basta guardare agli ultimi sindaci della
Serenissima. Di Cacciari sappiamo che è ricco di famiglia e non gli serve
rubare. Peggio ancora, allora è per intima convinzione che ha voluto lasciare
un’impronta con un ponte della più prestigiosa archistar del tutto superfluo e
che continua a mungere denaro, che ha dato un avvio prodigioso alla
privatizzazione del patrimonio pubblico: Fondaco dei Tedeschi, isole da
convertire in relais, albergoni con licenza di espansione come il Santa Lucia.
A Cacciari, quello che in occasione di acque alte di particolare gravità
consigliava agli amministrati di comprarsi gli stivali, è seguito il grigio
Orsoni coinvolto nel leggendario scandalo delle tangenti per il Mose e
scomparso anche dalla memoria collettiva, né più né meno di più di più
influenti criminali interessati dalle inchieste.
Oggi la città è governata da Brugnaro un uomo della terraferma, un
imprenditore che vuole fare della città d’arte il jukebox da cui mungere
quattrini per nutrire, valorizzare e “implementare” Mestre, il cui profilo si
dovrebbe arricchire di quei grattacieli che non piacciono più nemmeno a Dubai,
che pensa di poter rifilare il Mose a quei copioni dei cinesi che magari sono
disposti a pagare caro il know-how della prodigiosa opera ingegneristica.
Meglio ancora se ricorrentemente la città è investita da tremende catastrofi
“naturali”, imprevedibili e incontrastabili che impongono fondi a disposizione
di entità allestite da hoc, enti locali inefficienti, imprese private che si
prestano generosamente. Terremoti, inondazioni, frane diventano opportunità,
occasione irrinunciabile per una oliata macchina dell’emergenza che scavalca
l’interesse generale per imporre quello privato. A Venezia nella notte del 12
novembre 2019 è stata sommersa da 187 cm di acqua che per tre giorni hanno
allagato tutto il territorio, mettendo in ginocchio attività, esercizi, tirando
fuori la povera gente dai piani più bassi e incrementando il senso di abbandono
dei residenti che soffrivano mentre là, come un Moloch crudele si vedeva il
profilo della formidabile opera che era già costata alla collettività oltre
5.493 milioni di euro.
Ci vuol poco a assassinare una città. Basta avere paura del suo passato e
dunque del suo futuro, dei suoi cittadini: e ce ne sarà ancora qualcuno che
lotta per la sua identità e dignità, anche se ormai ammontano a 49.625. SE
queste città come si è solito dire sono patrimonio comune, comune è la
responsabilità di difenderle.
“Bisogna
girare Venezia a piedi. Chi la gira soltanto in barca ne ha un’immagine morta;
la Venezia dei decadenti è lunare, lievemente putrida, vista da persone
adagiate sui cuscini delle imbarcazioni”. Raccogliendo l’invito del giornalista
e scrittore Guido Piovene, ci si mette allora in marcia volentieri. A piedi. D’altronde
Venezia sembra grande, ma in realtà si gira tutta camminando, basta non andare
di fretta.
La sfida è riuscire a passare tre giorni
in città spendendo non più di 60 euro al giorno. Può sembrare impossibile ma
non lo è, basta lasciar stare il weekend. Visitare Venezia nei giorni feriali
vuol dire trovarsi di fronte un’altra città, e non certo peggiore. A cominciare
dalle opzioni per dormire a basso prezzo: nel grande e relativamente tranquillo
sestiere di Cannaregio ci sono vari affittacamere dove si possono spendere 28
euro a notte per una matrimoniale. Un suggerimento potrebbe essere Corte
Loredana, mentre per chi ha il gusto degli istituti religiosi ci sono anche
opzioni come Casa Caburlotto, secolare istituzione di suore rimodernata di
recente e convertita in residenza per soggiorni brevi.
Incamminandosi verso Rialto dalla stazione
ci può essere subito l’occasione di mettere qualcosa sotto i denti, per
prepararsi alle camminate del resto della giornata. Nelle calli intorno al
famoso ponte, che è una tappa immancabile e gratuita, s’incontra tutta una
costellazione di bacari, enoteche che fanno piccola ristorazione. È il paradiso
dei “cicchetti”, fettine di pane con sopra di tutto, dal lardo alle acciughe al
baccalà, declinato in ogni sua possibile sfumatura, da accompagnare con
“un’ombra” della casa, cioè un calicino di bianco o di rosso. In una zona ad
alto tasso di trappole per turisti, Cantina Do Mori – bacaro tra i più antichi
di Venezia – mantiene una sua romantica crociata nel preservare la tradizione.
Ecco allora bottiglie secolari alle pareti, pentolame in rame e un tripudio di
cicchetti, frittatine, polpette, ovetti con l’acciuga e “francobolli”,
minuscoli tramezzini quadrati che sono una specialità della casa.
Dopo lo spuntino si prosegue verso piazza
San Marco, dove affacciano due dei principali gioielli della città: palazzo
Ducale e la basilica di San Marco, secondo Stendhal “la prima moschea che si
incontra andando verso oriente”. Arrivati in piazza, l’immagine non è delle
migliori: ad attendere i visitatori, più che le atmosfere oniriche di The new pope di Sorrentino sono degli eterni
lavori in corso. Stanno mettendo al sicuro la basilica dall’acqua alta con
scintillanti barriere in vetro, ma da mesi tutto procede a rilento.
La magnificenza del
potere
Palazzo Ducale è sconfinato già a vederlo
da fuori, ma solo entrandovi ci si rende conto di cosa doveva essere Venezia
sotto la Serenissima, quell’immenso carrozzone politico e militare che
governava terre fino alle coste siriane. A sorprendere, oltre alla magnificenza
del potere, è la sua segmentazione: chi oggi si lamenta della burocrazia
italiana dovrebbe visitare le aule, le stanze e le stanzette di questo palazzo,
ognuna con una sua precisa e insostituibile funzione, almeno a detta dei
rispettivi funzionari che le occupavano. Nel senato c’è un orologio con
ventiquattr’ore e una sola lancetta. Guardandolo meglio ci si rende conto che i
numeri sono messi in ordine antiorario. Non c’è nessun apparente motivo, solo a
sottolineare che a Venezia molte cose funzionano al contrario. Il biglietto per
palazzo Ducale è costoso (25 euro), ma si ha poi accesso anche al museo Correr,
alle prigioni e alla Biblioteca marciana.
A una certa ora, camminando intorno alla
piazza e a riva degli Schiavoni si nota qualcosa di inaspettato: nei giorni
feriali Venezia di sera è vuota. I residenti del centro sono meno di 50mila, i
pendolari se ne sono già andati e i turisti che restano a dormire non sono
molti. Quando s’incontra qualcuno, ci si sorride. Alle sei di pomeriggio di un mercoledì
perfino il Florian – probabilmente il caffè più antico del mondo, è del 1720 –
ha le porte sbarrate. A questa stessa ora le enoteche della zona del mercato di
Rialto, invece, cominciano ad animarsi. Sarde in saor (cioè fritte e condite
con cipolle in agrodolce, pinoli e uvetta), schie (gamberetti della laguna),
seppie in nero con polenta, un quartino di bianco e la cena è fatta. Al tavolo
della Cantina do Spade si gioisce per aver mangiato con 20 euro in modo
egregio.
Al mattino, se è il periodo di carnevale,
si deve partire con le frìtoe, le frittelle, che a Venezia sono grandi come un
pugno. Con lo zabaione, con la crema oppure veneziane, cioè con uvetta e
ricoperte di zucchero, la cui semplicità le fa vincere a mani basse. Due
pasticcerie consigliate sono Dal Mas e Tonolo, entrambe botteghe centenarie…
Ma quanto è davvero “verde” il Governo Draghi? Se il
buon Dio (e il diavolo) si nascondono nei dettagli, prendiamone uno
macroscopico: le Grandi Navi e la salvezza di Venezia.
Il 31 marzo scorso, l’eterno ministro della Cultura
Dario Franceschini scrive su Twitter: «Una decisione giusta e attesa da anni:
il Consiglio dei ministri approva un decreto legge che stabilisce che l’approdo
definitivo delle Grandi Navi a #Venezia dovrà essere
progettato e realizzato fuori dalla laguna, come chiesto dall’@UNESCO» (https://volerelaluna.it/territori/2020/12/30/venezia-una-prima-sconfitta-per-la-grandi-navi/). Il 14 aprile 2021, Luca Zaia
detta alle agenzie: «MSC Crociere conferma le crociere su Venezia, e li
ringrazio perché è un bel segnale di ripresa».
Ma, si dirà, non c’è contraddizione: uno è un progetto
a lungo termine (30 anni!), l’altro è il business as usual che
accenna a riprendersi dopo la pandemia. E invece la contraddizione c’è, e tale
da mettere in dubbio le intenzioni del Governo: Governo in cui, ricordiamolo,
il Pd di Franceschini e la Lega di Zaia governano felicemente insieme. Perché
se all’uscita dal tunnel pandemico si ricomincia come prima – dimenticando il
ritorno alla vita della Laguna che ha commosso il mondo intero –, ebbene sarà
davvero assai dura poi cambiare qualcosa. E sarà il caso di ricordare che già
nove anni fa il decreto Clini-Passera annunciò che le Grandi Navi erano fuori
dalla Laguna: con altri trent’anni così, per Venezia è finita.
E, d’altra parte, se si vanno a vedere le carte del
Governo, si scopre che la “cura” rischia di essere peggiore del male. Il piano
è quello di progettare e costruire un terminal in mare (ma ci vorranno,
appunto, trent’anni) e nel frattempo di realizzare a Marghera approdi
“temporanei”. Questi ultimi – nota Italia Nostra Venezia – «saranno opere di
grandissimo impatto e dai costi insostenibili (62 milioni, ma verosimilmente
molti di più): sarà necessario espropriare le aree interessate, arretrare le
banchine e costruirne di nuove (700 m), pensare alle infrastrutture a
viabilità nazionale, escavare il canale industriale, ampliare i bacini di
evoluzione». Ora, chi onestamente può pensare che un approdo da almeno 62
milioni di euro sia davvero provvisorio?
Ma c’è di peggio. Finché l’approdo di Marghera non
sarà pronto, tutto continuerà come prima; e quando ci sarà, le Grandi Navi
passeranno dal Canale dei Petroli, che dovrà essere ampliato, forse raddoppiato,
e marginato con strutture rigide e scogliere. Da molti decenni è nota la
responsabilità di questo Canale nella morte della Laguna: le onde che genera ne
cancellano la morfologia, annullando la rete dei canali naturali, e esponendo
la città a un moto ondoso che di naturale non ha nulla. Da decenni tutti i
Piani, e i voti della Salvaguardia per il recupero della Laguna prescrivono la
riduzione del Canale dei Petroli: che ora invece il Governo allarga e potenzia.
I risultati potrebbero essere letali per Venezia, e per la Laguna che ne
costituisce le mura e la campagna: ed è un vero paradosso che si rischi il
disastro «al fine di tutelare un patrimonio storico-culturale non solo italiano
ma del mondo intero», come recita la nota firmata dai ministri della Transizione
Ecologica, Roberto Cingolani, della Cultura, Dario Franceschini, del Turismo,
Massimo Garavaglia e delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico
Giovannini. Il commento di Italia Nostra Venezia è terribile: «Per Venezia non
c’è più speranza. Noi abitanti stiamo già facendo il favore agli sfruttatori
della città di sparire (al ritmo di 1000 all’anno). Non ci sarà più
opposizione, nessuna coraggiosa voce contraria. La lingua di Goldoni tacerà.
Resteranno solo le pietre, deformi, corrose dalla lebbra dell’inquinamento e un
bacino di acque profondo, indifferenziato e artificiale, senza più storia,
buono per ignari frequentatori di parchi acquatici di divertimento».
Un destino ineluttabile, un danno collaterale
inevitabile? No. Se solo si avesse il coraggio di ammettere che Venezia può, e
anzi deve, fare a meno del turismo delle Grandi Navi (https://volerelaluna.it/ambiente/2020/08/14/grandi-navi-a-venezia-cambiare-politica/). Un turismo desertificante, che fa
guadagnare molto più le compagnie crocieristiche che non la città, alla quale
porta pochi denari e moltissima usura.
Di fatto, si sta ripetendo l’errore del Mose. Invece
di tornare a manutenere la Laguna, a governare l’ambiente in modo sostenibile,
si scelse la via dell’abuso violento dell’ecosistema e quindi dell’intervento
meccanico della valvola del Mose, che costa somme spaventose (6 miliardi di
euro…), e che sarà messa fuorigioco dall’inarrestabile aumento del livello del
mare (https://volerelaluna.it/commenti/2019/11/14/venezia-muore-annegata-ma-non-per-il-maltempo/). Ora si fa lo stesso: invece di
cambiare il modello del turismo a Venezia (un modello che ha distrutto una
città ridotta a meno di un terzo dei suoi abitanti storici), si torna a
violentare la Laguna per poterlo mantenere in vita indefinitamente.
In tutto questo, è disgustosa l’ipocrisia degli
annunci dei politici, utile a conquistare consensi nell’opinione pubblica meno
informata. Le Grandi Navi non si fermeranno, e non lo faranno nemmeno questi
Grandi Navigatori di una politica disfatta e inquinata almeno quanto la Laguna.
E il Drago verde è solo l’ennesima favola per un popolo eternamente tenuto in
stato di minorità.
La volontà politica espressa dall’attuale Governo è
chiara: la soluzione definitiva per l’approdo delle grandi navi a Venezia deve
essere fuori dalla Laguna. È la prima volta che accade in nove anni.
Dopo nove anni di lotta, dunque, nove anni di
mobilitazioni, cortei, iniziative e processi ai danni di attivisti e attiviste,
ora per la prima volta il Governo si schiera con la voce della città: le grandi
navi non sono compatibili con la Laguna di Venezia. È un momento da plaudire
con gioia e cautela. Questa è una vittoria contro gli appetiti speculativi
sulle aree della prima zona industriale, tanto coccolati dal sindaco Luigi
Brugnaro.
Siamo altresì consci che la soluzione “temporanea”
proposta in sede di Comitatone possa incappare nell’inerzia istituzionale che
ha impedito fino a oggi di discutere di soluzioni alternative concrete in
conformità con il decreto Clini-Passera, che già nel 2012 aveva stabilito il
divieto di passaggio delle grandi navi in bacino San Marco, senza che nulla
venisse fatto per adempiere alla direttiva. La soluzione temporanea proposta
per la prossima stagione è quella di permettere l’approdo contingentato:
ottanta navi andranno alle banchine della Vecom e di TIV (in prossimità di
Fusina) per il 2021, mentre si ipotizza l’approdo alle banchine del canale Nord
sponda Nord entro il 2022 (previa autorizzazione della commissione VIA). Una
decisione che desta perplessità e preoccupazione visti i pericoli legati alla
navigazione e alla salvaguardia (erosione dei fondali, sicurezza della
navigazione, accessibilità nautica, commistione di traffico, stazza,
interferenza con il Mose, attraversamento zona dichiarata a rischio incidenti
rilevanti (Seveso ter, scavi, bonifiche, cambiamenti di destinazione d’uso,
modifica concessione portuale, logistica, variante Piano regolatore ecc).
Allo stesso modo, va tenuto conto dell’opposizione dei
sindacati dei lavoratori del polo industriale, che preannunciano danni al porto
commerciale, e l’impossibilità, entro queste proposte, di un rilancio
ecosostenibile per Porto Marghera.
La soluzione definitiva deve essere celere e
rispettosa delle normative, e deve essere esterna alla Laguna. Saremo in prima
linea, come sempre, pronti e pronte alla mobilitazione, affinché il Governo e
le istituzioni preposte siano conseguenti alle proprie dichiarazioni;
vigileremo affinché la soluzione “temporanea” non costituisca un’opzione
definitiva per inerzia, malgoverno e connivenza con le lobby crocieristiche,
che sullo status quo hanno guadagnato utili per milioni di euro.
Ci vediamo a gennaio per festeggiare nove anni di
lotta, e per ritrovarci in una nuova grande assemblea! Continuiamo a discutere
e mobilitarci per la difesa della nostra città.
Incredibilmente
il Governo ha dato il via libera dal 15 agosto, pur con un rigido protocollo
anti-Covid, alla ripresa delle crociere a Venezia ma MSC e Costa (le
corporations multinazionali della croceristica, che tra l’altro detengono un
cospicuo pacchetto azionario della Venetia Terminal Passeggeri) vi hanno
definitivamente rinunciato per la stagione croceristica 2020, già falcidiata
dall’emergenza Covid. Del resto Costa Deliziosa (che avrebbe dovuto essere la
prima nave a partire da Venezia, il giorno di Ferragosto) è ancora in
quarantena a Civitavecchia per casi Covid tra l’equipaggio.
Alla notizia
della decisione governativa il Comitato No Grandi navi aveva immediatamente
chiamato alla mobilitazione con presìdi per mare e per terra, alla bocca di
Porto del Lido e in bacino di San Marco. Poi, alla rinuncia da parte delle
compagnie, il movimento ha trasformato la mobilitazione in festa per venerdì 14
agosto, alle 18.00 in Punta della Dogana, sul Canale della Giudecca, finalmente
sgombro dalle grandi navi, almeno per tutta la stagione 2020.
L’estromissione
della grandi navi dalla Laguna è una vittoria del movimento, ma già è iniziata
la controffensiva per far cadere tutti nel tranello della contrapposizione tra
diritto alla salute/salvaguardia dell’ambiente e lavoro. Venezia Terminal
Passeggeri (VTP) infatti, all’inizio del lockdown, ha messo in
cassa integrazione i suoi 59 dipendenti, pur avendo chiuso il bilancio 2019 con
lauti utili (come fu per i 4,4 milioni di utili del 2018). Centinaia di
lavoratori sono da allora privi di tutele, senza contare i danni economici
all’indotto per le forniture, visto che Venezia è homeport, cioè un
porto di partenza da dove le grandi navi partono e arrivano e si riforniscono.
Pensiamo ai portabagagli, ai lavoratori a chiamata, hostess e addetti
all’accoglienza con contratti precari o atipici che il crocerismo utilizzava. A
loro va tutta la nostra solidarietà e appoggio per una garanzia del reddito.
Con la crisi
determinata dalla pandemia Venezia è una città allo stremo, con migliaia di
lavoratori del settore del turismo in cassa integrazione, o addirittura senza
reddito, soprattutto chi lavorava in nero o con contratti atipici, che nel
settore turistico e portuale sono purtroppo nella norma. Ma Venezia non può
sopravvivere con la monocoltura turistica (che anzi, nella versione dell’overtourism,
impoverisce la stessa vivibilità, l’ambiente, la salvaguardia della città e
anche il lavoro, sempre più precario e non tutelato) e l’attuale crisi
dovrebbe, per converso, essere utilizzata proprio per impostare un nuovo
modello di sviluppo della città e del lavoro. Invece c’è chi continua a
chiedere che ritorni tutto come prima, dimenticando che il decreto
Clini-Passera dal marzo 2012 vieta il passaggio della grandi navi superiori
alle 40.000 tonnellate di stazza lorda e che in questi otto anni invece le
grandi navi hanno continuato a passare, a dispetto della legge, del buon senso
e degli incidenti che il “Fronte del Porto” negava, ma che poi sono avvenuti (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/06/06/ora-basta-fuori-le-grandi-navi-dalla-laguna-di-venezia/)
.
Sta già
girando il balletto delle cifre sugli occupati diretti e indiretti del porto
croceristico, gonfiati e sgonfiati a dismisura, anche perché molti sono
intermittenti e non stabili. Certo il risvolto economico dell’industria è
rilevante ed è un fatto che essa dà lavoro a una parte della città: stime credibili
indicano in 1.700 gli occupati del settore, che con l’indotto diventano circa
4.000. Già si è detto, infatti, che Venezia è homeport, anche se va
considerato che queste grandi compagnie hanno proprie consociate che a livello
globale forniscono quasi tutto il necessario e quindi i ricavi rimangono quasi
tutti “in casa”, così come le tariffe per approdi e servizi, visto che in quasi
tutti i porti MSC e Costa sono entrate nel pacchetto azionario delle
concessionarie le banchine portuali. Ma già in uno studio del 2013, quando il
business delle crociere era all’apice (https://www.academia.edu/31220121/%C3%88_solo_la_punta_delliceberg_Costi_e_ricavi_del_crocierismo_a_venezia),
il prof. Tattara, docente di economia a Ca’ Foscari, stimava che i ricavi
derivanti dal crocierismo, valutati attraverso la somma dei redditi spesi dai
turisti a Venezia e dalle compagnie di crociera (per servizi di ormeggio, di
agenzia e altro), si aggiravano sui 290 milioni di euro l’anno. I costi sociali
e ambientali delle crociere, considerando l’inquinamento dell’aria e del mare,
venivano a loro volta stimati in una grandezza analoga. Tra l’inquinamento
dell’aria dovuto ai combustibili, il suo effetto sulla salute della
popolazione, sull’ambiente e sui cambiamenti climatici a causa dell’emissione
dei gas serra e l’inquinamento del mare, dovuto allo scarico da parte delle
navi di rifiuti solidi, di acque nere e grigie, di rifiuti pericolosi, infatti,
i costi annui venivano stimati in 320 milioni di euro; e ciò senza contare i
danni ai monumenti per l’alto tenore di zolfo dei combustibili, i danni alle
fondamenta, alla morfologia lagunare dovuti al dislocamento delle immani carene
che provocano erosione e i danni dovuti per lo scavo dei grandi canali
navigabili che stanno trasformando la Laguna in un braccio di mare.
Ciò e le
minacce per il prossimo futuro, determinate dai cambiamenti climatici e
dall’innalzamento del livello dei mari (che renderanno insufficienti, le stesse
paratoie del Mose, se mai dovessero funzionare), impongono cambiamenti radicali
anche nella portualità. In questa situazione voler mantenere il gigantismo
navale all’interno della Laguna è improponibile, assurdo e controproducente,
anche per la comunità portuale stessa. Con le previsioni dell’IPCC (Gruppo
intergovernativo sui cambiamenti climatici) per i prossimi decenni ‒ e
l‘abbiamo visto lo scorso 12 novembre con un’alta maree eccezionale di 1,87 cm.
sul livello medio del mare, la seconda dopo il 4 novembre 1966, che ha causato
danni straordinari in città e in Laguna ‒ le paratie del Mose (sempre se il
sistema funzionerà, di fronte alle innumerevoli criticità e agli improponibili
costi per la manutenzione), dovrebbero essere messe in funzione praticamente
quasi sempre, decretando la morte biologica della Laguna, sottratta al ricambio
con il mare, nonché la fine delle attività portuali.
È evidente
che di fronte a tutto questo sarà inevitabile lo spostamento verso il mare del
porto, mediante avamporti collegati alla terraferma. Ci si doveva pensare ieri,
non oggi, ma c’è chi pensa solo al profitto immediato, allo sfruttamento
estrattivista di Venezia e della sua Laguna, senza una visione per un futuro
sostenibile.
L’economia turistica di Venezia tra
sfruttamento e resistenza: intervista a Giacomo Maria Salerno - Giacomo
Giossi
La crisi covid ha lasciato le città italiane svuotate dai
turisti. In un certo senso le strade sono state restituite agli abitanti
finalmente liberi di muoversi senza l’incubo della massa turistica. Incubo che
tuttavia spesso rappresenta allo stesso tempo la principale, se non l’unica
risorsa economica di città come Venezia. Ed è proprio attorno al caso Venezia
che si sviluppa il discorso del saggio di Giacomo Maria Salerno, Per
una critica dell’economia turistica (Quodlibet). Come uscire da questa
morsa? È possibile immaginare un turismo sostenibile? Come restituire Venezia
ad una cittadinanza residente e attiva? Ho posto a Giacomo-Maria Salerno che da
anni svolge attività di ricerca su rapporto tra città e turismo, alcune
domande.
Quanto è influenzata l’economia globale dal turismo? Se si dovesse (o
potesse) ragionare in termini di comparto e di relativa filiera, quanto il
turismo influenza le politiche economiche?
Vari studi attestano ormai un impatto del turismo per oltre il 10%
dell’economia globale, e non a caso si è parlato della nostra come dell’Età
del turismo.
Nel nostro paese in particolare ci troviamo di fronte a classi dirigenti che
per decenni l’hanno descritto come “il petrolio d’Italia”, costruendo su questo
settore un strategia di vera e propria politica industriale che mostra oggi
tutti i suoi frutti. Si è deliberatamente deciso di non investire in ricerca e
innovazione per puntare tutto sullo sfruttamento intensivo di questa strana
“risorsa”, che è poi costituita dai valori ambientali, sociali e culturali di
cui vivono i nostri territori, senza però prenderne in considerazione le
conseguenze.
Sembra paradossale, ma in un paese di cui si proclama continuamente la
“vocazione turistica”, come per effetto della chiamata di chissà quale voce
celeste, in pochi si soffermano a raccontare che tipo di economia e di società
produce questa scelta strategica: che impatti ha sul mercato della casa nei
contesti di emergenza abitativa? Quali effetti produce da un punto di vista
ambientale, di consumo di suolo, di sfruttamento delle risorse naturali? Che
tipo di mercato del lavoro tende a generare, in termini di precarietà,
retribuzione, assenza di tutele, formazione della forza lavoro?
Incredibilmente nemmeno la pandemia ha per il momento portato ad un
ripensamento di questo modello di sviluppo, che già mostrava ampiamente la sua
insostenibilità e che ora rischia di lasciare senza reddito centinaia di
migliaia di persone. Basta dare un’occhiata al piano Colao: per 12 schede
dedicate al turismo, ce n’è solo una che menziona l’edilizia abitativa e
sociale. Credo che in questa ostinata miopia della nostra classe dirigente stia
una parte consistente del problema che ci troviamo a fronteggiare.
Il turismo come lo abbiamo conosciuto ha solo preso una pausa o
ritornerà trionfalmente preponderante?
È difficile fare delle previsioni sui tempi di recupero del settore, e non sono
ovviamente in grado di valutare la possibilità di un’eventuale seconda ondata
del virus.
Quello che è certo è che alcuni attori scommettono già adesso su una ripresa in
grande stile: chi ha capitali a disposizione li userà per accaparrarsi più
assets, chi è in grado di giocare la scommessa di arrivare alla prossima
stagione proverà a rilanciare, ma in mezzo tanti altri lavoratori e imprese si
troveranno in condizioni drammatiche.
Le crisi sono delle opportunità solo per chi ha i mezzi per
poterle sfruttare, e alcuni esempi veneziani lo mostrano chiaramente: una
multinazionale austriaca, che ha da poco terminato la costruzione degli ostelli
di via Ca’ Marcello a Mestre, continua il suo pressing per la realizzazione di
un complesso alberghiero nell’area degli ex Gasometri, in una zona che da piano
regolatore è destinata a servizi pubblici o abitazioni; al Lido procede spedita
e senza ripensamenti la contestata operazione di Cassa Depositi e Prestiti
(quindi a regia pubblica) per la trasformazione dell’ex Ospedale al Mare in
Club Mediterranée, sempre ovviamente nella retorica del turismo di qualità e
sostenibile.
Infine, sul fronte delle locazioni turistiche, anche il protocollo recentemente
firmato dal Comune, dalle Università veneziane e dalle associazioni dei
proprietari per favorire la conversione di ex-Airbnb in appartamenti per
studenti, rischia di essere un’arma a doppio taglio. Per quanto si tratti di
un’iniziativa mossa dalle migliori intenzioni, c’è il rischio concreto che i
proprietari la utilizzino come soluzione tampone in attesa della ripartenza
della bolla turistica, sfrattando gli studenti dagli appartamenti, magari nel
frattempo restaurati con fondi pubblici, giusto in tempo per la prossima
stagione estiva.
Insomma, se da un lato la recente esperienza dovrebbe consigliarci di ripensare
il modello urbano che abbiamo predisposto per le nostre città, il timore è che
le spinte speculative si facciano ancora più aggressive nella fase della
cosiddetta ripartenza.
Possono essere misurati i danni dati dal turismo ai diritti di
cittadinanza? Come è slittato il concetto di cittadinanza nelle cosìddette
città turistiche come Venezia?
Da anni diversi comitati, in Italia e non solo, denunciano i danni che può
arrecare un’industria turistica senza argini ai diritti delle popolazioni
locali. I numerosi collettivi e associazioni che hanno dato vita alla Rete SET
(Sud Europa di fronte alla turistificazione) ad esempio, puntano il dito contro
una serie di criticità facilmente riconoscibili nei nostri paesaggi quotidiani:
dalla questione abitativa a quella ambientale e infrastrutturale, dai temi
della gentrification fino ai diritti del lavoro. Da più parti si riconosce ormai
che la crescita incontrollata dell’industria turistica tende ad aumentare le
diseguaglianze sociali e a trasformare un territorio da luogo abitabile a sito
di estrazione del valore, fino ad arrivare ad espellerne materialmente gli
abitanti.
Il caso di Venezia è in questo senso emblematico, e nel
libro provo a ricostruirne la genesi, analizzando le scelte politiche che nel
corso degli anni hanno consegnato la città alla voracità della monocoltura
turistica. Vorrei però sottolineare come anche in quello che può sembrare uno
dei worst case scenario dell’ipersfruttamento turistico non tutto è perduto,
almeno finché la comunità dei cittadini non smette di darsi da fare. Mi fa
piacere ricordare che la rete SET ha infatti tenuto una delle sue prime
assemblee proprio a Venezia, in un luogo come la Vida – che da tempo è al
centro di una battaglia tra le istituzioni locali e i cittadini, che si
oppongono a una sua trasformazione nell’ennesimo ristorante e ne rivendicano al
contrario un uso collettivo destinato ad attività sociali e culturali. Chiunque
osservi oggi la situazione veneziana, non può che rendersi conto della tenacia
di una parte consistente dei suoi abitanti e dell’incredibile vivacità del suo
tessuto sociale, che riempie incessantemente calli e campielli di una miriade
di iniziative come queste.
È immaginabile un’azione collaborativa in grado di coinvolgere tutti
gli agenti dalle istituzioni fino agli esercenti? È possibile immaginare una
rigenerazione di chi lavora nel turismo in chiave di sostenibilità,
partecipazione e integrazione?
Sono sempre molto scettico quando sento parlare di “turismo sostenibile”. Sotto
questa etichetta possono nascondersi molte cose diverse tra loro: ad esempio,
negli studi sul turismo – per come spesso vengono condotti in Italia, e cioè a
partire da un’impostazione manageriale – si parla spesso di sostenibilità della
destinazione turistica sulla base di criteri di natura economica che non
tengono conto di numerosi altri fattori, difficilmente valutabili sulla base di
un’impostazione tutta “quantitativa”.
L’ambiguità di questi modelli diventa evidente se si prende in considerazione
il famoso dibattito sulla “capacità di carico”: a Venezia viene ancora citato
spesso un’autorevole studio dell’88, che indicava come limite massimo sostenibile
7,5 milioni di presenze turistiche all’anno (una media di 20.750 al giorno).
Uno degli autori di quello studio, a distanza di oltre 30 anni, ritocca al
rialzo la soglia di sostenibilità indicandola in 19 milioni di presenze (vale a
dire 52.000 visitatori al giorno, una cifra pari agli attuali abitanti della
Venezia insulare!), per il semplice motivo che rispetto al passato è aumentata
l’offerta ricettiva. Poi la realtà ovviamente supera anche queste soglie, se si
considera che le stime pre-Covid parlavano per Venezia di oltre 30 milioni di
turisti all’anno.
Questo per dire che i criteri di sostenibilità andrebbero valutati a partire da
una maggiore complessità di variabili sociali, economiche, ambientali e
culturali che influiscono direttamente sulla capacità del sistema urbano di
riprodurre sé stesso.
Nella situazione veneziana attuale, occorre quindi rendersi conto che – come
dicono i comitati di Barcellona – non ci può essere sostenibilità senza una
decrescita del settore turistico.
In un contesto di overtourism, anche iniziative di per sé lodevoli,
magari ecofriendly e slow, non farebbero che
aggiungere un altro tassello al campionario dell’offerta turistica, risultando
così totalmente inefficaci nel ridurre un problema che è di saturazione.
Occorre quindi invertire il punto di osservazione: ci sarà più sostenibilità
dell’industria turistica non se ad un Airbnb si aggiunge un Fairbnb, ma se ci
concentreremo sul rendere nuovamente abitabili le città turistiche,
costringendo l’attore pubblico a prendere decisioni e ad attuare politiche
concrete di argine alla rendita e per il diritto alla casa.
La crisi Covid può essere un’occasione per ripensare il modello
economico di Venezia o non c’è altra via che un ritorno a questa coltura
massiva?
Lo può essere se ci rendiamo conto che la situazione drammatica in cui versano
migliaia di lavoratori del turismo non può essere risolta con l’invocazione di
un “come prima, più di prima”. La situazione pre-Covid era già ben oltre la
soglia critica, e il “normale” corso delle cose era già di per sé problematico.
Auspicare, come molti fanno, un ritorno alla normalità, non è quindi che un
modo per riprodurre un modello economico intrinsecamente generatore di
diseguaglianze e naturalmente esposto al rischio di un calo verticale della
domanda.
Insisto, invece che pensare a come rendere sostenibile un’industria estrattiva
come quella turistica, bisognerebbe pensare a come costruire una città più
giusta e vivibile per tutti. Quali regole per arginare la crescita di un mercato
della casa impazzito e drogato dalla domanda turistica? Quali usi per gli spazi
pubblici e i beni comuni? Quale tutela dell’ambiente lagunare?
Se ci poniamo queste domande, ci renderemo forse conto che
una città più bella e vivibile è possibile solo a condizione che il bene
comune, per una volta, riprenda terreno su ognuno di questi campi che
l’industria turistica gli contende. Perché un migliore accesso alla casa non
può che passare per una limitazione delle locazioni turistiche, uno spazio
pubblico disponibile all’uso che gli abitanti possono farne per un freno ai
plateatici, e la tutela della Laguna per l’estromissione delle navi da crociera
e la riduzione del moto ondoso causato da taxi e lancioni turistici.
È possibile immaginare delle politiche culturali depurate dall’elemento
turistico? Esistono esperienze in tal senso virtuose?
In una città come Venezia l’industria culturale è fortemente dipendente da
quella turistica, proprio perché quest’ultima, in quanto monocoltura, tende ad
assimilare tutto ciò che le è prossimo grazie a un mercato di 30 milioni di
visitatori.
I grandi eventi, le grandi istituzioni usano Venezia come un palcoscenico o una
vetrina, lasciando sul territorio poco più che qualche lavoro stagionale ed
enormi spazi vuoti o sottoutilizzati. Basti pensare all’Arsenale e alla
Biennale.
Immaginare invece un comparto culturale che faccia del bene alla città vorrebbe
dire ripensare le sue istituzioni, dirottare energie e risorse dallo show alla
produzione. Si tratta di investire in spazi fisici e programmi di residenze, di
valorizzare le esperienze indipendenti e dal basso che in città esistono,
concedendogli spazi e possibilità di moltiplicarsi, per puntare alla
costruzione di un ambiente e di un’economia in grado di radicarsi sul territorio.
Invece questo mondo, come d’altronde quello studentesco e della ricerca, vede i
suoi spazi continuamente erosi dalla pervasività dell’industria turistica, che
definisce possibilità lavorative e abitative.
Qual secondo te le priorità per salvare Venezia, quali azioni
necessarie per immaginare un modello di sostenibilità che vada oltre il turismo
di massa e le facili nostalgie?
Come provavo a dire prima, credo che sia possibile immaginare un modello
diverso se smettiamo di focalizzarci sulla sostenibilità dell’industria
turistica, e cominciamo invece a progettare una città più giusta e vivibile.
Questo vuol dire smettere di cullarsi nelle retoriche del “turismo di qualità”,
che spesso significa solo selezione di classe, e abbandonare progetti come i
tornelli o il numero chiuso, che oltre a rappresentare un impedimento alla
libertà di circolazione delle persone sancirebbero definitivamente la natura
museale del “sito”. Venezia invece va pensata come una città, con e per i suoi
abitanti.
Per scendere nel concreto, ci sono diverse cose che
andrebbero fatte con urgenza, a partire da un serio impegno sulle politiche
abitative. Ad esempio, la malagestione del pur consistente patrimonio
residenziale pubblico, come riportato dall’Osservatorio Civico sulla casa e la residenza
(OCIO), grida letteralmente vendetta, tra continui definanziamenti e case non
manutenute e non assegnate. Occorrerebbe poi intervenire sulle locazioni
turistiche: un’amministrazione degna di questo nome dovrebbe innanzitutto
provare ad utilizzare gli strumenti urbanistici a sua disposizione, e
contestualmente promuovere un dibattito che consenta una revisione del quadro
normativo nazionale sul tema, che alla prova dei fatti si dimostra
drammaticamente arretrato.
Le timide discussioni di pochi mesi fa sembrano essere state affossate
dall’emergenza Covid, ma di possibili strade da percorrere ce ne sono molte.
Basta guardarsi un po’ in giro in Europa, dove si attuano alcune politiche
ragionevoli che qui scandalizzerebbero il partito trasversale della rendita,
come la necessità di una licenza o una limitazione temporale agli affitti
brevi. Occorrerebbe poi bloccare la svendita del patrimonio pubblico per
necessità di cassa, così come le concessioni alberghiere e i cambi di
destinazione d’uso. Si dirà che i buoi sono ormai scappati, ma nessuno si è
ancora premurato di chiudere la stalla.
Infine, l’estromissione delle navi da crociera dalla Laguna, che come
dimostrato e portato agli onori delle cronache da anni di mobilitazioni,
portano profitto per pochi e danni per tanti. Insomma, delle possibilità per
cambiare lo stato delle cose esistono e il futuro non è già scritto. Occorre
però la volontà politica di cambiare radicalmente direzione, come chiedono – e
non da oggi – ampi settori della società veneziana.
Venezia, l'«industria della nostalgia» e un
vuoto da riabitare - Sarah Gainsforth
Il turismo è una pratica talmente diffusa da
apparire come un fatto naturale, scontato e poco interessante - nonostante
costituisca oggi un settore portante dell'economia globale. È vero il
contrario: indagare il fenomeno del turismo consente di cogliere, riflessa e
rovesciata, l'immagine del mondo contemporaneo, e in essa la condizione
dell'uomo-moderno-in-generale. Riprendendo questa intuizione, in Per una critica dell'economia turistica. Venezia tra museificazione e
mercificazione (Quodlibet, pp. 250, euro 20), Giacomo Salerno
costruisce un denso percorso di critica del turismo, maturato nell'arco di tre
anni, articolato in tre sezioni-scenari: globale, urbano, lagunare. A partire
da diverse prospettive disciplinari, Salerno mescola con cura tracce filosofiche,
sociologiche, economiche, costruendo una sintesi originale delle teorizzazioni
finora prodotte; sulla scorta delle riflessioni sulla trasformazione della
struttura dell'esperienza, il turismo è una «industria della nostalgia»: il
tentativo mercificato di recuperare ciò che è stato perduto con il passaggio
alla modernità, ovvero l'esperienza tradizionale, intesa come costruzione di
senso, secondo la diagnosi di Benjamin. L'oggetto del desiderio turistico è dunque la possibilità
stessa di esperire, di avere un contatto, un'esperienza autentica, di sé e del
mondo. Qualcosa che un tempo spettava alla sfera del sacro, e che oggi è
prerogativa del viaggio, della vacanza, della sfera del mercato. Su questa
ricerca l'industria turistica cresce e fa profitti, condannando il turista a
una condizione di alienazione, che va letta nel contesto della trasformazione
dell'economia e dei processi produttivi del capitalismo industriale. Così come
l'esperienza viene «mercificata e venduta come pacchetto turistico» la città diventa
«la costruzione postmoderna di un paradiso perduto», palcoscenico per il «rito
secolarizzato del consumo», resto storico museificato e patrimonializzato,
privato del suo valore d'uso. Sw la modernità ha traghettato l'uomo «dal mondo del destino
all'universo della scelta», con le rivoluzioni della mobilità prima e delle
tecnologie poi «il mondo è diventato oin tal virtualmente disponibile nella sua
totalità», al prezzo però della perdita di uno spazio identitario e comunitario
tipico della città preindustriale: una dissociazione che produce sradicamento.
Così, ancora, «al centro delle strategie commerciali degli operatori turistici
è spesso posta proprio la particolare esperienza urbana che è stata dapprima
negata per essere poi ricodificata in forma di merce». Nessun moralismo dunque se si considera il turista come un
ingranaggio di un processo di espropriazione, di un'economia delle esperienze,
che sfrutta nostalgia e alienazione e che fa del centro storico, il rovescio
della periferia, luogo e merce di consumo, il simulacro della vita urbana da
«tutelare» e «valorizzare». Un discorso dietro cui si cela «la materialità di
un processo reale» che fa delle città risorse di un'economia estrattiva - una
«forma contemporanea di colonialismo interno». Nella città turistica per
eccellenza, Venezia, Salerno ripercorre le tappe di una storia particolare che
è anche quella di molte città contemporanee: strategie di gentrification e
turistificazione che sono il frutto di precise scelte politiche, come quella
che ha consentito, alla fine degli anni Novanta, un aumento della capacità
ricettiva del 30% in tre anni. La pressione turistica, aumentata poi con Airbnb
e con il turismo crocieristico, non è insomma piovuta dal cielo. Né si può
ridurre a mero fatto numerico. Si tratta di un vero e proprio saccheggio della città,
«contesa tra i due modelli affini del parco tematico e del museo, in ogni caso
ostaggio di chi dalle sue pietre e dalla sua immagine è in grado di estrarre un
valore che non ha prodotto ma che ha espropriato ai suoi abitanti». Una città
nuova non può che emergere dai movimenti che in nome del diritto alla città
oppongono una resistenza alla privatizzazione e allo sfruttamento di Venezia, e
di tutte le città desertificate e ridotte a merce, di cui il tempo della
pandemia ha svelato il grande vuoto, ma anche la possibilità di essere
riabitate.
C’è da non crederci. Non sono bastati cinque feriti e la tragedia
sfiorata di un pelo per fermare il via vai delle grandi navi in laguna di
Venezia. Lunedì scorso, se la MSC Opera avesse perso i comandi cinque metri
più avanti avrebbe schiacciato sulla banchina la motonave River Countess con
170 passeggeri a bordo. Cinquanta metri prima, invece, sarebbero stati travolti
i pontili di approdo dei mezzi di trasporto pubblici lagunari di San Basilio,
sulla riva delle Zattere. Non basta l’indignazione del mondo civile e la
protesta degli abitanti non ancora corrotti dal turismo per fermare il business
della crocieristica industriale.
La vicenda delle “grandi navi” è davvero paradigmatica dell’intero sistema
cognitivo e di potere che egemonizza il mondo. Difficile trovare un
caso così vistoso di contrapposizione tra logica economica e preservazione
delle condizioni vitali di un territorio. Di contraddizione tra
l’invenzione di marchingegni per fare soldi sempre più grandi e pericolosi e le
capacità di carico degli ecosistemi, naturali e urbani, su cui insistono. Nemmeno
Venezia si salva. Uno scrigno zeppo di opere d’arte, di beni naturali e
paesaggistici che non ha pari al mondo.
La smodata avidità del modello economico predatorio non si ferma di fronte
a nulla. Anzi, pretende, impone, corrompe, asservisce. Oggi, le “autorità
preposte” al traffico marittimo (Ministeri, Capitaneria, autorità portuale),
invece di chiedere scusa della loro immane sottovalutazione dei rischi
intrinseci e di annullare immediatamente ogni accesso a navigli che sono
semplicemente troppo grandi per entrare in laguna, stanno decidendo
come scavare nuovi canali, allestire nuove banchine, moltiplicare i traffici.
Come se noi avessimo comprato un’auto più grande della porta del garage e
pretendessimo che il condominio demolisse l’ingresso.
Ma di costoro (i nostri governanti) si sa già tutto. Ciò che fa davvero fa
inorridire sono gli opinionisti dei “giornaloni”, i cultori
dell’innovazione tecnologica, i vati dell’industria “sostenibile”. Le grandi
navi e il turismo di massa sono un modello di futuro accettabile per le città
d’arte?
Dalle prime
agenzie e dalle prime interviste tv del ministro Delrio è confermato che hanno
approvato la peggiore soluzione possibile! Restiamo in attesa di vedere il
verbale del Comitatone e del documento completo approvato. Insomma, i distruttori della Laguna
vogliono continuare con le loro opere assurde e devastanti.
Come avevamo
detto ieri 6 novembre (nel corso della conferenza stampa di presentazione
dell’ultimo documento che conteneva in sintesi le nostre valutazioni e le
nostre proposte per risolvere in maniera positiva il problema delle grandi navi
da crociera, documento che è stato inviato a tutti i vari componenti del
Comitatone) sembra ormai chiaro che il ministro delle Infrastrutture e
Trasporti, il presidente dell’Autorità Portuale, il sindaco del Comune di
Venezia e il presidente della Regione Veneto vogliano proporre e far
approvare la peggiore soluzione possibile:
con attracchi a Porto Marghera per le navi da crociera più grandi (che oggi non
entrano in Laguna) e per le altre navi da crociera (superiori alle 40.000
tonnellate di stazza) il passaggio attraverso il canale Vittorio Emanuele per
arrivare ancora in Marittima.
Queste
decisioni e soluzioni, se realizzate, riveleranno i già denunciati:
– effetti devastanti dell’equilibrio
lagunare;
– pesanti penalizzazioni della portualità
commerciale e della vocazione industriale e manifatturiera di Porto Marghera con
gravi ripercussioni negative sul mondo del lavoro;
– oggettivi ostacoli per lo sviluppo prevedibile e sostenibile delle grandi
navi crociera a Venezia.
Con queste
improvvide decisioni ministri a fine mandato, senza alcuna autorevolezza e
pubblicità degli atti, vogliono ipotecare il futuro dei tracciati delle grandi
navi crociera a Venezia rivelando la complice connivenza con interessi immobiliari e finanziari
privati, oscurando e sacrificando quell’interesse pubblico del bene
comune che i suddetti ministri e rappresentanti istituzionali dovrebbero invece
garantire, tutelare e far prevalere.
Stiamo per
assistere ad un miserevole Comitatone di ministri con le valigie in mano, che
spariranno presto dalla scena, mentre noi oggi e domani continueremo ad esserci
con le nostre rinnovate mobilitazioni ed azioni di lotta a tutti i livelli,
forti del sostegno della ragione, della solidarietà e condivisione cittadina,
nazionale ed internazionale per impedire e contrastare con ogni mezzo i
misfatti che usciranno da questo Comitatone.