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sabato 11 luglio 2026

Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia - Laura Guglielmi


Ci sono giornaliste che obbligano il mondo a guardarsi allo specchio. Lydia Cacho appartiene a una costellazione di donne che hanno trasformato il giornalismo in un atto di coraggio civile. Un atteggiamento verso la professione che ricorda, da vicino, quello di Politkovskaja, perseguitata e uccisa in Russia per avere denunciato la brutalità del potere (vedi qui); o quella di Taro, che pagò con la vita il suo modo di raccontare la guerra (vedi qui); o ancora quella di Nellie Bly, che si fece rinchiudere in un manicomio per smascherare gli abusi (vedi qui). La genealogia è la stessa: reporter che hanno scelto di vedere ciò che altri evitano persino di pensare. Non hanno scelto la via più facile, ma quella più pericolosa, l’unica che permetteva loro di dire la verità.

Cacho, nasce a Città del Messico nel 1963; sua madre – psicologa e femminista di origine franco-portoghese – le insegna che la dignità non si negozia. È un imprinting che tornerà in ogni pagina, in ogni indagine, in ogni ferita. Presto capisce che per spiegare il Messico, per farlo davvero, bisogna scendere negli abissi della violenza domestica e sessuale contro donne e bambini, dove lo Stato preferisce non guardare. Negli anni Novanta, lavora nei centri di accoglienza per donne maltrattate, ascolta storie che nessuno vuole ascoltare, vede da vicino la trama di complicità che protegge i carnefici. È lì che matura la convinzione che il giornalismo non può limitarsi a registrare: deve intervenire, deve rompere il silenzio, deve diventare strumento di protezione per chi non ha voce.

Nel 2005, pubblica Los demonios del Edén. El poder que protege a la pornografía infantil, un libro che scuote il Paese. Cacho documenta un vasto giro di pedofilia e sfruttamento minorile, facendo nomi e cognomi di imprenditori, politici, uomini di affari, protetti da una rete di potere che si crede intoccabile. Non è solo un’inchiesta: è un atto d’accusa contro un sistema che normalizza la violenza e garantisce l’impunità. Le istituzioni messicane reagiscono come spesso fanno i poteri feriti: si vendicano. Nel dicembre 2005, Cacho è arrestata, sequestrata dalla polizia e condotta a Puebla. Quello che doveva essere un trasferimento si trasforma in un viaggio all’inferno lungo 1.500 chilometri, durato venti ore. Sola, in un’auto con tutti agenti uomini, l’autrice è privata di tutto: del cibo, del sonno, del diritto di andare in bagno e delle medicine necessarie per curare la sua bronchite. In quel veicolo, si consuma una violenza feroce, sia fisica sia psicologica. Sotto la costante minaccia di morte, Cacho subisce palpeggiamenti e abusi sadici da parte di un agente, che le inserisce la pistola in bocca per poi passarla sul seno e puntarla contro i genitali, umiliandola fino a farle perdere il controllo del proprio corpo. Quando l’auto finalmente arriva alla procura di Puebla, l’incubo non finisce: ad attenderla, nuove aggressioni fisiche e palpazioni forzate. Nemmeno l’ingresso formale nel carcere preventivo, riesce a proteggerla da un flusso continuo di minacce.

Una violenza non solo politica, ma fisica, diretta, brutale. Cacho, del resto, non era nuova a questi abusi: nel 1999 era già stata aggredita e violentata in un bagno pubblico, un attacco che lei stessa collega alle sue prime indagini sulla tratta. Nel 2007, la sua auto era stata sabotata. Vive per anni sotto scorta, cambia casa più volte, riceve minacce quotidiane. Eppure, non arretra. Continua a indagare, a denunciare, a dirigere il centro di protezione per donne e bambine vittime di violenza, a Cancún, uno dei pochi luoghi del Paese dove chi fugge da reti di sfruttamento può trovare rifugio. La sua vita trascorre in un equilibrio precario, tra la necessità di proteggersi e quella, più forte, di continuare a parlare. Ma non smette: dal 2006, Cacho è tra le voci più autorevoli nel denunciare e documentare i femminicidi di Ciudad Juárez, un luogo famoso per le tremende uccisioni di centinaia di donne. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, si stima che ne siano state uccise da quattrocento a mille, uno dei casi più emblematici di violenza di genere al mondo.

Il suo lavoro investigativo ha contribuito a sollevare il velo su una realtà agghiacciante: queste ragazze, spesso giovanissime e migranti interne, si trovavano a Juárez da sole, attirate dal miraggio di un salario nelle grandi fabbriche di montaggio statunitensi, le maquilladoras, dislocate lungo la frontiera. Separate dalle proprie famiglie, prive di tutele, erano diventate i bersagli di un sistema criminale sistematico. In Messico, infatti, il femminicidio è alimentato da un tasso di impunità altissimo, con i corpi delle donne usati come merce, o come messaggi di terrore, dai cartelli del narcotraffico. Il suo lavoro racconta un Messico che non vuole vedersi: un Paese in cui il femminicidio è quotidiano, dove la violenza contro le donne è sistemica, e dove l’impunità è la regola.

“Il problema non è solo la violenza – ripete infatti –, è l’impunità che la normalizza”. Le sue parole risuonano come un atto di accusa non solo contro i singoli responsabili, ma contro un intero sistema che preferisce ignorare. Eppure, proprio perché così scomoda, la sua voce diventa impossibile da silenziare. Amnesty International la definisce “forse la più famosa giornalista investigativa del Messico”, mentre una rete internazionale di artisti, intellettuali e attivisti, da Iñárritu a Susan Sarandon, da Gael García Bernal a Noam Chomsky, si mobilita per proteggerla. Un prezioso aiuto e uno stimolo a continuare, così come i premi prestigiosi, tra cui il Ginetta Sagan per i diritti delle donne e dei bambini, del 2007: è la prima cittadina messicana a ricevere questo prestigioso riconoscimento. Come ricorda la motivazione del premio Unesco, ricevuto nel 2008, Lydia Cacho ha voluto stare in prima linea per esigere la risoluzione dei casi irrisolti di Juárez, contribuendo a rendere “femminicidio” non più solo un termine sociologico, ma una categoria giuridica internazionale.

Nel luglio del 2019, Lydia Cacho è vittima di un grave attentato. Due uomini armati fanno irruzione nella sua abitazione a Cancún, uccidendo i suoi cani, rubando materiale d’indagine e lasciando chiare minacce di morte, costringendola a fuggire in esilio in Spagna. Per fortuna lei non è in casa. Oggi Lydia Cacho vive a Madrid, in un esilio blindato e sotto scorta ufficiale; il governo spagnolo le ha concesso la cittadinanza. In Europa, ha ricostruito una quotidianità spezzata, ma ha rifiutato il ruolo di vittima silenziosa: continua a scrivere, a coordinare reti di protezione contro la tratta, e a collaborare a serie e documentari per aggirare i silenzi giudiziari. Il prezzo emotivo, tuttavia, resta altissimo. Chi la incontra descrive una donna dalla forza intatta, ma i cui occhi tradiscono la nostalgia per il suo Messico e il trauma dell’ultima aggressione subìta nel 2019. Vivere in Spagna significa abitare in una terra di mezzo: il corpo è in salvo, tra le strade ordinate, ma la mente e il cuore sono ancora là, a scavare nella sabbia insieme alle madri di Juárez per pretendere giustizia.

La sua storia è un promemoria feroce: il giornalismo può ancora essere un atto di resistenza, un gesto di protezione, un modo per restituire dignità a chi l’ha perduta. E ci sono donne che, pur sapendo di essere nel mirino, continuano a scrivere. Perché il silenzio, quello sì, uccide.

https://www.terzogiornale.it/2026/06/17/lydia-cacho-paladina-del-giornalismo-di-denuncia/

domenica 1 giugno 2025

Di Africa non si parla (quasi) più: il rapporto Amref sulla copertura mediatica 2024 del continente

Quale e quanta Africa emerge dai media italiani? Quale corrispondenza o distanza dall’immagine che ne ha l’opinione pubblica? Sono solo alcune delle domande a cui tenta di rispondere la VI edizione de “L’Africa MEDIAta”, il rapporto presentato a Roma da Amref Health Africa-Italia e che si inserisce in una serie di iniziative che Amref Italia dedica al continente, gli Africa Days. Il rapporto – curato dall’Osservatorio di Pavia – analizza le prime pagine dei quotidiani nazionali, i notiziari di prima sera e i programmi televisivi. Per la prima volta è stata “misurata” la presenza di africani e afrodiscendenti in tv.

Quotidiani. Sulle prime pagine di sei quotidiani nazionali analizzati è netto il ridimensionamento dei titoli rilevati nel 2024: 50% in meno rispetto al 2023. Per il 77,3% si tratta di notizie ambientate in Italia o in altri “Paesi occidentali” – cioè, quella che il Dossier definisce l’”Africa qui”, come il Piano Mattei, il caso della pugile algerina Khelif o gli italiani afrodiscendenti alle Olimpiadi. Ai fatti collocati nella cornice africana – l’”Africa là” – va il 25,2% dei titoli, dove al primo posto c’è la “categoria” guerra e terrorismo, con Sudan e Repubblica Democratica del Congo su tutto.

Tg. Anche nei notiziari di prima serata, nel 2024, si accentua una tendenza già rilevata negli anni precedenti: la riduzione progressiva delle notizie “africane” – dall’1,9% del 2023 all’1,2% del 2024 – pur in presenza di un aumento complessivo delle notizie sull’Africa, riferite principalmente alla gestione dei flussi migratori e al Piano Mattei in Italia e nel contesto occidentale, (4,5% nel 2024, 3 volte rispetto al 2023). Nell’insieme dei tg analizzati sono state rilevate 1.830 notizie pertinenti, pari al 4,5% dell’agenda complessiva, il dato più alto in 6 anni di rilevazioni.

Programmi tv. La dimensione naturale e le bellezze paesaggistiche del continente africano si confermano al centro delle citazioni dei programmi di approfondimento e infotainment, raggiungendo il 30%. Piano Mattei, vertice Italia-Africa e progetti di cooperazione umanitaria alimentano il dibattito pubblico, per la prima volta in modo deciso rispetto agli altri temi, spostando in parte l’attenzione dal tema del fenomeno migratorio e degli sbarchi. Ed è per questo che il tema cooperazione è secondo, col 23%, seguito da guerra e terrorismo (17%).

Africani in tv. Per la prima volta è stata “misurata” la presenza di soggetti africani o afrodiscendenti in tv (da settembre 2024, l’Osservatorio di Pavia rileva l’identità degli ospiti). Su 587 puntate analizzate, di 16 programmi tv, il numero di apparizioni di soggetti africani o di origine africana corrisponde a 62, ossia l’1,2% del totale (97% italiani, 1,7% occidentali). I temi maggiormente trattati, alla loro presenza: condizione femminile nell’Islam (32,2%), infibulazione, 16,1%; criminalità e immigrazione 14,5%, disagio nelle periferie (Caso Ramy) 11,3%. Anche con soggetti africani o afrodiscendenti ospiti non si parla mai di Africa là.

Dati media e dati opinione pubblica. In linea con una “invisibilità” delle persone africane e afrodiscendenti, il rapporto – grazie al confronto con l’indagine “Africa e Salute: l’opinione degli italiani”, condotta da Ipsos per Amref nel settembre 2024 – evidenzia anche una assoluta corrispondenza tra la percezione e la rappresentazione del continente africano. Nei media mainstream, infatti, si conferma l’esclusività, o quasi, dei “soliti” temi affiancati all’Africa: la povertà, le migrazioni, le guerre, a cui si aggiungono carestia, sovrappopolazione, malattie, disoccupazione, terrorismo. Argomenti, questi, che restituiscono i contorni di una “Africa senza speranza” e che si insinuano purtroppo anche negli occhi e nel pensiero degli italiani. Come testimoniato dal sondaggio Ipsos, alla domanda “quali sono le parole che associ principalmente all’Africa?”, il 67% degli intervistati ha risposto con “povertà, malattie, e migrazione”.

In un’altra sezione, il report propone dei ragionamenti su casi studio afferenti tv e quotidiani, utili per esemplificare le principali criticità. Come nel caso del Vertice Italia-Africa, tenutosi a Roma nel gennaio 2024: in quell’occasione sono stati numerosi i commenti dei politici italiani dei vari schieramenti, ma soltanto in un caso è stato aperto brevemente il microfono a due leader africani. Anche alcuni titoli di quotidiani hanno insistito sulle incompatibilità culturali, sancendo frontiere tra un “noi” rassicurante e un “loro” che si configura come una minaccia per i nostri valori. Nell’analisi c’è spazio anche per presentare le narrazioni più corrette, inclusive o innovative. Come, ad esempio, un programma tv di divulgazione scientifica e tecnologica che ha dimostrato un’attenzione non sporadica all’Africa all’applicazione delle nuove tecnologie nel Continente.

La presidente di Amref Italia, Paola Crestani, ricorda che qualche anno fa il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella usò queste parole “l’Italia è più che mai convinta della necessità che i nostri due continenti affrontino insieme le sfide rivolte oggi alla comunità internazionale”. Continua la presidente: “Il modo in cui si racconta un continente può alimentare pregiudizi, distanza, paura. Oppure può costruire ponti di conoscenza, rispetto, collaborazione. Ponti di sviluppo. Possiamo essere quel ponte verso l’Africa, per le sfide comuni, ma abbiamo bisogno di allargare la conoscenza del continente a noi così vicino. Un seme di speranza lo offre proprio un dato, dal sondaggio Ipsos, in merito al tono con cui si parla di Africa. L’82% auspica un approccio che metta più in luce gli aspetti positivi e le potenzialità del continente, e questa percentuale sale all’88%, con i giovani, la Generazione Z”.

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giovedì 1 maggio 2025

Ida B. Wells: la giornalista che affrontò il terrore del linciaggio e sfidò il potere bianco

 

Dalle catene della schiavitù alla lotta per la giustizia

Nata il 16 luglio 1862 a Holly Springs, Mississippi, Ida Bell Wells conobbe fin da bambina l’ombra della schiavitù. Figlia di James e Elizabeth Wells, entrambi schiavi fino all’abolizione sancita dal XIII emendamento nel 1865, Ida visse in un contesto dove la lotta per l’alfabetizzazione e l’autodeterminazione erano vitali. Suo padre, un uomo libero diventato falegname e attivista politico, instillò in lei la convinzione che l’educazione fosse un’arma di emancipazione.

Ma il destino le riservò una tragedia precoce: nel 1878, un’epidemia di febbre gialla uccise entrambi i suoi genitori e uno dei suoi fratelli minori. A soli 16 anni, Ida si ritrovò a capo della famiglia e decise di prendersi cura dei suoi cinque fratelli più piccoli, rifiutando l’idea che venissero separati in diverse famiglie affidatarie. Per mantenerli uniti, diventò insegnante in una scuola elementare rurale per studenti neri, un ruolo che le consentì di mantenere i suoi fratelli, ma che la espose anche a quella disparità razziale che avrebbe successivamente denunciato con forza.

Il suo spirito ribelle si manifestò nel 1884, quando, durante un viaggio in treno, si rifiutò di lasciare il vagone di prima classe per trasferirsi nel comparto “riservato ai neri”, nonostante avesse un biglietto valido. Quando il controllore, con l’aiuto di altri uomini, la trascinò via con la forza, Ida fece causa alla compagnia ferroviaria per discriminazione e vinse in primo grado, ottenendo un risarcimento di $500. Tuttavia, la Corte Suprema del Tennessee ribaltò la decisione. Disillusa ma non sconfitta, decise di raccontare l’episodio in un articolo per il giornale locale The Living Way, avviando così la sua carriera di giornalista.

 

La “Principessa della Stampa” e la battaglia contro il linciaggio

Negli anni 1880, Wells si impose come una delle poche donne nere giornaliste negli Stati Uniti, firmando i suoi articoli con lo pseudonimo di “Iola”. Ma il vero punto di svolta nella sua carriera arrivò nel 1889, quando divenne co-proprietaria e direttrice del giornale “Free Speech and Headlight”, un settimanale che difendeva i diritti dei neri e sfidava il potere bianco.

Fu proprio dalle pagine del “Free Speech” che iniziò la sua campagna contro il linciaggio, una delle piaghe più atroci e sistematiche del Sud degli Stati Uniti. La scintilla fu la brutale uccisione del suo amico Thomas Moss e di altri due colleghi, accusati senza prove di aver aggredito bianchi. I tre uomini vennero strappati dalle celle del carcere e giustiziati sommariamente da una folla bianca, un evento che segnò profondamente Wells e la spinse a indagare.

Attraverso un’approfondita inchiesta, Ida scoprì e denunciò che il presunto “stupro di donne bianche” — la giustificazione più comune per i linciaggi — era una menzogna. Nei suoi articoli, smascherò la verità: spesso, dietro l’accusa di stupro, si nascondeva la volontà di punire gli uomini neri per il loro successo economico o per le relazioni consensuali con donne bianche. In un editoriale scrisse:

“Nessuno in questa parte del paese crede alla vecchia e logora menzogna secondo cui gli uomini neri violentano le donne bianche”.

Le conseguenze non tardarono ad arrivare. Il 25 maggio 1892, un editoriale del quotidiano bianco Evening Scimitar incitò apertamente alla violenza contro Wells, descrivendola come una “negra spregevole” che meritava di essere marchiata a fuoco e castrata. Lo stesso giorno, una folla di uomini bianchi assalì la redazione del “Free Speech”, distruggendo la tipografia e lasciando un biglietto con la minaccia di morte per chiunque osasse pubblicare un altro numero. Per evitare il linciaggio, Ida fuggì a New York, dove continuò la sua campagna scrivendo per il giornale The New York Age sotto il nome di “Exiled” (esiliata).

 

Il lavoro investigativo di Wells prese forma nei suoi due più famosi pamphlet:

·         “Southern Horrors: Lynch Law in All Its Phases” (1892)

·         “The Red Record” (1895)

In queste opere, Wells non si limitò a raccontare i fatti: li quantificò. Con uno stile giornalistico asciutto e spietato, elencò le statistiche dei linciaggi e fornì dettagli scioccanti sulle torture subite dalle vittime. Dimostrò che il linciaggio era uno strumento di controllo sociale ed economico, usato per mantenere il predominio bianco.

Come scrisse Frederick Douglass in una lettera di ringraziamento a Wells:

“Non c’è stata parola uguale alla tua per potere persuasivo”.

Un attivismo trasversale

Wells non si fermò ai confini degli Stati Uniti. Tra il 1893 e il 1894, compì due importanti tour nel Regno Unito, invitata da attivisti britannici come Catherine Impey e Isabella Fyvie Mayo. Parlando a platee gremite in Inghilterra e Scozia, espose la brutalità del linciaggio e riuscì a ottenere il supporto di membri del Parlamento britannico e persino del Duca di Argyll, contribuendo a formare il Comitato Britannico contro il Linciaggio.

Tornata negli Stati Uniti, Wells si trasferì a Chicago, dove sposò l’avvocato e attivista Ferdinand Barnett e fondò il club femminile Alpha Suffrage Club, la prima organizzazione di donne nere per il diritto di voto. Partecipò alla Parata per il Suffragio di Washington del 1913, rifiutando di marciare separata dalle sue compagne bianche. Entrò nella processione affiancata da attiviste bianche, sfidando apertamente le richieste di segregazione.


Lavorò anche con il NAACP (Associazione Nazionale per la Promozione delle Persone di Colore), ma la sua figura fu spesso considerata troppo “radicale” da leader come W.E.B. Du Bois.

Ida B. Wells morì a Chicago il 25 marzo 1931, ma la sua eredità è viva. I suoi pamphlet, i suoi articoli e la sua inarrestabile lotta per la giustizia hanno gettato le basi per il moderno giornalismo investigativo e il movimento per i diritti civili. Nel 2020, le fu assegnato postumo il Premio Pulitzer per il coraggio giornalistico.

Oggi, strade, scuole e statue portano il suo nome, ma la sua più grande eredità è il suo messaggio immortale:

“La via per correggere i torti è gettare su di essi la luce della verità”.

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domenica 20 aprile 2025

Lettera aperta di Extinction Rebellion sulle false affermazioni pubblicate su “La Verità”


La lettera aperta riguarda un articolo apparso su La Verità che riporta affermazioni false e lesive della dignità e dell’immagine di Extinction Rebellion e delle persone che manifestano con XR. La richiesta di smentita, inoltrata alla redazione de La Verità, non ha ricevuto alcuna risposta, in violazione della deontologia professionale e di quanto previsto dalla Carta dei diritti e dei doveri dei giornalisti.

di Extinction Rebellion

Il 10 aprile scorso, il quotidiano La Verità ha pubblicato un articolo di Fabio Amendolara, a corredo di un’intervista a Lucio Pifferi, capo dell’Antiterrorismo. Nell’articolo si afferma che Extinction Rebellion sia un movimento violento, riprendendo, senza alcuna verifica fattuale, il contenuto del recente report della Polizia di Stato. Il testo dell’articolo recita: ‘Un particolare attivismo è stato registrato dal movimento  ambientalista Extinction Rebellion, che ha organizzato azioni eclatanti in città come Bari, Bologna, Milano e Torino. Le violenze durante queste manifestazioni hanno portato alla denuncia di 114 attivisti.’

Nell’articolo in questione si parla di “violenze durante” le manifestazioni di Extinction Rebellion, un’affermazione falsa che non rispecchia le modalità e lo spirito con cui Extinction Rebellion agisce.

Extinction Rebellion è un movimento che ha la nonviolenza come principio fondante, che mai si è macchiato di condotte violente di qualsivoglia natura. Essere descritti come violenti, con un’interpretazione dei fatti lontana da quanto realmente accaduto durante le manifestazioni di Bari, Bologna, Milano e Torino, è una violazione della deontologia professionale del giornalista; ed è qualcosa che ci sorprende e ci addolora, poiché la violenza è quanto di più lontano dal nostro sentire e agire, profondamente nonviolento, pacifico e saldamente ancorato ai principi democratici e costituzionali. Riteniamo inoltre sia profondamente lesivo della dignità e dell’immagine pubblica del movimento e delle persone ad esso aderenti.

Extinction Rebellion ha chiesto a La Verità di rettificare pubblicamente quanto scritto da Fabio Amendolara, in accordo con quanto previsto dalla Carta dei diritti e dei doveri dei giornalisti, senza ricevere alcuna risposta. Come già era successo, purtroppo, l’estate scorsa, quando il 24 luglio, sulle pagine di Repubblica Torino, venne pubblicato un articolo, firmato dalla giornalista Marta Borghese, che citava come “episodi di violenza” nei confronti della stampa due azioni di Extinction Rebellion nella sede RAI di Torino. Affermazioni false, riportate in piazza dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, Stefano Tallìa, e riprese da Repubblica senza alcuna verifica su quanto veramente accaduto.

Con la consapevolezza che una democrazia si può dire realmente tale solo se i cittadini sono messi nella condizione di avere opinioni informate,  accedendo a notizie complete e verificate, Extinction Rebellion si affida al senso etico della stampa italiana per ribadire ancora una volta che la nonviolenza è la filosofia fondante del movimento, parte essenziale del suo DNA e la sua forza più grande. Nonostante le proteste realizzate possano essere considerate ‘eclatanti’, nessuna delle persone che scende in piazza con XR può essere  etichettata come persona violenta. L’unico obiettivo è portare l’attenzione sull’urgenza della crisi climatica e sulle responsabilità delle élite politiche e finanziarie per le quali il profitto e la convenienza personale valgono più della salute e della vita delle popolazioni.

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giovedì 4 gennaio 2024

Corruzione istituzionale - Mario Guerrini

 


Corruzione istituzionale. Così la definisco da qualche anno. Sta facendo saltare in aria la libertà di stampa. In Sardegna. E quindi mettendo a rischio le basi democratiche della Regione. Accuso la RAS di subornare l'informazione. I giornali, i gruppi editoriali, i giornalisti. Ha cominciato con il Gruppo L'Unione Sarda. Distribuendo soldi pubblici a volontà. E guadagnando così, implicitamente, l'impunità critica delle redazioni. Sulla stessa pericolosa china si stanno mettendo le amministrazioni comunali. In vista delle prossime elezioni. Ha esordito nei giorni scorsi (come ho denunciato) il Comune di Cagliari. Con articoli a pagamento. Quindi con soldi pubblici. Dei contribuenti. Apparsi con una impercettibile scritta che indicava uno spazio pubblicitario. Si è trattato di testi redazionali contenenti dichiarazioni propagandistiche del sindaco Truzzu (FdI). In corsa per la candidatura a Presidente della Regione Sardegna. Adesso arriva anche il Comune di Alghero. Che mette a disposizione della Nuova Sardegna di Sassari la bellezza di 83 mila euro. Per una campagna Pubblicitaria. Per promuovere l'immagine della città. Ad Alghero tra pochi mesi, come a Cagliari, si rinnoverà in primavera il consiglio comunale. Il sindaco è il sardista Conoci. È uno scandalo che si consuma nel silenzio dell'AssoStampa e dell' Ordine dei Giornalisti. I cui presidenti, Simonetta Selloni e Francesco Birocchi, ignorano completamente questo allarmante fenomeno. Che io denuncio puntualmente con l'OSSERVATORIO. Una situazione intollerabile. Sulla quale va assolutamente smantellato il muro omertoso. Anche della politica. Molti esponenti di primo piano mi esprimono in privato apprezzamento. Ma nessuno alza la voce. Senza comprendere che essi stessi sono le prime vittime di questa "corruzione istituzionale". Che mette a rischio le fondamenta democratiche. E il progresso della Sardegna.

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lunedì 4 dicembre 2023

Cocaina dappertutto. L’espansione della produzione fuori dalle Ande


Jonny Wrate,David Espino,Jody García,Angélica Medinilla, Enrique García, Víctor Méndez, Arthur Debruyne, Yelle Tieleman, Brecht Castel, Juanita Vélez

 

Con la fine del controllo esercitato da FARC e paramilitari, la produzione della cocaina arriva fino in America Centrale. E anche l’Europa si riempie di laboratori di raffinazione della polvere bianca

Lo scorso febbraio, la polizia colombiana intercetta la sorprendente telefonata di un narcotrafficante di Bogotà con un cliente messicano. Il colombiano, infatti, invece di parlare come al solito dell’organizzazione di viaggi, porti e carichi di copertura, si vanta che «c’è un sacco di prodotto disponibile, già pronto a Denver, Miami o nei Caraibi». Solo dieci anni fa, una logistica del genere sarebbe stata impensabile. La cocaina, questo il prodotto di cui parla il narcos al telefono, avrebbe dovuto arrivare dalla Colombia, maggiore produttore mondiale, o dalle uniche altre regioni in cui è sempre cresciuta la foglia di coca, quelle andine fra Perù e Bolivia.

I tempi però sono cambiati. La cocaina, dice il trafficante al telefono, è stata infatti prodotta in Guatemala, un paese oltre duemila chilometri a nord della Colombia, fino a oggi sempre stato solo un punto di passaggio lungo le rotte per il Nord America. La coca piantata lì, invece, ha «dato buoni risultati» spiega l’uomo intercettato al suo socio. «Cento scatole di scarpe bianche di lusso», dice, riferendosi al nome in codice dei chili di cocaina, «e i “cuochi” sono pronti a iniziare a raffinarla in Guatemala e Messico».

Questa conversazione, recuperata nel leak della procura colombiana alla base del progetto #NarcoFiles, offre un esempio di un fenomeno importante, e ancora relativamente poco noto: la delocalizzazione della produzione di cocaina fuori dal suo alveo tradizionale, la regione andina del Sud America, verso i Paesi dell’America Centrale. 

L'inchiesta in breve

·         La coltivazione delle piante di coca si sta spostando dalle regioni tradizionali verso l’America Centrale, sostituendo sia le coltivazioni legali che quelle illegali di marijuana e oppio

·         Le informazioni raccolte dal team di #NarcoFiles mostrano che soprattutto Messico, Guatemala e Honduras sono i Paesi più colpiti da questo fenomeno

·         I narcotrafficanti colombiani stessi stanno spingendo per questa espansione, sia nelle Americhe che oltreoceano. In Europa infatti cominciano a comparire decine di laboratori per la raffinazione della cocaina, spesso gestiti da “cuochi” colombiani

·         Con il moltiplicarsi dei produttori e dei compratori, il mercato internazionale della cocaina si complica, con nuove rotte, nuove tecniche di trasporto e nuovi gruppi di criminalità organizzata che guadagnano potere e influenza

Di tentativi del genere, fatti da gruppi di trafficanti, si parla già da anni. Poter coltivare la coca più vicino ai luoghi dove si vende, infatti, ha grandi vantaggi economici e logistici, ma fino agli ultimi anni la delocalizzazione non aveva veramente preso piede. Oggi però il mercato è cambiato: dopo lo scioglimento, almeno formale, dei paramilitari delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) e l’accordo di pace del 2016 fra i guerriglieri delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e il governo colombiano, le decine di piccoli gruppi che producevano cocaina “sotto contratto” per una di queste due grandi organizzazioni sono diventati improvvisamente freelance. Questo significa non solo che sono liberi di vendere a chi vogliono, ma soprattutto che possono mettere in pratica tutte le idee a cui evidentemente pensavano da anni, e che però andavano contro il regime di “oligopolio” che ha dominato il narcotraffico colombiano per anni.

Proprio l’intercettazione in cui si parla di cocaina coltivata in Guatemala fa parte di un’indagine su una cellula criminale fuoriuscita dalle FARC.

Oltre alla coltivazione delle piante, anche la raffinazione della cocaina sembra spostarsi sempre di più fuori dalla Colombia. Addirittura oltreoceano, e specialmente in Europa, dove sono state trovate dozzine di laboratori.

NarcoFiles: il nuovo ordine criminale

NarcoFiles è la più vasta inchiesta giornalistica sul narcotraffico mai realizzata. Inizia con l’accesso a un leak di e-mail senza precedenti dall’Ufficio della Procura Generale della Colombia. I dati sono stati consegnati dagli hacker ai centri di giornalismo e media Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp), Centro Latinoamericano de Investigación Periodística (CLIP), Vorágine e Cerosetenta / 070. All’inchiesta hanno lavorato più di 40 media e giornalisti di 23 Paesi in America Latina, Europa e Stati Uniti. A partire dagli indizi trovati all’interno del leak, e sviluppando i temi incrociando i dati con ricerche indipendenti, i giornalisti del consorzio hanno portato avanti decine di inchieste che rivelano i diversi modi in cui i gruppi di criminalità organizzata si evolvono, si espandono e sperimentano nel mondo di oggi, mietendo nuove vittime lungo il percorso

Per comprendere meglio questa evoluzione, i giornalisti del progetto #NarcoFiles hanno incrociato le informazioni provenienti dal leak con documenti giudiziari da diversi Paesi del Centro e Sud America, nonché con fonti anche interne al mondo dei trafficanti. Nonostante parte della produzione e della raffinazione si stia spostando fuori dalla Colombia, i narcos colombiani rimangono fondamentali per il traffico di cocaina, grazie alla loro expertise tecnica e chimica.

E più i laboratori si spostano oltreoceano, più cresce il ricorso a complesse tecniche di trasporto – come quella (già utilizzata in passato) di impregnare prodotti tessili con cocaina liquida da estrarre a fine trasporto – che rendono i carichi ancora più difficili da tracciare…

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mercoledì 25 marzo 2020

Elogio della paura e altre storie (lezioni da un viaggio in Afghanistan) - Paolo Rumiz


In guerra si imparano le cose in fretta. Capita anche ai reporter più collaudati. A me è capitato in Afghanistan, nel novembre del 2001, due mesi dopo l'attacco alle Torri gemelle di New York. E' stato lì, che in soli cinque giorni, ho imparato tre delle cose più importanti della mia vita.

La Nato aveva iniziato a bombardare i Taliban e io ero stato mandato a Islamabad, in Pakistan, per tentare di passare la frontiera e raggiungere Kabul alla prima occasione. E' il 7 novembre quando arrivo in volo dall'Italia. Dopo pochi giorni sono preso dalla claustrofobia. Sono in mezzo a colleghi di tutto il mondo, le comunicazioni sono facili, il ristorante è buono, ma mi annoio. Sono troppo lontano dagli eventi. Lontano dalla realtà. Ho bisogno di polvere, di strade, di facce, delle montagne dell'Hindukush.
Il 13 novembre salto su un autobus per il Kyber Pass, la mitica frontiera, sbarrata da due mesi a causa della guerra. Percorro al contrario la stessa strada seguita da Alessandro Magno ventiquattro secoli prima. Non ho un interprete ma mi esprimo a gesti. Ho uno zaino di sei chili e con dentro un telefono satellitare. Sono libero. Respiro.

Al passo trovo centinaia di pakistani e afghani di etnia pashtun in attesa di passare. Sono lì in attesa da settimane, un mese. Hanno pazienza. Pregano sulle alture desertiche, accendono piccoli fuochi, scaldano del thè, comprano pane e formaggio dai pastori. La notte si raggomitolano sotto un plaid e dormono sotto le stelle.
Fraternizzo con loro a gesti. Divido il mio cibo. Dormo accanto ai loro fuochi. Ascolto i loro canto melanconici e provo a cantare qualcosa anch'io. Riesco a comunicare a gesti e con dieci parole base di inglese. Gli uomini delle montagne cominciano a conoscermi, a fidarsi di me. Divento uno di loro. E, incredibilmente, delle notizie trapelano. Non conosco la lingua, ma il destino di quelle vite mi consente di avere un primo quadro della situazione.
Sono stupefatto. Mi sento a casa. Sulla nuda terra, sotto le stelle dell'Hindukush mi sento più protetto e ho più notizie che nell'albergo internazionale di Islamabad. Le facce che mi circondano sono le facce dei miei avi. Facce, familiari, indo-europee. Mi accorgo di avere appreso una prima grande lezione: la condivisione è un'arma formidabile, abbatte ogni ostacolo. Anche la barriera linguistica.
Il 14 novembre il tam-tam delle voci comunica che è attesa una carovana di camion carichi di mujaheddin armati che hanno il permesso di entrare in Afghanistan per combattere i Taliban. E' un'occasione da non perdere. Forse potrò superare il confine. Come non so, ma ci provo. Mi sistemo su un tornante a un chilometro dalla frontiera e aspetto, col cuore che batte a mille.
Verso l'una una colonna di camion scende verso il posto di blocco lasciandosi alle spalle una scia di polverone. Sono più di cento. Il cassone dei mezzi è pieno di guerrieri barbuti con fucili mitragliatori. Facce contente, come di chi va in vacanza. I Pashtun sono fatti per la guerra. La colonna si ferma davanti alla sbarra di confine, lasciandosi alle spalle una coda interminabile…

lunedì 8 gennaio 2018

Giornalisti a senso unico sui progetti di centrali solari termodinamiche in Sardegna - GRIG



Due-parole-due su due articoli smaccatamente a favore dei progetti di centrali solari fotovoltaiche promossi in Sardegna dal Gruppo Angelantoni e dalla San Quirico Solar Power s.r.l.
Si tratta di Energia dal sole: il governo boccia la centrale sarda (Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2017) di Jacopo Giliberto, già portavoce dell’allora Ministro dell’ambiente Corrado Clini, e di Solare termodinamico contestato in Sardegna (2050, blog di La Repubblica, 28 novembre 2017) di Valerio Gualerzi.
Ambedue si occupano prevalentemente di tematiche ambientali ed energetiche e, da giornalisti, ci si aspetterebbe che rispondessero nei loro articoli alle famose domande Chi? Come? Dove? Quando? E perché?
Invece, dicono e omettono quello che a loro pare opportuno per sostenere la loro tesi.
In pratica, chi si oppone a quei progetti di centrali solari termodinamiche è quantomeno uno scellerato, anche quando l’impianto è connesso a una centrale a biomassa (che di solare ha ben poco).
Visto che fra le associazioni, i comitati, le amministrazioni pubbliche che motivatamente si sono espressi contro questi progetti non è stato dato trovare scellerati, nè farabutti, né psicolabili e nemmeno persone in conflitto d’interessi (ma guarda un po’), facciamo solo un paio di considerazioni:
1) il dato fondamentale della “fotografia” del sistema di produzione energetica sardo è che oltre il 46% dell’energia prodotta “non serve” all’Isola e viene esportato (dati PEARS, 2016).         Qualsiasi nuova produzione energetica non sostitutiva di fonte già esistente (p. es. termoelettrica) può esser solo destinata all’esportazione verso la Penisola e verso la Corsica: oltre i collegamenti esistenti (SaPeI, capacità 1.000 MW, e SaCoI, SarCo, Corsica, capacità 300 MW + 100 MW) non si può andare.  E già ora non si può andare oltre. Visto che la realizzazione di impianti da fonte rinnovabile non comporta la sostituzione automatica degli impianti “tradizionali” (anzi), visto che attualmente non la si può immagazzinare, dell’energia prodotta in eccesso che ne facciamo?      E’ pura speculazione per ottenere incentivi pubblici e certificati verdi o no?
2) per quale cavolo di motivo questi progetti di impianti industriali non sono stati proposti in aree industriali, attualmente ampiamente disponibili in Sardegna, già infrastrutturate e senza ulteriore consumo di suolo?    Si facciano ‘sta domanda, accertino e si diano una risposta;
3) anziché prendere per oro colato l’affermazione di parte industriale secondo cui “sotto gli specchi sarebbero continuate le attività di pascolo e di agricoltura tradizionale”, perché non han dato una sbirciatina alla considerevole mole di pareri di parte pubblica e degli agricoltori che lì vivono e operano, che escludono questo preteso e inesistente connubio virtuoso?    I terreni delle aziende agricole recalcitranti sarebbero espropriati: dovrebbero tutti tacere?
Un po’ di obiettività non guasta, anche da parte dei giornalisti.

giovedì 5 ottobre 2017

L’informazione scientifica tra fatti, ambiguità e frottole - Annamaria Testa


“Sei il presidente del Cicap? Devi essere molto scettico…”, dice un’analista al suo paziente.
“No”, risponde il paziente, “non ne sono convinto”.
A raccontare questa storiella è Sergio Della Sala, direttore dell’unità di Human cognitive neuroscience dell’Università di Edimburgo e, appunto, presidente del Cicap (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze).
Il Cicap è l’assai meritevole organizzazione che Piero Angela ha fondato, insieme a un gruppo di scienziati, alla fine degli anni ottanta. Obiettivo: valutare e demistificare i fenomeni paranormali e le credenze prive di fondamento, dal creazionismo alla chiaroveggenza, dai cerchi nel grano alle bufale mediche.
Della Sala interviene in apertura del convegno del Cicap intitolato “Il valore dei fatti nell’era della post-verità”. Dice cose utili e interessanti. Spiega alcuni meccanismi cognitivi che stanno alla base della diffusione delle bufale, e specialmente delle bufale mediche. Quel che dice merita di essere condiviso. Dunque, prendo appunti.

Atti di fede
Della Sala ricorda che tutti possiamo autoingannarci. E invita a essere sì scettici, ma non faziosi. La faziosità non funziona, nemmeno per smontare le notizie false. Molto meglio argomentare la propria posizione, restare vicino ai fatti e provare a capire quel che accade nella mente delle persone.
D’altra parte, perfino credere nei fatti è un atto di fede – “if you are a scientific believer you too are taking almost all of it on trust”, scrive Michael Brooks su New Scientist. E non basta neppure cercare le evidenze, perché spesso siamo di fronte a evidenze non abbastanza nette, o contraddittorie. Insomma: bisogna essere cauti, ma cauti davvero.
Ma che cos’è un’evidenza? Il senso comune (per esempio, il detto moglie e buoi dei paesi tuoi) non è un’evidenza, e può essere inquinato da semplificazioni o pregiudizi. Un cliché (per esempio, le donne non sanno guidare) non è un’evidenza. Una dichiarazione promozionale (per esempio, “col dentifricio Brillodent sorridi al mondo intero”) non è un’evidenza. Affermazioni di questo tipo possono essere facilmente smontate. Se ne può, cioè, dimostrare scientificamente l’infondatezza e la falsità.
Quando le evidenze non sono nette le cose si complicano. Della Sala fa l’esempio di uno specifico farmaco per curare l’Alzheimer, una malattia straziante, che affligge le persone anziane e destabilizza le famiglie. Bene: alcune ricerche sembrano sostenere che quel farmaco funziona. Altre ricerche dicono l’opposto. Come procedere?
Se si fa una meta-analisi delle ricerche (cioè, se si confrontano tutti i dati emersi dai differenti studi) si vede che c’è discrepanza tra i risultati degli studi finanziati dalle industrie farmaceutiche (assai più favorevoli) e quelli degli studi indipendenti. Ciò significa che perfino quando esaminiamo una ricerca scientifica dobbiamo considerare tutti i dati, compresa la provenienza dei finanziamenti.
Un altro esempio: la Columbia university dà ampia risonanza a uno studio secondo il quale “il cioccolato cura la demenza”. Lo studio viene ripreso da diverse testate, alcune molto autorevoli. Peccato che lo studio goda di finanziamenti senza limiti da parte di un’azienda produttrice di cioccolato. Questo fatto, forse, dovrebbe farci venire qualche dubbio. E farci venir voglia di cercare ricerche indipendenti sullo stesso tema (ammesso che ce ne siano) per vedere che cosa dicono.
E ancora.
È importante tenere conto non solo di che cosa, ma di come pensano le persone. La nostra mente è costantemente alla ricerca di senso, e tende a vedere schemi, strutture, legami di causa-effetto anche in ciò che è del tutto casuale. È il fenomeno della patternicity: la ricerca di schemi (pattern) a ogni costo.

L’esempio di Dante Alighieri
Della Sala fa l’esempio della neuroscienziata inglese che sostiene l’esistenza di un legame tra uso di internet e autismo, in base al fatto che negli ultimi tempi è aumentato l’uso infantile di internet, e sono contamporaneamente aumentate le diagnosi di autismo.
È una falsa correlazione, diventata virale nel Regno Unito. Una falsa correlazione consiste nel fraintendere in termini di causa-effetto la semplice coincidenza casuale tra due fenomeni, uno dei quali (ripetiamolo) non è causa dell’altro. D’altra parte, si può correlare falsamente anche la crescita dell’autismo con la crescita del consumo di cibo biologico.
Le false correlazioni sono tanto seducenti quanto insidiose. Se volete immunizzarvi, date un’occhiata al magnifico sito spurious correlations.
Anche se viene dimostrata la totale falsità di un messaggio, cancellarlo dalla mente è difficilissimo
Oggi le persone tendono a prestare fede a referenti fidati, invece che a referenti esperti. E uno degli errori che fanno gli esperti è confidare nel fatto che fornire più informazioni possa cambiare le cose. Purtroppo questo non succede, nella misura in cui le persone vogliono (o hanno bisogno di) continuare a credere in ciò in cui credono, riducendo il più velocemente possibile il disagio provocato dalla dissonanza cognitiva (cioè dal dover fare i conti con informazioni contrastanti).
Oggi chiamiamo bias di conferma il fenomeno per cui tendiamo a considerare solo i fatti che corrispondono alle nostre opinioni pregresse. Ma già Dante lo descrive perfettamente, nel Paradiso: “Più volte piega / l’opinion corrente in falsa parte / e poi l’affetto l’intelletto lega” (cioè: spesso l’opinione corrente si rivolge al falso, e l’attaccamento a quell’opinione imbriglia l’intelligenza).
C’è un ulteriore effetto con cui fare i conti: una volta che un messaggio è stato diffuso e recepito, e anche se ne viene dimostrata la totale falsità, cancellarlo del tutto dalla mente è difficilissimo. Questo è particolarmente pericoloso oggi, in tempi di grande diffusione delle “riviste predatorie” (qui un articolo su lavoce.infovi spiega bene di che si tratta).
In sostanza, si tratta di riviste online che si fingono scientifiche, hanno nomi che appaiono scientifici, ma pubblicano a pagamento qualsiasi articolo inviato da qualsiasi ricercatore o sedicente tale, senza alcuna revisione o verifica. Il fatto è stato dimostrato dal corrispondente di Science John Bohannon, che ha spedito lo stesso paper pieno di errori marchiani a 304 riviste, ritrovandoselo pubblicato nel 60 per cento dei casi.
Il fatto è stato nuovamente dimostrato di recente, quando un neurobiologo è riuscito a farsi pubblicare un assurdo articolo sui midicloriani, entità che vivrebbero nelle cellule degli Jedi (sì, siamo in pieno Star Wars) e sarebbero responsabili dei loro poteri. E ci sono anche due scienziati che sono riusciti a farsi pubblicare su una rivista “scientifica” un articolo costituito da una singola frase, “Get me off your fucking mailing list”, replicata cinquemila volte e corredata di schema esplicativo. Qui l’articolo.
Dunque: è cruciale stare attenti alle fonti, perché non tutte le riviste “scientifiche” lo sono davvero. Inoltre, prima di dare una notizia riguardante la salute, sarebbe necessario aspettare che sia confermata da più ricerche. Infine, i ricercatori dovrebbero usare cautela e limitare l’enfasi nel divulgare i propri risultati, fino a quando non sono replicati e certificati. C’è differenza nel dire che i vaccini funzionano (migliaia di ricerche lo confermano) e dire che il cavolo rosso cura il cancro: se ad affermarlo è un singolo studio condotto sui topi, essere scettici non è un’opzione. È un obbligo.