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sabato 6 agosto 2022

Una nazione che avvelena

 

Se le aziende dell’agribusiness fondassero uno Stato sovrano, la “Pesticide Nation”, questo si posizionerebbe nel gruppo delle prime economie mondiali. Eppure il sistema agricolo industriale non potrebbe sostenersi senza le enormi sovvenzioni pubbliche e l’esternalizzazione dei costi, come i danni ambientali e le conseguenze sulla salute dei cittadini. Per ogni euro di cibo prodotto dall’industria ne abbiamo già spesi tre.

Il consolidamento di posizioni dominanti impedisce l’emergere di modelli agricoli sostenibili e di diversi sistemi di produzione e commercio. Le quattro  principali aziende attive nel mercato dei semi e dei pesticidi controllano circa il 70% del mercato. Syngenta/ChemChina è una società statale cinese mentre Bayer, Basf e Corteva sono tutte, o in parte, di proprietà degli stessi cinque fondi d’investimento americani: Blackrock, Vanguard, State Street, Capital Group e Fidelity. Questi fondi possiedono anche tra il 10% e il 30% del capitale delle principali aziende alimentari del mondo, come Unilever, Nestlé, Mondelez, Kellogg, Coca-Cola e PepsiCo.

 

Di questo e altro si parla nel libro “Pesticide Nation. Guida di sopravvivenza alimentare” (Manlio Masucci, Terra Nuova Edizioni 2022). Una serie di inchieste giornalistiche e interviste per indagare il sistema della grande produzione e distribuzione industriale agroalimentare e denunciare le ingerenze indebite sulle politiche pubbliche, gli impatti sul nostro vivere quotidiano e sul pianeta. Fra gli esperti intervistati, Vandana Shiva (autrice della prefazione), Maude Barlow, Satish Kumar, Jojo Mehta, Olivier De Schutter. Il libro analizza i sistemi agroalimentari globali dalla prospettiva dei consumatori e degli agricoltori  ponendosi come vademucum utile per le rivendicazioni della società civile e per difendere se stessi e l’ambiente dai modelli inquinanti e insalubri.

Pesticidi, erbicidi e fertilizzanti sono il main business dell’industria. I pesticidi provocano circa 385 milioni di casi di avvelenamento all’anno nel mondo di cui 1,6 milioni in Europa. Annualmente, circa 11 mila lavoratori muoiono per avvelenamento acuto mentre a livello globale si stima che il 44% degli operatori agricoli soffra di almeno un episodio di contaminazione. In Europa si vendono annualmente circa 360 mila tonnellate di pesticidi. In Italia si utilizzano quasi 56 mila tonnellate e oltre 6 kg di pesticidi per ettaro coltivato, una media superiore a quella dell’UE. Nel 2019, l’Italia ha esportato 790 milioni di dollari di pesticidi e ne ha importati 907.

Quali sono i danni di questo sistema su persone e ambiente?  Gli impatti negativi sono evidenti sulla nostra salute, sul suolo, sugli insetti impollinatori, sull’acqua: in Europa risultano in stato eutrofico ben il 36% dei fiumi il 32% dei laghi, il 31% delle acque costiere, il 32% delle acque di transizione e l’81% delle acque marine. Solo nell’UE, i costi relativi all’inquinamento idrico possono raggiungere i 230 miliardi di euro all’anno. Entro il 2030, i costi relativi alle malattie non trasmissibili (legate a fattori ambientali) potrebbero superare i 30 trilioni di dollari, pari al 48% del Pil mondiale. Infine, tra il 25 e il 30% delle emissioni climalteranti sono provocate dal sistema agroalimentare industriale.

Ma il sistema dell’agricoltura industriale non è solo questo. Agricoltura digitale, tecniche di ingegneria genetica e cibi artificiali sono le direttrici su cui le multinazionali dell’agribusiness intendono muoversi nel futuro grazie anche a imponenti azioni di lobby.

La campagna per la deregolamentazione della nuova generazione di OGM, e la loro sperimentazione in capo aperto anche in Italia, è da tempo iniziata con la presentazione di un disegno di legge ad hoc.Come uscire da questo sistema predatorio e tossico che fa gli interessi di pochi industriali e speculatori ai danni del pianeta e della stragrande maggioranza della popolazione mondiale? “Pesticide Nation” esplora le pratiche alternative all’agricoltura industriale e propone soluzioni. Si tratta di soluzioni bottom up, che nascono  sui territori e che hanno dimostrato la loro efficienza e la loro capacità rigenerativa. Per poter riorientare i nostri sistemi produttivi, è però necessario sottrarre l’enorme potere acquisito dalle multinazionali reindirizzando i sussidi e le politiche pubbliche a vantaggio dei piccoli e medi produttori locali, agevolando così pratiche agricole ecologiche e lo sviluppo di economie circolari.

“Pesticide Nation. Guida di sopravvivenza alimentare” (Manlio Masucci, Terra Nuova Edizioni 2022)

da qui

domenica 12 maggio 2019

Il cibo buono fa bene all’Europa - Manlio Masucci


Una politica agricola comune potrebbe concorrere in maniera determinante allo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili e al rilancio del progetto di integrazione dell’Ue. Una proposta ambiziosa, destinata a scontrarsi con le numerose sfide che caratterizzano il settore: dal cibo spazzatura a basso costo che inonda i nostri mercati ai trattati commerciali di nuova generazione, dall’illegalità diffusa allo sfruttamento dei lavoratori al sistema dei sussidi pubblici che agevolano la grande produzione standardizzata di massa. Abbiamo chiesto a Olivier De Shutter, co-presidente dell’Ipes-Food, già commissario speciale dell’Onu per il diritto al cibo e attuale membro del Comitato per i diritti economici sociali e culturali dell’Onu, come poter affrontare questi problemi in un momento in cui la fiducia dei cittadini nell’Ue sembra essere ai minimi storici.

De Shutter, i cittadini sono vessati dalla crisi economica e spesso scelgono di risparmiare comprando cibo di pessima qualità a basso costo. Come convincerli che non è questa la soluzione migliore?
La soluzione non è solo dire alle persone di mangiare cibo più sano. Dobbiamo rendere l’opzione salutare più semplice per tutti, specialmente per le fasce a basso reddito. Ciò significa utilizzare una serie di strumenti – pianificazione urbana, incentivi fiscali (ad esempio tasse sulle bevande zuccherate o Iva zero su frutta e verdura) e appalti pubblici – per costruire ambienti alimentari sani. Abbiamo bisogno di una adeguata rete di sicurezza sociale. Le calorie a buon mercato non possono più sostituire le politiche sociali, che devono essere ricostruite e ridisegnate per affrontare le cause profonde della povertà e promuovere l’accesso a un cibo sano per tutti.

L’Europa sta approvando nuovi trattati commerciali che aprono le porte a ondate di cibo spazzatura alimentando sistemi produttivi non sostenibili. Qual è la vostra posizione?
Il modello commerciale dell’Ue promuove lo scambio di merci a volumi sempre crescenti, nonostante le contraddizioni con gli obiettivi di salute e sostenibilità. Ad esempio, l’accordo di libero scambio con il Giappone si basa su maggiori opportunità di esportazione nei settori ad alta emissione delle carni e dei prodotti lattiero-caseari. In parole povere, l’Ue e i suoi Stati membri devono ripensare completamente questo modello.

Il rapporto sostiene la necessità di ricostruire la fiducia nell’Ue. Una nuova politica alimentare potrebbe essere il veicolo di rilancio del progetto europeista?
Il cibo è fonte di grande preoccupazione per i cittadini. Agendo in questo settore e rispondendo a ciò che i cittadini vogliono – cibo sano, sostenibile e prodotto localmente – l’Ue può affermare la sua rilevanza e importanza. L’idea di una politica alimentare è intrinsecamente più democratica delle attuali politiche settoriali. Spostando l’attenzione dall’agricoltura al cibo, una più ampia gamma di parti interessate può essere significativamente coinvolta nella progettazione e valutazione delle politiche.

In che modo una nuova politica alimentare può avvantaggiare i lavoratori del settore? In Italia si registra il fenomeno degli immigrati obbligati a lavorare nei campi in condizioni di simil schiavitù. Come affrontare l’illegalità diffusa?
Gli attori più potenti del settore alimentare sono in grado di far pressione sui salari e sulle condizioni di lavoro. A farne le spese sono i braccianti agricoli, il personale del fast food e gli addetti alla consegna. Ciò avviene nell’Ue e in tutto il mondo. Una politica alimentare comune affronterebbe questo problema su tre fronti. In primo luogo, oltre che applicare la dovuta diligenza agli importatori di prodotti alimentari, accelererebbe le riforme già in corso a livello europeo per reprimere le pratiche commerciali sleali e gli abusi di potere degli acquirenti nelle catene di approvvigionamento. In secondo luogo, obbligherebbe gli operatori a rivelare i veri costi della produzione alimentare, consentendo di rendere visibili gli impatti negativi sul benessere dei lavoratori.In terzo luogo, una politica alimentare comune rimetterebbe a fuoco le politiche dell’Ue a sostegno del sistema alimentare alternativo e delle iniziative di filiera corta per garantire i giusti introiti agli agricoltori e ai lavoratori del settore alimentare.

In Italia il 15% della superficie coltivata è biologica ma circa il 97% degli incentivi pubblici va all’agricoltura convenzionale. Siamo inoltre ben al di sopra della media europea nel consumo di pesticidi. Una politica comune potrebbe contribuire a migliorare questa situazione?
Una politica alimentare comune consentirebbe di ridurre i pesticidi e le esposizioni chimiche pericolose utilizzando vari strumenti politici, con una crescente ambizione nel tempo. I passi per innalzare la vocazione ambientale della PAC verrebbero combinati con misure necessarie per sviluppare sistemi agroecologici diversificati e a basso input attraverso la ricerca, con un migliore monitoraggio del suolo e con un giro di vite sugli EDC (interferenti endocrini chimici) presenti negli imballaggi alimentari. Con normative più stringenti, e dimostrando i benefici delle alternative agroecologiche, l’Ue non sarebbe più ostaggio di soluzioni a breve termine. Pertanto, a lungo termine, l’Ue potrebbe eliminare gradualmente l’uso sistematico di pesticidi nocivi come il glifosato.

I giovani italiani guardano con sempre maggior interesse alla terra per opportunità di lavoro mentre i mercati contadini stanno crescendo anche nelle grandi città. Come può una politica alimentare comune sostenere questo processo?
Costruire catene di approvvigionamento più brevi e più eque è uno dei cinque obiettivi chiave di una politica alimentare comune. Esistono già gli strumenti per sostenere le vendite dirette e le filiere corte (ad esempio nell’ambito dello sviluppo rurale), ma sono raramente adottati dagli Stati membri e attuati male. Nell’ambito di una politica alimentare comune, maggiori finanziamenti sarebbero destinati a queste iniziative e a strutture locali per sostenerle attraverso, per esempio, Consigli locali per la politica alimentare e politiche alimentari urbane. Gli Stati membri sarebbero obbligati a sviluppare strategie coerenti per sostenere filiere corte e iniziative territoriali. Gli strumenti di sostegno dell’Ue sarebbero, infine, ridefiniti per essere più accessibili per i piccoli agricoltori e per le iniziative alimentari locali.

Articolo pubblicato anche su L’Extraterrestre, il manifesto