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giovedì 23 maggio 2024

Le sostanze anti-cancro di frutta e verdura

 






Dieta anti-cancro: il cibo incide per il 40% sui tumori, l'alcol su quelli al seno. Cosa non dobbiamo mangiare

Alessandra Longhi, oncologa dell'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna: "No a zuccheri, proteine animali e alcol, sì a vegetali"

 

Ormai è da anni che si sa. I tumori si nutrono di zuccheri e grassi animali, limitarne il consumo ci aiuta a prevenire il cancro. La dieta infatti incide su circa il 40% dei tumori e l'alimentazione in relazione al cancro è un argomento sempre più sentito, infatti oggi più del 50% dei pazienti, dopo la diagnosi di tumore, chiede cosa può fare per favorire la guarigione, specie in relazione alla dieta.

Il parere dell'esperta

Alessandra Longhi, oncologa dell'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna in occasione di un incontro su "Alimentazione e tumori", presso la Casa della cultura di Calderara di Reno, organizzato da "Incontri di scienza e di vita a Calderara". Centrale per la prevenzione del cancro, nonché anche per ridurre il rischio di recidive dopo un primo tumore, è mantenere un peso corporeo sano e fare esercizio. Per quanto riguarda la dieta è importante prediligere i cereali integrali, le verdure, la frutta, evitando i cibi ipercalorici, le bevande zuccherate, i cibi ricchi di sale, gli insaccati, le bevande alcoliche che incidono ad esempio sul tumore al seno.

Zuccheri e grassi

La dieta, inoltre, deve essere ricca di fibre e povera di grassi e proteine di origine animale, povera di zuccheri e cibi che aumentano la glicemia. Gli zuccheri, spiega Longhi, favoriscono la presenza di un fattore di crescita - il fattore insulino-simile, che stimola la crescita tumorale; inoltre i tumori consumano tantissimo zucchero, quindi una dieta ricca di zuccheri ne aiuta la crescita. Uno studio ha dimostrato che più la glicemia è bassa, minore è il rischio di cancro al seno. Anche il rischio di recidive è più alto per chi beve bibite zuccherate. Il diabete, quindi, è a sua volta un fattore di rischio per il cancro. Il fattore di crescita insulino-simile può essere ridotto mangiando meno, mentre la sua concentrazione aumenta nelle diete ricche di proteine di origine animale.

Latte sconsigliato

Il latte è sconsigliato nei pazienti oncologici. Non a caso il consumo di latte aumenta il rischio di tumore della prostata e dell'endometrio. Anche carni rosse ricche di grassi saturi sono collegate al rischio di cancro di prostata e seno, in quanto esercitano una azione pro-cancerogena. Infatti, sottolinea l'oncologa, vegani e vegetariani sono meno a rischio tumori. Il 40% dei tumori, inoltre, è in relazione all'obesità.

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sabato 13 aprile 2024

ISRAELE NON RILASCIA LA GIORNALISTA LA CUI BAMBINA MALATA DIPENDE SOLO DAL LATTE MATERNO

Rula Hassanein non riesce a nutrire la figlia nata prematuramente, in un aumento "spaventoso" delle donne palestinesi arrestate con l'accusa di incitamento



La giornalista palestinese Rula Hassanein, 29 anni, arrestata dalle forze israeliane il 19 marzo, con la figlioletta Elia

(articolo di Fayha Shalash – Middle East Eye – Ramallah, Palestina occupata)

Un tribunale israeliano ha rifiutato di rilasciare una giornalista palestinese la cui bambina, nata prematura, dipende per la nutrizione esclusivamente dal latte materno, ha dichiarato la sua famiglia a Middle East Eye.

Rula Hassanein, 29 anni, è stata arrestata il 19 marzo quando alcuni militari israeliani hanno fatto irruzione nella sua casa a sud di Betlemme, nella Cisgiordania occupata.

È stata accusata di incitamento sui social media, un’accusa che viene spesso rivolta ai palestinesi da quando è scoppiata la guerra a Gaza il 7 ottobre.

Un tribunale militare con sede nel complesso carcerario di Ofer, in Cisgiordania, ha rinviato per la terza volta la sessione del processo di Rula ed ha respinto le richieste di cauzione e di rilascio presentate dal suo avvocato. Il processo è ora fissato per lunedì.

L’anno scorso, Rula aveva dato alla luce due gemelli, Elia e Youssef, con due mesi di anticipo a causa di complicazioni di salute. Youssef è morto tre ore dopo.

Elia è rimasta in un’incubatrice per i primi 40 giorni di vita. Ora ha nove mesi e soffre di un sistema immunitario debole, che le ha provocato ulcere sui palmi delle mani, sui piedi e sulla bocca.

Quest’ultima le rende difficile nutrirsi, lasciandola dipendere esclusivamente dal latte materno della madre.

“La mia bambina urlava e piangeva nella sua stanza dopo essersi svegliata per le voci dei soldati“, ha raccontato Shadi Brejiya, marito di Rula, a Middle East Eye.”

Brejiya ha raccontato che, al momento dell’irruzione nella loro casa, le truppe israeliane hanno ammanettato e bendato sua moglie, prima di trascinarla in un veicolo militare.

Rula ha chiesto di portare Elia con sé in prigione, spiegando agli ufficiali israeliani i problemi di salute della bambina, ma la sua richiesta è stata respinta.

Alcune ore dopo l’arresto, Elia ha iniziato a disidratarsi. Non ha assunto alcuna forma di alimentazione e i medici sono stati costretti a fornirle nutrimento per via endovenosa.

“Le nostre vite si sono capovolte in un solo momento. Tutto è diventato desolante e la mia bambina piangeva e urlava davanti a me senza che potessi aiutarla“, ha detto Brejiya.

Israele ha respinto la richiesta di farmaci

Rula ha avuto le sue complicazioni di salute: nel 2017 le è stato diagnosticato un disturbo renale cronico.

Sua sorella Hadeelha spiegato a Middle East Eye che Rula soffre di una glomerulopatia a lesioni minime, che le impone di vedere un medico ogni quindici giorni e di sottoporsi a esami regolari.

“Siamo riusciti a vederla durante il processo una settimana dopo il suo arresto. Era molto stanca e il suo volto mostrava stanchezza e mancanza di sonno e cibo“, ha detto Hadeel.

“Ho cercato di salutarla con la mano, ma le guardie me lo hanno impedito e mi hanno respinto“.

Dopo essere stata inizialmente portata in un campo militare, Rula è stata trasferita nella famigerata prigione di Hasharon, nella Cisgiordania occupata, dove sono detenute le donne palestinesi.

La sorella ha raccontato che le autorità israeliane hanno respinto la richiesta di Rula di portare con sé medicinali vitali e l’hanno tenuta in condizioni pessime.

Nella cella non ci sono materassi o coperte e le viene fornito solo un pasto al giorno, freddo e poco cotto, ha detto Hadeel.

Rula è stata poi trasferita nella prigione di Damoun, dove le condizioni di detenzione e la mancanza di cibo sono simili.

Aumento ‘spaventoso’ delle donne arrestate

Negli ultimi mesi, Israele ha rapidamente aumentato gli arresti di donne palestinesi, tra cui giornaliste, avvocate e attiviste – molte delle quali sono madri – con la generica accusa di incitamento.

Secondo la Palestinian Prisoners Society (PPS), il numero delle detenute ha raggiunto le 74 unità dopo l’arresto della giornalista Asmaa Harish e di Khadra Hilal, madre di un palestinese ucciso, durante un raid all’alba di mercoledì a Ramallah.

Amani Sarahneh, la portavoce del PPS, ha dichiarato a MEE che il volume degli arresti dall’inizio della guerra a Gaza è stato ‘spaventoso’.

Ha detto che un tale numero di detenuti in un breve periodo di tempo non si registrava da decenni.

Il numero totale di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane ha raggiunto i 9.100, di cui quasi 8.000 detenuti dal 7 ottobre.

“L’accusa di incitamento è la più frequente che i detenuti palestinesi devono affrontare e, quando non viene provata, vengono trasferiti in detenzione amministrativa, soggetta a rinnovo“, ha dichiarato Amani.

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venerdì 1 marzo 2019

Le aste dei discount svalutano il latte dei pastori sardi - Stefano Liberti, Fabio Ciconte




Mentre i pastori sardi versavano il loro latte in strada per protestare contro i bassi prezzi d’acquisto, il gruppo Eurospin lanciava un’asta al buio per assicurarsi al minor prezzo possibile una partita da diecimila quintali di pecorino.
Proprio quando la protesta era appena cominciata, nei primi giorni di febbraio, il discount ha convocato i produttori di pecorino romano chiedendogli di fare un’offerta, al massimo ribasso, per una fornitura di formaggio grattugiato, porzionato e in forma intera. La gara d’asta – fatta online – è durata circa mezz’ora ed è stata vinta da due importanti imprese dell’isola a un prezzo di poco superiore a cinque euro al chilo.
“Così la grande distribuzione organizzata orienta tutto il mercato al ribasso”, dice Salvatore Palitta, presidente dimissionario del consorzio per la tutela del formaggio pecorino romano. “Attraverso le aste, le insegne dei supermercati strozzano una filiera che è già pesantemente in affanno”.
Finito al centro delle polemiche per le responsabilità attribuite ai trasformatori per la sovrapproduzione che ha fatto crollare il prezzo, il presidente del consorzio cerca di spostare l’attenzione su quello che definisce il “vero dominus del mercato”, ossia i gruppi della grande distribuzione organizzata (gdo), attraverso i quali passa oggi il 70 per cento degli acquisti alimentari in Italia.
“Non si parla mai abbastanza del ruolo che ha la grande distribuzione nella definizione del valore del prodotto. L’asta lanciata dall’Eurospin prevedeva un prezzo bloccato per i prossimi dodici mesi: a queste condizioni, qualsiasi trattativa su un compenso equo diventa aleatoria”, continua Palitta.

L’anello debole
La protesta dei pastori sardi ruota intorno a tre attori principali: la gdo, che acquista il formaggio; gli industriali e le cooperative, che lo producono a partire dalla materia prima; e i pastori, che forniscono il latte ovino alle imprese di trasformazione. Come spesso accade, in questa partita a tre l’ultimo anello della filiera è quello più debole, con minore potere contrattuale.
Il surplus di produzione dell’ultimo biennio – pari a circa 90mila quintali – ha fatto precipitare il valore del pecorino alla borsa merci di Milano e di conseguenza quello del latte ovino, crollato a 60 centesimi al litro.
“A questa cifra non arriviamo neanche a coprire i costi di produzione”, afferma Nenneddu Sanna, uno dei leader della rivolta. Dopo le manifestazioni in Sardegna, i pastori hanno portato la protesta a Roma e il 14 febbraio sono stati convocati al Viminale dal ministro dell’interno Matteo Salvini e da quello dell’agricoltura Gian Marco Centinaio. La discussione è stata poi spostata alla prefettura di Sassari. Ma per il momento non è stato trovato alcun accordo tra la proposta dei trasformatori, disponibili a pagare 72 centesimi al litro, e i pastori, che chiedono almeno 80 centesimi.

Il ruolo della grande distribuzione
In questa situazione estremamente tesa, il gruppo Eurospin è entrato in scena come un elefante in una cristalleria. “Con queste aste, la grande distribuzione prende i soldi direttamente dalle nostre tasche”, lamenta Nenneddu Sanna. “Il pecorino dovrebbe essere venduto almeno a 7,5 euro, non a 5”.
L’Eurospin già l’estate scorsa era finito al centro delle polemiche per una gara elettronica al doppio ribasso su una partita di pomodoro trasformato. All’epoca, si era difeso a posteriori rivendicando la pratica delle aste online e definendole “uno strumento moderno, molto efficace per dare al consumatore quei prezzi competitivi che chiede”.
Nel caso dell’ultima asta sul pecorino, l’Eurospin aveva convocato una gara secca, in cui i vari fornitori sono stati invitati a fare un’offerta unica senza conoscere chi fossero e quanti fossero gli altri partecipanti. Un’asta al buio insomma, in cui ogni concorrente è naturalmente spinto a ribassare al massimo la propria puntata pur di assicurarsi la partita.
Come si legge sullo stesso sito dell’azienda, “in caso di più offerte identiche verrà automaticamente aperta una ulteriore sessione di 30 minuti cui potranno partecipare i fornitori autori delle offerte identiche, durante la quale ciascuno di essi potrà formulare una ulteriore offerta eventualmente migliorativa rispetto alla precedente”. Migliorativa in questo caso vuol dire inferiore, perché la logica è che a vincere sia sempre il prezzo più basso.
La marcia indietro
L’Eurospin non ha risposto alle nostre domande per avere chiarimenti sullo svolgimento dell’asta. Ma dopo le ripetute sollecitazioni, l’azienda ha comunicato sul suo sito che “sospende gli accordi commerciali in essere”. È insieme una marcia indietro e una notizia positiva.
Dopo aver cercato di sfruttare la situazione per strappare prezzi particolarmente favorevoli senza tener conto delle conseguenze sull’intero settore, anche l’Eurospin, come ha già fatto nelle settimane scorse la Coop, ora vuole garantire “un aumento del prezzo all’acquisto pari a 1 euro al chilo”. La Federdistribuzione, sigla che tiene insieme diversi marchi della gdo, ha invece organizzato una campagna di marketing tesa a valorizzare il prodotto in tutti i punti vendita.
“Le aste andrebbero semplicemente vietate”, dice Giorgio Santambrogio, presidente di Adm, l’Associazione della distribuzione moderna, che riunisce gran parte dei supermercati italiani, tranne i discount. “Queste pratiche fanno male all’intero settore. Ed è per questo che già nel giugno 2017 abbiamo firmato un protocollo presso il ministero dell’agricoltura in cui ci impegniamo a non farle. Penso che sarebbe utile proibirle in modo definitivo per legge”.
Il punto dolente è che gli effetti delle aste e degli acquisti al ribasso non si ripercuotono solo sui gruppi industriali che partecipano e sulle insegne che le lanciano. Contribuiscono spesso a determinare un prezzo di riferimento, che finisce per orientare tutto il mercato. A pagarne le conseguenze sarà un’intera filiera, sempre più impoverita dalle logiche del sottocosto.

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mercoledì 27 febbraio 2019

Pastori sardi non buttate il latte - intervista a Gavino Ledda


«I pastori hanno ragione ma la loro protesta è in parte sbagliata. Il latte non si butta: con tutti i poveri che ci sono…. Meglio sarebbe allora cercare di bloccare le elezioni presentandosi davanti ai seggi con le roncole: non per usarle, no, ma per farsi arrestare». È un fiume in piena Gavino Ledda, e si capisce: la protesta dei pastori sardi esasperati dal prezzo troppo basso del latte lo ha riportato alla giovinezza passata facendo il pastore, e raccontata nel famosissimo romanzo autobiografico “Padre padrone”.

Non pensa che queste elezioni possano aiutare a risolvere la crisi? 
«Non serviranno a niente, con i politici che ci ritroviamo. E non parlo solo della Sardegna: anche quelli di Montecitorio - Salvini, Di Maio, il presidente Conte che ora viene qui a cercare voti - quando parlano di pastorizia e di agricoltura non sanno quello che dicono. E non hanno neanche l’intelligenza di scegliersi consulenti che ci capiscano di agraria».

Buttare il latte è servito ad attirare l’attenzione sull’industria casearia che lo paga 60 centesimi al litro. Ma com’è nata questa situazione? 
«È un problema che è nato già negli anni Cinquanta, quando facevo il pastore io. E e a risolverlo non basteranno i soldi che si otterranno con le proteste. Il primo problema è dentro l’ovile: il pastore dovrebbe avere 100, 150 pecore. Invece oggi c’è chi ne ha tremila, ci sono capitalisti della pecora. Si sono fatti contagiare dal petrolchimico, sono diventati pastori alla Rovelli».

Cosa vuol dire? 
«Negli anni Sessanta a Ottana e a Porto Torres sono state costruite industrie chimiche, di Nino Rovelli e altri, che hanno portato all’isola pochi benefici e molti danni. Era un tentativo maldestro e malsano di eliminare le pecore e di intrappolare i pastori: un po’ quello che gli americani hanno cercato di fare con gli indiani, uccidendo i bisonti. Con la complicità di molti politici sardi, gli industriali hanno pensato di procurarsi un serbatoio di forza lavoro da spremere nelle fabbriche. E molti sardi ci sono cascati: si sono liberati dalle pecore e sono diventati servi nelle industrie. Alla fine la pecora ha vinto sulla petrolchimica, per fortuna. Ma una quantità di terreni sono stati abbandonati. Molti ex pastori hanno cercato lavoro all’estero, altri sono tornati a occuparsi di pecore nel Lazio o in Toscana».

E le aziende che producono il formaggio che colpe hanno? Il pecorino “romano”, un prodotto sardo Dop, è un successo mondiale. Sembra assurdo che chi fa il latte abbia guadagni ridotti all’osso. 
«Finora ho parlato dei mali interni all’ovile che hanno causato la crisi. Ma ci sono anche mali esterni, non meno importanti. Questo è il primo. Sull’isola ci sono tre grandi caseifici che hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo. Avranno pure aiutato i pastori in periodi di difficoltà, negli anni passati. Ma oggi gli rendono la vita impossibile. Va bene fare il pecorino che richiede il mercato, ma le aziende devono anche fare altri formaggi. E i pastori devono tornare a farlo come si faceva un tempo, sporcandosi le mani. Quando sono passato da Thiesi e ho visto i pastori che bloccavano la strada e che buttavano il latte nel ruscello sono rimasto sconvolto. Le proteste mi hanno colto di sorpresa perché negli ultimi mesi ho vissuto fuori, ero sul set di un film di Salvatore Mereu, “Assandira”. Quando sono tornato a casa ho continuato a concentrarmi sul personaggio che interpreto: a dimenticare di essere Gavino Ledda per diventare Costantino Saru. Ma quel giorno ho visto il latte buttato via, una cosa che non avevo mai visto nei miei ottant’anni di vita. Ho sentito belare le pecore e mi sono ricordato di essere Gavino Ledda. Ho capito che quella non era una crisi improvvisa, ma una situazione che peggiora da anni. E che finora si è cercato di risolvere mettendo toppe che sono servite solo a bucare i pantaloni».

La Regione potrebbe fare di più? 
«La Regione fa solo danni. Da quindici anni interviene dando soldi, 20 euro l’anno per pecora, con i fondi della comunità europea, e questo spinge i pastori ad accumulare animali, quando dovrebbero occuparsene con cura, come ho fatto io nei miei quindici anni di vita da pastore. Molti pastori oggi sono scansafatiche, scaricano il latte nei caseifici e vanno al bar a bersi quello che hanno guadagnato. La Regione invece dovrebbe studiare come inventare la pastorizia del Tremila. E come conciliarla la cultura del Tremila con la soluzione vera, che sta nel ritorno alla tradizione, all’ovile omerico».

Omerico, addirittura? 
«Al massimo possiamo arrivare a Leonardo da Vinci... È l’ovile che ho conosciuto io, ed è quello che garantisce la qualità del latte sardo: un ettaro di terra ogni cinque pecore, la rotazione delle coltivazioni e del pascolo. Pastorizia e agricoltura devono andare di pari passo. In questo modo avremo famiglie autosufficienti, che non producono solo latte e non hanno bisogno di spendere per mangimi canadesi, e pecore trattate con amore. Perchè lasciatelo dire a me che sono stato pastore ma sono anche un poeta: se mungi la pecora malvolentieri, il latte viene cattivo».

venerdì 15 febbraio 2019

La lotta dei pastori sardi si combatte nei supermercati - Stefano Liberti



La protesta dei pastori sardi, che da giorni rovesciano latte in strada, è emblematica dei sempre più frequenti conflitti tra i vari attori della filiera alimentare. Prima di arrivare in tavola, ogni cibo passa attraverso diverse fasi: ci sono i produttori di materia prima (nella fattispecie i pastori), i trasformatori industriali (che fanno i formaggi) e i punti vendita – oggi sempre più dominati dalla Grande distribuzione organizzata (Gdo).
I passaggi non sono noti al grande pubblico, che vede solo l’ultimo anello della catena e si stupisce delle proteste eclatanti periodicamente messe in campo dai produttori.
Nel caso del latte ovino e del pecorino, la mancata regolamentazione e l’inefficacia delle sanzioni in caso di sovrapproduzione hanno determinato un surplus di prodotto – e un conseguente crollo dei prezzi, che si è riversato a cascata sugli attori più deboli della filiera.
Soluzioni tampone
Esistono strumenti normativi per evitare situazioni simili: si possono aumentare le sanzioni, oggi pari ad appena 16 centesimi al chilo per gli industriali del pecorino che producono in eccesso. Si può applicare l’articolo 62 della legge del 2012, che vieta l’acquisto al di sotto del costo di produzione. Si possono prevedere aiuti pubblici compensativi quando il prezzo di mercato scende eccessivamente, come ha fatto il governo precedente e si appresta a fare quello in carica.
Per quanto necessarie e importanti, si tratta di soluzioni tampone: oggi la filiera alimentare sconta la sproporzione di forze tra un attore molto potente – le insegne della Gdo – e un mondo della produzione spesso poco organizzato, incapace di avere un reale peso contrattuale di fronte ai giganti del commercio.
Negli ultimi anni le insegne dei supermercati hanno incentrato il proprio marketing su una pura politica di prezzo: le campagne promozionali lanciate in modo ossessivo, i 3x2, il sottocosto, le scontistiche varie hanno trasmesso al pubblico la percezione che il cibo valga pochissimo. Anche se in questo particolare frangente le responsabilità della Gdo sono limitate, il ruolo di quest’ultima nello schiacciamento di diverse filiere produttive è indiscutibile.
La crisi attuale, con l’ampia ondata di solidarietà che ha raccolto in tutto il paese, può rappresentare un’occasione per invertire questa tendenza. Diverse insegne, tra cui Coop, Conad, gruppo Végé, gruppo Crai hanno dichiarato la propria solidarietà alla lotta dei pastori. Coop ha annunciato che, attraverso i trasformatori, comprerà il latte a un euro al litro (invece che all’attuale prezzo di mercato di 60 centesimi).
Oggi i supermercati possono dire a un pubblico solidale con le battaglie dei pastori che il pecorino è venduto a un prezzo più alto perché dietro ci sono dei produttori che faticano e il cui lavoro deve essere adeguatamente remunerato.
Hanno l’opportunità di raccontare la filiera, mostrare chi produce ciò che troviamo sullo scaffale, restituire identità al cibo. Lo possono fare per il pecorino, così come per migliaia di altri prodotti venduti oggi a prezzi eccessivamente bassi. Perché il cittadino consumatore, se informato, non baderà solo al prezzo, ma anche a tutti quegli aspetti che costituiscono l’insieme valoriale che intorno al cibo ruota, come i rapporti produttivi, il rispetto per l’ambiente, il sostegno a un’economia fatta di lavoratori e lavoratrici che tengono vive e attive le nostre campagne.

sabato 2 luglio 2016

Mucche felici: la verità è un’altra - Serena Porchera


Una foto di George Steinmetz, pubblicata sul National Geographic Instagram, mostra l’allevamento Bengbu Dairy nella provincia cinese di Anhui che ospita circa 39.000 mucche Holstein: una serie infinita di box anonimi dove vengono stipati i vitellini. Una didascalia sotto la foto spiega che i vitelli, anziché essere svezzati con il latte, seguono un’alimentazione a base di fagioli di soia provenienti dal Brasile, mescolati con erba medica dello Utah e sementi canadesi. Ciò che non viene spiegato è che però la produzione di soia per il cibo da allevamento è uno dei maggiori responsabili della deforestazione dell’Amazzonia e la coltivazione del foraggio richiede un consumo colossale di acqua. L’orrore celato dietro l’industria del latte Quella del latte è un’industria che da sempre lavora, a livello comunicativo, sul creare uno stereotipo di “mucca felice di fare il latte per noi”. I media e l’industria lattiero-casearia ritraggono animali soddisfatti delle loro vite e ci sottopongono ad una costante propaganda in cui fanno passare il latte come un alimento indispensabile, il solo in grado di fornire (soprattutto ai bambini) il giusto apporto di calcio e nutrimenti. Invece, le alternative esistono e la vita delle mucche è ben lontana dall’essere felice.
Per ottenere i prodotti caseari, la mucca è stata selezionata per produrre più latte possibile, molto più di quanto il suo corpo sia in grado di sopportare. La quantità di latte che queste mucche producono è di circa sei volte la quantità che berrebbe normalmente un vitello. Come risultato, vi è un alto rischio di mastiti, una dolorosa infezione della mammella; un’altra conseguenza è la zoppia, causata dalle mammelle troppo pesanti per le zampe posteriori e dal fatto di essere costrette a passare ore in piedi su pavimenti di cemento per essere munte diverse volte al giorno. I vitellini, dall’altro lato, vengono allontanati dalla madre dopo solo pochi giorni di vita. Questo prematuro allontanamento causa stress e dolore inimmaginabili sia al piccolo, che risente della mancanza del calore materno, sia alla mamma che muggisce e cerca il suo cucciolo per giorni. Dopo questa separazione il vitello, per i primi mesi di vita, viene rinchiuso in un box poco più grande di lui; poi verrà trasferito in un recinto di gruppo, in cui comunque non ha modo di muoversi e sviluppare muscoli, manifestando evidenti stati di stress riconducibili a continui movimenti stereotipati o giacendo fermo a terra. Essere Animali spiega che il latte e l’erba che i piccoli dovrebbero bere e brucare vengono sostituiti con un unico liquido composto da latte magro in polvere (prodotto di avanzo dell’industria casearia) integratori, farmaci e altre sostanze chimiche. Questa alimentazione volutamente priva di ferro è studiata in modo da ottenere una carne pallida, che invece normalmente in tutti i bovini è rossa, costringendo il vitello ad una costante condizione di stanchezza e malessere, dovuta ad una forte anemia. Una mostruosità comunemente usata in zootecnia è la “cavezza antisucchio”: si tratta di un dispositivo dentellato applicato al naso del vitellino che gli impedisce di ricevere dalla mamma il latte destinato al consumo umano. Il dispositivo costa poco più di 4 euro al pezzo. Può sembrare una crudeltà che non appartiene ai metodi italiani di allevamento, ma sfogliando tra i molti cataloghi, anche online, dei siti italiani di zootecnia si trova comunemente in vendita questo oggetto – di vari materiali e colori – insieme ai biberon e ai contenitori con tettarelle per il dosaggio dei liquidi da somministrare ai vitellini. Non mancano anche gallery dettagliate dedicate ai box, di varie forme, dimensioni, tipologie, presentati come funzionali per “migliorare la salute degli animali, favorirne la crescita abbassando il tasso di mortalità”. La situazione in Italia Si contano circa 250 milioni di vacche da latte sul pianeta, 36 milioni delle quali nella UE e circa 2 milioni in Italia (dati CIWF Italia). A dispetto di questi numeri, non esiste ancora una vera e propria Direttiva Europea che fissi degli standard minimi per la tutela delle mucche da latte e dei bovini adulti come, per esempio, per le galline ovaiole. Tanto è vero che in alcuni paesi (comprese certe regioni di montagna in Italia) è ancora concesso l’allevamento delle mucche “alla posta”, cioè legate per limitarne i movimenti. In realtà recentemente qualcosa si sta muovendo come segnalato da Agricoltura 24 anche se i provvedimenti – elaborati dal Consiglio d’Europa per il futuro vaglio della Commissione Europea – sono ben lontani dalla definizione di “benessere”: “dovrebbe essere data agli animali la possibilità di stare all’aperto, in un recinto, preferibilmente ogni giorno e quando è possibile di andare al pascolo. Vacche e manze dovrebbero poter pascolare per non meno di 90 giorni all’anno. A vacche e manze che sono legate viene concesso un esercizio giornaliero”. Con il Decreto Legislativo 7 luglio 2011, n. 126 riguardante l’Attuazione della direttiva 2008/119/CE che stabilisce le norme minime per la protezione dei vitelli, vengono invece definite le misure per i recinti e gli spazi minimi individuali per ogni vitello, oltre che la tipologia di struttura in cui questi animali devono poter vivere. Un iter verso la tutela di mucche e vitelli ancora però molto lungo che incontra non poche resistenze. “Personalmente ritengo ­ – ha spiegato il veterinario Luigi Bertocchi, esperto del Centro di referenza nazionale del benessere animale -­ che nella media il nostro sistema sia ampiamente rispettoso delle esigenze fisiologiche e comportamentali delle vacche da latte, sebbene in alcuni casi si possa e si debba migliorarlo. Non possiamo comunque pensare di cambiarlo radicalmente trasformandolo in sistemi di allevamento che non appartengono né alla nostra cultura zootecnica né alle nostre condizioni climatico-ambientali”. In Europa esistono generalmente tre tipologie di allevamento: Sistemi a pascolo-zero (le vacche non hanno mai accesso al pascolo); Accesso limitato al pascolo (per esempio durante l’asciutta, il periodo i cui le mucche non producono latte); Sistemi più estensivi al pascolo. La razza bovina Holstein, specializzata nella produzione di latte, è la razza più diffusa in Italia. Visto l’intenso ritmo di produzione imposto alle mucche da latte, questi animali hanno un’aspettativa di vita produttiva molto breve. Le mucche da latte vengono generalmente abbattute molto presto, in media dopo la loro terza lattazione mentre allo stato naturale potrebbe vivere fino a 20 anni.
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lunedì 27 giugno 2016

“Ora del latte”, LAV: “E’ ingannevole, il latte non è necessario” - Yuri Benaglio


“#oradellatte è una campagna ingannevole”. Tuona così la LAV contro la campagna lanciata il 26 maggio dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (Mipaaf) per promuovere il consumo di latte fresco, per la produzione della filiera e la riduzione degli sprechi. La campagna La campagna rientra nella strategia che il Mipaaf ha messo a punto per il sostegno del settore caseario italiano anche in collaborazione con organizzazioni agricole, cooperative, industria e grande distribuzione organizzata. Fanno e faranno parte della campagna spot e locandine con testimonial Carlo Cracco, Cristina Parodi, Demetrio Albertini e Giorgio Calabrese, nonché un sito apposito con informazioni e quiz. Di seguito le parole del ministro, Maurizio Martina: “Scegliere la qualità del latte fresco per i consumatori di ogni età vuol dire saper riconoscere e apprezzare tutto ciò che c’è dietro: l’impegno di chi lavora nella filiera, ma anche le sue proprietà nutritive. Per questo abbiamo voluto fortemente una campagna istituzionale per rilanciare i consumi di questo prodotto che fa parte della nostra tradizione alimentare. I consumatori potranno così aiutare sempre di più gli allevatori italiani ad uscire da una crisi strutturale, che vede tante aziende in sofferenza. Bere latte fresco, oggi, assume un significato ancora più importante”. Il piano del Ministero prevede 120 milioni di euro di investimenti: 32 milioni per l’aumento della compensazione Iva al 10% per il latte venduto alla stalla, altri 25 per il sostegno diretto agli allevatori, 10 per l’acquisto di latte crudo da trasformare in Uht (Ultra High Temperature, per conservarsi cioè più a lungo) e da destinare agli indigenti. La contromossa della LAV Il presidente LAV Gianluca Felicetti chiede senza mezze misure l’intervento dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, poiché sulle pagine del sito il latte viene definito un alimento “fondamentale in tutte le fasi della vita degli individui” e “indispensabile per il nostro organismo nella fase dello sviluppo e nell’età adulta”. “Il termine indispensabile è stato già censurato come ingannevole negli anni scorsi dall’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria su nostra istanza contro Mellin e Consorzi di produttori di carni che intendevano accreditare il messaggio che è impossibile vivere senza alimentarsi con proteine animali, e questo è contraddetto dalla vita di milioni di vegani e di intolleranti al lattosio in tutto il mondo e in tutte le epoche. Siamo l’unica specie di mammiferi che prende il latte alle altre specie animali, sottraendolo ai loro piccoli fatti nascere a forza. Siamo scandalizzati che il Ministero delle Politiche Agricole bruci ben 120 milioni di euro di aiuti per un sistema zootecnico dopato dai contributi pubblici, incapace di reggersi solo sulle proprie gambe. E’ incredibile infine che ai numerosi tipi di latte vegetale sia applicata addirittura l’IVA al 22% come bene di lusso, contro quella al 4% del latte di origine animale: una discriminazione nei confronti degli agricoltori e una vessazione per una sempre più consistente parte dei consumatori”. Felicetti cita numeri inconfutabili: il 90% dei cittadini asiatici negli Stati Uniti, il 70% di quelli di origine africana e dei nativi americani e il 50% degli ispanici sono intolleranti al lattosio. Come può quindi essere definito fondamentale un alimento che larghe fette della popolazione mondiale non consumano? Il latte di origine animale è una delle tante fonti possibili di calcio, non l’unica né la più eticamente corretta: esistono eccellenti fonti vegetali.



venerdì 11 marzo 2016

Perché consumare latte non è più innocente che mangiare carne - Marìca Spagnesi


Supponiamo di vivere in una bella comunità in aperta campagna. Supponiamo poi di essere tutti vegetariani convinti e di non mangiare carne oltre che per ragioni di salute anche e soprattutto per motivi etici. Adesso supponiamo che, essendo vegetariani, consumiamo uova e latte. Per le uova siamo indipendenti con le nostre galline che ci danno quelle che ci possono dare come e quando vogliono loro, razzolando libere intorno alla casa. Perché mai ci sogneremmo di comprarne sapendo delle violenze cui sono sottoposti gli animali in gabbia.
Per il latte, però, siamo ancora costretti ad acquistarlo. I bambini ne hanno bisogno, anche noi ne consumiamo e quindi decidiamo, perché no, di acquistare una mucca. Già ci prefiguriamo la nostra bellissima mucca che bruca felice nel campo davanti casa dove corrono e giocano i nostri figli. Ogni mattino, poi, avremo del buon latte fresco appena munto e saremo tutti contenti. Inoltre, ci sganceremo da quell'orrendo sistema che segrega gli animali in allevamenti lager, che li sfrutta, li maltratta, li usa e poi li uccide senza neppure il minimo rispetto che si dovrebbe a un essere vivente e senziente. Esattamente come noi.
Già, perché noi sappiamo che il latte ce lo danno le mucche ma moltissimi ignorano in che modo. Nel nostro caso, tuttavia, avendo scelto ponderatamente la cosa, non sarà così. Così acquisteremo la nostra mucca che inizierà fin da subito a darci del latte. La tratteremo bene e con i migliori riguardi perché noi amiamo gli animali e ci fa orrore chi li maltratta. Ci accorgeremo, un giorno, però, che il latte è finito. Già, perché come tutti i mammiferi, la mucca, esattamente come noi, produce latte se ha appena avuto un piccolo da nutrire.
Allora penseremo: be', bisognerà farla ingravidare. Niente di male, anzi. Vorrà dire che avremo due mucche che ci daranno del buon latte e che noi tratteremo col massimo riguardo. Inoltre, ben inteso, ci accontenteremo di meno latte perché una parte dovrà andare al vitellino. Aspetteremo il tempo necessario e festeggeremo quando nascerà.
Il giorno della nascita, dopo la grande gioia dell'evento, ci accorgeremo, però, che il nostro vitellino è maschio. A quel punto saremo di fronte al primo problema e al primo contatto con la realtà: il vitellino ha bisogno del suo latte e noi non ne avremo abbastanza per noi. Inoltre quando il piccolo sarà grande diventerà un toro. Non solo non darà latte, ma dove lo metteremo, che cosa ne faremo?
Siccome amiamo molto gli animali decideremo di tenerlo, accettiamo di rinunciare al latte per il nostro vitellino e ci rassegniamo all'idea di sistemare un toro in casa nostra. Ma, appena possibile, faremo ingravidare di nuovo la nostra mucca.
Non avevamo previsto, però, che la nostra mucca potrebbe insistere per qualche tempo a partorire dei maschi e ci ritroveremmo, oltre che senza latte, col nostro giardino possibilmente con tre o quattro tori a pascolare prima di avere il piacere di veder nascere una femmina. Il punto è che il nostro campo non è abbastanza grande per una mandria e che comunque avevamo comprato una mucca per avere del latte e di fatto non ne abbiamo.
Cosa ci resterebbe da fare? Prendere i nostri vitellini, uno dopo l'altro, strapparli alla madre che li ha partoriti, portarli al macello e goderci finalmente il nostro buon latte. Perché noi siamo vegetariani.
Questo è, per chi non lo sapesse, esattamente quello che succede nella grande industria della produzione del latte. Fin da piccoli sappiamo che la mucca lo produce e tutto sembra suggerirci, dalle favole alla pubblicità, che sia anche molto felice di farlo. Anzi, sentiamo dire da qualcuno che se ne intende che la mucca soffre e piange quando non viene munta. Quasi gli esseri umani avessero deciso di fare un vero e proprio favore alle mucche che altrimenti, se non ci fosse l'uomo, non saprebbero come liberarsi di tutto quell'ingombrante e fastidioso latte.
Nella realtà, invece, fuori dalla pubblicità, dalla tv, dalle favole e dalla nostra indifferenza, le cose non vanno esattamente così: le mucche vengono continuamente ingravidate in modo da partorire per produrre latte da dare non ai loro cuccioli, ma a noi in quantità industriali. E i piccoli? Ai piccoli ne viene data solo una parte, non direttamente, per il resto vengono nutriti artificialmente, allontanati dalla madre e lasciati senza il calore di cui ogni mammifero ha bisogno, maltrattati e spaventati a chiedersi per la loro breve vita dove sia la loro mamma. Infine, mandati al macello. Oppure, se femmine, avranno la sorte che hanno avuto le loro mamme.
Possiamo decidere che il latte ci piace e non intendiamo privarcene. Possiamo pensare anche che sia giusto così e che abbiamo il diritto di fare tutto questo. Ma che si sappia la verità. Che si conoscano i fatti e che si accetti, allora, che farne uso non è meno innocente che mangiare carne e che, anzi, è direttamente legato alla sua produzione. Che si accetti che il latte è un vero e proprio furto perpetrato nell'ignoranza o nell'indifferenza a mamme cui viene sottratto il proprio piccolo con violenza a poche ore dal parto, obbligate a vivere la loro vita in ambienti artificiali come stalle con pavimenti duri e luci innaturali, dove si ammalano e a cui vengono rifilati medicinali e antibiotici. Si sappia che le mucche, costrette a produrre enormi quantità di latte,  perché siano maggiormente produttive vengono nutrite con mangimi proteici, vengono “aiutate” con farmaci e integratori i quali, naturalmente, passano a noi.
Tutto questo è davvero spiacevole ma, d'altra parte, come faremmo noi umani a vivere senza quella indispensabile fonte di calcio? Si sa che il latte ne è ricco e non possiamo farne a meno. Questo, però, sembra essere un vero e proprio mito. Il calcio è contenuto in molti altri alimenti, dalle crucifere ai legumi a tutte le verdure a foglia verde scuro, all'amaranto. Senza contare che proprio nei paesi più ricchi e maggiori consumatori di latte e latticini si registrano malattie come l'osteoporosi che ci vengono fatte curare (in un circolo vizioso) aumentando la dose di latte e derivati perché ricchi di calcio. E' opinione comune che il calcio contenuto nel latte prevenga il problema delle ossa fragili, soprattutto nei bambini. Sembra, però, che  mantenere le ossa forti dipenda non tanto dall'aumentata assunzione di calcio quanto dal prevenirne la perdita. La perdita di calcio è un processo naturale e quello che si perde, deve essere poi  reintegrato con nuovo calcio preso dal cibo o dalle ossa. Sembra che responsabile nella perdita di calcio sia l'alimentazione eccessivamente proteica. E Le diete ricche di carne e latte superano normalmente di molto i livelli di proteine necessari. Questo comporta una perdita che, per essere compensata, viene prelevata dal nostro organismo dalle fonti disponibili e cioè le ossa.
Latte e latticini sono, inoltre, alimenti ricchi di grasso. Anche quelli “leggeri” il cui contenuto di grasso è stato rimosso, non risolvono il problema dal punto di vista degli effetti sulla salute pubblica. I grassi rimossi vengono comunque utilizzati per altri prodotti confezionati come dolci e gelati annullando, essendo rimessi in circolazione, l'effetto positivo sulla salute generale della gente.
Qual è la verità quindi? Le mucche vivono in condizioni disumane e innaturali, con livelli altissimi di stress, paura e dolore dovuti ai maltrattamenti, allo stato di prigionia e alla mancanza di una vita secondo natura per produrre qualcosa che non aiuta affatto le nostre ossa come crediamo ma che sembra essere, al contrario, dannoso.
Questo è il vero, assurdo, paradossale prezzo del latte.
Se proprio non potete farne a meno, accertatevi che il latte che acquistate sia di produzione biologica certificata. O provate, se non ad eliminarlo, almeno a ridurne il consumo.

sabato 23 marzo 2013

la droga nel latte e nel grano


E’ noto che le droghe derivate dall’oppio, come la morfina e l’eroina, sono attive nell’uomo perché mimano gli effetti di sostanze prodotte dall’organismo per controllare il dolore e la fatica: si tratta delle endorfine e delle encefaline, per le quali esistono appositi recettori nel nostro sistema nervoso centrale.
La presenza nel sangue e nelle urine di queste sostanze, per di più ad elevata liposolubilità, spinse a ricercarne di simili nel latte ed è così che nel 1979 venne isolata nel latte vaccino (un alimento molto usato dalla nostra specie) una sostanza oppioide, la ß casomorfina, prodotta dalla lisi della ß caseina del latte. Sono state successivamente determinate anche altre casomorfine (tutte peptidi costituiti da sette aminoacidi). Le casomorfine somministrate per via orale provocano la liberazione di insulina, di somatostatina e riduzione della secrezione gastrica.
Alcune casomorfine di origine bovina hanno dimostrato un’azione analgesica superiore a quella della stessa morfina. Dobbiamo inoltre notare come le casomorfine provenienti da latte di vacca sono più attive di quelle provenienti da latte umano.
I processi digestivi del latte attuano la trasformazione della caseina del latte in casomorfine, anche se i latti fermentati contengono già casomorfine formate. Particolare attenzione deve essere rivolta anche al glutine, proteina presente soprattutto nei grani duri; alcuni studi hanno infatti mostrato come negli idrolisati del glutine sono presenti le exorfine, peptidi con azione simile a quella degli oppioidi. Recentemente è stato reso noto che queste endorfine alimentari possono agire, in individui suscettibili, direttamente od indirettamente a livello cerebrale causando od incrementando sintomi psicotici…
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…¿Pero solamente la leche de los mamíferos posee péptidos opiáceos? No, también algunos vegetales sintetizan estas moléculas, a fin de defenderse de sus enemigos. Es el caso del trigo, cereal dotado de péptidos que adormecen a sus predadores. Una sola molécula proteica de gluten hallada en el trigo, contiene 15 unidades de un particular péptido opioide. El gluten del trigo contiene un número de péptidos opioides extremadamente potentes. Algunas de estas moléculas son incluso 100 veces más poderosas que la morfina. Los péptidos opioides del gluten hallados en el trigo son: glicina-tirosina-tirosina-prolina, tirosina-glicina-glicina-triptofano, tirosina-prolina-isoleucina-serina-leucina y tirosina-glicina-glicina-triptofano-leucina (el más potente de todos).
Los sacerdotes del antiguo Egipto utilizaban al trigo para alucinar, y lo empleaban en los vendajes, para disminuir el dolor provocado por las heridas. Los emperadores romanos sabían que el pueblo no se rebelaría mientras tuviera pan y entretenimiento. Todos los productos derivados del trigo contienen péptidos opioides: pan, pasta, pizza, galletas, tortas, empanadas, tartas, etc.
Al padecer un dolor dental, se puede masticar pan durante 10 minutos a fin de aliviar el dolor, con lo cual se comprueba su potencia anestésica…