Visualizzazione post con etichetta db. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta db. Mostra tutti i post

mercoledì 3 dicembre 2025

Cop 30: la fine delle illusioni - Giorgio Ferrari

Si riuscirà a discutere dei risultati della Conferenza sul clima conclusasi a Belem senza limitarsi ad addossarne il fallimento ai soliti noti?

Gli argomenti per farlo, a mio modo di vedere, non mancano e spero che nell’elencarli non vado ad urtare la suscettibilità di qualcuno.

E’ opinione corrente che la crisi climatica sia la conseguenza più evidente, anche se non la sola, di un modello di sviluppo. Questo modello, basato su produzione e consumo di merci senza limiti, è entrato in crisi già da molti anni anche perché i pilastri su cui si regge sono a loro volta pericolanti: liberismo e democrazia.

Il sistema mondo dominante, uscito dalla seconda guerra mondiale e consolidatosi dopo il crollo dell’Unione sovietica, è fondamentalmente basato su di una conclamata superiorità occidentale, ma questa peculiarità, di cui si sono fatte vanto le classi dirigenti, gli intellettuali e gli scienziati dell’Occidente tutto, è entrata a sua volta in crisi e non credo ci siano dubbi nel ritenere che l’universalismo dei valori occidentali è definitivamente sepolto sotto le macerie di Gaza.

E’ possibile dunque, riflettere sui risultati della Cop 30, senza tener conto delle diverse e convergenti crisi che attraversano questa fase storica, chiamandole per quello che sono?

Crisi di un modello di sviluppo come crisi del capitalismo.

Crisi della democrazia tout court, in quanto alveo naturale del capitalismo più moderno e cassa di compensazione di quel liberismo che non è più in grado di funzionare senza violare le sue stesse regole, dato che nonostante abbia coniugato “la mano invisibile del mercato” con le regole del WTO (organizzazione mondiale del commercio), oggi è tornato a praticare il più vieto protezionismo (i dazi applicati da Stati Uniti ed Europa), rispolverando perfino la “politica delle cannoniere” (Venezuela, Iran). Di qui il conflitto tra liberismo e democrazia, da cui non si esce se non con una ulteriore scadimento di quest’ultima, cosa peraltro avvertibile con le politiche securitarie statunitensi ed europee oltre che dall’attacco al welfare che sta investendo l’Unione europea.

Crisi di identità dell’Occidente, che essendo liberista e capitalista è trascinato dalle loro rispettive criticità, verso scenari di guerra contro nemici inesistenti che attenterebbero alla sua presunta superiorità.

Basta tutto ciò ad illustrare il nesso con l’ennesimo fallimento della conferenza sul clima? Col rischio di risultare pedante, lo ripropongo da un’altra angolatura.

Sono anni ormai che la transizione energetica è stata individuata come unica risposta alla crisi climatica essendo essa entrata a far parte dell’agenda politica, sia degli stati partecipanti alle conferenze sul clima, sia dei movimenti ambientalisti, con la differenza che questi ultimi ne sostenevano e ne sostengono una versione più radicale che sinteticamente rivendica più rinnovabili, messa al bando dei combustibili fossili, giustizia climatica.

Pur volendo trascurare la contraddizione rappresentata dall’aumento esponenziale dell’estrattivismo che essa porta con sé, la transizione energetica – tanto più nella sua versione radicale – non potrà realizzarsi perché i presupposti su cui si è basata fin dall’inizio si stanno rivelando infondati.

L’abbandono dei fossili presuppone uno sviluppo enorme delle rinnovabili che a loro volta presuppongono una quantità di materiali strategici (terre rare e non solo) che – come ho ripetutamente scritto – non è nelle disponibilità di quei paesi e di quei settori industriali che più di altri hanno puntato sulla transizione energetica, comparto politico industriale europeo in primis.

Questo aspetto altro non è che l’ennesima crisi, precisamente crisi da materie prime, che va ad integrarsi con le altre sopra descritte, da cui l’occidente capitalista non riesce a venir fuori a meno di andarsi a prendere queste risorse con la forza.

E’ questo che vogliono i movimenti ambientalisti? Certamente no, ma allora facciamola una riflessione sulla consistenza di questa rivendicazione, di come concettualmente è stata presentata all’opinione pubblica mondiale questa transizione energetica.

In principio fu il verbo degli scienziati, con in testa l’IPCC, a dirci che se non si abbattevano le emissioni il nostro futuro e quello del pianeta sarebbe stato compromesso, al punto che l’IPCC fornì addirittura una condizione limite al riscaldamento globale, peraltro risultata impraticabile (non superare 1,5°C rispetto ai livelli pre industriali). Di qui la scelta di agire esclusivamente sulle emissioni in atmosfera legate al ciclo di produzione e consumo di merci e servizi, senza prendere in alcuna considerazione qualsiasi ipotesi che potesse incidere sul volume e/o quantità di queste attività.

A parte isolate voci, che qualche domanda in proposito se la ponevano, c’è stato tra i movimenti ambientalisti chi abbia messo in discussione l’automobile elettrica? Qualcuno che abbia sollevato il problema del trasporto su gomma (oltre il 90% del totale), che abbia posto l’accento sulla sovrapproduzione di merci in genere o che abbia adombrato -per esempio- l’idea di eliminare/ridimensionare l’uso della plastica? Per carità non metto in dubbio che qualcuno si sia speso in tal senso o che singole prese di posizione siano avvenute, ma il messaggio globale dei movimenti di massa è stato ed è ristretto alla fuoriuscita dal fossile, cioè a dire che con l’esclusione dei combustibili fossili, tutte le altre pratiche che caratterizzano questo modello di sviluppo non venivano messe in discussione.

A compimento della Cop 30 capita di leggere sulla stampa di sinistra o anche ambientalista che le petromonarchie avrebbero imposto il loro punto di vista e di conseguenza se la transizione è abortita (perché poi di questo si tratta) è colpa dei soliti noti. Come dire che una parte del capitalismo tiene in ostaggio il mondo intero vanificando le buone intenzioni di un’altra parte del capitalismo (quello che ha scommesso sulla transizione).

Ma la crisi delle materie prime c’è o non c’è? E quella dell’auto elettrica? La lievitazione dei costi di costruzione/installazione delle rinnovabili in Europa e la concorrenza cinese in questi settori esiste oppure no, e in che misura incide?

Non ci si può esimere dal prendersi carico di questi aspetti se fin dall’inizio si è avanzata una richiesta che tacitamente li comprendeva tutti, perché questo è successo: si è chiesto al capitalismo di fare una scelta senza mettere in discussione il suo modo di essere, dato che, in fin dei conti, la transizione energetica – persistendo determinate condizioni di mercato – si presentava come una grande opportunità economica ed ora che queste condizioni sono saltate, nonostante i cospicui contributi statali, pretenderemmo che i padroni continuino ad investire nella transizione energetica anche a costo di rimetterci? Vero è che i padroni tendono a mentire sui bilanci delle loro imprese, ma questo era vero anche quando ci si è limitati a chiedere che per risolvere la crisi climatica cambiassero solo il modo di sfruttamento dell’energia, lasciando inalterato il modo di produzione capitalista

Le crisi di cui ho accennato sopra non sono di quelle che consentono una lettura in chiaro scuro della fase attuale, essendo che i margini di manovra per uscirne senza ricorrere alla guerra, si fanno sempre più ristretti per tutti, capitale compreso. Questo è particolarmente vero per quell’ambientalismo che ha sempre preteso di rigettare certi frutti del capitalismo senza metterne in discussione l’esistenza.

Sarebbe tempo di prenderne atto e di chiamare le cose con il loro nome senza aver paura delle parole. La crisi climatica va denunciata senza mezzi termini come conseguenza del sistema capitalista e non addebitata al comportamento di un indistinto “uomo” come fa l’Antropocene o ad un’altra altrettanto indefinita industrializzazione. Quanto alla sopravvivenza del pianeta e dell’umanità, questa non si persegue con la fuoriuscita dal fossile, ma convincendo la gente che ciò da cui bisogna uscire è il capitalismo e nello stesso tempo impegnarsi non per un’altro generico “mondo possibile”, ma per una società che senza troppi giri di parole, non può che chiamarsi socialista.

Se poi c’è ancora qualcuno che ha paura di questa parola o che la ritiene desueta o fuori luogo, si chieda come mai nella città che per antonomasia è simbolo del capitalismo, ha vinto il candidato che si è dichiarato socialista e con un programma che prevede il salario minimo a 30 dollari/ora; trasporti gratis e affitti calmierati per le classi meno abbienti e tasse maggiorate per i ricchi.

da qui

domenica 30 marzo 2025

Scienza: il nemico numero uno per Trump - Mariano Rampini

Le sirene di allarme suonano un po’ dappertutto. Siamo forse tornati nel pieno della Seconda Guerra Mondiale quando nelle città europee lo stesso, stridulo suono annunciava l’arrivo di un bombardamento? No, per il momento ₋ solo per il momento, ahimé ₋ questo pericolo l’abbiamo scampato. Ma le sirene continuano a suonare e non occorre un orecchio particolare per capire che quegli allarmi continueranno a farsi sentire. A lungo.

Riguardano la salute di tutti, nessuno escluso, anche di coloro che fanno parte dei tanti movimenti antivax ai quali la diffusione a macchia d’olio delle “democrature” (termine non elegantissimo ma che certamente definisce ciò che accade in molti Paesi) ha concesso sempre più spazi. Quasi a premiarli del forte appoggio offerto all’avvento di movimenti e/o personaggi come quelli attualmente al governo negli Usa.

Fino dalle sue prime uscite il presidente Trump ha infatti mostrato tutto il suo livore vero quella scienza che pure ha portato gli Usa ai primi posti del mondo per quanto riguarda la ricerca.

Da questo orecchio Trump, che vorrebbe un America Ancora Grande (Maga, per intenderci: Make America Great Again), sembra proprio non sentirci e tra i primi ad avvertire il peso delle sue decisioni è stata proprio l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms o, se si preferisce World Health Organization) che si è vista tagliare dall’oggi al domani i fondi proprio dallo Stato suo principale finanziatore.

Lo ha affermato a chiare lettere il direttore generale della stessa Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Ginevra, dove ha rilevato come l’atto esecutivo di Donald Trump potrebbe costare «milioni di vite umane» impedendo di fatto l’accesso ai servizi sanitari essenziali. La decisione di stringere i cordoni della borsa (sarebbe questa la motivazione principale addotta da Trump) si rivelerebbe mortifera per una lunga serie di attività dell’Oms: nella lotta contro l’Aids, ad esempio, «potrebbe annullare 20 anni di progressi, causando più di 10 milioni di casi aggiuntivi e 3 milioni di morti correlate all’Hiv, il triplo rispetto all’anno scorso».

La scelta di Trump, secondo Ghebreyesus, andrebbe riconsiderata anche solo per non far mancare «il sostegno alla salute globale». Il direttore dell’Oms ha portato l’esempio della lotta a malattie come malaria e tubercolosi dove si registrano già «…gravi interruzioni nella fornitura di diagnostici per la malaria, farmaci e zanzariere trattate con insetticidi a causa di scorte, ritardi nella consegna o mancanza di fondi».

Già, perché al ritiro dall’Oms si aggiungono le misure sull’Usaid (l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale e dei programmi sanitari): dallo stop di tre mesi alla sua attività, fino alla chiusura del suo sito web. E la “longa manus” (forse è vero il contrario?) di Trump, Elon Musk ha annunciato l’intenzione di abolirla definitivamente.

La scure di Washington si è abbattuta anche sui Cdc, i rinomati Centers for Disease Control and Prevention (quelli che negli Usa hanno gestito la pandemia di Covid e che tengono sotto controllo la salute complessiva degli americani). Sempre nell’ottica di risparmiare sulle spese federali (da tempo messe sotto accusa da Trump e dal suo sodale Musk come “fonti di sprechi” a danno dei cittadini americani) sono in programma sostanziosi tagli al funzionamento di Medicaid, cioè del servizio sanitario americano destinato a sostenere le famiglie a basso reddito.

Una pausa radicale sulle attività chiave nei National Institutes of Health (il più grande istituto di ricerca biomedica al mondo) deriverà poi dai risparmi che l’amministrazione Trump cerca e che sarebbero diretti a sfoltire i cosiddetti costi “indiretti” quelli cioè che non ineriscono direttamente alla ricerca ma che la rendono possibile (manutenzione dei laboratori, fornitura di attrezzature e stipendi del personale amministrativo e di supporto).

L’elenco delle azioni messe in atto dal Governo Trump e dirette in qualche modo a “contenere” la spesa pubblica con l’uso della motosega, sempre nel campo della ricerca biomedica o nei programmi di assistenza medico-sanitaria, non finisce qui. Ci sono un altro paio di fatti da non dimenticare. L’amministrazione Trump senza particolari clamori ha emanato due direttive. La prima ha ripescato la «Mexico City Policy» in una versione ampliata: il provvedimento blocca qualsiasi finanziamento federale alle organizzazioni non governative per la salute che forniscano informazioni e cure relative all’aborto. Ed è arrivata anche una stretta all’Emendamento Hyde che, salvo rarissime eccezioni, proibisce l’uso di fondi federali per l’aborto. Infine, durante la sua prima settimana da Potus (president of the United States) con un ordine esecutivo – questa volta ampiamente pubblicizzato – ha concesso la grazia a 23 attivisti condannati per aver bloccato l’accesso a cliniche in cui si praticano aborti.

Veniamo adesso a uno dei personaggi più contestati del governo Trump: il segretario alla salute Robert Kennedy Jr. Prima ancora del suo insediamento un nutrito numero di scienziati aveva scritto al Senato Usa per chiedere di non ratificare la sua nomina. Perché? Kennedy Jr. è noto per le sue posizioni antivax, ed è uno dei sostenitori della creazione del virus del Covid in laboratorio destinato a non colpire cinesi ed ebrei (qui scatta una perplessità: ma l’amministrazione Trump non ha apertamente appoggiato il governo Netanyahu?). Lo stesso RKJ – Robert Kennedy Jr, – messo dinanzi alla realtà di quanto stava accadendo in Texas dove è scoppiata un’epidemia di morbillo nella Contea di Gaines (in quel luogo c’è una forte presenza di Mennoniti, il più numeroso credo anabattista che predica un ritorno alle origini della Chiesa cristiana e si tiene lontano da ciò che è “moderno”) ha finito con il minimizzare nonostante ci fossero stati più di duecento casi di morbillo e la morte di una bambina in età scolare non affetta da altre patologie (i suoi genitori, convinti no-vax, nonostante quanto accaduto alla loro figliola, hanno ribadito l’invito a tutti di non farsi vaccinare).

Va ricordato che poco meno di venti anni fa, grazie al sistema vaccinale, il morbillo era stato dichiarato non endemico negli Usa e che le tante campagne novax, spesso condotte da organizzazioni simil-religiose, hanno finito con l’abbassare notevolmente la protezione indotta dai vaccini.

Kennedy Jr. a questo proposito ha sì dichiarato i vaccini “utili” ma si è anche dichiarato favorevole alla «libertà di scelta». Se qualcuno non volesse vaccinarsi, il Governo non lo dovrebbe costringere perché i vaccini provocano decessi ogni anno e arricchiscono le case farmaceutiche (ma del ruolo economico che l’industria farmaceutica ha negli Usa che ne è stato?) anche se il vaccino antimorbillo viene somministrato in tutto il mondo da decenni e con successo.

RKJ non è nuovo a queste uscite: crede infatti alla correlazione tra autismo e vaccinazioni, una posizione oramai screditata tra gli scienziati di tutto il mondo (*). L’associazione antivaccinista Children’s Health Defence che fa capo allo stesso Kennedy Jr in una sua pubblicazione sostiene che le epidemie di morbillo siano state “create” con l’obiettivo di diffondere paure tra la popolazione. Le autorità sanitarie (quelle sulle quali ora si stende la longa manus dello stesso segretario alla Salute) sarebbero asservite alle industrie farmaceutiche e per compiacerne gli interessi userebbero sui bambini vaccini inutili e dannosi.

Ma le esternazioni di Kennedy Junior non sono finite qui: a suo dire le vitamine (chi le produce? Le stesse case farmaceutiche?) in particolare quella A potrebbero ridurre «drasticamente» la mortalità del morbillo. Se poi ci si aggiunge l’olio di fegato di merluzzo, ancora meglio. Alla faccia di qualsiasi plausibilità scientifica. Il presidente dell’associazione dei pediatri Usa interrogato in proposito ha ribadito di non conoscere nessun suo collega che avrebbe mai usato la vitamina A come cura per il morbillo.

Qui scatta la strategia che l’intera amministrazione Trump sta perseguendo: diffondere notizie false, senza nessun possibile contatto con la realtà, avvolte però in una confezione accettabile dal grande pubblico. La vitamina A, infatti, certamente non cura il morbillo, né lo previene. È però utile come coadiuvante in soggetti già malati.

Infine RKJ non ha mancato di dire la sua anche in ordine all’influenza aviaria che sta decimando gli allevamenti statunitensi. A suo dire sarebbe opportuno lasciar circolare il virus (si tratta dell’H5N) allo scopo di individuare gli esemplari di bestiame più resistenti. Un’idea strampalata oltre ogni benevola considerazione di chi l’ha espressa. Dinanzi alle dimensioni del fenomeno (più di 23 milioni di uccelli da cortile uccisi perché colpiti dal virus) rimanere ad assistere a braccia incrociate non farebbe altro che consentire al virus di mutare, magari in una forma più virulenta. E già ci sono stati casi di “salti di specie” con il passaggio del virus dai volatili ai mammiferi. Con il rischio non improbabile che si possa arrivare a una mutazione pericolosa anche per l’uomo.

 

Creare confusione

L’effetto delle azioni del governo Trump si sono immediatamente ripercosse sul mondo scientifico americano. La lettera di benvenuto ai quasi 4.000 partecipanti all’edizione 2025 del CROI (Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections) sottolineava come la manifestazione stesse per svolgersi «… in un clima di tremenda apprensione e incertezza, a causa delle recenti azioni del governo degli Stati Uniti». E al momento dell’iscrizione sono state distribuite spillette da appuntarsi sui vestiti con su scritto «Io sostengo la scienza» e «Io sostengo i nostri lavoratori federali».

Si è trattato di una più che legittima reazione sia alle decisioni prese da Trump in merito ai licenziamenti in massa di dipendenti federali (per fortuna quei provvedimenti sono rimasti congelati ma pendono come una spada di Damocle sulla loro testa) sia alle numerose restrizioni applicate agli spostamenti degli stessi dipendenti che hanno di fatto impedito a molti ricercatori, medici, funzionari della sanità pubblica Usa, come di enti quali i National Institutes of Health (NIH) o i Centers for Disease Control (CDC) di partecipare al meeting.

Si tratta di organizzazioni ed enti che da decenni sono impegnati sul fronte della lotta all’Aids costretti improvvisamente, praticamente senza alcun preavviso, a fermare la loro attività: niente più comunicazioni, viaggi, meeting, niente.

È la prima volta che accade qualcosa del genere: fin dalla prima edizione del meeting nel 1993, non si era mai assistito a qualcosa di simile. Così non sono stati pochi gli interventi “esterni” proiettati sul grande schermo in cui si è sentito affermare che un taglio ai fondi per la ricerca e lo studio dell’Hiv sarebbe un disastro tale da provocare moltissimi morti

Tra questi interventi anche quello di Anthony Fauci e va sottolineata la sua vicenda: Fauci è stato al vertice dei National Institute of Allergy and Infectious Diseases dal 1984 al 2022 e il suo operato per far sì che la ricerca contro il virus Hiv non segnasse il passo è universalmente noto. Nel 2020, cioè nel pieno dell’epidemia di Covid, Trump – allora in carica per il suo primo mandato come presidente Usa – lo chiamò a far parte della task force che avrebbe dovuto fronteggiare l’emergenza. Fauci in quella veste si trovò in più di un’occasione a smentire le affermazioni strampalate di Trump che se la legò al dito. Durante l’amministrazione Biden, Fauci fu nominato «consigliere medico capo» e anche questo non andò giù a Trump.

Così Biden, prima di lasciare la Casa Bianca ha concesso la “grazia presidenziale” ad alcuni funzionari pubblici e tra questi anche ad Anthony Fauci: un modo per proteggerli da eventuali «procedimenti giudiziari ingiustificati e politicamente motivati».

Torniamo a quello che è successo a San Francisco perché l’edizione CROI del 2025 è stata anche occasione di una manifestazione collaterale tenutasi nello Yerba Buena Park. E anche lì si è respirata un’aria densa di preoccupazione per l’attacco che l’amministrazione Trump ha sferrato alla ricerca biomedica Usa. Sono riapparsi anche cartelli con lo slogan “Silence=Death” già famoso negli anni Novanta del secolo scorso.

I tagli di Trump ostacoleranno la formazione di nuovi medici e ricercatori: solo con la ricerca è stato possibile giungere agli antiretrovirali di ultima generazione che hanno assicurato a milioni di malati di Aids una vita più sicura. Ora il “congelamento” di USAID (United States Agency for International Development) e di programmi come il PEPFAR (President’s Emergency Plan for AIDS Relief) e il PMI (President’s Malaria Initiative) crea una situazione davvero paradossale e pericolosissima non solo per gli Stati Uniti ma per tutti i Paesi che di quelle ricerche e di quei fondi hanno beneficiato per il trattamento e la cura: PEPFAR, ad esempio, nell’arco degli ultimi 21 anni, ha permesso di salvare 26 milioni persone e prevenuto l’infezione di 7,8 milioni di bambini.

 

 

Il trionfo della non-scienza

Preoccupazione, timore ma anche rabbia e sconcerto perché se è vero che la premiata ditta Trump & Musk intende chiudere i cordoni della borsa del bilancio federale realizzando risparmi di 2 trilioni di dollari (qualcosa come 2mila miliardi di dollari), è anche vero che in questo modo rischiano di produrre un danno simile a un’onda lunga che colpirà non solo l’economia Usa ma anche quella mondiale.

Partiamo dalla farmaceutica, la grande colpevole di tanti complotti ai danni dei cittadini secondo i movimenti antivax così cari al “ministro” della salute Robert Kennedy Jr. Tra le maggiori industrie farmaceutiche mondiali, almeno sette sono stabilmente nei primi dieci posti e hanno casa madre in America del Nord (Eli Lilly, Johnson&Johnson, Merck, Bristol-Meyers-Squibb, Pfizer e Amgen). Se guardassimo all’elenco delle prime venti, ne troveremmo di più. Ora i tagli di Trump al funzionamento dei soli National Institutes of Health ma anche le restrizioni imposte alle comunicazioni esterne delle agenzie federali, il tetto ai finanziamenti indiretti e, soprattutto l’interruzione dei finanziamenti alla ricerca per la salute delle persone LGBTQ+ (emanano davvero un cattivo odore queste scelte contro i programmi di diversità e inclusione) mettono a repentaglio l’intero sistema di ricerca bio-medica mondiale.

Se allargassimo appena un po’ l’analisi dei “magheggi” (Maga…) trumpiani, scopriremmo che l’intero settore della ricerca sul clima è oggetto di un attacco feroce: la National Science Foundation (NSF) e la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) subiranno tagli sostanziali di bilancio e una riduzione di personale fino al 50%.

Se questo è il mattino, quello che ci attende nei prossimi quattro anni di mandato del presidente Usa, appare decisamente oscuro. Anche perché non passa giorno che attraverso un’esternazione o un’altra, il “dinamico duo” conquisti un passaggio nei quotidiani di tutto il mondo. Questo però a scapito di interi settori economici e, soprattutto del gran numero di dipendenti federali che andranno a ingrossare le fila dei disoccupati negli Usa. Senza trascurare l’impatto che la singolare politica dei dazi adottata da Trump potrebbe finire col danneggiare più gli Usa che i suoi presunti avversari. Tra i quali l’Europa verso la quale l’atteggiamento del presidente-tycoon è da subito stato quasi di dileggio. A questo proposito va ricordato che alcuni farmaci di comune prescrizione vengono prodotti in Europa. Stando ai dati sulle importazioni di fonte Fda (Food and drug administration) ci sono diversi i medicinali che provengono dal Vecchio Continente** e l’introduzione dei possibili dazi tra Usa ed Europa verrebbe a creare ulteriore confusione e a pagarne le conseguenze sarebbero proprio quei cittadini statunitensi che Trump vorrebbe invece proteggere (?).

A questo punto appare evidente che l’atteggiamento di chiusura mostrato dall’amministrazione Trump verso qualsiasi forma di progresso o di avanzamento scientifico potrebbe apire enormi opportunità a quella Europa che, secondo il presidente eletto, avrebbe da sempre “imbrogliato” gli Usa.

 

(*) nasce dalle affermazioni “pro domo sua” di tal Andrew Wakefield che nel 1998 pubblicò uno studio segnalando la possibile correlazione tra il vaccino MPR ₋ guarda caso ₋ e l’autismo. Lo studio conteneva grossolani errori metodologici e puntava a favorire le attività dello stesso Wakefield, successivamente radiato dall’Ordine dei medici inglese)

(**) https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/widely-used-drugs-us-imports-list-europe-2025-03-18/?utm_source

 

da qui

lunedì 19 giugno 2023

Il patriarco-capitalismo liberista è ancora più assassino - Salvatore Palidda

 

 

Secondo dati dell’Unione europea, in tutti i paesi europei le ragazze e le donne in generale sono alla mercé di brutalità (malgrado i presunti progressi tanto sbandierati). Nell’UE ogni giorno due donne sono assassinate dal loro partener o ex (https://eige.europa.eu/gender-equality-index/2022/domain/violence). Una donna su 3 ha subito delle violenze sessuali e/o psicologiche nel corso della sua vita. (https://fra.europa.eu/en/publication/2014/violence-against-women-eu-wide-survey-main-results-report). E questi dati sono solo la parte visibile dell’iceberg (https://eige.europa.eu/newsroom/news/reported-cases-violence-against-women-reveal-only-tip-iceberg).

Tutte le forme di violenze sulle donne mirano allo stesso obiettivo: costringerle all’assoggettamento totale al dominio maschile a cui corrisponde anche il loro supersfruttamento al lavoro, i loro salari sempre più bassi di quelli degli uomini (in media del 40%, a parità di merito e persino anche con capacità superiori), un’inferiorizzazione che spesso va insieme alle molestie e violenze sessuali.

Qualcuno ha invocato la pena di morte per gli autori di femminicidio, ma è noto che tale pena non ha mai ridotto i delitti efferati ma anzi li ha aumentati (basta vedere cosa ha prodotto la pena di morte negli Stati Uniti che passano per una “grande democrazia”). E non si tratta affatto di una necessaria “buona educazione”: la pedagogia serie serve, ma l’“educazione” genericamente intesa non ha mai aiutato a liberarsi dalla violenza, dal razzismo ecc. Solo le pratiche concrete di vita collettiva antagoniste alle violenze possono indurre a comportamenti umani anziché all’opposto da assassini! Il patriarco-capitalismo uccide perché il dominio è sempre violento e quindi -come suggerisce bene Lorenza Pleuteri- uccide il subalterno, cioè anche maschio che non subisce passivamente; si pensi ai tanti casi di operaie o operai / immigrate o immigrati uccisi (fra i quali il caso di Ion Cazacu vedi libro di Dario Fo Un uomo bruciato vivo o i 119 polacche e polacchi torturate/i e uccise/i). Lasciano perplessi quei progetti che alimentano l’illusione di “nuovi modelli di mascolinità, d’educazione all’emotività ecc.”. No, l’amore non fa rima con proprietà, è l’antitesi! (qui è una critica alla recensione del film di Soldini e Mainardi sul progetto Zeus).

Tutti gli esseri umani fanno sempre parte di “cerchie di riconoscimento sociale e morale” (Simmel). È in queste cerchie che si forgiano la mentalità, i “valori”, le categorie negative e positive. Un soggetto sociale che diventa capace di un assassinio efferato è sicuramente uno che sguazza in un universo che condivide questi comportamenti come possibili e persino legittimi (al pari del mafioso che squaglia nell’acido il bambino pensando magari che sia una legittima sentenza …). E non dimentichiamoci poi che c’è anche la variabile della follia omicida che però non è mai scusabile, né un attenuante, perché per arrivare a questa follia si segue sempre un dato percorso che vi conduce … E non dimentichiamo neanche che il carcere non può mai essere capace di risocializzare e reintegrare nella società nel rispetto assoluto di ogni essere umano! Per i casi estremi come il femminicidio ci vorrebbe una specialissima seria terapia socio-psicologica sicuramente in luogo di detenzione probabilmente di lunghissima durata.

L’omicidio di una dirigente di polizia da parte di un suo collega che poi s’è suicidato non è casuale (lo descrive bene Lorenza Pleuteri qui). Perché nelle polizie non c’è alcun controllo della cosiddetta personalità e ci sono quasi unicamente psicologi sempre “comprensivi” e leccapiedi dei vertici e del “corpo”. L’assassino della povera Giulia Tramontano ha detto subito che l’unica cosa che avrebbe dovuto fare era suicidarsi … proprio perché è ovviamente incapace di intravedere un futuro umano.

È sacrosanta la scritta: “il maschio violento non è malato, è il figlio sano del patriarcato” (meglio dire del “patriarco-capitalismo”). Il dominio maschile nasce nella preistoria quando alcuni uomini acquisiscono le capacità di diventare aggressivi, di costruirsi armi per cacciare e DOMINARE … Da allora chi non ha armi, chi non è aggressivo, non diventa dominante ma dominato … La subalternità delle donne è paradigmatica del dominio di pochi sulla stragrande maggioranza sfruttata se non schiavizzata … E il dominio è sempre violento sebbene possa articolarsi con momenti soft o paternalisti (come appunto è comunemente il dominio maschile! (vedi il libro Sociologia e antisociologia).

Nel libro Polizie, sicurezza e insicurezze si smaschera anche la pseudo-psicologia che impera nelle polizie e che peraltro è conferita a psicologi o psichiatri di assai dubbia affidabilità. Fra questi un abile impostore, nonché condannato per molestie sessuali (e poi anche in Cassazione -vedi Repubblica-Genova-Cronaca del 13/06/2014, p.IX) ma considerato “Il neurologo” e “medico capo della Polizia di Stato”, oltre che “medico capo del Servizio sanitario della Polizia di Stato”, (vedi nel libro già citato dalla fine di p. 190 sino alla fine di p. 193 e in particolare la nota 11). Ancora oggi (maggio 2023) questo signore è accreditato come illustre dirigente medico e si fa passare per prof. associato dell’Università di Genova1, il che è del falso!

I casi di operatori delle polizie che diventano assassini e fra l’altro autori di femminicidi confermano che si tratta di persone del tutto simili ai maschi con cui probabilmente condividono cerchie di appartenenza amicale, quindi persone che non dovrebbero assolutamente essere titolari di una funzione pubblica quale quella di operatore di forze di polizia, dotato di armi! Si immagini poi come un soggetto come il dirigente di polizia condannato per molestie sessuali possa eventualmente trattare una donna che chiede protezione perché vittima di tale genere di molestie o perseguitata o oggetto di brutalità e persino minacciata di morte dal partner!!!! La verità è che nelle polizie non c’è alcuna seria valutazione della cosiddetta personalità dell’operatore né al momento del reclutamento, né dopo … Gli psicologi delle polizie sono quasi sempre dei leccapiedi dei vertici e del “corpo” per il quale prestano il loro servizio immancabilmente compiacente … L’operatore è reclutato innanzitutto per caratteristiche fisiche e diciamo di aggressività, sicuramente MAI per il suo pieno e comprovato rispetto di tutti gli esseri umani e quindi innanzitutto delle donne, dei bambini, degli immigrati (su come sono trattate le donne in polizia e le angherie, le “avances”, le molestie se non le violenze sessuali che sono costrette a subire se vogliono far carriera, vedi anche Polizia postmoderna, p.81-90).

È allora evidente che solo RARAMENTE le donne possono contare sulla protezione istituzionale (delle polizie e della magistratura) e degli uomini in generale. Nella maggioranza dei casi, nelle istituzioni dello Stato, gli uomini e persino buona parte delle donne -che hanno interiorizzato la logica maschilista- non fanno che reiterare “spontaneamente” il pensiero dominante che è quello del dominio maschile, appunto perché è parte integrante del patriarco-capitalismo che lo Stato è tenuto a tutelare! (così come altre istituzioni fra cui quelle di tutte le religioni). In altre parole, come hanno sempre affermato le femministe coerenti, la tutela delle donne può essere assicurata solo da donne (a condizione che siano assolutamente antagoniste al dominio maschile). Le donne non hanno bisogno di essere difese dagli uomini. Gli uomini che non sono nemici delle donne sono solo quelli che praticano con coerenza l’antagonismo al patriarco-capitalismo oggi incarnato dal liberismo e quindi l’assoluto rispetto di ogni essere umano.

 

1  https://www.anconatoday.it/cronaca/incontro-polizia-stress-disagio-psicologico.html

 

da qui

venerdì 13 gennaio 2023

La sete, l'insegna l'acqua. Storia di classe - Giuliano Spagnul

 

 

È difficile parlare del docufilm L'acqua, l'insegna la sete di Valerio Jalongo (1) senza pensare a Le cose belle di Ferrente e Piperno (2). l'idea base, le storie di alcuni ragazzi riprese in un momento della loro vita e poi di nuovo anni dopo, è la stessa. Ma il luogo, Roma al posto di Napoli, rende la distanza tra i due particolarmente significativa. Sarebbe facile osservare che manca la napoletanità; Roma è buzzurra e i marginali romani coatti. Sordi e Verdone al posto di Totò e Troisi. Eppure i ragazzi sono gli stessi, anelano all'identico bisogno di esserci. Un esserci che vorrebbe trovare un qualche interesse da parte di una società che è invece pronta a giudicarli, a valutarli e classificarli e che, al contempo, è del tutto indifferente (per non dire ostile) all'affermazione di ciò che a loro necessita per rendere la propria vita, più o meno, riuscita. Siamo qui, in una classe di una scuola professionale, l'Istituto Superiore Statale Roberto Rossellini che prepara giovani tecnici e professionisti per la TV e il cinema. Nel 2004 il professore Gianclaudio Lopez e il regista Jalongo, suo collega, iniziano l'esperienza di un video-diario in una classe, la 1^E, scelta in base al caso, un sorteggio. È già un inizio significativo che, lo si voglia o no, non può non farci pensare a quanto il destino di questi ragazzi dipenda dalla fortuna, dal rotolare di una pallina in una o altra direzione, molto di più di quanto non lo sia normalmente per chiunque. C'entra sempre il caso, ma in ultimo, come in Le cose belle è poi l'occhio del regista a scegliere, a decidere. Qui no! Poteva essere la 1^A o C o... e i tre anni successivi avrebbero avuto altri protagonisti, altre storie, altri epiloghi. Quindici anni dopo si riprende il filo della storia, si va a vedere il risultato del loro esperimento. Topolini bianchi, chi è sopravvissuto, come stanno, cosa fanno? E “poi c'è il professor Lopez che anche in pensione continua a pensare ai suoi ragazzi e vuole dare loro ancora un'altra possibilità.” (3) ma occorre chiedersi: a loro o a se stesso? Perché è forse questa la prima cosa da affrontare per capire cosa e chi interessa questo documento di vita. È possibile aver cura degli altri se in cima a questo non si mette la cura di sé stessi? Alcuni nella sua figura vi hanno letto un po' di amarezza, ma a ben guardare c'è più divertimento e piacere, che certo non posso essere disgiunti dal dolore e dalla fatica; mai. Ma è palese che al professor Lopez giocare la vita con questi ragazzi rende la sua, quantomeno, più gioiosa. Non c'è la triste figura del missionario che si dedica sacrificandosi. Del resto i sei giovani protagonisti di cui si segue la vita successiva non hanno un semplice ricordo, una memoria di un'esperienza un po' diversa dal normale iter scolastico. Hanno avuto un vero e proprio incidente, hanno trovato in quel prof. una pietra d'inciampo. Si è verificato un evento dalla portata difficilmente calcolabile per la loro vita. Lo si evince dal loro modo di raccontarsi nel presente di quindici anni dopo e nel rivivere quei lontani momenti. Che abbiano o no proseguito la scuola (tre sì e tre no) quello che è successo ha modificato il loro modo di vedere e stare al mondo. Non hanno imparato, non hanno gareggiato per essere i migliori. Si sono guardati mentre venivano filmati, hanno filmato a loro volta chi li filmava, ma nessuna gara si è imposta tra loro. Una scuola che, indipendentemente dalla volontà e dal valore degli insegnanti, si configura sempre più come fucina di nuove soggettività per nuove forme di assoggettamento capillari e pervasive, da quella scuola, per quell'evento, una classe non ha correttamente seguito i binari a lei assegnategli. Il sottotitolo alla splendida poesia di Emily Dickinson (4) ci parla di una “storia di classe”. Ed è proprio così, o almeno potrebbe essere così, se l'aiutiamo a leggersi così. Storia di classe in gestazione, che si racconta come evento, che fa nascere consapevolezza priva di nostalgia. Una classe che non solo accetta ma rivendica il proprio fallimento come sfida a tutto ciò che significa non fallire in una società come quella attuale. La vita è un fallimento, il graffito sul muro prima della nuova imbiancatura ci avverte che “moriremo tutti”. Ed è da qui, da questa consapevolezza condivisa che si può e si deve ripartire. Perché se è vero, come scrive Yari nel suo compito in classe “tutti nell'abisso incatenati come me” è vero che poi aggiunge un “e io mi dispero” che è l'incipit di qualsivoglia rivolta possibile all'ordine esistente. Un ordine mortifero che ha sostituito alla vecchia religione il cui dio mandava il proprio figlio a sacrificarsi per la nostra salvezza, una nuova che chiede a noi di sacrificarci per la sua di salvezza. È questo che si legge nei volti e nelle parole dei ragazzi e nelle strade anomale e irrequiete che hanno scelto, anche grazie a quell'incidente con quel vecchio prof. un po' matto, un po' irrequieto, anche lui: un ragazzo!

 

Nota 1: https://www.raiplay.it/video/2022/06/Speciale-Tg1---LAcqua-linsegna-la-sete---Storia-di-classe-011ed163-ed45-490a-bfcd-2712f04b0070.html

Nota 2: http://www.labottegadelbarbieri.org/le-cose-belle/

Nota 3: https://www.cinefilos.it/tutto-film/recensioni/lacqua-linsegna-la-sete-storia-di-classe-valerio-jalongo-506040 

Nota 4: https://icrezzato.edu.it/wp-content/uploads/sites/500/Emily-Dickinson-Lacqua-%C3%A8-insegnata-dalla-sete.pdf

da qui

venerdì 22 luglio 2022

Vaccini e farmaci: appello a istituzioni UE e governi…

 … per sostenere un progetto europeo che metta al centro la salute come bene comune e senza extra-profitti.


Comunicato stampa di Medicina Democratica

 

Scienziati, economisti e rappresentanti di organizzazioni della salute lanciano un appello a sostegno della proposta di un’infrastruttura pubblica europea che sviluppi vaccini e farmaci come bene comune che verrà discussa il 28 settembre presso il Parlamento Europeo. Nata all’interno del Forum Disuguaglianze e Diversità, l’idea è stata poi sviluppata da Massimo Florio con un gruppo di ricerca internazionale su richiesta dello Science and Technology panel del Parlamento Europeo. Si avvia ora il confronto con le istituzioni

 

Roma, 13 luglio 2022. Mentre i cittadini e le cittadine europei sono ancora nella morsa del Covid-19 e delle sue varianti, e stanno iniziando i piani per la quarta dose, al di là dell’Atlantico l’amministrazione Biden, secondo la notizia riportata da Reuters e Wall Street Journal, ha sottoscritto un contratto con Pfizer da $3,2 miliardi per 105 milioni di dosi a $30 dollari l’una. Studi indipendenti (Imperial College, Londra; Light e Lexchin, Journal of the Royal Society of Medicine) stimano il costo di una dose di vaccino a mRNA fra 1,20 e 3 dollari: si genera quindi un margine di profitto lordo del 900% per la casa farmaceutica. In Europa si apre invece un’opportunità senza precedenti di andare in una direzione diversa, mettendo al primo posto il diritto alla salute.

Il prossimo 28 settembre, presso il Parlamento Europeo, si discuterà l’idea di costituire un’infrastruttura pubblica comune di ricerca biomedica, per lo sviluppo autonomo di nuovi farmaci, vaccini, diagnostica e tecnologie medicali, orientata dai bisogni della salute, sostenuta dai governi della UE, aperta a paesi terzi, in dialogo con la società civile, in grado di valorizzare le eccellenti capacità esistenti in Europa nelle Università, negli istituti no-profit, nelle imprese innovative, sulla base di contratti trasparenti e senza esclusive brevettuali.

A sostegno della proposta parte oggi una lettera aperta alle Istituzioni europee e ai Governi, che vede tra i promotori oltre a Massimo Florio, Professore di Scienza delle Finanze, dell’Università di Milano, membro del Forum Disuguaglianze e Diversità e autore dello studio che verrà discusso, e a Fabrizio Barca, co-coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, all’interno del quale l’idea è nata, anche Silvio Garattini, Presidente dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, Giuseppe Remuzzi, Direttore scientifico dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” e Professore “per chiara fama” dell’Università di Milano, Vittorio Agnoletto, Medico, coordinatore campagna NO profit on pandemic, Nicoletta Dentico, Giornalista Cofondatrice dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale, Roberto Romizi, Presidente Associazione Medici per l’Ambiente ISDE Italia e Giuseppe Masera, già Direttore Emato-oncologia pediatrica dell’Università Milano Bicocca. E tra i primi firmatari tanti altri studiosi e studiose, rappresentanti di associazioni scientifiche e della cittadinanza attiva, nonché le ex Ministre della salute Rosy Bindi e Giulia Grillo.

“Con un bilancio annuo simile a quello della Agenzia Spaziale Europea (circa 7 miliardi di euro nel 2022), ispirandosi anche all’esperienza del CERN, dell’European Molecular Biology Laboratory (EMBL) e altre eccellenze scientifiche, il nuovo soggetto potrebbe nell’arco di venti anni divenire il primo centro del mondo per la ricerca biomedica intramurale, con un ampio portafoglio di progetti innovativi nei campi meno coperti dall’industria – si legge nell’appello – “Chiediamo alle istituzioni europee ed ai governi di prendere in considerazione questa proposta, di farla propria e di svilupparla con senso di urgenza”.

In un momento in cui la salute di milioni di cittadini e cittadine europee è ancora sotto attacco del virus, sarebbe imperdonabile non cogliere l’occasione per cambiare radicalmente il rapporto tra salute come bene comune e profitto oligopolistico di un ristretto gruppo di multinazionali farmaceutiche. La scienza e i sistemi sanitari europei possono diventare autonomi iniziando ora un progetto comune.


Testo dell’appello e firme:  Appello_definivoCompleto_ItEn_firme_13-07

Per sottoscrivere l’appello scrivere una mail a: perbiomedeuropa@gmail.com con nome, cognome, ruolo e appartenenza esplicitando nel testo della mail il consenso a pubblicare il proprio nome sul sito del Forum Disuguaglianze e Diversità.


Programma e iscrizioni all’evento del 28 settembre al Parlamento Europeo:

https://www.europarl.europa.eu/stoa/en/events/details/creation-of-a-public-european-medicines-/20220610WKS04282

da qui

domenica 27 giugno 2021

Camara Fantamadi, morto sul lavoro, da schiavo

 

LUTTI. CAMARA FANTAMADI - Peppe Sini (*)


Si chiamava Camara Fantamadi
dal Mali venuto in Italia
lavorava come bracciante
sotto lo scoppio del sole
il cuore non ha retto
aveva 27 anni.

Non lo ha ucciso soltanto
la calura e la fatica
lo ha ucciso la violenza padronale
lo ha ucciso un sistema di sfruttamento
schiavista e razzista
lo ha ucciso un regime
mafioso e fascista.

Si insorga adesso affinché cessi questo orrore
che ogni giorno si rinnova nel nostro Paese.

Si insorga adesso per abbattere
la schiavitù e l’apartheid imposti nel nostro Paese
dalle mafie e dai governi assassini.

Ogni essere umano ha diritto alla vita
alla dignità alla solidarietà
salvare le vite e’ il primo dovere.

(*) ripreso da «Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino» proposti dal “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo (numero 4148 del 27 giugno 2021 anno XXII)

 

 

Al mercato rionale di buon’ora


Arrivo al mercato rionale di buon’ora. A Roma in questi giorni c’è un caldo umido da morire! Giro tra i banchi riempiendomi gli occhi coi meravigliosi colori dei prodotti agroalimentari italiani. “Ah il made in Italy non si batte, dal pomodoro all’acciaio chirurgico!” … Nella mia mente ripasso ricette e ansie da pessima cuoca, optando per il classico sugo pomodoro e basilico e dei peperoni da cuocere al forno “che fa tutto lui“… 

Senza quasi rendermene conto arrivo al solito banco. Amir mi saluta con un gesto della mano mentre spruzza acqua fresca sulla lattuga, la moglie Amina mi passa il cestino e prepara già le buste di carta, piazzandosi alla vecchia bilancia 

“Ciao!” 

– “Buongiorno! Oggi a quanto stanno i pomodori da sugo?” 

– “2 infarti e 70”

– “E i peperoni? Non si legge bene il prezzo…”

– “Quelli 1 collasso e 90″

– “uhm … Amir oggi hai aumentato i prezzi eh? E io chiedo lo sconto a tua moglie. Tanto è lei il boss!” Ridiamo tutti e tre. 

– “Prendi le ciliegie, oggi ti faccio un buon prezzo” Amir non può fare a meno di mercanteggiare, gli piace troppo – “Assaggia …raccolte a mano.” 

– “Buone!” 

– “Per te oggi solo 2 pestaggi di caporalato” 

– “Per me … Lo dici a tutti i clienti! Ti conosco sai?” Ridiamo di nuovo. È una mattina calda, afosa, ma l’ombra dei gazebo  e il profumo della frutta mette di buon umore.

Pago, ricevo i miei due sacchetti di carta rigorosamente riciclata pieni di ottimi prodotti a km zero, li sistemo nella sportina di canapa biologica che fa tanto consumatrice responsabile, saluto e mi avvio al parcheggio occhieggiando tutte le bontà esposte sui vari banchi. Sistemo nel portabagagli il mio bottino a km zero, consapevolmente e responsabilmente acquistato al banco dei prodotti bio. E tornando a casa non penso ai lavoratori invecchiati prima del tempo, lontani dalle loro famiglie, in un Paese che li respinge come corpi estranei se chiedono diritti ma li accoglie a braccia aperte nei ghetti di baracche sperduti nelle campagne, dove diventano carne da cannone per imprenditori senza scrupoli e senza anima.

Quando mangerò i miei spaghetti pomodoro e basilico, al fresco, nel mio appartamento climatizzato, ne avrò dimenticato i costi umani, la mafia che gestisce tutta la filiera e le vittime quotidiane dello sfruttamento. 

Domani avrò dimenticato anche l’ennesimo ragazzo venuto da molto lontano attratto dall’illusione di un lavoro e di una vita migliore e morto sul ciglio della strada dopo aver lavorato per pochi spiccioli sotto il sole cocente, senza sosta, nelle ore più calde e afose di questi giorni …

Li dimentichiamo tutti, sempre.

Camara Fantamadi, 27 anni, veniva dal Mali. È morto di fatica e di caldo per 6 euro l’ora.

(dalla pag Fb di Melitea)


da qui