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giovedì 12 febbraio 2026

I tanti Auschwitz degli animali - Fabio Borlenghi

Nelle giornate della memoria le immagini dell’orrore dell’olocausto occupano pesantemente le nostre menti e questo è necessario, anzi indispensabile, affinché non si dimentichi in quale baratro infernale l’homo sapiens si sia spinto in un passato neanche troppo lontano.

Tuttavia non tutti sanno, o meglio sono consapevoli, che la sorte subita da milioni di ebrei nei campi di concentramento non è molto dissimile da quella di tante specie animali.

Questa non vuole essere una riflessione animalista nell’accezione comune del termine ma un’accusa vera e propria verso comportamenti e situazioni di vera e propria crudeltà perpetrati ogni giorno, nel mondo, a discapito di tantissimi nostri coinquilini di questo travagliato pianeta, spesso per appagare false futili necessità oppure per mero divertimento.

Alcuni esempi?
Dal sito della LAV (Lega Anti Vivisezione) apprendiamo che circa 70 milioni di animali sono allevati nel mondo per ricavarne pellicce.

Si tratta di visoni, cani-procione, conigli, ermellini, volpi e tanti altri compagni di sventura condannati a sopravvivere temporaneamente in anguste gabbiette, loro braccio della morte, in attesa di essere uccisi per poter poi soddisfare la vanità di qualcuno oltre che arricchire qualcun altro.

Questa vergognosa attività industriale riguarda quasi tutto il mondo, Italia compresa. Sempre dal sito della LAV leggiamo testualmente: “Negli allevamenti le condizioni di privazione estreme fanno insorgere negli animali comportamenti stereotipati.

Lo stress li induce perfino a provocarsi automutilazioni. Episodi d’infanticidio, aggressione e cannibalismo sono all’ordine del giorno”.

A questo punto a ogni capo di pelliccia venduto bisognerebbe allegare un cartellino con riportate queste amenità, così come si riporta l’indicazione che il fumo uccide sui pacchetti di sigarette.

Nel 2001 la Commissione UE aveva denunciato questi allevamenti per la produzione di pellicce come gravemente lesivi del benessere animale. Recentemente l’Olanda ha deciso di anticipare la chiusura di tutti gli allevamenti di visone, anticipando così quello che per legge era stato stabilito per il 2024.

La motivazione di ciò è stata il coronavirus che pare si diffonda particolarmente in tali attività.

E così a farne le spese sono stati un milione di visoni ammazzati in massa prima del tempo.

A seguire, in Europa, chiuderanno tantissimi altri allevamenti sempre in conseguenza dei riscontri scientifici della pandemia dai quali si evince che questi lager sono fortemente a rischio per la diffusione dei coronavirus, oltre che eticamente inaccettabili.

Fuori dall’Europa la situazione rimane grave e soprattutto pessima in Cina, dove vige una deregolamentazione in materia da far accapponare la pelle.

Questo è solo un esempio di quello che potremmo chiamare “un sistema Auschwitz” per segmenti di popolazioni animali.

Ma l’elenco è ahimè assai lungo.
Conoscete le fattorie della bile?

Si tratta di strutture lager presenti in Asia, soprattutto in Cina, dove migliaia di orsi neri tibetani, conosciuti come gli orsi della luna, sono tenuti in gabbie di ridotte dimensioni, di fatto una camicia di forza, e sottoposti all’estrazione della loro bile con tecniche invasive e dolorose che equivalgono a una vera tortura fisica.

Quest’orrore serve per produrre medicamenti che nulla hanno a che vedere con la medicina ma che fanno il pari con le credenze sulle proprietà della polvere derivata dai corni dei rinoceronti o dei denti delle tigri.

Un lume di speranza per questi poveri e sfortunati animali è riposto nell’Animal Asia Foundation che dal 1998 si batte contro questa pratica crudele, avendo salvato finora circa 600 orsi attraverso una riabilitazione in apposite riserve dove sono curati e accuditi.

Anche l’impiego di animali vivi nei laboratori di ricerca farmaceutica di tutto il mondo andrebbe ridotto al minimo nel più breve tempo possibile attraverso un percorso volto a eliminarlo del tutto, sfruttando al massimo le tecnologie a disposizione.

E dei circhi che impiegano animali selvatici ne vogliamo parlare?

La condizione degli animali nei circhi è assimilabile a una vera e propria detenzione carceraria che induce negli animali stessi un forte livello di stress dovuto all’addestramento continuo spesso aggravato da maltrattamenti, all’isolamento, alla ristrettezza e inadeguatezza dei ricoveri e ai frequenti spostamenti di viaggio fra una località e la successiva.

In Italia il fronte di contrasto verso questo spinoso problema è guidato dall’instancabile LAV che stima in circa 2000 gli animali detenuti in poco più di 100 circhi italiani e rileva il fatto grave che un numero elevatissimo di questi animali appartenga a specie in via di estinzione quali elefanti, tigri, leoni, ippopotami, rinoceronti e altri.

Le associazioni circensi si difendono sostenendo che i loro animali o sono nati in cattività o possiedono regolare certificato CITES che sarebbe il documento che attesta la provenienza di un animale in accordo alla normativa internazionale (Convenzione di Washington del 1975) che sovrintende la tutela delle specie minacciate di estinzione.

Qui però il problema non è di osservanza alle norme vigenti ma ETICO: nessun animale può essere sfruttato per farci divertire!

Purtroppo la legislazione vigente in merito è insufficiente. Infatti, la Legge del Codice dello Spettacolo N. 4652 del settembre 2017 riguardo a questo tema prevede il “graduale superamento dell’utilizzo degli animali…” ma, scritta così, è semplicemente acqua fresca perché non pone scadenze temporali né tantomeno definisce le modalità per arrivare in concreto a questo superamento.

Nell’UE in molti paesi è vietato l’esercizio dei circhi con gli animali. A quando l’Italia?
L’elenco delle situazioni lager che investono gli animali è ancora lungo, purtroppo, e non si esaurisce negli esempi riportati.

L’uomo deve capire fino in fondo che non è il padrone del pianeta ma un semplice abitante o essere vivente come lo sono le piante e gli animali, e se proprio si vuole elevare lo faccia sul piano etico sfruttando le indubbie doti di conoscenza che possiede dandosi come obiettivo la conservazione della biodiversità, che include anche se stesso.

In finale se la lettura di quest’articolo ha creato disagio o, meglio, ha sortito l’effetto di un pugno allo stomaco, allora l’obiettivo è stato raggiunto: risvegliare la coscienza.

“La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali” - M. K. “Mahatma” Gandhi

da qui

lunedì 22 settembre 2025

L’ambigua fascinazione della caccia - Annamaria Manzoni

  

È sempre più necessario un contrasto netto alla violenza ma in tutte le sue forme, intrecciate le une alle altre in una consequenzialità spesso indiretta, eppure ricostruibile, se solo lo si voglia. Di sicuro, all’interno di un discorso sulla violenza – la sua genesi, le sue manifestazioni, i modi per contrastarla – non è più possibile prescindere da considerazioni che riguardino la pratica crudele della caccia

 

“Il diritto di uccidere un cervo o una mucca è l’unica cosa sulla quale l’intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose”1

La critica alla caccia non si limita oggi a particolari modi o tempi, ma è globale nel senso che ne mette in discussione la stessa essenza, la sua liceità, tanto che alcune associazioni hanno promosso una raccolta firme, grazie a cui verrà portata in senato una Proposta di Legge per la sua abolizione. Abolizione, non limitazione nel tempo e nello spazio, nel rilascio di autorizzazioni o nel numero delle specie cacciabili. Abolizione, perché nulla di ciò che questa attività comporta può essere considerato accettabile. Proprio come nulla di accettabile può essere rintracciato nelle guerre, quelle alle quali ci eravamo illusi, nel mondo occidentale, di avere posto fine: le avevamo in realtà solo spostate un po’ più in là, in tutti quei paesi da cui è stato semplice fare filtrare solo rare informazioni, facilmente stipabili nel grande magazzino del rimosso. Per poi risvegliarci un giorno dal torpore e prendere atto che i governi, il nostro e gli altri, non avevano mai interrotto una smisurata produzione di armi. Perché, oggi si sentenzia, si vis pacem para bellum: ignorando la replica all’antico enunciato, secondo cui, invece, se vuoi la pace è la pace che devi preparare. Elementare Watson.

E se la pace la vuoi preparare, è necessario un contrasto netto e preciso alla violenza in tutte le sue forme, intrecciate le une alle altre in una consequenzialità spesso indiretta, ma ricostruibile, se solo lo si voglia. È lo psicologo Stephen Pinker ad affermare che, se la si vuole combattere, bisogna prima di tutto riconoscerla, al di là delle mistificazioni a cui è sottoposta, e poi avversarla in tutte le sue manifestazioni “dalle sculacciate educative date ai bambini alle dichiarazioni di guerra tra le nazioni2 . Innegabile che la necessità dell’abolizione della caccia, che è regno assoluto di crudeltà e disumanità, occupi un posto d’onore nella ricerca, visionaria o meno che sia, di un mondo pacificato.

La caccia: la migliore educazione alle pratiche di guerra3

Per altro esiste un particolare puntuale parallelismo colto in ogni epoca tra caccia e guerra: ”La guerra è la continuazione della caccia”, diceva Lev Tolstoj, e la caccia è sempre stata considerata una raffigurazione ritualizzata della guerra, un suo sostituto ugualmente sanguinario, ma molto più rassicurante vista la mancata controffensiva del nemico immaginario.

Se in tempi molto lontani la sua crudezza poteva trovare giustificazione nella lotta per la sopravvivenza umana, oggi neppure i suoi cultori si sognerebbero mai di sostenerlo; se comportava coraggio, audacia, forza fisica, oggi comporta se mai esercizio di pusillanimità, data la smisurata sproporzione di forze in campo e la non belligeranza degli animali che, nemici inconsapevoli di esserlo, hanno nella fuga l’unica disperata possibilità di salvezza. E, per gli occidentali, si risolve tutta in attività di svago e ricerca di piacere, alternativa ad una partita a tennis o a calcetto, per intenderci.

Le vittime di tanto accanimento sono a volte uccellini di pochi centimetri di lunghezza e pochi grammi di peso, letteralmente disintegrati dai pallini, ma anche quelli che piace considerare feroci non hanno scampo davanti alle armi in dotazione del moderno cacciatore, novello Rambo, che si avvia alla guerra unilateralmente dichiarata con fucile in spalla e portamunizioni in vista, invaso da grande fascinazione anche per tuta, cinturoni stretti, stivali o scarponi, per attraversare terreni un po’ umidi manco fossero le paludi del Vietnam. Così bardato, trasforma la propria identità in un’altra fittizia, definita dall’abbigliamento e dai temibili accessori, grazie a cui anche un fisico più adatto alla tranquillità di uno sportello postale, così travestito, può ambire ad una sua rivincita macha, pronta allo sterminio, al servizio di virile quanto farlocco autocompiacimento.

Spara, spara, spara qui…

È indiscutibile che il vero motore della caccia si scalda e rimbomba là dove albergano forme di aggressività e violenza, tanto virulente da lasciare sul terreno vere e proprie carneficine, frutto di un crescendo di esaltazione e delirio fuori controllo, che, nei territori di caccia, porta a non saturare mai la pulsione a uccidere. Pulsione di cui non ci si vergogna, ma che è anzi fonte di vanto, a giudicare da tante foto di fine battuta che, sui social, immortalano stuoli di vittime stese intorno al sedicente eroe tronfio e soddisfatto.

Sanno bene i legislatori che questa passione è talmente travolgente da non poter essere controllata da chi la sperimenta e da richiedere di conseguenza un controllo esterno, quello delle leggi appunto, le quali, per quanto permissive, non possono astenersi dal porre freni a quello che altrimenti sarebbe uno sterminio ancora più smisurato di quelli attualmente tollerati. Lo fanno, stabilendo limiti ai giorni e agli orari consentiti, nonché al numero di individui e alle specie da bersagliare. Limiti, come si evince dalla lettura dei siti venatori, vissuti con insofferenza, con rabbiosa inquietudine, perché il divieto di sparare, come succede in amari tempi di caccia chiusa, provoca malessere, una sorta di crisi di astinenza, tenuta a bada dalla certezza che l’attesa impaziente avrà presto fine: il momento in cui, finalmente, la caccia si riaprirà si avvicina giorno dopo giorno, ponendo fine all’inquieto count down: “Mi manca l’inebriante profumo, quell’aroma di polvere da sparo torrefatta che si sprigiona dalle canne della doppietta quando la si apre, e nell’aria volano ancora le piume del fagiano”4.

Il numero dei cacciatori, in caduta libera in Italia tanto che oggi rappresenta circa lo 0,7% della popolazione, vede una netta prevalenza di persone anziane, tra i 65 e i 78 anni, che preoccupa non poco le associazioni, incapaci di capire, anche se non dovrebbe essere così difficile riuscirci, le ragioni di un tale disamore da parte delle nuove generazioni, quelle colpevolmente impregnate di ecologismo, di animalismo, a volte addirittura di antispecismo. Al momento, cercano di contrastare l’assottigliarsi delle loro fila, dilatando l’attivismo degli irriducibili, anche quelli un po’ ammaccati dalle ingiurie della vita. Tra loro, i più ricchi suppliscono alle inefficienze senili andando in terre lontane, dove sarà sempre possibile, dai rassicuranti sedili di un elicottero, affidare il compito ambito a un giovane del luogo, dalla mira precisa, che colpirà in subappalto l’animale in fuga, elefante, tigre o leone che sia. L’attempato ma non domato cacciatore, scambiando con un po’ di malafede il potere del denaro con quello dell’efficienza personale, mira precisa e braccio fermo, trarrà ancora grandi soddisfazioni, proprio come se lo avesse colpito lui, nel vederlo accasciarsi e poi morire, emozioni tanto più travolgenti quanto più la vittima sarà raro o addirittura in estinzione: è un vezzo da classe sociale particolarmente elevata uccidere qualcuno (loro sembrano pensare qualcosa) di unico o pregiato.

Non è, questo approccio critico all’essenza stessa della caccia, frutto di un’analisi artefatta, di una interpretazione prevenuta: è anzi totalmente in sintonia con il pensiero dei cacciatori stessi, quale emerge persino negli stralci di conoscenza di sé che loro stessi offrono, nei loro siti5 quando si confrontano con entusiasmo, cuore in mano, su tutto ciò che l’attività che li affratella smuove in loro: eccoli allora a celebrare la “magia della caccia”, a pregustare “una palpitante avventura”, a esaltare la “passione”, a crogiolarsi nell’”euforia”, ad abbandonarsi all’ebbrezza”: stati d’animo emotivamente alterati, che anticipano il piacere di trovarsi davanti al sangue degli animali colpiti, alle urla di quelli solo feriti, alla fuga impazzita di quelli che ancora sperano. Se non altro si deve dar loro atto di ottime competenze introspettive, nell’auto riconoscimento di emozioni e stati d’animo, già preannunciati da titoli di articoli quali Il sapore della caccia che sono tutto un pregustare, un sentire sensorialmente il gusto stuzzicante della morte cruenta, che infliggeranno alle povere bestie.

Premono il grilletto. E la natura scompare6

Per altro è un grande scrittore, Lev Tolstoj, cultore della caccia prima di diventarne acerrimo nemico, a ricordare, in una sorta di racconto catartico, di avere tante volte sperimentato quelle che lui stesso definiva la delizia e la voluttà davanti alle bestie agonizzanti, la soddisfazione nell’essere stato artefice di tanto dolore 7.

C’è di che rimanere basiti davanti a ciò che può albergare nella psiche umana: e allora, alla ricerca dell’origine di quel vuoto etico che è il brodo di cultura della passione venatoria, bisogna addentrarsi ancora di più nelle emozioni e nei pensieri dei suoi cultori; si viene allora a contatto con elementi che dovrebbero essere fonte di grande preoccupazione: perché nei loro comportamenti prepotenti e brutali la fa da padrona quella assenza di empatia che esonda in  psicopatia nel piacere dichiarato di essere artefici della sofferenza e della morte di esseri senzienti. Soprattutto appare virulenta una forma grave di sadismo, nell’accezione psicologicamente corretta del termine, che lo definisce quale “tratto del carattere proprio di chi si compiace della crudeltà”8,  tratto a volte innato, spesso collegato a risposte culturalmente apprese; sadismo che si crogiola nel piacere generato dal provocare dolore o dal senso di potenza personale che deriva dalla capacità di sopraffare l’altro. Nulla di nuovo sotto il sole, visto che già lo psichiatra Karl Manninger (1893-1990) affermava che il sadismo potesse assumere una forma socialmente accettabile nella caccia, rappresentante delle energie distruttive e crudeli dell’uomo verso le creature più indifese9.

Mentre altri studiosi si spingono ad ipotizzare una particolare forma di questa componente del carattere, strettamente connessa alla sessualità10. Dice la psicologa Margaret Brooke-Williams: “Si tratta di una riscoperta della virilità e del senso di potenza maschile sopito dalla vita urbana. Questo sentimento di potenza offre temporaneo sollievo al disagio psicologico dei cacciatori”. Teoria suffragata dallo psicologo sociale Rob Alpha secondo cui nella pulsione sessuale e nella compulsione a cacciare e uccidere vengono attivate le stesse aree cerebrali. Per altro lo stesso Sigmund Freud si riferiva a volte al sadismo per indicare la fusione di sessualità e violenza.

È possibile trovare ispirazione per altri approfondimenti in resoconti quali un’illuminante intervista su l’Adige.it (02.09.2012) a un’esponente femminile del mondo venatorio, tale contessa Maria Luisa Pompeati, della stirpe dei von Ferrari Kellerhof: sulla scia dei suoi colleghi maschi, definisce la caccia un atto d’amore, una passione intensissima che l’ha accompagnata nella crescita. Riferisce della sensazione meravigliosa del momento dell’uccisione, in cui l’animale diventa tuo per sempre. Perché, dice, la caccia è il momento culminante di una passione intensissima che la lega all’animale, che lei vuole possedere: dopo averlo centrato, corre da lui, prende la sua testa tra le mani, l’accarezza e lo bacia. Mangiarlo è, in seguito, l’ultimo atto del possesso. È lecito ipotizzare che alcuni gesti quali l’accarezzare e il baciare la vittima appartengano piuttosto a particolari vezzi della femminilità della contessa e non siano particolarmente diffusi tra i cultori della caccia, ma di certo vi risuona l’eco delle convinzioni di Rob Alpha. A parte ciò, tutto il resto è normale cronaca emotiva di una battuta di caccia.

Dalla parte delle vittime

In tutto questo, non emergono pensieri per gli animali, che pagheranno il prezzo di quelle battute di caccia, che definire arte (per venatoria che sia) è quanto meno un azzardo linguistico. Sono loro i grandi assenti, gli invitati di pietra alla grande kermesse venatoria, al delirio dell’uccidi più che puoi: assenti sono il cervo senza scampo che chiede grazia con le sue lacrime, nelle parole di Montaigne; la cerva che assiste il maschio ferito, con la testa levata al cielo e l’espressione piena di cordoglio, in quelle di Tolstoj; quelli che sentiamo ansimare nei filmati dai luoghi della carneficina: volpi stanate da buche profonde, rifugio vano da cani che le estraggono strappando loro la pelle, e aprono la strada al cacciatore di turno, appostato nei dintorni, armato del suo fucile e della sua viltà. 

È un guardiacaccia, Giancarlo Ferron 11, che racconta di caprioli in fuga, inseguiti per giorni,  che corrono con la schiuma alla bocca, senza più fiato, tremanti e sfiniti con la bocca spalancata per la fame d’aria; racconta di cacciatori che hanno due o tre mute di cani, per sostituire quella sfiancata nell’inseguimento di un capriolo, che lui però di sostituti non ne ha; ancora racconta di animali che si suicidano buttandosi dalle rocce, pur di sottrarsi allo sbranamento annunciato dai latrati che si fanno più vicini.

Che nessun animale possa sottrarsi alla furia omicida dei cacciatori, elefanti o uccellini di pochi grammi lo dice bene un bambino nel colorito spirito napoletano quando constata che “sparerebbero pure alla colomba dello Spirito santo”12 compendiando così l’incontenibile impulso ad andare ad ammazzare esseri di ogni genere e taglia, giovani o vecchi, che volino o corrano: purchÉ respirino.

La caccia. Un vero suicidio morale13

Descrizioni tormentate sono anche quelle di Lev Tolstoj, quando, da cacciatore da molto tempo pentito, ricorda con tormento lo spasimo pieno di terrore delle sue vittime in agonia, la sopraffazione del più forte sul più debole, l’assalto di molti a uno solo, del forte contro il debole, della sottrazione dei piccoli alle madri e viceversa: un universo di azioni tanto orribili da indurlo a definire la caccia un vero suicidio morale.

Parlando di conseguenze nefaste dell’attività venatoria si può continuare con i morti e feriti di ogni stagione, di cui mantiene un accurato conteggio l’Associazione Vittime della Caccia14 vittime che sfilano a passi felpati nei trafiletti dei giornali, così da poco disturbare governi e partiti, sempre in tutt’altre faccende affaccendati e magari un po’ imbarazzati. Perché si tratta non di malasorte, ma delle inevitabili conseguenze di un’attività che comporta l’uso continuo di armi, per moltissimi giorni all’anno, e svariate ore quotidiane, in uno stato d’animo in continua tensione. Quando imperizia, imprudenza, mancato controllo emotivo, deliri di onnipotenza, possono contare sul possesso di un fucile caricato a pallettoni, che l’esito possa essere mortifero non può certo meravigliare.

L’uomo e il cane: un’amicizia unilaterale

E che dire delle altre vittime oscurate, i cani, trasformati in aiutanti killer mediante un addestramento vigoroso, notoriamente trattati come oggetti d’uso, tenuti normalmente in gabbie da cui escono solo per andare a servire il loro padrone, maltrattati, crudelmente puniti? Le cronache raccontano dell’abbandono e della soppressione dei “soggetti” non idonei e di quelli da annoverare tra le vittime accidentali di colpi sparati a casaccio.

A completamento, è una novella cacciatrice, Catia, a fornire nella sua intervista15 on line un grazioso particolare, quello tanto diffuso da meritare un termine ad hoc, la frustata, vale a dire una fucilata che abitualmente i cacciatori sparano nel sedere di cani disobbedienti o lenti nell’apprendimento (“la famosa frustata” dice), metodo di addestramento da cui lei però si vanta di smarcarsi.

I bambini ci guardano16

Caccia che allunga le sue ombre lunghe anche in un campo colpevolmente trascurato, quello delle ricadute su bambini e ragazzi, che certo per legge a caccia non ci possono andare, almeno in Italia dove l’età minima è di 18 anni, ma che, sempre dalla lettura delle chat dei cacciatori, risulta che non raramente “accompagnino”, perché questo è permesso, i grandi, senza sparare, fin da età davvero improbabili: nove, dieci, undici anni, con qualche eccezione, udite udite, per bambini (accidentalmente anche bambine) di quattro anni. Grandi che non stanno più nella pelle per insegnare alla discendenza il mestiere e, impazienti, vogliono nell’attesa condividere le dilaganti emozioni. Potrebbe sembrare roba da marziani, ma non è necessario espatriare su un altro pianeta, perché è sufficiente oltrepassare la Manica: là, tutta la famiglia reale, generazione dopo generazione, ha goduto di un tirocinio precocissimo a quello che ritengono sport of the kings. Ahimè, non solo dei re. Il problema è che neppure il velocissimo srotolamento dei tempi, con tutti i cambiamenti che si succedono alla velocità della luce, pare intaccare la loro idolatria per la tradizione, per mortifera che sia: l’ultima vittima è l’ancora innocente (?) principe George, che risulta avere partecipato alla caccia al gallo cedrone a sette anni (con papà) e pare si appresti ad uccidere il suo primo cervo ora che ne ha compiuti dodici.

Che dire? Quasi meglio tornare alle cose di casa nostra: e provare a riflettere che figli o nipoti di cacciatori crescono alla presenza costante di una, ma più spesso più armi, presenza che, nella sua normalità, non provoca inquietudine, ma assuefazione: tutto normale, un po’ come il portaombrelli o le piante da arredamento. Normale sarà anche l’attenzione di cui le vedranno oggetto da parte del cacciatore di famiglia, che le maneggerà con cura (almeno si spera), quali oggetti di culto, preziosi ferri del mestiere, capaci di trasformare in realtà il sogno sognato del prossimo trofeo. E normali, nella loro ripetitività, saranno i comportamenti, i rituali di accompagnamento: levatacce antesignane, rientri appagati se con accettabile numero di vittime, o malcelati malumori per uno scarso bottino. E si conosceranno gli stati d’animo: l’ansia dell’attesa, i racconti grondanti eccitazione per l’avvistamento dell’animale da colpire, il non dargli tregua fissandolo nell’occhio del mirino o inseguendolo insieme ai cani godendo del suo terror panico. E finalmente colpirlo.

Ora, banale ricordare che i bambini imparano ciò che viene loro insegnato, che il giusto e lo sbagliato, il bene e il male sono concetti che prendono forma in funzione delle convinzioni e dell’accezione che i grandi di riferimento danno alle situazioni. E i primi anni di vita sono fondamentali per creare le proprie rappresentazioni del mondo e dei valori della vita, frutto del modellamento educativo, basilare nella strutturazione del carattere e della personalità. Anche l’empatia, vale a dire la capacità di identificarsi con le emozioni e gli stati d’animo dell’altro e di sentirli riverberare su di sé, condizionando il proprio comportamento, dipenderà in grande parte dalla possibilità di apprenderla se presente come modello a cui affidarsi. Se tale modello è strutturato sulla crudeltà verso creature deboli, sul piacere nel provocare loro dolore e morte, il piano educativo produrrà speculari contraccolpi psicologici nei più giovani.

In estrema sintesi, non esiste dubbio che la violenza contro gli animali vada nella direzione dell’introiezione di modelli aggressivi e prevaricatori, basati sul diritto della forza. Vale la pena ricordare che, dal 2005 la Violenza Assistita, quella quindi non subita in prima persona, ma come testimone di quella agita su altri o percepita o anche solo sentita raccontare è ufficialmente entrata nel novero delle violenze sfavorevoli infantili, sfavorevoli rispetto a un sano ed armonico sviluppo della personalità. E quella agita sugli animali è a tutti gli effetti inserita tra le forme prese in considerazione: al di là delle teorizzazioni, emerge in modo drammatico dai racconti di adulti che mai hanno potuto dimenticare lo strazio vissuto da piccoli assistendo allo scempio su un animale, spesso ad opera dello stesso padre. Non basta tutta una vita per dimenticare, ma neppure per sfoltire un dolore che, nel momento del racconto, esplode con tutta la virulenza di un dramma appena accaduto.

La caccia come tarlo sociale

Insomma: ce ne è davvero abbastanza per riflettere seriamente sulla caccia come tarlo sociale e agire di conseguenza: perché la sua struttura portante è, in estrema sintesi, il piacere di praticare violenza contro individui inermi.

“Quando capiremo, a fatti e non a parole, che le scelte esercitate contro gli animali sono anche scelte contro di noi?”17.

Viviamo in tempi cupissimi, dove anche noi, abitanti di un mondo occidentale che in molti pensavamo in costante crescita verso l’estensione dei diritti, ci siamo ritrovati davanti al baratro di un’umanità disumanizzata. Siamo qui a chiederci come tutto quello che sta succedendo stia davvero succedendo: troppo per essere anche solo pensato, perché il pensiero stesso si ribella al farsi contaminare dal regno dell’odio, dal dilagare dell’indecenza e di una crudeltà che nessuna specie vivente potrebbe mai ideare. Nessuna tranne la nostra, che è la più devastante, crudele e pericolosa. Che mai, nemmeno in nessun periodo di pace, ha smesso di sentirsi in diritto di praticare alla luce del sole le più orrende forme di supplizio sugli altri animali e, in modo variamente occulto, sugli altri esseri umani.

Oggi il mondo tutto sembra allargarsi a normalizzare ogni forma di indecente prepotenza, contro chiunque, senza neppure più vergognarsene; il mondo venatorio, in contemporanea, pretende un po’ di spazio in più: molti più uccellini da accecare per richiamare i loro conspecifici davanti al cacciatore lì pronto ad impallinarne quanti potrà; licenza di sparare agli uccelli migratori, esausti per viaggi interminabili; ribaltamento di sentenze del TAR per consentire il massacro anche nei valichi di montagna. E poi orsi, lupi, nutrie: tutti trasformati in bersagli, con la benedizione delle autorità, in una moderna riedizione di quel Far West dove era la colt ad accogliere ogni estraneo sgradito.

Ci si aspetterebbe che i cacciatori, numericamente in dissesto, le loro straricche lobbies, quei politici afasici e indifferenti a un volere popolare dichiaratamente contrario, prendessero consapevolezza dell’insostenibilità morale dell’attività venatoria.

A tutti noi il compito di riconoscere le mistificazioni in atto, implicitamente sostenute in modi diversi: per esempio con la vendita stessa delle armi  accanto agli sci o ai costumi da bagno nei negozi sportivi, giusto per sdoganare l’idea che farsi una nuotata o massacrare un cinghiale è solo una questione di gusti individuali. Mistificazioni sorrette anche attraverso richieste dei cacciatori per entrare nelle scuole nella veste di testimonial della natura e, udite udite, difensori degli animali. Che vanno ad uccidere perché li amano. Doveroso interrogarsi sulla confusione cognitiva generata nei più giovani nel momento in cui viene loro proposta l’equazione amore-uccisione, che oggi più che mai è il mantra giustificativo di tanti femminicidi.

“Stiamo causando la distruzione. Dei nostri compagni animali… Ricercando null’altro che il nostro benessere E il nostro divertimento”18.

Insomma, all’interno di un discorso sulla violenza, la sua genesi, le sue manifestazioni, i modi per contrastarla, non è più possibile prescindere da considerazioni che riguardino la pratica della caccia. Se si ritiene fondamentale che l’educazione abbia come obiettivo primario l’insegnamento del rispetto per l’altro, la presa in carico dei diritti di ognuno, la convinzione che il senso di giustizia sia fondamentale nella gestione di relazioni positive, è davvero impensabile proteggere, difendere, connotare positivamente comportamenti sadici, violenti e crudeli a danno di esseri indifesi.

Non è superfluo ricordare la posizione di Albert Scheiwtzer, Nobel per la pace 1953, che sosteneva che la compassione, sulla quale si devono basare tutte le filosofie morali, può raggiungere la massima estensione e profondità solo se riguarda tutti gli esseri viventi e non solo gli esseri umani.

Gandhi, uno dei massimi esponenti del pacifismo, non pensò in nessun momento che la grandiosità degli obiettivi che andava perseguendo lo autorizzasse a mettere in secondo piano il dovere del rispetto per gli altri animali, da praticare costantemente anche attraverso scelte alimentari, avanzatissime per i suoi tempi.

Aldo Capitini, filosofo della non violenza, sosteneva che se si fosse imparato a non uccidere gli animali, a maggior ragione si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini: e lo diceva all’alba della seconda guerra mondiale, facendo tutto ciò che era in suo potere per provare a scongiurare il delirio di violenza che di lì a poco si sarebbe comunque scatenato.

Insomma e per concludere: l’attività venatoria è indiscutibilmente territorio di crudeltà. Riconoscere questa elementare verità, è passo doveroso. Che dovrebbe condurre alla strada che Freud, nel carteggio del 1932 con Einstein, indicava per agire contro la guerra, con parole che si attagliano perfettamente anche alla caccia. Le forze che esistono, dice Freud, che vanno costruite e riconosciute, sono le relazioni d’amore e i legami emotivi che si stabiliscono grazie anche a meccanismi di identificazione con l’altro. È necessario indignarsi contro la guerra (e contro la caccia, aggiungo) perché ogni uomo, ogni essere senziente ha diritto alla vita, perché la guerra (come la caccia) “annienta vite piene di promesse, pone i singoli individui in posizioni che li disonorano”. Per ricercare uno stato di pace, fra le persone, i popoli, le specie, che forse è esistito, che forse è desiderio di qualcosa di mai interamente vissuto, ma di cui vi è infinita nostalgia perché, dice Anna Maria Ortesei, da quel bene assoluto ci siamo allontanati “per deviazione, errore, stranezza o forse malattia” .


Sull’argomento ho scritto nei miei libri i capitoli:

Bang…bang…: io sparo a te. In “Noi abbiamo un sogno”. Bompiani 2006

Finchè non lo vedrai esangue, In “In direzione contraria” Sonda 2009

Ai cacciatori il posto d’onore. In “Sulla cattiva strada, Sonda 2014


1 Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere;

2 Stephen Pinker, Il declino della violenza

3 Senofonte, Il Cinegetico

4 https://brotture.net/tag/caccia

5 www.bighunter.net

6 Marcello D’Orta , Nessun porco è signorina

7 Lev Tolstoj, Contro la caccia e il mangiar carne

8 Umberto Galimberti, Nuovo Dizionario di Psicologia

9 Www.feelguide.com/2016/11/07/hunting-linked-to=psychosexual-inadequancy-the=5-phases-of-sexual-frustration

10 www.animals24-7.org

11 Giancarlo Ferron, Il suicidio del capriolo

12 Nessun porco è signorina, Op. cit.

13 Lev Tolstoj, Op. cit.

14 https://www.vittimedellacaccia.org

15 http://www.sabinemiddelhaufeshundundnatur.net/ale/caccia_intervista.htm

16 Titolo del film di Vittorio De Sica, I bambini ci guardano

17 Danilo Mainardi

18 Yuval Noah Harari, Da animali a dei

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venerdì 29 settembre 2023

Educazione dell’India tra ecocentrismo, decrescita e nonviolenza.

 

Intervista a Gloria Germani, di Lorenzo Poli

Oltre ad essere punto di riferimento per la spiritualità orientale, l’India è conosciuta per le sue medicine tradizionali e il suo sistema d’educazione, chiamato gurukulam. La colonizzazione inglese fece “tabula rasa” delle antiche pedagogie indiane e impose il modello educativo occidentale. Dal XVIII secolo e nei successivi 200 anni di dominazione britannica dell’India, avvenne la soppressione dello studio e della pratica dei suoi sistemi educativi, ritenuti antiquati, superati e ridicoli. Solo nel XX secolo grazie all’avvento del movimento rivoluzionario nonviolento per l’indipendenza guidato dal Mahatma Gandhi, l’educazione indiana venne nuovamente portata alla ribalta e il suo sapere riconosciuto fondamentale all’interno del Paese. Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa, attivista nonviolenta nei movimenti deep ecology, grande studiosa di Gandhi e tra gli eredi intellettuali del pensiero di Tiziano Terzani. Praticante della scuola induista dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), per sette anni è stata attivista nelle scuole steineriane e dal 2017 al 2021 è stata funzionaria coordinatrice del Progetto Alice Universal Education School per un’educazione non-dualistica, ecocentrica ed olistica su cui ha scritto il libro “A scuola di felicità e decrescita: Alice project”[1] edito da Terra Nuova con prefazione di Sua Santità XIV Dalai Lama.

 

Come nascono e si diffondono i sistemi di educazione dell’India?

Innanzitutto grazie per  questa intervista su un tema che ritengo veramente fondamentale perché oggi  si dà  per scontata una sola ed unica educazione, mentre non è affatto così.  Credo infatti che  per guardare al nostro futuro sulla Terra sia assolutamente necessaria una pedagogia ecologica, come abbiamo forse avuto in passato e in altre civiltà. Sebbene gli inglesi l’avevano definita hinduism, come è noto la cultura dell’India definisce se stessa come Sanathana Dharma, la “legge, la via eterna”In questo ambito, anche interrogarsi riguardo alla sua origine, significa – come diceva Raimond Pannikar- rimanere prigionieri di una visione lineare del tempo  che oggi anche la fisica quantistica sconfessa, come anche i famosi libri di Carlo Rovelli.

La “Legge eterna” si fonda su ciò che i Rishi, gli antichi saggi, i veggenti, avevano visto ed udito riflettendo  sull’essenza della realtà. Queste verità si ritrovano condensate e trasmesse nei  quattro  Veda e  nelle Upanishad, testi trasmessi oralmente  che costituiscono  continue interpretazioni e reinterpretazioni. Il nome stesso Upanishad  significa  “sedersi vicino o ai piedi” del maestro, il cosiddetto guru: “Colui che dissolve le tenebre”. Gli ossessionati dalla storia collocano le più antiche delle oltre 108  Upanishad intorno al IX secolo a.C ( i.e. prima di Cristo, ma perché  questi riferimenti cosi autoreferenziali?)  ma probabilmente la loro storia è molto più antica se si pensa  che nella civiltà di Mohenjo- Daro ( metà del IV millennio a.C.) c’era già raffigurato  un  uomo in posizione yogica che medita. I giovani andavo a vivere nella casa del guru per un periodo di tempo considerevolmente lungo ( dai 10 ai 25 anni di età circa) . Imparavano da lui le verità delle Upanishad,  recitate  a memoria, il sanscrito, la grammatica, oltre a praticare tutta una serie di mansioni pratiche tipiche della vita in comunità.

Il fine non era quello di dare informazioni o nozioni, ma piuttosto far si che il discepolo (shisha) sperimentasse accanto al maestro un processo di trasformazione interiore. Conoscere il proprio vero Sé, attraverso i  testi e  attraverso la meditazione era infatti la condizione necessaria per capire anche  l’essenza  non-duale del  Mondo. Essa è chiamata Brahman, Tat, Ishvara, il sacro potere che tiene in vita l’universo che è ritenuto identico al Sé (atman) che sta all’interno di ogni uomo o donna o bambino. “Tu sei Brahman”, “Tu sei quello”, dicono le grandi verità dell’India.  Il sistema educativo indiano (gurukulam) implicava un rapporto gratuito di devozione e di affetto nei confronti del maestro e di fatto  la relazione tra maestro-discepolo era considerata sacra e  fondamentale  per la trasmissione  della cultura indiana.   Si pensi che ancor oggi esistono lignaggi millenari, cioè catene ininterrotte di maestro- discepolo che tengono vive specifiche  tradizioni spirituali. Gli Shankaracharya, a partire dal massimo filosofo indù, arrivano alla 94ma /97ma  successione ininterrotta, chiamata  jagadguru, cioè “maestro del mondo”  e tengono viva la tradizione del Non dualismo ( advaita) .

 

Cosa avviene con la colonizzazione inglese? Quale è stato l’impatto sulla popolazione e sulla cultura indiana? 

La colonizzazione inglese impose  alla grande cultura dell’India il  sistema moderno educativo che si basa sulla trasmissione  razionale  delle varie  nozioni relative alle varie materie –  ragioneria, matematica, geografia, storia, chimica, inglese – con il fine di formare dei bravi  funzionari e burocrati  prima  della Compagnia  delle Indie e poi  dal  1858 del Governo britannico.

Dovrebbe essere conosciuto meglio  il celebre discorso che l’Onorevole Macauly  che tenne nel 1835 riuscendo ad imporre  i finanziamenti per  l’educazione  occidentale in India.  Diceva: “Non conosco né il sanscrito né l’arabo, Ma non n è possibile negare che   un solo scaffale di una buona biblioteca europea valga  l’intera letteratura indigena dell’India e dell’Arabia. La superiorità intrinseca della letteratura occidentale è del resto pienamente ammessa”.

Quanto arroganza razzista e coloniale! Oggi al contrario, assistiamo al grande  diffondersi delle  dottrine orientali  proprio in occidente dove buddhismo,  induismo, yoga  hanno sempre più entusiastici seguaci. Durante il colonialismo, la potenza militare ed economica degli occidentali  impressionò  moltissimo  gli animi candidi  e formati  alla nonviolenza degli  indiani e creò una folta  classe subalterna. L’educazione occidentale fini per sgretolare le profonde conoscenze della “Legge Eterna”.  Magnifici esempi di questo processo di disgregazione sono forniti dal massimo scrittore indiano attuale Amitav Gosh, nei sui romanzi storici in cui sottolinea i retaggi del colonialismo in India.

 

In cosa divergevano le epistemologie della pedagogia indiana da quelli occidentali? 

Questo è davvero il punto focale della questione. Dopo anni di studi e ricerche, sono pervenuta alla conclusione che le due epistemologie o teorie della conoscenza sono completamente diverse, e questo incide profondamente anche nella nostra realtà quotidiana.  La tradizione occidentale – fin dalla cultura giudaica e dalla Bibbia – si è sempre basata sul dualismo io- mondo, Dio-creazione. E’ una cultura molto antropocentrica con una innata fiducia nella capacità umana della parola e nel linguaggio logico-razionale. Da Aristotele -che fonda il principio di non contraddizione – fino a Hegel, tutto quello che è reale è razionale e questi principi pervadono anche la religione cristiana  che ha combattuto  guerre feroci  per stabile i suoi dogmi,  cioè le verità canoniche espresse in  parole. Tutto diverso in Oriente, dove non ci sono mai stati scismi oppure roghi dell’Inquisizione per stabilire  le verità. In generale in Oriente la parola ha un valore limitato. L’apparato logico linguistico non è preso per fondamentale, serve tra gli uomini come strumento, simbolo, allusione (vedi gli studi di H.Zimmer ) In generale tutto “l’ambito  dei  nomi e delle forme” ( nama-rupa e) è considerato come  realtà molto parziale, per non dire illusione. Si perviene alla realtà ultima, andando oltre la mente, oltre l’io psicologico, oltre le parole. Acquietare la mente è il fine di tutte le tradizioni sia indù, che buddhiste o zen. Pensiamo al principio dello Yoga che dice “Lo Yoga è il volontario acquietamento delle agitazioni mentali”. Andare oltre la mente è l’obiettivo dell’Oriente, senza il quale non si capiscono  davvero civiltà fondate e finalizzate alla meditazione e allo yoga.  Il fine ultimo è l’illuminazione ( uno stato di perfetta libertà e gioia) a cui perviene il samnyasin, il sadhu, che la cultura indiana pone al vertice della società, sopra ai re e agli governanti – come ha sottolineato il sociologo L. Dumont. Anche i grandi  autori della  fisica quantistica quando scoprirono la realtà come impermanenza e interconnessione, trovarono  che le parole non riuscivano più ad esprimere  tale visione sistemica e complessa.  Al contrario l’epopea della modernità è dominata dalla razionalità logico-linguistica che ha creato il collasso climatico e  l’attuale ubriacatura per il digitale non è che la sua massima e pericolosissima espressione.

 

Con il movimento rivoluzionario nonviolento, Gandhi ridà importanza ai suoi ancestrali sistemi di educazione. Cosa avvenne?

Certamente Gandhi è il più grande sostenitore delle verità della tradizione indiana. Il suo movimento “La forza della verità” allude proprio a questo recupero del Sanathana Dharma, che è d’altra parte molto inclusivo e riconosce le medesime realizzazioni da parte di tante e diverse tradizioni culturali ma non dalla civiltà moderna, che Gandhi  riteneva una falsa  forma di civiltà che ha fatto del materialismo l’unico Dio. In antitesi con l’educazione astratta tipica del sistema scolastico inglese, il Mahatma auspicava l’armonia tra lavoro  e conoscenza e promosse il Nai Talim, l’educazione alle attività manuali come la filatura e la tessitura o la falegnameria che formano un carattere sano e rendevano possibile l’autosufficienza delle piccole comunità.  Egli era contro la scuola moderna, e credeva che i bambini imparassero di più dai genitori e dalla società.

 

“La maestosa bellezza di un albero, la scuola la riduce ad un palo” – è una citazione a memoria del filosofo Silvano Agosti. L’educazione dell’India è fondata sull’ecocentrismo, parte dal presupposto della Terra, della lentezza, del senso ecologico e del vivere la vita come un’esperienza poetica, diremmo noi. In cosa stride questa impostazione, per esempio, con la nostra scuola in cui fatica ad entrare l’educazione ambientale? La Terra e il sentirsi parte di un Tutt’Uno avvicinerebbero i giovani alla cultura e al senso della vita?

Certamente si. Il sentirsi parte di un Tutt’Uno avvicinerebbero i giovani alla cultura e al senso della vita. Al contrario  la scuola  occidentale moderna è fondata sul paradigma della scienza cartesiano-newtoniana che è basato sul dualismo  io- mondo e sulla frammentazione della realtà in discipline  sempre più frammentarie e separate. La scienza inoltre è tale  perché  è “oggettiva” ovvero non ha al suo interno considerazioni etiche o di significato. E’ proprio  questo tratto  costitutivo che  la rende di per se antiecologica.

 

Come viene vista l’educazione occidentale oggi in India?

Purtroppo ho visto con i miei occhi in India il  grande proliferare di scuole con il titolo Science and Technology e ovunque è presente la rincorsa alle nuove professioni industriali. Dobbiamo capire la visione d’insieme (Big Picture, come la chiama Norberg Hodge). L’apparente trionfo della Modernità Occidentale  che si traduce nella Globalizzazione è indisgiungibile dal binomio Scienza e Tecnologia che Gandhi criticava radicalmente ( vedi il suo Vi spiego i limiti della civiltà moderna)e con lui anche Schumacher o Terzani.

 

Dal 2017 al 2021 sei stata funzionaria coordinatrice del Progetto Alice Universal Education School[2] per un’educazione non-dualistica, ecocentrica ed olistica. Su cosa si basa e da cosa sei rimasta affascinata?

Il Progetto Alice è una pedagogia rivoluzionaria ideata da Valentino Giacomin ( maestro elementare  e giornalista di Treviso) che in sintesi ha messo al centro i risultati della fisica quantistica, cioè che non esiste una realtà oggettiva indipendente dalla mente. Questo era anche l’approdo del non-dualismo, una visione che sta alla base dell’induismo, del buddhismo, del taoismo, del giainismo e della maggior parte delle molte  tradizioni indigene, che sono sempre profondamente ecologiche, intesa come “deep ecology” citando l’ecofilosofo Arn Naess.  Giacomin ha spostato l’esperienza pedagogica in India dove attualmente ha tre scuole che ogni anno accolgono almeno 2.000 studenti dall’asilo al liceo. Combinano lo studio della materie curriculari, al Programma speciale si focalizza su meditazione, attenzione della mente, riproposta di  racconti tradizionali che sottolineano la  maya, o il potere negativo della mente che crea una realtà illusoria. L’armonia e la felicità sono all’interno, nella chiara mente.

 

Per sette anni sei stata attivista nelle scuole steineriane e, da esperta in pedagogia Waldorf[3] messa a punto da Rudolf Steiner, quali sono le differenze e le similitudini tra educazione indiana, educazione steineriana e l’educazione non-dualistica di Alice Project School?

Rudolf Steiner  parte dalle teorie teosofiche inaugurate  alla fine dell’Ottocento da Madame Blavatsky che   riconoscevano  una forma  unificata di spiritualità che comprendeva tutte le religioni. La Società Teosofica aveva sede a Madras e ovviamente traeva molti insegnamenti dall’India.   Steiner si stacca dalla Teosofia e fonda l’Antroposofia, che riprende gli stessi temi ma li centra di più sulla superiorità del Cristo, sulla libertà, sull’evoluzione storica, con tratti  molto più antropocentrici. La pedagogia steineriana è bellissima, nessun nozionismo  ma ricerca dello sviluppo dei talenti innati nel bambino. Parte dalla concezione dei 3 settenni della crescita che vanno seguiti e stimolati  a scuola:nel 1° settennio (1-7 anni): il concetto centrale è IL BUONO ( la mamma è buona, tutto il mondo è buono). A ragione secondo me, i bambini non vanno all’asilo fino al compimento di almeno tre anni.  2° settennio (7-14 anni):  il concetto  centrale è IL BELLO. La scuola  deve accompagnare il bambino nella scoperta del bello nel mondo, nella natura, nella musica, nei gesti eroici,  nella varie materie ( ma la storia non è insegnata fino  alla Sesta classe. 3° settennio (14-21 anni): Il concetto centrale è IL VERO.  Inizia qui l’avventura della conoscenza con entusiasmo e coinvolgimento. Inoltre nelle scuole Waldorf sempre contemplata l’attività pratica : dal giardinaggio e orticoltura, alla falegnameria,  ai ferri ed uncinetto. Inoltre importantissima è per tutti praticare uno strumento musicale e  le attività  teatrali che sono l’apice dell’attività scolastica.  Quindi i concetti di base sono molto  mutuati dall’educazione indiana, dove  ciascun bambino è considerato un manifestazione del principio divino ( un avatar in potenza)  e quindi amato e curato con estrema attenzione. Anche la parte pratica e manuale  è molto presente in India e fu ripresa da Gandhi. Il Progetto Alice  forse è più carente  rispetto alla parte poetica della pedagogia steineriana, ma  a mio avviso è  molto più  rigorosa rispetto alle vere  radici della conoscenza e più in sintonia con i presupposti del pensiero orientale. Giacomin ha infatti  ottenuto moltissimi ed importanti  riconoscimenti sia in ambito induista che buddhista, oltre che alla benedizione stessa del Dalai Lama.

 

[1]  Il libro è il risultato di numerose visite che l’autrice ha compiuto a Sarnath nel corso degli anni, colpita dalla serenità degli studenti e dall’educazione all’ecologia e alla pace. Nel libro le parole e l’esempio di Giacomin si intrecciano con le voci dei molti pensatori (Terzani, Illich, Latouche) che in questi anni stanno smascherando i limiti e le contraddizioni dei modelli di conoscenza e di sviluppo dell’Occidente industrializzato. Nel volume, capitolo dopo capitolo, si delinea la forza di un progetto che pone l’educazione alla consapevolezza, la nonviolenza, la ricerca di una felicità slegata dai beni materiali e dal consumo, al centro, per cercare di costruire tutti insieme un mondo migliore.

[2] Alice Project è una scuola interculturale e interreligiosa che pone al centro del proprio programma la conoscenza di se stessi e l’amore nei confronti del mondo e di ogni creatura vivente. È stata fondata nel 1994 a Sarnath, in India, da Valentino Giacomin che, dopo aver lavorato come maestro in Italia ha deciso, insieme con Luigina De Biasi, di continuare la propria ricerca educativa e spirituale nel subcontinente indiano. Da allora, molte scuole sono nate dalle iniziative di studenti e “seguaci”, in Italia, Germania, Francia e Taiwan, e il progetto ha ricevuto in più occasioni l’apprezzamento del Dalai Lama, che gli ha conferito il suo patrocinio dal 2006.

[3] La pedagogia Waldorf basa il suo approccio educativo sull’antroposofia (chiamata anche dai suoi seguaci “scienza dello spirito”), una disciplina esoterica sviluppata da Rudolf Steiner, per indagare e riconciliare quelli che ritiene i nessi sussistenti fra mondo fisico e mondo spirituale, concependoli come «un’unica manifestazione divina in continua evoluzione». La prima scuola steineriana fu fondata a Stoccarda il 7 settembre 1919 a seguito della richiesta di Emil Molt, direttore della fabbrica di sigarette Waldorf Astoria, di creare un’istituzione scolastica per i figli degli operai della fabbrica. Il movimento pedagogico deve il proprio nome alla fabbrica di sigarette. Rudolf Steiner assunse l’incarico relativo alla formazione del collegio degli insegnanti nonché di consulta dello stesso e fu sino alla morte, nel 1925, spiritus rector della scuola.

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